Archive for giugno, 2008
Una soffusa luminanza fendeva l’opaca penombra della stanza dagli stretti spiragli della serranda, dando a tutto un vago sapore d’eterno e diffondendo tra le sagome e i contorni in toni bigi l’irreale chiaritudine di un mattino novembrino intorno al mio letto; ma dal suo centro un perfuso tepore mi annunciava l’inizio di una grandiosa giornata. Pian piano i miei occhi si abituarono a quella ritrovata luminanza dissolvendo la grigia nebbiolina di prima, che tutto avvolgeva, lasciando il posto a una variegata tavolozza di colori, arricchita da una spiccata nota d’oro. Che bello svegliarsi la mattina con qualcuno vicino: ti dà un senso di accoglienza nel mondo ridesto, che dell’estate non sentivo; ma ora quel biondino era lì con me.
Finalmente distinguevo i lineamenti morbidi di quell’emivolto pubere, emergente dal cuscino, e i sinuosi contorni di quel corpicino, sotto le lenzuola, che, pur non toccando, percepivo in tutta la sua grandiosità, quasi una gravità intensa esercitata dalla sua metafisica mole. Mi attirava, m’intrigava quel profilo pubescente dalla nobiltà infusa: un sogno perfetto…, un’opera perfetta che non toccavo per paura di destarmi; i sentivo bene: mossi il braccio per poggiarglielo sulla spalla e un’emozione violenta mi percosse l’anima. No, non era un sogno! quella corporeità tangibile era reale, non un’illusione d’un demone crudele; quel primino che dormiva tra le mie braccia era reale, concreto, come me! Scivolai con la mano sul suo capo… tra le mie dita oro finissimo: un vello morbidissimo tra le cose più preziose al mondo; e poi sulla guancia liscia come la sabbia, lontana dall’avere ancora il primo accenno di barba, poi Luca aprì gli occhi. Una pupilla dolcissima mi guardava, che per simpatia un: – Good morning Sir! – mi fece uscire dalla bocca per omaggiargli alla sua intrinseca nobiltà. Luca incominciò a stendersi, a stiracchiarsi dolcemente, abbracciandomi il collo, e: – È stata la notte più bella della mia vita! – mi disse affettuosamente, stringendosi al mio petto. – Davvero… – gli dissi retoricamente, ma intanto non potei fare a meno di pensare a quante notti, in realtà, avesse potuto vivere nella sua giovane vita per designare quella come la più bella, con così tanta certezza. – …sai a cosa ho pensato? – aggiunse. – No… – – Che sarebbe bello rifarlo in gita! – ma come correva! – Beh, la vedo un po’ dura… – – Perché? – – Insomma: trova i professori… –che erano diversi! – …; metti d’accordo le classi, scegli il luogo e la data in comune… – era praticamente impossibile, oltre che averne io poco entusiasmo per la sua idea… e poi la mia classe avrebbe deciso diversamente: l’ultimo anno avevamo quasi rischiato di saltare la gita per le diserzione di alcuni all’ultimo momento. – Beh, che problema c’è… io sono capoclasse! – lo disse come fosse un titolo onorifico. – …e te pareva! – mi scappò sovrappensiero: un bel tipino come lui, non avrà mica avuto difficoltà a diventare capoclasse; chissà quante primine che l’avranno votato… – Eh…? – – No… niente! – di certo, nella mia idea, lui non era adatto per quel ruolo: non che non avesse le capacità o il carisma necessario, anzi…! solo che, secondo me, l’incarico richiedeva determinate attitudini che lui non aveva, come una predisposizione a farsi naturalmente carico della problematiche degli altri; mentre lui era, insomma, più portato a ricevere che a dare, come accadeva con me d’altro canto. – Va be’, ma se ci diamo da fare … – ecco che pensava a usare per lui l’incarico… – Luca lascia perdere… dai! – – Ma perché? – – Ma perché forse non ti è venuto in mente che le terze vanno con le quarte, massimo le quinte… e le prime con le seconde! Poi, in tutti i modi, sarei io a non venire in camera con te! – – Perché, scusa? – c’era rimasto male. – Ma perché, secondo te… che cosa penserebbero… – mi stupiva che non ci avesse pensato da solo. – Va be’, ma non vuol dire niente… – – A no…? secondo te uno di prima che va in camera con uno di terza, è tutto normale! – – Ma allora adesso… – – Che c’entra? – – Eh! Se è sbagliato, perché noi adesso siamo qua? – – Ma che c’entra l’essere sbagliato! Io non voglio solamente che altri sappiano, perché non voglio essere giudicato da chi non sa! …e poi, in fin dei conti, con chi faccio sesso è affar mio! – – Sesso?! – Luca mi guardò come se avesse ascoltato qualcosa che l’aveva piacevolmente sconvolto. – Sì, perché tu come lo chiameresti …? – se aveva un termine migliore… Luca improvvisamente cominciò ad assumere un tono serio: – Ma allora dobbiamo stare attenti! – – Cioè… – – e… – sembrava non avere ben in mente, nemmeno lui, che cosa volesse dire: – usare il… – e con le dita mi fece segno del profilattico. – e perché… scusa, tu mica rischi di rimanermi incinto…! – gli dissi col sorriso sulle labbra. – Ma no… le malattie… – non ho capito, fino a poco prima non gli passava nemmeno per l’anticamera del cervello e adesso, solo perché lo chiamavamo “sesso”, dovevamo preoccuparci! – e di che cosca dovremmo preoccuparci, scusa… tu hai quattordici anni… io con le ragazze non ci sono ancora stato! – e va be’, c’era poi la parentesi di Robertino… ma anche lui era verginello. Luca sembrava aver esaurito gli argomenti per ciarlare, e si appoggiò sul cuscino a guardare il soffitto trasognato: – Wow sesso! – bisbigliò. Non mi mollava un secondo; mi seguì anche in bagno: – Perché lo spazzolino? – gli chiesi. Quando mi asciugai la faccia, me lo ritrovai di fianco che mi porgeva la verga già bella scappellata sul lavabo: – Me lo lavi! –, mi disse con un’inflessione maliziosa. *** Entrai in cucina con quel bel primino sottobraccio; ero io ora a non riuscirgli a levare gli occhi di dosso e specialmente a non toccarlo: era più forte di me, avevo bisogno di un contatto fisico con lui: – Allora cosa vuoi? –. Luca si mise a tavola: era un amore vederlo biondino e azzurrino dietro il tavolo in trepidante attesa; se non fossi stato indaffarato, a prepararci la mia cioccolata, l’avrei riempito di abbracci! Consulta l’Indice per l’elenco cronologico dei racconti.
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Vorrei… vorrei….
che questa notte non finisse mai, come se il mondo dietro quella porta scomparisse ora e poi; perché il mondo non è pronto per l’amore dei Briganti! Io e te possiamo vivere solamente come parole a mezza voce: dette, per esser poi taciute. Dormivo ormai da una mezz’ora beatamente, quando mi sentii chiamare alle spalle: – Alle… alle… ps… -. Luca stava in piedi col cazzo diritto davanti la tazza a giocare con le ombre cinesi proiettate dalla mia torcia, e intanto il tempo passava: – Allora hai finito! – lo rimproverai. ***
«Brrrrrr» fece Luca appena m’affacciai sotto le coperte: – a sì…! – gli dissi io abbracciandolo immediatamente: avevo capito le sue intenzioni e quel brivido biricchino mi aveva riacceso. Lo accarezzai, lo strofinai e mi parve in quel buio occultatore che il suo corpo non fosse soltanto morbido come al solito, ma pure tosto e compatto al tempo stesso, quasi fatto d’una materia eterea; coglievo di lui dimensioni inedite, che altrimenti, alla luce del giorno, non avrei mai colto. Incautamente passa la mano sul davanti e mi ritrovai il palmo ricolmo di quella mostruosa intimità. Luca sembrava decisamente gradire il mio interessamento alle sue parti intime e incominciò subito a strusciarsi contro la mia mano: quel magnifico cannone di Navarone nella mia mano… stavo trasalendo; salii lentamente lungo quella verga, ma appena la sua percezione sotto la stoffa della canottiera mi fermai: non ancora… era troppo presto! e ritornai su quella suprema bega. Riposavamo ormai da un quarto d’ora nudi e rilassati nello stesso letto, e sarei rimasto in quella posizione anche per ore, non m’interessava d’essere soddisfatto, talmente mi soddisfaceva averlo sopra da coccolare, ma si alzò, contro il mio volere. Stavo quasi per rimproverarlo, quando m’accorsi che si stava rannicchiando sulle mie gambe per masturbarmi; mi parve quasi una sagoma di madonna nera che dominava la scena. ***
- Alle ho freddo! – mi disse Luca lievemente tremare: sembrava chiedermi il permesso per potersi rivestire… che tenero! tremava fra le mie braccia come una fogliolina in pelle d’oca, che percepivo come un braille sotto le mie dita; lo accarezzai ancora un po’ e poi gli diedi il benestare, anche se dentro rimpiangevo già quella tenera nudità. Appena s’alzò corsi lungo suo ventre per tastarne il fallo: era molle e ancora bello barzotto, non mi sarebbe dispiaciuto succhiaglielo un pochino già che stava fermo, ma non potevo esser io cagione d’un suo malanno. vorrei… vorrei….
che questa notte non finisse mai, come se il mondo dietro quella porta scomparisse ora e poi; perché il mondo non è pronto per l’amore dei Briganti! Io e te
1 Luca fa il verso ad Alle trovando buffo quel «dormimi» Consulta l’Indice per l’elenco cronologico dei racconti.
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Rincontrai Luca felice davanti l’uscita di scuola; sembrava non star più nella pelle, appena mi vide corse subito verso la macchina gridandomi di venire; quel pomeriggio sarebbe venuto da me e vi sarebbe rimasto l’intero weekend, due giorni tutti per noi… e lui tutto per me! e come al solito nel ritorno lui salì davanti e io didietro, non capivo il perché, nell’andata sedevamo tutti e due dietro, ma forse era soltanto questione d’abitudine: una pura casualità trasformatasi poi in consuetudine scaramantica; ma a me piaceva così, anche perché potevo ascoltare i loro dialoghi pur standone fuori.
– Allora, Alle, – mi chiese sua madre: – cosa combinerete stasera? Scommetto vi divertirete… – suggerì, ma il suo tono era realmente pieno di curiosità; di quella sana curiosità che prende ogni genitore quando il proprio figlio passa la notte fuori di casa. – Ma no… niente d’eccezionale…! Stasera siamo soltanto io e lui, e domani forse vengono due miei amici… – non potevo dirle forse avevamo intenzione d’uscire. – …e ragazze niente? – provocò sua madre; io non risposi, probabilmente arrossendo, e lei riprese: – Veh, che lo so come vanno queste cose… sono stata ragazza anch’io, sai! Sono uscita anch’io la sera con le mie amiche, e quante volte andavamo dai ragazzi con le case libere… – ma Luca la interruppe bruscamente… – Sì, mamma abbiamo capito mm… non ci interessa sapere cosa facevate da ragazze! – probabilmente era seccato di sentir sua madre raccontare le sue si avventura da ragazza. – Eh… Luca… adesso fai così, ma quando ti interesseranno le ragazze vedi… – – No, Mamma, mi interessano già le ragazze! – le rispose tostamente – solo che non mi interessa sapere cosa facevate quarant’anni fa! –. – Oh, ma quanto mi fai vecchia! Ma guarda te che figlio impertinente, vero alle? – mi chiese conferma, ma io in quelle beghe non ci volevo rientrare! per fortuna che accostò a casa mia… – Allora ci ved… – stavo per dire, ma sua madre intervenne inopportunamente: – Guarda, Luca, guarda che bel mao! –. – È Niki! – esclamò Luca con la sua acutezza giovanile. – Il mao… – diss’io sconvolto dall’infantilità di quel termine. – Sì, quando lui era piccolo li chiamava sempre così… il bau e il mao, e allora io glieli chiamo ancora così per prenderlo in giro! – insomma: era una ritorsione materna per averle dato della “vecchia”, e per fargli capire che era comunque sempre il suo piccolino. – Comunque è il mio! – le dissi mentre Luca ci guardava già male. – Ah! Allora ecco perché torna sempre pieno di peli; hai un gatto! – beh, se guardava meglio forse notava anche dell’altro: possibile che non si sia mai interrogata su quell’abbigliamento sempre inspiegabilmente stropicciato? ma era meglio sorvolare: – Luca che fai allora… – gli accarezzò i capelli: – scendi anche tu che ti porto dopo la roba?–. – No! – disse lui muovendo il ditino pieno d’orgoglio: – Vengo dopo io col mio motorino – sottolineando ogni volta quel “io”: – così sono libero tornare a casa quando mi pare! – e soprattutto non doveva farsi accompagnare dalla mamma, che, a quattordic’anni, non faceva certo sintomo d’autonomia… e poi non avrei neanche saputo che cosa preparargli visto che prima dovevo vedere che cosa mia madre mi aveva lasciato per il weekend! Poi l’autovettura andò via con Luca che gesticolava animatamente. Chissà che cosa ci avrebbe riservato quella giornata? troppe robe avevo per la mente, e troppe tra loro contrastanti per potergliele realizzare tutte. *** Di già…? avevo appena finito di sistemare i piatti quando riconobbi un rumore noto; capivo benissimo ormai quando arrivava, seguiva sempre il solito pattern: una sgasata a inizio della via per poi planare fino casa mia, soffermandosi a borbottare col motore acceso davanti al cancello, quasi aspettasse impazientemente; ma di solito riuscivo a dargli il tiro prima che s’arrestasse, così ch’entrasse, parcheggiasse in completa autonomia e salisse da solo fino in cucina, dove l’attendevo; oggi però proprio non riuscivo a trovare il telecomando. Luca tra poco sarebbe entrato da quella porta; era venuto in fretta oggi e sicuramente s’aspettava qualcosa… e subito! eppure per me era così chiaro che sarebbe stato meglio aspettare… Luca comunque comparve sulla soglia col suo biondo radioso, a illuminare la stanza, e disse: – Ciao, come va? –. Recava in mano un casco e a spalla i due zainetti, l’uno coi libri e l’altro con la “roba”, mentre io per la tensione non riuscivo a rispondere; un imbarazzo d’aspettativa si respirava nell’aria, finché lui non disse, rompendo il mio nervoso: – Allora… –. Che fatica oggi fare i compiti con Luca, aveva sempre prurigine dappertutto… e non bastava mica che lo grattassi dai vestiti: no, no! dovevo proprio andare sotto e grattarlo sulla pelle nuda, come «solo io sapevo fare»… e ancora più strano era il fatto che avesse sempre quel prurito intorno al pube, e si spostava pure! tanto che dovetti sempre grattarlo alternativamente sia suoi testicoli e che sul pene, immancabilmente duro; ma come potevo resistere a quell’affronto: a quella roba perennemente dura davanti agli occhi, che non s’ammosciava mai! Poi, d’un tratto passò un’ambulanza e una mano scaramantica andò a toccarmi i testicoli: – Presto toccami! – m’ordinò lui. *** Dopo cena la parte più difficile di tutta la giornata: con quelle tre – quattro ore da riempire col fatidico «che fare?» prima di andare a “dormire”; perché mica sarà voluto andare a letto presto proprio oggi che avevamo la casa libera tutta per no? – Che facciamo? – continuava a chiedermi. – Dai cambiati! ce l’hai il pigiama, no? – gli dissi finalmente dentro la mia stanza. La prima cosa che feci fu quello di cercarlo, di stringerlo e abbracciarlo con tutta la smania che avevo mammamia quant’era tenero… lo passavo dovunque su quel morbido pigiava, sembrava lui fatto interamente di flanella e si faceva toccare tutto come fosse il mio immobile orsacchiotto, gli piaceva farsi guidare. Finalmente tutto mio, il mio primino tutto per me! un sogno realizzato in quella magica sera, quanti ricordi mi venivano in mente, di sere passate a letto con Robertino, ma ora il loro attore era sempre lui; il mio turgore stava esplodendo, e anche il suo percepivo, perché ancora non mi azzardavo lì a toccarlo: dulcis in fundo e ad ogni momento la sua sorpresa, rompendo pian piano tutti quei posticci tabù, per rendere più intensa l’ascesa. Mm… come mi eccitava tutto quel tenero primino per me, tutto dolce, tutto spaventato, poi un rumore ruppe l’intesa. Consulta l’Indice per l’elenco cronologico dei racconti.
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Quanti sguardi birichini, quante occhiate maliziose durante quei compiti di scuola che non avrebbero mai dovuto esserci… troppe volte le nostre mani si erano incontrate tra quei quaderni scarabocchiati nella consapevolezza che avrebbero mai dovuto essersi toccate, se volevamo resistere; solo due giorni mancavano… non potevamo sciuparli così! Se tutto quel subbuglio, tutto quel parapiglia era frutto di soltanto così pochi giorni d’astinenza, venerdì sarebbe stata una cosa fantastica! anche se ora era veramente difficile resistergli, a quel biondino incredibile; ogni suo effluvio era un profluvio d’ormoni ch’empivano l’aere. Per l’ennesima volta Luca mi chiese intervento sui compiti di scuola come pretesto per toccarmi la mano, e come d’incanto calammo in un erotico torpore che piano ci portava ad avvicinarci: sapevamo ambedue benissimo che tra poco avremmo finito entrambi e che allora sarebbe stato alquanto più difficile resistere, ma per fortuna in quel momento entrò Niki; con la sua intrusione felpata, quasi per similarità alla nostra cognizione ovattata, s’insinuò sotto il sub-limite cosciente della nostra percezione assonnata a distarci, di rientro dalle sue penultime uscite autunnali. – Pc’… pc’… vieni qua… dai! –, ma il quadrupede non mi cagò di striscio e continuò la sua strada imperterrito verso il divano, la sua prossima dimora invernale per la quale presto avremmo litigato, sulla quale salì scomparendo dalla vista. – Oh, non ho capito! – andai a molestare il gatto accompagnato dal mio vice. Niki si toelettava bellamente sul cuscino, mentre noi due restavamo ginocchioni a guardarlo nel suo gesto sinuoso, finché non lo interruppi con la mano: – Oh, quando ti chiamo, mi devi cagare, hai capito? – atterrai il felino. – Ma lascialo stare! – mi rimproverò Luca, si vedeva che non era suo il felide: – ma ciao Niki! … ma come sei bello! – disse con la voce stridula, portata all’estremo limite del suo registro vocale come sempre quando si rivolgeva al gatto, tanto che mi trapanava il timpano: – Niki… – poi lo vidi alzarsi: – tienilo lì che torno subito! – e scappò via; subito pensai che dovesse recarsi al bagno, ma lo sentii aprire la cerniera della sua cartella e poi un tintinnio. Ma cos’era? Luca tornò: – Niki guarda…– gli sbandierò davanti al muso un collarino, che lui annusò: – ti piace, eh? – muoveva quel campanellino freneticamente. – Che cos’è? Fa vedere… – – E’ un collarino; l’ho preso per Niki… – ma che roba: neanche a dodic’anni avrei fatto una cosa del genere per il mio gatto… – Ma no… – – Perché… – – Ma non lo indossa, non è abituato! – un po’, in realtà, ero geloso perché quel presente non era per me. – Ma aspetta! Aiutami a metterglielo – fui costretto a bloccare quel morbido ammasso di pelo che come al solito al brandimento s’agitò. – Ma come ti è venuto in mente? – – L’altro giorno, mentre giravo, l’ho visto e mi è venuto in mente Niki… – ero felice di sapere che un qualcosa di me fosse sempre presente nella sua mente, perché in fondo ora era come se quel regalo lo avesse fatto implicitamente anche a me. – Ma quanto hai speso? – gli chiesi: non volevo certamente saper da quella cifra la valuta del suo pensiero per me, anche perché non è mai lecito misurar col pecuniato il valore d’un pensiero; ma il semplice sapere che si era separato di un qualcosa di suo, il danaro, per dare qualcos’altro a me, relativamente alle sue disponibilità di quattordicenne, mi era sufficiente per sentirmelo e acquisire lo stesso sapore di un “ti amo”. – Boh, uno, due euro… – disse finendo di allacciarlo, invece io l’avrei sommerso di coccole; poi lasciammo Niki che andò via tintinnando per nulla soddisfatto. – Guarda, gli piace! – disse Luca forse antropomorfizzando un po’ troppo il gatto; ma io in quel momento, in quella sua manifestazione di dolcezza, io gli sarei saltato addosso: sentivo un intenso bisogno di stringerlo, di abbracciarlo a più non posso, ma non potevo! Una crisi d’astinenza per la di lui corporeità mi prese; ma dovevo sedarmi, calmarmi, impedirmi d’abbracciarlo o tutto sarebbe finito lì, e mancavano soltanto due giorni… – Luca, vai a seguirlo! –. Intanto io mi buttai sul divano, occupando tutto lo spazio disponibile e portandomi le mani sotto il petto per vincolare a me, ma Luca tornò: – Oh, che fai? – non gli risposi, guardavo dall’altra parte e gridavo dentro: – dai lasciami venire… –. – No! – – Perché? – – Lo sai! – – Dai, non facciamo niente… voglio solo sedermi! – E sì, solo sedersi… come se non lo conoscessi. – No! – – Dai… – – T’ho detto di no! – – Beh, allora mi ti metto sopra! – Non gli risposi, ero troppo preso dal lottare con me stesso, con la mia astinenza, ma lo sentii salirmi sopra. – Ma che fai!? – – Mi metto sopra di te! – – No…– – Eh, prova a fermarmi! – maledetto! Sapeva benissimo che non potevo voltarmi o in quell’attimo sarebbe finito tutto. – AHIA! – – Che c’è? – si tolse subito. – Tu e quella cazzo di cintura! – mi voltai con testa, ma non portando, violentandomi, la mano sulla parte fitta: – Me la sono sentito nella carne!! –. – Scusa… – e poi lo vidi metter mano alla cintura. – E adesso…? – – Me la levo, così non ti faccio male! – – Perché tu pensi ancora di risalire … – – Se non mi fermi.. – ma non si stava solo togliendo la cinta: assieme a quella si stava levando pure i pantaloni. – Ma non ti dovevi levare solo la cintura? – – Lo sai che mi stanno larghi… dopo scendono e mi danno fastidio! Dov’è il panno? – e si voltò intorno con disinvoltura trovandolo sulla sedia, ormai si muoveva – pure in mutante – come fosse a casa sua; nel movimento scorsi sotto la camicia le sue mutande, a tratti comparire come una chiazza bianca tra le sue gambe; che voglia di violentarlo… poi con quell’insolito pastrano addotto ritornò: – Mi fai posto? – chiese retoricamente. – No! – – E allora risalgo! – disse col tono di ripicca di un bambino: «non mi fai venire, allora ti salgo sopra» sembrava dire, che proprio non era un vero dispetto, anzi avevo finalmente occasione di toccarlo, ma per me era una vera e propria tortura, averlo intorno e non poterlo abbracciare… ma Luca non si limitò soltanto a salirmi addosso, dopo avermi detto scherzosamente che ero comodo si infilò con le mani sotto le mie mutande, afferrandomi il genitale. – Luca, no! – – Ma dai non posso farti niente, sono sotto di te… – intendeva le mani; inutile discutere con uno così: con lui la logica e la diplomazia non servivano a niente;quanto voleva qualcosa, l’otteneva sempre! Iniziò a palparmi i testicoli e poi disse: – Come sei morbido! Sembrano di velluto… –. – Grazie… – cos’altro potevo rispondere a quel primino-peste. Passarono cinque minuti di silenzioso abbraccio: Luca mi stringeva forte come in cerca anche lui di un libidico riempitivo del suo bisogno incolmabile di affetto, lo stesso per cui sentivo quel turgido pene premermi contro la schiena; passò quindi un’auto proiettando il suo riflesso sulla parete interna: – I tuoi.. –. – No… è troppo presto! – Luca mi strinse trasmettendomi il suo senso di imbarazzo e poi disse: – Pensa se entrassero ora … – non capii bene il nesso tra il detto e il suo gesto di prima. – Cioè? – – e…se entrassero ora, se ci beccassero… – – Mmm, e dunque… – – Eh, che cosa penserebbero? – ecco, proprio il classico discorso che non volevo sentire, quel pensiero che mi ero ripromesso non avrei mai affrontato: perché io avevo tacitamente accettato la mia situazione con lui, ma a patto che non avrei mai pensato alle sue eventuali conseguenze, e lui invece andò proprio a tirarlo fuori; allora risposi aspramente: – Penserebbero di che: di tu che stai in mutande nella mia sala… di tu che stai in mutande sulla mia schiena… o di tu che stai in mutande sulla mia schiena e con le mani dentro le mie… Eh! – volevo fargli notare come proprio non gli convenisse affrontare in quel momento la questione, rappresentando proprio lui l’unica anomalia evidente nella stanza: – e comunque non voglio pensarci! – chiusi perentoriamente il periodo. Luca si fece piccolo piccolo sulla mia schiena, come se fosse un capo in ammollo in procinto di ritirarsi durante il lavaggio: – Ma se… –. – Luca non voglio parlarne! – – Va bene… – finalmente aveva capito: – ma allora facciamo qualcosina… – mi strofinò il genitale. – Nooo… – che testardo. – Ma senza venire…! – – Luca, ma, can… mancano solo due giorni, si può sapere che fretta hai! – L’odiavo quando insisteva così: io avevo già i miei problemi a resistere con lui sulla mia schiena e quella canna turgida dietro il sedere e lui mi provocava… – Beh, anche mia mamma dice che io ho sempre fretta… – disse sdrammatizzando – sono nato persino di fretta! – – Cioè… – non capivo come c’entrassero con la fretta le circostanze del suo parto. – Sono nato prima, io! – – Prima de che? – – Di quando dovevo nascere! Sono nato di sette mesi, io… – me lo disse come se fosse una cosa per cui, solo per quella, dovesse essere considerato del tutto speciale. – A sì… – mi fece immediatamente tenerezza immaginarmelo come un piccolo fagottino: – dunque sei un settimino! – e un ennesimo -ino si andava ad aggiungere alla mia collezione di vezzeggiativi per lui: il mio Luchino, il mio primino, ed ora anche il mio settimino; in quel momento avrei strinto forte pure il cuscino per resistere a quella matta voglia di coccolarlo… – Mmm… – fece il mugolio impreciso di chi non aveva capito. – …che sei nato di sette mesi: setti – mino; almeno cosi ho sentito dire… – poi Luca mi rinnovò l’abbraccio intuendo il mio senso d’affetto per lui, e sussurrò con nostalgia: – Ti ricordi il mare? –. – Certo… – e come scordarlo… poi Luca tacque: – A proposito del mare… – – Yes… – – Tu avevi detto di non aver mai baciato una ragazza… – – Mmm, sì! – – …e allora perché mi avevi detto che bacio meglio!? – quella sua affermazione d’allora, pronunciata con quel tono sicuro, ancora non l’avevo digerita, e ancora non capivo se fosse verità o pura canzonatura. Rise: – Era solo per prenderti in giro… – disse ridendo, ma in quel momento lo avrei strozzato: – …ma lo senti ancora quel coso?– disse poi cambiando argomento. – Chi? – – Quel bimboccio…! – – Ah, Robertino…, no non lo sento più! – e perché mai avrei dovuto…? – Robertino…? – disse col tono improvvisamente ingelosito dal mio simil-vezzeggiativo. – Era il suo soprannome; lo chiamavamo tutti così! Il suo soprannome completo era “Robertino il cretino”, ma ovviamente non potevamo dirglielo! – – Ah, ecco! – disse proprio approvando appieno il soprannome – e scusa, ma… perché mai dovrei risentirlo? – – Beh, visto quello che facevate… – come se con lui non avessi mai fatto niente… – Innanzitutto era soltanto lui a fare… – meglio tenere nascosta l’altra parte della verità – …e poi mi sembra che anche con te non scherzavi! – come metteva adesso – Va be’, mai io ero soltanto curioso, volevo provare… – – Provare…? – per lui farmi tre pompini, era soltanto provare… – Sì, volevo provare a farmi fare una sega da qualcun altro, provare cosa si provasse… mio cugino non me l’ha mai voluto fare! – – E coi tuoi amici di scuola? – – Mi vergognavo, mica è una che si può chiedere così! –. – Invece con me vergogna non l’avevi… – – Era diverso, non ti conoscevo! E poi ero sicuro che ci saresti stato… – ma… mi stava forse dando implicitamente del finocchio? – E come facevi a essere così sicuro che ci sarei stato… – – Beh…in spiaggia mi fissavi sempre il pacco! – improvvisamente mi vergognai, anche retroattivamente, per quel me stesso d’allora: – e poi vi ho visti… – – Chi?– – Te e Robertino! In spiaggia… la sera della festa… e poi a casa mia… – capito, meglio cambiare discorso! – Ma non potevi comunque chiederlo a tuo cugino? – dopotutto era lui che si faceva fare le seghe dal cuginetto… quel bastardo! Se solo ci pensavo sarei andato da lui e gli avrei mozzato l’uccello; però forse doveva accadere, o Luca non si sarebbe mai fatto avanti con me per quella voglia… – Non ha mai voluto toccarmelo! Forse si vergognava che ce l’avevo quasi grosso come il suo, pur essendo più piccolo… e poi tu c’è l’hai di più di lui… – come a dire se lo devo fare, voglio farlo bene! Però, finora, si era soltanto riferito alla sega, dimenticando tutta l’altra parte di quello che avevamo fatto; se l’era forse dimenticata? – E la bocca… anche quella sei stato tu a cominciare! – e lì volevo proprio vedere come se la cavava: ora non poteva più la scusa preconfezionata dell’innocente curiosità… ora doveva ammetterlo, e rimangiarsi pure quell’implicita accusa di prima! – Stessa cosa… – – Come! – quella non gliela aveva fatta al cugino… – Eh, dopo la sega, mi aveva chiesto di fargli anche quello… – – E tu? – stavo già iniziando a preoccuparmi di non essere stato il primo. – e io ho rifiutato! – bravo Luca! – solo che poi, a furia di insistere, mi aveva convinto e ma quella volta che stavo… siamo stati interrotti! – – Come? – Non li avranno mica beccati? M’immaginavo già quella porta spalancarsi mentre Luca lo impugnava in direzione della bocca… – … ci hanno chiamati… e poi per ballazze varie ci siamo più rivisti! Adesso c’ha pure la ragazza! – allora pericolo scampato, in tutti i sensi. – E che c’entra però con te al mare?– – Eh, dopo quella volta mancata con mio cugino mi è rimasta la curiosità … e già che c’ero, ho provato con te! – ma che piccolo grazioso animaletto curioso che era Luca… dunque per lui dovevo bermi che fosse soltanto frutto della sua curiosità, e non invece che della sua atavica voglia di prenderlo… – Ma dunque tu con tuo cugino non c’hai mai… – – No, tu sei stato il primo, sei l’unico! – mi strinse forte affettuosamente – come te d’altronde… – sottolineò. – Beh… – lui proprio l’unico…. – Chi? – aveva già intuito, e fattosi improvvisamente geloso. – Ehm… Robertino! – dissi a mezza voce come quelle parole non dovessero da lui farsi sentire. – Robertino…! Ma mi avevi detto che era soltanto lui a… – e ci credeva pure…? Sembra più scandalizzato di una fidanzatina gelosa, solo perché avevo fatto un pompino al suo rivale; dopotutto che c’era di male: lui l’aveva fatto delle seghe al cugino, io spompinato Robertino! solo che l’avevo ben fatto anche prima di conoscerlo, ma questi erano soltanto dettagli: – Luca dopo quel giorno con te mi è piaciuto da matti, è ho voluto riprovarlo, solo che tu non c’eri … – Dunque, in fondo era colpa sua, era lui che mi aveva sedotto e abbandonato; Luca tacque, e di dopo di un po’ riemise: – Allora chi è meglio? –. – Chi? – – Tra me e Roberto… – – E cosa? – – Insomma ci hai bevuti entrambi, o no? – – Sì… – anche se mi vergognavo ad ammetterlo. – Eh, appunto… allora chi è meglio? – non ci potevo credere, voleva sapere chi dei due trovassi di sperma più buono! Da una parte sembrava anche averla presa con filosofia: disposto persino a mettersi in gioco; ma non sapevo se avrebbe preso altrettanto sportivamente una sua eventuale bocciatura: – Ma non lo so, come faccio a dirlo! – e francamente mi trovavo ridicolo a paragonare i loro spermi. – Ma dai… – mi esortò nuovamente; sembrava quasi che, nonostante il tempo trascorso, il suo residuo di competizione con Robertino non fosse per lui ancora risolto, tanto da voler sapere chi fra loro preferissi. – Ma cosa ti posso dire… – non sapevo che cacchio inventarmi: – diciamo, che tu sei più liquido, ecco! – speravo almeno di avergli fatto una specie di complimento, tanto per placarlo. – Come più liquido! – disse però come se gli avessi evidenziato un difetto. – Eh, più liquido… si vede che, essendo più grande, ne produci di più! – mi toccava pure rivisitargli l’affermazione, come se fosse un moccioso troppo cresciuto che si offende con niente! Certo che da quel punto di vista tra lui e Robertino non c’era poi molta differenza, avevo pure dovuto mentirgli: a memoria ricordavo,infatti, che quest’ultimo ne producesse molto più abbondantemente di lui, forse per quegli enormi maroni che aveva e che in lui non avevo invece ritrovato, ma Luca, in compenso, aveva dell’altro che molto più mi piaceva. – Quanti anni aveva? – mi chiese insofferente. – Tredici… – speravo in fondo di averlo placato: lui era più grande, l’aveva più lungo, era più liquido; insomma, lo batteva su tutti i fronti… e difatti ricadde in un silenzio cogitabondo per poi riemergerne con uno strano sbuffo, quasi sovrappensiero. – Mmm? – – Puah… a tredici anni aveva già fatto un pompino! – disse con sprezzante tono di superiorità, quasi a voler schernire quell’invisibile presenza di Robertino ormai andata concretizzandosi al nostro fianco; ma che passava per quella testa di primino… – Beh, tecnicamente anche tu ne avevi tredici la prima volta… – – Sì, ma io ero già verso i 14! – come se a quattordici anni fosse differente fare un pompino! – E allora! che cazzo c’entra, scusa? E poi quando li compi gli anni che non ricordo? – – Il 18! – – Il 18, già! – una data che avrebbero dovuto far festa nazionale – …e il segno? – – Leone, non ricordi? Lo sono di nome e di fatto… – – Mhmm – cos’era questo oscuro proverbio. – Leone – Leoni… il mio segno, il mio cognome…, e poi, comunque, io ne avevo già quattordici! Perché, come t’ho detto, sono nato prima! – – E no, bello… ti prendi un bel granchio! Tu non sei nato prima, se nato in anticipo, che è diverso!… tu sei nato prima di quando dovevi nascere, ma questo significa, semmai, che gli anni dovresti contarli dopo, e no prima! … anzi, due mesi… settembre ,ottobre… dunque tu avresti quattordic’anni da nemmeno un mese, forse…! E ti dirò di più: tra te e Roberto non ci sarebbero più di sei mesi! – ora volevo proprio infierire visto che lui ci teneva tanto a rimarcare la sua differenza, che invece non era affatto molta. – Beh, fatto sta che io sono comunque nato prima di lui! e ce l’ho pure più lungo! – cos’era tutto questo bisogno di sottolineare la sua pretestuosa superiorità, qualche tacca in più di bega, o di data o di altezza lo rendevano forse migliore? Per me lui era meglio perché era lui nella sua interezza ad esserlo; ma possibile che conservasse ancora un astio così profondo, verso quella scomoda presenza con cui ancora si sentiva in concorrenza? Dopo un quarto d’ora sbrandai l’incomodo ospite dalla mia schiena, che ancora vestiva in deshabillé e mia madre stava arrivando: – Su che è tardi! – Di malavoglia scese lento come un bradipo, poi si fermò davanti a me avvolto in quella coperta a mo’ di mantella sulle spalle; per curiosità alzai la camicia e vidi l’illustre inquilino ergersi oltre la soglia dello slip: l’afferrai tra le dita massaggiandogli la cappella mentre lui si scioglieva teneramente in un brodo di giuggiole traspirando voglia di venire dai suoi pori: – Dai Luca, a venerdì – lo licenziai con una pacca sul sedere – e mi raccomando! – – Va bene… – – Piuttosto inventati qualcosa! – – Cioè? – – Un qualcosa di divertente da fare visto che abbiamo due giorni! – e anche due notti… – Ci proverò – in quell’attimo l’auto di mia madre si infilò nel cortile; Luca si rivestì in fretta e furia e quando lei entrò, diligentemente svicolò via, incrociandola il meno possibile. – Ciao! Ma che ha Luca che è scapato via? – che palle, temeva sempre che gli avessi fatto qualcosa, ma se non gli avrei torto nemmeno un capello, al massimo un pelo pubico… – Aveva fretta, gli han detto di tornare prima che faccia buio! – poi Niki si mosse come al solito per reclamare la pappa, scampanellando fino in cucina. – Ma cos’è? – – È Niki! – lo presi in braccio. – Ma cosa gli avete messo? – – È stato Luca, gli ha fatto un regalo, guarda! – mia madre scosse la testa sorridendo condiscendente … sapevo benissimo cosa stava pensando: che Luca era veramente un bambino, perché solo un bambino poteva pensare a fare un regalo a un gatto… ma a me Luca in fondo piaceva proprio per questo. – Dai togliglielo che dopo lo sai che quanto va fuori s’ impiglia nella siepe … – e lo sapevo bene, ma solo che non potevo farlo finché era in casa, sarebbe stato un affronto, e poi ora avevo almeno la scusante che si trattava di una direttiva materna e non di una mia decisione. Tolsi il collarino e lo riposi in un cassetto a fianco dei suoi slip, altro ricordo di che ritrovai dopo quella volta vicino ad un piede del letto, e che dopo una segreta lavatura riposi in attesa di momenti propizi. Consulta l’Indice per l’elenco cronologico dei racconti.
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Sono stanco, sono sudato: ho finito la mia prima ora di palestra e me ne entro nello spogliatoio soddisfatto; dentro ci sono Luca e Alberto, e Marco mi arriva dalle spalle. – Ehi, ciao! – lo saluto; ci sono solo loro e si stanno cambiando: – Come va? – chiedo a Luca che mi risponde «Bene», oggi è più radioso del solito…, poi mi rivolgo a Marco e lo trovo serio e con gli occhiali indosso: – Come va? –.
– Eh… niente! – ma io gli faccio segno degli occhiali: – Ah… ce li ho da piccolo! –. – Troppi smanettoni, eh… – gli rispondo facendo il simpaticone, ma lui non ride, solo Luca lo fa e Alberto chiede: – Cos’è? –. – Le seghe! – risponde Luca. – Cioè… – – Le marlette! – gli faccio io accompagnando con un gesto, ma lui non capisce: – Non ti sei mai fatto le seghe… –; lui nega. – Neanche in compagnia… – aggiunte Luca e poi mi guarda e sorride; cerchiamo insieme lo sguardo complice di Marco, ma anche lui ci guarda strano. – Non vi siete mai segati insieme! – dico io. – Facciamo vedere… – mi propone Luca e se lo tira fuori davanti ad Alberto. – Guarda… – gli dico io e inizio a fare una marletta davanti alla sua faccia sbalordita, che non so se per la sega o la lunghezza. – Ma… ma… – balbetta Marco inebetito. – Cosa c’è…? – – Non c’è mica niente di strano! – assicura Luca e poi incomincia a godere: lo smarletto, lo sego per bene e finalmente mi viene; spruzza dappertutto, e io gli lecco il seme dalla mia mano e lungo l’asta del pene. Marco e Alberto ci guardano stupiti e poi Luca propone: – Facciamo anche loro? –; io annuisco ma non capisco, e Luca porta Alberto sotto le docce. Mi affaccio con Marco, e vedo Luca abbassare le braghe bianche dell’aikido ad Alberto, lasciandolo solo in mutande col tessuto a pois visibilmente in tiro; attendo… 12 centimetri: però, mica male il piccolino… esattamente come Luca alla sua età! Allora prendo Marco e lo sbatto contro il muro, sento il suo cazzo duro nelle mutande recalcitrante come un mulo; mi volto, e vedo Luca smarlettare allegramente Alberto: mi fanno ingrifare in un modo incredibile quei due biondini! Lo spoglio e trovo il suo cazzo gagliardo completamente in tiro: bello, grosso, nodoso, ma non tozzo, di 15 centimetri all’incirca e con la cappella bella grossa, come quella di Roberto; lo sego e vedo la sua punta che s’apre spontaneamente bella rosa, lo scappello e infilo tutto in gola…. Incredibile: nella mia bocca sembra esattamente come il cazzo di Luca, nonostante sia più corto e con la cappella ben più grossa! – Alle! Alle! – mi sento chiamare da dietro nel bel mezzo del mio divertimento. – Che C’È…!? – chiedo incazzato. – Non si apre! Presto vieni! – grida Luca e, mentre tenta di aprirglielo, il dodicenne urla come un matto. M’inginocchio con la testa di Alberto sulle gambe e Luca s’affretta a scappellarglielo; Alberto urla, gli implora di smettere, ma Luca continua: – Lo debbo fare! – dice: sembra quasi una missione. Luca era ormai giunto a scoprirgli metà del glande, quando, tra gli urli smisurati, Marco mi si pone davanti: si masturba; penso che me lo voglia rimettere in bocca ma, quando mi avvicino, si abbassa; – Tieni…– gli dice –…mettilo in bocca! –, e Alberto lo prende e inizia a ciucciare, invece di urlare. – Fatto! – declama Luca alle spalle di Marco, poi lo vedo chinarsi dietro la sua schiena, mentre Alberto rincomincia a gridare ma non più dal dolore. Mi sego: c’è Marco che si alza per venirmi in faccia, c’è Alberto che gemere il suo primo orgasmo; io vengo! sento Alberto che viene; sento Marco che viene, e in tutto quella doccia di sperma, mi sento il suo seme grondarmi lungo la faccia, ma solo sul mio ventre mi sento bagnato… Porcaputtana! mi sveglio e con un bel schizzo di Dalì nelle mutande: è la prima volta che mi succede, ma ragazzi… che sogno! Consulta l’Indice per l’elenco cronologico dei racconti.
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Parcheggiai lo scooter davanti casa di Luca. Tre giorni che ormai non veniva più a scuola; la prima mattina sua madre mi telefonò, pure, per avvertendomi che quel giorno non sarebbe passata, scusandosene pure; ma dopotutto era ovvio che, prima o poi, sarebbe successo: se sostituisci il mezzo pubblico col privato per maggior comodità, quando rimani a piedi, so’ cazzi tuoi! …ma sopravvissi a quei tre giorni di pullman e ora ero lì, finalmente, a veder come stava. Un altro mezzo, però, mi precedeva, parcheggiato mezzo metro davanti al mio; segno che qualcuno era già venuto a trovarlo; che rabbia! proprio oggi quello scassamaroni doveva venire! Preso da un impeto di gelosia mi precipitai al campanello, ma, prima di suonare, la curiosità mi spinse lo sguardo oltre la siepe, incrociando uno di quei cosi, una faccia da primino, che passava per il vialetto. Improvvisamente, il segno tangibile dell’altra vita di Luca “oltre” me, era palese; dovevo arrendermi: Luca oltre me aveva i suoi amici, i suoi colleghi d’arti marziali, i compagni di classe… di cui quel bipede doveva essere un esemplare.
Il primino mi guardò a lungo, come se non avessi mai dovuto trovarmi lì; faccia scarna, pelo fulvo, lentiggini: sì, era uno di loro, e anche se ora me ne sfuggiva il nome, di certo doveva avermi visto parlare con lui durante l’intervallo e quindi riconoscermi, anche se ora mi guardava come fossi un intruso. – Come sta? – gli chiesi per non sembrar sgarbato. – Ah, ciao! – mi salutò con sufficienza, invece d’inchinarsi e riverirmi con un ossequioso vossignoria, come sarebbe doveroso farsi davanti a uno più grande.– Che ne so! Sono venuto solo a portargli i compiti! – Ah, begli amici che aveva! Venirlo a trovare e nemmeno informarsi su come stava… quasi non fosse affar loro! L’avrei preso a pedate in faccia, fino a levargli le lentiggini da quella, ma s’infilò il casco e sfrecciò via altrettanto irrispettosamente, come una persona che ti saluta senza scappellarsi di cappello, comunque entrai: la scuola da me sognata, di terrore per i primini, era ancora lontana dal realizzarsi. Mi fermai davanti a quella porta d’ingresso, pensando: quell’ospite di prima aveva in fondo dei plausibili motivi per essersi recato da lui, era forse il mandatario del professore; ma io invece che ero? Ero soltanto uno recatosi da lui per veder come stava… e neanche uno malato da almeno 10 giorni di convalescenza, ma appena 3! insomma, che figura ci avrei fatto: era forse il mio un interessamento, persino, eccessivo nei confronti di uno più piccolo di me, quasi inopportuno direi, pensando a noi due, e specialmente a lui. – Ciao… – disse sua madre aprendomi la porta con lo sguardo sorpreso e in tenuta d’uscita – Sei venuto a trovarlo? ma che gentile… Dai, entra! –. – Vuoi del tè? – mi chiese lei, mentre Luca si sedeva. – Ma di niente! – e ci mancava altro… mi sarei occupato di lui anche moribondo! Luca intanto guardò fuori la finestra finché non sentimmo il ciocco del cancello metallico e allora mi strattonò il braccio:– Dai vieni! –. – Can, Luca, se sei caldo? – gli passai la mano sulla fronte. – Ma non ero io! – mah… come!? e se non ero stato io…, e non era stato lui…, chi era stato a scappellarglielo la prima volta e per di più con dolore? nemmeno il cugino, mi aveva detto, si era azzardato a tanto, e io certe informazioni le ricordo bene! – Come non sei stato tu!? – non rispose.– Ohooo… – lo scossi. – E quando? – Lo portai in bagno sorreggendolo a ogni passo: non riuscivo a lasciarlo, ma anche lui ne approfittava per fare il tragico malato. Sedendomi appena dietro di lui iniziai a masturbarlo: mi reggevo instabilmente sulla punta del bidè aggrappandomi a lui e specialmente al suo gran cazzo; mi aveva tolto la primogenitura del suo scappellamento e ora qualcosa mi doveva, mentre lo stringevo forte come fosse il mio bambolotto da sega, il mio personale primino. Mi accostai alla sua testa strofinandola avidamente sulla chioma come un gatto in fusa, non riuscivo a staccarmene mentre inglobavo il suo corpicino lasso… era mio! Sentii il suo ansimo aumentare: c’eravamo! Portai la faccia accanto alla sua per vederne lo spruzzo: il fondo bianco del sanitario amplificava le sue dimensioni già di per sé grandiose; aumentai la spinta, Luca reclinò il collo, strinsi più forte e con un ultimo spasmo di goduria gemette due volte; e due, tre schizzi di seme vidi saettare veloci dalla punta, quai fili bianchicci e svelti per non essere visti. Continuai a menarlo scivolando la mano sulla cappella per impregnarla di sperma, non potendolo saggiare con la bocca; poi con quella mano viscida di sperma ripresi la sega: era come massaggiarlo con un unguento speciale, puro e orgiastico allo stesso tempo, mentre quel pene diventava tumido anche se detestavo quello spreco di nobile fluido. – Ma certamente… – gli avrei anche rimboccato le coperte, e così feci dopo averlo accompagnato in camera e fin dentro il lettino ancora disfatto. Mi sedetti accanto a lui a contemplarlo silenziosamente, ma Luca mi sorrise e scattò in piedi con un abbraccio liberatorio; un– Grazie… – sottile mi sussurrò all’orecchio, non volevo più lasciarlo! Tornò la madre con le buste della spesa, mentre versavo in stato catatonico davanti ai bagliori della tivù, finché non mi comparve alle spalle:– Luca dov’è? –. Consulta l’Indice per l’elenco cronologico dei racconti.
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Era la prima volta che facevamo i compiti a casa di Luca e, sebbene non ci fosse nulla nell’aria che m’autorizzasse a pensare che presto qualcosa sarebbe cambiato, mi sentivo braccato, come dentro una gabbia dei leoni, con uno strano senso dall’erta sempre addosso; ma in fondo cos’era quel primino, se non il mio piccolo leoncino dalla bionda criniera.
– Allora, Luca, io vado… torno alle 5 così vi porto in palestra!– – Sì, mamma! – la salutò ad alta voce per farsi sentire dall’altra parte della stanza. Ero nervoso: in fondo Luca mi era sempre sembrato un innocuo pupattolo giocoso, ma a casa mia… ora, invece, eravamo nella sua savana e aveva uno strano brillio negli occhi che un po’ mi preoccupava; da quando ci eravamo seduti mi adocchiava con insistenza e mi attendevo da un momento all’altro un suo balzo felino, anche se finora si era comportato da perfetto ometto di casa: – Torniamo di là… –. – Sì… – strano… e io che mi sarei aspetto di essere azzompato immediatamente! secondo me stava covando qualcosa…, eppure in venti minuti non si era ancora approcciato; forse si stava conservando… e poi alle cinque sua madre sarebbe tornata: non avevamo tempo! Ma una matita, da troppo tempo intenzionata a cadere, cadde… Che dejà-vu! e che mancanza di fantasia: non poteva trovarsi qualcosa di meglio? eppure giocai. – Dai, Luca… – mi sentii afferrare alla tuta che lui stesso mi aveva consigliato per la mia prima lezione di aikido. – Ma tu fai lì! – mi ribatté scocciato; come se fosse facile fare i compiti con uno che ti ghermisce la verga! se solo si fosse preso un’altra bella zuccata, ne sarei stato lieto! ma quel tavolo era più alto del mio e lui lo conosceva bene. Mi abbassai il pantalone per facilitargli la vita, ma le mutande no! …quelle no, se la sarebbe cavata da solo. Sentii le sue dita infilarsi sotto le mutande ad accarezzarmi i maroni: non ci stavo più dentro, e iniziò a tirarmi un bel segone. – Tiramelo fuori!– gli dissi; non ebbi neanche il tempo di finire la frase, che già mi stava precedendo: finalmente poteva realizzarsela, quella fantasia, visto che era la seconda volta che me la riproponeva! e poi poteva smanettarmelo per bene in quella posizione, data la naturale curvatura del mio cazzo; ma lo scappellò. – Luca che vuoi fare? – – Secondo te… – e subito iniziò a ciucciare; ma cos’era tutta quella fretta…! Voleva farmi venire prima che tornasse sua madre? Iniziò a ciucciarmi, e allora m’accovacciai sulla sua tavola irretito da quella splendida fellatio, poi riprese a masturbarmi e dopo di nuovo a succhiarmi; e, secondo lui, io avrei dovuto continuare i compiti… Il problema vero, però, era che io da quella posizione non riuscivo a venire; andai indietro con la schiena e intravidi la sua capa bionda col mio uccello ancora in bocca: – Luca… così io non ci riesco! –. – Ma dai… dopo lo fai a me! – me lo disse come se la cosa avesse dovuto allettarmi. – Ti scazzi! – io, per lui, là sotto non ci sarei mai andato: quel primino era già fin troppo gasato da sé, senza trovarsi un più grande disposto a inginocchiarsi! – Allora, dove andiamo… – chiese retoricamente: – Fatti indietro! –. Mi allontanai con la sedia e lo aiutai a venir fuori; ma che bello tenere quel biondo fringuello per le aluccie: lo afferrai alle braccine e ora non lo volevo più lasciar andare. Si guardò intorno, poi m’indicò in direzione del divano: – Ecco… là! –. – Cioè… – – Qua, poggiati qua!– sullo schienale; ma allora era una fissa: voleva assolutamente che io stessi in ‘alto’ e lui in ‘basso’, per poi ovviamente pretendere l’inverso; ma si sbagliava se pensava che io mi sarei chinato per lui: prostrato a quel suo magnifico fallo… e poi, magari, tenendomi pure le mani in testa, come stavo facendo io ora; poi tornò su, riprendendo a segarmi di fianco, ma io sentii un rumore sospetto. – Ma siamo soli…– – C’è mio nonno di là! – disse tranquillamente. Fui preso subito dal panico, cercando di divincolarmi dalla sua sega fatale: – Ma stai fermo! – mi rimproverò non mollando la presa. – Ma c’è tuo nonno…!– – Sì, ma non viene qua… c’ha il suo appartamento! – – Sì, ma… – se avevo capito bene: era proprio quella porta nel salotto che li collegava! – Non viene di qua… fidati! – e già… mi sarei dovuto fidare di lui, come sabato quando gli avevo fatto un pompino nella sua cameretta con la porta socchiusa! – Ma la chiave…? – – Non c’è neanche qua…– mi disse scontatamente e poi mi chiese come mai avessi la chiave in camera mia. – Ma che domande… perché ho la chiave in camera mia!– – Beh, io non ce l’ho…! – sì, peccato che fosse lui l’anomalia: – Tu come hai fatto…–. – Cosa? – – Ad avercela…!– – Niente… un giorno sono tornato a casa e me la sono trovata nella serratura!– proprio dentro la toppa. – …e come mai? – – Lascia perdere…– ma su sua insistenza dovetti spiegargli per filo e per segno come a dodic’anni, mentre mi stavo segando beatamente nella mia cameretta, mio padre entrò nella stanza; per fortuna che era lui… – Te l’hanno visto…! – esclamò Luca con la faccia sconvolta. – Ma noooo! – o almeno speravo… lo speravo con tutto me stesso, che vergogna! mi ero voltato tanto in fretta… comunque la sua esclamazione mi aveva parecchio infastidito; poi Luca, come stanco di segarmi, venne davanti e si avvicinò al mio petto guardandomi malizioso: – Ah… poi l’ho trovato il foglietto… – disse discendendo, mentre mi sfregava contro l’uccello: – era 12 a dodici, e 15 a tredici…–. – Cosa? – – Gianluca…! – ah… le sue stupide misure!: – Il foglietto… te lo ricordi? –. – Sì! – comunque preferivo le sue misure attuali di cinnazzo tutto cazzo! anche se come Peter Pan non doveva essere male a quell’età! se solo fossi stato alle medie con lui, probabilmente mi sarei perfino fatto bocciare due volte, pur di finire in classe con lui… meglio di no quindi o mi avrebbe travolto fin da allora quel quasi primino. – Luca fermati… io così non ci riesco! – neanche poggiato ci riuscivo; allora Luca tornò in pieni davanti a me, si guardò un po’ intorno e poi mi spinse – se solo lo avessi fatto io con lui, si sarebbe incazzato come una bestia! –; mi lasciai cadere all’indietro sulla seduta del divano e Luca scavalcò venendomi in mezzo alle gambe. In ginocchio, mi guardava come un vero piccolo leoncino famelico e poi si decise a succhiarmelo avidamente. Oh, mammamia com’era bello! mi piaceva tremendamente la sua giocosa irruenza: essere dominato da quel piccoletto mi faceva sentire in suo possesso, ma in fondo pur sempre in possesso di un dominus benevolo. Ecco, comunque, perché non mi piaceva recarmi a sua casa: perché era la sua tana, e quel primino aveva già fin troppo ascendente su di me, senza concedergli ulteriore vantaggio di campo. Mi sentivo letteralmente svuotare, risucchiare da quel tremendo “faccia d’angelo” e dalla sua mirabile maestria: i miei gemiti non trattenevo, come lui in casa mia; e se anche in quel momento fosse entrato suo nonno beccandoci sul fatto, non me ne fregava più niente… affari suoi: era stato lui l’artefice di tutto quanto! – C’hai goduto… eh! – mi disse sorridendo; devo dire che a venire fuori casa c’era molta più soddisfazione, forse stato per l”esoticità” posto… e comunque mi faceva impazzire quel biondino: lo presi per coricarlo su di me, ma lui si bloccò stendendo le braccine: – Non c’è tempo! – mi disse a quadrupede; aveva ragione: i minuti sgocciolavano anche per un breve coccolino. – Allora, vieni qua! – gli dissi voltandolo sotto; mammamia com’era bello! quante cose gli avrei fatto… ma appena posai la mano sul suo genitale, sentendo quella sventola che vi stava sotto, lo spogliai di prepotenza. Scoprii il fianco scarno, mi piaceva la sua snellezza, e appena lo vidi baciai la sua nobile verga appassionato, accarezzandolo sul fianco, sentendo bene tutta la cresta iliaca, mentre quel duro pezzo di carne mi bruciava in mezzo alle labbra. Me lo passai guancia e poi presi a sferzarglielo con lunghi colpi di sega sua quella canna indomabile bega: – C’è tempo… o non c’è tempo? Ti faccio venire… o non ti faccio venire? – gli dissi, nel vederlo agognare l’orgasmo. – Dai… – mi disse quasi supplicano di regalargli l’orgasmo; allora lo scappellai e l’infilai con foga in gola, chiedendomi in quel momento chi godesse di più: se lui succhiato o io che la succhiavo; forse entrambi! perché quel pezzo di carne lo sentivo come il mio complemento assoluta a un vuoto esistenziale: un compendio perfetto tra bocca e verga, tra carne e mente, tra spirito e materia; fino a giungere al culmine, alla soluzione perfetta: al migliore orgasmo per lui o al più prezioso oro bianco per me! ***
Arrivammo in palestra che già mi sentivo nervoso come al primo giorno di scuola, era un ambiente totalmente nuovo per me quello e mai mi ci sarei recato se non introdotto da Luca, che in tutto mi precedeva: nel passo, nelle presentazioni, nelle spiegazioni. Appena entrati, mi diedero un foglio da compilare: grazie a lui la prima settimana sarebbe stata gratuita e quindi anche la prima lezione di prova; ma l’unica cosa veramente che mi consolava era la presenza di sua madre vicino, che però presto lasciammo alla reception per andare allo spogliatoio: – Ma tua madre che fa? –. Pronti, uscimmo dallo spogliatoio: io completamente borghese, Alberto col solo judogi, e Luca e Marco vestiti similmente con l’hakamae la cintura verde; ma apprendo da Marco che presto sarebbe passato alla successiva. Che strano clima di complicità che s’era già creato fra noi, ma colgo in loro che io ero solamente “l’amico di Luca”; un’altra cosa che non potevo accettare: perché io non potevo sopportare di essere considerato solo e soltanto in funzione di qualcun altro, specie se più piccolo, anche se era Luca! La cosa mi creava grande frustrazione, e iniziai a sfogarmi su di lui punzecchiandolo, prendendolo in giro, dicendogli super sayan, karate-kid con vena sarcastica, mentre si preparava, quando Marco mi corresse: – Beh, in realtà sarebbe un aikidoka, non un karateka… – e mi spiegò il significato di quel ka finale. Il maestro mostra la seconda tecnica, nikkyo, e di nuovo mi ritrovo Luca davanti; lo prendo al bavero, e subito mi ritrovo carponi col polso ritorto in una posizione che manco sapevo di poter assumere: – Ahh… ahh! –. Non ci riuscivo con lui: appena sforzavo, desistevo; poi venne l’ora del sankyo, col maestro che terminò la spiegazione raccomandando: – …attendi alle articolazioni! –; e no… questa volta l’avrei fregato! scattai prima di lui e mi diressi da Marco, l’unico di cui mi fidavo: – …scismas… – gli dissi. Finalmente Luca smise di scaricare su di me tutta l’energia di questo mondo, e anche se come insegnante continuava a non essere granché, almeno ora mi sentivo cullato dalle sue esili membra; e se invece di dilungarci in quella zuffa, ci fossimo appartati e coccolati a vicenda… non sarebbe stato meglio? Gli posai un palmo sopra il petto, sentendolo mingherlino sotto il judogi, per comunicargli la mia voglia di dolcezza, ma purtroppo c’erano troppi occhi in quel luogo… ***
– Allora ti è piaciuto? – chiese la madre appena entrati. Consulta l’Indice per l’elenco cronologico dei racconti.
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Un sabato da matti: un sabato pomeriggio da passare con mammà al nuovo centro commerciale appena aperto; nuovissimo, fichissimo, alla moda e perfino un po’ chic; per giorni interi i media locali ne avevano parlato: due piani zeppi di roba, negozi, supermercato e perfino boutique; non ci avevano fatto mancare nulla insomma: migliaia di metri quadri per lo spending e lo spanding, come ironizzavano i miei, e la mia disperazione… mia madre infatti né approfittò per costringermi a sé forte della festività d’ognissanti e della scusa di rimpolparmi il guardaroba autunnale. Appena arrivavi, c’eravamo già persi nei meandri del parcheggio sotterraneo, che con un’autista claustrofobica non è certo il massimo per perdersi tra sensi unici insensati e vie d’uscita sempre distanti migliaia di pilastri e dare la precedenza nascosti; per fortuna che il teatrino finì non appena avvistai un posto libero vicino l’uscita. – È inutile che ridi… sono propria curiosa di vedere tu quando prenderai la parente! – – Sì, ma’… dai che andiamo! di qui! La scala è di qui! – perdersi nei parcheggi era il suo hobby preferito. – Volevo vedere il numero! G… 8… ricordati, siamo al G8! – – Eh, scacco matto! Dai, basta ricordare il pittore… – avevo fretta d’entrare per uscirne il prima possibile. – Pittore…? – – Gi – otto…, Gi – otto… – – Ah, ma che furbo il mio ragazzo – mi spettinò i capelli – MA dai! – ci sarebbe scappato anche un bel vaffa!, lo sapeva che odiavo essere toccato sui capelli. – Eh, neanche ti avessi fatto brutto… Su… sei più figo! …tanto non va di moda essere spettinati oggi? – volevo cacciare cragnate dalla disperazione contro il primo pilone che incontravo, per vedere se quella giornata non fosse passata più in fretta. Eran tre quarti d’ora cha giravamo alla ricerca di una mecca dell’abbigliamento e non ne potevo più: non era tanto il girare che mi stufava, quanto dover il provare ogni volta ogni roba che aveva la vaga intenzione di comprarmi; era un continuo togli e metti, vestire e svestire, spogliarmi e riabbigliarmi per ogni vano proposito d’acquisto… ma le taglie che ci stavano a fa’? e poi alla fine non comprava mai niente; stavo impazzendo. – È già un’ora che giriamo! – – Alle… eh! – mi fece gesto d’evidente mal sopportazione delle mie lamentele – uh… una jeanseria… dai ch’entriamo! – “MondoJeans” recava l’insegna e di fatti di jeans ce n’erano a consolare il cliente dalla poca fantasia del nome; jeans dappertutto: sugli scaffali, in vetrina, sui manichini, impilati ai bancali, appesi alle crucce nei posti più impensati, e il tutto facente parte di un’ardita scenografia, che all’occhio poteva anche fare il certo effetto, ma che non mancava, per l’eccesso, di scadere nel più tristo del kitsch, come in quel cartonato alla parete raffigurante ovviamente un jeans con la patta sbottonata e dietro la mutanda suggerita dalla lieve ombreggiatura che io fissavo con insistenza nel vano tentativo di capire se fosse una texture sovraimposta oppure il segno inequivocabile dell’essere stato indossato da un modello in carne ed ossa dalla dotazione inconcepibile… Ci addentrammo nel negozio insolitamente lungo e tortuoso con spazi nascosti ad arte da pareti artificiali e specchi creati per ingannarne profondità e prospettive; ci fermammo alle prime ceste sotto l’esplosiva scritta di “SCONTO”, li apposta per attirare mamme e parsimonia: – Mh, belli!, ci sono due cose che vorrei farti provare, ma andiamo avanti! – era già la quinta volta che me lo sentivo dire, e come un’ombra non potevo far altro che seguire e tacere, tanto non avevo voce in capitolo: se qualcosa non mi piaceva, non avevo semplicemente buongusto come tutti i ragazzi e toccava a lei porvi rimedio, e se qualcosa invece mi piaceva, era oggettivamente orripilante e toccava sempre a lei vestirmi decentemente. Girammo l’angolo e con incredulità incrociai lo sguardo sbalordito di Luca che sostava immobilizzato in mezzo al corridoio e la mamma di fianco, mentre una commessa, d’altro lato china, le diceva: – …ha cavallo, vede! – afferrandolo proprio in mezzo alle gambe. AAAAAAAAAAH!!!!!! Ma come osava quella sciagurata! Le sarei saltato addosso tirandole un calco in bocca a quell’immonda donnaccia, quell’impura… come osava toccarlo proprio lì! ti piaceva, eh, tutto piccolo, carino e biondino, e con quella gran nerchia in mezzo alle gambe, eh! Ma vatti a trovar bega da un’altra parte, invece di molestarmi Luca, commessa megera! lungi da lì! lungi da lui! lungi da quel luogo! soltanto io potevo osar tanto, avventarmi tra quelle pieghe inscurite che montavano quella gran sagoma mostruosa e pretendevo che le fosse mozzata la mano, mentre il mio Luca, poverino, arrossiva dalla vergogna, invocandomi in estremo richiamo d’aiuto. – Luca… ciao! che ci fai qui? – tentai di togliere l’imbarazzo, mentre le due madri si conobbero e la commessa scappò da un altro cliente; ma nessuna di quelle sembrava essersi resa dell’oltraggio appena subito; poverino… l’avrei riempito di coccole. – Guarda che bel modello, Alle! – interruppe mia madre guardando Luca che e in effetti era davvero un bel modello, anche se lei si riferiva all’indossato – …quasi, quasi li proviamo, no? – sorrise perfida! – Anch’io glieli sto facendo provare! – intervenne sua madre – lui non vuole… ma, se non vuole andare in giro nudo, lo deve fare, eh! – intanto anche nudo era bello lo stesso, anzi meglio! solo che non poteva, perché quello era soltanto un mio privilegio vederlo nudo. – Dai, Luca provati gli altri! – e ubbidiente si recò nello spogliatoio; avrei tanto voluto seguirlo… – Toh, Alle! vatti a provare anche tu! …dovrebbero essere della tua taglia…– perché, non sapeva manco quella? – intanto io vado a trovare gli altri… –; tristo destino ci attendeva quel giorno, ma nonostante al mal comune non sorgeva alcun mezzo gaudio. Lo spogliatoio era piccolo: un lungo budello a lato della stanza, diviso da questa da una parete in cartongesso e dentro tre stanzini con le porte tutte danti sullo stesso corridoio, ricavato nello spazio in eccesso, come i gabinetti e proprio come i bagni pubblici erano tutti e tre immancabilmente occupati: uno da Luca, l’ultimo forse adibito a sgabuzzino, e il primo chissà… Mia madre tornò con un altro paio di pantaloni in mano: – Eh, che aspetti! – – Sono occupati! – dissi seccato: me l’aveva detto come se fossi un imbranato. – Ma chiedi a Luca, no? siete entrambi maschi, non avrete mica vergogna… – e la porta si aprì; io non sarei mai entrato di mia iniziativa, ne l’avrei mai proposto per la paura dei sospetti, ma visto che era lei a proporlo, chi diceva di no… – Ciao! – esortò appena entrato; era come stare dentro una doccia, solo un po’ più larga, ma l’effetto era quello. Non sapevo che dire, gli mostrai i pantaloni e ci mettemmo entrambi a sorridere; ora sì, che il mal comune sortiva un mezzo gaudio. Quante volte c’eravamo trovati nella stessa situazione, molto più ardita anzi, solo che ora c’era qualcosa di diverso nel ripetere gli stessi avvezzi gesti in un luogo come quello: ci sentivamo più impacciati, meno intimi, io personalmente più pudico nello spogliarmi in un luogo pubblico; inconsciamente mi guardai intorno alla ricerca di una telecamera: era una mia fissa da sempre quella di essere osservato dentro uno spogliatoio mentre mi cambiavo, non so se per paranoia o per un secreto desiderio di essere morbosamente oggetto di voyeurismo. Mi ero infilato i pantaloni, ed era l’ora d’uscire in passerella; aprii la porta e iniziò la sfilata d’alta jeanseria davanti a mia madre: – mm, vanno bene… stai bene anche tu Luca! – ringraziò inorgoglito – Dai provati anche gli altri, io vado a vedere se riesco a trovarti delle taglie… e incredibile! sono tutte larghissime… – e si allontanò delirando altri teoremi. Luca richiuse la porta e ancora una volta ci trovammo ritratti nello specchio; era incredibile come pur nel chiuso d’uno spogliatoio ci sentissimo più parati a cambiarci spalle alla porta, come se dietro quella ci fosse uno capace d’osservarci attraverso i legni e i vestiti. Fermato da Luca ci rispecchiammo tutt’e due con le braghe abbassate: le nostre gambe si riflettevano scarne e tutto il resto coperto dalle pesanti camicie fin sotto l’inguine, poi Luca si alzò allora la sua camicia e incominciò a specchiarsi il pacco, poi, vedendo che io non lo seguivo, alzò pure la mia e comincio il truffaldino raffronto. Si divertiva a osservare come il suo, proverbialmente all’in su, risultasse più abbondante poiché risaltato dalla posizione, mentre il mio, risaputamente verso il basso, non beneficiava dalla medesima illusione; presi poi io il mio lembo di camicia così lui con la mano finalmente libera tentò di toccarmi: – biiiip! – fece anche infantilmente. Gli schiaffeggiai la mano; incredibile a sedici e quattordic’anni, star lì, come due bambini a farci i dispetti sui pisellini, … noi, che eravamo abituati ben ad altro!. – ….ha cavallo! – gli disse imitando la commessa, anche col gesto, per ricordargli l’imbarazzo, ma lui preso da un moto d’orgoglio si abbassò le mutande specchiandosi l’arnese. Lo fissavo in tutta la sua bellezza: lungo, diritto e per di più ora anche doppio, veniva voglia proprio di toccarlo; poi mi fece segno di seguirlo per specchiarci contemporaneamente i sessi. Avevo già le mutande gonfie, mi bastò abbassarle un poco per far scattare la naturale catapulta e Luca se ne uscì con un lieve risolino enfatizzando con la mia solita caducità. Iniziò poi un pudico raffronto, invece di toccarcelo a vicenda, ognuno manovrava il suo: di lato, di su, di giù, dovemmo specchiarci quelle verghe duplicate un paio di volte, poi, non pago, incomincio il raffronto diretto; prese le mie misure con la mano e le riporto sul suo; ma ci aveva ancora quel primino ben dotato da essere così timoroso? Eran inutili tutte quelle verifiche; e poi perché io lo stavo a seguire? Forse era il fatto che allo specchio sembrasse più grosso… o almeno io me lo vedevo così nel mio alterego rispetto che a guardarmelo indosso… comunque stavamo perdendo troppo tempo: – Allora, non vi siete ancora cambiati! – ci ripresero le nostre matriarche. Usciti dalla bottega, riuscimmo ad ottener licenza per distaccarci da loro, da ragazzi e in due non potevamo stare troppo a lungo attaccati a loro, stretti a quei guinzagli matrigni dello shopping; e finalmente liberi e soli, potevamo trascorrere per la prima volta del tempo insieme al di fuori delle mura domestiche, cosa che Luca, avevo l’impressione, ritenesse una tappa importante della nostra amicizia. Tornammo sui nostri passi, in quei negozi che prima avevamo dovuto saltare per colpa non nostra: di elettronica, videogiochi, sportivi, per scuriosare in fino all’ultimo angolo; Luca correva e io lo seguivo per condividere opinioni, interessi e passioni, per conoscerci meglio, ma poi quella boria di libertà finì e tra le fila di CD ci ritrovammo noi due da soli, ma con l’entusiasmo dell’essere insieme e liberi! Finimmo in un canto deserto del centro commerciale, dove il grande atrio centrale andava riducendosi solitamente dove stanno i servizi nascosti al grande pubblico: istintivamente cercavamo i luoghi appartati, più intimi, per parlare meglio, lontani dal fragore della folla che ci disturbava; ma dietro quell’angolo ci attendeva anche il più grande paesaggio che quel posto aveva da offrirci. Una grande vetrata si apriva dinanzi ai noi, dietro l’angolo che occultava i gabinetti, dividendoci dal grande emiciclo balaustrato a parapetti in ferro alternati a siepi e panchine, prima di affacciarsi su un magnifico tramonto col sole che calava tingendo di rosso le nubi e gli altri profili della bassa. – Che bello… – disse Luca correndo fuori a vedere – andiamo a vedere! – e tutto il freddo di quella stagione mi venne in contro. Raggiunsi Luca in ginocchioni sulla panchina per sporgersi meglio; era quello uno dei più classici paesaggi della pianura per me, nulla di eccezionale ma in sua compagnia sentivo che acquisiva una valenza del tutto speciale: – Bello davvero! Però che freddo! – tentai di convincerlo ad entrare, ma senza sortire effetto. – Già! – rispose, e poi stette fermo a mirare il tramonto in mia compagnia col mento poggiato sopra il braccio mentre il vento gli carezzava i capelli; mammamia com’era bello! Un profilo stupendo: tenero e sicuro, dolce e magnetico; sicuramente lo guardavo trasognato invece completare con lui quel quadro romantico guardando assieme lo stesso tramonto noi due soli, poi uno squillo interruppe sul più bello. – Chi è? – mi chiese. – Niente, un amico… – – Ah, siete poi usciti ieri sera? – – No, alla fine nessuno ha organizzato qualcosa e sono rimasto a casa… – – Ah! – mi fece con quel vago sentore di «te l‘avevo detto», ma tanto avremmo combinato alcunché lo stesso io e lui da soli per Halloween…! Poi tacque e vedendomi messaggiare ritornò sull’argomento… – Vi state mettendo d’accordo per stasera? – era inutile che insisteva, tanto era troppo presto per farlo uscire con noi e poi i miei amici lo avrebbero trovato troppo piccolo e limitante: doveva tornare a casa presto, non aveva la nostra autonomia, né i soldi, beh forse quelli né aveva, volendo, più di noi; e comunque io ero troppo geloso di lui, geloso in entrambi i sensi: che lo trovassero migliore di me, e di condividerlo con loro, perché lui era soltanto mio! e in tutti i modi preferivo tenere distinte le due amicizie per ora: quella puramente amicale, e la nostra sempre più coinvolgente. – No, li sento dopo… tanto per il sabato ci mettiamo d’accordo all’ultimo! – – Beh, almeno voi uscite… – mi lanciò la frecciatina. – Luca te l’ho detto, dai…! Adesso, … ti prometto, che una volta ti farò uscire con noi, però non ti assicuro che ti diverti… – – “ti prometto, che una volta ti farò uscire con noi”… ma tiratela meno va’! – m’interruppe, poi una coppia entrò sul terrazzo distraendoci; era una coppia di ventenni, poco più grande di noi, che cominciarono a limonarsi poco distanti dall’entrata. Io e Luca ci guardammo immediatamente sentendoci un po’ a disagio: le loro effusioni ci ricordavano le nostre, anche se meno carnali, solo che le loro erano tra uomo e donna e così ci defilammo col favore delle tenebre. Il ritorno a quell’aria più viziata mi rintronò fortemente, vuoi per il calore eccessivo o per il minor apporto d’ossigeno, mi sentivo intorpidito, tutto mi sembrava straniato: improvvisamente notavo tutta quella moltitudine di ragazzi della nostra età, forse della sua un po’ meno, ma comunque in gruppi misti di ragazzi e ragazze assieme, mentre noi eravamo due soli e maschi. Cercai di defilarci ai margini di quell’atrio, muovendoci ai limiti di quella zona calda al centro, dove i gruppi si addensavano maggiormente, perché a passarci in mezzo mi sentivo osservato da solo con lui, e inoltre mi montava una gran rabbia a guardare quei ragazzini, in gran parte delle medie, attergarsi a bulletti, sicuri e fighetti, spacconcelli con quelle amichette decisamente più mature di loro; li vedevo scherzare, toccarsi e rincorrersi, e li odiavo: io alla loro età non avevo tutta quella confidenza con l’altro sesso, e anche ora avevo bisogno di qualche incentivo…. Scorrevamo vicino alle vetrine e ad ogni mi voltavo verso quello per non farci riconoscere di faccia, specialmente da qualche suo amico che non conoscevo, e ad un tratto mi trovai dinnanzi a un negozio con tante foto di altri pupetti, come lui, in vetrina, a fare da testimonial alle griffe e notavo come pure lui avrebbe potuto in fondo trovarsi tra loro come modellino e ringraziavo il destino. Squillò il telefonino: orario di rendez-vous! Le due madri nel frattempo si saran già fin troppo conosciute bene e parlato di noi, e chissà quant’altre avrebbero fatto meglio a tacere… – Ciao – – Ciao – – Ciao – – Ciao – il walzer di saluti era finito. – Allora andiamo…? – disse la mamma di Luca passandogli una mano sulla schiena. – Mamma, Alle può venire con noi così gli faccio vede le foto dell’Egitto sta sera? – – Ma sì, che può… – si rivolse poi a me. Mi sentivo già trafitto dalle occhiate di mia madre alle spalle che m’accusava d’averlo manipolato… era vero, delle volte manipolavo la gente, ma quella volta non c’entravo niente io, era tutta farina del suo sacco; ero stato incastrato, lo giuro! io per la sera avevo ben altro in mente… Mi sentivo il cuore battere in gola, davanti quel quadretto sereno di lor due calmi e pacifici e dietro gli occhi accusatori di mia madre: già giudicato e condannato; in quel momento avrei voluto teneramente stringere il collo sottile di quel giovane biondino, ma mi voltai. – Dai, va’…! – mi rispose fatalista mia madre; cosa aveva detto? …però non ero scampato alla sentenza: «come al solito ce l’hai fatta…» era il messaggio sottinteso di quello sguardo. Abbassai gli occhi e, dopo aver preso accordi per il mio riaccompagno, mi allontanai con quell’altra famiglia da cui avrei voluto essere adottato per non rincrociare più quello sguardo di biasimo. ***
Appena arrivati, Luca corse in camera sua a cambiarsi, avrei voluto tanto seguirlo ma mi sembrava troppo, e poi ridiscese vestito di una grigia tutina da salotto; era dal mare che non lo vedevo in abiti “morbidi” che mettevano in risalto la sua naturale abbondanza, mentre scendeva, restando unico punto fisso in tutto quel svolazzare di voluttuosa stoffa; che bello… sembrava ancora più piccino in quell’ambito domestico, una voglia di coccolarlo come un caldo orsacchiotto avevo. – Le foto… – chiesi. – No, quelle dopo! se no che facciamo …– io un’idea ce l’avevo… –…intanto giochiamo! – e mi sventolo sotto il naso una cartuccia della playstation. Dopo mezzora lo chiamò sua madre: – Luca vieni ad apparecchiare… – – Sì… vado,‘tanto metto in pausa! – – No… mettimi one player! continuo io, scusa! – e gli sfiorai la mano non volendo che se ne andasse… già mi fingevo di succhiarglielo mentre giocava a gambe conserte sul divano e sua madre preparava in cucina… – Va beh! – e scappò. Mi stufai presto di star da solo, ci stavo male in quella casa senza di lui, non avevo confidenza con quel luogo e inoltre lui era la mia batteria: non potevo starne troppo senza! così andai a cercarlo mentre in ogni canto vedevo un posto buono in cui masturbarlo in una nostra scorribanda per la casa. – Luca, ma dov’è tuo nonno? – lo raggiunsi in cucina. – È di là in casa sua, non mangiamo assieme… – mi fece una gran tristezza quello che aveva detto, sarà che io di nonni in vita non ne avevo, o almeno quell’unica ancora viva non potevo, per mia madre, frequentarla – vecchi affari di famiglia – ma sicuramente l’avrei fatto, se quelli di mio padre lo fossero ancora stati. – Dai, che torniamo in là! – mi prese per un braccio, adoravo essere menato da lui per luoghi, molto più che stare al guinzaglio di mia madre; quando entrò dall’uscio un’alta figura. – Papà… – – Ciao Luca… – lo guardò, poi fissò me e chiuse la porta, in quel momento mi sentii in sudditanza davanti a quel distinto signore. – Papa, lui è Alessandro! Ma lo devi chiamare “Alle”! – stavo diventando piccolo piccolo dopo quel “devi” che gli aveva detto, come se il mio suonasse di pretesa. – Ahhh… così sei tu! – mi strinse la mano, ma lo disse come se io fossi ormai un’entità risaputa in quella casa, e poi guardai il malandrino. – Piacere! – Che strana sensazione: mi sentivo nervoso, come fossi alla prima presentazione ufficiale al padre della mia ragazza… Alto, moro, di bell’aspetto, occhi scuri e fisico asciutto, molto elegante nei suoi vestiti e dal volto giovanile, nonostante il velo di barba ricresciuta. Molte caratteristiche Luca le aveva prese dal padre, alcune dalla madre, fra queste i capelli e la dolcezza di lineamenti e il carattere solare; ma la fattura: il marchio di fabbrica, quel senso di blasone, pareva direttamente discendere dal padre; gli occhi, però, proprio non capivo da dove li avessi presi, ma forse quelli eran due stelle dal cielo rapite. Il padre però aveva un che di unico in quella famiglia che mi induceva rispetto, non mi sentivo a mio agio, avevo paura di guardarlo in faccia quasi mi attendesse un inevitabile giudizio, però dentro sentivo di doverlo ringraziare per avermelo fatto così bello! Poi fui dimenticato un attimo da parte, giustamente estraneo, a quel quadretto di vita famigliare quando la madre di Luca arrivò, dove Luca però spiccava come la luce più bella; provai quasi un senso d’invidia nei loro confronti: per quello che avevano, per quello che erano, per Luca che non avevo come fratello… – In tavola… – poi mi gridò risvegliandomi dal mio imbambolamento. Sotto certi aspetti quella tavola mi ricordava la cena a casa mia: Luca che parlava, io che stavo zitto, mio/suo padre che lo ascoltava e mia/sua madre che dirigeva tutto, si lamentava, e metteva tutti in riga; però c’era qualcosa di diverso in suo padre che mi lasciava inibito: una figura alta, distinta, ma di fatto né algida, né arida, che però mi dava una sensazione di freddo o distacco come se io mi trovassi al di là di un vetro a osservare la scena. Non riuscivo a relazionarmici, come se non ne fossi all’altezza e ogni volta che mi chiamava scattavo interiormente sugli attenti; poi con l’avanzare della conversazione iniziò a pormi delle domande: su mio padre, sul suo lavoro, su di me e la famiglia; scherzava, sorrideva pure, e non in miniera finta o opportuna, ma in tutti i modi non riuscivo a calmarmi; ero teso, come sottoposto a un perenne giudizio, anche se non avevo le prove per dirlo. Giunti alla frutta praticamente monopolizzavo l’attenzione e Luca cominciava, dall’altro capo, a scalpitare, a batter di coscia come siamo soliti noi ragazzi fare; poi la madre gli mise una mano sulla testa e lui incominciò a tremare allora, come scosso da un martello pneumatico: – Allora Luca ti calmi! – poi mi chiese se prendevo il caffè, ma vicina scaturì dall’altra parte del tavolo timida: – Anch’io…–. – Luca lo sai… – lo riprese la madre, si vede che ancora non volevano i suoi che assumesse caffeina. – Sì, lo prendo! – diss’io. – Bene, allora ne faccio tre! – Stavo iniziando anch’io a rompermi di quel conversare tra adulti, ero venuto lì per Luca e non per parlare di me, ma dopo il rituale caffè fummo liberi di andarcene: – Andiamo su? – gli feci l’invito ad appartarci in camera sua, ma lui nicchiò: – No, prima guardiamo questi, siediti! – e prese un album da uno scaffale. – Prima ti faccio vedere queste: sono le più belle, che abbiamo fatto stampare, poi quelle sul DVD… – DVD? Ma quante ne aveva… non avrà mica voluto mostrarmi tutta la rassegna della sua vita! che per quanto interessante in quel momento non poteva certo interessarmi. In quel album c’erano soltanto le sue fotografie, quelle, cioè, in cui lui appariva in primo piano a partir in fin dalla copertina, dove compariva un Luca bel bambino, ma incominciò dall’Egitto; era tutto un dire: «qua, sono io a … , qua, sono invece a…, qui sono a… », insomma c’era praticamente lui e tutto il mondo intorno a fargli da paesaggio, non di certo didattico e piuttosto decisamente lucacentrico, e in dieci minuti finì. Giunto all’ultima pagina, essendo partito dalla fine, lo scenario cambiò, ma prima che potessi accorgermene chiuse l’album, quasi a volermi censurare quella parte della sua vita. – Va beh, qua son finite! … Ma’ dove sono le altre, quelle su CD? – – Lo sai, sono in camera tua! – e ci raggiunse in sala. – Dove? – – Ah, quello lo sai tu… sei tu che devi sapere dove metti la roba! – – Okei… vado a vedere! – e sgattaiolò via; sua madre intanto restò lì, io non sapevo come atteggiarmi, ma poi prese le foto e si sedette accanto sfogliandole con vena nostalgica. – Te le ha fatte vedere? – – Mhmm, solo quelle dell’estate… – chissà se lei mi mostrava il resto? Poi raggiunse al punto: – qui? – – Sì! – e dopo averle un po’ riguardate cominciò a parlare, mentre io mi avvicinai mostrandole vivo interesse: – Queste sono le foto dell’ultima recita… l’ha fatta qua al teatro comunale, sai… – bene, non sapevo questo suo passato da “attore”, ma man mano che quelle le pagine si sfogliavano ci calammo in una vera time machine della vita di Luca: dopo le prime foto di lui sul palco, comparirono quelle dei compleanni e delle altre feste e dei sacramenti; e man mano il tempo si allontanava, le foto diventavano sempre più rade e con maggiori salti temporali, ma sempre una cosa rimaneva costante in tutta quella giostra di immagini: la bellezza di Luca, immutabile come una verità eterna! – ah… ah… ah… – scattò poi a un certo punto, facendomi fare soprassalto: – queste me l’ero proprio dimenticate! – c’erano tre foto di un bel biondino in mutande per il giardino: – qui aveva sette anni, sì! L’anno prima che tornassimo… C’era una piscinetta qui in giardino, e Luca andava sempre dentro e fuori bagnando dappertutto… che disperazione! – ecco le cose che una madre dovrebbe non dire né mai mostrare, specialmente se c’ero io! Quelle foto e le stavo proprio gustando: Luca da piccolo era un amore, tutto da mangiare… in una sgambettava per il cortile, nell’altra sostava a cavalcioni sul bordo della piscina gonfiabile come su un cavalluccio a dondolo e nell’ultima si nascondeva timidamente dietro le gambe della madre, rimaneva sempre in evidenza lo slippino con un bel bozzetto di riempimento tutto sottolineato dalle lineette azzurrognole del disegno, era incredibile come già precocemente mostrasse così la sua vera dote o forse era una mia deformazione professionale vederglielo grosso dappertutto? Comparve dalle scale, sentendoci ridere si avvicinò curioso, poi, appena fu abbastanza vicino da capire, scattò subito: – Ma mamma! – strillò scandalizzato, strappandole l’album di mano. – Ma Luca sono foto…– – No, Mamma… no! – disse categorico, come per farle capite che era una cosa che non doveva fare e intanto io me la ridevo. Indispettito inserì il DVD, sedendole accanto con quell’album stretto tra le mani quasi volesse essere un lucchetto per custodirlo, e lei l’abbracciò; in quel momento avrei voluto tanto essere io ad abbracciarlo e consolarlo interessandomi di quel posto cui già da piccolo testimoniava tanta abbondanza. Finita quell’interminabile sfilza, fortunatamente commentata da sua madre che la contestualizzava un pochino, lei se ne andò, e rimanemmo soli io e lui con lui visibilmente incacchiato: e che sarà mai? l’avevo visto sette anni prima in mutande, manco non l’avessi mai visto nudo, toccato, o addirittura masturbato… avrei capito in quel caso, ma dopo quello che avevamo fatto…! Continuavo a divertirmi per il suo sguardo trucido, ma per rompere quella tensione mi serviva un pretesto: – Sono belle le foto, che macchina avete usato? – – Ce l’ho in camera mia, vieni! – bene! Prese il DVD e l’album, e salimmo. Finalmente l’avrei vista… io me le immaginavo un qualcosa di grandioso la stanza di Luca: tutta confusa e piena di roba e colori, un qualcosa che ricordasse la sua briosa personalità, con poster alle pareti, vestiti alla rinfusa, segni d’infanzia ovunque; praticamente un campo minato in cui non ti potevi muovere senza imbatterti ad ogni passo in un ricordo della sua infanzia: giocattoli dappertutto, libri misti di scuola e lettura, giornaletti, insomma una camera da perfetto adolescente. Aprì la porta, e il buio occultatore ancora alimentava le mie aspettative, ma entrando la luce disilluse tutto: poster sì, ma due, quello di Dragon Ball famoso e un altro che pareva di una squadra di calcio, ma di bambini quella forse dove aveva giocato; giocattolo sì, ma giochini della Kinder e in fila sulle mensole assieme ad altra oggettistica minuta da collezioncine; dietro la porta pure la cesta della biancheria sporca, e il letto e il mobilio in tinte pastello, tutto insomma nella più classica normalità, ma seguiva anche un innato feng shuj, forse più della madre, che suo… spiccava solo, unico esempio di modernità, la postazione del computer sita dinanzi a noi. – Tieni è questa! – mi mostrò la macchina. La guardai, la studiai: mi sembrava un oggetto decisamente interessante, ma complicato: – Ma è difficile…? – – No, si accende così… – e mi presentò tutte le funzioni che conosceva, compreso qualche scatto di prova fatto all’istante. – Bella, mi sa che me la farò regalare! – – Regalare… – – Sì, per Natale! – – Per Natale…? – mi guardò come se avessi detto una cosa d’alieno. – Non mi manca nulla, me ne faccio regalare una, come questa! ce l’hai anche tu… – – In realtà è di mio papà! io l’ho solo perché mi serviva per scuola …e comunque mi farei regalare altro… – me lo disse come per dirmi di farmi più furbo; ma per chi mi aveva preso: io non ero mica un marmocchio come lui, io avevo dei gusti più maturi dei suoi, mica le sue pipate da ragazzino… – Ho visto che c’erano delle foto di una recita… – – Ah…! – disse piuttosto con disappunto. – Che c’è? – – No niente, pensavo! …era l’ultima delle medie, fortuna che non le devo più fare! – – Perché… – – L’hanno scorso abbiamo fatto Peter Pan e l’ho dovuto fare in calzamaglia verde! – Calzamaglia! Wow…! se ben mi ricordavo il suo effetto evidenziatore, Luca in calzamaglia doveva essere qualcosa di terribile: tutto quel pacco in bella evidenza! Mammamia, il mio Luca davanti a tutta quella gente… già l’invidiavo e maledivo, ad uno ad uno, tutti quelli della platea per avermi battuto e ammirato prima di me, ma ora non potevo perdermelo! – Me lo… ehm… le fai vedere? – – Sì! – accese il computer passandomi con la testa vicino le gambe, in quel momento gliel’avrei ficcato a forza in bocca e goduto guardandomele al monitor. Avvicinò le sedie, e finalmente partirono le foto, Luca mi spiegava, mi raccontava aneddoti, ma io ero più interessato a cercarne una dove il suo pacco risaltasse, mi folgorasse quasi attraverso quello schermo, e invece tutte erano o lontane, perché lui si vedesse bene, o troppo vicine dove veniva visualizzato soltanto a metà busto; poi finalmente, quando ormai disperavo, dietro le quinte, la foto perfetta! L’atmosfera era quella di chi è in procinto di andare, di lasciare il teatro, e Luca appariva in piedi stenografato da un tendaggio di scena raffazzonato, con le luci, da destra e dal basso, che illuminavano lui e l’ombra sagomata del suo pacco: un Peter Pan perfetto e con quel valore aggiunto… ma come avevano fatto a lavorarci insieme, io su quel palco l’avrei violentato! ma Luca scorse le foto in fretta sottraendomela dalla vista, volevo pero gustarmela meglio: – Ma ce l’hai ancora il costume? – non mi sarebbe affatto dispiaciuto farlo con lui con quel costume indosso… – Ma va! – – Invece ti stava bene veh… eri un Peter Pan perfetto, torna indietro! – Tornò indietro, ma oltrepassando quella foto: – dammi un attimo! – finalmente m’impadronii del mouse: – Guarda! – il biondino delle mie meraviglie… – Insomma… – commento Luca con sufficienza, ma quella foto era stupenda come poteva non notarla. – Beh, guarda! – gli zumai sul suo pacco fino a riempirne lo schermo al limite dalla sgranatura. Luca deglutì fissando lo schermo, poi: – Chiudo la porta! – disse alzandosi in piedi senza incrociare il mio sguardo. Finalmente tornò soffermandosi con quel cavallo di fianco a me; lo fissai, volevo guardarlo in faccia ma non riuscivo ad alzare lo sguardo da quel suo cavallo, da quell’ansa morbida in mezzo alle sue gambe; attentai alla sua virilità con la mano, come la commessa: – ha cavallo! – dissi anche per sconquassarlo, ma mi accorsi che nel palmo non avevo nulla, soltanto stoffa! Presi allora quel pantalone sfilandolo fino alle ginocchia, ed ecco l’arcano: il genitale non riempiva la parte verso il basso delle mutande, il pene tirava tutto verso l’alto, cosicché quella sciagurata non avrebbe mai potuto prendere nulla nemmeno affondando; però notai con divertimento la somiglianza di quell’intimo con gli slippini di allora, e sfogliando l’album dissi: – beh! Vedo che in sette anni non è cambiato nulla, sono sempre le stesse… – Volevo sfotterlo, ma Luca rispose: – Beh proprio nulla non direi! – e si tirò su la felpa mostrandomi la sua belva diritta fuoriuscire dalle mutande; e in effetti per quanto precoce quella roba non poteva avercela allora! Gli abbassai le mutande per vedere per intero quella bega pulsante e quei testicoli da monumento; l’afferrai, la masturbai, spingendolo contro il banco, mentre nel monitor appariva l’alterego della sua allora tredicenne: – …e rispetto a qua è cambiato? – gli chiesi ridendo. – Devo vedere, comunque è cambiato! – – Come devi vedere? – – Sì, perché sono due anni che per il comple me lo sono misuro – disse ansimante. – … e lo segni? – – Sì! – ma che bravo bambino. – Dov’è? – – Devo cercare… – – Sì, ma non adesso! – glielo scappellai e l’infilai tutto in bocca, avevo troppo foga di saggiare quei venti oggi visti doppi perfino allo specchio. Fintamente glielo succhiavo in casa sua, in quella cameretta: ennesimo tempio d’infanzia violato per ribadire il rito di passaggio: all’emancipazione del sesso, all’età adulta, con una bella eiaculata nella mia gola profonda che in poco mi fece. Sbocchinavo ancora gustandomi quel pene, non volevo lasciandolo uscire anche se non più tumescente, e Luca mi chiese: – Finito… –; dovevo lasciarlo, anche se ancora volevo limonarlo quel pene. Mi misi a osservarlo con le braghe abbassate, così sensuale, mentre mi guardava maliziosamente soddisfatto, però i rintocchi di fuori segnavano le undici di notte: – Mi sa che devo andare! – dissi recandomi alla porta, ma Luca mi spinse sopra il letto. Mi lasciai pacificamente cadere, poi salì sopra slacciandomi la cintura e tirandomelo fuori. La sua manina mi stava per masturbare: – Dai, Luca è tardi! – . – Non ho capito, l’hai fatto prima tu! – – …e che non c’è più tempo… – – Aspetta! – aprii la porta e gridò – Mamma, Alle quanto può restare? – – e insomma, ricorda che a – C’è tempo! – disse richiudendo la porta. – Ma non l’hai chiusa prima! – non ci potevo credere: gli avevo fatto un bocchino senza che la camera fosse chiusa … – Ma è chiusa…! – – Con la chiave! – – Ma non ce l’ho la chiave! – rispose Luca. – Come non ce l’hai…? – – Non ne ho bisogno, tanto non entrano! Non preoccuparti… – parlava bene lui… – No, no! non mi fido…! – ricominciai a riallacciarmi. – NO! Tu ora ci stai! – mi rivenne incontro buttandomi giù di prepotenza, e me lo riprese fuori; ero basito. – Ma tu sei matto! – feci di nuovo per alzarmi. – NO! Tu adesso ci stai e mi fai finire! l’hai fatto prima tu e ora lo faccio io! – e invece di masturbarmi prese subito a fellarmi. Voleva “finire”, voleva farmi venire… voleva bermi! E intanto lo osservavo biondino, chino sul mio cazzo, scomparendone in bocca la più parte, e succhiando nervosamente; dopotutto era ragionevole la sua reazione: erano quindici giorni che non lo faceva… e io al posto suo sarei andato in crisi d’astinenza. Cercai di buttarmi giù, di rilassarmi per affrettargli i tempi, ma dopo pochi secondi udii dei passi veloci passare vicino la porta. – Luca, i tuoi… – gli dissi preoccupato. – Uffa! – smise di fellare – Non ti devi preoccupare… – i passi si allontanarono. – Ma i tuoi… – – T’ho detto che non entrano! Rispettano la mia privacy… – non credevo a quello che avevo sentito, e i passi ripassarono – ti vuoi rilassare, che dopo dici che non riesci a venire! – e riprese a succhiare. “Rispettano la mia privacy” quella frase continuava a ronzarmi per la mente, e a parirmi assurda: come poteva così sicuro stare a succhiarmi con la porta aperta? E ad avere una cieca fiducia che non sarebbero entrati? io addirittura dei miei avevo fatto in modo di liberarmi per… ma cribbio non gliel’avevo ancora detto! – Luca… – non si fermava – Pss! Pss! – non mi dava ancora retta – Luca, devo dirti una cosa! – – Cosa? – smise finalmente. – Ascoltami, che è importante! Non questo, ma quello dopo, insomma tra due sabati …c’è l’assemblea… – – Che…? – – L’assemblea d’istituto, ma non sapete proprio niente voi di prima! – – Eh… allora? – riprese a masturbarmi – Aspetta! – che frettoloso – e allora, se uno vuole può anche starsene a casa… – – Mia mamma, non me lo permette! – – Ma se non c’è lezione! – – Eh, e fatta così… – – Va, beh… ascolta, comunque… mi sa che ti conviene parlarle! – – Perché? – – EH, ascolta! Io ho convinto i miei, finalmente, ad andare via da soli, e a lasciami a casa da solo… – – Beato te! – – E mi hanno anche dato il permesso di chiamare, se voglio, degli amici a dormire … – – Mhmm… – sembrava non arrivarci. – Ma non ci arrivi! Puoi venire a dormire da me! – – E va be’, ma per il sabato non ci sono mica problemi, possiamo anche fare il prossimo se vuoi! – – Allora non hai capito! io ho convinto i miei ad andare via, via… hai capito? e a lasciami solo per l’intero weekend! e se ti fai furbo, puoi restare a dormire da me anche il venerdì, visto che la mattina, insomma, non c’è scuola! – – Sì, ho capito… ma ti ho detto che per me anche venerdì è difficile! – – …eh datti una mossa a convincerli! – – eh… ho bisogno del tuo aiuto allora… – – non ci sono problemi… ti do una mano! – – Bene! – e con più entusiasmo di prima riprese a succhiar, mentre io mi abbandonai sul letto tentando di venire o quella notte non sarebbe finita mai, e la Consulta l’Indice per l’elenco cronologico dei racconti.
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Un sabato da matti: un sabato pomeriggio da passare con mammà al nuovo centro commerciale appena aperto; nuovissimo, fichissimo, alla moda e perfino un po’ chic; per giorni interi i media locali ne avevano parlato: due piani zeppi di roba, negozi, supermercato e perfino boutique; non ci avevano fatto mancare nulla insomma: migliaia di metri quadri per lo spending e lo spanding, come ironizzavano i miei, e la mia disperazione… mia madre infatti né approfittò per costringermi a sé forte della festività d’ognissanti e della scusa di rimpolparmi il guardaroba autunnale. Appena arrivavi, c’eravamo già persi nei meandri del parcheggio sotterraneo, che con un’autista claustrofobica non è certo il massimo per perdersi tra sensi unici insensati e vie d’uscita sempre distanti migliaia di pilastri e dare la precedenza nascosti; per fortuna che il teatrino finì non appena avvistai un posto libero vicino l’uscita. – È inutile che ridi… sono propria curiosa di vedere tu quando prenderai la parente! – – Sì, ma’… dai che andiamo! di qui! La scala è di qui! – perdersi nei parcheggi era il suo hobby preferito. – Volevo vedere il numero! G… 8… ricordati, siamo al G8! – – Eh, scacco matto! Dai, basta ricordare il pittore… – avevo fretta d’entrare per uscirne il prima possibile. – Pittore…? – – Gi – otto…, Gi – otto… – – Ah, ma che furbo il mio ragazzo – mi spettinò i capelli – MA dai! – ci sarebbe scappato anche un bel vaffa!, lo sapeva che odiavo essere toccato sui capelli. – Eh, neanche ti avessi fatto brutto… Su… sei più figo! …tanto non va di moda essere spettinati oggi? – volevo cacciare cragnate dalla disperazione contro il primo pilone che incontravo, per vedere se quella giornata non fosse passata più in fretta. Eran tre quarti d’ora cha giravamo alla ricerca di una mecca dell’abbigliamento e non ne potevo più: non era tanto il girare che mi stufava, quanto dover il provare ogni volta ogni roba che aveva la vaga intenzione di comprarmi; era un continuo togli e metti, vestire e svestire, spogliarmi e riabbigliarmi per ogni vano proposito d’acquisto… ma le taglie che ci stavano a fa’? e poi alla fine non comprava mai niente; stavo impazzendo. – È già un’ora che giriamo! – – Alle… eh! – mi fece gesto d’evidente mal sopportazione delle mie lamentele – uh… una jeanseria… dai ch’entriamo! – “MondoJeans” recava l’insegna e di fatti di jeans ce n’erano a consolare il cliente dalla poca fantasia del nome; jeans dappertutto: sugli scaffali, in vetrina, sui manichini, impilati ai bancali, appesi alle crucce nei posti più impensati, e il tutto facente parte di un’ardita scenografia, che all’occhio poteva anche fare il certo effetto, ma che non mancava, per l’eccesso, di scadere nel più tristo del kitsch, come in quel cartonato alla parete raffigurante ovviamente un jeans con la patta sbottonata e dietro la mutanda suggerita dalla lieve ombreggiatura che io fissavo con insistenza nel vano tentativo di capire se fosse una texture sovraimposta oppure il segno inequivocabile dell’essere stato indossato da un modello in carne ed ossa dalla dotazione inconcepibile… Ci addentrammo nel negozio insolitamente lungo e tortuoso con spazi nascosti ad arte da pareti artificiali e specchi creati per ingannarne profondità e prospettive; ci fermammo alle prime ceste sotto l’esplosiva scritta di “SCONTO”, li apposta per attirare mamme e parsimonia: – Mh, belli!, ci sono due cose che vorrei farti provare, ma andiamo avanti! – era già la quinta volta che me lo sentivo dire, e come un’ombra non potevo far altro che seguire e tacere, tanto non avevo voce in capitolo: se qualcosa non mi piaceva, non avevo semplicemente buongusto come tutti i ragazzi e toccava a lei porvi rimedio, e se qualcosa invece mi piaceva, era oggettivamente orripilante e toccava sempre a lei vestirmi decentemente. Girammo l’angolo e con incredulità incrociai lo sguardo sbalordito di Luca che sostava immobilizzato in mezzo al corridoio e la mamma di fianco, mentre una commessa, d’altro lato china, le diceva: – …ha cavallo, vede! – afferrandolo proprio in mezzo alle gambe. AAAAAAAAAAH!!!!!! Ma come osava quella sciagurata! Le sarei saltato addosso tirandole un calco in bocca a quell’immonda donnaccia, quell’impura… come osava toccarlo proprio lì! ti piaceva, eh, tutto piccolo, carino e biondino, e con quella gran nerchia in mezzo alle gambe, eh! Ma vatti a trovar bega da un’altra parte, invece di molestarmi Luca, commessa megera! lungi da lì! lungi da lui! lungi da quel luogo! soltanto io potevo osar tanto, avventarmi tra quelle pieghe inscurite che montavano quella gran sagoma mostruosa e pretendevo che le fosse mozzata la mano, mentre il mio Luca, poverino, arrossiva dalla vergogna, invocandomi in estremo richiamo d’aiuto. – Luca… ciao! che ci fai qui? – tentai di togliere l’imbarazzo, mentre le due madri si conobbero e la commessa scappò da un altro cliente; ma nessuna di quelle sembrava essersi resa dell’oltraggio appena subito; poverino… l’avrei riempito di coccole. – Guarda che bel modello, Alle! – interruppe mia madre guardando Luca che e in effetti era davvero un bel modello, anche se lei si riferiva all’indossato – …quasi, quasi li proviamo, no? – sorrise perfida! – Anch’io glieli sto facendo provare! – intervenne sua madre – lui non vuole… ma, se non vuole andare in giro nudo, lo deve fare, eh! – intanto anche nudo era bello lo stesso, anzi meglio! solo che non poteva, perché quello era soltanto un mio privilegio vederlo nudo. – Dai, Luca provati gli altri! – e ubbidiente si recò nello spogliatoio; avrei tanto voluto seguirlo… – Toh, Alle! vatti a provare anche tu! …dovrebbero essere della tua taglia…– perché, non sapeva manco quella? – intanto io vado a trovare gli altri… –; tristo destino ci attendeva quel giorno, ma nonostante al mal comune non sorgeva alcun mezzo gaudio. Lo spogliatoio era piccolo: un lungo budello a lato della stanza, diviso da questa da una parete in cartongesso e dentro tre stanzini con le porte tutte danti sullo stesso corridoio, ricavato nello spazio in eccesso, come i gabinetti e proprio come i bagni pubblici erano tutti e tre immancabilmente occupati: uno da Luca, l’ultimo forse adibito a sgabuzzino, e il primo chissà… Mia madre tornò con un altro paio di pantaloni in mano: – Eh, che aspetti! – – Sono occupati! – dissi seccato: me l’aveva detto come se fossi un imbranato. – Ma chiedi a Luca, no? siete entrambi maschi, non avrete mica vergogna… – e la porta si aprì; io non sarei mai entrato di mia iniziativa, ne l’avrei mai proposto per la paura dei sospetti, ma visto che era lei a proporlo, chi diceva di no… – Ciao! – esortò appena entrato; era come stare dentro una doccia, solo un po’ più larga, ma l’effetto era quello. Non sapevo che dire, gli mostrai i pantaloni e ci mettemmo entrambi a sorridere; ora sì, che il mal comune sortiva un mezzo gaudio. Quante volte c’eravamo trovati nella stessa situazione, molto più ardita anzi, solo che ora c’era qualcosa di diverso nel ripetere gli stessi avvezzi gesti in un luogo come quello: ci sentivamo più impacciati, meno intimi, io personalmente più pudico nello spogliarmi in un luogo pubblico; inconsciamente mi guardai intorno alla ricerca di una telecamera: era una mia fissa da sempre quella di essere osservato dentro uno spogliatoio mentre mi cambiavo, non so se per paranoia o per un secreto desiderio di essere morbosamente oggetto di voyeurismo. Mi ero infilato i pantaloni, ed era l’ora d’uscire in passerella; aprii la porta e iniziò la sfilata d’alta jeanseria davanti a mia madre: – mm, vanno bene… stai bene anche tu Luca! – ringraziò inorgoglito – Dai provati anche gli altri, io vado a vedere se riesco a trovarti delle taglie… e incredibile! sono tutte larghissime… – e si allontanò delirando altri teoremi. Luca richiuse la porta e ancora una volta ci trovammo ritratti nello specchio; era incredibile come pur nel chiuso d’uno spogliatoio ci sentissimo più parati a cambiarci spalle alla porta, come se dietro quella ci fosse uno capace d’osservarci attraverso i legni e i vestiti. Fermato da Luca ci rispecchiammo tutt’e due con le braghe abbassate: le nostre gambe si riflettevano scarne e tutto il resto coperto dalle pesanti camicie fin sotto l’inguine, poi Luca si alzò allora la sua camicia e incominciò a specchiarsi il pacco, poi, vedendo che io non lo seguivo, alzò pure la mia e comincio il truffaldino raffronto. Si divertiva a osservare come il suo, proverbialmente all’in su, risultasse più abbondante poiché risaltato dalla posizione, mentre il mio, risaputamente verso il basso, non beneficiava dalla medesima illusione; presi poi io il mio lembo di camicia così lui con la mano finalmente libera tentò di toccarmi: – biiiip! – fece anche infantilmente. Gli schiaffeggiai la mano; incredibile a sedici e quattordic’anni, star lì, come due bambini a farci i dispetti sui pisellini, … noi, che eravamo abituati ben ad altro!. – ….ha cavallo! – gli disse imitando la commessa, anche col gesto, per ricordargli l’imbarazzo, ma lui preso da un moto d’orgoglio si abbassò le mutande specchiandosi l’arnese. Lo fissavo in tutta la sua bellezza: lungo, diritto e per di più ora anche doppio, veniva voglia proprio di toccarlo; poi mi fece segno di seguirlo per specchiarci contemporaneamente i sessi. Avevo già le mutande gonfie, mi bastò abbassarle un poco per far scattare la naturale catapulta e Luca se ne uscì con un lieve risolino enfatizzando con la mia solita caducità. Iniziò poi un pudico raffronto, invece di toccarcelo a vicenda, ognuno manovrava il suo: di lato, di su, di giù, dovemmo specchiarci quelle verghe duplicate un paio di volte, poi, non pago, incomincio il raffronto diretto; prese le mie misure con la mano e le riporto sul suo; ma ci aveva ancora quel primino ben dotato da essere così timoroso? Eran inutili tutte quelle verifiche; e poi perché io lo stavo a seguire? Forse era il fatto che allo specchio sembrasse più grosso… o almeno io me lo vedevo così nel mio alterego rispetto che a guardarmelo indosso… comunque stavamo perdendo troppo tempo: – Allora, non vi siete ancora cambiati! – ci ripresero le nostre matriarche. Usciti dalla bottega, riuscimmo ad ottener licenza per distaccarci da loro, da ragazzi e in due non potevamo stare troppo a lungo attaccati a loro, stretti a quei guinzagli matrigni dello shopping; e finalmente liberi e soli, potevamo trascorrere per la prima volta del tempo insieme al di fuori delle mura domestiche, cosa che Luca, avevo l’impressione, ritenesse una tappa importante della nostra amicizia. Tornammo sui nostri passi, in quei negozi che prima avevamo dovuto saltare per colpa non nostra: di elettronica, videogiochi, sportivi, per scuriosare in fino all’ultimo angolo; Luca correva e io lo seguivo per condividere opinioni, interessi e passioni, per conoscerci meglio, ma poi quella boria di libertà finì e tra le fila di CD ci ritrovammo noi due da soli, ma con l’entusiasmo dell’essere insieme e liberi! Finimmo in un canto deserto del centro commerciale, dove il grande atrio centrale andava riducendosi solitamente dove stanno i servizi nascosti al grande pubblico: istintivamente cercavamo i luoghi appartati, più intimi, per parlare meglio, lontani dal fragore della folla che ci disturbava; ma dietro quell’angolo ci attendeva anche il più grande paesaggio che quel posto aveva da offrirci. Una grande vetrata si apriva dinanzi ai noi, dietro l’angolo che occultava i gabinetti, dividendoci dal grande emiciclo balaustrato a parapetti in ferro alternati a siepi e panchine, prima di affacciarsi su un magnifico tramonto col sole che calava tingendo di rosso le nubi e gli altri profili della bassa. – Che bello… – disse Luca correndo fuori a vedere – andiamo a vedere! – e tutto il freddo di quella stagione mi venne in contro. Raggiunsi Luca in ginocchioni sulla panchina per sporgersi meglio; era quello uno dei più classici paesaggi della pianura per me, nulla di eccezionale ma in sua compagnia sentivo che acquisiva una valenza del tutto speciale: – Bello davvero! Però che freddo! – tentai di convincerlo ad entrare, ma senza sortire effetto. – Già! – rispose, e poi stette fermo a mirare il tramonto in mia compagnia col mento poggiato sopra il braccio mentre il vento gli carezzava i capelli; mammamia com’era bello! Un profilo stupendo: tenero e sicuro, dolce e magnetico; sicuramente lo guardavo trasognato invece completare con lui quel quadro romantico guardando assieme lo stesso tramonto noi due soli, poi uno squillo interruppe sul più bello. – Chi è? – mi chiese. – Niente, un amico… – – Ah, siete poi usciti ieri sera? – – No, alla fine nessuno ha organizzato qualcosa e sono rimasto a casa… – – Ah! – mi fece con quel vago sentore di «te l‘avevo detto», ma tanto avremmo combinato alcunché lo stesso io e lui da soli per Halloween…! Poi tacque e vedendomi messaggiare ritornò sull’argomento… – Vi state mettendo d’accordo per stasera? – era inutile che insisteva, tanto era troppo presto per farlo uscire con noi e poi i miei amici lo avrebbero trovato troppo piccolo e limitante: doveva tornare a casa presto, non aveva la nostra autonomia, né i soldi, beh forse quelli né aveva, volendo, più di noi; e comunque io ero troppo geloso di lui, geloso in entrambi i sensi: che lo trovassero migliore di me, e di condividerlo con loro, perché lui era soltanto mio! e in tutti i modi preferivo tenere distinte le due amicizie per ora: quella puramente amicale, e la nostra sempre più coinvolgente. – No, li sento dopo… tanto per il sabato ci mettiamo d’accordo all’ultimo! – – Beh, almeno voi uscite… – mi lanciò la frecciatina. – Luca te l’ho detto, dai…! Adesso, … ti prometto, che una volta ti farò uscire con noi, però non ti assicuro che ti diverti… – – “ti prometto, che una volta ti farò uscire con noi”… ma tiratela meno va’! – m’interruppe, poi una coppia entrò sul terrazzo distraendoci; era una coppia di ventenni, poco più grande di noi, che cominciarono a limonarsi poco distanti dall’entrata. Io e Luca ci guardammo immediatamente sentendoci un po’ a disagio: le loro effusioni ci ricordavano le nostre, anche se meno carnali, solo che le loro erano tra uomo e donna e così ci defilammo col favore delle tenebre. Il ritorno a quell’aria più viziata mi rintronò fortemente, vuoi per il calore eccessivo o per il minor apporto d’ossigeno, mi sentivo intorpidito, tutto mi sembrava straniato: improvvisamente notavo tutta quella moltitudine di ragazzi della nostra età, forse della sua un po’ meno, ma comunque in gruppi misti di ragazzi e ragazze assieme, mentre noi eravamo due soli e maschi. Cercai di defilarci ai margini di quell’atrio, muovendoci ai limiti di quella zona calda al centro, dove i gruppi si addensavano maggiormente, perché a passarci in mezzo mi sentivo osservato da solo con lui, e inoltre mi montava una gran rabbia a guardare quei ragazzini, in gran parte delle medie, attergarsi a bulletti, sicuri e fighetti, spacconcelli con quelle amichette decisamente più mature di loro; li vedevo scherzare, toccarsi e rincorrersi, e li odiavo: io alla loro età non avevo tutta quella confidenza con l’altro sesso, e anche ora avevo bisogno di qualche incentivo…. Scorrevamo vicino alle vetrine e ad ogni mi voltavo verso quello per non farci riconoscere di faccia, specialmente da qualche suo amico che non conoscevo, e ad un tratto mi trovai dinnanzi a un negozio con tante foto di altri pupetti, come lui, in vetrina, a fare da testimonial alle griffe e notavo come pure lui avrebbe potuto in fondo trovarsi tra loro come modellino e ringraziavo il destino. Squillò il telefonino: orario di rendez-vous! Le due madri nel frattempo si saran già fin troppo conosciute bene e parlato di noi, e chissà quant’altre avrebbero fatto meglio a tacere… – Ciao – – Ciao – – Ciao – – Ciao – il walzer di saluti era finito. – Allora andiamo…? – disse la mamma di Luca passandogli una mano sulla schiena. – Mamma, Alle può venire con noi così gli faccio vede le foto dell’Egitto sta sera? – – Ma sì, che può… – si rivolse poi a me. Mi sentivo già trafitto dalle occhiate di mia madre alle spalle che m’accusava d’averlo manipolato… era vero, delle volte manipolavo la gente, ma quella volta non c’entravo niente io, era tutta farina del suo sacco; ero stato incastrato, lo giuro! io per la sera avevo ben altro in mente… Mi sentivo il cuore battere in gola, davanti quel quadretto sereno di lor due calmi e pacifici e dietro gli occhi accusatori di mia madre: già giudicato e condannato; in quel momento avrei voluto teneramente stringere il collo sottile di quel giovane biondino, ma mi voltai. – Dai, va’…! – mi rispose fatalista mia madre; cosa aveva detto? …però non ero scampato alla sentenza: «come al solito ce l’hai fatta…» era il messaggio sottinteso di quello sguardo. Abbassai gli occhi e, dopo aver preso accordi per il mio riaccompagno, mi allontanai con quell’altra famiglia da cui avrei voluto essere adottato per non rincrociare più quello sguardo di biasimo. ***
Appena arrivati, Luca corse in camera sua a cambiarsi, avrei voluto tanto seguirlo ma mi sembrava troppo, e poi ridiscese vestito di una grigia tutina da salotto; era dal mare che non lo vedevo in abiti “morbidi” che mettevano in risalto la sua naturale abbondanza, mentre scendeva, restando unico punto fisso in tutto quel svolazzare di voluttuosa stoffa; che bello… sembrava ancora più piccino in quell’ambito domestico, una voglia di coccolarlo come un caldo orsacchiotto avevo. – Le foto… – chiesi. – No, quelle dopo! se no che facciamo …– io un’idea ce l’avevo… –…intanto giochiamo! – e mi sventolo sotto il naso una cartuccia della playstation. Dopo mezzora lo chiamò sua madre: – Luca vieni ad apparecchiare… – – Sì… vado,‘tanto metto in pausa! – – No… mettimi one player! continuo io, scusa! – e gli sfiorai la mano non volendo che se ne andasse… già mi fingevo di succhiarglielo mentre giocava a gambe conserte sul divano e sua madre preparava in cucina… – Va beh! – e scappò. Mi stufai presto di star da solo, ci stavo male in quella casa senza di lui, non avevo confidenza con quel luogo e inoltre lui era la mia batteria: non potevo starne troppo senza! così andai a cercarlo mentre in ogni canto vedevo un posto buono in cui masturbarlo in una nostra scorribanda per la casa. – Luca, ma dov’è tuo nonno? – lo raggiunsi in cucina. – È di là in casa sua, non mangiamo assieme… – mi fece una gran tristezza quello che aveva detto, sarà che io di nonni in vita non ne avevo, o almeno quell’unica ancora viva non potevo, per mia madre, frequentarla – vecchi affari di famiglia – ma sicuramente l’avrei fatto, se quelli di mio padre lo fossero ancora stati. – Dai, che torniamo in là! – mi prese per un braccio, adoravo essere menato da lui per luoghi, molto più che stare al guinzaglio di mia madre; quando entrò dall’uscio un’alta figura. – Papà… – – Ciao Luca… – lo guardò, poi fissò me e chiuse la porta, in quel momento mi sentii in sudditanza davanti a quel distinto signore. – Papa, lui è Alessandro! Ma lo devi chiamare “Alle”! – stavo diventando piccolo piccolo dopo quel “devi” che gli aveva detto, come se il mio suonasse di pretesa. – Ahhh… così sei tu! – mi strinse la mano, ma lo disse come se io fossi ormai un’entità risaputa in quella casa, e poi guardai il malandrino. – Piacere! – Che strana sensazione: mi sentivo nervoso, come fossi alla prima presentazione ufficiale al padre della mia ragazza… Alto, moro, di bell’aspetto, occhi scuri e fisico asciutto, molto elegante nei suoi vestiti e dal volto giovanile, nonostante il velo di barba ricresciuta. Molte caratteristiche Luca le aveva prese dal padre, alcune dalla madre, fra queste i capelli e la dolcezza di lineamenti e il carattere solare; ma la fattura: il marchio di fabbrica, quel senso di blasone, pareva direttamente discendere dal padre; gli occhi, però, proprio non capivo da dove li avessi presi, ma forse quelli eran due stelle dal cielo rapite. Il padre però aveva un che di unico in quella famiglia che mi induceva rispetto, non mi sentivo a mio agio, avevo paura di guardarlo in faccia quasi mi attendesse un inevitabile giudizio, però dentro sentivo di doverlo ringraziare per avermelo fatto così bello! Poi fui dimenticato un attimo da parte, giustamente estraneo, a quel quadretto di vita famigliare quando la madre di Luca arrivò, dove Luca però spiccava come la luce più bella; provai quasi un senso d’invidia nei loro confronti: per quello che avevano, per quello che erano, per Luca che non avevo come fratello… – In tavola… – poi mi gridò risvegliandomi dal mio imbambolamento. Sotto certi aspetti quella tavola mi ricordava la cena a casa mia: Luca che parlava, io che stavo zitto, mio/suo padre che lo ascoltava e mia/sua madre che dirigeva tutto, si lamentava, e metteva tutti in riga; però c’era qualcosa di diverso in suo padre che mi lasciava inibito: una figura alta, distinta, ma di fatto né algida, né arida, che però mi dava una sensazione di freddo o distacco come se io mi trovassi al di là di un vetro a osservare la scena. Non riuscivo a relazionarmici, come se non ne fossi all’altezza e ogni volta che mi chiamava scattavo interiormente sugli attenti; poi con l’avanzare della conversazione iniziò a pormi delle domande: su mio padre, sul suo lavoro, su di me e la famiglia; scherzava, sorrideva pure, e non in miniera finta o opportuna, ma in tutti i modi non riuscivo a calmarmi; ero teso, come sottoposto a un perenne giudizio, anche se non avevo le prove per dirlo. Giunti alla frutta praticamente monopolizzavo l’attenzione e Luca cominciava, dall’altro capo, a scalpitare, a batter di coscia come siamo soliti noi ragazzi fare; poi la madre gli mise una mano sulla testa e lui incominciò a tremare allora, come scosso da un martello pneumatico: – Allora Luca ti calmi! – poi mi chiese se prendevo il caffè, ma vicina scaturì dall’altra parte del tavolo timida: – Anch’io…–. – Luca lo sai… – lo riprese la madre, si vede che ancora non volevano i suoi che assumesse caffeina. – Sì, lo prendo! – diss’io. – Bene, allora ne faccio tre! – Stavo iniziando anch’io a rompermi di quel conversare tra adulti, ero venuto lì per Luca e non per parlare di me, ma dopo il rituale caffè fummo liberi di andarcene: – Andiamo su? – gli feci l’invito ad appartarci in camera sua, ma lui nicchiò: – No, prima guardiamo questi, siediti! – e prese un album da uno scaffale. – Prima ti faccio vedere queste: sono le più belle, che abbiamo fatto stampare, poi quelle sul DVD… – DVD? Ma quante ne aveva… non avrà mica voluto mostrarmi tutta la rassegna della sua vita! che per quanto interessante in quel momento non poteva certo interessarmi. In quel album c’erano soltanto le sue fotografie, quelle, cioè, in cui lui appariva in primo piano a partir in fin dalla copertina, dove compariva un Luca bel bambino, ma incominciò dall’Egitto; era tutto un dire: «qua, sono io a … , qua, sono invece a…, qui sono a… », insomma c’era praticamente lui e tutto il mondo intorno a fargli da paesaggio, non di certo didattico e piuttosto decisamente lucacentrico, e in dieci minuti finì. Giunto all’ultima pagina, essendo partito dalla fine, lo scenario cambiò, ma prima che potessi accorgermene chiuse l’album, quasi a volermi censurare quella parte della sua vita. – Va beh, qua son finite! … Ma’ dove sono le altre, quelle su CD? – – Lo sai, sono in camera tua! – e ci raggiunse in sala. – Dove? – – Ah, quello lo sai tu… sei tu che devi sapere dove metti la roba! – – Okei… vado a vedere! – e sgattaiolò via; sua madre intanto restò lì, io non sapevo come atteggiarmi, ma poi prese le foto e si sedette accanto sfogliandole con vena nostalgica. – Te le ha fatte vedere? – – Mhmm, solo quelle dell’estate… – chissà se lei mi mostrava il resto? Poi raggiunse al punto: – qui? – – Sì! – e dopo averle un po’ riguardate cominciò a parlare, mentre io mi avvicinai mostrandole vivo interesse: – Queste sono le foto dell’ultima recita… l’ha fatta qua al teatro comunale, sai… – bene, non sapevo questo suo passato da “attore”, ma man mano che quelle le pagine si sfogliavano ci calammo in una vera time machine della vita di Luca: dopo le prime foto di lui sul palco, comparirono quelle dei compleanni e delle altre feste e dei sacramenti; e man mano il tempo si allontanava, le foto diventavano sempre più rade e con maggiori salti temporali, ma sempre una cosa rimaneva costante in tutta quella giostra di immagini: la bellezza di Luca, immutabile come una verità eterna! – ah… ah… ah… – scattò poi a un certo punto, facendomi fare soprassalto: – queste me l’ero proprio dimenticate! – c’erano tre foto di un bel biondino in mutande per il giardino: – qui aveva sette anni, sì! L’anno prima che tornassimo… C’era una piscinetta qui in giardino, e Luca andava sempre dentro e fuori bagnando dappertutto… che disperazione! – ecco le cose che una madre dovrebbe non dire né mai mostrare, specialmente se c’ero io! Quelle foto e le stavo proprio gustando: Luca da piccolo era un amore, tutto da mangiare… in una sgambettava per il cortile, nell’altra sostava a cavalcioni sul bordo della piscina gonfiabile come su un cavalluccio a dondolo e nell’ultima si nascondeva timidamente dietro le gambe della madre, rimaneva sempre in evidenza lo slippino con un bel bozzetto di riempimento tutto sottolineato dalle lineette azzurrognole del disegno, era incredibile come già precocemente mostrasse così la sua vera dote o forse era una mia deformazione professionale vederglielo grosso dappertutto? Comparve dalle scale, sentendoci ridere si avvicinò curioso, poi, appena fu abbastanza vicino da capire, scattò subito: – Ma mamma! – strillò scandalizzato, strappandole l’album di mano. – Ma Luca sono foto…– – No, Mamma… no! – disse categorico, come per farle capite che era una cosa che non doveva fare e intanto io me la ridevo. Indispettito inserì il DVD, sedendole accanto con quell’album stretto tra le mani quasi volesse essere un lucchetto per custodirlo, e lei l’abbracciò; in quel momento avrei voluto tanto essere io ad abbracciarlo e consolarlo interessandomi di quel posto cui già da piccolo testimoniava tanta abbondanza. Finita quell’interminabile sfilza, fortunatamente commentata da sua madre che la contestualizzava un pochino, lei se ne andò, e rimanemmo soli io e lui con lui visibilmente incacchiato: e che sarà mai? l’avevo visto sette anni prima in mutande, manco non l’avessi mai visto nudo, toccato, o addirittura masturbato… avrei capito in quel caso, ma dopo quello che avevamo fatto…! Continuavo a divertirmi per il suo sguardo trucido, ma per rompere quella tensione mi serviva un pretesto: – Sono belle le foto, che macchina avete usato? – – Ce l’ho in camera mia, vieni! – bene! Prese il DVD e l’album, e salimmo. Finalmente l’avrei vista… io me le immaginavo un qualcosa di grandioso la stanza di Luca: tutta confusa e piena di roba e colori, un qualcosa che ricordasse la sua briosa personalità, con poster alle pareti, vestiti alla rinfusa, segni d’infanzia ovunque; praticamente un campo minato in cui non ti potevi muovere senza imbatterti ad ogni passo in un ricordo della sua infanzia: giocattoli dappertutto, libri misti di scuola e lettura, giornaletti, insomma una camera da perfetto adolescente. Aprì la porta, e il buio occultatore ancora alimentava le mie aspettative, ma entrando la luce disilluse tutto: poster sì, ma due, quello di Dragon Ball famoso e un altro che pareva di una squadra di calcio, ma di bambini quella forse dove aveva giocato; giocattolo sì, ma giochini della Kinder e in fila sulle mensole assieme ad altra oggettistica minuta da collezioncine; dietro la porta pure la cesta della biancheria sporca, e il letto e il mobilio in tinte pastello, tutto insomma nella più classica normalità, ma seguiva anche un innato feng shuj, forse più della madre, che suo… spiccava solo, unico esempio di modernità, la postazione del computer sita dinanzi a noi. – Tieni è questa! – mi mostrò la macchina. La guardai, la studiai: mi sembrava un oggetto decisamente interessante, ma complicato: – Ma è difficile…? – – No, si accende così… – e mi presentò tutte le funzioni che conosceva, compreso qualche scatto di prova fatto all’istante. – Bella, mi sa che me la farò regalare! – – Regalare… – – Sì, per Natale! – – Per Natale…? – mi guardò come se avessi detto una cosa d’alieno. – Non mi manca nulla, me ne faccio regalare una, come questa! ce l’hai anche tu… – – In realtà è di mio papà! io l’ho solo perché mi serviva per scuola …e comunque mi farei regalare altro… – me lo disse come per dirmi di farmi più furbo; ma per chi mi aveva preso: io non ero mica un marmocchio come lui, io avevo dei gusti più maturi dei suoi, mica le sue pipate da ragazzino… – Ho visto che c’erano delle foto di una recita… – – Ah…! – disse piuttosto con disappunto. – Che c’è? – – No niente, pensavo! …era l’ultima delle medie, fortuna che non le devo più fare! – – Perché… – – L’hanno scorso abbiamo fatto Peter Pan e l’ho dovuto fare in calzamaglia verde! – Calzamaglia! Wow…! se ben mi ricordavo il suo effetto evidenziatore, Luca in calzamaglia doveva essere qualcosa di terribile: tutto quel pacco in bella evidenza! Mammamia, il mio Luca davanti a tutta quella gente… già l’invidiavo e maledivo, ad uno ad uno, tutti quelli della platea per avermi battuto e ammirato prima di me, ma ora non potevo perdermelo! – Me lo… ehm… le fai vedere? – – Sì! – accese il computer passandomi con la testa vicino le gambe, in quel momento gliel’avrei ficcato a forza in bocca e goduto guardandomele al monitor. Avvicinò le sedie, e finalmente partirono le foto, Luca mi spiegava, mi raccontava aneddoti, ma io ero più interessato a cercarne una dove il suo pacco risaltasse, mi folgorasse quasi attraverso quello schermo, e invece tutte erano o lontane, perché lui si vedesse bene, o troppo vicine dove veniva visualizzato soltanto a metà busto; poi finalmente, quando ormai disperavo, dietro le quinte, la foto perfetta! L’atmosfera era quella di chi è in procinto di andare, di lasciare il teatro, e Luca appariva in piedi stenografato da un tendaggio di scena raffazzonato, con le luci, da destra e dal basso, che illuminavano lui e l’ombra sagomata del suo pacco: un Peter Pan perfetto e con quel valore aggiunto… ma come avevano fatto a lavorarci insieme, io su quel palco l’avrei violentato! ma Luca scorse le foto in fretta sottraendomela dalla vista, volevo pero gustarmela meglio: – Ma ce l’hai ancora il costume? – non mi sarebbe affatto dispiaciuto farlo con lui con quel costume indosso… – Ma va! – – Invece ti stava bene veh… eri un Peter Pan perfetto, torna indietro! – Tornò indietro, ma oltrepassando quella foto: – dammi un attimo! – finalmente m’impadronii del mouse: – Guarda! – il biondino delle mie meraviglie… – Insomma… – commento Luca con sufficienza, ma quella foto era stupenda come poteva non notarla. – Beh, guarda! – gli zumai sul suo pacco fino a riempirne lo schermo al limite dalla sgranatura. Luca deglutì fissando lo schermo, poi: – Chiudo la porta! – disse alzandosi in piedi senza incrociare il mio sguardo. Finalmente tornò soffermandosi con quel cavallo di fianco a me; lo fissai, volevo guardarlo in faccia ma non riuscivo ad alzare lo sguardo da quel suo cavallo, da quell’ansa morbida in mezzo alle sue gambe; attentai alla sua virilità con la mano, come la commessa: – ha cavallo! – dissi anche per sconquassarlo, ma mi accorsi che nel palmo non avevo nulla, soltanto stoffa! Presi allora quel pantalone sfilandolo fino alle ginocchia, ed ecco l’arcano: il genitale non riempiva la parte verso il basso delle mutande, il pene tirava tutto verso l’alto, cosicché quella sciagurata non avrebbe mai potuto prendere nulla nemmeno affondando; però notai con divertimento la somiglianza di quell’intimo con gli slippini di allora, e sfogliando l’album dissi: – beh! Vedo che in sette anni non è cambiato nulla, sono sempre le stesse… – Volevo sfotterlo, ma Luca rispose: – Beh proprio nulla non direi! – e si tirò su la felpa mostrandomi la sua belva diritta fuoriuscire dalle mutande; e in effetti per quanto precoce quella roba non poteva avercela allora! Gli abbassai le mutande per vedere per intero quella bega pulsante e quei testicoli da monumento; l’afferrai, la masturbai, spingendolo contro il banco, mentre nel monitor appariva l’alterego della sua allora tredicenne: – …e rispetto a qua è cambiato? – gli chiesi ridendo. – Devo vedere, comunque è cambiato! – – Come devi vedere? – – Sì, perché sono due anni che per il comple me lo sono misuro – disse ansimante. – … e lo segni? – – Sì! – ma che bravo bambino. – Dov’è? – – Devo cercare… – – Sì, ma non adesso! – glielo scappellai e l’infilai tutto in bocca, avevo troppo foga di saggiare quei venti oggi visti doppi perfino allo specchio. Fintamente glielo succhiavo in casa sua, in quella cameretta: ennesimo tempio d’infanzia violato per ribadire il rito di passaggio: all’emancipazione del sesso, all’età adulta, con una bella eiaculata nella mia gola profonda che in poco mi fece. Sbocchinavo ancora gustandomi quel pene, non volevo lasciandolo uscire anche se non più tumescente, e Luca mi chiese: – Finito… –; dovevo lasciarlo, anche se ancora volevo limonarlo quel pene. Mi misi a osservarlo con le braghe abbassate, così sensuale, mentre mi guardava maliziosamente soddisfatto, però i rintocchi di fuori segnavano le undici di notte: – Mi sa che devo andare! – dissi recandomi alla porta, ma Luca mi spinse sopra il letto. Mi lasciai pacificamente cadere, poi salì sopra slacciandomi la cintura e tirandomelo fuori. La sua manina mi stava per masturbare: – Dai, Luca è tardi! – . – Non ho capito, l’hai fatto prima tu! – – …e che non c’è più tempo… – – Aspetta! – aprii la porta e gridò – Mamma, Alle quanto può restare? – – e insomma, ricorda che a – C’è tempo! – disse richiudendo la porta. – Ma non l’hai chiusa prima! – non ci potevo credere: gli avevo fatto un bocchino senza che la camera fosse chiusa … – Ma è chiusa…! – – Con la chiave! – – Ma non ce l’ho la chiave! – rispose Luca. – Come non ce l’hai…? – – Non ne ho bisogno, tanto non entrano! Non preoccuparti… – parlava bene lui… – No, no! non mi fido…! – ricominciai a riallacciarmi. – NO! Tu ora ci stai! – mi rivenne incontro buttandomi giù di prepotenza, e me lo riprese fuori; ero basito. – Ma tu sei matto! – feci di nuovo per alzarmi. – NO! Tu adesso ci stai e mi fai finire! l’hai fatto prima tu e ora lo faccio io! – e invece di masturbarmi prese subito a fellarmi. Voleva “finire”, voleva farmi venire… voleva bermi! E intanto lo osservavo biondino, chino sul mio cazzo, scomparendone in bocca la più parte, e succhiando nervosamente; dopotutto era ragionevole la sua reazione: erano quindici giorni che non lo faceva… e io al posto suo sarei andato in crisi d’astinenza. Cercai di buttarmi giù, di rilassarmi per affrettargli i tempi, ma dopo pochi secondi udii dei passi veloci passare vicino la porta. – Luca, i tuoi… – gli dissi preoccupato. – Uffa! – smise di fellare – Non ti devi preoccupare… – i passi si allontanarono. – Ma i tuoi… – – T’ho detto che non entrano! Rispettano la mia privacy… – non credevo a quello che avevo sentito, e i passi ripassarono – ti vuoi rilassare, che dopo dici che non riesci a venire! – e riprese a succhiare. “Rispettano la mia privacy” quella frase continuava a ronzarmi per la mente, e a parirmi assurda: come poteva così sicuro stare a succhiarmi con la porta aperta? E ad avere una cieca fiducia che non sarebbero entrati? io addirittura dei miei avevo fatto in modo di liberarmi per… ma cribbio non gliel’avevo ancora detto! – Luca… – non si fermava – Pss! Pss! – non mi dava ancora retta – Luca, devo dirti una cosa! – – Cosa? – smise finalmente. – Ascoltami, che è importante! Non questo, ma quello dopo, insomma tra due sabati …c’è l’assemblea… – – Che…? – – L’assemblea d’istituto, ma non sapete proprio niente voi di prima! – – Eh… allora? – riprese a masturbarmi – Aspetta! – che frettoloso – e allora, se uno vuole può anche starsene a casa… – – Mia mamma, non me lo permette! – – Ma se non c’è lezione! – – Eh, e fatta così… – – Va, beh… ascolta, comunque… mi sa che ti conviene parlarle! – – Perché? – – EH, ascolta! Io ho convinto i miei, finalmente, ad andare via da soli, e a lasciami a casa da solo… – – Beato te! – – E mi hanno anche dato il permesso di chiamare, se voglio, degli amici a dormire … – – Mhmm… – sembrava non arrivarci. – Ma non ci arrivi! Puoi venire a dormire da me! – – E va be’, ma per il sabato non ci sono mica problemi, possiamo anche fare il prossimo se vuoi! – – Allora non hai capito! io ho convinto i miei ad andare via, via… hai capito? e a lasciami solo per l’intero weekend! e se ti fai furbo, puoi restare a dormire da me anche il venerdì, visto che la mattina, insomma, non c’è scuola! – – Sì, ho capito… ma ti ho detto che per me anche venerdì è difficile! – – …eh datti una mossa a convincerli! – – eh… ho bisogno del tuo aiuto allora… – – non ci sono problemi… ti do una mano! – – Bene! – e con più entusiasmo di prima riprese a succhiar, mentre io mi abbandonai sul letto tentando di venire o quella notte non sarebbe finita mai, e la Consulta l’Indice per l’elenco cronologico dei racconti.
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– Finito! – disse Luca come se avesse appena vinto una gara: contro chi, poi… lo sapeva soltanto lui; contro me non certamente, avevo ben altro da fare!
– Bene, allora vai là, che devo finire! – – E io che faccio nel frattempo? – disse come sempre ponendo l’accento solo su se stesso, poi, senza chiedere, si sedette dietro di me abbracciandomi sul petto. – Ancora! – mi aveva già fatto un’altra volta il koala mentre studiavo e, anche se era dolce, mi distraeva! – Dai, non faccio niente… – ma m’infilò una mano nelle mutande. – Ah, no… – – Non faccio nienteee… – e poi tacque, continuando il suo maneggiamento di maroni; lasciai perdere: tanto era inutile, avrebbe continuato comunque, gliel’avevo letto fin dal principio che oggi era pestifero; speravo almeno che avesse aspettato che fossimo entrambi seduti sul divano! Avevo il cazzo durissimo: mi doleva perfino nelle mutande, ma per fortuna ci pensò Luca a risolvere la situazione sistemandomelo verso l’alto con la sua piccola manina. – Allora…! – gli dissi severamente per scongiurare la sega. – Non faccio nienteee…! –ribadì con cantilena:– non preoccuparti, non ti faccio venire… –disse impertinente. Cos’avrà insinuato…? ma intanto continuava con il suo smarlettamento. – Cosa vuoi dire? – – Che non ti faccio venire, come quella volta che tu hai fatto con me! – ma adesso dovevo pur subirmi i predicozzi da un primino… che per di più sembrava volersi burlare di me!? ma chi si credeva d’essere quel piccoletto, che intanto mi stava facendo una sega colossale così che a poco sarei venuto realmente? Mi piaceva troppo sentirmelo addosso: poggiato su di me come se volesse dormire, le sue braccia a cingermi l’inguine, la sua testa contro le mie scapole; già mi sentivo inumidire… – Ma perché, tu credi che io venga facilmente come te? – – Cioè? – – Cioè, che vengo dopo due secondi come fai te! Veh, che se voglio non riesci neanche a farmi venire! – – Sborrone! –mi strinse dolcemente. – Veh, che non sto scherzando! – – Scommettiamo? – mi prese in contropiede…. – Scommettiamo! – oramai non potevo più tirarmi indietro, ma intanto fermai la sua mano scongiurando così un’imminente eiaculazione. Mi avvicinai allo schienale mostrandogli l’uccello. Mi ripulii velocemente con un pezzo di carta e la sua mano con lo stesso, mentre cercavo di persuaderlo a tenere un low profile. Scavato il rompiglioni dalle palle, tirai un sospiro di sollievo. – Finalmente… – disse Luca al limite della sopportazione e saltando giù dalla sedia come se gli scottasse sotto il sedere; mi faceva però una certa rabbia la sua reazione, se pensavo che era colpa sua se avevo sudato sudori freddi finora: – Già! – risposi. Consulta l’Indice per l’elenco cronologico dei racconti.
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