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Agnese la forza della scoperta (racconto di Diabolik1)

La natura gioca alle persone degli strani scherzi. Agnese, la bella e sensuale Agnese è nata in Sicilia lei era il classico maschiaccio, giocava a pallone, correva sudava, non badava minimamente all’aspetto fisico.

Al liceo Agnese si infagottava tutta e non amava mostrarsi in pubblico, sembra quasi vergognarsi del suo florido seno e delle forme invidiabili dei suoi fianchi e del suo splendido culetto. Agnese sembrava una sorta di pulcino che appena era uscito dall’uovo si era ritrovata abbandonata a se stessa senza nessuno che la sapesse guidare. I genitori erano due brave persone, in particolar modo la madre era, anche una bella donna, che al contrario della figlia teneva molto al suo aspetto, ma era gente alla buona, per nulla montati e senza grilli per la testa, anche se estremamente danarosi, insomma nessuno aveva mai montato la figlia. La vita di Agnese cominciò a cambiare verso i 18 anni momento in cui, per la prima volta cercò la madre per chiederle se anche lei poteva diventare una ragazza carina. Alla madre non parve vero di poter, finalmente, modellare il corpo della figlia, ma soprattutto, non le parve vero di poterla vedere nuda senza gli orribili vestiti che abitualmente indossava e poi con dei vestiti degni di una giovane donna, anche di buona famiglia, e non di un maschiaccio.

Agnese e i suoi genitori vivevano in una villa sul mare e avevano anche una piscina in parte posizionata all’interno della casa e in parte, veramente la maggior parte della piscina, era all’esterno della villa circondata da una natura lussureggiante. Dalla camera da letto di Agnese si vedeva il mare e tutto il verde degli alberi che al mare scendevano.

Quando la madre le chiese di spogliarsi completamente nuda lei istintivamente si andò a coprire i seni, se ne vergognava, per lei erano troppo grossi la sua quarta le pareva un’esagerazione, fu allora che la madre si sbottonò la camicetta e si tolse il reggiseno per mostrare alla figlia il suo decolté florido e ben sostenuto da un seducente reggiseno a balconcino.

Le madre di Agnese le spiegò che per essere carina doveva cominciare a prendersi un po’ cura di se stessa, che doveva cominciare ad usare il reggiseno per metterlo in evidenza invece delle fasce per appiattirlo, doveva cominciare ad indossare delle mutandine sexy, il perizoma sarebbe stato l’ideale. Poi si offrì di portarla in centro estetico per farle assumere l’aspetto di una donna. Agnese cercò di forzarsi e iniziare una nuova fase della sua vita. Dopo circa dieci giorni in cui Agnese non uscì dalla proprietà di famiglia era un’altra ragazza, aveva imparato a indossare la gonna, anche gonne che mettessero in evidenza la sensualità delle sue gambe, lunghe, sode e ben tornite. Agnese aveva imparato ad accettare e a valorizzare il suo seno, importante e maestoso, come lo definì la madre. Agnese che per tutta la vita aveva indossato scarpe da ginnastica imparò a camminare con scarpe decisamente femminili, con tanto di tacco a spillo, la madre le fece indossare solo scarpe con il tacco di almeno 10 centimetri, ma per lei l’ideale erano quelle da quindici centimetri.
Il tocco finale fu, quando la nostra piccola Agnese imparò a truccarsi e in questo modo a mettere in evidenza i suoi belli e profondi occhi neri, con il rossetto, di giorno rosa e di sera rosso metteva in evidenza la sensuale carnosità delle sue labbra. Di li a pochi giorni tutti i maschi della sua scuola le caddero ai piedi stregati da tanta sconvolgente sensualità.

Così trasformata Agnese cominciò i suoi primi approcci al mondo dell’amore, i primi flirt, regolarmente la interessavano ragazzi più grandi di lei, ma certamente non si poteva dire che la lasciassero senza fiato. Le cose sembrava che stessero migliorando, quando incontrò un ragazzo di Verona che era venuto al mare, lui sembrava impazzito per lei, e a lei piaceva il modo in cui questo ragazzone biondo e così diverso da tutti quelli che aveva conosciuto fino a quel momento la toccava. Le sensazioni di agitazione e di fiato corto di quando con la mano le toccava le cosce, o di quando, sempre meno distrattamente, le sfiorava il seno fino quasi a stringerglielo in modo sempre gentile. Christian si tratteneva in Sicilia per circa un mese, le ferie estive e poi sarebbe tornato a casa, quindi apparve naturale che dopo un corteggiamento assiduo, ma pur sempre galante, lui le chiese se volessero fare l’amore insieme, tutti gli altri ragazzi avevano parlato di sesso, di scopare, lui di fare l’amore e lei accettò felice di donarsi ad un uomo così dolce e tenero.

L’incontro amoroso avvenne, una sera di fine estate, nell’albergo di Christian, i due salirono in camera insieme e appena chiusa la porta lui iniziò a spogliarla, poi lui la fece adagiare sul letto e le disse che ci avrebbe pensato lui e che lei non si doveva preoccupare. Così avvenne, Agnese rientrò a casa tutta sconvolta, ma felice quasi alle 6 del mattino, lì trovò la madre che volle sapere come era andata a serata. Lei non tralasciò alcun particolare di quella notte d’amore. La madre fu felice di vedere la figlia così entusiasta e le due donne se ne andarono a letto soddisfatte per i cambiamenti che stavano avvenendo nel corpo di Agnese. Il giorno della partenza del traghetto da Palermo Agnese volle regalare il suo primo pompino al suo amore, il quale dopo aver abbondantemente goduto disse alla sua giovane amante che lui di li a pochi mesi si sarebbe sposato e che quindi la loro storia d’amore sarebbe finita lì. La nostra eroina era una persona tutta di un pezzo già da allora, e allora sciacquandosi la bocca dal suo sperma gli disse che lei non aveva nessuna intenzione di innamorarsi di un uomo che viveva cos lontano da lei e che per lei era importante fare esperienza con un uomo vissuto, ma che il ragazzo della vita lo avrebbe voluto diverso.

L’estate finì senza grandi trambusti e Agnese si riprese dal dolore di essere stata abbandonata, in realtà nei mesi successivi si sentì altre volte con Christian e i due fecero la pace, a volte capitava che quando lui era solo a casa la chiamasse e che andava a finire che facessero sesso a telefono, ma ad Agnese le cose andavano bene così.

Ormai la ragazzina tutta infagottata non esisteva più c’era solo la giovane e sensuale donna a cui piaceva essere ammirata dagli uomini e quindi capitava sempre più spesso che per andare a scuola indossasse seducenti minigonne e scarpe con il tacco molto alto e a volte si metteva delle camice di quando era più piccola in modo che i bottoni facessero fatica a contenere il suo splendido seno.

La svolta inaspettata e deflagrante avvenne un giorno di primavera quando si sparse la voce che era arrivata a scuola una giovane ricercatrice dell’Università di Milano che avrebbe fatto lezione, solamente agli studenti del V anno. Tutti ragazzi impazzirono per quella splendida e giovane donna. Angela era alta 1,75, per 50 chili, portava una terza di reggiseno e una seconda di mutandine. Angela era esattamente il contrario di Agnese per certi versi spigolosa e con i tratti somatici duri, non comunicava, a prima vista sensualità, ma in lei c’era una lato oscuro una certa luce che ad Agnese parve di intravedere in più circostanze. Angela era la classica donna settentrionale bionda, anche se affascinante, in senso assoluto, non era una donna che, quando vedeva un uomo cercava di farsi notare, a lei degli uomini non importava più di tanto.

Un giorno la classe di Agnese rimase per una lezione supplementare, quel giorno Agnese si era fatta prestare dalla madre un suo completo di pelle, che lei non poteva più mettere ma che alla figlia stava d’incanto, l’abbigliamento era completato da un paio di stivali con i tacchi a spillo di quindici centimetri, quando Angela la vide passare non riuscì a trattenere di leccarsi le labbra.

Agnese non riuscì più a pensare ad altro, sembrava incredibile, fino a quel momento l’unica cosa a cui lei aveva pensato era di fare colpo sugli uomini, anche alcuni amici ninfomani del padre, ma mai nella sua testa aveva pensato ad una donna. La sera tornata a casa prese l’enciclopedia e cominciò a cercare tutto quello che poteva sull’attrazione fisica tra donne, rimase stupita nel ricollegare il termine lesbica con la poetessa greca. La notte non riuscì a chiudere occhio fino a quando la madre non si accorse che la figlia era sveglia e volle sapere cosa stesse succedendo. Agnese allora raccontò alla madre il turbamento che provò, quando Angela si leccò le labbra con fare voluttuoso. Luisa non rimase stupita dal racconto della figlia e le disse che anche lei da giovane aveva avuto un’esperienza lesbica, ma che poi finì tutto di li a breve. Agnese sembrò confortata dallo scoprire che anche la madre aveva avuto un turbamento come il suo, ma che alla fine era rientrato nei canoni di quella normalità che tanto cercava.

Il giorno dopo, venerdì, Angela non venne a scuola, ma lasciò alla preside del liceo un biglietto chiuso in cui le scriveva che le avrebbe fatto piacere rivederla con quei pantaloni di pelle e magari con qualcosa di molto particolare sopra, nulla di più venne specificato, ma tanto valse che Agnese visse tutta la giornata, ma in realtà tutto il weekend in attesa di incontrare il suo chiodo fisso, non riusciva, ma in realtà non voleva ancora, chiamarla amore. Presto non ne avrebbe più fatto a meno. Approfittando del fatto che i genitori erano fuori per un matrimonio, Agnese passò tutto il weekend sdraiata al sole completamente nuda, alle soglie dell’estate poteva già vantare una splendida abbronzatura integrale, con la pelle lucida e scurita dal sole si sentiva ancora più bella e desiderabile del solito.

Lunedì mattina Agnese si alzò di buon ora si fece una lunga rilassante doccia, poi si asciugò e si cosparse il corpo di un olio al biancospino, che tanto successo aveva sui maschi, poi così oleata si infilò i pantaloni di pelle, quando li ebbe indossati si girò di trequarti e non potè fare a meno di notare che aveva proprio un gran bel culetto, poi si mise un bello strato di gel sui capelli che pettinò tutti all’indietro e li raccolse in un romanticissimo chignon, si truccò in maniera molto lieve a contrasto c’erano solo le labbra voluttuosamente rosse, anche le unghie delle mani e dei piedi erano rosso vermiglio, ai piedi indossava un paio di stivali con il tacco a spillo di 15 centimetri, sopra indossò una camicetta di pizzo bianca e un bolerino che si allacciava appena sotto le tette, tanto per evidenziare tutto quel ben di Dio, insomma una visione veramente mozzafiato.
Quando arrivò a scuola tutti i suoi compagni rimasero folgorati, Angela stava parlando con la preside, cercò di controllarsi, ma risultò molto difficile non gettarle uno sguardo lussurioso, Agnese notò quello sguardo e ne fu piacevolmente colpita. Il resto della mattinata, fino al memento della lezione di Angela trascorse più o meno in serenità, con tutti i maschi della scuola quasi sempre i erezione quando la vedevano passare.

La lezione di Angela fu un continuo giuoco di sguardi, di allusioni e di ammiccamenti. Spesso capitava che quando le due donne incrociavano gli sguardi gli ammiccamenti erano sempre più espliciti, ma per fortuna nessuno si accorse mai di niente. Finita la lezione Angela chiese ad Agnese di restare e li le due donne cominciarono le loro schermaglie amorose decisamente più esplicite. Angela convinse Agnese ad andare con lei a Palermo in macchina e in questo modo potevano passare un po’ di tempo insieme senza essere disturbati da nessuno. Il pomeriggio lo passarono per negozi, alcuni anche piuttosto espliciti, come quando Angela chiese alla sua nuova amica di accompagnarla a comprare un completino intimo sexy, Agnese fu molto felice di vedere Angela a seno scoperto, tutte le volte che provava un nuovo reggiseno, poi trovato quello giusto le chiese se le avrebbe fatto piacere toglierlo una di quelle notti. Agnese le sussurrò all’orecchio che non vedeva l’ora di toglierle tutto.

Le due si imbarcarono in macchina per tornare a casa di Agnese, la loro piccola gita palermitana si concluse con l’annuncio da parte di Angela che sarebbe andata Milano per qualche giorno e alla fine con il loro primo bacio dato prima timidamente sulle labbra e poi sempre più arrapate con le lingue che scavavano tutti i meandri più nascosti delle bocche dell’altra. Tornata a casa raccontò tutto alla madre, la quale la pregò di andarsi a cambiare prima dell’arrivo del padre e di certi suoi amici, troppo interessati alla sua avvenenza. Controvoglia Agnese accettò il consiglio della madre.

Quella sera non si fece vedere dagli amici del padre voleva sentire le labbra della sua amata sulle sue. Il resto della settimana trascorse senza grandi avvenimenti, ogni tanto si sentivano telefonicamente ed una notte Angela chiese ad Agnese di accarezzarsi e di raccontarle cosa avesse in dosso, sembrava che Angela fosse in preda ad una sorta di raptus sessuale. Poi le disse che le aveva mandato a scuola, con una busta dell’Università Statale di Milano le sue chiavi di casa, e che lei avrebbe dovuto, se voleva, aspettarla a casa e che si doveva mettere comoda, e con meno roba a dosso possibile. Il giorno dopo uscita da scuola andò dall’estetista per un’accurata depilazione della zona vaginale, poi si voleva far mettere bene lo smalto alle unghie sia delle mani che dei piedi e così li passò un paio d’ore poi andò a comprarsi un completino intimo che definire super sexy è definirlo casto e al termine del piccolo shopping finalmente arrivò a casa di Angela, si spogliò, mise lo champagne in frigo e poi aspettò l’arrivo dell’amica., la quale quando arrivò la trovò placidamente sdraiata su un divano, Agnese senza dire una parola si alzò andò verso l’amica le diede un bacio sulle labbra e poi con voce sognante ma carica di erotismo: “Ben tornata a casa amore!!!”, anche lei si stupì del saluto, ma poi le due si abbracciarono e si baciarono a lungo mentre Agnese spogliava Angela e si spostavano verso il letto. Nessuna delle due donne voleva perdersi in lunghi preliminari, ma entrambe volevano arrivare al sodo, il sesso!!!

Arrivate sul letto Agnese si distese, mentre Angela le si mise sopra, i seni delle due donne a contatto diventavano sempre più duri. Non fecero l’amore, Angela con un supremo sforzo riuscì a fermarsi, proseguirono solo a darsi baci e a leccarsi i capezzoli. Angela propose ad Agnese di passare il weekend successivo a Taormina in modo da poter essere più libere di essere loro stesse, Angela aveva l’impressione di non essere sempre totalmente libera in quei luoghi. Agnese a malincuore dovette concordare che era meglio così.

La sera quando tornò a casa trovò i suoi genitori in compagnia di uno degli amici del padre sempre arrapati, Agnese aveva bisogno di sfogare la sua voglia di sesso e la sua immensa carica erotica, allora propose all’amico dei suoi di far finta di andare via e poi, visto che anche i genitori passavano la serata e anche la nottata fuori casa, di rientrare per divertirsi insieme, all’uomo non parve vero e così fecero. Agnese rimase con il completino intimo che aveva comprato per Angela, quando l’uomo entrò in casa si eccitò ancora di più di quanto non fosse i due cominciarono subito a baciarsi lei sentita tutta l’eccitazione che l’uomo aveva in corpo decise di passare subito alle vie di fatto gli tirò giù i pantaloni e le mutande e gli fece una rapida sega e poi gli prese in bocca il suo uccello sempre più dritto e duro, contemporaneamente Agnese cominciò anche a farsi un ditalino, ma la cosa che le fece impressione fu che mentre si faceva il servizzietto lei pensava ad Angela e non al maschio che aveva di fronte, ma l’eccitazione ormai e talmente elevata che non le importava più se la sua mente sognava una femmina e il suo corpo possedeva un maschio. Quando giudicò che il cazzo dell’uomo davanti a lei era sufficientemente duro si sdraiò sul divano di pelle del salotto di casa e si fece penetrare dal cazzo dell’uomo. Ormai Agnese aveva completamente perso il controllo di se la doppia scena che lei stava vivendo la portò presto ad avere un fortissimo orgasmo, gli spasmi del suo utero e i continui gemiti che uscivano dalla sua bocca portarono anche l’uomo di fronte a lei all’orgasmo che anche in questo caso fu assolutamente sensazionale. I due si rivestirono si bevvero qualcosa e poi lui tornò dalla moglie e tutto finì li.

La scuola chiuse per dieci giorni e le due amiche decisero di dare seguito al loro proposito di passare una settimana da sole a Taormina. Il padre di Agnese acconsentì che la figlia andasse qualche giorno fuori con delle amiche a cui chiese il favore di coprirla inventandosi una storia con un uomo sposato. Al loro arrivo all’Hotel consegnarono le chiavi della loro stanza e le due donne si cominciarono a baciare prima teneramente poi con sempre maggiore passione e voluttà. Ad Agnese non parve vero di risentire il sapore delle labbra di Angela, nello stesso tempo anche nei momenti in cui chiaramente si percepiva quanto fossero arrapate il modo di baciare di Angela era sempre più delicato e foriero di dolcezza e di delicatezza di quanto non fossero mai stati i maschi con cui aveva avuto dei rapporti. Quando Agnese iniziò a spogliare la sua amante rimase affascinata dalla bellezza del corpo di Angela, dalla sensualità che promanava la sua pelle, Agnese si dedicò con tutta la passione di cui era capace alle magnifiche tette dell’amica, non avendo mai avuto a che fare con un seno femminile Agnese decise di fare all’amica tutto quello che lei avrebbe gradito ricevere, quel tipo di attenzioni e di dolcezza che nessun uomo era mai stato in grado di darle. Mentre con quel misto di avidità e di profonda dolcezza succhiava e strizzava i capezzoli di Angela, con le mani procedette al togliere i pantaloni e i collant alla sua donna per poi spogliarsi pure lei e andarsi a sdraiare sul letto pronta per fare l’amore con la sua donna. Quando si trovarono sdraiate a letto si misero immediatamente nella posizione de 69, Agnese disse ad Angela che lei non sapeva cosa fare, allora la donna le consigliò di chiudere gli occhi e di farle tutto quello che le avrebbe fatto piacere ricevere, poi le disse con un filo di malizia, come le aveva succhiato le tette. Agnese sprofondò in un mare di piacere, la lingua dell’amica la mandava in estasi e le dita della donna la toccavano ovunque in modo delicato e ritmato, ma senza mai arrivare ad un punto di monotonia. Sembrava sempre che Angela sapesse dove toccare la sua amante, sembra sempre che sapesse dove poterle provocare più piacere, Agnese si sentiva come un libro aperto, completamente alla mercè della sua amane, uno stato di abbandono e sudditanza che considerava sempre estremamente dolce e piacevole. Gli orgasmi ormai si susseguivano ad un ritmo vertiginoso. Agnese era entrata in un trip di grande erotismo. Smisero di fare l’amore dopo circa 3 ore e dopo che la passione e il desiderio di possedersi che le due avevano accumulato nei mesi di schermaglie aveva trovato un minimo di pace.

Angela ed Agnese allora si prepararono per la cena e poi pensarono di andarsene in discoteca, quindi si vestirono in modo molto sexy, ad entrambe piaceva essere ammirate dalle altre persone e a tutte e due piaceva, far girare la testa agli uomini, in fondo sapendo che mai avrebbero soddisfatto l’appetito erotico degli uomini che avrebbero provocato.

Il loro rapporto si interruppe solo i mesi estivi, in cui Agnese provò ad avere dei rapporti sessuali con dei maschi, quasi tutti gli amici del padre e alcuni ex compagni di classe, ma ormai era chiaro che per Agnese il sesso non poteva che essere solo che declinato al femminile.

Agnese interruppe i rapporti con la sua famiglia prima di andare a vivere a Milano, lei non voleva più vivere in Sicilia lo disse chiaramente al padre il quale accettò la scelta della figlia non condividendola a pieno, ma quando lei era a Milano loro non l’avrebbero mai chiamata, e anche quando lei fosse tornata in Sicilia i loro rapporti non sarebbero mai stati troppo stretti. Agnese aveva paura che la sua diversità non sarebbe mai stata accettata a pieno dai genitori, la madre aveva fatto sesso una volta con un’amica ma nulla di più ormai Agnese aveva intrapreso una certa strada che non riteneva che sarebbe mai stata capita. La nostra piccola Agnese si sbagliava di grosso, i genitori volevano solo la sua felicità e a loro andava bene che la figlia fosse lesbica purché felice e appagata.

All’Università si iscrisse alla facoltà di legge alla Cattolica di Milano, dove arrivò alcuni mesi prima dell’inizio delle lezioni e non disse nulla all’amica, lasciò le valige alla stazione e andò in facoltà. Arrivata si mise in fila per il ricevimento, come gli altri studenti. Angela era in stanza con una collega che essendo l’ora di pranzo dovette tornare a casa dai figli e quindi la nostra bella assistente rimase da sola, all’inizio non la vide, ma sentì l’odore, quel inconfondibile profumo di mandorle che le faceva perdere il controllo, allora chiese ad una studentessa che stava uscendo dalla stanza se poteva dire alla collega di nome Agnese di aspettare, che visto che avevano parecchie cose di cui discutere l’avrebbe ricevuta per ultima. Agnese non si scompose minimamente e rimase in attesa, poi quando dopo circa mezz’ora uscì l ultimo studente questi le disse che la dottoressa era andata un attimo in bagno e di entrare e di chiudere la porta. Agnese entro ed eseguì gli ordini ricevuti, poi dal bagno arrivò la voce calda e suadente di Angela che le disse di chiudere la porta chiave e di mettersi comoda, in genere questo voleva dire di spogliarsi, e così lei fece, appena rimase in reggiseno e tanga comparve subito Angela vestita, o forse è meglio dire svestita, allo stesso modo, le due donne si baciarono e si fecero uno primo ditalino giusto per allentare la tensione, le due vennero contemporaneamente. Poi si rivestirono e andarono alla stazione dove presero i bagagli e andarono a casa di Angela dove vissero per circa due anni. Poi la loro storia finì, una sera d’estate senza un vero perché nella seducente e calda Sicilia da cui tutto aveva avuto inizio.

Mi permetto di farvi ancora un piccolo accenno a quando Agnese incontrò la bella Sara.
L’incontro avvenne la prima volta in tribunale a Milano e poi nella severa formalità dello studio in cui Agnese lavorava da ormai 4 anni, all’inizio le due donne non provarono nulla per l’altra se non una certa antipatia, Agnese era diffidente nei confronti delle altre donne, aveva paura di essere scoperta e che la sua vera natura la mettesse in serie difficoltà, nel suo studio non amavano gli scandali e l’omosessualità sotto tutte le sue forme, non era tollerata. I rapporti tra le due si cominciarono ad allentare durante una cena di lavoro, ma soprattutto nel dopo cena, in discoteca dove vennero portate dai rispettivi capi, che cercavano in questo modo di costruire un clima più sereno e proficuo per la conclusione della trattativa che avevano intavolato per conto dei rispettivi clienti.

Al ritorno a casa in taxi le due donne cominciarono ad ammirare i rispettivi corpi, ma prima che potessero scogliere il ghiaccio arrivò il momento per Sara di scendere dal taxi per andare in albergo.

La mattina dopo Agnese telefonò a studio per annunciare che non si sentiva bene e che avrebbe preferito stare a casa, allora il titolare dello studio le disse che non c’erano problemi e che anche gli ospiti liguri avevano chiesto un giorno di tregua, poi il capo propose ad Agnese di cercare la collega e portarla a fare acquisti nelle strade eleganti di Milano e che questo avrebbe favorito il clima disteso che serviva per chiudere la trattativa. Agnese accettò e andò da Sara sperando di poter parlare con quella donna e capire se tra di loro poteva nascere qualcosa oppure non sarebbe nato proprio niente. Le due passarono tutta la giornata e la serata assieme e la loro intesa diventava sempre più profonda, ormai il weekend si avvicinava e Sara voleva portare Agnese in costa Azzurra per un weekend tranquillo, e nella speranza di Sara il fine settimana sarebbe dovuto essere come piatto a base di sesso e con il contorno di sesso, ovviamente tra donne. Quando Sara chiese ad Agnese se le avesse fatto piacere passare il weekend insieme in Costa Azzurra la bruna Agnese accettò con entusiasmo, poi colta dall’eccitazione per l’inaspettata richiesta diede un bacio sulle labbra dell’altra donna, la quale rispose con tutto l’entusiasmo del mondo al bacio.

Dopo quelle giornate calde e quelle notti bollenti in cui le due donne scoprirono quanto avevano in comune e quanto le loro differenze anche fisiche le affascinassero le due donne non si separarono mai più. Agnese lasciò Milano per Genova e, come detto, andarono a vivere assieme. Devo dire che passare del tempo con quelle due donne e la mia Roberta è veramente un’esperienza molto piacevole.

Fine

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brigitta_bulgari_doppia_penetrazioneLa sesnsazione che avevamo avuto in passato è pienamente confermata: il controllo piuttosto severo sui video Pink’o pubblicati su Tube8 si è allentato molto, probabilmente non viene da tempo intrapresa alcuna azione di filtraggio e segnalazione da parte della casa di produzione romagnola, che in passato aveva fatto eliminare da tutti i principali portali di media sharing porno i le proprie produzioni.

Grazie a questa mancata “censura” (che comunque è del tutto condivisibile), è possibile apprezzare in streaming su la prima (in video) doppia penetrazione di Brigitta Bulgari, ad opera di Francesco Malcom e del sempiterno Remigio Zampa.

La scena è tratta dal nel “Sensazioni”, la terza produzione con protagonista la biondissima pornostar ungherese (dopo “Fashion” e “Life”), recentemente tornata agli onori della cronaca per essere stata arrestata dopo un’esibizione hard di fronte a minorenni in una discoteca nel perugino.

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Tube8 e la prima doppia di Brigitta Bulgari

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Venerdì prima di Natale. Come al solito da noi si respirava aria leggiera di festa, ben prima che il calendario ne segnasse l’inizio ufficiale, e avendo anche quest’anno raggiunto, per la seconda volta consecutiva, il monte-ore prestabilito, avevamo diritto a un’altra giornata “d’autonomia”, che però la presidenza aveva deciso di trasformare in un’altra occasione culturale, anche sta volta vista l’imminenza delle vacanze.

Ci stavamo recando al teatro comunale, quando notai tra la scolaresca un gruppuscolo di primini, e tra loro la bionda cavezza di Luca, che spiccava per la flavizie tra l’altre cucuzze circostanti: delle vere e proprie teste di primo, ma che a volte sapevan esser così buffe e tondeggianti che mi veniva voglia d’abbracciarli tutti quanti.
Allungai il passo, allontanandomi dai miei amici, per avvicinarmi a quel gruppo di primini, poi rallentai, per non essere avvistato: non volevo fargli pesare troppo la mia ingombrante presenza, o meglio non volevo sentirmi addosso tutte le loro saette oculari, che mi trafiggevan ogni volta che mi avvicinavo a uno di loro con la mia più alta figura: Luca, quasi fossi una minaccia per la loro cerchia. Luca nel frattempo si era portato all’esterno del gruppo, e ora camminava a non più d’uno o due passi davanti a me: – Pss…! Ciao! –bisbigliai.
Oh, ciao! – disse come chissà da quan tempo non mi vedeva.
Allora… – interloquii…: com’era bello ciacolare del più e del meno così, in sua compagnia, per il semplice piacere di stare vicini. Erano quelli, infatti, i momenti più belli di tutta mattinata: quando dop’esserci separati, trovavamo dei semplici pretesti per stare assieme, anche zitti, guardandoci l’un l’altro e ridendo come du’ amici d’antichissima data; erano quelli i momenti in cui covavo la più secreta di stare assieme a lui, di stringerlo ed abbracciarlo, anche in mezzo ad una folla, anche in mezzo a quella fiumana umana. Mi sarei fermato volentieri ad abbracciarlo, interrompendo il flusso di quella disordinata folla e destando pubblico scandalo; ma venne poi dall’esterno una flebil voce ad irrompere nel nostro irrealistico sogno ad occhi aperti: – Lucaa… – disse con tono da benevola predicanza: – …fai a modo, eh… – come se si riferisse a una natural birba.
Chi è? – pronunciai contrariato per quell’intrusione nella nostra sfera d’intimità.
È… è la sorella d’un mio amico! – si giustificò subito per quella conoscenza femminile, che doveva essere una di quinta a giudicar dalla faccia, verso cui provai un’immediata gelosia.

Giungemmo al teatro, dove venne quindi il momento di separarci almeno per entrare, o i professori altrimenti si sarebbero anche parecchio arrabbiati nel vedersi sfaldare le classi ancor prima d’entrare: destino inevitabile una volta varcata quella soglia.
In platea, la scolaresca si partì naturalmente per ciascheduno dei tre settori che sentivano per età d’elezione: da destra a sinistra, dai più piccoli ai più grandi. I primini e quelli di seconda, per loro natura più avvezzi a stare uniti, a destra coi professori, che al solito preferivano custodire i più piccini; noi di terza e le quarte nel settore centrale, già più diradati; e i nonni disseminati per le poltrone di sinistra, tutte per loro, col lor maggiore carico di responsabilità che comporta l’anzianità e la maturità.
Mi sedetti coi miei soliti quattro al centro, in una fila tutta per noi, e a destra, poco più avanti, vedevo la nuchetta di Luca, capofila d’un gruppetto di primini, seduto a una poltrona dal corridoio centrale che ci divideva. Oh, come avrei voluto averlo lì con lui! di fianco tutto da coccolare e da accarezzare nel semibuio della stanza, mentre andava in onda quelle pantomima teatrale di cui presto nessuno si sarebbe più curato. Difatti, tosto, il chiacchiericcio coprì il silenzio della stanza, e delle quattro voci dei teatranti non si potea più coglier che qualche sillaba frammentata nei momenti di distrazione dal gioco o dalla confabulazione privata; ma il mio unico pensiero fisso era sempre a lui.
I più piccoli di solito eran sempre anche quelli più pacati, almeno all’inizio: quando non si concedevano più di qualche scherzetto composto per passarsi il tempo o sussurro all’orecchio; ma quando apprendevano da noi più grandi che non c’era per forza bisogno di stare tutto il tempo seduti per far passare quelle quattr’ore, incominciava un brulicare di piccole figure ai bordi del teatro, un brulichìo di fantasmini d’ombra che passavo perfino sott’al palco, impudenti come non mai. E i professori lasciavano correre: perché in fondo sapevano che non si può tenere troppo tempo fermi una mandria di naturalmente scalmanati.
Al contrario, noi più grandi giravamo di meno ma con maggiore disinteresse manifesto: vagando qua e là, di fila in fila, per passare di chiacchiera in chiacchiera in quell’immenso gioco del telefono senza fili che è la vita, oppure giocavamo a carte al lume di cellulare. Ma la noia presto sopravanzava sempre, e prima o poi neanche più quelle solite minchiate bastavano per fare passare il tempo, e i secondi trascorrevano lenti sul quadrante dell’orologio; allora ci si alzava, o ci s’imboscava, o si andava a prendere qualche merendina al distributore dell’hall, così come fecero gli amici di Luca lasciandolo solo lì a capofila d’una fila che non c’era più: come un generale solitario perché quei felloni dei suoi uomini se n’erano andati.
Io vado! – dissi, intenzionato a non tornare più.

Posso? – m’affacciai alla fila di Luca, indicandogli la giacca che ingombrava la prima seduta.
Oh, sì! sì! – mi rispose, e la spostò immediatamente. Io intanto non potevo smettere di guardarlo, affascinato com’ero dalla sua solitaria bellezza nell’atmosfera buia del teatro; poi il mio sguardo cadde sulla sua patta, così trasbordante tra le sue coscette sottili e quella semiluce che n’esaltava le forme; Luca se ne accorse, ma non aggiunse niente.
Allora… com’è? – gli chiesi della commedia per riallacciar bottone.
Boff… – sbuffò, poi m’imitò lui che dormiva con un chiassoso – Crrr…!!! –per rendermi l’idea della sua noia, perché una suo gesto valeva più di centomila parole!
Lo sai che qua si può anche dormire? – svelai, e mi stravaccai anch’io ancor più di lui per mostrargli come si poteva dormire su quel comode poltrone, allungandomi colle ginocchia fino alla poltrona successiva. Anche Luca s’allungò, e così in quelle morbide nicchie porpora ci rimettemmo a ciacolare come stamattina, come prima che quella scassa maroni irrompesse nella nostra intimità.
Incredibile com’ora il tempo trascorresse con suprema levità: or che i minuti e i secondi si riempivano del nostro ciacolar leggero frammezzo da lunghe pause e da silenzi, durante i quali fissavamo il palco, sopra l’orizzonte dei sedili, ove le immagini s’alternavano mute come s’uno schermo d’un cinema d’antan. Ridiscese su di noi quell’insolita intimità che ci isolava dal mondo, che ci eradicava dall’ambiente circostanze ma che al contempo ce lo rendeva anche più familiare; e preso in quel ritrovato senso d’informalità, ricomincia a scherzare: – Oh, te lo ricordi il film! – iniziai a mimarmi una sega sotto l’egida di quel buio protettore; poi passai a lui: – Cl… cl… cl… –: scandivo il su e giù sulla verticale sul suo nobile pacco; finché ridiscendendo inavvertitamente non lo sfiorai.
Subito Luca si ritirò composto sulla poltrona, e io ritirai da lui la mano arciconvinto che qualcuno c’avesse visto; poi si ricoprì colla giacca sopra le ginocchia e cominciò ad armicolarci sotto. Evidentemente gli avevo procurato un’erezione involontaria, e ora faticava a domarla! ma dopo il troppo che c’impiegava, incuriosito buttai l’occhio, e Luca vedendo il mio interesse scostò di poco la giacca: nel nero più nero intravidi come una lunga canula rosina che da lui usciva per annidarsi più sotto la giacca. Ingenuamente ficcai la mano, su suo invito, per accertarmi di quel che il mio conscio si rifiutava d’affettare, ma che il mio inconscio ben conosceva; poi ratto la ritirai avendo inforcato quel tondo tubolo, riconoscendone dalla sodezza tipica della carne rigida.
Dai! – mi fece lui silenziosamente, invitandomi a continuare.
Ma sei matto – gl’indicai i professori alle nostre spalle qualche fila addietro.
Ma sai…, non ci notano! – disse convincentemente, segnalandomi la giacca era lì apposta per quello, e insavio rinfilai la mano riprendendo contatto con quella maliarda verga. Sarà stata l’eccitazione, vuoi la tensione, ma pur tutte le volte che l’avevo toccato, mi sembrava tutto più nuovo: più duro; più grosso; perfin più lungo, se era possibile! Profondai col braccio in quella cavità posticcia seguendolo a mo’ di guida, fino a tintillarne il prezioso prepuzio, che geloso il tutto ben custodiva. Provai come un perverso brivido di piacere: adrenalina pura! quindi tornai a perderlo ben saldo alla radice, quel membro, e strizzai! Parte di me avrebbe voluto punirlo per quello che mi stava costringendo a fare, ma l’altra smagnava per continuare minimizzandone il rischi. Acclimatatomi a quella nuova tensione, cominciai a scorrendolo impacciatamente e poi prenderne viemaggiore dimestichezza e per non farcene beccare con qualche gesto un po’ troppo sospetto. Io, …io che gli avevo detto «mai a scuola!», nel caso un giorno gli fosse venuta voglia di tentarmi con una sega nei bagni della scuola, ora ero lì che menavo in mezzo a millanta occhi potenzialmente delatori, in mezzo a una platea: luogo ben più rischioso dei bagni della scuola dove, perlomeno, avevamo le porte; ma il torbido brivido d’infrangere il proibito ormai mi comandava. Luca chiuse gli occhi gaudentesi la mia sega collo sguardo fisso al cielo, demandando a me ogn’impegno di salvaguardia del nostro onore.
Vigili, i miei sensi sondavano quell’oscura immensità, oltr’a cogliere ogni frammento di quell’inedita frenesia; ma quando m’accorsi, dall’altra parte, d’una figura che stava infilandosi nella fila dietro, d’istinto tolsi la man, lasciando incustodita quell’immane belva.
Lai… – disse venendo verso di noi: – vieni a vedere cos’ha trovato Giovi! – poi mi guardo sospetto, anche s’ero il “cugino”.
No…! dai…– rispose lui tenendosi una mano sulla giacca per evitare che la verga s’alzasse.
Dai, vieni a vedere! – lo tirò per l’altra mano facendogli quasi cadere la giacca.
Noo! T’ho detto no! – resistette per non essere alzato, trattenendosi quella giacca sopra le ginocchia.
Simoni! – venne una voce da dietro in nostro soccorso – Lasci stare Leoni! – sgridò. Era lei…, era lei…: la nostra prof d’italiano del biennio, che quando s’arrabbiava ci chiamava sempre per cognome per aumentare il valore della strigliata – Vieni qua! a sedere! – e il primino se n’andò mesto a sedersi di fianco alla prof.
Pfiu! pericolo scampato…, ma io già me l’ero vista brutta: m’ero già visto lui semimpiedi col bigolo di fuori e la giacca a terra, e la faccia sbigottita di ‘sto qui; ma Luca invece, quasi metaforicamente, si passò la man sulla fronte sospirando, e si risistemò sulla poltrona. Io lo guardavo non capendo come stare così calmo e controllato, quasi il rischio non ci fosse stato; poi scostò la giacca, rinvitandomi a cominciare.
Ma sei scemo!
Ma dai è là! – disse come se fosse una cosa nel tempo lontana, ma la cosa più assurda è che fui ancora così insavio rinfilarvi la mano.
Ma perché Lai? – chiesi intanto che avevo ricominciato la sega.
Eh… – non capì.
Prima,… – annuì – …ti ha chiamato Lai? –.
Sì!
Eh, perché?
Mi chiamano così! – fece spallucce come se fosse la cosa più intuibile del mondo, poi spiegò: – Lai > Lion > Leoni! – scandì.
Ch’! Ma vai a girare, va’! – ripresi intanto a manovrar per bene quel pene.
Ecco! era questa la sua capacità di farsi scivolare tutt’addosso che m’affascinava, tanto che (oltre a quello che tenevo in mano…) non riuscivo mai a dir di no. Col tempo incominciai come ad avvertire uno strano senso di protezione addosso, come se gli schienali ora ci proteggessero dagli sguardi intrusivi dei professori (e di quel piccolo) alle nostre spalle, che finora m’ero sentito penetranti come spade di mille lame affilate; Luca addirittura si era completamente ri-rilassato, quasi che nulla fosse affatto accaduto,e stava godendosi la mia bella sega, con il faccino che sorrideva e di cui stavo ammirando di profilo.
Non so perché, ma non riuscivo a mollarla quella bega magliarda: la tenevo, l’avrei voluto strizzare, ma continuavo a menarla; finché nol vidi collo sguardo pronto per venire, e allora mi fermai prima che impiastricciasse la sua giacca.
Dai che andiamo… – dissi dopo avergli dato una bella ultima stretta a quella cosa favoloso.

Luca cominciò a girare come il trottolino per il teatro, e io dietro, come un fesso, a far da cagnolino a un quattordicenne in foga esploratrice da novello Indiana Jones. Di su, di giù (cominciava a girarmi la testa), di qua, di là (cominciava a venirmi pure la nausea) per le scale, i corridoi, i loggiati, di cui voleva scoprire una porta che s’aprire: “per veder com’erano fatti dentro”, era la scusa ufficiale… Ogni tanto s’affacciava dal finestrone sopra l’ingresso, per poi sparire lesto e non essere visto; e intanto la nostra ricerca continuava. Giunti all’ultimo piano cominciai a lamentarmi: – Dai, Luca ce ne andiamo?
Un attimo! – esclamò cercando d’aprire un’altra maniglia – e poi dove andiamo?
A casa!
Adesso!? – esordì con una nota di stupore
Certo! Veh, che non è mica che ci controllano quando usciamo; non dobbiamo neanche tornare a scuola: secondo te perché c’abbiamo le cartelle dietro?
Ma mia mamma viene a prenderci la!
E la chiami! – uffa, che palle quando doveva fare il bravo bambino! – e le dici che siamo usciti prima e che siamo da me; tanto ci saresti venuto ugualmente! –.
Finalmente riuscii a portarlo ai piani bassi del teatro dove già giravano altri ragazzi liberamente; ma appena tentai di fargli imboccare la via per la platea, s’infilò in un altro buco: questa in un corridoi di servizio: – Aspetta! Così ci fai beccare! –.
Ma dai che non succede niente! – continuò. – Oh, oh! – disse poi accorgendosi che dietro una tenda passava un figuro, e c’infilammo in un anfratto: un piccolo spicchio di retropalco delimitato da tende, in cui c’erano arredi e strumenti di scena.
Visto! – lo sgridai, ma avrei voluto picchiarlo.
Ma non è successo niente! –mi mandò a quel paese, come la vecchia zia petulante che porta scarogna.
Controllai che non arrivasse nessuno, poi ordinai: – Dai che ce ne andiamo! –, ma Luca non si mosse: – Beh…? –.
Ehm…– fece Luca; mi avvicinai. – Mi finisci? – fece segno della sega.
Qua!? – enfatizzai.
Eh!– affermò. Poi quell’ormonico omettino si diresse dritto a una tenda, armeggiando per aprirsi i pantaloni; e io lo seguii dopo essermi assicurato che non ci fosse veramente nessuno. La tentazione era tanta, ma anche la paura era altrettanta; ma quando giunsi a quella sua verga perfetta: dura, pront’armata per sborrare: non resistetti. Tutte le inibizioni crollarono, e disinvolto afferrai con rinnovato coraggio per cominciare le sega e coll’altra su un suo fianco per stringerlo bene. Il mio primino era lì, tutto caldo e caliente, colla bega di fuori, che chiedeva soltanto d’essere sborrato; e io non mi tiravo di certo indietro. Poi capii perché l’avesse voluto fare in quel posto: la paura, l’eccitazione, il rischio, era tutto quanto in un mix perfetto che già sentivi brividi dietro la schiena, ch’altrimenti non avresti potuto sentire; e venire in quelle condizioni doveva essere fantastico, se già lo era masturbarlo. Mammamia quant’era bello! e poi non aveva eguali masturbarlo vedendo la sua lunga bega, e non a spippettarlo nascosto sott’una giacca in platea. Presto ricominciai anche a riavere quel senso di protezione alle spalle, come se ora la sua bega emanasse un’aura protettrice. Guardai Luca in faccia: veniva voglia di baciarlo; poi ansimò. Un forte respiro; un altro un poco ancora più profondo. Il suo fisico tremolante. E dal suo glande vidi due o tre schizzi uscirne fiottanti, imbrattando tutta la tenda rossa che c’era innanzi; Luca ebbe un attimo di cedimento, poi si riebbe; e dopo essermi riguardato intorno, feci per ripulirmi sulla tenda, ma preso da un improvviso moto di coraggio mi leccai la mano, e quindi scesi a ripulirlo con la mia avida di lussuria.
Dop’un po’ di sucamento ce ne andammo, guardando con invidia alle chiazze di sperma lasciate sulla tenda, pensando a quanto sarebbero state fortunate quelle inservienti che un dì l’avrebbero cambiandola, toccandola proprio lì: inconsapevoli dell’onore di toccare il sacro sperma di Luca col quale aveva battezzato il teatro.

Via libera! l’odore fresco libertà ci riempiva i polmoni, e un primino telefonava alla mamma dalle gradinate del teatro per avvertirla dell’infrazione appena commessa e riceverne il benestare.
Hai telefonato alla mamma… – gli dissi con una certa malignità, che però non colse.
Sì, andiamo! – sembrava più leggero – Ma come facciamo? –.
Col bus!
Arrivati alla fermata, chiese: – Ma il biglietto? –.
Ma che biglietto …e biglietto, si va via alla portoghese!
Non voglio rischiare! – criticò, come se finora non avessimo rischiato nulla.
Luca io sono anni che ci vado… –e di un controllore non ne avevo mai visto l’ombra: anzi era praticamente un essere mitologico! tanto che chi anche avesse avuto la (s)fortuna d’incontrarlo, si sarebbe fatto fare apposta la multa, per mostrarla con orgoglio agli amici come l’autografo di un VIP o la foto prova provante dell’esistenza d’un Big foot.
Intimorito, il primino salì sull’autobus andandosi a nascondere subito nei sedili in fondo, come se in quel loco remoto fosse più difficile che un improbabilissimo controllore arrivasse a controllargli il biglietto
Luca stai calmo! – dissi vedendolo seduto sugli spilli: fors’era persino la prima volta che viaggiava sull’autobus senza mamma e papà: – Non sale! – e vedendolo sempre più nervoso a ogni fermata che l’autobus non saltava, comincia a commentare le scritte sui retri dei sedili vicino a noi, e finalmente si distrasse contando i “W la figa” e i cazzi graffittati intorno a noi.

*****

Luca entrò strisciando lo zaino a terra e cristallizzandosi in una posa plastica da rock star in assolo: ero elettrizzato da questo suo brio ritrovato e mi avvicinai facendo per afferragli gioiosamente il pacco, ma…
Op! – mi scacciò via la mano.
Beh…?
Pagamelo, se lo vuoi! – mi disse inaspettatamente.
Eh…!?
Diec’euro a centimetro… – mise la mano in posa di richiedere denaro.
Luca… sei decisamente troppo caro… – temporeggiai.
Va be’, allora uno a centimetro!
Va bene! –volevo proprio vedere dove andava a parete.
Grazie! – disse svelto rendendomi la banconota, e facendo per infilarsela nel portafogli con nonchalance.
No! No! hai capito male tu! – mi arrabbiai perché mi sentii il naso bagnato da un quattordicenne: – …a parte il fatto che mi dovresti quasi un euro indietro …
Esagerato! …un euro: al massimo un qualche centesimo…
Sì, va be’! Ma intanto ridammi i miei soldi! – mi ripresi il maltolto e svelto me ne andai; e poi perché mai avrei dovuto pagare per qualcosa che potevo avere gratis, scusa! e specialmente poi quand’era lui, semmai, che avrebbe dovuto pagarmi! Mi allontanai in cucina, ma Luca mi raggiunse riallancciandosi immediatamente, capendo di avermi fatto arrabbiare
Ma scusa… ma i tuoi quanto di danno di paghetta?
Luca, io non ho la “paghetta”! – mica ero un moccioso! e col tono glielo feci capire: – quando mi servono li chiedo! Perché i tuoi quanto ti danno?
Ma neanch’io ce l’ho! – tagliò corto, quindi secondo me mentiva – Però adesso quanti ne hai? –.
Luca c’avrò quaranta euro… a volte anche cinquanta!
EH!!
Scusa…: ma fai benzina…, vai a mangiare cogli amici una sera…, ti ci vanno, minimo minimo, venti euro in una settimana… poi mettici qualcosa di extra che ti vuoi comprare: il conto è bell’e che fatto! Ma perché, tu quanto c’hai dietro?
Dieci, boh… quindici euro!? – come se a lui nella vita servisse solo quello; ma certo: tanto lui ci pensavano mamma e papa! poi mi guardò col classico musino tristo di quanto parlavo dei miei amici e delle uscita il sabato sera…
Uffa, Luca! lo sai che l’ultimo vieni con noi! Piuttosto, l’hai chiesto hai tuoi?
Sì!,mi han detto che va bene! – bene! adesso toccava solo a me trovare il coraggio di chiedere a mia madre se poteva rimanere la notte da noi a dormire.

***

Buono! Cosa c’è ora?
Niente!– Luca mi guardò sconcertato: – Luca io mangio così quando torno da scuola – o un primo o un secondo, non di più.
Ma perché non vieni da me a mangiare, allora? – dal suo tono intuii che gli facevo pena per il mio pranzare al ritorno da scuola.
No! meglio di no! – o chissà cosa altro mia madre mi avrebbe costretto a fare per ripagare, se già gli doveva dare un aiuto di cui bisogno affatto non aveva; e poi sarei praticamente diventato schiavetto del suo uccello: sempre dietro a menarlo tutt’i dì! – Mi aiuti a pulire! – in quel frangente giunse il quadrupede miagolando: – Eh meeeooo un corno! Chissà perché tu arrivi sempre quando c’è il tonno, eh? Dai, dagli i piatti da berleccare, ché li pulisce lui! –. Scherzai, ma il felino alla fine si beccò tutt’e due i nostri piatti (doppia razione!) e perdipiù le coccole da Luca, mentre io sparecchiavo.
Luca vuoi anche imboccarlo!? – polemizzai.
Ma dai! vieni a fargli le carezze!
No!!
Perché?!
Perché non se le merita! Lui… lui si merita soltanto le botte! come i primini! – specie quando mi chiedevano venti euro per fargli la seghe!
È tutto matto! il tuo padrone è tutto matto…, vero? – disse facendogli segno ch’ero svitato; ma intanto io ero il padrone…, loro due gli ospiti…, e solo io lavoravo!

Dai, Luca vin a fêr i compit! –.
Io! Tu li avrai da fare: io non ho niente per domani! – e te pareva!
Dai, vieni a farmi compagnia…
Sì, ma prima… – mi tirò la maglietta.
– Che c’è? –
…mi fai… – fece segno eloquente d’un’altra sega.
Adesso! – ma come facevo a dire di no?
Luca subito si fiondò sul divano slacciandosi i pantaloni, ma quanto arrivai eran ancora da abbassare: evidentemente eroticità d’un’espoliazione era troppa anche per lui, per potersela perdere. M’inginocchiai alla mia postazione davanti al suo pube; subito passai sopra la zona genitale e con l’altra accarezzai il suo petto: era tale l’ardore che sprigionava che ne sentivo la possanza, di quella cosa dura, anche da sotto i jeans, e me lo fece subito indurire; Luca se ne accorse, e me l’andò subito a tampinare. Aprii i labbri della cerniera e vi scivolai dentro, stendendo la mano a mo’ di misura su quel fallo immenso, poi scivolai sotto anche con l’altra a massaggiare tutto quel pacco genitale di cui Luca fiero andava. Mi rispostai quindi con una sul suo petto: perché volevo sentirne il contatto diretto, per cui mezz’addome spogliai; e con l’altra m’infilai sotto le sue mutande, seguendo la traccia che quella cosa mezz’uscita già aveva tracciato e spostando man mano i suoi slip sempre più in basso.
A quell’immagine d’un fallo slanciato, non resistetti e mi tuffai colla faccia sulla sua pancia, a strusciarmela contr’esso e contro la sua cappella turgida: Luca godeva, godeva e ansimava; e io le sue palle intanto tenevo e con l’altra strusciavo il suo sterno. Poi succhiai un attimo la cappella, e quindi discesi lungo la verga succhiandola su quel nerbo che normalmente la ergeva, e in fine presi a masturbalo.
Ti piace eh! – dissi vedendolo stragodere.
Dai! – m’implorò di farlo venire.
Eh no! adesso Gianluca lo sistemiamo per bene… – aveva voluto farmi cominciare proprio adesso, e adesso io conducevo…, ma gli concessi magnanimamente il mio uccello in dono. Luca l’afferrò prendendo a masturbarlo, e intanto io il suo a svibradurarlo: con quella tecnica che sembra d’avere tra le mani un legnetto con cui appiccicare un focherello, ma il suo incendio era già divampato!
Luca urlò, menò, si dimenò: sembrava un vero indemoniato: ma di godimento! un demone che lascia ben poche speranze al suo impossessato, se non attraverso un esorcismo potente…: un pompino, succhiandone fuori sin all’ultima di stilla dello spirto “maligno”.
Luca s’agitava e in fretta il mio pene sfregava dandomi dolore, ma io resistevo; finché non giunse il momento di farlo godere: buttandomi colla bocca su quell’alabarda dell’amore per toglier da lui quel fluido infame. Me lo sentivo fino in gola, e dopo pochi secondi anche la sua spuma dolce, a irrorarmi il cavo. Succiai fino in fondo, fino all’ultima stilla, fin a che quel pene non ebbe più nerbo, poi lo mollai; ma Luca cercò immediatamente da me un po’ coccole tendo le mani, ma io non avevo tempo e poi quel primino meritava d’essere punito.

***

Alle… allora vieni? – mi chiese per l’ennesima volta, ma questa venendomi ad abbracciare da dietro: mi si accostò colla nuca contro la mia, e poi scese con le mani dentro le mutande, mentr’ero seduto al tavolo, per arruffianarmisi con un po’ di sega.
Ho capito! – gli dissi sbaciucchiandolo sulla guancia e facendogli una carezzina sul capo: bastava solo lasciarlo una volta senza il suo coccolino e ti veniva in cerca come un tenero un cagnolino.
Luca attese che fossi io il primo a coricarmi, poi lui venne tra le mie braccia. Non so se era ancora lui a comandarmi o se questa volta ero io ad avere le redini della situazione, ma comunque mi piaceva assecondarlo: mi piaceva servirlo come un fedele servitore, perché lo sentivo come un diletto. Incominciai a sentire di nuovo quel certo senso di calore alla schiena, come un senso di protezione alle spalle, e l’abbracciai per trasmetterglielo. Luca s’avvinghiò al mio braccio, e teneramente ripensai al modo dolce in cui mi era venuto a chiamare, e mugolai tenero il suo nome strusciandomi a lui. Luca allora si voltò guardandomi con lo sguardo innamorato: temevo quasi mi baciasse, ma m’abbracciò stretto stretto con una carica che mi voltai supino per sentirmelo tutt’addosso e contenerlo. L’abbracciai forte, più forte che potei senza fargli del male, per comunicargli quel senso di fraternità che sentivo per lui in quel momento; ma chissà cosa frullava per la mente di quel primino? Stette, non so, un mezzoretta su di me a pisolare, poi si mossi, soprattutto col bacino, e si sollevò.
Luca mi guardò dritto negli occhi con uno sguardo dolcissimo, ma mi chiese: – Ce l’hai duro? –.
Sì! – balbettai, ma in realtà m’era venuto duro nel momento stesso in cui me l’aveva chiesto. Quindi si sollevò anche bacino e andò con una mano a tastarmi mi maroni: – Mmh! – disse sentendolo tosto e quindi s’infilo nelle mie mutande prendendomelo in uno strano modo e mi sorrise. Non so cosa fosse ma mi sentivo immobilizzato; poi col braccio d’appoggio s’infilò sotto il mio collo, che me lo ritrovai a pochi centimetri da me: temevo che mi volesse veramente baciare, ma poi rise ed intanto ritmicamente mi masturbava ma senza farmi una sega. Non so cosa ci fosse di più malizioso di tutto quello, ma cominciò a massaggiarmi la cappella e io gli ansimai in faccia; Luca allora sorrise ancora di più; io stavo quasi per supplicarglielo un bacio, ma s’alzò accoccolandosi sulle mie ginocchia. Prese il mio pene con ambe le mani e cominciò sussultandosi a scorrerlo su e giù prima soltanto toccandolo, poi facendomi una sega e infine scappellandomelo ad ogni ripresa; io gridavo perché avrei voluto essere stuprato e lui si compiaceva. Quindi si fermò tenendomelo scappellato, e si umettò le dita per poi passarmele sulla cappella tumida.
Ahhhh… – gridai, allora scese mettendosi in bocca quasi mezzo mio pene. Lo succhiò profondamente e con le mani mi accarezzò lì intorno; colle mie andai sulla sua testa a carezzarlo e a incitare il suo sucamento. Non stava bene lo so, non verso lui, non verso il mio padroncino, ma tenere la sua crapa bionda mentre mi succhiava, era per me come tenere il più bel trofeo. Poi mollò un attimo la presa, sbuffò per la fatica di farmi venire, e quindi riprese menando e spompinando assieme.
Ahhh… Ahhh… Ahhhhhh… Lucaaa…! Lucaaaaa! – gridai, e gradando il suo nome venni, venni stringendo la sua crapa che ancora mi succhiava.
Luca si rialzò sorridente e mi disse: – Ti è piaciuto! eh… – facendomi l’occhiolino.
Ma io, come prima lui, lo invocai a me colle braccia tesa; e lui invece d’abbandonarmi mi disse: – Sì, arrivò! –: com’era buono il mio padroncino.

Luca si lasciò spupazzare come io prima non mi concessi, poi convenne insieme a me che per lui era momento di andare, perché io dovevo finire di studiare.
Hai chiamato la mamma? – dissi quando venne a risedersi dopo averle telefonato.
Sì!tra venti minuti è qui! – si sedette altezzoso come un damerino, in risposta alla mia ironia.
Ma come si poteva resistere a un primino così: l’afferrai con una mano dietro e una sul petto per la frenesia, ma poi mi ritrovai a smanare il suo poderoso pacco. Andai subito a prenderglielo, a manipolarglielo, ma non mi bastava: il mio ardore si era di nuovo acceso e con complice intesa andavo ancora a soddisfarlo. Mi buttai in ginocchio tra le sue gambe, e mentre lo slacciavo pensai a quanto provocatoriamente mi aveva chiesto del denaro per farlo, aumentando la mia eccitazione; così quanto mi trovai di fronte al mio idolo adorato, lo leccai immediatamente. Di’ che oggi ne avevo fatta di scorpacciata di cazzo, e che cazzo! poi ammirai la sua cappella nuda.
Fissai un attimo Luca negli occhi per vedere se stava godendo, ma provocatoriamente mi chiese: – Ti piace, eh? – come a dirmi: «ti piace il mio cazzo, eh?», e in tutta risposta non riuscii a far altro che ficcarmelo in bocca. Ma chi a volevo darla a bere: io per il suo cazzo avrei pure pagato, e pagato molto più di quanto non m’avesse chiesto!




Alle… Alle…
EEH! – me ne stavo tranquillo sul divano a guardarmi i programmi e lui mi rompeva.
Oh, sta calmo! – disse mio padre con il cordless in mano: – Tieni! è per te –.
…e chi è?
È Roberto… –
…e che cazzo vuole?
Dai, cerca di essere un pochino gentile! – e me lo riporse dopo averlo tolto per la mia precedente esternazione.
Pronto!
Ciao… – sentii un salutino ruffiano dall’altra parte: – allora domenica ci vediamo… – incominciamo bene! già percepivo un suo sorrisino malizioso, ma dentro di me sentivo tutto lo spermino di Luca che di rabbia ribolliva.
Indicesegnalazione errori.

Per contattarmi: erox06@gmail.com (e-mail e ) o qui anonimamente.

Read the original post:
Venerdì prima di Natale

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nessuno deve sapere michelle ferari

nessuno deve sapere ferari

Nessuno deve sapere, questo è il titolo del nuovo con Michelle Ferrari, la celebre pornostar ligure a contratto con Showtime Film.

Inutile dire che questo nuovo titolo fosse attesissimo dalla nutrita schiera di fan di Ferrari, una delle pochissime pornostar italiane rimaste in circolazione, che gode di un seguito veramente alto.

Nessuno deve sapere non è ancora disponibile in streaming, ma è possibile vedere un’anteprima proprio sul sito ufficiale di Michelle Ferrari.

Dalle immagini vediamo che si tratta di una pellicola dalle tinte forti, con scene di sesso piuttosto violente, tipiche della regista Susi Medusa Gottardi. Fruste, bondage, nastro adesivo sono presenti in abbondanza, specie dalla protagonista, una donna senza scrupoli e senza inibizioni, interpretata dalla pornostar spezzina.

More:
Nessuno deve sapere, il nuovo film di Michelle Ferrari

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brigitta bulgari su tube8

brigitta su

Chiamatela Brigitta , Brigitta Bui o semplicemente Brigitta, l’unica cosa certa è che la popolarissima pornostar ungherese fa sempre notizia, spesso e volentieri suo malgrado. Anche se Tube8 ci permette di ammirarla in quello che le riesce meglio, molti di noi  se la ricordano per motivi molto differenti.

Giunta agli onori della cronaca per il suo ingresso in campo, nuda con cravatta, durante una partita del Piacenza, Brigitta raggiunge l’apice quando gira un falso “rubato” che la immortala in effusioni sessuali con l’ex tronista Diego Conte, svelato durante la trasmissione La Talpa.

Non troppo tempo più tardi sarà querelata, assieme a quel marpione di Riccardo Schicchi, per l’utilizzo del nome (e soprattutto dell’imitazione del marchio “Bvlgari” in un suo calendario), per cui sarà costretta a riprendere il suo nome d’arte d’esordio, appunto.

Viene coinvolta nello scandalo di Vallettopoli per delle foto scattate assieme al pilota di motociclismo Melandri, ed ora torna a far notizia dopo uno spettacolo “dei suoi” in una discoteca nella quale erano entrati anche minorenni.

Insomma, Brigitta non smette mai di annoiarci ed ogni tanto torna a far parlare di se’. Noi perlò vogliamo ricordate Brigitta così

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Brigitta Bulgari su tube8

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Da oggi avete un riferimento in più per conoscere tutto ciò che c’è da sapere su abbigliamento sexy, sexy toys e novità nel mondo dell’oggettistica per adulti.
Il blog viene infatti quotidianamente aggiornato con post sempre nuovi: l’ideale per rimanere piacevolmente stupiti dalle sue proposte!

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Tutte le news su sexy toys, eros e dintorni sono su SexyCommerce.it

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Buon divertimento

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vittoria-risi-pornostarCome apprendiamo dal nuovo sito della celebre casa di produzione romagnola, Vittoria Risi è la nuova Pink’o Girl.

Da diverso tempo  le uniche novità relative alla Pink’o riguradavano scelte strategiche o commerciali: nuovi siti, nuovi programmi di affiliazione, fornitura di materiale (anche datato) a nuovi media. Questa volta però abbiamo avuto una piacevole sorpresa.

Bionda, occhi verdi, seno molto abbondante, Vittoria Risi è una pornostar veneziana dalla spiccata somiglianza con il mito Moana Pozzi.

Dopo il diploma all’Accademia di Belle Arti ed una breve esperienza come agente immobiliare, Vittoria Risi segue la sua vera vocazione, il sesso.

Contatta la redazione del Delta di Venere e partecipa al Misex. Da quel momento in poi la sua è un’escalation nel mondo del porno. Gira infatti 3 distribuiti da TopLine Video, oltre ad una serie di comparsate in Tv, in particolare nel “I segreti di Moana” nella parte della pornostar stessa.

A questo punto non ci rimane che attendere la prima produzione targata Pink’o con la supermaggiorata Vittoria Risi come protagonista: dopo mesi di assenza di nuovi prodotti sarebbe veramente una bella sorpresa!

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Vittoria Risi Pink’o Girl

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falsa apparenza.inddLa notizia girava in rete già da diversi giorni: Franco Bigini, ex tronista di “Uomini e Donne” si sarebbe dato al porno. E così in effetti è stato.

Proprio oggi la Showtime ha pubblicato la cover del che vede il corteggiare di Maria de Filippi come protagonista: “Falsa Apparenza”, diretto dal solito Andy Casanova, con Baby Marilyn, di ritorno alle scene hard, Asia Preziosi ed Elisa Rossi.

La trama non viene menzionata sul sito di Showtime, ma il appartiene al filone “Cronaca Nera” , quindi ci aspettiamo il solito noir italiano alla Bandinelli, con tanto di coltellacci, pistole e violenza domestica (la foto di copertina vede proprio Franco Bigini minacciare Baby Marilyn con un coltello).

Per i più curiosi è presente anche un file PDF con foto esplicite di Franco Bigini in una scena di sesso, con tanto di cumshot finale.

Quello di Franco bigini non è assolutamente il primo caso di tronista passato al cinema porno: prima di lui hanno intrapreso questa strada Fernando Vitale (da Tronista a Trombista, il suo primo con Max Bellocchio) e soprattutto Diego Conte, con la sua celebre scena “rubata” in cui aveva un rapporto sessuale con la celeberrima Brigitta .

Peccato che il titolo del primo di Franco Bigini sia così scarso di ironia, avrebbe potuto chiamarsi… da Tronista a Troionista!

Here is the original post:
Falsa Apparenza, il film porno con Franco Bigini

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