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Le luci di Ixia (hard)

Adoro laccarmi le unghie dei piedi e delle mani.
Lo faccio di frequente, con grande cura e attenzione.
Trovo le mie mani particolarmente aggraziate e sensuali, i miei piedi diabolicamente erotici, e valorizzare queste parti del mio corpo mi regala un piacere intenso e particolare.
Poi, una volta finito di passare lo smalto, mi piace guardarmi le mani che sfiorano le caviglie, che accarezzano e risalgono lentamente, in punta di dita, la morbida pelle dei polpacci, che lambiscono l’interno delle ginocchia, che scivolano bramose sulle mie cosce, per poi deviare verso l’esterno a toccare i fianchi e quindi risalire adagio verso il seno.
Mi piace lasciare che i capezzoli si inturgidiscano, ma senza neppure sfiorarli, stuzzicare appena la pelle attorno in una danza di dita ed unghie smaltate.
Poi mi accarezzo con gentilezza le guance, mi solletico facendo ricadere i miei lunghi capelli corvini sulle spalle, abbracciandomi e stringendomi forte da sola.
E’ in quegli istanti che mi sento felice: lascio che le emozioni dilaghino nella mia anima e sulla mia pelle, osservando il mio riflesso nel grande specchio, il viso perfetto, la linea sottile delle sopracciglia, l’intensità e la bellezza dei miei occhi azzurri, il disegno armonioso delle mie labbra, che sembrano essere state dipinte per dispensare baci al mondo intero.
E’ questo il mio rito, tutte le sere che esco, prima di prepararmi alle ore di divertimento che mi attendono: allacciarmi il cinturino dei sandali alle caviglie, infilarmi in un vestitino comodo ma che metta in risalto le mie gradevoli forme, lasciare che la mia serica pelle mostri tutta la sua tonicità, senza tutti quegli artifici che usa Melina, senza neanche un filo di rimmel.
Forse potrei apparire ancora più bella con un po’ di trucco, ma non mi interessa più di tanto.
Sono certa di stare bene così.

Soddisfatta dal mio consolidato rito personale, finalmente esco.
Anzi, per essere più precisi, usciamo.
Melina ed io.
Questa sera guida lei.
Sprofondata nei miei pensieri, attendo di conoscere la destinazione della nostra serata.
Con Melina ci si può aspettare di tutto.
Il caldo di questa interminabile estate è particolarmente afoso.
Le decine di locali dell’isola pullulano di gente.
Sarebbe facile fare incontri interessanti.
Ma Melina mi trascina (e quando me ne accorgo è ormai troppo tardi) alla festa di Ixia, un villaggio con più alberghi che case.
- Forse potremmo trovare qualcosa di meglio da fare, no ? – le chiedo quando lei ferma la macchina tra il banco di un venditore ambulante di giocattoli ed il chiosco dei panini con le salsicce.
Melina mi guarda e sorride.
- Non mi dirai che vuoi un panino… – le dico.
- E se anche fosse ? – mi risponde lei con fare beffardo e evasivo.
Biondissima, slanciata, di una bellezza da mozzare il fiato.
Melina è stupenda.
Quando la guardo e mi perdo nel suo fascino mi sento un vuoto alla bocca dello stomaco.
Sono sicura che lei si diverta a provocarmi in modo a dir poco sfacciato.
Tempo fa, complice un bicchiere di troppo, ci siamo baciate.
Ricordo la sua lingua scivolarmi rapida in bocca, esplorarmi denti e gengive, mentre io perdevo quel poco di controllo che ero certa di avere e le accarezzavo beata i capezzoli.
Sono stati solo pochi attimi, in realtà.
Perché poi ci siamo guardate, forse imbarazzate dall’imprevista situazione, prendendo a ridere come due isteriche.
Non abbiamo fatto più parola dell’accaduto.

Melina continua a fissarmi, mentre con il dorso di una mano mi accarezza la guancia.
- Irini… sei favolosa, stasera… -
Non mi torturare, ti prego, vorrei dirle.
Vorrei urlarle di non accostare il fuoco alla benzina.
Ma resto in silenzio, il cuore in gola.

Scendiamo dall’auto e percorriamo qualche decina di metri.
La confusione della festa di strada ci sommerge.
Ci prendiamo per mano per non perderci nel caos.
Odori di spezie, colori sgargianti, musiche e grida… non mi accorgo di nulla.
Ci sono solo i suoi meravigliosi capelli biondi, la linea della sua schiena che si perde nel corto vestito, le sue gambe, nude e slanciate, i suoi piedi, in bilico su sandali dal tacco esagerato…
Ma dove mi stai portando, adesso che stringo la tua mano così forte da sembrare unita a te ?

Arriviamo in una stradina secondaria, lasciandoci alle spalle la confusione della festa.
Ci avviciniamo ad un’anonima porta azzurra, incastonata in un muro di un bianco assoluto.
Melina suona il campanello.
Passano i secondi e nulla accade.
Nessuno risponde.
Si sente solo lo scatto della serratura.
Sono nervosa e faccio l’atto di girarmi per andare via.
Ma lei mi blocca e mi abbraccia, sussurrandomi parole dolci.
Non capisco più nulla.
Non so nemmeno dove mi trovo.
Melina mi prende il viso tra le mani e appoggia le sue labbra alle mie, mi bacia gli occhi e con la lingua asciuga dal mio viso quelle lacrime che la rabbia ed il nervoso mi hanno spremuto.
Quindi la sua lingua torna alle mie labbra, le lecca dolcemente, per tutto il loro contorno: bramosa di lei, apro la bocca e lei mi è subito dentro, languida come un cioccolatino.
Cerco di entrare con la mia lingua nella sua bocca, ma mi sposta di lato.
- Non temere… vieni con me… -

Entriamo e saliamo una rampa di scale buie.
- Non mi piace – mormoro impaurita – sai che odio il buio… -
Lei non mi risponde.
Apre una porta dalla quale filtra una luce dal colore indefinibile.
Melina c’è già stata qui, è evidente: l’invidia per questo suo segreto, ma anche la curiosità di scoprire cosa ci sia dietro quella porta, si mischiano alla paura che ancora mi stringe le viscere.
Docile, la seguo dietro quella porta.
Le pareti sono spoglie, arredate solo da giochi di luce bianca e gialla che le colorano, con lampade che escono dal basso, di lato, dall’alto, in una confusione incredibilmente luminosa e d’effetto: è solamente un corridoio di pochi metri di lunghezza, ma che si apre in un ampio locale illuminato di un blu soffuso, con al centro una colonna rivestita di legno e dalla quale piove un’intensa luce rossa.
Per il resto l’ambiente è completamente vuoto.

- Perché siamo venute qui ? – chiedo nervosamente a Melina
- Per fare quello che hai sempre desiderato… -
Stringo ancora nella mia mano quella di Melina, e mentre mi chiedo cosa lei abbia voluto dire, vedo un’ombra muoversi verso di noi.
Mi aggrappo alla mano della mia amica e l’ombra prende consistenza.
E che consistenza.

E’ decisamente alto, ma non in modo esagerato.
I pettorali sembrano scolpiti, così come gli addominali.
E’ completamente nudo.
Un fondoschiena da lasciarmi tramortita, due gambe dritte, sottili ma forti.
Risalgo con gli occhi lungo quel corpo maschile favoloso.
E quello che vedo mi strappa un sospiro di desiderio.
Il pene non è eretto, dalle dimensioni perfette, ed i testicoli che mostrano di dover essere svuotati urgentemente.
E’ un ragazzo bello anche di viso, sinuoso nei gesti quando si muove.

Con dolcezza stacca la mia mano da quella di Melina, che ora mi guarda con occhi carichi di libidine, la bocca socchiusa, il respiro affannoso.
E’ visibilmente eccitata.
Il ragazzo si porta la mia mano sul petto e con una gamba s’intrufola tra le mie.
Lo cingo con le braccia mentre mi abbasso a misurare la consistenza del suo .
Gli disegno una scia di saliva, dai capezzoli all’ombelico, con il quale gioco per alcuni istanti; e poi, dall’ombelico sino ai peli del pube.
Infine risalgo quella meraviglia, ora pienamente eretta, con la punta della lingua, fino a trovarmi a scivolare sull’asta avanti e indietro, con una lentezza esasperante.
Melina, nel frattempo, mi spoglia, mentre alla lingua io sostituisco le labbra, non usando le mani.
Deve essere solo un gioco di bocca.

Lo tengo su posandogli le mie labbra sensibile alla base, e poi risalendo, sempre da sotto, con piccoli e ardenti baci.
Melina ci guarda e si accarezza il seno: quindi viene a mettersi di fronte a me, e dal suo pube perfettamente depilato vedo la fica già umida per l’eccitazione.
Siamo nude entrambe.
Gli unici capi di abbigliamento che ancora indossiamo sono i sandali con i tacchi alti.

Il ragazzo si è afferrato il e si fa scivolare la mano su e giù, lentamente: io gliela stacco con uno sguardo di rimprovero e prendo a girargli attorno, eccitata come poche volte in vita mia.
Mi sento il fuoco tra le gambe.
Non mi tocco, e non mi lascio toccare: qualunque cosa mi sfiorasse la fica ora, in pochi istanti tutto sarebbe finito, ed io starei urlando il mio orgasmo.
No.
Devo assaporare ogni istante, prolungare il piacere fino e oltre il limite del consentito.

Volto il ragazzo di spalle e gli sussurro di non toccarsi.
E di non toccarmi.
Lui accetta quel mio dolce ordine senza battere ciglio.
Lo bacio sotto il collo, sui muscoli delle spalle, a sinistra, a destra, torno verso i capelli, scendo nuovamente.
Melina ha il viso congestionato, soffre, vuole perdere il controllo, ma ha capito quale sia il mio gioco, e rimane seduta, per terra, a gambe spalancate, fissando il ragazzo negli occhi ed eccitandolo umettandosi le labbra con la lingua.
Ora lo sento tremare; per rilassarlo un po’ gli massaggio la schiena, poi scendo ancora e con la lingua gli percorro tutto il filo della spina dorsale, vertebra dopo vertebra.
Ritorno in su, centimetro per centimetro, e poi, con la stessa esasperante lentezza, vado di nuovo verso i suoi magnifici glutei.
Prendo ad accarezzarli e a leccarlo nell’attaccatura in alto.
Melina geme sempre più forte: sta godendo senza nemmeno toccarsi, o magari non ce la fa più a trattenersi.
Sembra quasi piagnucolare, ma ad un mio sguardo supplichevole lei china la testa e poi la tira di scatto all’indietro, facendo volare nell’aria i suoi splendidi capelli biondi.
E’seduta sulla moquette, le gambe oscenamente aperte, ed il ragazzo è ora scosso da brividi per il desiderio animale di possederci entrambe; ma io lo costringo a stare ancora fermo, mentre con due dita inizio a sodomizzarlo.
Melina non si trattiene oltre, e prende a masturbarsi con frenesia, tormentandosi il clitoride e penetrandosi con le dita, fino ad arrivare a contorcersi dal piacere, preda di un orgasmo incontenibile.

E’ in quell’istante che vedo scendere alcune gocce da quel magnifico e, mentre Melina è stesa in terra, sconvolta dall’orgasmo, infilo di nuovo tre dita nel culo del ragazzo, quasi con sadica violenza, e gli mordicchio un testicolo, bloccando l’eiaculazione che sta per iniziare.
Mi sento capricciosa e lo voglio punire, non so nemmeno io per che cosa.
Melina solleva appena la testa e rimane esterrefatta per quello che si mostra ai suoi occhi: con la punta dei capelli solletico i capezzoli di quel petto virile, scendo, salgo, scendo di nuovo, finché lui non ce la fa più a trattenersi, e capisce che mi sto allagando, che il mio clitoride è duro e teso allo spasimo, che la mia bocca non chiede altro che il suo e, con astuzia e perfidia, si tira indietro. Io cerco di toccarlo, di accarezzarlo, si sentire sotto le dita la sua pelle, e lui si sposta.
Forse lo fa per riacquistare un minimo di equilibrio, quell’equilibrio che Melina, con la sua straordinaria bellezza e con il suo fantastico spettacolo di autoerotismo, masturbandosi e godendo davanti a lui, gli ha incrinato.
O forse lo fa per punire me, rea di averlo sodomizzato con le dita.
Non so.
Potrebbe essere un insieme di tutto questo.

Tende i pettorali, mi lascia avvicinare ma non si fa toccare.
Anche Melina ora si diverte con me, accarezzandomi la schiena e le natiche con mani leggere e dita delicate.
Vogliono entrambi farmi impazzire di desiderio.
E io sto al loro gioco, e lascio che Melina inizi a percorrere la mia pelle infuocata con la sua sapiente lingua.
Scivola lieve su di me, senza sfiorare neppure i capezzoli turgidi e la fica palpitante, indugiando invece su altri centimetri della mia pelle, strappandomi brividi di pura passione.
Lui, intanto, osserva i nostri corpi nudi e si masturba lentamente, avvicinandomi di tanto in tanto il suo svettante: ora mi permette di allungare una mano, di afferrarlo e di tirarmelo tra le labbra. Sono felice di poter nuovamente scorrere con la lingua su tutta l’asta congestionata.
Chiudo gli occhi e assaporo la cappella…

D’improvviso esce dalla mia bocca.
Il vuoto.
Solo il suo sapore sulle labbra umide, e che mi passo con la lingua in continuazione.
E’dietro di me.
Sono in ginocchio, preda della sua volontà.
Sento due mani forti che mi afferrano per i fianchi, poi un dolore lancinante quando il suo mi penetra, sodomizzandomi senza riguardi.
In quel momento potrei svenire, afflosciarmi come una bambola di pezza.
Mi appoggio sui gomiti, e le braccia sembrano cedere.
Lentamente il dolore si trasforma in piacere, e l’orgasmo non tarda ad arrivare, impetuoso e straripante.
E’ una sensazione strana, mai provata con questa intensità, ma mi sento infinitamente felice.
Il ragazzo sta dando sfogo a tutta la sua tensione erotica, così a lungo trattenuta: ma io non voglio farlo venire, anche se non ho i mezzi per impedirglielo.
E’ Melina, che continua ad esplorare il mio corpo con la lingua, ad avvertire la mia esigenza e lo blocca quando vede che i suoi bellissimi lombi stanno aumentando vertiginosamente il ritmo.
Dalla mia bocca escono solo gemiti convulsi.
Sicuramente sono venuta più volte, di certo non nel modo che conosco, ma ogni singola fibra del mio corpo sta godendo come non mai.

Lo sento bloccarsi di colpo, e mi dispiace da morire non sentire più il suo fallo scivolare nel mio culo.
Noto Melina sdraiarsi a terra e farmi segno di salirle sopra.
Lo sento uscire da me.
Mi volto e lo guardo: è sudato, stravolto, il volto arrossato.
E’ bellissimo.
Gli tremano impercettibilmente le labbra.
Sta per esplodere.
Guardo Melina sdraiata che si masturba di nuovo: vuole me, ma di certo vuole anche lui.
Mi volto verso il ragazzo e gli faccio cenno di andare da lei.
Era quello che aspettava.
S’inginocchia, con le mani le allarga ancor di più le gambe, se le porta attorno ai fianchi ed entra nella mia amica che rovescia la testa all’indietro.
I seni si Melina sobbalzano e la bocca le si deforma in mille smorfie di puro piacere.
Mi accosto a quei due corpi uniti e sfilo il sandalo dal piede sinistro della mia amica.
La cavigliera dorata dondola ritmicamente sul collo del piede, ed io prendo a leccarla, metallo e pelle, le sue unghie del piede laccate di rosso nelle mie pupille.
I suoi sospiri diventano mugolii animali.
Poi i mugolii si trasformano in grida d’estasi.
Dalla caviglia risalgo fino al clitoride, ed alterno la mia lingua tra lei e quel durissimo che la sta scopando.
Melina irrigidisce le gambe, le serra contro i fianchi del ragazzo lucido di sudore.
S’inarca con un paio di colpi del bacino, distende le braccia all’indietro e vola in paradiso, travolta da un altro orgasmo che la lascia senza fiato, i muscoli ancora contratti.
Lui si stacca dalla mia amica ed entra di prepotenza nella mia bocca.

Sono fuori di me, ma non mi permetto di toccarmi.
Continuo a leccare e a succhiare quella mazza fantastica per lunghi minuti, aiutata dalla lingua di Melina, che sembra trasfigurata dal piacere.
E finalmente arrivo al capolinea della sopportazione.
Con una mano lo spingo per terra e gli salgo addosso.
Quando entra in me ha le dimensioni di un palo: sento che ne vorrei ancora, ma non faccio in tempo ad abituarmi a quella meraviglia che lui, con una possente spinta verso l’alto, mi fa vedere tutte le stelle del firmamento.
Sono come impazzita.
Inizio ad agitarmi sui suoi fianchi, sempre più spasmodicamente, e non mi accorgo quasi di Melina che se la fa leccare in ginocchio di fronte a me, continuando a godere senza sosta.
M’impalo sempre di più, sempre con maggiore velocità, insisto, spingo con tutta me stessa, mi arruffo i capelli per il piacere, rallento un attimo cercando un briciolo di lucidità, ma è troppo, non ce la faccio: mi accarezzo il seno, uso la lingua per inumidirmi la punta dell’indice e vado a torturarmi i capezzoli.
Getto la testa all’indietro, in avanti, mi tiro su con il busto appoggiandogli le mani sui pettorali, e godo in modo così travolgente che con le unghie lo faccio sanguinare.
Me ne accorgo e serro i pugni sui suoi polsi, e spingo, spingo così forte da urlare oscenità e frasi sconnesse, spingo senza mai un attimo di pausa, un calore quasi insopportabile che s’irradia dal basso ventre, e mi gira la testa, non capisco più niente, mi accanisco su quel infinito.
Lo sento ingrossarsi a dismisura e cavalco, cavalco fino a sentire un brivido alla schiena, un’improvvisa esalazione dell’anima, un colpo alla bocca dello stomaco.
Ed urlo.
Impazzita.
Non più collegata alla realtà che mi circonda.

Quando torno in me, dopo un tempo che non so quantificare, mi fermo un attimo.
Riprendo fiato.
Vedo Melina che freme di piacere nella bocca del ragazzo.
Vado nuovamente in estasi e ricomincio, più veloce di prima: sono tutta indolenzita ma continuo nella mia cavalcata, ed esplodo ancora, e poi ancora, e poi di nuovo.
Ma non riesco a staccarmi da lui.
Solo quando sento i miei muscoli cedere capisco che è arrivato il momento.
Mi lascio cadere di lato.
Lui si alza e si allontana di qualche decina di centimetri.
Melina si mette in ginocchio sopra la mia bocca, e mi ritrovo il suo clitoride tra le mie labbra.
La lingua saetta famelica, e lecco le grandi labbra, e bevo quel fiume di piacere che la inzuppa; la penetro con una, due, tre dita, mentre quel palo stupendo va a riempirla da dietro, inculandola poderosamente, strappandole altri orgasmi irrefrenabili.
Ora la fa urlare, muovendo i fianchi instancabili con crescente velocità, finché un suo rantolo, a stento represso, non mi annuncia l’imminente ondata.
Tutto avviene in un attimo.
Esce da una Melina ipnotizzata e sconvolta e schizza il suo seme caldo sul mio viso, sul mio seno, sui miei capelli.
Si siede, esausto, sfinito nel corpo e nella mente.
Melina si accosta a me e mi spalma sul corpo con quel liquido bianco e denso, per poi ripulirmi tutta, leccandolo fino all’ultima goccia.
Sono in trance.
Credo di morire.

Quando ci svegliamo il sole è già alto.
La stanza ora mi appare più piccola della sera prima.
Il ragazzo è sparito.
Vedo Melina, ancora esausta, che mi sorride.
- Ti è piaciuto ? -
- Sì – mormoro in risposta, godendo della sua splendida bellezza e sapendo di amarla.
Sorride.
Si sdraia al mio fianco ed inizia ad accarezzarmi il seno.
Poi la sua mano scivola sul mio ventre.
E’ pronta a ricominciare.

FINE

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Frammenti di erotismo/1 (hard)

Era ormai da un po’ di tempo che quell’idea ci solleticava la mente.
Era una di quelle fantasie che ci eccitava quando facevamo l’amore, ma che non avevamo mai avuto il coraggio di metterla in pratica.
Decisi così di prendere io l’iniziativa, e organizzai la festa del suo compleanno.
Fu una ricerca attenta e minuziosa ma finalmente, tramite internet, trovai il locale che cercavo: elegante, raffinato, molto discreto, dove era specificato che si poteva anche solo andare a bere qualcosa e, per capirci, il resto a discrezione.
Prenotai per il venerdì sera, la serata che solitamente dedicavamo al cinema: a lui non dissi dove saremmo andati a festeggiare, ma gli consigliai di vestirsi in modo elegante.
Ed io feci altrettanto, mettendo la massima cura nell’abbigliamento e nel trucco.

Quando arrivammo al locale, lui capì immediatamente di che ambiente si trattasse: per stare al gioco, fece finta di essere un po’ imbarazzato ed incerto, ma io sapevo perfettamente che la cosa cominciava già ad intrigarlo, e che la sua fantasia aveva preso a galoppare.

Entrammo, non senza una certa agitazione considerato il passo che stavamo per intraprendere.
Ci sedemmo al tavolo a noi riservato e ordinammo da bere, iniziando a guardarci in giro decisamente incuriositi.
L’atmosfera del locale era tranquilla e serena, anche se ci sentivamo un po’ osservati, in quanto era abbastanza evidente che i presenti erano quasi tutti abituali frequentatori del locale.
Sorseggiammo così le nostre bevande e, come da programma, attorno alle undici, le luci si fecero ancora più soffuse e, su uno schermo così grande da occupare quasi per intero una parete, iniziò la proiezione di un hard.

Mentre guardavamo le immagini, estremamente erotiche e sensuali, i nostri corpi e le nostre menti presero ad andare su di giri, e l’ cresceva in maniera esponenziale.
Ad un tratto avvertii uno sguardo penetrante e insistente scivolarmi addosso, come se quegli occhi fissi su di me volessero spogliarmi: incuriosita mi guardai attorno e notai la coppia che, senza che me ne accorgessi, si era seduta alla nostra destra, di fatto allo stesso nostro tavolo.
Lo sguardo della donna era fisso sul mio corpo, uno sguardo insistente e per nulla celato, così intenso da farmi sentire un alito ardente sulla pelle, un fuoco che si propagava veloce e inarrestabile, accendendo di passione ogni mia più remota terminazione nervosa.
Non avevo mai avuto rapporti con una donna in passato, ma in quel momento l’unica cosa che desideravo era vedere la sua chioma corvina e lucente fra le mie cosce aperte.

E fu così che iniziò il gioco di quella straordinaria serata: il mio partner, eccitato all’idea che la sua più erotica fantasia potesse finalmente prendere vita, con la mano mi divaricò dolcemente le gambe e scostò le mutandine, facendo intravedere alla mia nuova spasimante l’oggetto nascosto del suo desiderio: quindi prese lentamente ad accarezzarmi quel lago di umori che era la mia fica bollente, leccandosi poi le dita con voluttà, provocando in modo fantastico la sconosciuta che ci osservava.
E lei ci guardava, travolta dall’, mentre con una mano aveva iniziato a masturbarsi con delicatezza e con l’altra accarezzava la stoffa del pantalone che ricopriva il cazzo del suo compagno, anche lui chiaramente eccitato dal gioco.

Nel locale, ormai, erano rimasti in pochi a guardare il porno.
Nella penombra delle tenui luci corpi maschili e femminili, seminudi, si accarezzavano e si baciavano, si leccavano e si penetravano, in una fantastica e stimolante confusione erotica.

Allentai la cintura dei pantaloni del mio uomo e, una volta fatta scorrere la cerniera lampo, mi ritrovai in mano la sua verga pulsante.
Presi a leccare piano quel cazzo turgido che ben conoscevo, perfettamente conscia di come la bella sconosciuta desiderasse la mia lingua sul suo corpo: e mentre io leccavo e succhiavo, le sue dita s’infilavano nella fica, sempre più a fondo e velocemente, cercando di placare in qualche modo la sua irrefrenabile voglia, quasi supplicandomi in una muta preghiera.
Ma il suo desiderio era anche il mio.

Mi voltai completamente verso di lei.
Eravamo ora una di fronte all’altra.
Mi sfilai le mutandine lasciandole vedere il minuscolo triangolino di peli che spiccava sul mio sesso rasato e cominciai ad accarezzarmi, mentre accanto a noi i nostri uomini si masturbavano, travolti ed eccitati dalla quella esibizione.

Ci guardavamo fisse negli occhi, ansimando e sospirando, in spasmodica attesa ognuna di una mossa dell’altra: sentivo che per quella prima volta mai sarei riuscita a fare quello che lei desiderava così intensamente, ma speravo con tutta me stessa che fosse lei a cedere e a venire da me, che fosse lei ad infilarmi la sua lingua in mezzo alle gambe, liberandomi finalmente da quella tortura.
Probabilmente la sconosciuta intuì la mia indecisione.
Perchè fu lei a chinarsi tra le mie cosce, cominciando a leccarmi, a mordermi e a succhiarmi il clitoride, quasi come se stesse succhiando il cazzo del suo uomo, mentre con le dita continuava a penetrarsi; era stato così intenso il desiderio e così irrefrenabile l’ che non riuscii a trattenermi a lungo:
Le venni in bocca, spingendola contro le mie labbra che grondavano il miele dell’orgasmo, mentre lei si dibatteva in preda al suo piacere.
Ancora sconvolta da quel delirio di sensazioni, mi girai verso il mio uomo che attendeva solo di vedermi godere per riempirmi la bocca con tutto il suo caldo sperma e, mentre anche la bella sconosciuta si dedicava al cazzo del suo compagno, in un altro da favola.
Le labbra macchiate dal bianco dello sperma, avvicinammo poi le nostre bocche e ci baciammo lungamente, assaporando quella commistione di saliva e seme.

Poi, d’improvviso, lei si alzò, e senza dire una parola sparì dietro una porta sul fondo del locale, seguita dal suo compagno.
Non abbiamo mai saputo i loro nomi e non abbiamo più rivisto i nostri complici di quella notte di follia.

FINE

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RITORNO A PAVLOS (hard)

Erano dieci anni, ormai, che, per una ragione o per l’altra, non ero più riuscito a tornare a Pavlos, il grande paese a nord di Atene dove ero nato trentotto anni prima.
A dire proprio tutta la verità, non solo non avevo trovato il momento adatto, ma anche il desiderio di rivedere i luoghi dell’infanzia e dell’adolescenza mi aveva abbandonato da molto tempo.
L’ultima volta che ero ritornato a Pavlos era stata per il funerale di mia madre, una circostanza di certo non piacevole: e con la sua scomparsa si era definitivamente spezzato il legame con la terra natia e con quei pochi lontani parenti che ancora mi erano rimasti.
Vivere e lavorare in Australia mi aveva inesorabilmente allontanato da Pavlos e dalla Grecia.
Non che io avessi rinnegato le mie origini, per carità, ma la mia esistenza e i miei affetti erano ben radicati, e da tempo, a Sidney.

Stranamente pero’, quell’anno, il desiderio di tornare a respirare l’aria e i ricordi del paese che mi aveva dato i natali mi aveva ronzato sempre più insistente nella testa, al punto che, in giugno, avevo deciso all’improvviso di prendermi le ferie dalla ditta dove lavoravo come contabile e di volare verso il mio passato.
Ero curioso di vedere se Pavlos fosse cambiato, se i miei amici di allora fossero ancora lì, se l’intera Grecia, come si sentiva dire, fosse veramente cambiata in meglio, avvicinandosi, con il passare degli anni, alle nazioni dell’Europa più evoluta.
E, sopra ogni altra cosa, volevo portare un fiore sulla tomba dei miei genitori, per ringraziarli ancora una volta di tutti quei sacrifici che avevano fatto per farmi studiare e permettermi così un futuro migliore e più agiato rispetto a quello che i miei nonni avevano potuto dare loro.
Era il richiamo del sangue che, dopo molti anni, era prepotentemente tornato a farsi sentire, riportandomi finalmente a Pavlos.

L’aereo era atterrato ad Atene, al Venizelos, il mattino presto, in una radiosa e già calda giornata d’inizio estate, ed io, anche se scombussolato per il cambio di fuso orario, avevo subito noleggiato una macchina alla Hertz, ed ero quindi partito alla volta del mio paesello natio.
Ma, dopo pochi chilometri nel caotico traffico della capitale greca, mi ero immediatamente reso conto che, se non avessi dormito al più presto qualche ora, a Pavlos non sarei mai arrivato vivo: gli occhi mi si chiudevano e la concentrazione necessaria alla guida mi era assolutamente impossibile.

Di fatto, mi trovavo ancora alla periferia settentrionale di Atene quando vidi il parcheggio di un motel aprirsi invitante sulla mia destra.
Senza ulteriori indugi fermai l’auto, mi presentai alla reception, presi una camera, mi feci una rapida doccia nello striminzito bagno e m’infilai a letto, crollando all’istante in un lungo sonno, profondo e senza sogni.

Quando mi risvegliai, stiracchiandomi e sbadigliando come una foca, era già quasi sera.
Sorpreso per quanto fosse stato lungo il mio sonno, capii all’istante che a Pavlos sarei potuto arrivare soltanto il giorno successivo: anche se fossi partito subito, sarei giunto in paese solo a notte fonda, visti i molti chilometri che dovevo ancora percorrere.
Non avevo alcuna intenzione, però, di restare in quella camera d’albergo a rigirarmi i pollici e ad attendere l’alba: volevo uscire qualche ora, approfittando di quel tempo che avevo a disposizione per rivedere la cara e vecchia Atene.
Indossai dunque un paio di jeans e una maglietta, salii in macchina ed andai a passare la serata nel centro della capitale, passeggiando per le strade come un turista (cosa che ormai in definitiva ero a tutti gli effetti) e cenando in un ottimo ristorante ai piedi del Partenone.
Quando, a tarda sera, rientrai al motel, chiesi al portiere di notte di essere svegliato molto presto: non vedevo l’ora di partire per Pavlos, e di vedere l’effetto che mi avrebbe fatto rientrare in paese a distanza di ben dieci anni.

Superai l’ultima curva sulla cima della bassa collina, emozionato come non mai.
Pavlos mi apparve all’improvviso. adagiato in quell’ampia conca che così bene ricordavo.
Il grande villaggio, che avevo impresso in modo indelebile nella memoria, si era andato trasformando in una vera e propria cittadina: anche da quella distanza potevo vedere con estrema chiarezza i nuovi edifici costruiti nelle zone periferiche, schiere di graziose villette residenziali dalle moderne linee architettoniche.
Anche il centro storico di Pavlos risaltava nettamente nel panorama cittadino per le sue vecchie costruzioni in pietra: il contrasto tra l’antico degli edifici storici ed il moderno delle nuove costruzioni non disturbava più di tanto l’occhio dell’osservatore, inserendosi quasi alla perfezione nel caotico panorama urbanistico della Grecia moderna.
Il campanile della chiesa di Agios Nikolaus, sulla piazza principale di Pavlos, svettava imperioso al di sopra delle basse costruzioni circostanti.
La mia prima visita di quella giornata sarebbe stata proprio lì vicino, alla taverna di fronte alla chiesa, taverna che avevo frequentato assiduamente fino a quando non ero andato via: avrei di certo incontrato qualcuno di mia conoscenza, ed il mio ritorno a Pavlos sarebbe stato così consacrato dalla prima bevuta di quel giorno.

Parcheggiai l’auto nelle vicinanze della chiesa e, proseguendo a piedi, raggiunsi la piazza principale del paese.
Dieci anni erano passati, eppure tutto mi appariva uguale al giorno in cui ero partito: i negozi, l’asfalto delle strade, gli sconnessi marciapiedi, i passanti… tutto contribuiva a riportarmi indietro nel tempo, e la nostalgia per quella mia vita irrimediabilmente passata iniziò ben presto a struggermi l’anima.

La taverna aveva la stessa insegna scolorita di allora, i medesimi tavolini sgangherati e traballanti, ed il medesimo proprietario, il vecchio e arcigno Tassos.
Vecchio, arcigno e scostante.
Così l’uomo era sempre stato, e così sarebbe morto.
Ma l’abbraccio che Tassos mi riservò fu così intenso e carico d’affetto da meravigliarmi non poco e spingermi quasi alla commozione.
Altri avventori mi riconobbero, ed io riconobbi loro, ed in pochi minuti l’intera taverna festeggiava, a base di birra e di ouzo, il ritorno dall’Australia del figliol prodigo.
Il riprendere a parlare greco, dopo tanti anni d’inglese, mi apparve curioso e strano, ma allo stesso tempo naturale e piacevole.
Ormai ero diventato il centro dell’attenzione generale, sommerso da domande d’ogni tipo, e quando fece il suo ingresso nell’ampio locale io nemmeno me ne accorsi, tutto preso com’ero a narrare della mia nuova vita in Australia ai vecchi paesani di Pavlos.

La mano, che ad un tratto si posò sulla mia spalla, era calda e ferma.
- Guarda un pò chi si rivede da queste parti… il vecchio … credevamo tutti tu fossi diventato un canguro… -.
Sorpreso, mi voltai, e era lì, un gran sorriso ad illuminargli il volto e gli occhi.
Mi alzai e ci abbracciammo, fra le risate e gli applausi di tutti i presenti, rinnovando quella stretta amicizia che ci aveva unito sin dall’infanzia.
- Potevi almeno avvisarci che saresti tornato… ti avremmo organizzato un vero e proprio comitato di ricevimento, con tanto di banda e fuochi d’artificio !! – proseguì il mio amico di sempre.
- E’ stata una decisione improvvisa, . Un fulmineo attacco di nostalgia. Un giorno sei in Australia, e due giorni dopo brindi con i tuoi compaesani all’altro capo della terra… -.
Tornammo ad abbracciarci, entrambi con le lacrime agli occhi, felici di esserci ritrovati a distanza di tanti anni.

L’amicizia con era nata sui banchi di scuola, ed era proseguita, sempre più stretta e complice, durante gli anni dell’adolescenza, fino al giorno in cui io ero emigrato in Australia.
Dopo la mia partenza, avevamo continuato a sentirci per telefono abbastanza di frequente, ma poi la lontananza si era fatta inevitabilmente sentire, ed erano ormai più di sette anni che di non avevo avuto più notizie dirette.
Anzi, a voler essere più precisi, circa tre anni prima ero venuto a sapere da un mio lontano parente che il mio vecchio amico si stava per sposare, e con una ragazza italiana per giunta: allora, qualche giorno prima del matrimonio, lo avevo chiamato per fargli gli auguri , ma era stata una telefonata decisamente formale, sbrigativa e piuttosto fredda, senza alcuna traccia di quel trasporto che ci aveva unito in gioventù.
Quella era stata l’ennesima prova che la lontananza aveva indiscutibilmente spento la nostra amicizia.
Ora, invece, nella taverna della piazza principale di Pavlos, sembrava che il tempo non fosse passato, e lo straordinario rapporto d’amicizia di un tempo fra me e tornava a farsi sentire in tutta la sua intensità.

- Voglio sperare che ti fermerai almeno qualche settimana, … -.
- Sì… certo… una quindicina di giorni… di più non posso… ma sono appena arrivato da Atene, e devo ancora trovare una camera d’albergo dove sistemarmi… -.
A Pavlos un vero e proprio hotel non c’era mai stato, e non sapevo se ne fosse stato aperto uno durante la mia assenza: ma ricordavo che nel centro storico del paese esistevano un paio di piccole pensioni, nelle quali confidavo di trovare una stanza.
- Vuoi scherzare, ? Un albergo ? Vieni a stare da me, ovviamente. Oltretutto sono in ferie anch’io, e così avremo tutto il tempo per stare insieme. Capisco che i tuoi parenti ci potrebbero restare un tantino male, ma… tu vieni a casa mia !! -.
- Oh… i parenti… figurati… dopo la morte di mia madre non ho sentito quasi più nessuno… ti ringrazio, , ma non voglio disturbare troppo… tua moglie nemmeno mi conosce, e avere un estraneo fra i piedi non è il massimo… l’albergo è la soluzione migliore, credimi. Avremo lo stesso tutto il tempo per stare insieme e ricordare il passato… -.
- Non dire sciocchezze, . Guarda che mi offendo… – mi rispose sorridendo -… per quanto le ho parlato di te e della nostra amicizia, Monica sarà sicuramente curiosa e felice d’incontrarti… e poi lei, da buona italiana, adora avere compagnia… tu vieni a stare da noi… non se ne parla nemmeno… -.
era assolutamente irremovibile riguardo al suo invito.
Accettai, dunque, la sua generosa offerta, anche perché faceva veramente piacere anche a me passare le vacanze in sua compagnia, a raccontarci le nostre vite e a ricordare con lui i tempi passati.
Ci attardammo alla taverna ancora un po’, nell’ilarità generale; quindi andai a recuperare la mia auto e seguii , che con la sua mi faceva strada, fino alla casa dove abitava con la moglie.
In effetti, non ci sarebbe stato bisogno alcuno che lui mi guidasse, perché conoscevo a memoria la strada per casa sua.

La casa di , ora, sorgeva poco fuori Pavlos.
Dico ora perché, con la costruzione delle zone periferiche, il confine tra il centro abitato e la casa si era avvicinato, e anche di parecchio: dieci anni prima l’abitazione del mio amico sorgeva in piena campagna, a sei o sette chilometri dal paese, mentre adesso la distanza si era notevolmente accorciata, i campi sostituiti da strade ed edifici.
Ciononostante, quando arrivammo, la sensazione di essere isolati dal resto del mondo restava immutata.

L’abitazione di era una grande e solida costruzione in pietra, dove la famiglia del mio amico viveva ininterrottamente da molte generazioni: circondata su tutti i lati da campi coltivati a vite (come poi venni a sapere, la produzione del vino era il passatempo preferito da ), la casa era divisa su due piani, con il classico tetto spiovente fatto di tegole rosse e di vecchi camini.
In quei giorni di cui vado raccontando, , figlio unico, era l’ultimo erede della sua famiglia: alla morte dei genitori aveva ovviamente ereditato la casa, ed ora l’abitava con la moglie.
Il solo pensiero di vendere e di trasferirsi altrove era, per lui, assolutamente inconcepibile.
Io, invece, dopo la scomparsa di mia madre, anche se con molta amarezza, avevo venduto quasi subito la casa dove ero nato: vivevo in Australia, non dietro l’angolo, e l’idea di tornare un giorno a Pavlos mi era apparsa ormai irrealizzabile.
Inoltre, i soldi che avevo ricavato da quella vendita, mi erano tornati molto utili per sistemarmi definitivamente a Sidney.
, per contro, era rimasto a Pavlos, con il suo lavoro in Comune, la sua vita tranquilla e soddisfacente, ed ora anche con una moglie.
In parte sentivo d’invidiare questa sua scelta di vita, per lui così appagante: forse aveva rinunciato a molte cose, ma il restare a vivere sulla sua terra e nella sua casa lo ricompensava alla grande di questa sua decisione.

Parcheggiammo le auto nell’ampio piazzale davanti all’abitazione, il caldo afoso di quel giorno di giugno che già si faceva sentire nell’aria.
Mentre scaricavo i bagagli dalla macchina, la porta principale della casa si aprì, ed una donna dalla straordinaria e raffinata bellezza ci venne incontro sorridente.
- Guarda un pò chi ho incontrato in paese stamattina, Monica ! Fresco fresco dall’Australia… ti presento il mitico … e questa è Monica, mia moglie… – fece , presentandoci.
Con lo zaino buttato su una spalla e due borsoni nelle mani, rimasi imbambolato a guardare l’affascinante moglie del mio amico.
Una cosa era sapere che si era sposato, un’altra vedere che aveva sposato una delle più belle donne che mi fosse mai capitato d’incontrare.
- Benvenuto, … – mi disse Monica, riportandomi alla realtà, un meraviglioso sorriso ad illuminarle il volto – … sapessi quanto mi ha parlato di te in questi anni… a tal punto che mi sembra di conoscerti da sempre… -.
Ci abbracciammo, ed il profumo delicato della donna mi fece quasi girare la testa.
La moglie di era una ragazza dalla bellezza assolutamente unica.

Sulla trentina, una cascata di biondi capelli, lisci e lunghi fino alla vita, era lo straordinario contorno di un viso a dir poco perfetto, dagli occhi azzurri e lievemente a mandorla, dal naso piccolo e impertinente, dalle sensuali e accattivanti, dai denti così bianchi da renderle il sorriso fulgido e smagliante, messo in risalto ancor di più della lieve abbronzatura che impreziosiva la pelle della donna.
Inutile girarci attorno, ma ero rimasto letteralmente senza fiato di fronte a Monica, una vera e propria apparizione ai miei occhi, imbarazzato e intimidito dalle prorompenti forme del suo corpo: seno generoso, vita stretta, fianchi perfettamente modellati, natiche e gambe fasciate in pantaloni di cotone bianchi talmente aderenti che la vestivano come una seconda pelle.
La ragazza calzava scarpe da ginnastica senza calze, eppure era alta quasi come me, di certo più del marito.
Dove diavolo l’avesse incontrata ancora non lo sapevo, ma di certo i due mi avrebbero presto raccontato tutta la loro storia.

- Finalmente il nostro ha deciso di fare questo tuffo nel passato. Passerà qui le sue vacanze e ho pensato che potremmo ospitarlo per il periodo che si tratterrà a Pavlos… sarà bello riparlare della nostra infanzia… -.
Dal tono di voce di si capiva che la decisione era già stata presa, e che il parere della moglie, riguardo la presenza del sottoscritto in casa loro, non era di certo per lui vincolante.
Rimasi infastidito da questo suo comportamento, e mi sentii in dovere di giustificare in qualche modo il mio arrivo improvviso.
- Monica… non ti devi sentire in obbligo… io sarei andato tranquillamente in albergo senza problemi… è che ha insistito… non vorrei in alcun modo importi la mia presenza… -.
Ma Monica m’interruppe subito.
- … vuoi scherzare ? Io sono felicissima che tu stia qui da noi. La casa è grande, come ben sai, e un pò di compagnia mi è proprio gradita… non ti devi assolutamente preoccupare di nulla… -.
- Grazie, Monica. Sei veramente molto gentile. Mi meraviglio che tu riesca ancora a sopportare un troglodita come … -.
Scoppiarono entrambi a ridere alla mia battuta, ed io fui molto sollevato nel constatare che anche Monica era felice di ospitarmi.

Li seguii, dunque, all’interno della casa, ancora incantato e stordito dal fascino della moglie di .
Monica era una donna così sensuale da lasciare tramortito qualunque uomo che si possa definire tale: non solo era bella e attraente, ma era circondata da un alone di erotismo inimmaginabile.
Tutto, in lei, risultava essere sexy: l’aspetto fisico era la caratteristica che più balzava agli occhi, ovviamente, ma la sua stessa voce, calda e profonda, e con quell’inflessione particolarissima della donna straniera che parla il greco, risultava terribilmente eccitante.
Quella punta d’invidia, che avevo provato poco prima per il mio amico , andò aumentando in modo esponenziale.
Incontrare una donna simile era stata, per lui, una straordinaria fortuna, una lotteria che a pochi uomini capita di vincere nella vita.

Mi riservarono un’ampia camera da letto al primo piano, con annesso un bagno spazioso e rifinito d’ogni comodità.
La casa era stata completamente ristrutturata dall’ultima volta che c’ero stato, ma ricordavo benissimo che quella stanza era stata da sempre la camera riservata agli ospiti.
Sistemai rapidamente i miei bagagli, mi detti una rinfrescata e raggiunsi i miei amici al pianoterra.

Dopo un pranzo veloce (con Monica che si era scusata, ma non sapendo del mio arrivo non aveva avuto tempo di dedicarsi ai fornelli), un po’ per lasciare tranquilli e Monica, e un po’ perché volevo fare una visita ai miei genitori al cimitero, mi accomiatai da loro, con la promessa di rientrare nel tardo pomeriggio: Monica mi disse che avrebbe preparato una cena speciale, ovviamente in mio onore e per festeggiare il mio ritorno a Pavlos.
Ringraziai entrambi per la loro squisita ospitalità, salii in macchina e, nel caldo del primo pomeriggio, tornai verso il paese; non mi vergogno nel dire che in quelle ore il pensiero di Monica non mi abbandonò un istante, unitamente al senso di colpa che provavo nei confronti di .
Lui mi aveva voluto ospitare ad ogni costo, dimostrandomi, se mai ce ne fosse stato bisogno, come ancora tenesse alla mia amicizia, ed io lo stavo ripagando in quel modo, desiderando con la mente sua moglie, la bellissima e seducente Monica.
M’imposi di abbandonare l’irrazionalità di quei miei pensieri, e di tornare ad essere la persona posata ed equilibrata che sempre ero stato nella vita.
Constatare l’oggettiva bellezza della moglie di era una cosa, ma desiderare la compagna del mio amico andava oltre l’educazione ed il buongusto.
Vi giuro che tutto sarebbe rientrato nella normalità se fosse dipeso esclusivamente da me, ma la realtà fu che rimasi travolto dai sorprendenti eventi che si verificarono in quei giorni: e, in definitiva, oggi sono più che felice che le cose mi siano sfuggite di mano in quel modo.

Il cimitero di Pavlos era esattamente come lo ricordavo: piccolo e molto curato, ombreggiato da fitti cipressi e grandi querce, le tombe ordinate in lunghe file circondate dal verde e dai fiori di mille colori, un’oasi di fresco nella calura opprimente.
Rimasi una buona mezz’ora in raccoglimento sulle tombe dei miei genitori, con la certezza che sarebbero passati ancora molti anni prima che io potessi tornare a far loro visita.
Quando uscii dal cimitero, mi ripromisi di tornare in quel luogo una seconda volta, magari il giorno prima di prendere l’aereo per l’Australia.

Passai il resto del pomeriggio alla ricerca di quei pochi parenti che mi erano rimasti in paese, convincendomi quasi subito, però, che quello che pensavo da tempo corrispondeva alla realtà: la mia partenza aveva definitivamente spezzato quei pochi legami di sangue che avevo ancora a Pavlos, e l’accoglienza che ricevetti, da lontani cugini e ancor più lontani zii, risultò essere formale, al limite della freddezza; è sufficiente dire dell’espressione di sollievo che avevo letto nei loro occhi quando venivano a sapere che avevo già una sistemazione in paese, con questo liberandoli dal fastidio di dovermi offrire ospitalità.
Me lo aspettavo, comunque, e la cosa non m’infastidì più di tanto.
Mi rimaneva , il mio amico di sempre, e questa consapevolezza mi fece ancora più apprezzare il suo caldo e disinteressato benvenuto.
Si stava avvicinando la sera, ormai, quando rientrai a casa di Monica e .

Cenammo sull’ampia veranda posteriore della casa, con lo sguardo che spaziava sulla campagna e sui lunghi filari di viti, avvolti, ogni minuto di più, dall’oscurità della notte incipiente.
La conversazione procedeva in un’atmosfera d’allegria e di spensieratezza, e era un vero e proprio fiume in piena di ricordi: Monica ed io ridevamo a crepapelle ai suoi lunghi e divertenti , mangiando di gusto le ottime pietanze preparate dalla ragazza, e bevendo il delizioso vino bianco della loro proprietà.
Prima era stata Monica a raccontarmi di come si erano conosciuti, complice una vacanza in Grecia della ragazza, e di come, in pochi mesi, loro avessero deciso di sposarsi.
Lei sentiva ancora molto la mancanza dell’Italia e della sua famiglia, ma a Pavlos si era ambientata benissimo, e la nostalgia per la sua terra era comunque mitigata dalla vita gradevole che conduceva con il marito.
Poi aveva attaccato : aveva voluto sapere tutto dell’Australia, sul mio lavoro, sulla casa dove vivevo, sulle mie conquiste femminili (nulla da tramandare ai posteri, credetemi… a quel tempo avevo una relazione, questo sì, ma non era di certo una cosa impegnativa e che mi facesse immaginare un futuro matrimonio), per poi lanciarsi in interminabili monologhi che iniziavano, invariabilmente, con “, ti ricordi quella volta che…”.
Insomma, tutto andava per il meglio e la serata si stava rivelando sempre più piacevole, quando, forse a causa dell’eccessivo vino bevuto, iniziò ad avventurarsi su argomenti per me un po’ troppo delicati, considerata la presenza della moglie.

“Adesso senti questa, Monica… ti ricordi, , di quella ragazza che piaceva ad entrambi… si chiamava… si chiamava… ora il nome mi sfugge… parlo di quella ragazza scura di capelli e di carnagione, e che avevamo conosciuto quell’anno a Patmos… dai… non fare quella faccia… non puoi non ricordarla anche tu… -.
Improvvisamente mi sembrava di aver iniziato a camminare su una scivolosissima lastra di ghiaccio, e di dover fare molta attenzione alla mia risposta.
- La ricordo, … certo… Caterina si chiamava, ma non credo che sia questo il momento adatto per rinvangare quella storia… -.
Così dicendo accennai di sfuggita con gli occhi alla moglie, cercando di far capire al mio amico che era sicuramente meglio se lui avesse cambiato discorso.
Ma era ormai inarrestabile.
- Tranquillo, … Monica non è certo gelosa del mio passato… come io non lo sono del suo… e poi sono convintissimo di quanto lei sia curiosa di sapere quello che ci accadde quell’estate… -.
E, infatti, fu proprio la moglie di a confermare subito quelle sue parole.
- E’ vero. La curiosità è proprio una delle mie caratteristiche… raccontatemi la vostra avventura, ragazzi. Non sono certo il tipo di donna che si scandalizza… -.

Fu in quel preciso momento che iniziai a sentirmi in imbarazzo.
Conoscevo Monica solo da poche ore, e il portarla a conoscenza di dettagli così intimi del mio passato mi sembrava non solo di cattivo gusto, ma anche assolutamente prematuro e fuor di luogo.
Ma questo problema non mostrava minimamente di averlo.
Con ogni probabilità era abituato ad avere una gran confidenza con la moglie, e l’argomento che si apprestava a toccare non gli sembrava essere imbarazzante nemmeno per me.
Invece io mi sarei volentieri astenuto dall’andare oltre.
Ma…
Mi versai l’ennesimo bicchiere di vino e attesi che lui continuasse a parlare.

- Allora… avevamo incontrato quella ragazza, Caterina si chiamava, come ha ricordato … insomma, l’avevamo conosciuta in un locale dell’isola dove eravamo andati in vacanza quell’anno. Era talmente bella che entrambi ce ne innamorammo all’istante… dico bene, ? -.
- Sì… è vero… fu proprio così… eravamo ragazzi, e anche alle prime esperienze… – risposi, sempre più a disagio, e cercando di far apparire la cosa, agli occhi di Monica, per quello che, in effetti, era stata: una vera e propria ragazzata, dove il testosterone era stato l’assoluto ed incontrastato protagonista.
riprese il suo racconto.
- Che noi due potessimo arrivare a litigare per una donna era assolutamente escluso, visto il livello di amicizia che ci univa. Ma Caterina la desideravamo entrambi, questo era il problema: e fu così che decidemmo di lasciare la scelta a lei, a Caterina stessa, in modo da non avere rimpianti su quella storia… -.
- E Caterina, alla fine, chi scelse tra i due ? – chiese Monica, guardando con sguardo divertito prima me e poi il marito.
- Nessuno – le risposi in tutta fretta, augurandomi di cuore che la questione finisse così.
Ma , accidenti a lui, non era di certo dello stesso mio parere.
- Dire nessuno non è propriamente corretto. Caterina la sua scelta la fece, eccome… scelse di non scegliere, diciamo così. Perché lei ci voleva entrambi… ed entrambi, in effetti, c’ebbe… -.
A quel punto ero pronto per sprofondare in qualche buco sottoterra: mi augurai che il calore che sentivo in volto fosse dovuto al troppo vino bevuto, e non alla vergogna che mi faceva avvampare le guance.
- Una sera con te ed una con , eh ? Non male, soprattutto per lei… – fece Monica con un sorriso, sorseggiando il suo bicchiere di vino.

Guardai fisso negli occhi, in un muto e disperato appello al silenzio.
Lui sostenne tranquillo il mio sguardo, ridendo del mio evidentissimo imbarazzo.
Capii all’istante che non si sarebbe fermato per nessuna ragione.
- No, Monica… non mi sono spiegato bene… Caterina non uscì una sera con e quella dopo con me… accadde che, una notte, sulla spiaggia, ed io ce la siamo scopata insieme… -.
aveva superato il limite della mia sopportazione, ed ora ero decisamente arrabbiato.
- Basta, … stai andando troppo oltre… – gli dissi, senza alcuna traccia di gentilezza nella mia voce.
Il silenzio che seguì a quelle mie parole fu lungo e fastidioso.
Mi dispiaceva di essere stato scortese con il mio amico, e mi dispiaceva molto, ma ritenevo che la presenza della moglie avrebbe dovuto sicuramente consigliargli un po’ più di tatto.

Fu proprio Monica a porre fine a quei secondi di silenzio che si erano fatti insopportabili.
- Dai, … non te la prendere… capisco perfettamente il tuo imbarazzo, ma… conosci da sempre, e sai com’è fatto il tuo amico… e poi… e poi… beata questa Caterina, no ? -.
Li guardai entrambi e scoppiammo finalmente tutti e tre in una risata liberatoria.
Il momento di difficoltà era fortunatamente passato, ed era passato grazie alle parole di quella splendida donna che era la moglie di , a quella sua battuta che aveva sdrammatizzato e rasserenato l’atmosfera attorno alla tavola.

La conversazione, dunque, tornò ad essere più leggera, ed il buonumore aleggiava nuovamente tra noi.
Ma non mi era sfuggita quella scintilla d’interesse che era apparsa, anche se solo per un attimo, negli occhi di Monica, quando aveva capito che io ed il marito avevamo fatto l’amore in tre con quella ragazza, a Patmos: la moglie di non era rimasta di certo insensibile a quell’immagine che le si era formata nella mente, ed ero sicuro che se il marito si fosse avventurato a raccontare particolari ancora più intimi di quella notte sulla spiaggia (e ci sarebbe stato molto da dire, credetemi), lei si sarebbe certamente eccitata.
In quei minuti non sapevo quale fosse la loro vita sessuale, ma gli occhi di Monica e la mancanza di pudore di mi avrebbero dovuto far intuire quanto il loro rapporto di coppia fosse, a dir poco, singolare; e, in verità, non mi ci volle troppo tempo per capire come stessero realmente le cose…
Ero convintissimo che la ragazza sarebbe andata su di giri se fosse venuta a conoscenza dei dettagli di quella scopata in tre…
Ed il pensiero di vedere Monica eccitata aveva fatto sì che mi fossi eccitato, e sul serio, anche io: avvertii chiaramente i primi sintomi di una potente erezione tendermi la stoffa dei pantaloni.
Cercai di dominare queste mie reazioni, non volendo in alcun modo offendere e la sua compagna.

Per mia fortuna, la fine della cena scivolò via in maniera più tranquilla.
La sera si era andata trasformando in notte, e la luce della veranda era l’unica fonte luminosa che si poteva vedere nella campagna buia.
I grilli avevano iniziato a cantare il loro assordante concerto, e una miriade d’insetti volteggiava impazzito attorno alle lampade accese.
ed io continuavamo a chiacchierare, sicuramente un po’ brilli per il troppo vino bevuto, mentre Monica era andata in cucina a prendere il dessert.
La moglie del mio amico tornò con tre coppe piene di fragole: usando una bomboletta di panna, Monica guarnì i rossi frutti con una generosa dose della stessa.
Quel lampo che le avevo visto passare negli occhi poco prima era ora del tutto scomparso, al punto che ero arrivato a credere di aver immaginato un qualcosa che non era mai esistito.
Probabilmente era stato il vino a confondere le mie idee.
Meglio così, mi dissi, sollevato dal fatto che quei momenti d’imbarazzo fossero passati.

Avevo appena iniziato a mangiare le fragole, quando riprese a parlare: – Adoro le fragole… e adoro anche la panna… anche se il modo in cui più mi piace mangiarla è questo… -.
Incuriosito, sollevai lo sguardo e vidi il mio amico intingere un dito nella sua coppa, raccogliere una quantità notevole di panna e, sporgendosi verso la moglie, cospargerle il collo con la bianca sostanza.
Monica indossava una scollata camicetta gialla senza maniche, ed il suo collo era così completamente scoperto: rimasi immobile a guardarla, bellissima ed affascinante con la sua pelle abbronzata macchiata del bianco della panna.

A quel punto avvicinò le al collo di Monica e, con una sensuale leccata, portò via quasi tutta la panna dalla pelle della moglie.
Osservai Monica chiudere gli occhi e rabbrividire percettibilmente di piacere al contatto con la lingua di .
L’atmosfera fra noi tre era d’improvviso nuovamente cambiata, la goliardia di quella serata che si stava trasformando in un qualcosa di completamente diverso, in un’eccitante miscela di sensualità ed erotismo, ed il gesto di ne era stato il più chiaro dei segnali.
Ancora oggi non ho capito fino in fondo quando i due avessero scelto di coinvolgermi in quella notte folle che stava iniziando: forse si trattò di una decisione improvvisa, alimentata dal vino e dalla calda serata estiva, ma io sospetto che i miei due ospiti avessero lungamente premeditato le loro mosse durante la giornata, entrambi eccitati all’idea di ritrovarsi il sottoscritto nel loro letto.
Non ho avuto occasione di chiedere a quale fosse la verità, anche perché, dopo quella mia vacanza, non sono più tornato a Pavlos, temendo di scivolare di nuovo in quel pozzo di lussuria e di libidine nel quale mi ritrovai a precipitare in quei quindici giorni.

Il mio amico allontanò le dalla calda pelle della moglie, un ambiguo sorriso a distendergli ora le ancora macchiate di panna.
E anche Monica, seduta immobile al suo posto, mi osservava con uno sguardo divertito: era più che evidente come i due stessero valutando le mie reazioni alla loro esplicita proposta.
Onestamente la situazione si era fatta per me molto difficile, non sapendo con certezza se i due mi stessero soltanto provocando, o se, invece, mi stessero mettendo alla prova, sondando quale potesse essere la mia risposta a quel loro chiaro invito a partecipare ai loro giochi erotici.
Evidentemente, però, l’espressione del mio viso parlava da sola, perché non ci vollero più di trenta secondi a convincerli di avermi definitivamente invischiato nella loro diabolica trappola erotica.
Infatti allungò un braccio e, con le dita, prese a sbottonare la camicetta di Monica.
- Mio caro , ora ti faremo vedere il modo in cui noi siamo soliti giocare… -.
La voce di sembrò venire da molto lontano.
Le mie debolissime difese d’ordine morale erano state definitivamente spazzate via, ed i miei occhi erano fissi su quella mano che aveva preso a spogliare Monica: ero prontissimo a partecipare a quella festa del sesso che andava ad iniziare, e gli eventuali rimpianti e rimorsi per quella mia decisione avrebbero dovuto attendere il giorno successivo.

Bottone dopo bottone, la camicetta si aprì completamente, ed i seni di Monica, tonici e perfettamente modellati, mi apparvero come una straordinaria visione: la ragazza non indossava il reggiseno, non so se per una sua consolidata abitudine o perché i due avessero effettivamente previsto l’incredibile conclusione di quella cena.

afferrò la bomboletta, la accostò ai seni di Monica e ricoprì i capezzoli della moglie di candida panna, mentre lei si mordeva sensualmente il labbro inferiore.
- Dai, … facciamo come ai vecchi tempi… lo so perfettamente che anche tu non aspetti altro… – mi disse , accostando le al seno sinistro della moglie.
- Sì… leccami anche tu… – m’invitò Monica, con il suo sguardo sempre più torbido ed ambiguo.
Gli ultimi residui di perplessità e d’incertezza che ancora provavo si dileguarono all’istante, sostituiti da una travolgente e dilagante eccitazione: mi chinai verso Monica, avvicinando la bocca al suo seno destro e, in punta di lingua, leccai la panna ed il capezzolo, già meravigliosamente duro e sporgente.
Fu una sensazione straordinaria quella di sentire la ragazza rabbrividire di piacere al contatto delle nostre lingue: ed il suo respiro, subito fattosi affannoso, contribuì ad accrescere, e di tanto, le mie emozioni di quegli istanti.
ed io le ripulimmo rapidamente i seni dalla panna, godendoci quei capezzoli così eccezionalmente eretti: quindi, senza pronunciare nemmeno una parola, ci alzammo tutti e tre dal tavolo dove avevamo cenato e rientrammo in casa, salendo al piano superiore e dirigendoci verso la loro camera da letto.
La serata aveva preso una direzione per me assolutamente inaspettata, ma l’idea di poter avere la moglie di , di vederla nuda e desiderabile, di godere del suo corpo che rasentava la perfezione, di perdermi con la donna che avevo conosciuto solo quella stessa mattina, ma che avevo desiderato sin dal primo momento in cui i miei occhi si erano posati su di lei, mi aveva proiettato in una dimensione in cui l’eccitazione aveva travolto qualunque freno inibitore.
Ero pronto a dare tutto quello che loro desideravano, e a prendermi tutto il piacere che Monica mi avrebbe regalato.

Monica accese una piccola lampada posta sul comodino di fianco al letto: quindi, con movimenti sinuosi ed aggraziati, si liberò velocemente degli abiti, andandosi a mettere poi, completamente nuda, in ginocchio sull’ampio letto matrimoniale.
La donna era di una bellezza a dir poco sconvolgente: la pelle, liscia e morbida, appena colorata da quella lieve abbronzatura che faceva risaltare magicamente i segni del ridotto costume a due pezzi che evidentemente lei era solita indossare per prendere il sole, era un richiamo assolutamente irresistibile.
I lunghi capelli biondi sembravano riflettere la tenue luce della lampada, e le fantastiche forme del suo corpo mi strapparono un fremito di puro ed incontrollabile desiderio animale.

Anche ed io, in silenzio e con gli occhi fissi su quella straordinaria bellezza, ci togliemmo rapidamente i vestiti di dosso e, nudi, ci sdraiammo sul letto, lei ancora in ginocchio tra noi.
Monica, visibilmente eccitata, guardò per alcuni lunghi secondi i due cazzi in piena erezione che si offrivano alle sue attenzioni: quindi, dalla mano del marito prese la bomboletta della panna che lui aveva portato sul letto, iniziando ad agitarla, negli occhi un pozzo di libidine senza fine.
Immobile, lo sguardo puntato su di lei, attesi, con il cuore che mi batteva furioso in gola, le sue prossime mosse.

Monica allungò la mano, una mano dalle snelle ed eleganti dita, dalle lunghe unghie laccate con un delicato smalto trasparente, la fece scivolare lieve sul mio cazzo, scappellandomelo del tutto: poi la stessa mano riservò il medesimo trattamento al pene del marito, scoprendone per intero la larga e violacea cappella.
Quindi la donna accostò la bomboletta alle due erezioni, ricoprendole completamente con la panna: con il respiro reso difficoltoso dalla violenta eccitazione, ed io la osservammo lasciar cadere la bomboletta ai piedi del letto.

Monica (e in quel momento mi passò per la testa la curiosa idea che, anche in quei frangenti, la ragazza si dimostrava una perfetta padrona di casa, riservando per primo all’ospite le sue attenzioni) chinò la testa su di me e lasciò finalmente guizzare la lingua sul mio cazzo, iniziando a ripulirlo con cura della panna.
A quell’improvviso contatto, un’impetuosa scossa di desiderio dilagò nel mio corpo, insinuandosi in ogni più remota terminazione nervosa.
Affondai le mani tra i biondi e morbidi capelli della donna, e guidai la sua testa su di me.

Intanto che , affascinato ed eccitato dalla scena, guardava la moglie all’opera sul mio pene, Monica leccò via tutta la panna, strappandomi dall’anima fremiti e sospiri sempre più intensi.
Poi la ragazza circondò delicatamente con le la cappella, per poi ingoiare il mio cazzo per più di metà, iniziando a succhiare l’asta in un pompino da favola.
La moglie di si rivelò veramente diabolica nella sua straordinaria abilità: le dita delle sue erotiche mani a carezzarmi la base e lo scroto, con la bocca mi trascinò verso il paradiso, facendomi esplodere in pochi minuti: spingendo con le mani la sua testa sul mio cazzo, le inondai la bocca di sperma, scaricando tra le sue tutto il mio orgasmo.
Nel momento in cui Monica risollevò il viso, vidi un rivolo bianco di seme colarle lentamente sul mento…

Svuotato di ogni energia, osservai la ragazza lasciare la verga ancora pulsante, voltare il viso verso il marito ed iniziare subito a ripulire dalla panna quel cazzo che, spasmodicamente, attendeva le sue straordinarie attenzioni.
E così anche ebbe il mio stesso trattamento, venendo alla fine anche lui nella bocca della moglie, e gridando tutto il suo piacere, troppo a lungo trattenuto.

Dopo averci regalato quell’indimenticabile e fantastico orgasmo, Monica ci accarezzò a lungo, un cazzo in ogni mano, restituendoci il vigore assopito da quella prima e così intensa eiaculazione.
Poi la donna si sdraiò tra noi, l’eccitazione a livelli per lei non più tollerabili, offrendo il suo erotico corpo alle nostre amorevoli cure.

ed io, anche noi nuovamente eccitati, non la facemmo attendere un istante di più.

Mentre il mio amico aveva accostato le a quelle della moglie, iniziando a baciarla con passione, io presi ad accarezzarle i seni ed il ventre, provando un immenso piacere dal contatto delle mie mani con la vellutata pelle della ragazza.
Scivolai con una mano lungo quel corpo vibrante per la straordinaria tensione erotica di quegli istanti, sfiorando appena i radi peli del pube di Monica, e quindi l’interno delle sue cosce divaricate, bagnandomi le dita nei suoi caldi e profumati umori, già abbondantemente fuoriusciti per la dilagante e irrefrenabile eccitazione della donna.
Insieme al marito, le percorremmo l’intero corpo con le lingue, leccandole i capezzoli e l’ombelico, e inumidendole con la nostra saliva il collo e le spalle, le gambe ed i piedi.
Intanto che indugiava sapientemente con le sul clitoride della moglie, io dedicai le mie attenzioni ai piedi della ragazza, baciando le agili caviglie e succhiando, una ad una, le splendide dita, eccitandomi come non mai al contatto e alla vista delle sue unghie, voluttuosamente laccate dello stesso smalto lucido che Monica aveva su quelle delle mani.
Quindi, nel momento in cui la mia tensione erotica aveva raggiunto l’apice del sopportabile, accostai uno dei suoi piedi al mio cazzo, premendolo sull’asta congestionata: subito le dita del piede della ragazza presero a masturbarmi, scoprendomi la cappella con crescente rapidità.

Ancora preda della bocca di , che ora aveva lasciato il clitoride della moglie per leccarle le grandi , Monica si sciolse nel suo primo orgasmo, inarcandosi e gridando tutta la sua incontenibile eccitazione.
Fu allora che allontanai il suo piede dal mio pene, non volendo godere in quel modo, anche se l’idea di sporcarle le dita e le unghie con il mio sperma mi affascinava terribilmente: ma io volevo penetrarla, entrare subito in lei e scoparla fino allo sfinimento.
, però, mi prevenne: si sdraiò sul letto a gambe divaricate e Monica fu lesta a salirgli sopra.
Con la destra la ragazza afferrò il cazzo del marito, lo guidò fino al punto in cui la cappella fu a contatto con la sua fica dischiusa, e quindi, in un solo colpo, s’impalò su quell’asta che così bene conosceva.
Con una punta di delusione, mi presi il pene con la mano e iniziai a masturbarmi, gli occhi fissi su quei due corpi uniti, non resistendo alla visione della schiena eretta della donna, dei suoi lunghi capelli biondi che si agitavano al ritmo della scopata, delle sue magnifiche natiche, armoniose e perfette, e che si muovevano con seducenti movimenti verticali.
Rimasi ipnotizzato dalla bellezza del corpo di Monica.
Allungai la mano libera e le accarezzai lentamente la schiena, dal collo fino alle reni, per poi insinuare le mie dita nel solco che si apriva tra le due superbe natiche.

- Puttana… sei la mia puttana… la mia troia… una grandissima e meravigliosa troia… -.
La voce di , resa roca dall’eccitazione e rotta dall’intenso desiderio, contribuiva a rendere ancora più torridi e carichi di libidine quei momenti di folle lussuria.
- Sì… sono la tua troia… continua ad insultarmi… adoro essere scopata così… -.
Quelle parole volgari, quelle oscenità che i due si rivolgevano in continuazione mi portarono ad un tale livello d’eccitazione da farmi quasi star male.
In ginocchio, alle spalle di Monica, smisi di masturbarmi e, con le mani, le allargai le natiche, prendendo quindi a stuzzicarle l’ano con le dita.
Lentamente infilai l’indice della destra nel suo , strappandole ancora più intense grida di piacere.

A distanza di tanti anni, rivedo ancora nella mente quelle straordinarie immagini con estrema nitidezza,
Monica, seduta sul cazzo di , la sua fica piena della carne bollente del marito, che lentamente volta il viso verso di me, i suoi lunghi capelli biondi in una splendida cascata dai riflessi del grano, la sua mano destra, dalle meravigliose e lunghe unghie, appoggiata sulla natica, ad allargarla ed a mostrarmi l’ano, e la sua sensuale voce ad accarezzarmi l’udito.
- Prendimi, … entrami di dietro… inculami… e fammi godere… -.
Mi sembrava di vivere in un sogno, in una dimensione sconosciuta e sconvolgente.

Mi accostai ancor di più a lei, a Monica, a quella donna che, malgrado fosse la moglie del mio migliore amico, avevo desiderato sin dal primo momento in cui l’avevo incontrata: il mio petto sulla sua schiena, e le mie mani a stringerle i seni.
Portai il mio cazzo incredibilmente duro a contatto con il suo ano, e spinsi senza alcuna esitazione, entrandole nel completamente e fino in fondo, riempiendola della mia straordinaria eccitazione.
Avvertii nettamente come le sue pareti interne già fossero pronte alla penetrazione, segno inequivocabile di come Monica fosse abituata a farsi prendere da dietro, ad offrire il suo a quelle indelicate intrusioni.
Così, mentre il marito continuava a scoparla, io la inculai con sempre maggior vigore.
Monica urlava i suoi orgasmi, senza un attimo di sosta, stretta fra noi due, e così riempita dalle potenti erezioni che le scavavano le viscere, unica e meravigliosa dispensatrice del piacere più sfrenato…

Nell’esatto momento in cui il marito le esplodeva dentro tutto il suo orgasmo, anche io venni, allagandole il con nuovi e potenti getti di caldo sperma…

Inutile dire che il mio ritorno a Pavlos, dopo dieci anni di assenza dal paese natale, fu segnato da quell’esperienza sconcertante.
Nei giorni in cui fui ospitato in casa di e Monica, il sesso esplose in tutta la sua dirompente magnificenza: non passò notte, in pratica, che io non fossi ospitato nel loro letto, e le straordinarie arti erotiche di Monica ebbero modo di rivelarsi in tutta la loro incredibile sensualità.
In quei giorni venni a conoscenza, tra l’altro, della loro folle passione per i rapporti sessuali a tre: nei fine settimana, o quando i due partivano in vacanza per periodi più lunghi, il mio amico d’infanzia e la moglie andavano sempre alla ricerca di forti emozioni: uomini e donne (Monica non disdegnava di certo anche le compagnie femminili, come una notte mi raccontò mentre ed io le spalmavamo il corpo di olio abbronzante)) si alternavano con loro tra le lenzuola, in un girotondo sessuale che entrambi desideravano vivere fino in fondo.
In paese, ovviamente, risultavano essere una coppia assolutamente normale, e Monica in particolare era considerata una ragazza schiva e di poche parole: e loro, proprio per evitare chiacchiere e pettegolezzi, stavano molto attenti ad incontrare il partner o la partner di turno sempre lontano da Pavlos e dagli occhi dei compaesani.
Ho la quasi matematica certezza che io, in quei giorni, rappresentai la classica eccezione alla regola.

Malgrado siano passati tanti anni da quei giorni, con Monica e mi sento regolarmente per telefono.
A Pavlos, però, non sono più tornato da allora, malgrado loro mi abbiano invitato più volte.
E difficilmente prevedo di ritornarci.
Quello che accadde in quelle due settimane lo ricordo sempre con piacere ed emozione, ma voglio che il tutto resti solo un ricordo; aver capito di essere stato soltanto uno fra i tanti uomini che allietano le loro bollenti avventure sessuali mi mette chiaramente a disagio.
In definitiva, per loro, io sono stato solamente un giocattolo da usare per qualche notte di piacere e di passione.

FINE

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RITORNO A PAVLOS (hard)

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la-superpoliziotta-michelle-ferrariDopo aver visto in azione la sexy secondina Luna Stern (in Abusi in Gendarmeria) Qusta volta tocca a Michelle Ferrari indossare la divisa di un tutore dell’ordine. Il nuovo della pornostar spezzina si chiama “La ”, anche se pare che di super ci siano soprattutto le scene di con lo stallone Denis Martì. Sembra anzi che la bionda Michelle dia vita ad una poliziotta molto intraprendente ma piuttosto svampita.

Nel cast altre bellissime attrici, tra cui segnaliamo Valentina Canali, Myra Lion, Maddy Waters e Sorana. Il cast maschile è invece costituito dalla classicissima triade Denis Martì, Marco Nero e Omar Galanti, ormai veramente immancabili nelle produzioni hard italiane (vedi Necrox)

Il , diretto da Giò Serrano, sarà distribuito dalla Silvio Bandinelli Factory.

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La Superpoliziotta, Michelle Ferrari nel suo nuovo film

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Roberta (racconto di Diabolik1)

La mia vita con Roberta scorre serena e devo dire che dal punto di vista sessuale le cose vanno veramente molto bene. Roberta è una donna incredibile che mi ha riempito la vita, grazie a lei sono un uomo migliore, e quella sensazione di solitudine ormai è sparita. Ho, finalmente, quello che desideravo di più e mi sento finalmente appagato.

Vi vorrei ora raccontare come Roberta è diventata quello che è oggi, in queste poche righe cercherò di narrarvi i primi turbamenti sessuali di una ragazzina e come da essi sia sorta una donna la cui voglia di sesso dopo tanti giri l’ha fatta arrivare tra le mie braccia. I rapporti sessuali tra adolescenti spesso sono brutti e fatti in modo e per ragioni sbagliate, infatti…

Roberta ha avuto un’iniziazione al mondo del sesso, forse un po’ particolare, infatti, a 19 anni Roberta veniva da una relazione con un ragazzo da cui era uscita con le ossa rotte. Stavano insieme da almeno 3 anni e dallo stesso tempo facevano regolarmente sesso, senza che Roberta avesse mai provato la sensazione dell’.
Giacomo, questo era il suo nome, entrava in lei, si agitava un po’, poi rantolava, veniva e quindi usciva, si vestiva e la salutava, sempre con meno trasporto, perché doveva uscire per spassarsela con i suoi amici lasciando in Roberta, ogni giorno sempre di più, una sensazione di profonda tristezza e amarezza.
Roberta, come tutte le ragazze, forse un po’ romantiche sognava il grande amore e solo con lui fare l’amore, ma poi per accontentare il suo ragazzo e per dare seguito a quel irresistibile desiderio di fare sesso che le cresceva nel cervello ed in mezzo alle cosce, accettò di accontentarlo. E lo faceva con entusiasmo pensando che tutto finisse lì con l’ maschile, Giacomo usava il preservativo e quindi per lei non c’erano mai conseguenze. Non capiva, però, come mai le sue amiche parlassero sempre di com’era stato bello, dolce, eccitante farlo con i loro ragazzi o, per le più spregiudicate, con degli amanti occasionali.

Poi Roberta, appunto un paio di giorni dopo aver compiuto 19 anni andò a trovare Giacomo a casa sua, voleva fargli una sorpresa, aveva comprato un completino intimo molto sexy, però quando arrivò a casa sua scoprì che il suo Giacomo era a letto con un’altra e i due si stavano divertendo moltissimo, e per quanto lei poteva sentire molto di più di quanto lei non si fosse mai divertita. Entrò in stanza, ma lui fece finta di non vederla, l’altra impallidì. Roberta fu gelida: “non ti voglio più vedere” e se ne andò.
Giacomo non si fece più vedere.
Dopo alcuni giorni in cui il dolore sembrava prevalere Roberta dette ascolto alla sua migliore amica Angelica che le diceva che non ci doveva rimanere male, che Giacomo era stato uno stronzo e che, anzi, doveva essere contenta di essersi liberata di quello, e che doveva capire che Giacomo non l’aveva mai amata. Roberta ci mise alcuni giorni ad accettare la nuova situazione, ma poi, come dice il proverbio, il tempo lenisce tutti i dolori e ogni mattina lei si svegliava sempre meglio, sempre più serena.

Dopo alcuni mesi in cui non ebbe alcun tipo di relazione sentimentale per Roberta cominciarono a cambiare le cose.
La madre, le chiese di andare dal loro medico perché aveva bisogno d’alcune ricette mediche, quando arrivò dal medico la sala d’aspetto era completamente piena tranne per un posto vicino ad una giovane donna. Roberta ci si sedette e cominciarono a parlare, Sara era di , ma ormai viveva, da alcuni mesi, in Liguria dove lavorava in un piccolo studio legale che si occupava di diritto della navigazione.
La mia amata all’inizio non capiva cosa le stesse succedendo ma non riusciva più a toglierle gli occhi di dosso. Sara era vestita in modo classico, aveva un abito giacca doppio petto e pantaloni nero, sotto la giacca indossava solo il reggiseno, ai piedi portava delle scarpe eleganti con tacco vertiginoso, il trucco quel pomeriggio era semplice sui toni del rosa, nulla di eccitante, ma nel complesso quella donna la intrigava oltre misura. Dopo la visita Sara sparì dalla circolazione per un bel po’ di tempo.

Dopo la maturità Roberta andò al mare in Liguria con i suoi genitori e lì, proprio nello stabilimento balneare dove andavano da anni ritrovò Sara. Lei era la sdraiata, completamente ricoperta di olio abbronzante. Quando Roberta la vide ricoperta solo dal triangolino degli slip ebbe un moto di entusiasmo, e quando fu Sara a salutarla lei ne fu ancora più contenta. Sara e Roberta passarono tutta la giornata a prendere il sole, a ridere, a scherzare e a fare il bagno insieme.
I genitori di Roberta ne furono felici, finalmente la loro bambina sembrava che fosse tornata allegra e spensierata. Dopo 2 giorni i suoi genitori dovettero tornare a per problemi di lavoro e Roberta restò sola con la sua amica. Al terzo giorno anche Sara dovette andare a Genova per lavoro e con l’occasione avrebbe portato al mare dei vestiti per le serate mondane che avrebbero trascorso insieme. Roberta rimase sola, e francamente, un po’ triste tutto il giorno e anche all’inizio della serata, poi intorno alle 11 di sera Roberta vide arrivare Sara, vestita con un abito molto corto di pelle lucida nera, i capelli castani erano pettinati tutti indietro con un uso abbondate di gel, Sara era truccata di tutto punto e aveva sulle carnose un rossetto rosso scuro, le unghie erano dello stesso tono di rosso, lunghe e molto sexy, ai piedi aveva dei sandali neri di vernice con tacco almeno di 15 centimetri. Roberta rimase affascinata dalla bellezza della sua amica, la quale aveva un vestito pure per lei. Andarono nella stanza di Roberta e Sara fece spogliare Roberta poi la mandò a farsi una rapidissima doccia, in realtà doveva solo bagnarsi i capelli e il corpo. All’uscita della doccia Sara pettinò i capelli di Roberta più o meno come i suoi, in altre parole all’indietro, ma con la riga da una parte e legati dietro la nuca, anche in questo caso ci fu abbondante uso di gel, poi Sara truccò Roberta mettendole anche lo stesso rossetto e lo stesso smalto. Il vestito che doveva indossare Roberta era una tuta di pelle aderentissima che metteva in risalto l’abbondante seno oltre che il magnifico sedere. Il quadretto estremamente sexy era completato da un paio di stivali di vernice con il tacchi a spillo anch’esso di almeno 15 centimetri.
Le due donne scesero in discoteca così vestite e tutti i presenti sia maschi che femmine rimasero ammaliati dalla straordinaria bellezza delle due donne. La serata si concluse con un primo bacio che si diedero sulle , ma nulla di più.

Il giorno dopo Sara non volle sentire ragioni, dovevano assolutamente prendere il sole in topless. E Roberta non oppose troppe resistenze voleva vedere il seno di Sara e voleva che Sara vedesse il suo. La giornata trascorse in grande serenità, ormai tra le due donne si era istaurato un rapporto di grande intimità ed amicizia che andava oltre le cose che si dicevano, e comprendeva tutti gli sguardi e le carezze che le due donne si davano quotidianamente. La sera Roberta sperava di riandare in discoteca con la sua Sara, ma lei le consigliò di andare a letto presto perché la giornata sarebbe stata molto pesante e Sara voleva che la sua giovane amica fosse in splendida forma. Quella sera Roberta indossò gli stivali che le aveva dato Sara e si mise il rossetto e poi si andò a sdraiare sul letto e per la prima volta in tutta la sua vita cominciò a toccarsi, venne interrotta da una telefonata dei suoi che volevano sapere come andavano le cose.

L’appuntamento per il giorno dopo era stato fissato dalle due amiche per le 9 del mattino per fare colazione ed iniziare la loro giornata. Sara si presentò all’appuntamento vestita con un completo da tennis che lasciò perplessa Roberta, lei aveva un paio di pantaloncini e sopra indossava una magliettina con sotto il reggiseno del costume. Sara chiese ai bagnini di caricare i due borsoni termici sul piccolo motoscafo su cui le due donne sarebbero salite dopo pochi secondi. Sara e Roberta cominciarono a navigare verso una non meglio identificata spiaggia accessibile solo dal mare. A circa metà del viaggio Sara cominciò a spogliarsi, rimanendo completamente nuda, Roberta aveva davanti agli occhi lo spettacolo voluttuoso del corpo nudo dell’amica, i seni perfetti, grandi e rotondi con i capezzoli completamente duri, la fica completamente depilata, con il clitoride in bella vista, a completare questa magnifica immagine il sedere di Sara di una bellezza sconvolgente. Roberta non perse un solo istante per imitare l’amica e nel giro di pochi secondi, anche lei, espose il suo scultoreo corpo ai raggi del sole e agli occhi estasiati dell’amica. Roberta, la sera prima, dopo essersi toccata, decise anche lei, di depilarsi completamente la patata. Del corpo di Roberta e del suo seno già vi ho narrato devo solo aggiungere che il mix tra la sua dolcezza, la sua ingenuità si trasformava in un’incredibile carica erotica che doveva essere assolutamente sconvolgente in quei momenti.

Sara fece molti complimenti all’amica per il magnifico corpo, arrivate alla piccola spiaggia, Sara ormeggiò il loro piccolo mezzo di trasporto e con l’aiuto di Roberta portò le vettovaglie a riva e si sdraiarono al sole, ad un certo punto Sara chiese a Roberta se le poteva fare piacere se le spalmava l’olio solare su tutto il corpo, lei accettò, le due donne si misero sedute sull’asciugamano di Roberta una dietro l’altra. Il massaggio di Sara iniziò in modo molto tranquillo, ma una volta resasi conto che all’amica il massaggio piaceva molto e quasi perdeva il controllo di se mentre le sue mani le accarezzavano la pelle liscia e vellutata, allora Sara si mise altro olio sulle mani e cominciò ad accarezzare le tette dell’amica, che al solo contatto delle sue mani diventarono come di marmo, e i capezzoli dritti e duri, Roberta bloccò le mani dell’amica e poi le chiese di non fermarsi, contemporaneamente allargò le gambe come per invitare l’amica a massaggiarla proprio li. Roberta indietreggiò per cercare sempre di più il contatto con l’amica e quando buttò la testa indietro lei cominciò a baciarla sul collo, con la schiena sentì i capezzoli della sua amante completamente duri. Sara non era un sadica, ma non voleva scoparla subito voleva che l’amica assaporasse ogni istante di quei preliminari, in fondo Roberta non era una vera lesbica come lei.
Sara fu introdotta al sesso al femminile da una insegnante del suo liceo, la quale per punirla delle sue marachelle un giorno la convocò in classe, quando non c’era nessuno a scuola e cominciò a sculacciarla con un righello con dei piccoli colpetti facendole scoprire in culetto di diciassettenne. Dopo la sculacciata la professoressa cominciò a massaggiare il sedere di Sara che non riuscendo a capire il turbamento che provava, ma per lei era assolutamente chiaro che si stava eccitando molto di più di quanto non le fosse mai capitato con il suo ragazzo dell’epoca, poi la professoressa cominciò massaggiare la michetta depilata di Sara provocandole un incredibile . Le due donne fecero sesso in aula per alcune donne. La loro storia proseguì fino alla fine del liceo.
Dopo quell’insegnante Sara ebbe anche delle relazioni etero, ma la sua vera anima era lesbo e all’università si innamorò di una collega con cui visse alcuni anni.

Sara continuò con la mano destra a massaggiare il seno di Roberta, ma con l’altra mano le accarezzava tutto il corpo, mandandola in estasi. Per la prima volta nella sua vita lei ebbe un . Un primo e sconvolgente che le devastò il cervello e il corpo. Ora capiva perché per le sue amiche fare sesso fosse così dolce e tenero e sconvolgente.

Sara ormai non ebbe più preoccupazioni, era evidente che Roberta, veramente, desiderasse fare l’amore con lei e che veramente Roberta fosse pronta per iniziare un rapporto saffico. Finalmente Sara aveva la possibilità di insegnare tutto quello che sapeva sull’amore ad una donna e poteva uscire con lei, andare in tutti i locali pubblici erano due belle e giovani donne molto complici e non destavano di certo sospetti. E quando fossero andati in certi locali, a quel punto, Sara non si sarebbe più vergognata, come spesso le capitava, a causa di donne non certamente affascinanti e sensuali come lei. Le due donne passarono l’intera giornata in quell’angolo di paradiso facendo l’amore e ridendo e scherzando, in quei momenti Roberta era di nuovo una ragazza felice.

Al loro ritorno in albergo, le due donne ebbero per così dire una brutta sorpresa, Sara doveva cambiare stanza, e l’unica libera era quella comunicate con quella di Roberta (quella era la stanza dei suoi genitori), Roberta aiutò immediatamente l’amica a traslocare e poi si fecero aprire la porta di comunicazione interna, in questo modo avevano a disposizione una suite e potevano girare liberamente nude e decidere in quale letto passare la notte. Si erano appena fatte la doccia e Sara stava spalmando il dopo sole sul corpo di Roberta, quando lei ricevette una telefonata dai suoi genitori parlò con la madre e poi si fece passare il padre a quel punto aveva voglia di Sara e si girò a pancia in su e cominciò a pomiciare con la sua Sara, i suoi non capirono perché Roberta divenne così strana, e decisero di chiudere la telefonata mandando un grande bacio alla figlia. Sara si alzò da Roberta e le disse che le voleva fare una sorpresa, si vestì e uscì di corsa, quando era fuori dalla porta intimò alla sua donna di chiudere gli occhi lei sarebbe tornata da li a poco, infatti, dopo circa venti minuti Sara fu di nuovo a casa dalla sua bella, in mano aveva una busta grande, da cui tirò fuori una busta più piccola da cui tirò fuori una completino intimo in pelle nero, il perizoma era talmente piccolo che era quasi un filo di pelle, il reggiseno era molto più strutturato, fatto a posta per contenere ed esaltare lo splendido seno di Roberta, poi visibilmente eccitata Sara tirò fuori un mini abito anch’esso di pelle nero che sembrava fatto a posta per mettere in evidenza, ancora una volta il corpo della giovane, il trucco sarebbe stato sicuramente pesante e molto affascinante Roberta scoprì quanto la eccitava avere le unghie laccate di rosso scuro o di color prugna, ormai non c’era più traccia di quella ragazzina timida che era tornata al mare con i suoi genitori, Sara quella sera decise che si sarebbe vestita di rosa, voleva evidenziare un contrasto con la sua amante. Roberta e Sara scesero, prima in sala da pranzo e poi andarono in discoteca facendosi guardare da tutti quanti, erano due giovani e eccitanti donne. Per tutta la sera non fecero altro che stuzzicarsi sfiorando i loro bellissimi corpi, quando arrivarono in camera fu evidente a tutte e due che era giunto il momento di dare sfogo alle loro più inconfessabili voglie. Sara voleva possedere la sua amante nei modi più completi, la sua sessualità aveva bisogno di più, ma ancora lei aveva paura che per Roberta fosse troppo presto, ma questo dubbio venne fugato immediatamente quando chiusero la porta della camera, Roberta chiese alla sua donna di possederla e le chiese se aveva un di gomma, a Sara quelle parole sembrarono miele.

Sara era una persona molto particolare e spesso amava giocare con i falli di gomma, anche se non amava essere penetrata dal , ma ogni tanto l’idea di possedere la compagna del momento come se fosse un uomo era quasi un desiderio inconfessabile ed inconfessato, quella sera Sara voleva indossare il suo strapp-on e possedere la sua donna in tutti modi possibili, Roberta quella notte ebbe un numero incalcolabile di orgasmi e diede piacere alla sua donna fino a sfinirla.

Il giorno dopo andarono a Genova per una piccola questione lavorativa di Sara, Roberta fece una sorpresa alla sua Sara e si presentò vestita da uomo, indossò il suo completino intimo più audace, quello di pelle, che le rendeva ancora più sodo e tonico il suo magnifico seno, sopra aveva un tailleur gessato, con sotto una camicia bianca, i capelli erano tutti ingellati e raccolti in uno chignon che sembrava fatto a posta per sconvolgere il suo prossimo, il look vagamente dark venne completato sa un paio di scarpe allacciate nere con il tacco di 20 centimetri. Il trucco era ovviamente molto pesante e scuro, quando Sara la vide pensò che era veramente fortunata. Il giorno passato a Genova fu un’autentica tortura, le due donne erano talmente tanto eccitate che bastava che si sfiorassero perché l’eccitazione crescesse in loro. La sera venne vista come una liberazione, infatti, non scesero nemmeno a cena passarono l’intera notte a fare sesso, quello più sfrenato a tratti quasi violento, il loro amore le portava anche ad atti di infinita dolcezza e delicatezza ad ogni e ve ne furono veramente tanti.

Le due donne in quei giorni aumentarono sempre di più la loro intesa sia sessuele che sentimentale, Roberta Aveva trovato finalmente l’amore e per nessun motivo al mondo avrebbe permesso a qualcuno o a qualcosa di frapporsi tra lei e la sua felicità

La loro storia d’amore andò avanti per tutto il resto della vacanza, poi le due donne si separarono Roberta tornava a e Sara a Genova. Roberta fin da piccola voleva fare l’avvocato, credeva con tutta se stessa che quella sarebbe stata la strada per la felicità lavorativa e con Sara spesso parlavano di lavoro e di quanto fosse interessante il diritto della navigazione, quindi quando si doveva iniziare l’università la scelta della facoltà e dell’indirizzo di studi da prendere fu chiara per Roberta c’era solo una possibilità, cioé la facoltà di legge di Genova. Roberta telefonò a Sara per darle il lieto annuncio, ma Sara era a , e quando rientrò e sentì il messaggio della sua Roberta la richiamò subito per proporle di andare a vivere assieme, i genitori ignari della loro storia pensarono che fosse bene che la loro bambina andasse a vivere con una persona del suo stesso sesso e molto più grande di lei. Roberta arrivò a casa dell’amica con i genitori, i quali furono molto contenti di vedere che la loro bambina andava a vivere in una casa così bella e in un bel quartiere. Poco prima dell’ora di cena i genitori di Roberta tornarono per sempre a e per le due donne fu solo amore, una storia che durò per tutto il tempo dell’università e che finì nel modo più dolce e delicato, come era stata la loro storia d’amore. Roberta nel corso degli anni si rese conto che le mancava qualcosa, anche se all’inizio no capì cosa fosse. Sara dal canto suo sentiva di avere bisogno di un altro tipo di rapporto, alle soglie dei 35 anni Sara aveva bisogno di avere accanto a se una donna e non solo una splendida ragazza, ma pur sempre troppo piccola per lei. Le due donne rimasero amiche per la pelle per sempre ed ancora oggi cercano di vedersi il più spesso possibile, ma l’intesa sessuale ormai no esiste più Sara convive con una donna della sua età di una bellezza e sensualità sconvolgenti, Agnese è il classico tipo mediterraneo alta bruna occhi neri penetranti e le sono divine.

FINE

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Roberta (racconto di Diabolik1)

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Aveva un che d’insolitamente serioso oggi Luca: sarà stato per la scuola, o per qualche compito che non riusciva a finire, oppure per qualche verifica incombente; fatto sta che un’aria così greve, mal si addiceva al suo esserino minuto e solitamente giocoso: refrattario persino alle mie coccoline fattegli dietro l’orecchio o al coppino, che scartava infastidito scansando la testa. Tornai alla carica trascinandogli la seggiola – oggi insolitamente lontana – vicino e rigrattandogli l’orecchio, ma mi scacciò via la mia mano innervosito.
Beh… – pronunciai io con sconcerto per chiedergli spiegazioni.
Cosa vuoi? Tanto io sono soltanto un primino! – mi accusò.
Ma cosa…?
Oggi…. a scuola….! non è che perché voi siete di terza, noi non sentiamo! – noi…? voi…? ma che cos’era tutta quella: l’inizio della rivolta dei primini?
Oh… ma si può sapere cos’hai…? – gli pugnettai simpaticamente la spalla, ma lui s’allontanò invece di rispondermi come al solito.
Maledetto quel roscio! doveva esserci lui dietro! C’era lui infatti stamattina, quando avevo detto a Fausto di lasciar correre perché gli era cozzato contro: perché in fondo era “soltanto un primino”; e lui allora, offeso, doveva aver riferito tutto a Luca, con sommo godimento, stravolgendolo l’episodio: perché invidioso della nostra amicizia.
Piano riavvicinai la sedia, e lui seccato fe’ finta di niente, come se io non esistessi, continuando a legger sui quaderni; ma contemporaneamente quel fare permaloso m’incitava a tampinarlo: allora con nonchalance mi appropriai della sua mano, coccolandola, mentre lui fingeva ancora indifferenza, e dopo d’un po’ me la portai con l’esplicito intento d’infilarmela nei pantaloni, e lui reagì scorbutico: – Non sono il tuo giocattolino! – strappandomela – Te l’ho già detto! –.
Veh, Luca, vedi di darti una calmata! eh… E poi cos’è sempre sta storia del “giocattolino”?
Lo sai benissimo: è per come mi tratti! – ribatté.
Per come ti tratto? Luca, mi stai veramente seccando con sta fola: è dall’inizio dell’anno che vai avanti! – allora lui mi guardò con aria di sfida: come se gli dovessi mostrare che non fosse vero: – Luca, chi è venuto da me la prima volta? chi è venuto a casa mia? chi è? chi è venuto nella mia scuola? – replicai; e il suo sguardo che si fece perplesso: – Quindi, come vedi, è tutto da ridire su chi dovrebbe sentirsi il giocattolino di chi! – l’incalzai rinfacciandogli i termini della questione; e lui, in tutta risposta, si prese su e se n’andò via dalla parte della sedia, incazzato, e scomparendo dietro lo schienale del divano.

Dopo cinque minuti vidi lo schermo del televisore accendersi autonomamente: adesso il “Piccolo principe”, oltre a starsene immusonito in casa mia, si permetteva pure di accendermi il tivvù senza dir niente; da perfetto spadroncino di casa! Mi accusava di considerarlo soltanto come un “giocattolino” – a me…, dopo tutto quello che gli facevo! – e poi non aveva neanche il coraggio di andarsene da casa mia; ma anzi vi restava come se fosse il padroncino! Non ci potevo credere: cornuto e mazziato in casa mia; defraudato e detronizzato da un primino.
Dop’altri cinque minuti di matto ed inutile studio, scappai letteralmente in cucina a prender due merendine perché non ce la facevo più a sopportare quella situazione: dovevo chiarire la situazione e mi serviva un pretesto per incominciare. Avrei potuto portargli una banana scherzosamente, ma dopo quella sceneggiata: meglio evitare altri fraintendimenti; avrei potuto portargli anche il gatto, come calumet della pace, ma non lo trova: infatti ce l’aveva lui che già fusava tra le braccia, quando gli portai la merendina.
Posso? – dissi per sedermi visto che occupava tutto il divano, disteso; e spostò appena le gambe.
Scartai una merendina di nascosto per fargli una sorpresa, mentre lui mi guardava incuriosito con la coda dell’occhio per non farsi notare, poi glie la passai; Luca la prese senza dir niente, senza un’occhiata, come se gli fosse una cosa dovuta dal suo servitore. Quindi scartai la mia, insipida, inconsistente: perché l’ultima al cioccolato l’avevo lasciata a lui.
Luca mangiava indifferente la sua merendina e Niki ne grufolava le briciole (al cioccolato… boia d’un gatto!), mentre l’accarezzava. Poi m’avventurai anch’io sulla schiena del gatto, accarezzandolo: sperando d’usarlo da tramite per lui; e presto le nostre mani s’incrociarono scivolando su quel morbido manto, anche se il gatto pareva non gradire tutto quel traffico sul suo dorso arruffato. Cominciai a stuzzicarlo sopra al muso, suscitando il riso di Luca; – Lo sai che qui è un triangolo perfetto? – gl’indicai tra le orecchie e il muso del felino. Il primino mi guardò incuriosito, come chiedendomi altre spiegazioni. – Le distanzea tra le orecchie e il naso formano un triangolo equilatero nel gatto! – chiosai: ogni tanto qualche vaccata dovevo pur dirla per rendermi interessante; poi Niki, infastidito dal mio gesticolare davanti al suo muso, s’allontanò sdegnoso tra le risa mie e di Luca.
Vidi Niki zampettar via, e mi sentii toccare il cazzo. Luca si stava vergognosamente nascondendo dietro la mano come un bambino dopo aver fatto ‘na marachella, e io allora mi chinai , invece di dirgli: «Non devi farlo: non ce n’è bisogno!», per abbracciandolo. Una sensazione d’infinita tenerezza mi prese da quell’abbraccio, e cominciai a strusciarmi contro il suo volto, prima di mordicchiarlo al lobo, che lì vicino invitava tanto. Luca cominciò subito ad urlare aumentando il mio piacere, mentr’io m’accomodai sul suo corpicino per sbottonarlo meglio, a quella camicina flanellata a scacchi larghi e colori autunnali. Ero così preso dall’eccitamento da non riuscirmi più a coordinare nemmeno per sbottonarlo e mordicchiarlo al contempo; sicché preso dall’impazienza strappai fuori la camicia assieme alla canotta, e presi a carezzarlo su tutto quel busto nudo. Finii per riabbraccialo, scivolando con le braccia dietro, ed ebbi quasi un sussulto per la sensazione violenta di quelle scapole nelle coppe delle mie mani, e lo riadagiai sul divano. Il suo fisichino magro m’infregolava: il suo petto glabro m’ingrifava con quegli occhietti (le sue areole) che mi guardavano strano; così mi buttai a bacettarlo nel mezzo dello sterno, mentre con le mani andavo lo slacciavo, incitato da quella cappella già fuori dall’orlo dei pantaloni. La fibbia, la zip, le mutande… ecco! il suo frenammano, che mi alzai a osservare. Bella, lunga, come mamma glie l’aveva fatta, quella bega; e come nessuna ragazza gli aveva mai visto; presi a menarla, quasi sfibrandola, perché lui potesse godere e sentire tutto il bene che in cuore gli volevo. Il suo ansimo mi fe’ calare, un’altra volta, di nuovo a bacettarlo, ma sul collo, per poi incominciare con un succhiotto, mentre ardemente lo masturbavo.
Lui gemeva, e io intanto continuavo a bacettarlo sul quel collo teso: un po’ mi sembravo un vampiro, ma non interessato al suo sangue, ma al suo sperma! Scesi ribacettando lungo lo sterno, ma giunto in prossimità d’un dei suoi capezzoli, mi buttai su di quello, e Luca emise un gemito profondo che m’incitò a ciucciarlo sempre più a lungo.
Luca sembrava letteralmente impazzire dal piacere, per la mia gioia e la sua delizia, ma implorandomi di farlo venire: così scesi allora, precipitandomi su quel begone, e infilandone in gran proporzione. Finalmente era mio! lo era sempre stato, e lo sarebbe stato per sempre: ma il sentirmelo in bocca, me lo faceva sentire più mio. Ma come poteva quel primino accusarmi d’una cosa del genere: d’esser come un suo burattinaio, o una specie, se lui e il suo pene eran per me il mio centro e il mio fulcro dell’universo? Dopo tutti quegli orgasmi prodigatigli a vuoto: come poteva, anche solo pensarmi capace d’una nefandezza del genere!? io lo veneravo, e ora, un’altra volta, gliel’avrei mostrato. Luca ululò nuovamente il suo godereccio afflato, inondandomi la bocca del di lui piacere, che io succhiai intento a trarne sino all’ultima goccia.
Deglutii a goccia a goccia quell’insolita camomilla, per dilatargli ad infinitum ogni singolo attimo del suo prolungato , che piaceva non solo a lui, ma anche a me, per placare il suo indomito orgoglio. Poi mollai quel pezzetto di carne, per guardarmi a faccia a faccia con quel primino e gli sclamai: – Ma che giocattolino! – vibrandogli la testa tra le mani: – Tu, sei il mio primino!!! – e Luca mi concluse con un bel sorriso.

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Here is the original post:
Il giocattolino

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Seguendo a ruota le scelte già compiute da diversi anni da Sins Factory (Pink’o) e ATV, anche ShowTime Film si lancia a capofitto nel mercato del video on demand, ovvero la possibilità di noleggiare un film attraverso un portale web e guardarlo in streaming direttamente dal proprio computer connesso ad internet.

Il mercato del video on demand in Italia non è ancora saturo, questo è certo. Pionieri del settora furono quelli di 69Stream, che al momento è ancora leader incontrastato del mercato, essendo stato il primo soggetto ad investire in un sistema di video on demand funzionale ed in un portale molto pen posizionato su Google. La scelta poi di permettere anche a piccoli e grandi produttori di inserire i propri video sul portale, ottenendo delle “provvigioni” sui film noleggiato, hanno decretato definitivamente il successo del portale.

Bastano pochi sguardi al nuovo portale di ShowTime, FACTORYSTREAM.COM, per capire che si tratta di una replica del portale di 69Stream.com, con qualche piccolo cambio nei colori del tema, ma senza troppi sconvolgimenti (caratteri, dimensioni e icone sono le medesime). In effetti i film di Showtime erano disponibile su 69stream.com già da diversi anni, quindi il passaggio ad un portale con le sole produzioni della casa di Bandinelli sembra piuttosto naturale.

Vedremo se gli utenti premieranno questa semi-coraggiosa iniziativa o se i costi, come è già successo ad altri in passato, si riveleranno oltremodo superiori ai ricavi.

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Nuovo portale di porno streaming per Show Time

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Il compito gli era andato bene, mi aveva detto: dopo la nostra ripassatina…, e ora io ero lì che l’attendevo, come una fidanzatina alla finestra pronta a lucidare il motorino del suo bell’amato; del suo fidanzino. Poi, il suo prim prim, prima, e il suo drin drin, dopo, mi fecero le scale scendere velocemente, felice come una pasqua, e gridare a mia madre: – È per me! – perché stava per aprirgli; poi svelto mi dileguai dirigendomi al garage – avendogli indicato di dirigersi sul retro dalla finestra del salotto –, sotto gli occhi sbalorditi di mia madre per la mia velocità.

Dai entra! – gli dissi sulla soglia del garage e lui v’irruppe sgasando, infestando tutto l’ambiente coi suoi gas di scarico.
Cs!… cs!… LucAA!!! – lo rimproverai, e – Scusa… – mi chiese lui con la sua faccina mesta, togliendosi il casco: ma come facevo a rimproverare con un primino così!
Dai… vieni! – lo traghettai in camera mia, intanto che i gas si dissipassero: – … ‘tanto vienti a cambiare! –.
Perché?
Perché così mi aiuti! – si era infatti vestito “dalla festa”!!
Nel salire le scale, mi gustai già il momento in cui l’avrei rivisto nudo, o seminudo per la precisione: insomma, in mutande! e dentro la mia stanza l’osservai con attenzione, finché il gonfiore del suo intimo non scomparve dietro il tessutone grigiastro del tutame, a mo’ di separé, che però l’evidenziava ugualmente. Per tutto il tempo non l’avevo ascoltato, eccitato com’ero dalla sua nudità e dalla compresenza di mia madre nella casa: i suoi discorsi mi scivolavano sulle orecchie; ma ora, era come se mi avessero riacceso l’apparecchio, e lo sentivo bene! – Bene! andiamo… – m’incitò, e io pronto l’accompagnai, come se mi avessero dato un comando.

***

Beh, non li laviamo? – domandò/polemizzò quando vide che non mi accingevo a lavarli.
No, Luca, non ne ho proprio voglia! – inoltre non era stagione per farlo all’aperto, e dentro mio padre avrebbe scuoiato vivo se gli avessi allagato il garage: – Ti pulisco solo dove devo farci, e poi ti ci do un po’ di Polish! – e presi un secchio con dell’acqua e la spugna vecchia, accingendomi a lavargli la carena.
Uffa! Ma non si vede niente! – brontolai per lo scuro, ma in realtà per fargli capire quanto non era profonda quella graffiatura cui lui voleva mettessi mano.
Che c’è?
Niente…uff: non aveva capito! – Vammi a prendere la luce! di là in cantina… – e niente «per piacere», perché non se lo meritava! Luca ci andò, ma dopo sentii una vocina provenirne.
Alleee…
Ehhh?! – risposi alquanto scocciato: quel primino doveva servirmi per semplificarmela la vita, non per complicarmela!
Dov’èèè? – mmmh! ma proprio nulla sapeva fare, quel primino! E te lo credo: la luce era spenta!
Toh! qua! – gli sbattei sgarbatamente la torcia sul petto, che lui chiuse raccogliendo le braccia. Ma io, quasi quasi, in quel cantinin, ci facevo dell’altro con quel bel priminin..: ma tutta la mia buona predisposizione dell’inizio, l’avevo perduta dopo la sua palese dimostrazione d’imbranataggine e paranoia per quel seghettino; anche per un po’ di .

Luca tornò appollaiandosi sulla sella del suo motorino.
Sì, ma però fammi luce! – lamentai nuovamente per fargli intendere quanto non fosse “grosso” quello sgraffio, ma Luca non coglieva…
A un certo punto di soppiatto entrò Niki; e Luca corse subito ad accoglierlo; lasciandomi solo al lavoro, sul suo motorino; e la cosa m’indispettì parecchio, perché mentr’io mi facevo il mazzo, lui si divertiva a carezzare il gatto e a farsi strusciare (cosa che quel fetente non manco a me: il suo padrone!); così li richiamai: – Veh, ruffiano! ch’è per colpa tua che ora son qua! –.
Ma hai detto non è stato lui… – controbatté prontamente Luca.
Sì, ma è per colpa sua che l’hai scoperto! dunque… Dai, vieni che finiamo! –; e si avvicinò a me dubitando: – Ma se sicuro che funzioni? –.
Luca, è una crema abrasiva! senti! – speravo che se ne rendesse conto da sé: c’intinse dentro le dita, si strofinò i polpastrelli e in fine mugolò il suo segno d’assenso, con vena sapientina.
Bene! Fatto! – proclamai la fine dei miei lavori, ma quel primino arrivò torcia-munito a sindacare: – Ma si vede ancora…! – lamentò.
Sì, …con una torcia contro! – gliela strappai: – una lampadina alogena! e la lente d’ingrandimento! – rimbeccai, e lui rise.
Bene! Adesso che cosa facciamo? – ricominciò con buonumore.
Mah…, se vuoi possiamo controllarci le altre cose…
Cosa?
Le candele…, la batteria…, l’olio… – enumerai: – …hai portato il libretto, vero? –.e poi ci sarebbe stato anche il mio da fare: ma questo problema a lui sembrava non interessare.
Sì!
Bene, allora cominciamo! – ricominciai ovviamente dal suo; e lui ovviamente stava a guardare, e sindacava: – Ma sei sicuro che si faccia così? –.
Sììì, Luca…: prima il negativo e poi il positivo! – insomma, mio padre me l’aveva bene insegnata qualcosa? E il suo…? – Toh! prendi e mettila là, sul bancone! E non la girare! – lo rimproverai perché stava per rovesciarla: per guardarla.
Perché?
Perché NO! – beh! mah… insomma, ma proprio niente sapeva…! eppoi si permetteva di sindacare!
In quatto e quattr’otto cavai la mia batterai e la misi sul bancale accanto alla sua, sempre accompagnato dallo sguardo controllore del mio primino, manco fosse il mio direttore d’opera.
E ora… –
…controlliamo i livelli! Vedi questi qua? Sono i livelli dell’acqua, e devono essere tutti pari, e oltre la linea!
La sua era a posto (e te credo: era nuova!), anche se per controllare mi dovetti abbassare, perché la plastica biancastra m’impediva di confrontare; e quando gli chiesi dell’acqua perché la mia no, mi ritrovai il suo pacco praticamente in faccia: e porcavacca, se non era grosso!Mi ci sarei tuffato dentro colla faccia, in quella prosperità! Ma mi ripresi tornando su tutto rosso, quando mi passò la boccetta dell’acqua distillata.
Grazie… – ero imbarazzato per quanto che appena visto e pensato, e il suo tocco mi aveva elettrizzato. Quando mi riabbassai per controllare nuovamente, nel riprendere la boccetta, inavvertitamente sfiorai la sua patta e: – Ops! –, ritirai immediatamente la mano vergognato; ma lui mi esortò.
Dai, fallo! – mi disse; e allora con tutt’e due le mani mi precipitai sul suo fallo. Già duro ce l’aveva! Con una mano scesi sotto le sue palle e coll’altra fin in cima, nei pressi dell’ombelico, e da questi estremi tirai evidenziandone la forma tubolare: un tubo sembrava che c’avesse sotto quella tuta! Una palpatina veloce per tutta quella sagoma vergale; e poi abbassai, smutandandolo sul davanti soltanto quanto serviva, e presi a masturbarlo; e non me ne fregava niente se in quel momento entrava mia madre! Anzi, già solo il pensiero m’incitava: cosi finalmente l’avrebbe capito! Eppoi, se volevamo continuare, dovevamo pur sfogarci: sfogarlo e sfogarmi; o non ce l’avremmo più fatta ad andare avanti con quella libidine in corpo,
Me lo vedevo proiettato dinnanzi quel lungo pene diritto, e mentre che lo segavo mi faceva l’occhiolino, col suo meato che ritmicamente spariva. L’infilai mezzo in bocca: per calmarmi. Mmm… non potevo far a meno di un bel begone del genere: era per me in po’ come l’erogatore di benzina per il motorino: mi dava la carica, la “miscela” che mi serviva per tirare avanti, e che a me piaceva tanto; solo che adesso era fuori servizio, o meglio, io volevo che fosse fuori servizio, perché ancora non volevo far il pieno.

Leccai, ciucciai quel pistolotto fino in fondo, fino a sfogarmi del tutto, e poi mi alzai; e anche lui vidi bello che soddisfatto, e insieme pronti a ricominciare sul motorino. – Dai, che controlliamo la candela! – mi spronai, e poi non aveva senso controllare la batteria senza pulire la candela, anche se così ci stavamo completamente dimenticando del mio: – Ce n’hai eventualmente una di scorta, vero? –.
No! – mi guardò come se gli avessi chiesto qualcosa d’alieno in ostrogoto, poi mi ripeté candidamente: – no! – con la sua faccina scontata.
Per fortuna che n’ho una io! – brontolai: – Filetto lungo o corto? – gli chiesi, ma Luca alzò le mani al cielo in segno di resa: – Lasciam perdere… – probabilmente pensava fosse quello del pisello…, eppoi tralasciai quel «vah!», che ci sarebbe anche stato bene, ma avrebbe saputo troppo di strafottenza.
Ma me la cambi? – mi chiese.
No, se posso la pulisco! – e ci mancava anche che ora gli regalavo pure le candele: dopo tutta la sgobbata che mi sarei fatto; anzi, era lui che avrebbe dovuto regalarne una a me!
Bene! così mi insegni! – ma chi voleva prendere in giro…: lo sapevamo tutti che, d’ora in poi, sarei stato io il suo manutentore ufficiale del motorino.
Wow! Guarda com’è sporca!
Accidenti! e ora come si fa?
Cartavetro e spazzola! di ferro… – precisai, e tornammo al bancale. Morsettai la candela, e indi tirai fuori il kit di pulizia dal cassetto “senza fondo” di mio padre. Luca non volle neanche provarci a grattarla: sembrava quasi che avesse paura di rovinare un qualcosa che poi avrebbe dovuto ripagarmi. – Toh, guarda com’è venuta bene! –.
Dai, mettiamola!
Aspetta! Prima voglio controllare una cosa! – e sfilai il calibro elettronico di mio padre dallo stesso cassetto: – voglio controllare l’elettrodo! – in realtà volevo solo fare il figo.
Ma questo cos’è? – chiese con la sua indole di primino curioso.
Questo? È un calibro elettronico: serve per misurarti il pisellino! – e gli sbatticchiai il becco semiaperto – a mo’ di misura – contr’al pacco, scherzosamente; ma lui mi prese sul serio: – Dai! – disse tirandolo fuori.
Ero stupito da come l’esibiva sempre con estrema naturalezza: senza vanagloria, ma con somma fierezza; poi ruppi ogn’indugio e presi la sua cappella, misurandolo al centro, tra base e cappella: – Toh, “46,59 mm”! Il mio invece… ‘spetta… …“45,48 mm”! –.
Aaaah, ce lo più grosso! –.
Sì! di un millimetro! – gli strizzai per rappresaglia: – ma comunque non sei più lungo! – e li misi alla pari; e lui mi guardò tutto fiero, facendomi intendere che era proprio quel che voleva! Presi a masturbarci insieme, con la stessa mano, entrambi i nostri peni: mi sembrava di stringere due candelotti di dinamite pura, talmente eran duri; e intanto quel piccoletto mi sorrideva: facendomi intendere ch’era proprio quello che voleva. Mi sentivo stregato da quello sguardo sprudintato: avrei voluto baciarlo su quelle due virgole sottili, che mi sorridevano a così pochi centimetri da me; i suoi respiri m’ebriavano, giungendomi dopo avermi accarezzato il volto: non potevo resistere a un primino così spregiudicato! Mollai nostri peni, e presi il suo soltanto, alla radice, per stringerglielo forte: perché in fondo m’infastidiva che lui ce l’avesse più grosso di me, anche se solo di un millimetro, e anche se solo frutto d’un errore di misurazione!
Mi allontani da lui per rompere definitivamente quell’incantesimo, e così m’accorsi dal suo sorriso che lui aveva ottenuto veramente quel che voleva, anche se non capivo cosa. Senz’imbarazzo ripresi a maneggiare attorno al suo motorino, anche se avevo l’impressione che sino a poco tempo prima, ci saremmo ritrovati piuttosto imbarazzati di ritorno da una situazione del genere.
Su, che rimettiamo la candela! vuoi farlo tu?
No, no! fai pure! – disse come se avesse ancora paura di rompere qualche cosa. Gli spiegai che la candela andava dentro il buco…, e che poi ci voleva la pipa per farla andare, e lui ironizzò: – La pippa… – disse maliziosamente.
No, quella te le fai te! Questa è la pipa, con una P sola! – ma la sua battuta mi fece ugualmente ridere: – Dai, prendi la batteria che guardiamo se va! – finalmente s’allontanò; mammamia, mi sentivo stuprato dall’intensità del suo sguardo.

Va! – esultò poco dopo avviando il motorino sedutoci sopra.
Eh, certo che va! – rimproverai la sua poca fede; e poi già che c’ero, mentre sgasava, gli scostai la tuta trovando Gianluca già bello duro: – e anche qua c’è una candela! – stimolai la cappella: – forse ha bisogno di una pippa! – iniziai; e più forte io andavo, lui più sgasava. Ma un bel candelone del genere, non aveva bisogno soltanto di una pippa, bensì d’una pipa, e così ci andai di bocca. Il rombore del motore mi tremava nella testa; e più io ci davo, più lui sgasava contento, fintanto che l’ambiente si stava riempiendo di fumo, ma io non ci potevo far niente: mi piaceva troppo spompinare un primino in sella al suo motorino; era una fantasia che avrei dovuto togliermi da tempo, ma finora non ne avevo mai avuto l’occasione. E se anche in quel momento fosse entrata mia madre mentre spompinavo il mio bel primino: chissenefrega sul serio! così finalmente l’avrebbe capito! Poi smisi, perché stavo scomodo.
Bene! dai… finiamo di sistemarlo! – dissi, senza però trovare il coraggio di guardarlo in faccia: non so perché ma improvvisamente mi vergognavo di quello che avevo appena fatto: spompinarlo sul suo motorino… mi sembrava di avergli dato un eccesso di dimostrazione del mio coinvolgimento. Ma presto anche quest’imbarazzo sparì, dopo avergli controllato il liquido refrigerante proprio per avere la scusa di non alzare lo sguardo; e questa volta dovetti accettare che fosse lui a metter mano direttamente sul mio motorino, perché su di esso volle esser lui ad agire. Però, mica scemo il ragazzino! prima fare l’esperienza sul motorino d’un altro, così se lo rompeva non era mica il suo quello da riparare… Scherzo: ovviamente mi fidavo…, anche perché volle che fossi comunqu’io a sovrintendergli i lavori.
Dai, prova! – mi disse quand’ebbe finito, e poi tutto felice mi s’accostò per sgasare anche lui col mio motorino.
Va bene! – mi complimentai, e allora lui, tutto contento, si voltò verso me e come se volesse un premio da me, mi scostò i pantaloni e si mise a succhiare com’io prima feci con lui. Avevo quel primino chino sulle mie gambe, e mi sentivo mozzare il fiato; il mio primino mi stava succhiando il pene e io gliene ero grato. Non sapevo se accarezzarlo sulla schiena oppure sulla testa; ma a un certo punto mi sentii sollevare la maglietta con la nuca e solleticarmi la pancia. Per il solito solletichìo, mi piegai su di lui, sentendomelo come in grembo: parte di me; parto di me. E in quel momento avrei benedetto il mondo, c’avesse sprofondati cristallizzandoci così per sempre, in quella condizione. Poi tornammo alla realtà.
Dai… basta, continuiamo su da me! – l’invitai in camera mia.

***

Salimmo contenti e intenti ad andare in camera mia; ma prima, già che c’eravamo (in cucina), c’era qualcos’altro da fare…: andai verso la biscottiera e dissi: – Luca, vuoi un Bacio? – porgendogliene uno; ma glielo chiesi come: «…vuoi un bacio?». E lui: – Sì, grazie! – rispose, mentre mia madre ci guardò male: vidi con la coda dell’occhio; l’avevo fatto apposta!
Dai Luca, che andiamo in camera!
Aspetta! – ci fermò mia madre: – Resti qui a cena? – chiese mielosamente a Luca.
Eeh… sì! Però devo telefonare!
Bene, fai! – risposi io.

Tutt’a posto! – disse ritornando dalla telefonata – Però mi devi riaccompagnare tu! – m’informò avvicinandosi col suo musetto simpatico, e sembrava quasi chiedermi una carezza, ma non potevo: c’era mia madre.
Va bene, non c’è problema! – l’avevo già messo in preventivo – Dai, che andiamo in camera! –; ma mia madre ci fermò nuovamente: – Ragazzi! – disse: – Perché non andate a farvi una doccetta, visto che siete stati tutto il tempo in garage? – guardandoci con una faccia da lavandaia che osservava i suoi panni sporchi: e in effetti non aveva tutti i torti!
Bene! – l’assicurai io: – andiamo! –.
Salimmo le scale e alla fine della rampa Luca mi chiese, davanti l’uscio del bagno: – Ma… adesso ci facciamo la doccia? – con inflessione tremula e sincopata.
Sì! – risposi serenamente, dirigendomi verso la porta della mia stanza: in effetti l’avevo visto piuttosto teso nel salire le scale, come se ci fosse qualcosa che non riusciva a capire, né a capacitarsene; e forse sapevo cosa…
Dentro la mia stanza, Luca parve farsi come più imbranato e nervoso di prima: incapace perfino di coordinare il pensiero coi movimenti per raccattare i suoi panni, totalmente incapace di localizzarli; tanto che più volte dovetti io indicarglieli: – Toh! prendi anche questi! – gli lanciai i pantaloni; e per fortuna che le mutande ce le aveva indosso, altrimenti si sarebbe dimenticato pure di quelle.
Usciti dalla stanza, la sua ansia si fece ancora più trepidante, quasi vibrante nell’aria; – Allora, facciamo la doccia…? – richiese censurando ancora quell’«insieme».
Sì, tu qui! Io vado giù! – dissi, sentendomi come uno che gli aveva gettato una secchiata d’acqua gelata addosso.
Ah…! – fece lui, sembrando darsi dello scemo internamento: – …bene! allora… a dopo! – disse e vergognoso chiuse la porta, celandosi dietro; comunque aveva reagito bene. Che dolce però…: ma veramente sperava/pensava che ci saremmo potuti docciare insieme? secondo lui, con mai madre presente, avremmo potuto chiuderci dentro il bagno assieme?! Che primino…! ma era proprio questa sua, a volte, ingenua malizia a farmi impazzire: la prima m’inteneriva; la seconda mi attizzava; e tutt’e due assieme, mi facevano correre verso il bagno col bisogno irredimibile di stringerlo ed abbracciarlo, come in quel momento.

Corsi subito in bagno, nel mio bagno, smutandandomi e buttandomi sotto la doccia per sedarmi quella fregola di . Non ci potevo credere: Luca era sotto la doccia con me, in quel momento! non nella stessa stanza, ovviamente; ma in mia casa, e con mia madre presente! e con quella stessa acqua ci bagnava entrambi. Io e lui divisi, ma uniti metafisicamente da quell’unico elemento, quell’acqua che scorreva nelle tubature e ci lavava entrambi; anzi, visto che lui stava su, io, idealmente, ero bagnato dalla sua stessa acqua: che dopo aver lavato lui, attraverso lo scarico, giungeva a me, e mi lavava. Io ero lì con lui, e lui lì con me, particella dopo particella; e io lo baciavo, lo lavavo, lo masturbavo; sì, lo masturbavo! perché anche lui, certamente, in quel momento, si stava masturbando pensando a me: si stava spugnettando il suo bel punzone eccitato dall’idea di stare nella stessa doccia con me, dove già c’eravamo lavati.
Ooh… Luca…! io lo menavo, e intanto vedevo quella goccia di rugiada scendere sul suo volto perfetto, e che baciavo…; ma… nooo!!!! venni! pensando al suo bagnato, ero venuto del suo umor bianco, che assieme al mio si mescolava all’acqua della vasca e finiva via nello scarico, questa volta per sempre.

Appena uscito, trovai già Luca seduto sulla tavola in cucina, e mia madre davanti: – Oh, ben uscito! – mi rimproverò.
Eh!! mi sono lavato i capelli!! – mi giustificai: mamma che palle! per appena un po’ che m’ero trattenuto sotto la doccia! ma che colpa ne avevo io, se lui era più veloce nel spararsi le pippe!?

***

La macedonia non c’è! la vuoi una banana, Luca? – offrì mia madre, e tutt’e due scoppiammo irrimediabilmente a ridere: – Perché? che cos’ho detto? – disse vergognandosi e un po’ seccata dalla nostra risata.
No, niente! –risposi io: – è che, già due volte, mi ha chiesto da mangiare, e allora io gli ho sempre dato una banana! e lui mi ha chiesto se in casa c’avevamo soltanto banane da mangiare! –.
Ma, Alle…, – mi richiamò: – lo sai che in casa abbiamo anche le merendine! – disse temendo che io le avessi fatto fare brutta figura, facendogli creder che in casa non c’avessimo nient’altro da mangiare; ma io, al mio primino, volevo dargli soltanto roba genuina!
Per tutto il tempo io e Luca continuammo a riderci in faccia e a farci le boccacce, mentre quella banana finiva progressivamente dentro la sua bocca, boccone dopo boccone; ma non c’era alcuna malizia, infatti i miei non lo coglievano, ero soltanto io che la vedevo assaporandomi già, quello che sarebbe accaduto.

Finita la banana: niente mio caffè di rito! e infatti mia madre ci guardò stralunata quando corremmo in camera mia e Luca chiuse la porta a chiave dietro di sé: – Guardiamo un po’ di porno? – mi disse subito venendo verso me con lo sguardo infoiato.
Sì…, va be’ – balbettai basito dalla sua schiettezza.
Dai! – esclamò traendo la sediòla: – Scarichiamo o CD?
Ma che ciddì! – sbottai io, indispettito dal suo repentino allupore per dei film – Io li guardo direttamente in rete! non lascio tracce, io! –.
Beneee! – esclamò: – Così mi insegni: per quando avrò internet! – bene! e allora io speravo che suo padre non gliela regalasse proprio la connessione diretta alla rete: troppo rischiosa per un bel primino così! metti che una qualche priminofila me lo adescasse!
Ero nervoso: non l’avevo mai visto così “incalorato”, e per dei porno poi…; inoltre mi sentivo sotto osservazione, messo alla prova, perché il sito su cui sarei andato mi avrebbe connotato: e io, con lui, non sapevo ancora come connotarmi.
Scelsi un sito misto, di tutto un po’, ma soprattutto di gran pompini eseguiti da attempate quarantenni: quello che era per me ancora materiale franco, anche se non sapevo ormai se li guardavo più per le tette di lei o per cazzo di lui. Selezionai un video, con nell’anteprima un gran cazzon negro, finente nella bocca di lei, che quasi sembrava soffocarne; e partì nel bel mezzo dell’azione. Mi venne immediatamente duro a vederlo, ma non per il filmato, ma per l’eccitazione di essere di fianco a lui guardarlo, perché altrimenti mi ci voleva un bel po’ prima di venire davanti a quei video; invece ora avrei voluto buttarmi sulla cappella rosea di Luca, che invece ne sembrava plagiato. Vedere quel gran cazzone; stringerlo; conficcarselo in bocca: mi fece venir voglia di fare lo stesso con Luca; ma non in quella posizione! così aggiustai la sedia: sterzandola verso lui e mi ci appiccai. Scorrevo sulla sua coscia la mano tentando di richiamarmelo, ma lui guardava quel film soltanto sembrandone rapito; allora andai con ambe le mani ad aprirgli la patta, ma lui non si scomodò di un millimetro. Se ne stava lì fermo, famelico ricurvo su quel video, mentre io trafficavo tra le sue gambe con le braccia allungate; quindi decise finalmente di farsi indietro, permettendomi il lavoro, perché il video era finito. Non capivo perché non mi aiutasse: quel piccolo pornografo era così infregolato da quei video da non curarsi di me, né di quello che mi accingevo a fare con l’in-mezzo delle sue gambe, che avevo finalmente liberato. Finalmente io potevo masturbarlo, e lui darsi alla sua infoiata ricerca; un’altra piccola aggiustatina con la sedia ed eravamo finalmente a posto per le nostre irreciproche attività: io alla sua masturbazione, e lui alla sua matta ricerca. Era veramente bello visto così da vicino: lo era sempre, ma in quel momento, il suo sguardo dolce, il suo rapito profilo, era veramente angelico; e intanto i segni della mia sega si facevano avvertire: ogni tanto si muoveva come spinto da degli spilli sotto il sedere, oppure si affannava per la resistenza alla mia sega, mentre decideva su quale altro film andare a finire.
Finalmente aveva deciso per un altro bel pompino, ma questa volta tutto in bianco; ma vedere per l’ennesima volta una cappella sbaciucchiata: mi fece venir voglia di fare lo stesso con lui. Mi poggiai dapprima alla sua spalluccia in cerca d’una tenera moina, ma poi, vista l’inedia, mi chinai, strusciandomi sulla sua camiciola per fargli una carezzina, verso il suo pene che intanto scappellavo; ma appena mi posai sulla sua cappella insaporita: – Can! guarda che poppe! – mi sentii richiamare nel mondo violento.
Già…, però sono esagerate! – commentai disperato.
Già! – confermò anche lui; ma allora perché m’aveva interrotto nel mio bell’uffizio? e per mostrarmi che…: una con due lonze da tre chili l’una? esagerate poi…! Luca, ma perché mi facevi così? che cosa dovevo pensare io? certe volte proprio non riuscivo a capirlo … eppure si faceva masturbare da me! Presi a menare quell’uccello con maggiore frustrazione di prima; poi Luca riattaccò con un’altra osservazione: – Ma sono tutti circoncisi ‘sti qui? –.
Perché?
Perché sono sempre scappellati…
Boh! saranno americani! Là, ho letto, è quasi una moda! – ma, forse, poi, non dovevo neanche preoccuparmi così tanto per il mio Luca: perché in fondo tutti i fotogrammi che aveva scelto, eran dei gran pompini, con dei gran begoni!
Luca, andiamo sul letto?

Che bello trovarsi un bel primino nel proprio letto, dopo tutta l’ansia di prima, e ripresi a masturbarlo con gran passione, soprattutto perché mi piaceva vederlo ansimare e tenere la sua lunga verga stretta dentro la mia mano; che dopo tutte quelle viste prima, non avevo certo da lamentarmene. Gli abbassai le mutande, quel quanto che serviva per far prendere un po’ d’aria a Leoluca e Pierluca, che come due coglioni se ne stavano sempre allo scuro nelle mutande, e cominciai a massaggiarli. Luca reagì improvvisamente come “tirandosi”, come quando puntava coi piedini, quando godeva… – Luca… dai! che ti faccio venire! –. Mi misi s’una sua gamba, sempre accarezzandogli i testicoli, e mi fermai a soffiare su quel grandioso genitale che tra un po’ avrei fatto eiaculare. Lecchicchiai, bacettai lungo tutta quel verga da sapore masculo, e poi alla fine la rimenai, per vederlo nuovamente ansimare di piacere, prima di farlo godere e gaudere definitivamente. Bene! il mio primino era pronto: un’altra piccola stuzzicatina su quella verghetta adorata e tutto quello che avrei potuto ottenere, sarebbe soltanto stata una sbrodolata peccaminosa della sua manna santa lungo la mano bagnata; ma questa volta no: l’infilai in bocca. Finalmente potevo rimetterlo in bocca (e questa giornata per la terza volta!), e senza temere alcun confronto con nessuna donna: perché in cuor mio sapevo, che lui sapeva, che nessuna donna avrebbe potuto dargli piacere, com’io potevo farlo. Mi ci sarei piccato sopra su quella lunga verga, che proiettavo vigorosamente dentro e fuori dalla mia bocca, e quella cappella protrusa mi sprofondava fino alla mia gola. Lo sentivo gemere, modulare il suo piacere in un mugolio soffuso, proprio per non farci sentire; e poi finalmente il mio primino venne con la sua spuma gioiosa. Lo assaporai per bene quel succo priminico, poi mi coricai con lui, caricandomelo parzialmente sul corpo dosso, con la cavezza poggiata al mio petto e lui a ridosso, per essere più comodo a coccolarlo.
Mmm… avevo proprio voglia di un bel coccolino così: stringerlo, toccarmelo, ciondolarmelo addosso, e piano caricarmelo sempre più, su di me. Mmm… non potevo lasciarlo andare: il suo corpicino lasso m’imponeva di coccolarlo, e praticamente finii per ritrovarmelo quasi tutto quanto addosso. – Mmm… Luca – mi lasciai scappare ad alta voce la mia voglia per lui; e lui: – Che c’è? –.
No, niente! – nicchia imbarazzato e poi lo feci scendere un po’ da me: perché forse gli stavo dimostrando che troppo avevo voglia di lui.
Dopo di un po’ cominciò a ricamarmi sul petto e poi mi chiese: – Ma stasera non esci? – disse, sembrando convinto che stasera io non sarei usciti per stare con lui.
No, dopo esco: quando ti ho accompagnato! Telefono ai miei amici e poi ci vediamo; come facciamo sempre! – ma Luca si volse in basso: come solitamente, quando parlavo dei miei amici, con cui lui voleva strenuamente uscire: – Dai Luca… – lo accarezzai: – …piuttosto, sai già cosa farai l’ultimo… –.
Mah… di solito l’ho sempre passato coi miei… – beh, in fondo fino all’anno scorso aveva solo tredic’anni: – Perché? –.
Perché… ecco: – lo accarezzai nuovamente – quasi certamente, anche quest’anno, coi miei amici andremo ad una festa che fanno qui, in un capannone nel villaggio artigiano, organizzato dal Centro giovani; e quindi… pensavo anche tu non potresti venire! – gli aggiustai una ciocca dei suoi dolci capelli dietro l’orecchio: – Così… li potrai conoscere… – ripresi – e, magari, dopo fermarti qui a dormire… – avanzai la proposta.
Beh… devo chiedere… Però non penso che ci saranno problemi! – affermò: – per venire…, non credo; per dormire…, beh! in fondo ci ho già dormito! – insomma, tutto per lui era già praticamente scontato: ora restava solo mia madre, da spiegarle perché Luca sarebbe rimasto qua a dormire. Quindi Luca si alzò, e gattonò fino ai miei pantaloni, e cominciò a segarmi. Il mio leoncino biondo mi sembrava felice col mio uccello in mano: mi ricordava tanto la scena in cui mangiava la banana; poi lo scappellò. Una bella e arrapante leccatina allo scroto e poi su su fino a culminare in un in bocchino: sembrava il premio per quello che gli aveva appena proposto; tirava e succhiava, succhiava e tirava tenendomi il pene alla base, e quasi non lo si vedeva, tra la mano e la bocca, se non per quel pezzettino che ogni tanto compariva quando risaliva. Non godevo però: il pensiero che lo facesse solo per darmi un contentino, mi disturbava; e anche se fossimo lì rimasti per tutta sera, non sarei venuto, neanche se lui mi pregava.
Dai, Luca lascia! Sono già venuto oggi! – lo dissuasi; ma lui niente: a quelle parole, riprese a succhiare con maggiore vigore di primi, quasi volesse forzarmi col risucchio l’uscita dello sperma.
Dai, Luca basta! – gli ordina, e visto che lui non s’arrestava, mi trassi indietro col bacino, sottraendogli il mio pene ancora durello.
Luca mi fissò, prima il mio uccello e poi me, chiedendomi implicitamente il «perché?». – Su, che ti accompagno! – dribblai la risposta mi diressi all’armadio.
Luca rimase perplesso, seduto sul mio letto taciturno, interrogandomi ancora con lo sguardo depresso. – Allora…, vediamo che cosa mi metto? Questa o quest’altra? – gli chiesi per stemperare l’atmosfera.
Quella! – m’indicò, sembrando già un po’ più su di morale.
Questa? – mi accertai: – Bene! allora quest’altra! – dispettosamente mi si via proprio quella scelta da lui.
Infilai la camicia, ma al primo bottone vidi Luca arrivarmi incontro e abbracciarmi con vigoria, tanto da sentirmi imprigionato, anche se le braccia erano fisicamente fuori, talmente era l’emozione. Poi scese in ginocchio, calandomi le braghe e le mutande, e intraprendete riprese a ciucciarmi. Io, non riuscivo più a muovermi: immobilizzato dal suo muto abbraccio che ancora sentivo avvolgermi; sottomesso alla sua fermezza. Mi spinse contr’al muro, e riabbracciandomi succhiò con maggior risolutezza. Io non sapevo più come rispondere: la determinazione di quel biondino mi aveva sopraffatto; quante volte anch’io avrei voluto buttarmi ai suoi piedi e, senza dir niente, mettermi a succhiarlo; ma non ne trovavo il coraggio. Il mio però non sarebbe stato un atto di sopraffazione, ma di prostrazione; e il mio mite silenzio, un’umile richiesta di poterlo far venire, e assieme godere, introducendo una sì nobile parte di lui in me. Misi una mano sulla sua nuca – come avrei voluto io in segno di benedizione prima di farlo venire –, e spasimando venni.

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Rossella (racconto di occhiverdeoliva)

Si chiamava Rossella. La incontrai un giorno in cui ero di turno per Servizio Clinico. Eravamo entrambe studentesse di medicina, lei al sesto anno, io al primo. Succede molte volte di incontrarsi in sala lettura, nei corridoi o stipate negli ascensori degli ospedali, di scambiarsi qualche normale formula di saluto cortese, ma infondo, non ci si conosce mai abbastanza. Così io non conoscevo Rossella, non la conoscevo nel suo carattere, nei suoi pensieri, nei suoi interessi, ma la conoscevo nel suo corpo. Sapevo delle pagliuzze azzurre nei suoi occhi verde intenso, sapevo del profumo di frutti che emanavano i suoi capelli al mattino. Era alta, snella e aveva il corpo tonico di un’amazzone.
Fu un Venerdì sera alla fine delle lezioni che le nostre strade si incrociarono, sotto un cielo blu notte incastonato in una trama di nuvole grigie, circondate da un vento pungente d’inizio gennaio, io e Rosella diventammo amanti.
Era affacciata sul motore della sua Fiat Croma che evidentemente l’aveva abbandonata. Aveva il viso contratto in un’espressione di disappunto. Per andare alla mia macchina dovevo passarle vicino. Eravamo sole nel parcheggio e la gendarmeria era lontana. Mi avvicinai.

“hai bisogno di una mano?” – le chiesi –
“si, ho la batteria scarica. Contavo di cambiarla domani mattina, ma ha deciso di lasciarmi prima” – rispose sorridendo gonfiando le gote sbiancate dal freddo.
“hai i cavetti?” –aggiunse-
“no mi dispiace, ma ho il numero di un elettrauto. Possiamo chiamarlo e chiedergli di venire” – risposi
Acconsentì. Chiamò l’elettrauto ma non rispondeva nessuno. Guardai l’orologio: erano già le 9 di sera, quando si dice il servizio italiano! Era evidente che non sarebbe venuto nessuno a quell’ora, così le proposi un passaggio.
“dove abiti? Ti do un passaggio fin dove posso”
“Abito ai Parioli” – rispose in tono amichevole, aggiungendo: “I miei mi hanno comprato un piccolo attico quando sono venuta a studiare a Roma”.
M risultò evidente ora perché, così giovane, avesse già una macchina così grande.
“Ma allora abitiamo vicine! Io sono del Nuovo Salario”.
Scoppiammo a ridere insieme. Prese le sue cose e saltammo in macchina.
Nello stesso momento scoppiò un violento temporale, e il vento era talmente forte che gli alberi si piegavano come un giovane virgulto scosso da un’impertinente mano infantile.
“ti dispiace se aspetto 10 minuti prima di partire? La strada è troppo pericolosa con questo tempo”. In effetti le uniche due strade che collegavano la nostra facoltà al resto del mondo erano entrambe di campagna, una con i tornanti, e un’altra senza illuminazione.
Restammo a chiacchierare per diversi minuti, scoprendo come i nostri interessi collimassero alla perfezione, come il mio amore per la danza del ventre completasse il suo per il folklore arabo, come la mia predilezione per il sushi, la sua infarinatura della lingua giapponese. Si creò un bellissimo feeling.
Un tuono caduto a 30 metri da noi ci fece sobbalzare.
Era passata più di mezz’ora d8al nostro incontro e già ci conoscevamo come amiche di sempre.
“non credo che sia il caso di partire. Non accenna a calmarsi, aspettiamo ancora 10 minuti. Intanto, vogliamo passare dietro che così stiamo più comode?” mi disse con uno sguardo talmente profondo che mi sentìi il cuore in gola. Con un’agilità degna di una ginnasta saltò sui sedili posteriori: aveva un sedere bellissimo. Mi sentii bagnata. “Ma non sono lesbica!”pensai. Quando fu il mio turno, notai che nel mentre sbirciò nella scollatura provocante del mio maglione. Li indossavo anche con il brutto tempo, adoravo il modo in cui mi esaltavano il punto vita.
C’era una strana luce, quel tanto che bastava per proiettare sulle nostre figure, le strisce che le gocce d’acqua disegnavano cadendo lungo i finestrini. Queste gocce fantasma scivolavano dal collo, dai capelli, lungo la mani e nell’incavo delle cosce. Ero stranamente agitata e non capivo da cosa.

“Sei fidanzata?” mi chiese Rossella.
“Si ma adesso è un periodo particolare, ci siamo presi una pausa di riflessione. Lui insiste sul fare certe cose che a me non vanno”.
“quali cose?Ti ha chiesto di partecipare a Miss Tette 2007? No perché il mio me lo propose!” Sorrisi e timidamente aggiunsi:”Vuole una prova d’amore, ma io non sono pronta”.
“Fai bene, nessuno ti costringe, sei tu che prima di tutto devi volerlo. Fallo solo se ti senti pronta e se credi che lui ti ami veramente”.
Un secondo fulmine cadde a pochi passi dall’auto:ci spaventammo a morte e in un secondo ci trovammo abbracciate l’una all’altra. Sentivo il suo seno da terza premere contro il mio e il calore delle sue braccia attorno alla mia vita. Era una doccia fredda. Tremavo per l’agitazione. Non so perché, iniziati a tremare e a piangere. Quello spavento aveva smosso tutta l’agitazione che mi portavo dentro come una corazza che piano piano, si stava sciogliendo. Rossella mi avvicinò a me, mi strinse al suo petto e non disse nulla. Sentivo premere sulla guancia il suo capezzolo enorme. Le mie mutandine erano completamente bagnate. Con un gesto delicatissimo, mi prese il viso tra le mani, lo avvicinò al suo e mi baciò. Quasi mi si fermò il cuore. Non dicemmo una parola. Avevo gli occhi pieni di lacrime, le labbra gonfie perché avevo pianto.
Mi guardò e disse: “Sei bellissima”.
Mi fece appoggiare dall’altro lato della macchina, e si sdraiò vicino a me. Infilò la sua mano sotto il maglione e si fece strada verso il reggiseno. Scostò il merletto e graffiò il mio capezzolo con la punta dell’indice laccato di rosa. Mi venne la pelle d’oca. Aveva capito che ero attratta da lei e che quell’odore che impregnava l’aria nell’auto già da diverso tempo, era l’odore del mio sesso che ansimava di venire allo scoperto. Mi alzò il maglione fin sotto il mento e mi slacciò il reggiseno. Affondò il viso nei miei seni, facendo scivolare la sua lingua tra l’incavo delle ascelle e la prominenza delle tette. Sdraiata sopra di me come un predatore sulla sua innocente preda, serrava le sue labbra sopra il mio petto, stringendolo tra le dita e avvicinandolo al viso. Il mio clitoride era gonfio, aspettava solo che la sua amante scendesse a farle visita.
Le misi le mani tra i capelli e le massaggiai la cute, volevo guidarla verso il mio sesso, avevo troppa voglia di lei. Feci scivolare una mano lungo la sinuosità della sua schiena e raggiungi il suo . Infilai una mano sotto i jeans ed accarezzai la pelle, strinsi le dita per sentire i suoi muscoli. Presi il filo del perizoma che le correva tra le chiappe e lo tirai verso di me. La stoffa si insinuò tra le labbra della sua micetta e questa volta, percepii il suo odore. Rossella si ritirò lontano da me, abbassò i miei pantaloni ed allargò le labbra del mio sesso. Baciò il clitoride e con la punta della lingua iniziò a farlo saltare su e giù: lo prese in e lo succhiò e lungo, con molta forza. Ebbi un orgasmo e le venni in faccia. Dal mio sesso colava quel nettare che lei adorava, e continuava a leccarlo insinuando la lingua tra le pieghe della mia vagina. Tremavo dal piacere, ansimavo ed accarezzavo la sua testa per tenerla serrata contro il mio sesso.
Poi la tirai verso di me e la baciai: le sue labbra avevano il mio sapore. Mi girò la testa. La feci sdraiare e le infilai due dita dentro, poi tre. Era bollente e molto umida, era un lago di piacere. Succhiai le sue tette con violenza perché volevo possederla, volevo avere un duro e grosso per aprirla e farla godere, ma avevo solo due mani ed una lingua. Presi tra i denti il clitoride e le riserbai lo stesso suo trattamento che pochi minuti prima mi aveva fatto godere come un puttana. Con un gridolino, mi riempì la di sborra femminile. Assaporavo voracemente la sua perché volevo farla venire dieci, cento, mille volte per merito mio.
Adoravo il suo corpo, adoravo la sua .
Io e Rossella eravamo amanti.

FINE

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Le voglie di Anna – parte prima (racconto di Paola28)

Questo racconto racchiude la storia realmente vissuta da una coppia di amici. Li ho conosciuti perché si sono messi in contatto con me dopo la lettura dei miei . Mi hanno scritto sinteticamente la loro storia e mi hanno pregata di tirarne fuori qualcosa. Poiché la trama mi ha intrigata mi sono messa al lavoro ed è venuto fuori il racconto: “Le voglie di Anna” che si sviluppa in due puntata.
Loro l’hanno letto e sono rimasti contenti e mi hanno esortata a pubblicarlo. Ho esaudito il loro desiderio e spero che il racconto trovi il favore dei lettori.
È ovvio che questo racconto è dedicato all’amica protagonista e a suo marito.

È la storia di una coppia di coniugi. Lei Anna 48 anni, alta 1,65, una seconda di seno, un bel fisico interessante, un bel sederino che mette in mostra solamente quando indossa abiti molto aderenti.
Lui, Lorenzo 52 anni, alto 1,75, leggermente soprappeso ha una classica pancetta da commendatore.
Sono entrambi docenti in un Liceo della loro città. Lei, pur essendo una donna decisamente affascinante, è arrivata vergine al matrimonio. Lui non ha avuto con altre donne prima di sposarsi. In ciò avrà sicuramente influito la preoccupazione di avere un cazzo piccolino. Ha conosciuto Anna nel posto di lavoro. Erano e ancora oggi sono colleghi. Anche lei aveva le sue fisime e, pur avendo voglia di stare con un uomo, faceva di tutto per non farsi notare. Un giorno di pioggia Anna accettò il passaggio in macchina che le offrì Lorenzo e d’allora ebbe iniziò la loro storia. Il fidanzamento fu breve e, pur non essendo più giovanissimi, arrivarono al giorno fatidico entrambi vergini. Infatti il senso di rispetto di lui e la discrezione di lei non li hanno portati oltre allo scambio di qualche bacio.

Fino ad allora l’unico piacere sessuale che entrambi avevano provato era quella che veniva dalle masturbazioni.
Anna, pur non avendo avuta occasione di vedere altri cazzi, nella prima notte di nozze scopre che il fallo di suo marito non è un granché. Inoltre riscontra lui soffre pure di eiaculazione precoce. La prima notte non è un fiasco totale perché, finalmente, dopo la seconda venuta, lui riesce a scopare la moglie. Del suo primo rapporto sessuale Anna ha il ricordo di un leggerissimo fastidio, per la rottura dell’imene, e del cazzo di Lorenzo arrossato dal suo sangue. Cosa sia orgasmo e godimento inutile parlarne.
Lei, dopo la delusione della prima notte, ha fatto l’abitudine ai due difetti del marito e poiché non si vive di solo cazzo, è riuscita a conoscere meglio Lorenzo e a trovare insieme il modo di potere godere lo stesso. La lingua di lui è sempre stata un’alternativa al pene e da buon linguista è riuscito a dare alla compagna quello che il cazzo fallava.
Il loro menage ha vissuto un momento di crisi circa sei anni fa. Essendo entrambi persone intelligenti, sono riusciti a dare una scossa e superare il momento negativo grazie alla scoperta della visione di film hard. Dopo ogni visione sentivano la voglia e il desiderio di fare sesso e in tal modo riuscivano a soddisfare le voglie dei loro sensi.
La loro vita coniugale scorre su questi binari fino a quando non decidono di fare una vacanza a Capo Verde.

Nel meraviglioso arcipelago posto nell’oceano Atlantico, Anna scopre la sua calda natura di donna. Conosce un ragazzo indigeno. Appena lo vede il suo corpo ha un fremito. Percepisce una fitta, a lei fino ad allora sconosciuta, nel basso ventre. Il ragazzo ogni volta che l’incontra la saluta servilmente e le sorride con i suoi meravigliosi denti bianchissimi. Ad ogni suo sguardo Anna rimane sconvolta. Verso quel bel giovane, dal corpo sodo e tutto muscoli, intuisce di avere un debole. Una notte svegliandosi inizia a pensare di trovarsi tra le braccia del ragazzo. Si meraviglia moltissimo che a tale pensiero la sua femminilità inizia a inumidirsi e a prudere. Scopre sensazioni mai provate ma che le risultano molto piacevoli. Allora per la prima volta da quando è sposata si trova a scandagliarsi la passera con le dita. Percepisce il clitoride teso e lentamente inizia a menarselo. Soffoca i suoi gemiti per non farsi sentire dal marito, che le dorme profondamente accanto, e quando soddisfatta e col corpo tutto tremante per il piacere provato viene mette la mano stretta e si tappa la per paura che i suoi succhi femminei possano macchiare le lenzuola. Si alza, va in bagno, si lava la e poi, col seno ancora palpitante dal piacere provato, si rimette a letto. Si addormenta poco dopo ma nel suo cervello è scattata una molla.

La mattina seguente avrebbero dovuto fare un’escursione. Lei con una scusa resta al villaggio mentre Lorenzo va a farsi la gitarella.
Ormai le sue idee sono chiare. Appena vede il ragazzo di colore invece di scansarlo, come ha fatto fino ad ora, si ferma e gli sorride affabilmente. Lui si avvicina e dice: la signora non è andata in escursione? … Vuole venire a vedere il villaggio con Jamel?
Anna accetta e in breve si trova in una insenatura meravigliosa e solitaria. Indossa un bikini e sopra un trasparente copricostume. Il ragazzo l’invita a fare il bagno. Lei sorridendo si leva il copricostume e entra nel meraviglioso azzurro mare. Jamel l’osserva e levatosi i pantaloncini si tuffa in acqua completamente nudo. Anna rimane abbagliata da quello che vede. Mai, dal vivo, aveva visto cazzi all’infuori di quello piccolino del marito. I cazzi grossi li aveva scoperti nei film hard che aveva visionato insieme a Lorenzo. Il cazzo del ragazzo è di una lunghezza e grossezza che mai avrebbe pensato.

Lui si avvicina e la prende tra le braccia. Percepisce le voglie della donna e insinua le mani sotto il reggiseno. Lei non si oppone. Le piacciono le dita che stuzzicano i capezzoli che al contatto diventano ancora più duri. Ansima e sospira di desiderio. Mai il suo corpo ha vibrato in tal modo. Ora una mano del ragazzo s’intrufola nello slip. Lei, ormai in trance, allarga le cosce e si fa toccare la . Il ragazzo sospirando la prende tra le braccia, esce dall’acqua e l’adagia sulla sabbia bianca e sottile. Prima le sgancia il reggiseno e poi le sfila lo slip. Anna lo lascia fare perché orami è decisa a godersi il piacere che sicuramente sarà capace di darle quel meraviglioso membro teso e che le palpita sotto il naso.
Si abbandona alle carezze di Jamel che la mandano in estasi. I suoi gemiti diventano incontrollati e liberi da freno quando lui la penetra con il suo immenso pene. Il cazzo sembra un martello pneumatico che la stantuffa a lungo instancabilmente e la fa venire copiosamente una marea di volte. Il membro le riempie tutta la vagina e lo sente urtare sul collo dell’utero. Ad ogni colpo il suo corpo viene percorso da scariche e vibra tutto. Dopo l’ennesima venuta sente che pure lui è sul punto di scoppiare. La sua preoccupazione è che gli venga dentro la . Invece Jamel, che ci sa fare, al momento giusto lo tira fuori e sborra i suoi infiniti fiotti sui peli del pube, sulla pancia, sulle tette e sul viso di Anna che inconsciamente lecca lo che si adagia nelle vicinanze della sua bocca e lo trova di suo gradimento.

Rimessi reggiseno, slip e copricostume rientrano al villaggio. Grande è la sua sorpresa quando scorge Lorenzo che l’aspetta seduto ad un tavolino del bar. Jamel è ancora vicino a lei e la sensazione che suo marito abbia capito tutto si fa strada nella sua testa. Infatti Lorenzo, vedendo lo splendore del suo viso fa una smorfia che lei non riesce a comprendere se di piacere o di fastidio. Ha paura che lui abbia intuito qualcosa di quello che è successo.
Saluta il ragazzo e si dirige verso il marito. Ha paura della sua reazione ma non succede nulla. Apprende che è tardissimo e arriva alla conclusione che quel ragazzo l’ha scopata e sollazzata per quasi 4 ore, cosa mai successa a lei. Il marito non sembra rabbuiato, le propone di prendere un aperitivo e lei accetta senza indugi. Dopo si recano in camera per vestirsi e recarsi al ristorante.
Durante il pranzo si accorge che Lorenzo la guarda con occhi particolari. Non sembra incazzato ma piuttosto sembra desideroso di conoscere quello che lei ha fatto.
Stanno passeggiando in riva al mare quando lui chiede: sei stata con quel ragazzo? Lei annuisce e cerca di bisbigliare qualcosa. Lui sorridendo dice: ti è piaciuto? La sua risposta è affermativa. Allora lui fa: dai! Raccontami cosa avete fatto. Anna, che non si aspettava questa richiesta, rimane un poco imbarazzata ma poi dopo veloce riflessione conclude che è meglio raccontargli tutto.

Mentre parla si accorge che il ricordo le provoca un bel prurito nella femminilità che inizia a inumidirsi e a farle venire la voglia di essere ancora presa dal ragazzo. Lui pende dalle sue e ascoltandola l’osserva sorridendo. Quando lei termina lui tra lo stupore di Anna dice: il tuo viso mi dice che hai voglia di rifarlo, se devi incontrare nuovamente Jamel voglio esserci pure io presente. Oggi sono rientrato anzitempo dall’escursione e il portiere dell’albergo mi ha detto che ti eri allontanata con Jamel. Ti ho vista da lontano mentre lui ti scopava e la cosa mi ha eccitato tantissimo. Anna lo ascolta quasi incredula e poi dice: se a te piace vedermi mentre scopo col ragazzo per me sta bene, l’importante è che io godo come ho goduto questa mattina e tu non ti devi adombrare del mio godimento. Lorenzo sorridendo bofonchia: su questo potrai stare tranquilla. Vederti, anche se da lontano, mi ha data una gran carica erotica.
In camera lui le chiede di farlo. Anna acconsente e si rende conto della grande differenza che c’è tra il cazzetto del marito e il cazzone robusto del ragazzo.

Il pomeriggio scorre normalmente tra un bagno, una bibita al bar e una distensiva passeggiata. Dopo cena nel fare un giro attorno al villaggio s’imbattono nel ragazzo. Anna lasciando indietro il marito si avvicina a Jamel e gli dà appuntamento per l’indomani. Nel vederlo sente una fremito nella e chiudendo gli occhi non può trattenere un profondo sospiro.
Ora è nel letto e tarda a prendere sonno. Il lento russare di Lorenzo le fa capire che sta dormendo mentre lei si crogiola rimembrando la sua vera prima scopata. Il ricordo della carnosa bocca che le succhia i capezzoli e che lecca vigorosamente la le fa accapponare la pelle mentre un fremito la percorre per tutto il corpo. Sarebbe bello averlo accanto prendergli in mano il grosso e lucido cazzo e leccarlo tutto. Il pensiero la eccita ancora di più. Pensa che mai ha fatto un pompino completo a suo marito. Al ragazzo non solo lo farebbe ma si ciuccerebbe tutto lo che i suoi coglioni generosamente producono. Non riesce più a fermarsi. La sua mano è quasi tutta dentro la e lei si titilla vigorosamente piccole e la clitoride. Geme soffocando i suoi lamenti di piacere per non svegliare Lorenzo. Finalmente l’orgasmo liberatorio l’invade e tremando tutta sente gli spruzzi della sua vagina che le imbrattano le cosce e bagnano il lenzuolo. Questa volta non si preoccupa di sporcare le lenzuola e si gode in pieno la venuta. Calmati i sensi il sonno ristoratore la coglie discintamente con le cosce oscenamente divaricate e tutte bagnate dei suoi succhi.

Il giorno seguente si sente decisamente di buon umore. È veramente tranquilla ed allegra. Dopo la colazione risale in camera e si prepara.
Cerca tra i costumi che ha portato quello più eccentrico e che non ha mai voluto mettere perché, essendo molto sgambato, si insinua nel solco del lasciandole nude tutte le natiche. Si guarda allo specchio e si rammarica di non avere mai voluto comprare un perizoma. Ora sarebbe stato bellissimo potere mostrare al ragazzo e al marito le sue sode natiche tutte scoperte. Pazienza! Si dice vedendo che lo slip indossato già incomincia a insinuarsi tra le sue chiappe. Il reggiseno non lo mette. Sente le sue piccole mammelle sode e decide di lasciarle libere. Si avvolge in un pareo multicolore e si trova pronta per andare incontro ad un’altra meravigliosa giornata di sesso.
Il ragazzo si fa trovare fuori dell’hotel sopra a un fuoristrada. Vedendoli sorride in modo affabile. Si salutano e lei prende posto davanti, Lorenzo dietro. Anna sedendosi fa in modo che il pareo le scivoli leggermente dalle spalle col risultato che il ragazzo può ammirare le rotondità delle sue tette.
Jamel guida per una diecina di minuti lungo la spiaggia e si ferma davanti ad una capanna costruita con foglie di palma.
Scende e si precipita ad aiutare Anna. Materialmente la prende tra le sue braccia e la conduce proprio davanti l’ingresso della capanna. Lorenzo nel vedere come il ragazzo solleva la sua donna tra le bracca ha un fremito e sente il sesso muoversi. Lei entra, la stanza è bella linda e con due giacigli ben ordinati. Si toglie il pareo e si piazza davanti al ragazzo. Questi la guarda le palpa entrambe le poppe e poi dice: signora tu essere veramente bella! Le sue parole la incitano ad osare e decisamente dice: levati il pantaloncino voglio vedere il tuo meraviglioso cazzo! Lui sorridendo fa scivolare lo short e le mette sotto il naso il cazzo che tende ad alzarsi. Voglio succhiartelo tutto! Esclama Anna nel mentre si sfila lo slip.

Jamel si stende sul giaciglio. Il suo cazzo ora è bello consistente e teso. Lei si avvicina, s’inginocchia e lo stringe tra le mani. Le sue dita non riescono a cingerlo tutto in quanto è veramente grosso. Le mani riescono a coprire solamente poco più della metà di quel cazzo. Tasta i coglioni e li trova belli pieni. Ora le sue mani si muovono lentamente lungo tutta l’asta dura. Parte dai coglioni e arriva fino alla cappella. Mette la punta del suo indice nel buchetto del glande trasmettendo al giovane sensazioni piacevoli. Ora vuole conoscerne il sapore. Abbassa la testa, spalanca al massimo le e finalmente realizza il sogno di averlo dentro la sua bocca infuocata. Lo sente che le arriva nella gola ma si rende conto di averne preso dentro appena un terzo. Percepisce il glande palpitante che le si muove in bocca ed immediatamente viene assalita dal suo primo orgasmo.
Per alcuni secondi si ferma come a voler assaporare il sapore del muscolo che le riempie la bocca, poi inizia a leccarlo per lungo. Dal buchino arriva giù fino ai coglioni, poi risale e con la punta della lingua solletica nuovamente il buchino. Nel frattempo il ragazzo le pastrugna la e il buco del con le sue dita enormi. Lei ansima e vibra di piacere. Con la coda dell’occhio vede il marito che ha il suo cazzetto in mano e si sta segando. Non gliene fotte niente di Lorenzo. Vuole godere da maiala e allora inizia a succhiare rumorosamente il cazzo che ha in bocca. Leccate, succhiate, pompate, le dita di lui nella e nel in breve la portano alla soglia del piacere al quale lei si abbandona completamente. In breve il piacere l’invade e gridando gioiosamente viene inondando con i suoi succhi vaginali le mani del ragazzo che non potendone più le scarica in bocca tutta la bianca e densa produzione dei coglioni. Lei ingoia tutto quello che può ma una buona parte le scivola sul mento e poi sulle tette.

Dopo l’orgasmo si sdraia sul giaciglio per riprendere fiato. Nota che il ragazzo, malgrado sia venuto e abbia sborrato a lungo, ha il sesso ancora teso. Qualche gocciolina brilla sulla punta del pene allora, ingordamente, si solleva su un braccio, lecca con la lingua la gocciolina e poi, come a ringraziarlo scocca un sonoro bacio sulla lucida e immensa cappella.
Tutta nuda va a tuffarsi nel mare azzurro. Nuota per alcuni minuti mentre Jamel l’affianca e le sta vicino. Poi, come presa da un pensiero, si avvicina alla riva. Appena sente la sabbia sotto i piedi si solleva e si dirige verso il marito che si trova sulla battigia. Sembra Venere che esce dalla schiuma del mare. Non appena l’acqua le arriva sotto le mammelle percepisce due mani che l’abbrancano per i fianchi e subito dopo sente la punta del cazzo del ragazzo che si adagia nella fessura del suo . Ricominciano i brividi mentre la inizia nuovamente a palpitare. Il ragazzo la fa mettere in ginocchio la dove l’acqua le arriva a mezza gamba. Nella nuova posizione la sua eccitazione aumenta per due motivi:
1 la risacca del mare le carezza la e il provocandole nuove e piacevoli sensazioni;
2 le dita del ragazzo le percorrono in lungo lo spacco che dall’ano va all’estrema sommità della dove la clitoride si erge fantasticamente tesa.
Le viene il pensiero: per caso me lo vuole mettere nel ? La riflessione le crea una scarica tra le cosce. È convinta! Vuole provare quel bel cazzo nel suo vergine. Sentirà dolore? Sicuramente sì! Poi le sovviene che alla fine pure il dolore porta piacere!
Il ragazzo sembra capire i suoi pensieri ed inizia a insinuare nel buchetto un dito. Capisce che ha il intatto e allora la solleva tra le braccia e la conduce nella capanna. Apre lo sportello di un mobile e prende un’ampollina. Bagna il dito con il liquido e poi lo insinua nel buco del di Anna. Ora va meglio e il dito scivola lentamente dentro. Il ragazzo ripete l’operazione ed ora sono due le dita che penetrano nel buco. Le ruota a lungo e quando capisce che l’ano si è allargato riunge le dita e questa volta ne ficca tre nel bel culetto di lei che aspetta ansiosa di godere.

Il ragazzo fa scivolare alcune gocce di olio d’argan nel buchetto e poi si unge per benino il cazzo. Il corpo di Anna vibra mentre lei aspetta la nuova esperienza con eccitazione e preoccupazione. Eccitazione perché ormai è convinta di farsi inculare, preoccupazione perché sa che avrà dolore. Sente il glande di lui che poggia sul buco e aspira profondamente aria. Durante l’aspirazione lui ha fatto pressione e il glande si è fatto strada nel buchetto. Si sente squarciare il buchetto ma stringe i denti e sopporta. Una nuova aspirazione e un altro pezzetto di cazzo le entra dentro. Sente dolore ma pure piacere. Anzi il piacere supera il dolore. Altra aspirazione ed ancora un altro pezzetto di cazzo si insinua dentro. In un film porno aveva visto che la protagonista per farsi inculare meglio si sforzava come se volesse evacuare. Allora succede quello che mai si sarebbe sognata. Buona parte di cazzo le entra nel e lei si sente come strappare le viscere. Un bruciore l’assale ma nello stesso tempo una sensazione piacevolissima le percorre le membra localizzandosi nella , nel e nelle tette.

Il ragazzo intuisce che non le può ficcare nel tutto il suo cazzo e allora si ferma a metà e comincia lentamente a fare dentro fuori. Anna non ce la fa più ed inizia a gridare e per il dolore ma anche per il piacere che prova. Grida: nooo! … Rimettilo dentro! … Quando lui glielo sfila lentamente. Il dentro fuori del cazzo del ragazzo la porta alla soglia di un sublime godimento anche perché Jamel le stuzzica contemporaneamente la clitoride e i capezzoli. Vede il marito che si mena il cazzetto e gli fa cenno di avvicinarsi. Appena lui le è di fronte gli grida di leccargli la . Ora la lingua di Lorenzo le lavora la , il cazzo del ragazzo le riempie il e lei si strizza i capezzoli. Questo piacere dura alcuni minuti. Poi non ce l’ha fa più e viene gridando come una baccante. Mentre i suoi schizzi femminei imbrattano il viso del marito il cazzo di Jamel scoppia dentro il suo . È un attimo. Ha la sensazione che il cazzo le stia squarciando il retto. Subito dopo percepisce i caldi fiotti di che le riempiono il canale e contemporaneamente una scarica per tutto il corpo le fa gridare al mondo tutto il suo godimento di donna.

In sala pranzo fa fatica a stare seduta Il le brucia un poco ma si aspettava di peggio. Il fastidio l’ha avuto ma il piacere ha offuscato il dolore.
I rimanenti giorni a Capo Verde sono stati per lei momenti di vera goduria. Non solo per lei però. Anche Lorenzo ha goduto moltissimo nel vedere la moglie tirare pompini al ragazzo, e si crogiolava menandosi quando Jamel la chiamava violentemente e la inculava altrettanto violentemente.
Prima di andare in aeroporto Anna saluta calorosamente Jamel e dicendogli: grazie di tutto, lo bacia nella bocca ficcandogli dentro la lingua.
L’aereo è decollato. Lei finge di leggere ma nella realtà è assorta nelle sue riflessioni. Un pensiero fa continuamente capolino nella sua testa: e ora? Come farò a soddisfare le mie voglie?
Pure Lorenzo finge di leggere ma invece pensa di essere inadeguato per soddisfare la moglie. Si ripromette: appena a casa debbo trovare un rimedio. Non posso lasciarla come ho fatto fino ad ora.
A casa lui gli confessa di essere felice di averla vista godere e che ora cercherà in tutti modi di trovare qualcuno che la possa farla godere cosi come l’ha fatta godere Jamel a Capo Verde.
Lei lo ascolta in silenzio e quelle parole le aprono uno spiraglio nel il suo futuro di donna.

- continua -

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Le voglie di Anna – parte prima (racconto di Paola28)

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