Archive for gennaio, 2010

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RITORNO A PAVLOS (hard)

Erano dieci anni, ormai, che, per una ragione o per l’altra, non ero più riuscito a tornare a Pavlos, il grande paese a nord di Atene dove ero nato trentotto anni prima.
A dire proprio tutta la verità, non solo non avevo trovato il momento adatto, ma anche il desiderio di rivedere i luoghi dell’infanzia e dell’adolescenza mi aveva abbandonato da molto tempo.
L’ultima volta che ero ritornato a Pavlos era stata per il funerale di mia madre, una circostanza di certo non piacevole: e con la sua scomparsa si era definitivamente spezzato il legame con la terra natia e con quei pochi lontani parenti che ancora mi erano rimasti.
Vivere e lavorare in Australia mi aveva inesorabilmente allontanato da Pavlos e dalla Grecia.
Non che io avessi rinnegato le mie origini, per carità, ma la mia esistenza e i miei affetti erano ben radicati, e da tempo, a Sidney.

Stranamente pero’, quell’anno, il desiderio di tornare a respirare l’aria e i ricordi del paese che mi aveva dato i natali mi aveva ronzato sempre più insistente nella testa, al punto che, in giugno, avevo deciso all’improvviso di prendermi le ferie dalla ditta dove lavoravo come contabile e di volare verso il mio passato.
Ero curioso di vedere se Pavlos fosse cambiato, se i miei amici di allora fossero ancora lì, se l’intera Grecia, come si sentiva dire, fosse veramente cambiata in meglio, avvicinandosi, con il passare degli anni, alle nazioni dell’Europa più evoluta.
E, sopra ogni altra cosa, volevo portare un fiore sulla tomba dei miei genitori, per ringraziarli ancora una volta di tutti quei sacrifici che avevano fatto per farmi studiare e permettermi così un futuro migliore e più agiato rispetto a quello che i miei nonni avevano potuto dare loro.
Era il richiamo del sangue che, dopo molti anni, era prepotentemente tornato a farsi sentire, riportandomi finalmente a Pavlos.

L’aereo era atterrato ad Atene, al Venizelos, il mattino presto, in una radiosa e già calda giornata d’inizio estate, ed io, anche se scombussolato per il cambio di fuso orario, avevo subito noleggiato una macchina alla Hertz, ed ero quindi partito alla volta del mio paesello natio.
Ma, dopo pochi chilometri nel caotico traffico della capitale greca, mi ero immediatamente reso conto che, se non avessi dormito al più presto qualche ora, a Pavlos non sarei mai arrivato vivo: gli occhi mi si chiudevano e la concentrazione necessaria alla guida mi era assolutamente impossibile.

Di fatto, mi trovavo ancora alla periferia settentrionale di Atene quando vidi il parcheggio di un motel aprirsi invitante sulla mia destra.
Senza ulteriori indugi fermai l’auto, mi presentai alla reception, presi una camera, mi feci una rapida doccia nello striminzito bagno e m’infilai a letto, crollando all’istante in un lungo sonno, profondo e senza sogni.

Quando mi risvegliai, stiracchiandomi e sbadigliando come una foca, era già quasi sera.
Sorpreso per quanto fosse stato lungo il mio sonno, capii all’istante che a Pavlos sarei potuto arrivare soltanto il giorno successivo: anche se fossi partito subito, sarei giunto in paese solo a notte fonda, visti i molti chilometri che dovevo ancora percorrere.
Non avevo alcuna intenzione, però, di restare in quella camera d’albergo a rigirarmi i pollici e ad attendere l’alba: volevo uscire qualche ora, approfittando di quel tempo che avevo a disposizione per rivedere la cara e vecchia Atene.
Indossai dunque un paio di jeans e una maglietta, salii in macchina ed andai a passare la serata nel centro della capitale, passeggiando per le strade come un turista (cosa che ormai in definitiva ero a tutti gli effetti) e cenando in un ottimo ristorante ai piedi del Partenone.
Quando, a tarda sera, rientrai al motel, chiesi al portiere di notte di essere svegliato molto presto: non vedevo l’ora di partire per Pavlos, e di vedere l’effetto che mi avrebbe fatto rientrare in paese a distanza di ben dieci anni.

Superai l’ultima curva sulla cima della bassa collina, emozionato come non mai.
Pavlos mi apparve all’improvviso. adagiato in quell’ampia conca che così bene ricordavo.
Il grande villaggio, che avevo impresso in modo indelebile nella memoria, si era andato trasformando in una vera e propria cittadina: anche da quella distanza potevo vedere con estrema chiarezza i nuovi edifici costruiti nelle zone periferiche, schiere di graziose villette residenziali dalle moderne linee architettoniche.
Anche il centro storico di Pavlos risaltava nettamente nel panorama cittadino per le sue vecchie costruzioni in pietra: il contrasto tra l’antico degli edifici storici ed il moderno delle nuove costruzioni non disturbava più di tanto l’occhio dell’osservatore, inserendosi quasi alla perfezione nel caotico panorama urbanistico della Grecia moderna.
Il campanile della chiesa di Agios Nikolaus, sulla piazza principale di Pavlos, svettava imperioso al di sopra delle basse costruzioni circostanti.
La mia prima visita di quella giornata sarebbe stata proprio lì vicino, alla taverna di fronte alla chiesa, taverna che avevo frequentato assiduamente fino a quando non ero andato via: avrei di certo incontrato qualcuno di mia conoscenza, ed il mio ritorno a Pavlos sarebbe stato così consacrato dalla prima bevuta di quel giorno.

Parcheggiai l’auto nelle vicinanze della chiesa e, proseguendo a piedi, raggiunsi la piazza principale del paese.
Dieci anni erano passati, eppure tutto mi appariva uguale al giorno in cui ero partito: i negozi, l’asfalto delle strade, gli sconnessi marciapiedi, i passanti… tutto contribuiva a riportarmi indietro nel tempo, e la nostalgia per quella mia vita irrimediabilmente passata iniziò ben presto a struggermi l’anima.

La taverna aveva la stessa insegna scolorita di allora, i medesimi tavolini sgangherati e traballanti, ed il medesimo proprietario, il vecchio e arcigno Tassos.
Vecchio, arcigno e scostante.
Così l’uomo era sempre stato, e così sarebbe morto.
Ma l’abbraccio che Tassos mi riservò fu così intenso e carico d’affetto da meravigliarmi non poco e spingermi quasi alla commozione.
Altri avventori mi riconobbero, ed io riconobbi loro, ed in pochi minuti l’intera taverna festeggiava, a base di birra e di ouzo, il ritorno dall’Australia del figliol prodigo.
Il riprendere a parlare greco, dopo tanti anni d’inglese, mi apparve curioso e strano, ma allo stesso tempo naturale e piacevole.
Ormai ero diventato il centro dell’attenzione generale, sommerso da domande d’ogni tipo, e quando fece il suo ingresso nell’ampio locale io nemmeno me ne accorsi, tutto preso com’ero a narrare della mia nuova vita in Australia ai vecchi paesani di Pavlos.

La mano, che ad un tratto si posò sulla mia spalla, era calda e ferma.
- Guarda un pò chi si rivede da queste parti… il vecchio … credevamo tutti tu fossi diventato un canguro… -.
Sorpreso, mi voltai, e era lì, un gran sorriso ad illuminargli il volto e gli occhi.
Mi alzai e ci abbracciammo, fra le risate e gli applausi di tutti i presenti, rinnovando quella stretta amicizia che ci aveva unito sin dall’infanzia.
- Potevi almeno avvisarci che saresti tornato… ti avremmo organizzato un vero e proprio comitato di ricevimento, con tanto di banda e fuochi d’artificio !! – proseguì il mio amico di sempre.
- E’ stata una decisione improvvisa, . Un fulmineo attacco di nostalgia. Un giorno sei in Australia, e due giorni dopo brindi con i tuoi compaesani all’altro capo della terra… -.
Tornammo ad abbracciarci, entrambi con le lacrime agli occhi, felici di esserci ritrovati a distanza di tanti anni.

L’amicizia con era nata sui banchi di scuola, ed era proseguita, sempre più stretta e complice, durante gli anni dell’adolescenza, fino al giorno in cui io ero emigrato in Australia.
Dopo la mia partenza, avevamo continuato a sentirci per telefono abbastanza di frequente, ma poi la lontananza si era fatta inevitabilmente sentire, ed erano ormai più di sette anni che di non avevo avuto più notizie dirette.
Anzi, a voler essere più precisi, circa tre anni prima ero venuto a sapere da un mio lontano parente che il mio vecchio amico si stava per sposare, e con una ragazza italiana per giunta: allora, qualche giorno prima del matrimonio, lo avevo chiamato per fargli gli auguri , ma era stata una telefonata decisamente formale, sbrigativa e piuttosto fredda, senza alcuna traccia di quel trasporto che ci aveva unito in gioventù.
Quella era stata l’ennesima prova che la lontananza aveva indiscutibilmente spento la nostra amicizia.
Ora, invece, nella taverna della piazza principale di Pavlos, sembrava che il tempo non fosse passato, e lo straordinario rapporto d’amicizia di un tempo fra me e tornava a farsi sentire in tutta la sua intensità.

- Voglio sperare che ti fermerai almeno qualche settimana, … -.
- Sì… certo… una quindicina di giorni… di più non posso… ma sono appena arrivato da Atene, e devo ancora trovare una camera d’albergo dove sistemarmi… -.
A Pavlos un vero e proprio hotel non c’era mai stato, e non sapevo se ne fosse stato aperto uno durante la mia assenza: ma ricordavo che nel centro storico del paese esistevano un paio di piccole pensioni, nelle quali confidavo di trovare una stanza.
- Vuoi scherzare, ? Un albergo ? Vieni a stare da me, ovviamente. Oltretutto sono in ferie anch’io, e così avremo tutto il tempo per stare insieme. Capisco che i tuoi parenti ci potrebbero restare un tantino male, ma… tu vieni a casa mia !! -.
- Oh… i parenti… figurati… dopo la morte di mia madre non ho sentito quasi più nessuno… ti ringrazio, , ma non voglio disturbare troppo… tua moglie nemmeno mi conosce, e avere un estraneo fra i piedi non è il massimo… l’albergo è la soluzione migliore, credimi. Avremo lo stesso tutto il tempo per stare insieme e ricordare il passato… -.
- Non dire sciocchezze, . Guarda che mi offendo… – mi rispose sorridendo -… per quanto le ho parlato di te e della nostra amicizia, Monica sarà sicuramente curiosa e felice d’incontrarti… e poi lei, da buona italiana, adora avere compagnia… tu vieni a stare da noi… non se ne parla nemmeno… -.
era assolutamente irremovibile riguardo al suo invito.
Accettai, dunque, la sua generosa offerta, anche perché faceva veramente piacere anche a me passare le vacanze in sua compagnia, a raccontarci le nostre vite e a ricordare con lui i tempi passati.
Ci attardammo alla taverna ancora un po’, nell’ilarità generale; quindi andai a recuperare la mia auto e seguii , che con la sua mi faceva strada, fino alla casa dove abitava con la moglie.
In effetti, non ci sarebbe stato bisogno alcuno che lui mi guidasse, perché conoscevo a memoria la strada per casa sua.

La casa di , ora, sorgeva poco fuori Pavlos.
Dico ora perché, con la costruzione delle zone periferiche, il confine tra il centro abitato e la casa si era avvicinato, e anche di parecchio: dieci anni prima l’abitazione del mio amico sorgeva in piena campagna, a sei o sette chilometri dal paese, mentre adesso la distanza si era notevolmente accorciata, i campi sostituiti da strade ed edifici.
Ciononostante, quando arrivammo, la sensazione di essere isolati dal resto del mondo restava immutata.

L’abitazione di era una grande e solida costruzione in pietra, dove la famiglia del mio amico viveva ininterrottamente da molte generazioni: circondata su tutti i lati da campi coltivati a vite (come poi venni a sapere, la produzione del vino era il passatempo preferito da ), la casa era divisa su due piani, con il classico tetto spiovente fatto di tegole rosse e di vecchi camini.
In quei giorni di cui vado raccontando, , figlio unico, era l’ultimo erede della sua famiglia: alla morte dei genitori aveva ovviamente ereditato la casa, ed ora l’abitava con la moglie.
Il solo pensiero di vendere e di trasferirsi altrove era, per lui, assolutamente inconcepibile.
Io, invece, dopo la scomparsa di mia madre, anche se con molta amarezza, avevo venduto quasi subito la casa dove ero nato: vivevo in Australia, non dietro l’angolo, e l’idea di tornare un giorno a Pavlos mi era apparsa ormai irrealizzabile.
Inoltre, i soldi che avevo ricavato da quella vendita, mi erano tornati molto utili per sistemarmi definitivamente a Sidney.
, per contro, era rimasto a Pavlos, con il suo lavoro in Comune, la sua vita tranquilla e soddisfacente, ed ora anche con una moglie.
In parte sentivo d’invidiare questa sua scelta di vita, per lui così appagante: forse aveva rinunciato a molte cose, ma il restare a vivere sulla sua terra e nella sua casa lo ricompensava alla grande di questa sua decisione.

Parcheggiammo le auto nell’ampio piazzale davanti all’abitazione, il caldo afoso di quel giorno di giugno che già si faceva sentire nell’aria.
Mentre scaricavo i bagagli dalla macchina, la porta principale della casa si aprì, ed una donna dalla straordinaria e raffinata bellezza ci venne incontro sorridente.
- Guarda un pò chi ho incontrato in paese stamattina, Monica ! Fresco fresco dall’Australia… ti presento il mitico … e questa è Monica, mia moglie… – fece , presentandoci.
Con lo zaino buttato su una spalla e due borsoni nelle mani, rimasi imbambolato a guardare l’affascinante moglie del mio amico.
Una cosa era sapere che si era sposato, un’altra vedere che aveva sposato una delle più belle donne che mi fosse mai capitato d’incontrare.
- Benvenuto, … – mi disse Monica, riportandomi alla realtà, un meraviglioso sorriso ad illuminarle il volto – … sapessi quanto mi ha parlato di te in questi anni… a tal punto che mi sembra di conoscerti da sempre… -.
Ci abbracciammo, ed il profumo delicato della donna mi fece quasi girare la testa.
La moglie di era una ragazza dalla bellezza assolutamente unica.

Sulla trentina, una cascata di biondi capelli, lisci e lunghi fino alla vita, era lo straordinario contorno di un viso a dir poco perfetto, dagli occhi azzurri e lievemente a mandorla, dal naso piccolo e impertinente, dalle labbra sensuali e accattivanti, dai denti così bianchi da renderle il sorriso fulgido e smagliante, messo in risalto ancor di più della lieve abbronzatura che impreziosiva la pelle della donna.
Inutile girarci attorno, ma ero rimasto letteralmente senza fiato di fronte a Monica, una vera e propria apparizione ai miei occhi, imbarazzato e intimidito dalle prorompenti forme del suo corpo: seno generoso, vita stretta, fianchi perfettamente modellati, natiche e gambe fasciate in pantaloni di cotone bianchi talmente aderenti che la vestivano come una seconda pelle.
La ragazza calzava scarpe da ginnastica senza calze, eppure era alta quasi come me, di certo più del marito.
Dove diavolo l’avesse incontrata ancora non lo sapevo, ma di certo i due mi avrebbero presto raccontato tutta la loro storia.

- Finalmente il nostro ha deciso di fare questo tuffo nel passato. Passerà qui le sue vacanze e ho pensato che potremmo ospitarlo per il periodo che si tratterrà a Pavlos… sarà bello riparlare della nostra infanzia… -.
Dal tono di voce di si capiva che la decisione era già stata presa, e che il parere della moglie, riguardo la presenza del sottoscritto in casa loro, non era di certo per lui vincolante.
Rimasi infastidito da questo suo comportamento, e mi sentii in dovere di giustificare in qualche modo il mio arrivo improvviso.
- Monica… non ti devi sentire in obbligo… io sarei andato tranquillamente in albergo senza problemi… è che ha insistito… non vorrei in alcun modo importi la mia presenza… -.
Ma Monica m’interruppe subito.
- … vuoi scherzare ? Io sono felicissima che tu stia qui da noi. La casa è grande, come ben sai, e un pò di compagnia mi è proprio gradita… non ti devi assolutamente preoccupare di nulla… -.
- Grazie, Monica. Sei veramente molto gentile. Mi meraviglio che tu riesca ancora a sopportare un troglodita come … -.
Scoppiarono entrambi a ridere alla mia battuta, ed io fui molto sollevato nel constatare che anche Monica era felice di ospitarmi.

Li seguii, dunque, all’interno della casa, ancora incantato e stordito dal fascino della moglie di .
Monica era una donna così sensuale da lasciare tramortito qualunque uomo che si possa definire tale: non solo era bella e attraente, ma era circondata da un alone di erotismo inimmaginabile.
Tutto, in lei, risultava essere sexy: l’aspetto fisico era la caratteristica che più balzava agli occhi, ovviamente, ma la sua stessa voce, calda e profonda, e con quell’inflessione particolarissima della donna straniera che parla il greco, risultava terribilmente eccitante.
Quella punta d’invidia, che avevo provato poco prima per il mio amico , andò aumentando in modo esponenziale.
Incontrare una donna simile era stata, per lui, una straordinaria fortuna, una lotteria che a pochi uomini capita di vincere nella vita.

Mi riservarono un’ampia camera da letto al primo piano, con annesso un bagno spazioso e rifinito d’ogni comodità.
La casa era stata completamente ristrutturata dall’ultima volta che c’ero stato, ma ricordavo benissimo che quella stanza era stata da sempre la camera riservata agli ospiti.
Sistemai rapidamente i miei bagagli, mi detti una rinfrescata e raggiunsi i miei amici al pianoterra.

Dopo un pranzo veloce (con Monica che si era scusata, ma non sapendo del mio arrivo non aveva avuto tempo di dedicarsi ai fornelli), un po’ per lasciare tranquilli e Monica, e un po’ perché volevo fare una visita ai miei genitori al cimitero, mi accomiatai da loro, con la promessa di rientrare nel tardo pomeriggio: Monica mi disse che avrebbe preparato una cena speciale, ovviamente in mio onore e per festeggiare il mio ritorno a Pavlos.
Ringraziai entrambi per la loro squisita ospitalità, salii in macchina e, nel caldo del primo pomeriggio, tornai verso il paese; non mi vergogno nel dire che in quelle ore il pensiero di Monica non mi abbandonò un istante, unitamente al senso di colpa che provavo nei confronti di .
Lui mi aveva voluto ospitare ad ogni costo, dimostrandomi, se mai ce ne fosse stato bisogno, come ancora tenesse alla mia amicizia, ed io lo stavo ripagando in quel modo, desiderando con la mente sua moglie, la bellissima e seducente Monica.
M’imposi di abbandonare l’irrazionalità di quei miei pensieri, e di tornare ad essere la persona posata ed equilibrata che sempre ero stato nella vita.
Constatare l’oggettiva bellezza della moglie di era una cosa, ma desiderare la compagna del mio amico andava oltre l’educazione ed il buongusto.
Vi giuro che tutto sarebbe rientrato nella normalità se fosse dipeso esclusivamente da me, ma la realtà fu che rimasi travolto dai sorprendenti eventi che si verificarono in quei giorni: e, in definitiva, oggi sono più che felice che le cose mi siano sfuggite di mano in quel modo.

Il cimitero di Pavlos era esattamente come lo ricordavo: piccolo e molto curato, ombreggiato da fitti cipressi e grandi querce, le tombe ordinate in lunghe file circondate dal verde e dai fiori di mille colori, un’oasi di fresco nella calura opprimente.
Rimasi una buona mezz’ora in raccoglimento sulle tombe dei miei genitori, con la certezza che sarebbero passati ancora molti anni prima che io potessi tornare a far loro visita.
Quando uscii dal cimitero, mi ripromisi di tornare in quel luogo una seconda volta, magari il giorno prima di prendere l’aereo per l’Australia.

Passai il resto del pomeriggio alla ricerca di quei pochi parenti che mi erano rimasti in paese, convincendomi quasi subito, però, che quello che pensavo da tempo corrispondeva alla realtà: la mia partenza aveva definitivamente spezzato quei pochi legami di sangue che avevo ancora a Pavlos, e l’accoglienza che ricevetti, da lontani cugini e ancor più lontani zii, risultò essere formale, al limite della freddezza; è sufficiente dire dell’espressione di sollievo che avevo letto nei loro occhi quando venivano a sapere che avevo già una sistemazione in paese, con questo liberandoli dal fastidio di dovermi offrire ospitalità.
Me lo aspettavo, comunque, e la cosa non m’infastidì più di tanto.
Mi rimaneva , il mio amico di sempre, e questa consapevolezza mi fece ancora più apprezzare il suo caldo e disinteressato benvenuto.
Si stava avvicinando la sera, ormai, quando rientrai a casa di Monica e .

Cenammo sull’ampia veranda posteriore della casa, con lo sguardo che spaziava sulla campagna e sui lunghi filari di viti, avvolti, ogni minuto di più, dall’oscurità della notte incipiente.
La conversazione procedeva in un’atmosfera d’allegria e di spensieratezza, e era un vero e proprio fiume in piena di ricordi: Monica ed io ridevamo a crepapelle ai suoi lunghi e divertenti racconti, mangiando di gusto le ottime pietanze preparate dalla ragazza, e bevendo il delizioso vino bianco della loro proprietà.
Prima era stata Monica a raccontarmi di come si erano conosciuti, complice una vacanza in Grecia della ragazza, e di come, in pochi mesi, loro avessero deciso di sposarsi.
Lei sentiva ancora molto la mancanza dell’Italia e della sua famiglia, ma a Pavlos si era ambientata benissimo, e la nostalgia per la sua terra era comunque mitigata dalla vita gradevole che conduceva con il marito.
Poi aveva attaccato : aveva voluto sapere tutto dell’Australia, sul mio lavoro, sulla casa dove vivevo, sulle mie conquiste femminili (nulla da tramandare ai posteri, credetemi… a quel tempo avevo una relazione, questo sì, ma non era di certo una cosa impegnativa e che mi facesse immaginare un futuro matrimonio), per poi lanciarsi in interminabili monologhi che iniziavano, invariabilmente, con “, ti ricordi quella volta che…”.
Insomma, tutto andava per il meglio e la serata si stava rivelando sempre più piacevole, quando, forse a causa dell’eccessivo vino bevuto, iniziò ad avventurarsi su argomenti per me un po’ troppo delicati, considerata la presenza della moglie.

“Adesso senti questa, Monica… ti ricordi, , di quella ragazza che piaceva ad entrambi… si chiamava… si chiamava… ora il nome mi sfugge… parlo di quella ragazza scura di capelli e di carnagione, e che avevamo conosciuto quell’anno a Patmos… dai… non fare quella faccia… non puoi non ricordarla anche tu… -.
Improvvisamente mi sembrava di aver iniziato a camminare su una scivolosissima lastra di ghiaccio, e di dover fare molta attenzione alla mia risposta.
- La ricordo, … certo… Caterina si chiamava, ma non credo che sia questo il momento adatto per rinvangare quella storia… -.
Così dicendo accennai di sfuggita con gli occhi alla moglie, cercando di far capire al mio amico che era sicuramente meglio se lui avesse cambiato discorso.
Ma era ormai inarrestabile.
- Tranquillo, … Monica non è certo gelosa del mio passato… come io non lo sono del suo… e poi sono convintissimo di quanto lei sia curiosa di sapere quello che ci accadde quell’estate… -.
E, infatti, fu proprio la moglie di a confermare subito quelle sue parole.
- E’ vero. La curiosità è proprio una delle mie caratteristiche… raccontatemi la vostra avventura, ragazzi. Non sono certo il tipo di donna che si scandalizza… -.

Fu in quel preciso momento che iniziai a sentirmi in imbarazzo.
Conoscevo Monica solo da poche ore, e il portarla a conoscenza di dettagli così intimi del mio passato mi sembrava non solo di cattivo gusto, ma anche assolutamente prematuro e fuor di luogo.
Ma questo problema non mostrava minimamente di averlo.
Con ogni probabilità era abituato ad avere una gran confidenza con la moglie, e l’argomento che si apprestava a toccare non gli sembrava essere imbarazzante nemmeno per me.
Invece io mi sarei volentieri astenuto dall’andare oltre.
Ma…
Mi versai l’ennesimo bicchiere di vino e attesi che lui continuasse a parlare.

- Allora… avevamo incontrato quella ragazza, Caterina si chiamava, come ha ricordato … insomma, l’avevamo conosciuta in un locale dell’isola dove eravamo andati in vacanza quell’anno. Era talmente bella che entrambi ce ne innamorammo all’istante… dico bene, ? -.
- Sì… è vero… fu proprio così… eravamo ragazzi, e anche alle prime esperienze… – risposi, sempre più a disagio, e cercando di far apparire la cosa, agli occhi di Monica, per quello che, in effetti, era stata: una vera e propria ragazzata, dove il testosterone era stato l’assoluto ed incontrastato protagonista.
riprese il suo racconto.
- Che noi due potessimo arrivare a litigare per una donna era assolutamente escluso, visto il livello di amicizia che ci univa. Ma Caterina la desideravamo entrambi, questo era il problema: e fu così che decidemmo di lasciare la scelta a lei, a Caterina stessa, in modo da non avere rimpianti su quella storia… -.
- E Caterina, alla fine, chi scelse tra i due ? – chiese Monica, guardando con sguardo divertito prima me e poi il marito.
- Nessuno – le risposi in tutta fretta, augurandomi di cuore che la questione finisse così.
Ma , accidenti a lui, non era di certo dello stesso mio parere.
- Dire nessuno non è propriamente corretto. Caterina la sua scelta la fece, eccome… scelse di non scegliere, diciamo così. Perché lei ci voleva entrambi… ed entrambi, in effetti, c’ebbe… -.
A quel punto ero pronto per sprofondare in qualche buco sottoterra: mi augurai che il calore che sentivo in volto fosse dovuto al troppo vino bevuto, e non alla vergogna che mi faceva avvampare le guance.
- Una sera con te ed una con , eh ? Non male, soprattutto per lei… – fece Monica con un sorriso, sorseggiando il suo bicchiere di vino.

Guardai fisso negli occhi, in un muto e disperato appello al silenzio.
Lui sostenne tranquillo il mio sguardo, ridendo del mio evidentissimo imbarazzo.
Capii all’istante che non si sarebbe fermato per nessuna ragione.
- No, Monica… non mi sono spiegato bene… Caterina non uscì una sera con e quella dopo con me… accadde che, una notte, sulla spiaggia, ed io ce la siamo scopata insieme… -.
aveva superato il limite della mia sopportazione, ed ora ero decisamente arrabbiato.
- Basta, … stai andando troppo oltre… – gli dissi, senza alcuna traccia di gentilezza nella mia voce.
Il silenzio che seguì a quelle mie parole fu lungo e fastidioso.
Mi dispiaceva di essere stato scortese con il mio amico, e mi dispiaceva molto, ma ritenevo che la presenza della moglie avrebbe dovuto sicuramente consigliargli un po’ più di tatto.

Fu proprio Monica a porre fine a quei secondi di silenzio che si erano fatti insopportabili.
- Dai, … non te la prendere… capisco perfettamente il tuo imbarazzo, ma… conosci da sempre, e sai com’è fatto il tuo amico… e poi… e poi… beata questa Caterina, no ? -.
Li guardai entrambi e scoppiammo finalmente tutti e tre in una risata liberatoria.
Il momento di difficoltà era fortunatamente passato, ed era passato grazie alle parole di quella splendida donna che era la moglie di , a quella sua battuta che aveva sdrammatizzato e rasserenato l’atmosfera attorno alla tavola.

La conversazione, dunque, tornò ad essere più leggera, ed il buonumore aleggiava nuovamente tra noi.
Ma non mi era sfuggita quella scintilla d’interesse che era apparsa, anche se solo per un attimo, negli occhi di Monica, quando aveva capito che io ed il marito avevamo fatto l’amore in tre con quella ragazza, a Patmos: la moglie di non era rimasta di certo insensibile a quell’immagine che le si era formata nella mente, ed ero sicuro che se il marito si fosse avventurato a raccontare particolari ancora più intimi di quella notte sulla spiaggia (e ci sarebbe stato molto da dire, credetemi), lei si sarebbe certamente eccitata.
In quei minuti non sapevo quale fosse la loro vita sessuale, ma gli occhi di Monica e la mancanza di pudore di mi avrebbero dovuto far intuire quanto il loro rapporto di coppia fosse, a dir poco, singolare; e, in verità, non mi ci volle troppo tempo per capire come stessero realmente le cose…
Ero convintissimo che la ragazza sarebbe andata su di giri se fosse venuta a conoscenza dei dettagli di quella scopata in tre…
Ed il pensiero di vedere Monica eccitata aveva fatto sì che mi fossi eccitato, e sul serio, anche io: avvertii chiaramente i primi sintomi di una potente erezione tendermi la stoffa dei pantaloni.
Cercai di dominare queste mie reazioni, non volendo in alcun modo offendere e la sua compagna.

Per mia fortuna, la fine della cena scivolò via in maniera più tranquilla.
La sera si era andata trasformando in notte, e la luce della veranda era l’unica fonte luminosa che si poteva vedere nella campagna buia.
I grilli avevano iniziato a cantare il loro assordante concerto, e una miriade d’insetti volteggiava impazzito attorno alle lampade accese.
ed io continuavamo a chiacchierare, sicuramente un po’ brilli per il troppo vino bevuto, mentre Monica era andata in cucina a prendere il dessert.
La moglie del mio amico tornò con tre coppe piene di fragole: usando una bomboletta di panna, Monica guarnì i rossi frutti con una generosa dose della stessa.
Quel lampo che le avevo visto passare negli occhi poco prima era ora del tutto scomparso, al punto che ero arrivato a credere di aver immaginato un qualcosa che non era mai esistito.
Probabilmente era stato il vino a confondere le mie idee.
Meglio così, mi dissi, sollevato dal fatto che quei momenti d’imbarazzo fossero passati.

Avevo appena iniziato a mangiare le fragole, quando riprese a parlare: – Adoro le fragole… e adoro anche la panna… anche se il modo in cui più mi piace mangiarla è questo… -.
Incuriosito, sollevai lo sguardo e vidi il mio amico intingere un dito nella sua coppa, raccogliere una quantità notevole di panna e, sporgendosi verso la moglie, cospargerle il collo con la bianca sostanza.
Monica indossava una scollata camicetta gialla senza maniche, ed il suo collo era così completamente scoperto: rimasi immobile a guardarla, bellissima ed affascinante con la sua pelle abbronzata macchiata del bianco della panna.

A quel punto avvicinò le labbra al collo di Monica e, con una sensuale leccata, portò via quasi tutta la panna dalla pelle della moglie.
Osservai Monica chiudere gli occhi e rabbrividire percettibilmente di piacere al contatto con la lingua di .
L’atmosfera fra noi tre era d’improvviso nuovamente cambiata, la goliardia di quella serata che si stava trasformando in un qualcosa di completamente diverso, in un’eccitante miscela di sensualità ed erotismo, ed il gesto di ne era stato il più chiaro dei segnali.
Ancora oggi non ho capito fino in fondo quando i due avessero scelto di coinvolgermi in quella notte folle che stava iniziando: forse si trattò di una decisione improvvisa, alimentata dal vino e dalla calda serata estiva, ma io sospetto che i miei due ospiti avessero lungamente premeditato le loro mosse durante la giornata, entrambi eccitati all’idea di ritrovarsi il sottoscritto nel loro letto.
Non ho avuto occasione di chiedere a quale fosse la verità, anche perché, dopo quella mia vacanza, non sono più tornato a Pavlos, temendo di scivolare di nuovo in quel pozzo di lussuria e di libidine nel quale mi ritrovai a precipitare in quei quindici giorni.

Il mio amico allontanò le labbra dalla calda pelle della moglie, un ambiguo sorriso a distendergli ora le labbra ancora macchiate di panna.
E anche Monica, seduta immobile al suo posto, mi osservava con uno sguardo divertito: era più che evidente come i due stessero valutando le mie reazioni alla loro esplicita proposta.
Onestamente la situazione si era fatta per me molto difficile, non sapendo con certezza se i due mi stessero soltanto provocando, o se, invece, mi stessero mettendo alla prova, sondando quale potesse essere la mia risposta a quel loro chiaro invito a partecipare ai loro giochi erotici.
Evidentemente, però, l’espressione del mio viso parlava da sola, perché non ci vollero più di trenta secondi a convincerli di avermi definitivamente invischiato nella loro diabolica trappola erotica.
Infatti allungò un braccio e, con le dita, prese a sbottonare la camicetta di Monica.
- Mio caro , ora ti faremo vedere il modo in cui noi siamo soliti giocare… -.
La voce di sembrò venire da molto lontano.
Le mie debolissime difese d’ordine morale erano state definitivamente spazzate via, ed i miei occhi erano fissi su quella mano che aveva preso a spogliare Monica: ero prontissimo a partecipare a quella festa del che andava ad iniziare, e gli eventuali rimpianti e rimorsi per quella mia decisione avrebbero dovuto attendere il giorno successivo.

Bottone dopo bottone, la camicetta si aprì completamente, ed i seni di Monica, tonici e perfettamente modellati, mi apparvero come una straordinaria visione: la ragazza non indossava il reggiseno, non so se per una sua consolidata abitudine o perché i due avessero effettivamente previsto l’incredibile conclusione di quella cena.

afferrò la bomboletta, la accostò ai seni di Monica e ricoprì i capezzoli della moglie di candida panna, mentre lei si mordeva sensualmente il labbro inferiore.
- Dai, … facciamo come ai vecchi tempi… lo so perfettamente che anche tu non aspetti altro… – mi disse , accostando le labbra al seno sinistro della moglie.
- Sì… leccami anche tu… – m’invitò Monica, con il suo sguardo sempre più torbido ed ambiguo.
Gli ultimi residui di perplessità e d’incertezza che ancora provavo si dileguarono all’istante, sostituiti da una travolgente e dilagante eccitazione: mi chinai verso Monica, avvicinando la bocca al suo seno destro e, in punta di lingua, leccai la panna ed il capezzolo, già meravigliosamente duro e sporgente.
Fu una sensazione straordinaria quella di sentire la ragazza rabbrividire di piacere al contatto delle nostre lingue: ed il suo respiro, subito fattosi affannoso, contribuì ad accrescere, e di tanto, le mie emozioni di quegli istanti.
ed io le ripulimmo rapidamente i seni dalla panna, godendoci quei capezzoli così eccezionalmente eretti: quindi, senza pronunciare nemmeno una parola, ci alzammo tutti e tre dal tavolo dove avevamo cenato e rientrammo in casa, salendo al piano superiore e dirigendoci verso la loro camera da letto.
La serata aveva preso una direzione per me assolutamente inaspettata, ma l’idea di poter avere la moglie di , di vederla nuda e desiderabile, di godere del suo corpo che rasentava la perfezione, di perdermi con la donna che avevo conosciuto solo quella stessa mattina, ma che avevo desiderato sin dal primo momento in cui i miei occhi si erano posati su di lei, mi aveva proiettato in una dimensione in cui l’eccitazione aveva travolto qualunque freno inibitore.
Ero pronto a dare tutto quello che loro desideravano, e a prendermi tutto il piacere che Monica mi avrebbe regalato.

Monica accese una piccola lampada posta sul comodino di fianco al letto: quindi, con movimenti sinuosi ed aggraziati, si liberò velocemente degli abiti, andandosi a mettere poi, completamente nuda, in ginocchio sull’ampio letto matrimoniale.
La donna era di una bellezza a dir poco sconvolgente: la pelle, liscia e morbida, appena colorata da quella lieve abbronzatura che faceva risaltare magicamente i segni del ridotto costume a due pezzi che evidentemente lei era solita indossare per prendere il sole, era un richiamo assolutamente irresistibile.
I lunghi capelli biondi sembravano riflettere la tenue luce della lampada, e le fantastiche forme del suo corpo mi strapparono un fremito di puro ed incontrollabile desiderio animale.

Anche ed io, in silenzio e con gli occhi fissi su quella straordinaria bellezza, ci togliemmo rapidamente i vestiti di dosso e, nudi, ci sdraiammo sul letto, lei ancora in ginocchio tra noi.
Monica, visibilmente eccitata, guardò per alcuni lunghi secondi i due cazzi in piena erezione che si offrivano alle sue attenzioni: quindi, dalla mano del marito prese la bomboletta della panna che lui aveva portato sul letto, iniziando ad agitarla, negli occhi un pozzo di libidine senza fine.
Immobile, lo sguardo puntato su di lei, attesi, con il cuore che mi batteva furioso in gola, le sue prossime mosse.

Monica allungò la mano, una mano dalle snelle ed eleganti dita, dalle lunghe unghie laccate con un delicato smalto trasparente, la fece scivolare lieve sul mio cazzo, scappellandomelo del tutto: poi la stessa mano riservò il medesimo trattamento al pene del marito, scoprendone per intero la larga e violacea cappella.
Quindi la donna accostò la bomboletta alle due erezioni, ricoprendole completamente con la panna: con il respiro reso difficoltoso dalla violenta eccitazione, ed io la osservammo lasciar cadere la bomboletta ai piedi del letto.

Monica (e in quel momento mi passò per la testa la curiosa idea che, anche in quei frangenti, la ragazza si dimostrava una perfetta padrona di casa, riservando per primo all’ospite le sue attenzioni) chinò la testa su di me e lasciò finalmente guizzare la lingua sul mio cazzo, iniziando a ripulirlo con cura della panna.
A quell’improvviso contatto, un’impetuosa scossa di desiderio dilagò nel mio corpo, insinuandosi in ogni più remota terminazione nervosa.
Affondai le mani tra i biondi e morbidi capelli della donna, e guidai la sua testa su di me.

Intanto che , affascinato ed eccitato dalla scena, guardava la moglie all’opera sul mio pene, Monica leccò via tutta la panna, strappandomi dall’anima fremiti e sospiri sempre più intensi.
Poi la ragazza circondò delicatamente con le labbra la cappella, per poi ingoiare il mio cazzo per più di metà, iniziando a succhiare l’asta in un da favola.
La moglie di si rivelò veramente diabolica nella sua straordinaria abilità: le dita delle sue erotiche mani a carezzarmi la base e lo scroto, con la bocca mi trascinò verso il paradiso, facendomi esplodere in pochi minuti: spingendo con le mani la sua testa sul mio cazzo, le inondai la bocca di sperma, scaricando tra le sue labbra tutto il mio .
Nel momento in cui Monica risollevò il viso, vidi un rivolo bianco di seme colarle lentamente sul mento…

Svuotato di ogni energia, osservai la ragazza lasciare la verga ancora pulsante, voltare il viso verso il marito ed iniziare subito a ripulire dalla panna quel cazzo che, spasmodicamente, attendeva le sue straordinarie attenzioni.
E così anche ebbe il mio stesso trattamento, venendo alla fine anche lui nella bocca della moglie, e gridando tutto il suo piacere, troppo a lungo trattenuto.

Dopo averci regalato quell’indimenticabile e fantastico , Monica ci accarezzò a lungo, un cazzo in ogni mano, restituendoci il vigore assopito da quella prima e così intensa eiaculazione.
Poi la donna si sdraiò tra noi, l’eccitazione a livelli per lei non più tollerabili, offrendo il suo erotico corpo alle nostre amorevoli cure.

ed io, anche noi nuovamente eccitati, non la facemmo attendere un istante di più.

Mentre il mio amico aveva accostato le labbra a quelle della moglie, iniziando a baciarla con passione, io presi ad accarezzarle i seni ed il ventre, provando un immenso piacere dal contatto delle mie mani con la vellutata pelle della ragazza.
Scivolai con una mano lungo quel corpo vibrante per la straordinaria tensione erotica di quegli istanti, sfiorando appena i radi peli del pube di Monica, e quindi l’interno delle sue cosce divaricate, bagnandomi le dita nei suoi caldi e profumati umori, già abbondantemente fuoriusciti per la dilagante e irrefrenabile eccitazione della donna.
Insieme al marito, le percorremmo l’intero corpo con le lingue, leccandole i capezzoli e l’ombelico, e inumidendole con la nostra saliva il collo e le spalle, le gambe ed i piedi.
Intanto che indugiava sapientemente con le labbra sul clitoride della moglie, io dedicai le mie attenzioni ai piedi della ragazza, baciando le agili caviglie e succhiando, una ad una, le splendide dita, eccitandomi come non mai al contatto e alla vista delle sue unghie, voluttuosamente laccate dello stesso smalto lucido che Monica aveva su quelle delle mani.
Quindi, nel momento in cui la mia tensione erotica aveva raggiunto l’apice del sopportabile, accostai uno dei suoi piedi al mio cazzo, premendolo sull’asta congestionata: subito le dita del piede della ragazza presero a masturbarmi, scoprendomi la cappella con crescente rapidità.

Ancora preda della bocca di , che ora aveva lasciato il clitoride della moglie per leccarle le grandi labbra, Monica si sciolse nel suo primo , inarcandosi e gridando tutta la sua incontenibile eccitazione.
Fu allora che allontanai il suo piede dal mio pene, non volendo godere in quel modo, anche se l’idea di sporcarle le dita e le unghie con il mio sperma mi affascinava terribilmente: ma io volevo penetrarla, entrare subito in lei e scoparla fino allo sfinimento.
, però, mi prevenne: si sdraiò sul letto a gambe divaricate e Monica fu lesta a salirgli sopra.
Con la destra la ragazza afferrò il cazzo del marito, lo guidò fino al punto in cui la cappella fu a contatto con la sua fica dischiusa, e quindi, in un solo colpo, s’impalò su quell’asta che così bene conosceva.
Con una punta di delusione, mi presi il pene con la mano e iniziai a masturbarmi, gli occhi fissi su quei due corpi uniti, non resistendo alla visione della schiena eretta della donna, dei suoi lunghi capelli biondi che si agitavano al ritmo della scopata, delle sue magnifiche natiche, armoniose e perfette, e che si muovevano con seducenti movimenti verticali.
Rimasi ipnotizzato dalla bellezza del corpo di Monica.
Allungai la mano libera e le accarezzai lentamente la schiena, dal collo fino alle reni, per poi insinuare le mie dita nel solco che si apriva tra le due superbe natiche.

- Puttana… sei la mia puttana… la mia troia… una grandissima e meravigliosa troia… -.
La voce di , resa roca dall’eccitazione e rotta dall’intenso desiderio, contribuiva a rendere ancora più torridi e carichi di libidine quei momenti di folle lussuria.
- Sì… sono la tua troia… continua ad insultarmi… adoro essere scopata così… -.
Quelle parole volgari, quelle oscenità che i due si rivolgevano in continuazione mi portarono ad un tale livello d’eccitazione da farmi quasi star male.
In ginocchio, alle spalle di Monica, smisi di masturbarmi e, con le mani, le allargai le natiche, prendendo quindi a stuzzicarle l’ano con le dita.
Lentamente infilai l’indice della destra nel suo culo, strappandole ancora più intense grida di piacere.

A distanza di tanti anni, rivedo ancora nella mente quelle straordinarie immagini con estrema nitidezza,
Monica, seduta sul cazzo di , la sua fica piena della carne bollente del marito, che lentamente volta il viso verso di me, i suoi lunghi capelli biondi in una splendida cascata dai riflessi del grano, la sua mano destra, dalle meravigliose e lunghe unghie, appoggiata sulla natica, ad allargarla ed a mostrarmi l’ano, e la sua sensuale voce ad accarezzarmi l’udito.
- Prendimi, … entrami di dietro… inculami… e fammi godere… -.
Mi sembrava di vivere in un sogno, in una dimensione sconosciuta e sconvolgente.

Mi accostai ancor di più a lei, a Monica, a quella donna che, malgrado fosse la moglie del mio migliore amico, avevo desiderato sin dal primo momento in cui l’avevo incontrata: il mio petto sulla sua schiena, e le mie mani a stringerle i seni.
Portai il mio cazzo incredibilmente duro a contatto con il suo ano, e spinsi senza alcuna esitazione, entrandole nel culo completamente e fino in fondo, riempiendola della mia straordinaria eccitazione.
Avvertii nettamente come le sue pareti interne già fossero pronte alla penetrazione, segno inequivocabile di come Monica fosse abituata a farsi prendere da dietro, ad offrire il suo culo a quelle indelicate intrusioni.
Così, mentre il marito continuava a scoparla, io la inculai con sempre maggior vigore.
Monica urlava i suoi orgasmi, senza un attimo di sosta, stretta fra noi due, e così riempita dalle potenti erezioni che le scavavano le viscere, unica e meravigliosa dispensatrice del piacere più sfrenato…

Nell’esatto momento in cui il marito le esplodeva dentro tutto il suo , anche io venni, allagandole il culo con nuovi e potenti getti di caldo sperma…

Inutile dire che il mio ritorno a Pavlos, dopo dieci anni di assenza dal paese natale, fu segnato da quell’esperienza sconcertante.
Nei giorni in cui fui ospitato in casa di e Monica, il esplose in tutta la sua dirompente magnificenza: non passò notte, in pratica, che io non fossi ospitato nel loro letto, e le straordinarie arti erotiche di Monica ebbero modo di rivelarsi in tutta la loro incredibile sensualità.
In quei giorni venni a conoscenza, tra l’altro, della loro folle passione per i rapporti sessuali a tre: nei fine settimana, o quando i due partivano in vacanza per periodi più lunghi, il mio amico d’infanzia e la moglie andavano sempre alla ricerca di forti emozioni: uomini e donne (Monica non disdegnava di certo anche le compagnie femminili, come una notte mi raccontò mentre ed io le spalmavamo il corpo di olio abbronzante)) si alternavano con loro tra le lenzuola, in un girotondo sessuale che entrambi desideravano vivere fino in fondo.
In paese, ovviamente, risultavano essere una coppia assolutamente normale, e Monica in particolare era considerata una ragazza schiva e di poche parole: e loro, proprio per evitare chiacchiere e pettegolezzi, stavano molto attenti ad incontrare il partner o la partner di turno sempre lontano da Pavlos e dagli occhi dei compaesani.
Ho la quasi matematica certezza che io, in quei giorni, rappresentai la classica eccezione alla regola.

Malgrado siano passati tanti anni da quei giorni, con Monica e mi sento regolarmente per telefono.
A Pavlos, però, non sono più tornato da allora, malgrado loro mi abbiano invitato più volte.
E difficilmente prevedo di ritornarci.
Quello che accadde in quelle due settimane lo ricordo sempre con piacere ed emozione, ma voglio che il tutto resti solo un ricordo; aver capito di essere stato soltanto uno fra i tanti uomini che allietano le loro bollenti avventure sessuali mi mette chiaramente a disagio.
In definitiva, per loro, io sono stato solamente un giocattolo da usare per qualche notte di piacere e di passione.

FINE

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RITORNO A PAVLOS (hard)

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