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Uno e trino (racconto di Dago)

Paola era sola al buio.
Pensava.
Aveva conosciuto Dago una sera in un pub.
Un bel ragazzo, simpatico, brillante.
L’aveva affascinata subito.
Anche perché non aveva premuto sull’acceleratore per portarla a letto come le capitava spesso.
Si erano scambiati i numeri di telefono.
Si erano sentiti per qualche giorno.
Un po’ a voce un po’ con gli sms.
Poi si erano dati appuntamento.
Niente di originale, una cena.
Erano rimasti a tavola per quasi 3 ore a parlare. A lei piaceva sentirlo parlare, gli piaceva il suono della sua voce.
Poi erano finiti a casa sua, Dago viveva con 2 amici, era praticamente impossibile andare a casa di lui.
Era stato bellissimo fare l’amore con lui.
Erano rimasti svegli tutta la notte, parlando e facendo .
Cosi amava definirlo lui. Le aveva spiegato la sua filosofia di vita.
Non voleva impegnarsi, anche per via del suo lavoro che lo faceva viaggiare molto. Era un imprenditore e lavorava con l’estero, e poteva dover partire all’improvviso.
Ma si era trovato davvero bene con lei. Se a lei stava bene potevano continuare a sentirsi e a vedersi, se a lei stava bene.
Paola non aveva impegni sentimentali. E sinceramente in quel momento nemmeno lei ne voleva. Dago era un bel ragazzo e diciamocela tutta… scopava da dio.
A lei andava bene così. Poi il tempo avrebbe deciso per loro.

Adesso li nel letto ripensava agli ultimi due mesi, due mesi passati a vedersi con lui e a fare ogni volta che si vedevano.
Era sempre bello ma… Aveva una strana sensazione. Alcune volte quasi non le sembrava lui.
Il modo di porsi era sempre lo stesso. Ma aveva notato alcune differenze.
All’inizio pensava che fosse a causato da particolari eventi della giornata, o semplicemente il suo modo di voler variare il menage erotico. Ma ora li nel letto queste differenze le passavano davanti in modo strano.
Poi quando lei sta sera glielo aveva detto, gli era sembrato che avesse reagito in modo strano.
Cosa c’era di strano? Aveva notato delle leggere differenze fisiche che non sempre riusciva a ritrovare toccandolo. Una ciste sul braccio che appariva e scompariva, lui le aveva detto che faceva cosi fin da piccolo. La gestualità delle , diversa di volta in volta, non esageratamente, ma diversa.
E poi aveva notato che il suo membro non sembrava sempre grosso uguale. Non era una differenza di centimetri, ma una donna notava di queste cose.

Le cosa che più la aveva colpita era la diversa predilezione di volta in volta. Era la cosa che più la spiazzava. La prima volta aveva notato una predilezione per i rapporti orali, cosa che adorava anche lei. Dopo qualche volta erano iniziate le stranezze.
Paola si era preparata per dedicargli una serata speciale, voleva berlo fino a fargli urlare basta. Lui invece aveva iniziato a scoparla forsennatamente in diverse posizioni, ma sempre nella fica.
Non che le fosse dispiaciuto. La passione con cui l’aveva presa la aveva fatta godere diverse volte lo stesso.
Poi era venuta la sera del culetto. Non vi si era mai dedicato con grande attenzione, vi aveva al massimo giocato con le dita. Quella sera invece appena finito di mangiare l’aveva appoggiata al tavolo, le aveva alzato la gonna e spostato il tanga. Le aveva leccato il buchino con foga e poi l’aveva presa. L’iniziale sorpresa era stata surclassata dal piacere.
Poi però il ripetersi di queste particolari dedizione l’aveva lentamente incuriosita e insospettita.
Aveva provato a indagare, ma lui era sempre riuscito a evitare risposte dirette.
Questa sera aveva appunto provato ad affrontarlo direttamente. Insomma voleva capirlo un po’ di più, capire anche come dargli maggior piacere.
L’espressione quasi spaventata sul suo viso e la solita risposta evasiva e insoddisfacente aveva aumentato i suoi sospetti. Ma non riusciva a darne corpo e forma. Non sapeva cosa pensare.
Lentamente scivolò in un sonno agitato. L’unico ricordo che aveva al mattino era appunto di un sogno strano, ma non riusciva a ricordare di più. Questo sogno le lasciò una sensazione strana addosso tutto il giorno.

Ancora più strana gli parve la telefonata di Dago nel tardo pomeriggio. La invitava a cena a casa sua, e le aveva promesso che dopo cena le avrebbe chiarito tutto.
L’appartamento di Dago era molto bello, grande e spazioso. Aveva un grande soggiorno con un bellissimo camino, da una parte poi si andava nella zona notte dove c’erano le camere, ma lui la accompagnò nella bellissima e spaziosa cucina dove aveva preparato la tavola.
Paola si fermò all’ingresso della cucina. La tavola era apparecchiata per quattro. Ai fornelli e al lavello c’erano altri due uomini che quando si girarono per salutarla aumentarono lo choc. Erano identici ad Dago.
Paola rimase pietrificata. I suoi sospetti stavano prendendo corpo, e che corpo.
Dago prendendola per un braccio la accompagnò al tavolo dove la presentò ufficialmente agli altri due.
“Paola, ti presento ufficialmente Andrea e Adriano. Ufficialmente perché ufficiosamente già li conosci, credo che ti dobbiamo un po’ di spiegazioni…”
Paola restò zitta facendo scorrere lo sguardo da uno all’altro mentre Dago continuava a parlare ogni tanto corretto o sorretto dagli altri due.
Le spiegò, se la vista già non glielo aveva confermato, che erano tre gemelli, da sempre avevano giocato sulla loro incredibile somiglianza, scambiandosi i ruoli fin dai tempi della scuola.
Avevano ereditato improvvisamente l’impresa di famiglia che gestivano assieme e che portava via loro gran parte del tempo, limitandogli gli spazi personali. Cosi una volta per scherzo avevano deciso di provare a corteggiare una donna e di vedere se questa era in grado di accorgersi quando loro si scambiavano.
Fino ad oggi era andato tutto liscio. Ma con lei era successo un… imprevisto. Tutti e tre si erano innamorati di lei.
Nessuna donna prima di allora era stata in grado di capire e assecondare le loro sottili sfumature di
diversità. E poi si erano accorti che lei stava iniziando a sospettare qualcosa. A questo punto avevano deciso di parlarle. Non volevano perderla anzi, volevano chiederle di venire a vivere con lei.
Paola era sbigottita. Sentiva di essere stata sfruttata, trattata come una prostituta. Oddio, con lei si erano sempre comportati in maniera educata, galante.
Diciamo che la cosa che più non digeriva era il fatto che non le avessero detto nulla. Odiava essere ingannata. Ma nello stesso tempo era affascinata da questi tre uomini che sembravano un uomo solo. Le differenze dimostrate in questi due mesi erano veramente delle sfumature.
Dentro di lei prendeva forma un desiderio di vendetta, ma nello stesso tempo, in un angolo del suo cervello iniziava a svilupparsi un pensiero birichino.
Paola sorseggiando l’aperitivo che aveva di fronte per cercare di calmarsi disse: “Vi rendete conto che mi avete usata a vostro piacimento, senza tenere conto dei miei sentimenti, mentre io mi innamoravo di… di… di voi!”

Non era facile rispondere a una affermazione del genere, anche perché loro sapevano che era difficile, molto difficile farlo vedere sotto un altro aspetto. La mentalità dei gemelli è una mentalità particolare, difficile da capire per chi non lo è. Ma dovevano riuscire a farle capire quanto la amavano.
Andrea si alzò e disse: “Paola lo so che non è facile da capire, ma proviamo almeno a parlarne, se ci dai il tempo magari riusciamo a spiegarti meglio, riusciamo a farci capire meglio, resta a mangiare con noi .”
Adriano si alzò e iniziò a servire da mangiare. Paola, intontita dai suoi pensieri, restò seduta a tavola, sentendo lontano Dago, Andrea e Adriano che le parlavano. Nella sua mente giravano vorticosamente solo due cose: una parola e un’immagine.
Voleva trovare il modo di umiliarli come lei si sentiva in questo momento, ma nello stesso tempo c’era questa immagine che la distraeva.
Ripensava ad una chiacchierata una sera tra amiche. Una tavolata di donne a cena, non è poi molto diversa da una tavolata di uomini. Prima poi l’argomento principe diventa il .
Paola ricordava che quella sera una amica di Daria aveva monopolizzato l’attenzione di tutte raccontando sue avventure. E aveva scoperto poi che, nonostante tutte al momento avessero fatto più o meno le scandalizzate, nella loro intimità si erano soffermate a pensare ad una situazione raccontata con molto entusiasmo, incuriosite, stuzzicate, ma senza il coraggio di provarlo.
Lei, in particolare nelle serate solitarie, si era spesso trovata a immaginare quella situazione e a provare a ricrearla aiutandosi con le , e la cosa la tentava sempre di più.

La cena era giunta quasi al termine. Aveva assaggiato qualcosa, distratta dai pensieri e con lo stomaco chiuso dal nervoso. Ma si era dedicata maggiormente all’ottimo vino servito, un Brunello di Montalcino, che si lasciava bere amabilmente. Senza accorgersene, il vino l’aveva aiutata a
superare i freni inibitori. Lentamente prendeva forma un’idea della vendetta.
“Che ne dite di sostarci in soggiorno?” Adriano propose.
Nel soggiorno, istintivamente, i tre uomini si sedettero sul divano e Paola in una comoda e ampia poltrona.
“Paola, ti capiamo, ma abbiamo di bisogno di sapere cosa ne pensi, non hai più aperto bocca”
Paola restò silenziosa per qualche istante poi chiese qualcosa da bere.
Andrea servì a tutti una buona dose di cognac. Paola lo sorseggiò osservandoli. Godeva a lasciarli sui carboni ardenti, e poi stava completando la sua idea di vendetta.
“Non so se sarei disposta a venire a vivere qui con voi.. non mi piacerebbe essere il vostro oggetto di piacere, non sapere chi di voi tre questa sera si infilerebbe nel mio letto per scoparmi e prendersi 5 minuti di felicità.”
“Paola…” tentarono di rispondere tutti e tre in coro ma furono fermati da un gesto della mano di Paola.
“Ma visto che scopate veramente bene, mi dispiacerebbe nello stesso tempo perdervi tutti e tre.”
Bevve un altro sorso di cognac lasciando scorrere lo sguardo su tutti e tre.
Accavallò le gambe in maniera esagerata in modo che facilmente potessero sbirciare sotto la sua gonna e notare che non aveva indossato il perizoma. La sua idea della serata era certamente diversa prima di entrare in quella casa.
“Per poter prendere la mia decisione ho bisogno da voi di qualcosa in più su cui poter riflettere, e dimenticare quanto mi avete fatto.”
“Paola, siamo a tua disposizione per qualsiasi chiarimento, chiedi!”
“Spogliatevi!”

I tre si guardarono con aria sbigottita. “Ma Paola..” provarono a dire.
“Voglio che vi spogliate ora, altrimenti prendo la porta e non mi rivedrete mai più! Anzi, voglio che vi spogliate ma uno alla volta, non tutti insieme, a partire da te!” e indicò Dago.
Conscio di non avere alternative guardò i fratelli e alzandosi iniziò a spogliarsi. Paola osservava ogni millimetro del corpo di Dago che piano piano veniva allo scoperto, e notò con un pizzico di divertimento il leggero imbarazzo nello sfilarsi i boxer.
Vedendolo li nudo, con il suo membro a poca distanza da lei, senti un brivido muoversi lungo il suo corpo e finire proprio tra le cosce. Iniziava a sentire umido da quelle parti. Bevve un altro sorso di cognac indicando al secondo di spogliarsi, e dopo pochi minuti toccò pure al terzo.
Era bello e eccitante vederseli li nudi davanti a lei. E godeva del fatto che si sentivano imbarazzati. Lei era ancora completamente vestita, mentre loro erano senza difese.
Si alzò e iniziò a passeggiare lentamente davanti a loro. Si fermò davanti a ognuno guardandoli prima negli occhi e poi abbassando lo sguardo sui loro membri, come se stesse scegliendo della merce.
Appoggiando il bicchiere sul tavolino disse: “Il primo di voi che si muove me ne vado”
Si sfilò la giacca del tailleur e si inginocchiò davanti ad Adriano, prendendogli in mano il membro si mise a parlargli. “Tu sei quel birichino che adora il mio culetto” e iniziò ad accarezzarlo e a massaggiarlo. Subito il membro di Adriano iniziò a inturgidirsi.
Ottenuto l’effetto voluto, si spostò da Andrea: “A te invece piace il calore della mia bocca” riservando lo stesso trattamento fatto al precedente.
Appena anche questo si inturgidì si spostò verso Dago: “Tu invece preferisci l’umido della mia… vongolina… come la chiami tu”
Appena anche il membro di Dago iniziò a diventare duro Paola si alzò andando a finire il cognac mentre li controllava con la coda dell’occhio.
Adesso si sentiva abbastanza disinibita ed eccitata per tentare quell’esperimento. Altro che quella stronza presuntuosa di Roberta che si vantava di averlo fatto con 2 uomini. Lei lo avrebbe fatto con tre uomini, tre gemelli, che avrebbero fatto tutto quello che lei voleva.

SI fermò davanti ai tre uomini fissandoli negli occhi: “Adesso voi farete tutto quello che voglio io”.
Iniziò lentamente a spogliarsi. Slacciò con studiata lentezza la camicetta mettendo in mostra il florido seno incorniciato dal reggiseno a balconcino.
Lasciò cadere a terra la gonna restando solo con le autoreggenti. Non indossava altro. Mentre si spogliava notava con piacere i loro membri diventare sempre più turgidi, e la cosa stimolava ancora di più la sua eccitazione.
Si inginocchiò davanti ad Andrea che era in mezzo e senza resistere di più glielo prese in bocca, lasciandolo scorrere fino in fondo, mentre nello stesso tempo impugno gli altri due e iniziò a massaggiarli.
Istintivamente i tre uomini si strinsero più vicini a lei. Paola iniziò a passare da uno all’altro succhiandoli e massaggiandoli con sempre maggior vigore. I tre si lasciarono trasportare dall’eccitazione e iniziarono ad accarezzarla con i loro membri sul viso, e quando era il loro turno la prendevano per i capelli spingendosi sempre più in fondo alla sua bocca.
Paola non resisteva più, si toccava tra le cosce e stringeva i capezzoli in preda all’eccitazione, e si sentì impazzire quando si trovò tutti e tre i loro membri che tentavano di entrarle in bocca.
Solo allora trovò la forza di staccarsi per dire: “Voglio sentirvi godere sulla mia faccia”
Oramai i tre erano al limite della resistenza e ulteriormente stimolati dalla sua eccitazione impugnarono i loro membri e dopo poche carezze iniziarono a schizzarle addosso.
Paola attendeva con la bocca aperta e le sotto i seni per non perdere neanche una goccia. Lo sperma caldo la investì con violenza, sentì la bocca piena e gli schizzi caldi sulla pelle.
Fu una sensazione cosi intensa e forte che raggiunse anche lei l’orgasmo.

Con gli occhi chiusi cercava i loro membri per succhiare le ultime gocce, e sentiva le loro sulla testa che la spostavano ora verso uno ora verso l’altro.
Paola raccolse con le dita le gocce che non erano arrivate nella sua bocca leccandosele e si accorse con piacere che i tre uomini erano ancora in completa erezione.
“Questo era solo l’inizio, adesso voglio che mi riempiate tutta!!”
Dago si sdraiò tra le sue gambe, iniziando a leccarla. Paola istintivamente si spinse in avanti cercando di succhiarglielo ma venne fermata da Andrea: “Non vorrai togliermi questo piacere”
Guidò la punta della sua asta lungo le labbra di Paola che fremente di piacere. Cercava di ingoiarlo, ma lui la teneva saldamente per i capelli.
Quasi si fossero messi d’accordo sentì la lingua di Dago penetrarla mentre lui lo lasciava scivolare tra le sue labbra.
Travolta da questi piaceri si era quasi dimenticata di Adriano.
Improvvisamente lo sentì alle sue spalle, lasciare scivolare le sul suo corpo fino a trovare i suoi seni. Il sincronismo tra i tre uomini era eccezionale e il suo ruolo di comando lentamente scemò sopraffatto dal piacere, mentre i tre uomini la muovevano a proprio piacimento.
Improvvisamente la misero in piedi, e Dago la guidò verso il divano. Vi ci sedette sopra e se la portò sopra a cavalcioni scivolando dentro nella sua vongolina. La spinse più in fondo possibile, e la tenne ferma.
Andrea si mise seduto sul bordo del divano. Paola stava per dedicarsi al suo membro quando improvvisamente sentì Adriano che “bussava” alla porta posteriore.
Lei si spinse in avanti per facilitargli il compito. Si puntò, iniziando a spingere lentamente per entrare. Una volta dentro si fermò un attimo, il tempo di farla riprendere, prima di spingere con decisione. Paola urlò. Urlò per il dolore, ma anche perché aveva goduto. Sentiva i liquidi del suo piacere colare addosso a Dago.

Gli uomini incominciarono ad accarezzarla e a baciarla. Lei si senti travolgere da un piacere nuovo e sempre più forte e iniziò a muoversi sopra i due uomini mentre ricominciava a leccare e succhiare Andrea.
Ora era tutta piena. Era una sensazione unica. Stravolgente. Quasi stava per raggiungere un altro orgasmo.
Ora era immobile ed erano i tre uomini che si muovevano dentro di lei.
Sentiva Adriano e Dago che si muovevano alternativamente dentro e fuori di lei, mentre Andrea la teneva per la testa muovendola su e giù, fino in gola.
Lentamente i tre uomini aumentarono il ritmo.
Improvvisamente iniziò a sentire Andrea mugolare di piacere. Accelerò i ritmi della sua testa succhiando avidamente il membro di Andrea che non resistendo a quelle sollecitazioni le venne in bocca, Paola cedette al piacere e venne un’altra volta.
Ora erano rimasti i due uomini dentro di lei. Senti Adriano che improvvisamente usciva dal suo buchino, e se lo ritrovò davanti a lei, che le spingeva il membro tra le labbra.
Paola era ormai in estasi. Schiuse la bocca e si lasciò penetrare con foga in bocca.
Adriano le teneva la testa mentre si muoveva velocemente dentro e fuori la sua bocca. Paola faceva fatica a respirare e mugolare, e quando lui le spruzzò il seme in bocca quasi si sentì soffocare. Ma non mollò la presa e non perse nemmeno una goccia.
Era rimasto solo Dago.

Con dolcezza la sfilò dal suo membro e la fece scivolare tra le sue gambe.
Paola era oramai passiva. Lui le posizionò il membro tra i seni e stringendoli iniziò a muoversi. Poi le prese le e fece in modo che fosse lei a tenere stretti i seni mentre lui le faceva abbassare la bocca e le sussurrava “Leccalo… Succhialo…”.
Paola ubbidì. Velocemente i suoi sforzi furono ripagati da un’altra dose di sperma che le riempì la bocca.
Era distrutta e con i sensi inebriati. Ma in preda a un’eccitazione come non si era mai sentita prima.
I quattro rimasero in silenzio per qualche minuto, cercando di riprendere le forze.
Scioccante. Paola non riusciva a trovare un altro termine. Pensava di non aver mai raggiunto un livello tale di piacere.
Sentire i tre uomini che la riempivano contemporaneamente era qualcosa di inaspettatamente piacevole. Soprattutto perché loro tre era come se fossero un solo uomo. Non aveva fatto altro che fare in contemporanea quello che normalmente faceva singolarmente.
Si sorprese a ripensare al tutto e si accorse che ricominciava a bagnarsi. Con il viso ancora vicino al di Dago istintivamente incominciò a stuzzicarlo con la lingua, leccando il glande e poi scivolando lungo l’asta fino ai testicoli, risalire, succhiarlo un pochino e poi ricominciare a leccarlo.
Dietro di se senti qualcuno che con la lingua stava giocando con il suo buchino. Un brivido lungo la schiena, e allargò le gambe per meglio offrirsi.
Lei si dedicò con maggiore foga a Dago che oramai era diventato duro, succhiandolo con tutte le forze che aveva e muovendo la testa velocemente mentre lui la incitava a fare ancora di più. Si fermò solo quando sentì che quello dietro di lei stava strofinandole nel solco delle chiappe qualcosa di inconfondibile.
Improvvisamente con un colpo secco lo sentì deflorare il suo povero buchino iniziando a spingere dentro di lei con tutte le forze. Non poteva essere che Adriano.
Paola lasciò scivolare il membro di Dago fuori dalla sua bocca appoggiando la testa sul suo inguine quasi singhiozzando di dolore e piacere. Una lacrima le rigò una guancia. Dago si alzò dal divano e al suo posto arrivò Andrea che aveva aspettato il suo turno massaggiandosi l’attrezzo.
Profanò con brutalità le sue labbra mentre con la mano le spingeva in giù la testa. I mugolii di Paola anche se soffocati aumentarono. La decisione con cui la stavano prendendo le fece perdere il controllo e raggiunse l’orgasmo gocciolando sul tappeto.
Sentì Adriano scivolare fuori e fu la volta di Dago di mettersi dietro di lei. Riconobbe la sua mano che le accarezzava la vongolina che gocciolava, e poi lo sentì scivolare delicatamente dentro di lei. Lo sentiva muoversi lentamente, mentre il fratello le muoveva con lo stesso ritmo la testa su e giù riempiendola e svuotandola contemporaneamente.
Poi lo sentì puntare anche lui nel suo buchino. Oramai si era cosi abituato che Dago entrò facilmente. Lo sentiva uscire lentamente e spingere dentro con forza mentre le sue erano aggrappate ai suoi seni. Andrea si tolse dal divano e venne il turno di Adriano di godere delle grazie della sua bocca. Ma dopo che le glielo prese in bocca freneticamente lui le bloccò la testa preferendo scoparla lui in bocca, decidendo il ritmo e l’intensità delle spinte.
Paola oramai aveva perso il controllo del suo corpo e si lasciava trasportare dalle sensazioni. Sentì le di Dago spostarsi dai suoi seni sulla sua vongolina. Con le dita iniziò a sgrillettarle furiosamente il clitoride e per lei fu impossibile trattenere un altro orgasmo.
Anche Dago abbandonò il suo buchino e lo vide sedersi al fianco di Adriano sul divano.
Adesso era Andrea dietro di lei. Le strinse le gambe e allargandole le labbra con il glande scivolò dentro il suo lago di piacere. Sentiva ogni millimetro e ogni nervatura del suo membro, mentre davanti a lei c’erano Dago e Adriano ai quali si dedicava alternativamente.
Anche Andrea si stava dando ora da fare alternativamente ora in un buco ora in un altro. Paola era sfinita ma non ancora doma.
“Voglio sentirvi venire tutti e tre dentro di me”
Scegliendo ognuno il proprio buco preferito si rimisero nella posizione iniziale.
Dago si sdraiò sul pavimento e Paola a cavalcioni sopra di lui. Adriano dietro nel suo buchino, mentre Andrea si mise in modo che lei lo potesse accogliere facilmente nella sua bocca.
“Adesso muoviti tu” le dissero tutti e tre come se fossero una unica voce.
Paola iniziò a muoversi. Sentiva la loro virilità entrare e uscire dai suoi buchi dandole sempre maggiore piacere mano a mano che li sentiva pulsare sempre più forte dentro di lei pregustando il momento. Sentiva un altro orgasmo che stava per scuoterla, ma doveva resistere.
Sentiva i tre fratelli che iniziavano a gemere, e non riuscivano più a trattenersi e stavano spingendo con lei, dentro di lei.
Se il primo orgasmo era stato scioccante, per questo Paola non aveva paragoni.
Sentì improvvisamente i tre sessi vibrare e fremere e prima di iniziare a riempirla ovunque di linfa calda. Paola tentava di urlare di piacere ma non aveva nessuna intenzione di perdere una goccia del nettare di Andrea, mentre stringeva i glutei per spremere i membri di Dago e Adriano.
Lentamente i corpi scivolarono uno sull’altro avvinghiandosi e annodandosi l’un l’altro, le bocche scivolarono sui corpi, la bocca di Paola cercava i membri di Dago e Adriano per gustare le ultime gocce, mentre loro la accarezzavano e baciavano ovunque.
La sua mente vagava, persa nell’oblio del piacere.
Tre uomini.
Solo per lei.
Tutti per lei.
Forse valeva la pena di perdonarli se erano in grado di darle tutto questo.

FINE

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Sera d’estate (racconto di Mrs Robinson)

Una sera come tante: la solita mangiata all’aperto con i vicini di tenda… si ride, si scherza … lasciandosi andare all’allegria, complice forse la spensieratezza delle vacanze ed un bicchiere di rosso in più.

Come sempre accade sono io a tenere banco, osservando, in apparenza distratta, le occhiate dei vari mariti allo spettacolo generosamente offerto del mio decolleté.

La pelle colorita dall’abbronzatura risplende sotto il top bianco, che copre appena i seni abbondanti e sodi. La brezza serale indurisce i capezzoli, che ora spuntano senza ritegno, sobbalzando ad ogni mio movimento. Un pareo sottile annodato di lato, fascia il bacino scendendo morbido lungo le gambe.

Durante la mia animata conversazione con i commensali accavallo le gambe, godendo degli sguardi che seguono il pareo scivolare dolcemente di lato, lasciando scoperte le gambe fino alle cosce… adoro la libertà dell’estate… un piccolo top ed un pareo sono il mio abbigliamento…la sensazione del cotone leggero sulla pelle nuda… sui glutei… l’idea di non indossare l’intimo… e leggere negli occhi del mio vicino la consapevolezza di essersene accorto.

Ma questa sera c’è qualcuno che anima la serata con me… una signora, piacente e ben vestita, mi osserva dall’altra parte della tavolata… rispondendo ad ogni mia provocazione, senza alcun apparente imbarazzo… la vedo osservarmi i seni… chinare leggermente la testa di lato, socchiudere gli occhi, mentre mi alzo… ed osservarmi ancora mentre mi avvicino a lei… volutamente mi scruta… quasi a voler trapassare quel lieve velo che separa le mie nudità dai suoi occhi desiderosi….

È un’intesa immediata… con una scusa abbandoniamo la tavola, immergendoci nel buio del campeggio. Lontano dagli sguardi della gente sento la sua mano posarsi sui miei glutei, impugnarli stretti e stringerli fino a farmi male… le sue corrono lungo i miei fianchi come se fossi nuda… sui seni già turgidi e desiderosi del tocco delle sue … li stringe… forte… fino a farmi riempire gli occhi di lacrime… il desiderio sale in me incontrollabile… mi guida alla sua tenda…

Siamo dentro… siamo sole… non so cosa mi accade… ma non riesco a fermarla quando avvicina la bocca alla mia, sfiorandomi con un bacio dolcissimo… sento il calore delle sue labbra, la morbidezza della sua bocca… mi sorprendo a stringerla, desiderando che quell’istante non finisca mai… schiudo leggermente le labbra invitandola ad entrare… mi cerca… la sua lingua scivola dentro di me… esplora la mia bocca… con dolcezza mi succhia le labbra… ci passa la lingua… e poi ancora la sua lingua incollata alla mia… sento i brividi invadere il corpo… sento i suoi seni premere sui miei… il desiderio esplode incontrollabile… con le ci tocchiamo… provo piacere nel toccarle il sedere… la schiena… le bacio il collo… tutto mi viene così naturale… godo nel sentirla leccarmi l’orecchio… entrarci con la lingua… scendere lungo la gola e rituffarsi nella mia bocca aperta ad aspettarla…

Le sue frugano sotto il mio pareo… mi trovano già pronta… desiderosa di sentire la mano di una donna entrare dentro di me… voglio essere sua… guido il suo viso tra le mia gambe… offrendo ad una donna per la prima volta il mio frutto più nascosto… la sua lingua sfiora il clitoride, facendomi sussultare di desiderio… le labbra lo avvolgono nel calore della sua bocca… lo succhia piano… poi sempre di più… i miei umori di donna si mischiano alla sua saliva… la sua bocca beve la mia voglia… le dita penetrano sempre più a fondo… non ho più riserve… sento i brividi possedermi completamente… lei mi guida con forza verso il centro del piacere… io e lei… la cerco… voglio leccare anch’io il suo desiderio… tutto mi viene così naturale… siamo avvinghiate in un rapporto violento… ci lecchiamo entrambe affondando nel mare del nostro piacere… assaporo il gusto della sua intimità, provando un piacere infinito… con la lingua entro ed esco dai suoi buchetti… fino al più nascosto… la sento gemere del mio gioco… la sento spingere con il bacino contro il mio viso… per farmi entrare di più… ancora di più… mentre la sua lingua calda viola ogni mia lieve resistenza… sono dentro di lei… lei è dentro di me… é un orgasmo continuo…

FINE

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Come sempre accade sono io a tenere banco, osservando, in apparenza distratta, le occhiate dei vari mariti allo spettacolo generosamente offerto del mio decolleté.

La pelle colorita dall’abbronzatura risplende sotto il top bianco, che copre appena i seni abbondanti e sodi. La brezza serale indurisce i capezzoli, che ora spuntano senza ritegno, sobbalzando ad ogni mio movimento. Un pareo sottile annodato di lato, fascia il bacino scendendo morbido lungo le gambe.

Durante la mia animata conversazione con i commensali accavallo le gambe, godendo degli sguardi che seguono il pareo scivolare dolcemente di lato, lasciando scoperte le gambe fino alle cosce… adoro la libertà dell’estate… un piccolo top ed un pareo sono il mio abbigliamento…la sensazione del cotone leggero sulla pelle nuda… sui glutei… l’idea di non indossare l’intimo… e leggere negli occhi del mio vicino la consapevolezza di essersene accorto.

Ma questa sera c’è qualcuno che anima la serata con me… una signora, piacente e ben vestita, mi osserva dall’altra parte della tavolata… rispondendo ad ogni mia provocazione, senza alcun apparente imbarazzo… la vedo osservarmi i seni… chinare leggermente la testa di lato, socchiudere gli occhi, mentre mi alzo… ed osservarmi ancora mentre mi avvicino a lei… volutamente mi scruta… quasi a voler trapassare quel lieve velo che separa le mie nudità dai suoi occhi desiderosi….

È un’intesa immediata… con una scusa abbandoniamo la tavola, immergendoci nel buio del campeggio. Lontano dagli sguardi della gente sento la sua mano posarsi sui miei glutei, impugnarli stretti e stringerli fino a farmi male… le sue corrono lungo i miei fianchi come se fossi nuda… sui seni già turgidi e desiderosi del tocco delle sue … li stringe… forte… fino a farmi riempire gli occhi di lacrime… il desiderio sale in me incontrollabile… mi guida alla sua tenda…

Siamo dentro… siamo sole… non so cosa mi accade… ma non riesco a fermarla quando avvicina la bocca alla mia, sfiorandomi con un bacio dolcissimo… sento il calore delle sue labbra, la morbidezza della sua bocca… mi sorprendo a stringerla, desiderando che quell’istante non finisca mai… schiudo leggermente le labbra invitandola ad entrare… mi cerca… la sua lingua scivola dentro di me… esplora la mia bocca… con dolcezza mi succhia le labbra… ci passa la lingua… e poi ancora la sua lingua incollata alla mia… sento i brividi invadere il corpo… sento i suoi seni premere sui miei… il desiderio esplode incontrollabile… con le ci tocchiamo… provo piacere nel toccarle il sedere… la schiena… le bacio il collo… tutto mi viene così naturale… godo nel sentirla leccarmi l’orecchio… entrarci con la lingua… scendere lungo la gola e rituffarsi nella mia bocca aperta ad aspettarla…

Le sue frugano sotto il mio pareo… mi trovano già pronta… desiderosa di sentire la mano di una donna entrare dentro di me… voglio essere sua… guido il suo viso tra le mia gambe… offrendo ad una donna per la prima volta il mio frutto più nascosto… la sua lingua sfiora il clitoride, facendomi sussultare di desiderio… le labbra lo avvolgono nel calore della sua bocca… lo succhia piano… poi sempre di più… i miei umori di donna si mischiano alla sua saliva… la sua bocca beve la mia voglia… le dita penetrano sempre più a fondo… non ho più riserve… sento i brividi possedermi completamente… lei mi guida con forza verso il centro del piacere… io e lei… la cerco… voglio leccare anch’io il suo desiderio… tutto mi viene così naturale… siamo avvinghiate in un rapporto violento… ci lecchiamo entrambe affondando nel mare del nostro piacere… assaporo il gusto della sua intimità, provando un piacere infinito… con la lingua entro ed esco dai suoi buchetti… fino al più nascosto… la sento gemere del mio gioco… la sento spingere con il bacino contro il mio viso… per farmi entrare di più… ancora di più… mentre la sua lingua calda viola ogni mia lieve resistenza… sono dentro di lei… lei è dentro di me… é un orgasmo continuo…

FINE

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Sera d’estate (racconto di Mrs Robinson)

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Nel buio della notte (racconto di Mario)

Non sapevo se fosse il caldo, i rumori della notte di luglio, gli spiacevoli pensieri del lavoro: fatto sta che le gocce di sudore continuavano a scendere incessantemente dalla fronte, dal collo, dal torace, fino al lenzuolo, ormai pressoché fradicio.

Insonnia: perché mi prendi soprattutto d’estate? Perché mi fai girare e rigirare nel letto e camminare come uno zombie il mattino dopo? Cosa ho fatto di male per meritarmi questo?

Non ce la facevo più. Alla tele: nulla, come il solito. Un libro? Troppo impegnativo. Sentii di aver voglia di una rivista che impegnasse gli occhi, più che il cervello ormai inutilizzabile, così decisi di fare una cosa che non faccio mai: uscire a cercarla.

Le mutande, dove cavolo erano finite? Rinunciai a cercarle e infilai i jeans sporchi sulla pelle bagnata, una maglietta qualsiasi: chi mai vuoi incontrare alle tre del mattino di un lunedì notte? Fu solo quando fui in macchina che mi chiesi dove fosse possibile trovare un’edicola aperta a quell’ora assurda. Mente locale, check-up mnemonico; risultato: zero. Ma, improvviso flash: a dire il vero una collega raccontava spesso in ufficio della mamma malata che, nei rari momenti di pseudolucidità, si ostinava ad uscire di casa per andarsi a comprare il quotidiano, all’edicola sotto casa, aperta ventiquattr’ore al giorno. Dunque: casa di Cinzia. Dall’altra parte della città. Decisi comunque di provarci. D’altra parte la notte è sempre meno squallida del giorno: i pazzi escono, le inibizioni cadono. Per quale ragione poi? Niente da fare: cervello troppo spento anche per porsi domande troppo complicate.

Non troppo però per non ricordarmi che la vescica aveva bisogno di essere svuotata.Merda: non potevo pensarci prima di uscire? Beh, in ogni caso il tempo non mancava, no? Anzi, meglio usufruirne in quei rari momenti della vita nei quali abbonda.

Accostai allora in una piazzetta deserta con qualche albero. Niente meglio di un po’ di natura per far pipì, ci dicevano da bambini. Accostai all’angolo, spensi fari e motore, mi avvicinai all’albero prescelto ed eseguii con calma l’operazione di sbottonarmi la patta ed estrarre l’uccello, assaporando al contempo il suono dell’urina sulla corteccia e la brezza notturna.

“Hai una sigaretta?” Se non avessi già concluso l’operazione, dallo spavento mi sarei sicuramente pisciato sui pantaloni. Riuscii comunque a riinfilare il tutto nei jeans prima di girarmi. Lo vedevo poco, ma mi sembrò un tipo sui trentacinque-quaranta, jeans anche lui, camicia con le maniche arricciate aperta su di un torace indiscutibilmente palestrato ma villoso al punto giusto.

“Non fumo, mi spiace”, riuscii a proferire con voce tremante. Agitato. Per cosa poi? Non sembrava avesse assolutamente cattive intenzioni: tutt’altro. Voglia di parlare?

“Devo averti spaventato, scusa”. Bella voce, bassa bassa. “E’ solo che ti ho visto qui ho pensato di approfittarne.” Mi si avvicinò un poco. “Approfittarne.?” Chissà perché stavo cominciando a tremare. E il mio uccello a pulsare, come fa ogni volta che vedo un bell’uomo, e ad irrigidirsi contro il cotone dei jeans.

“Beh, non ho cattive intenzioni. Stai tranquillo.” E mi si avvicinò ancora di più. Era davvero un uomo intrigante. Forse quaranta, più che trentacinque, a vederlo da vicino. Ma intrigante. Intrigante a dir poco: proprio buono. Fisico possente, ma non ipercurato, Diciamo, un tipo alla Buce Willis. Ma coi capelli.

Si avvicinò di un altro passo. Ormai eravamo vicinissimi. E lui bellissimo. Io: paralizzato. Il mio uccello cominciò a premere sempre di più. Lui sembrò accorgersene: guardò fra le mie gambe. Poi rialzò lo sguardo e avvicinò il suo viso al mio. Lo prese con quelle che mi parvero grandissime . E infilò la lingua nella mia bocca. Dapprima opposi una certa resistenza, ma poi cedetti e iniziai e leccare la sua come lui faceva con la mia. Nel frattempo i nostri corpi si fusero in un abbraccio tremante ma vigoroso che mi mise a contatto con la sua durissima erezione. Non pensai più a nulla: le mie da sole cercarono i suoi marmorei glutei mentre le sue si infilarono sotto la mia maglietta cercando con ardore la pelle della mia schiena. Lui si staccò un attimo dal mio viso, mi guardò negli occhi fissamente e le sue dita cominciarono a slacciare la patta. Poi vidi la sua testa scendere lungo il mio busto.

Si fermò all’altezza dell’ombelico , sollevò la t-shirt e, mentre cominciava a leccare il mio addome io pensai vagamente che ero con la schiena contro un albero di una piazza a me sconosciuta della mia città, alle tre di notte, ad accoppiarmi con un maschio stupendo. Fu il mio ultimo pensiero, perché quando le labbra di lui arrivarono alla mia cappella, già piuttosto bagnata, semplicemente cominciò l’estasi.

La sua lingua leccò dapprima, leggermente, tutto il filetto., poi lui tornò a guardarmi prima di ingoiare il mio cazzo, duro come l’avevo sentito poche volte. Il calore della sua bocca sulla mia cappella in fiamme fu stupendo e io cominciai a gemere. Intanto le sue mi strappavano impazientemente i jeans. Liberai i piedi dalle scarpe mentre la sua bocca cominciava, lentamente ed armoniosamente, un pompino da brivido. Non so come facesse, ma lo ingoiava proprio tutto, fino alla base, mentre le passavano dalle palle all’interno delle cosce, alle mie chiappe. Sentii che stavo per venire. Lanciai un gemito ma lui non si staccò dal mio cazzo e io sentii i fiotti di sborra che stavo eiettando in quella bocca caldissima. Lui non si spostò e la bevve invece tutta, spremendo il mio uccello dalla base alla cappella per farla uscire totalmente.

Non so se urlai o no durante l’orgasmo; ricordo invece il sapore della sua bocca impastata della mia sborra mentre cercava la mia lingua. Incredibilmente, la mia eccitazione non diminuì, e, anzi, assecondai volentieri il suo movimento quando mi sentìi afferrare per i fianchi e girare faccia al tronco. Le sue braccia si strinsero al mio petto mentre sentivo il suo cazzo che cercava il buchetto. Eccitato come un pazzo divaricai le gambe il più possibile per facilitargli la penetrazione. D’altra parte non posso negarlo: dal momento in cui l’avevo visto non aspettavo che quel momento. Praticamente non sentii dolore quando la sua cappella scivolò, lenta, dentro di me, ma solo la sensazione di essere pieno di qualcosa , di qualcuno, che desideravo da tanto tempo. Non emetteva alcun suono mentre il movimento aumentava di intensità, da lentissimo, gradatamente, ad uno stantuffio regolare che mi faceva provare il paradiso. Da quanto tempo non godevo in quel modo? Mi sembrava che dal mio cervello, il piacere, attraverso la colonna vertebrale, fosse un tutt’uno con quel membro che mi martellava, sempre più velocemente, in sintonia con il battito del mio cuore. Il piacere era troppo forte: sentii che stavo per raggiungere un nuovo orgasmo e mi sentii gridare: “Sbattimi più forte: sto venendo!”. Ma non c’era bisogno di dirglielo: il ritmo era ormai frenetico e il suo ansimare ora quello di uno stallone. Sentii l’eiaculazione proprio mentre a lui usciva un grido strozzato e i colpi si facevano, se possibili, ancora più profondi, in corrispondenza del suo, di orgasmo.

Rimanemmo avvinghiati nella stessa posizione ancora a lungo, credo. Poi lo senti, a malincuore, che si ritirava. Io mi rigirai e lui mi diede un altro, profondissimo bacio. E si allontanò nell’ombra.

Non l’ho più rivisto. Non so come si chiamasse. Non so chi fosse, ne quanti anni avesse ne da dove venisse, né perché fosse lì quella sera e cosa lo ispirò in me.

So solo che quella notte non ebbi bisogno della rivista per dormire, profondamente, fino al mattino dopo.

FINE

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Nel buio della notte (racconto di Mario)

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Il Biglietto nella Scarpa (racconto di Merlino)

Ilario è un ragazzo di quattordici anni, alto e magro, con un ciuffo di capelli biondi che porta pettinato su un occhio in onore dei cartoni animati giapponesi di cui è un fan. Controvoglia si trova al mare in una pensione a conduzione familiare dove lo hanno condotto i genitori che ancora non gli permettono di fare le vacanze da solo, come lui vorrebbe. Per giunta la pensione è lontana dal paese. “Che meraviglia la campagna – ha dichiarato il padre – silenzio e pace ovunque”. Ma Ilario non è d’accordo, non sul fatto che non ci sia pace e silenzio, ma sul fatto che tutto ciò sia meraviglioso. E poi neppure la spiaggia è vicina e occorre la macchina per recarsi a fare il bagno. Per questo la pensione è dotata di piscina – una bella piscina dove, grazie al sole, l’acqua è sempre calda – come subito hanno fatto notare i proprietari del piccolo albergo.

Dopo un paio di giorni Ilario si è già disperatamente annoiato. Gli ospiti della pensione sono tutti anziani o famiglie con bambini piccoli e lui non ha nessuno con cui stringere amicizia. I suoi lo hanno portato sulla spiaggia più vicina – venti minuti di macchina – ma anche lì non ha trovato nessuno di suo gusto ed è rimasto vicino alla madre, sdraiato a prendere il sole e a leggere un romanzo di Camilleri.

Un pomeriggio, mentre i suoi genitori sono in camera per il riposino pomeridiano, Ilario, sempre più annoiato, apre la finestra della sua stanza e lascia entrare l’aria caldissima che gli soffia in faccia come se avesse un asciugacapelli di fronte. Guarda annoiato verso il basso e scorge il bel figlio dei proprietari che si sta avvicinando alla piscina. E’ un ragazzo di vent’anni dal fisico robusto che, naturalmente, Ilario aveva già notato e apprezzato. Si muove con passo elastico, dondolandosi lentamente e tenendo le braccia lievemente scostate dal corpo. Arrivato sul bordo della piscina comincia a togliersi le scarpe da ginnastica chinandosi e allungando la mano mentre saltella in precario equilibrio.

Si spoglia? Vuol fare il bagno. Meno male che ho guardato fuori. Dai dai spogliati ecco così sfila la maglietta che fisico! E che bella abbronzatura! L’ho sempre osservato vestito da cameriere ci serve durante il pranzo sempre imbronciato senza sorridere. Oh, si sta carezzando il petto che libidine. Ora i jeans, sì ecco che se li sfila. Attento cadi! No ha un buon equilibrio. Li scuote li ripiega ordinato il tipo! Ha anche un bel sedere. Peccato che porti già il costume e meno male che è molto piccolo …. Ha ha ha vorrei sfilarglielo permetti Ermo? Ha anche un bel nome. Penso sia un’abbreviazione di Ermete che era un dio delle acque, ma anche il bello, l’amante … sì mi sembra di ricordare. Ecco si tuffa in quel brodo che è l’acqua della piscina.

Il bell’Ermo nuota avanti e indietro nell’acqua e Ilario si sforza di osservarlo, ma spesso il nuotatore è fuori dalla visuale e allora Ilario decide di scendere in giardino. Richiude la finestra ed esce dalla stanza. Scende le scale saltando i gradini due a due e poco dopo si trova sul bordo della piscina. Porta una sedia di tela fin lì e finge di essere interessato soltanto ad abbronzarsi la faccia. Socchiude gli occhi ma li mantiene abbastanza aperti da non perdere un attimo di vista il nuotatore che pare quasi di essere impegnato in una gara, tanto forza le bracciate. Dopo un po’ Ermo rallenta e si ferma, si allunga nell’acqua mettendosi sdraiato, galleggiando, languidamente in mostra e Ilario non può fare a meno di alzare la testa per osservarlo meglio.

Come sei bello! Guarda i pettorali, proprio come piacciono a me possenti e con le areole piccole e scure. Baciargli i capezzoli! Sentirli eretti sotto la lingua preludio a … Ora che il mio sguardo scende verso il basso verso il basso verso il basso il piccolo costume lascia intravedere i peli un’esile lancia di peli indica il posto segreto si insinua sotto al costume … guarda, il calore del sole deve aver risvegliato qualcosa al bell’Ermete. Ops, anche a me è successo lo stesso come faccio? Lo tocco o no? La mano scivola …. Ma dov’è finito il nuotatore? Non lo vedo più. Basta distrarsi un attimo che le visioni svaniscono.

«Che fai solo solo? Ti stai facendo una sega?»

Ermo compare con le braccia poggiate al bordo della piscina, poi si tira su e l’acqua gli scorre via dal corpo raccogliendosi in una pozza ai suoi piedi. Scuote la testa mandando alcune gocce addosso al ragazzo che resta muto, con gli occhi spalancati per la sorpresa. Poi Ilario fa scivolare via la mano che teneva stretta all’inguine e riesce a mormorare, imbarazzato: « Stavo quasi addormentandomi qui sotto al sole … ­­­­– poi con maggiore vivacità – Sai che nuoti proprio bene?».

«Lo so, partecipo anche ai campionati provinciali. Vuoi tuffarti? Io torno in acqua» dice Ermo mentre si strizza il costume agguantandosi stoffa e palle facendo ruscellare a terra una piccola cascata. Il gesto fa balzare in piedi Ilario che è arrossito in volto. «No, no, non posso …. Devo tornare in camera, grazie comunque, ma non nuoto poi molto bene. E non ho il costume, ero sceso a prendere un po’ d’aria, ma forse …» Ermo non lo sta a sentire e già si è tuffato e riprende a nuotare vigorosamente.

Avrei dovuto andare? Stavo per farlo, lui non ha aspettato. Ma non ho il costume, come facevo? Per di più ho il coso ritto. Come si fa? Mi ha parlato, come è bello! Non ho mai visto un ragazzo così bello, affascinante affascinante affascinante.

Si volta di malavoglia dopo aver lanciato un altro sguardo verso Ermo e si incammina lentamente verso la pensione. Arrivato in camera si toglie la maglietta che indossa, si sfila i pantaloncini e gli slip e si sdraia con un sospiro. E’ ancora in erezione. Ammira per un momento il cazzo che mostra già alcune gocce di desiderio, poi lo agguanta con entrambe le e comincia a masturbarsi con violenza. La testa si piega all’indietro forzando sul cuscino, il suo ciuffo biondo si allarga coprendogli buona parte del volto, un lieve rantolare esce dalla bocca socchiusa. Ben presto si levano dei lunghi spruzzi che in parte gli arrivano sul volto e sui capelli. Si distende rilassato e dopo qualche minuto si addormenta.

Quando si sveglia resta un momento confuso, si stira, si passa una mano sui capelli e li trova tutti incollati dal suo sperma. Si ricorda all’improvviso e scende dal letto precipitandosi alla finestra per cercare l’atletica figura di Ermo. Non lo vede, la piscina ora è affollata, vede molti ospiti della pensione, ragazzini che si tuffano producendo grandi schizzi, li sente gridare allegri, ma lui se n’è andato. Si infila i pantaloni e corre in bagno dove cerca di eliminare le tracce di sperma che denunciano le sue azioni “impure”, si sciacqua senza molta convinzione, poi torna in camera dove indossa anche una maglietta pulita. Tra non molto qualcuno dei suoi verrà a cercarlo e lui deve trovare una scusa per non accompagnarli al mare. Dirà che ha mal di testa e che non vuole prendere ancora del sole. Dirà che vuole sedersi all’ombra nel giardino, a leggere …. Qualcosa dirà, ma ora vuole trovare un espediente per avere un incontro con Ermo. Non sarà facile, ma deve avere il suo primo incontro d’amore. A pensare alla parola amore sente un brivido corrergli per la schiena e una mano corre a toccare il cazzo già sveglio e pronto. Ma che può fare? E’ anche timido, non riuscirà mai a dichiararsi. Si siede al tavolino sopra il quale tiene dei libri e un blocchetto su cui inizia a fare degli scarabocchi. La mano corre quasi da sola e dopo un po’ sta scrivendo delle parole. Tu non sai chi sono e non devi saperlo. Se stanotte alle due verrai nel capanno degli attrezzi e mi aspetterai bendato, io ti procurerò il più grande piacere che tu abbia mai provato. Allarga le gambe e lasciami fare. La mia bocca è dolce e saprà addolcirti la notte. Un ammiratore segreto. Vieni!

Ilario rilegge quanto ha scritto. E’ una stupidaggine? Ma lui deve pur fare qualcosa. Riflette sulla firma che ha messo: “un ammiratore segreto”. Capisce che così Ermo saprà che lui è un maschio, ma non vuole sostituire “ammiratore” con “ammiratrice”. Riflette a lungo sul problema e alla fine si firma: “Chi ti ammira in segreto”. Soddisfatto della scappatoia trovata, ricopia con cura il biglietto, lo piega in quattro e se lo mette in una tasca. E ora? Come fare a consegnarlo? Va a bussare alla porta dei genitori e li informa che resterà alla pensione a leggere. Emozionato, scende di nuovo in giardino e si avvicina alle persone che attorniano la piscina. Scova una sedia a sdraio dimenticata sotto a una palma rinsecchita, la trascina verso la piscina – non troppo vicino né tanto lontano da non potersi accorgere dell’arrivo del bell’Ermete.

No, lui non c’è, ci sono soltanto panzoni e ragazzini indiavolati. Ma chissà che non venga, deve venire, io sto qui ad aspettarlo. Guarda, pensare a lui me lo fa rizzare di nuovo. Ci pianto sopra il libro non vorrei destare scandalo ma poi che faccio se non posso neppure leggere? Mi annoio mi annoierò devo restare devo restare.

Dopo poco, però, l’attenzione di Ilario cala drasticamente, addirittura lui si appisola. E’ un pallone che gli cade addosso a risvegliarlo e lui arrabbiato si alza borbottando e lo scalcia lontano destando le proteste di un gruppo di ragazzini . Il pomeriggio trascorre lentamente e man mano che il tempo passa le piscina si svuota. Ormai restano poche persone e a un tratto Ilario lo vede: Il bel giovane è uscito da una porta usata solo dalla servitù, ha un asciugamano sul braccio , indossa dei pantaloncini corti e una maglietta di cotone molto attillata che mette in luce i suoi pettorali. Cammina con scioltezza e a testa alta, come un dio che passa attraverso una folla di fedeli. Ilario è quasi tentato di alzarsi in piedi per tributargli il rispetto che il dio merita, ma poi resta immobile e lo segue con lo sguardo.

Si avvicina mi passerà accanto che cosce possenti intravedo i capezzoli che premono sulla maglietta ecco è qui hai! Allora mi ha riconosciuto, mi ha colpito con l’asciugamano e si è volto verso di me ha sorriso? Un po’, mi ha anche sorriso!

Il ragazzo osserva affascinato il suo idolo. Lo vede togliersi le scarpe da ginnastica, sfilarsi la maglietta e i pantaloncini e deporre i suoi indumenti in disparte, sull’erba, poi correre verso l’acqua e tuffarsi. Nuota veloce e i ragazzini rimasti in piscina si fermano per guardarlo. Un paio applaudono. Ilario, cercando di dimostrare indifferenza, si incammina verso gli abiti di Ermo. Si ferma guardandosi attorno, nessuno bada a lui. Rapido si china e infila il suo biglietto dentro a una scarpa. Non potrà non vederlo. Si allontana con le gambe che gli tremano dal luogo dell’audace misfatto. E’ sudato, sente il sudore sotto le ascelle, il suo cuore batte all’impazzata ma si sente vivo come non mai. L’ha fatto! Ora Ermo leggerà il suo biglietto. E poi? Poi quello che deve essere sarà. E’ eccitato ed emozionato. Corre in camera dove si fa una doccia.

Dopo aver cenato assieme ai suoi torna subito in camera rifiutando di accompagnare i genitori nella solita noiosa camminata. Ha altro da pensare lui! Cerca di leggere ma è distratto, volta pagina ma non ricorda niente di quanto ha letto, torna indietro, ma poi abbandona il libro. E’ nervoso, forse impaurito. Andrà all’appuntamento? Ma il problema è se ci andrà Ermo. Avrà sul serio gli occhi bendati? Difficile pensarlo. Prova a immaginarsi diverse scene relative a diversi possibili atteggiamenti di Ermo e arriva anche a quella in cui lui viene preso a pugni per averlo fatto venire nel ripostiglio alle due di notte. Certo che se non trova chi si aspettava …

Dunque ricapitoliamo: Ci sono soltanto un paio di ragazze qui nella pensione. Non so se erano in piscina oggi. Io c’ero e mi ha visto mi ha colpito pure con l’asciugamano. Allora si immaginerà che il biglietto sia il mio? Se sì e viene all’appuntamento sono al sicuro e potrò affondare le la bocca la lingua sul suo … lo leccherei tutto. Guarda lì sono già eccitato è duro come un piolo che faccio? A pensare quello che stasera potrebbe capitare non riesco a tenere le lontane dal cazzo. Già che ci sono che c’è di male? Sono a letto in camera mia eccitato e nervoso …. Mi farà bene.

Dopo, rilassato, Ilario si addormenta e dome come un angioletto, resta tra i suoi sogni (poco angelici) fino all’una quando si sveglia di soprassalto e guarda immediatamente l’orologio. Si è svegliato in tempo, per fortuna. Senza pensare ad altro va in bagno a lavarsi la faccia, si pettina con cura e si sistema il ciuffo con un po’ di gel finché non è soddisfatto della sua immagine. Si veste con attenzione, indossando la maglietta che più gli piace, dei bermuda e un paio di scarpe di corda. Si è anche messo un paio di mutande quasi nuove che ritiene gli mettano bene in evidenza gli attributi. Davanti allo specchio si è rammaricato per le natiche un po’ magre che a confronto alle rotondità “barocche” di Ermo fanno davvero una misera figura. Alla fine scende le scale con cautela sperando di non essere sorpreso da qualcuno, esce dall’edificio e attraversa il giardino. Il ripostiglio degli attrezzi è là, addossato al muro di cinta oltre il quale c’è la strada. Arriva davanti alla porta del ripostiglio che ha sempre la chiave infilata nella toppa, visto che all’interno ci sono soltanto sedie di plastica e qualche attrezzo per la pulizia della piscina ed entra con il cuore in gola.

Tranquillo, ancora non può essere arrivato, è presto. Be’, mica tanto presto. Dentro è buio, ma è meglio non accendere la luce. Chissà poi se c’è una lampada qui. Lascio la porta spalancata così lui vedrà che sono già qui e un po’ di luce entra dentro anche. No non c’è nessuno. Mi siedo e l’aspetto. Ecco sistemiamo una sedia qui dove poi dovrà mettersi lui mentre io sarò inginocchiato tra le sue gambe occupato sì impegnato a dargli piacere. Gli farò sfilare i pantaloni e gli carezzerò le cosce che meraviglia le sue cosce muscolose coperte di un’erotica peluria le leccherei salendo poi mi dedicherei alle palle e lui rovescerebbe la testa gemendo chissà che sapore hanno ho letto in un libro che sanno di muffa no di muschio ma scommetto che sono saporite la natura le condisce per renderle attraenti ma non ce la faccio più giù i bermuda giù le mutande oh, eccolo qui agitiamolo un po’ oddio la porta è aperta se passa qualcuno mi vede e se arriva lui? Chissà che ore sono è presto non c’è nessuno avanti con una mano mi strizzo le palle con l’altra su e giù su e giù … e se provassi a infilare un dito nel buchino? Entra sì ma è difficile ci vorrebbe qualche unguento …

Ilario si masturba tre volte prima di convincersi che il bel giovane che aspetta non verrà. Quando finalmente esce dal ripostiglio un po’ barcollante è quasi contento che la sua attesa sia stata vana. In realtà è soddisfatto così. Ha inventato un nuovo gioco a cui si dedica totalmente. Nei giorni seguenti mette altre tre volte un biglietto nella scarpa di Ermo ripetendo poi tutta la scena dell’appuntamento notturno durante la quale si masturba con passione.

L’ultimo giorno di permanenza nella pensione si reca ancora una volta in piscina nell’ora in cui è probabile incontrarvi l’oggetto della sua passione. Ormai sa che nelle prime ore del pomeriggio, quando quasi nessuno è in acqua, Ermo si allena con potenti bracciate. Infatti eccolo lì. Che spettacolo! Anche Ermo lo vede e, per la prima volta, lo saluta con la mano e gli grida: «Le mie scarpe sono là, sotto la palma». E poi riprende a nuotare come se niente fosse.

Allora sa che ero io lo sa ma non è venuto va bene lo stesso c’è stato un contatto avrà pensato qualche volta cosa volevo fargli non è arrabbiato anzi è spiritoso ma se viene fuori dall’acqua mi vergogno non so che dire.

Ilario corre verso l’edificio e sale precipitosamente le scale. Sta sorridendo e continuerà a lungo a tenersi il sorriso stampato in faccia.

FINE

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Il Biglietto nella Scarpa (racconto di Merlino)

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Il Biglietto nella Scarpa (racconto di Merlino)

Ilario è un ragazzo di quattordici anni, alto e magro, con un ciuffo di capelli biondi che porta pettinato su un occhio in onore dei cartoni animati giapponesi di cui è un fan. Controvoglia si trova al mare in una pensione a conduzione familiare dove lo hanno condotto i genitori che ancora non gli permettono di fare le vacanze da solo, come lui vorrebbe. Per giunta la pensione è lontana dal paese. “Che meraviglia la campagna – ha dichiarato il padre – silenzio e pace ovunque”. Ma Ilario non è d’accordo, non sul fatto che non ci sia pace e silenzio, ma sul fatto che tutto ciò sia meraviglioso. E poi neppure la spiaggia è vicina e occorre la macchina per recarsi a fare il bagno. Per questo la pensione è dotata di piscina – una bella piscina dove, grazie al sole, l’acqua è sempre calda – come subito hanno fatto notare i proprietari del piccolo albergo.

Dopo un paio di giorni Ilario si è già disperatamente annoiato. Gli ospiti della pensione sono tutti anziani o famiglie con bambini piccoli e lui non ha nessuno con cui stringere amicizia. I suoi lo hanno portato sulla spiaggia più vicina – venti minuti di macchina – ma anche lì non ha trovato nessuno di suo gusto ed è rimasto vicino alla madre, sdraiato a prendere il sole e a leggere un romanzo di Camilleri.

Un pomeriggio, mentre i suoi genitori sono in camera per il riposino pomeridiano, Ilario, sempre più annoiato, apre la finestra della sua stanza e lascia entrare l’aria caldissima che gli soffia in faccia come se avesse un asciugacapelli di fronte. Guarda annoiato verso il basso e scorge il bel figlio dei proprietari che si sta avvicinando alla piscina. E’ un ragazzo di vent’anni dal fisico robusto che, naturalmente, Ilario aveva già notato e apprezzato. Si muove con passo elastico, dondolandosi lentamente e tenendo le braccia lievemente scostate dal corpo. Arrivato sul bordo della piscina comincia a togliersi le scarpe da ginnastica chinandosi e allungando la mano mentre saltella in precario equilibrio.

Si spoglia? Vuol fare il bagno. Meno male che ho guardato fuori. Dai dai spogliati ecco così sfila la maglietta che fisico! E che bella abbronzatura! L’ho sempre osservato vestito da cameriere ci serve durante il pranzo sempre imbronciato senza sorridere. Oh, si sta carezzando il petto che libidine. Ora i jeans, sì ecco che se li sfila. Attento cadi! No ha un buon equilibrio. Li scuote li ripiega ordinato il tipo! Ha anche un bel sedere. Peccato che porti già il costume e meno male che è molto piccolo …. Ha ha ha vorrei sfilarglielo permetti Ermo? Ha anche un bel nome. Penso sia un’abbreviazione di Ermete che era un dio delle acque, ma anche il bello, l’amante … sì mi sembra di ricordare. Ecco si tuffa in quel brodo che è l’acqua della piscina.

Il bell’Ermo nuota avanti e indietro nell’acqua e Ilario si sforza di osservarlo, ma spesso il nuotatore è fuori dalla visuale e allora Ilario decide di scendere in giardino. Richiude la finestra ed esce dalla stanza. Scende le scale saltando i gradini due a due e poco dopo si trova sul bordo della piscina. Porta una sedia di tela fin lì e finge di essere interessato soltanto ad abbronzarsi la faccia. Socchiude gli occhi ma li mantiene abbastanza aperti da non perdere un attimo di vista il nuotatore che pare quasi di essere impegnato in una gara, tanto forza le bracciate. Dopo un po’ Ermo rallenta e si ferma, si allunga nell’acqua mettendosi sdraiato, galleggiando, languidamente in mostra e Ilario non può fare a meno di alzare la testa per osservarlo meglio.

Come sei bello! Guarda i pettorali, proprio come piacciono a me possenti e con le areole piccole e scure. Baciargli i capezzoli! Sentirli eretti sotto la lingua preludio a … Ora che il mio sguardo scende verso il basso verso il basso verso il basso il piccolo costume lascia intravedere i peli un’esile lancia di peli indica il posto segreto si insinua sotto al costume … guarda, il calore del sole deve aver risvegliato qualcosa al bell’Ermete. Ops, anche a me è successo lo stesso come faccio? Lo tocco o no? La mano scivola …. Ma dov’è finito il nuotatore? Non lo vedo più. Basta distrarsi un attimo che le visioni svaniscono.

«Che fai solo solo? Ti stai facendo una sega?»

Ermo compare con le braccia poggiate al bordo della piscina, poi si tira su e l’acqua gli scorre via dal corpo raccogliendosi in una pozza ai suoi piedi. Scuote la testa mandando alcune gocce addosso al ragazzo che resta muto, con gli occhi spalancati per la sorpresa. Poi Ilario fa scivolare via la mano che teneva stretta all’inguine e riesce a mormorare, imbarazzato: « Stavo quasi addormentandomi qui sotto al sole … ­­­­– poi con maggiore vivacità – Sai che nuoti proprio bene?».

«Lo so, partecipo anche ai campionati provinciali. Vuoi tuffarti? Io torno in acqua» dice Ermo mentre si strizza il costume agguantandosi stoffa e palle facendo ruscellare a terra una piccola cascata. Il gesto fa balzare in piedi Ilario che è arrossito in volto. «No, no, non posso …. Devo tornare in camera, grazie comunque, ma non nuoto poi molto bene. E non ho il costume, ero sceso a prendere un po’ d’aria, ma forse …» Ermo non lo sta a sentire e già si è tuffato e riprende a nuotare vigorosamente.

Avrei dovuto andare? Stavo per farlo, lui non ha aspettato. Ma non ho il costume, come facevo? Per di più ho il coso ritto. Come si fa? Mi ha parlato, come è bello! Non ho mai visto un ragazzo così bello, affascinante affascinante affascinante.

Si volta di malavoglia dopo aver lanciato un altro sguardo verso Ermo e si incammina lentamente verso la pensione. Arrivato in camera si toglie la maglietta che indossa, si sfila i pantaloncini e gli slip e si sdraia con un sospiro. E’ ancora in erezione. Ammira per un momento il cazzo che mostra già alcune gocce di desiderio, poi lo agguanta con entrambe le e comincia a masturbarsi con violenza. La testa si piega all’indietro forzando sul cuscino, il suo ciuffo biondo si allarga coprendogli buona parte del volto, un lieve rantolare esce dalla bocca socchiusa. Ben presto si levano dei lunghi spruzzi che in parte gli arrivano sul volto e sui capelli. Si distende rilassato e dopo qualche minuto si addormenta.

Quando si sveglia resta un momento confuso, si stira, si passa una mano sui capelli e li trova tutti incollati dal suo sperma. Si ricorda all’improvviso e scende dal letto precipitandosi alla finestra per cercare l’atletica figura di Ermo. Non lo vede, la piscina ora è affollata, vede molti ospiti della pensione, ragazzini che si tuffano producendo grandi schizzi, li sente gridare allegri, ma lui se n’è andato. Si infila i pantaloni e corre in bagno dove cerca di eliminare le tracce di sperma che denunciano le sue azioni “impure”, si sciacqua senza molta convinzione, poi torna in camera dove indossa anche una maglietta pulita. Tra non molto qualcuno dei suoi verrà a cercarlo e lui deve trovare una scusa per non accompagnarli al mare. Dirà che ha mal di testa e che non vuole prendere ancora del sole. Dirà che vuole sedersi all’ombra nel giardino, a leggere …. Qualcosa dirà, ma ora vuole trovare un espediente per avere un incontro con Ermo. Non sarà facile, ma deve avere il suo primo incontro d’amore. A pensare alla parola amore sente un brivido corrergli per la schiena e una mano corre a toccare il cazzo già sveglio e pronto. Ma che può fare? E’ anche timido, non riuscirà mai a dichiararsi. Si siede al tavolino sopra il quale tiene dei libri e un blocchetto su cui inizia a fare degli scarabocchi. La mano corre quasi da sola e dopo un po’ sta scrivendo delle parole. Tu non sai chi sono e non devi saperlo. Se stanotte alle due verrai nel capanno degli attrezzi e mi aspetterai bendato, io ti procurerò il più grande piacere che tu abbia mai provato. Allarga le gambe e lasciami fare. La mia bocca è dolce e saprà addolcirti la notte. Un ammiratore segreto. Vieni!

Ilario rilegge quanto ha scritto. E’ una stupidaggine? Ma lui deve pur fare qualcosa. Riflette sulla firma che ha messo: “un ammiratore segreto”. Capisce che così Ermo saprà che lui è un maschio, ma non vuole sostituire “ammiratore” con “ammiratrice”. Riflette a lungo sul problema e alla fine si firma: “Chi ti ammira in segreto”. Soddisfatto della scappatoia trovata, ricopia con cura il biglietto, lo piega in quattro e se lo mette in una tasca. E ora? Come fare a consegnarlo? Va a bussare alla porta dei genitori e li informa che resterà alla pensione a leggere. Emozionato, scende di nuovo in giardino e si avvicina alle persone che attorniano la piscina. Scova una sedia a sdraio dimenticata sotto a una palma rinsecchita, la trascina verso la piscina – non troppo vicino né tanto lontano da non potersi accorgere dell’arrivo del bell’Ermete.

No, lui non c’è, ci sono soltanto panzoni e ragazzini indiavolati. Ma chissà che non venga, deve venire, io sto qui ad aspettarlo. Guarda, pensare a lui me lo fa rizzare di nuovo. Ci pianto sopra il libro non vorrei destare scandalo ma poi che faccio se non posso neppure leggere? Mi annoio mi annoierò devo restare devo restare.

Dopo poco, però, l’attenzione di Ilario cala drasticamente, addirittura lui si appisola. E’ un pallone che gli cade addosso a risvegliarlo e lui arrabbiato si alza borbottando e lo scalcia lontano destando le proteste di un gruppo di ragazzini . Il pomeriggio trascorre lentamente e man mano che il tempo passa le piscina si svuota. Ormai restano poche persone e a un tratto Ilario lo vede: Il bel giovane è uscito da una porta usata solo dalla servitù, ha un asciugamano sul braccio , indossa dei pantaloncini corti e una maglietta di cotone molto attillata che mette in luce i suoi pettorali. Cammina con scioltezza e a testa alta, come un dio che passa attraverso una folla di fedeli. Ilario è quasi tentato di alzarsi in piedi per tributargli il rispetto che il dio merita, ma poi resta immobile e lo segue con lo sguardo.

Si avvicina mi passerà accanto che cosce possenti intravedo i capezzoli che premono sulla maglietta ecco è qui hai! Allora mi ha riconosciuto, mi ha colpito con l’asciugamano e si è volto verso di me ha sorriso? Un po’, mi ha anche sorriso!

Il ragazzo osserva affascinato il suo idolo. Lo vede togliersi le scarpe da ginnastica, sfilarsi la maglietta e i pantaloncini e deporre i suoi indumenti in disparte, sull’erba, poi correre verso l’acqua e tuffarsi. Nuota veloce e i ragazzini rimasti in piscina si fermano per guardarlo. Un paio applaudono. Ilario, cercando di dimostrare indifferenza, si incammina verso gli abiti di Ermo. Si ferma guardandosi attorno, nessuno bada a lui. Rapido si china e infila il suo biglietto dentro a una scarpa. Non potrà non vederlo. Si allontana con le gambe che gli tremano dal luogo dell’audace misfatto. E’ sudato, sente il sudore sotto le ascelle, il suo cuore batte all’impazzata ma si sente vivo come non mai. L’ha fatto! Ora Ermo leggerà il suo biglietto. E poi? Poi quello che deve essere sarà. E’ eccitato ed emozionato. Corre in camera dove si fa una doccia.

Dopo aver cenato assieme ai suoi torna subito in camera rifiutando di accompagnare i genitori nella solita noiosa camminata. Ha altro da pensare lui! Cerca di leggere ma è distratto, volta pagina ma non ricorda niente di quanto ha letto, torna indietro, ma poi abbandona il libro. E’ nervoso, forse impaurito. Andrà all’appuntamento? Ma il problema è se ci andrà Ermo. Avrà sul serio gli occhi bendati? Difficile pensarlo. Prova a immaginarsi diverse scene relative a diversi possibili atteggiamenti di Ermo e arriva anche a quella in cui lui viene preso a pugni per averlo fatto venire nel ripostiglio alle due di notte. Certo che se non trova chi si aspettava …

Dunque ricapitoliamo: Ci sono soltanto un paio di ragazze qui nella pensione. Non so se erano in piscina oggi. Io c’ero e mi ha visto mi ha colpito pure con l’asciugamano. Allora si immaginerà che il biglietto sia il mio? Se sì e viene all’appuntamento sono al sicuro e potrò affondare le la bocca la lingua sul suo … lo leccherei tutto. Guarda lì sono già eccitato è duro come un piolo che faccio? A pensare quello che stasera potrebbe capitare non riesco a tenere le lontane dal cazzo. Già che ci sono che c’è di male? Sono a letto in camera mia eccitato e nervoso …. Mi farà bene.

Dopo, rilassato, Ilario si addormenta e dome come un angioletto, resta tra i suoi sogni (poco angelici) fino all’una quando si sveglia di soprassalto e guarda immediatamente l’orologio. Si è svegliato in tempo, per fortuna. Senza pensare ad altro va in bagno a lavarsi la faccia, si pettina con cura e si sistema il ciuffo con un po’ di gel finché non è soddisfatto della sua immagine. Si veste con attenzione, indossando la maglietta che più gli piace, dei bermuda e un paio di scarpe di corda. Si è anche messo un paio di mutande quasi nuove che ritiene gli mettano bene in evidenza gli attributi. Davanti allo specchio si è rammaricato per le natiche un po’ magre che a confronto alle rotondità “barocche” di Ermo fanno davvero una misera figura. Alla fine scende le scale con cautela sperando di non essere sorpreso da qualcuno, esce dall’edificio e attraversa il giardino. Il ripostiglio degli attrezzi è là, addossato al muro di cinta oltre il quale c’è la strada. Arriva davanti alla porta del ripostiglio che ha sempre la chiave infilata nella toppa, visto che all’interno ci sono soltanto sedie di plastica e qualche attrezzo per la pulizia della piscina ed entra con il cuore in gola.

Tranquillo, ancora non può essere arrivato, è presto. Be’, mica tanto presto. Dentro è buio, ma è meglio non accendere la luce. Chissà poi se c’è una lampada qui. Lascio la porta spalancata così lui vedrà che sono già qui e un po’ di luce entra dentro anche. No non c’è nessuno. Mi siedo e l’aspetto. Ecco sistemiamo una sedia qui dove poi dovrà mettersi lui mentre io sarò inginocchiato tra le sue gambe occupato sì impegnato a dargli piacere. Gli farò sfilare i pantaloni e gli carezzerò le cosce che meraviglia le sue cosce muscolose coperte di un’erotica peluria le leccherei salendo poi mi dedicherei alle palle e lui rovescerebbe la testa gemendo chissà che sapore hanno ho letto in un libro che sanno di muffa no di muschio ma scommetto che sono saporite la natura le condisce per renderle attraenti ma non ce la faccio più giù i bermuda giù le mutande oh, eccolo qui agitiamolo un po’ oddio la porta è aperta se passa qualcuno mi vede e se arriva lui? Chissà che ore sono è presto non c’è nessuno avanti con una mano mi strizzo le palle con l’altra su e giù su e giù … e se provassi a infilare un dito nel buchino? Entra sì ma è difficile ci vorrebbe qualche unguento …

Ilario si masturba tre volte prima di convincersi che il bel giovane che aspetta non verrà. Quando finalmente esce dal ripostiglio un po’ barcollante è quasi contento che la sua attesa sia stata vana. In realtà è soddisfatto così. Ha inventato un nuovo gioco a cui si dedica totalmente. Nei giorni seguenti mette altre tre volte un biglietto nella scarpa di Ermo ripetendo poi tutta la scena dell’appuntamento notturno durante la quale si masturba con passione.

L’ultimo giorno di permanenza nella pensione si reca ancora una volta in piscina nell’ora in cui è probabile incontrarvi l’oggetto della sua passione. Ormai sa che nelle prime ore del pomeriggio, quando quasi nessuno è in acqua, Ermo si allena con potenti bracciate. Infatti eccolo lì. Che spettacolo! Anche Ermo lo vede e, per la prima volta, lo saluta con la mano e gli grida: «Le mie scarpe sono là, sotto la palma». E poi riprende a nuotare come se niente fosse.

Allora sa che ero io lo sa ma non è venuto va bene lo stesso c’è stato un contatto avrà pensato qualche volta cosa volevo fargli non è arrabbiato anzi è spiritoso ma se viene fuori dall’acqua mi vergogno non so che dire.

Ilario corre verso l’edificio e sale precipitosamente le scale. Sta sorridendo e continuerà a lungo a tenersi il sorriso stampato in faccia.

FINE

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Il Biglietto nella Scarpa (racconto di Merlino)

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Alla fermata dell’autobus (racconto di Diabolik1)

Ci sono delle giornate che iniziano male e finiscono anche peggio.
E ci sono giornate che iniziano male, che non lasciano promettere niente di buono, ma che poi improvvisamente si aprono in un barlume, facendoti uscire dall’oscurità della sfortuna e iniziare a percorrere un tratto di strada soleggiato.
Quel giorno era destino che fosse proprio così.

Al mattino, quando uscii di casa, scoprii che mi avevano rubato la macchina: di conseguenza, dapprima la denuncia a carabinieri e poi, con tutte le difficoltà del caso, l’inizio delle attività di tutti i giorni, con l’ufficio e tutto quello che ne consegue.
Nel pomeriggio, verso le sei, decisi che era giunto il momento di interrompere la monotonia di una giornata sfigata (come dicevo la giornata era iniziata male e durante la giornata nulla lasciava presagire niente di meglio) e quindi di andare in piscina per farmi una nuotata e non pensare più a tutto quello che mi era capitato.

Laura.
Laura era ormai un lontano ricordo.
Non ho più avuto il piacere di avere rapporti, anche solo epistolari o telefonici, con lei, dopo che mi aveva chiamato per farmi conoscere Elisabetta, come ho già raccontato
Da allora non ebbi più alcun contatto con lei.
Appariva sempre più evidente come un capitolo molto importante della mia vita si era definitivamente concluso.
Anche di Olga non seppi più assolutamente nulla, volatilizzata nel vento, solamente un gran bel ricordo.
Quando pensavo a lei, spesso il cazzo mi diventava duro, ma più passava il tempo meno pensavo a quell’affascinante donna di nome Olga.
E di Elisabetta cosa vi devo dire di più di quanto vi ho già raccontato ?
Quando tornai dal suo matrimonio, ogni giorno che passava avvertivo che le mie sensazioni erano sempre più contrastanti: non sapevo più se essere felice per lei oppure no, non sapevo se dovevo sentirmi triste perché la più importante storia d’amore della mia vita era finita ed io ero di nuovo solo, forse ancora più solo di prima.
Vi ho detto di quanto lei fosse stata importante per me, e quindi era normale che nel mio cuore fosse sceso un velo di tristezza, tristezza e malinconia.
Sicuramente non ero depresso, questo no, ma, per circa un anno, non cercai nessuna donna, e non ero interessato ad intessere una nuova relazione.

Diciamo che non ero sul mercato.

Ma il destino è strano e a volte ti gioca scherzi curiosi.
In piscina, quel pomeriggio, c’era il solito gruppetto di donne, non voglio dire in adorazione, ma certamente molto interessate alla mia persona (Elisabetta ci aveva tenuto molto che io curassi il mio aspetto, perchè, diceva, era un segno di distinzione e solo le persone con poco amor proprio non curano il loro corpo; e solo chi nutre rispetto e amore del proprio corpo può effettivamente amare la propria donna. La logica conseguenza di tutto questo era che se io l’amavo veramente dovevo sempre essere in forma, e, da allora, non ho più smesso di curarmi, nemmeno dopo che lei non era più con me).
Malgrado l’evidente interesse delle donne presenti, non ero minimamente interessato a loro, tanto meno all’idea di uscire con una di loro.
Elisabetta per me era stata molto importante e la mia razionalità m’imponeva di rimanere fedele al ricordo di quella magnifica donna. Capitava che la notte mi svegliassi completamente bagnato perché sognavo di fare l’amore con lei, e in quei momenti ci restavo malissimo, rendendomi conto che lei non era più accanto a me.

Quella sera, quando uscii dalla piscina dopo aver lungamente nuotato, ero veramente arrabbiato: avrei dovuto prendere i mezzi pubblici per tornare a casa e non ne avevo alcuna voglia, perchè il nuoto mi aveva stancato e desideravo soltanto rilassarmi.
Non volevo in alcuno modo affrontare la calca dell’autobus nell’ora di punta.
Ma non c’erano alternative.
Dovevo farlo.
Quando stavo per arrivare alla fermata mi vidi passare davanti l’autobus, e quindi mi si prospettava una lunga attesa.
Solo pochi secondi dopo di me arrivò una giovane ed avvenente donna sulla trentina, dall’aspetto molto curato, che dopo avermi squadrato per alcuni secondi mi si sedette accanto sul muretto, aspettando anche lei l’autobus successivo.
All’inizio non ci scambiammo nemmeno una parola.
Poi, forse per vincere la noia, cominciammo a parlare, e così scoprii che abitavamo nello stesso palazzo, e che lei era venuta a vivere nella mia città da poco; era milanese, e tutta la sua vita l’aveva passata in quella città.
A Milano, mi disse, lei conviveva con un uomo ancora sposato, e quando le venne detto del suo momentaneo trasferimento in un’altra città, fu proprio il suo uomo a convincerla ad accettare la proposta di lavoro.

Dopo circa un’ora di attesa, alcuni passanti c’informarono che c’era stato un grave incidente stradale solo cinque chilometri prima di dove ci trovavamo noi, e che l’attesa non sarebbe stata di certo breve.
Quando finalmente arrivò, l’autobus era strapieno, ma noi decidemmo comunque di prenderlo, esasperati per il ritardo.
Salimmo dunque sul mezzo pubblico, e la ragazza mi chiese se si poteva accostare a me, perchè non si fidava delle altre persone, avendo già sperimentato in quanti allungassero le ,
Ovviamente le dissi che non c’erano problemi.
Continuammo così a chiacchierare.
Le chiesi quale fosse il suo nome, e lei mi rispose che si chiamava Roberta.
A causa degli scossoni dell’autobus, spesso venivamo in contatto, e altrettanto spesso capitava che una mia mano le sfiorasse le tette (in maniera del tutto involontaria, visto che quando gesticolavo e l’autobus frenava, lei perdeva l’equilibrio e mi cadeva addosso) e una volta fu lei ad appoggiare (nella medesima situazione mia) la sua mano sul mio cazzo.
La cosa finì lì, perchè io non avevo alcuna intenzione di invischiarmi in una storia che sapevo essere perdente fin dall’inizio.
Roberta reagì in maniera evidente al contatto con il mio membro, e devo dire che nemmeno io rimasi indifferente al contatto con le sue tette.
Sembrava chiaro, però, che si trattasse solo di quel piacere che una donna, evidentemente disinibita e sessualmente libera, prova al contatto con l’uccello di un uomo.
Arrivati a destinazione, scendemmo dall’autobus e ce ne andammo nelle rispettive case, quasi senza scambiare una parola.

Dopo una rilassante e tonificante doccia, pensai ad organizzare la serata: un film ed una pizza sembravano una prospettiva abbastanza allettante:
Stavo ormai per uscire di casa, quando sentii delle urla provenire dall’appartamento di Roberta.
Origliando vicino al muro, sentii che lei era inferocita perchè il suo uomo le stava comunicando la decisione di tornare con la moglie, e che perciò le avrebbe spedito tutti i suoi vestiti al suo nuovo indirizzo, e che non si sarebbero più rivisti.
Le grida della ragazza crescevano sempre di più.
Poi, d’improvviso, cessarono.
In cuor mio pensai a quanto il mondo fosse strano: Roberta era veramente attraente ed era rimasta sola… ed io… beh… di me sapete già tutto quello che serve sapere.
Mi era comunque passata la voglia di uscire.
Mi cambiai, togliendomi gli abiti che avevo indossato per uscire, accesi la televisione e continuai a pensare alla ragazza.

Mentre sprofondavo in quei pensieri, mi addormentai come un sasso.
Dopo circa due ore di sonno, sentii che il campanello di casa suonava con insistenza.
Pensai subito a qualche vecchio vicino rompicoglioni, pronto a lamentarsi per il volume della televisione, anche se l’audio era molto basso.
Insonnolito andai ad aprire alla porta e…

Per un attimo mi chiesi se aprire, visto che ero in pantaloncini corti e nient’altro, ma andai lo stesso a socchiudere la porta: di fronte a me, e con mia grande sorpresa, c’era Roberta.
Lei era magnifica.
Indossava una minigonna attillata nera (di quelle che si usano nelle serate in cui vuoi fare colpo su qualcuno ma non ti vuoi impegnare troppo) con delle calze leggerissime e che mostravano tutta l’avvenenza delle sue splendide gambe: sopra portava un body bianco senza reggiseno, da cui trasparivano i capezzoli.
La ragazza aveva un seno magnifico, sodo e dalla forma perfetta, e dalle proporzioni veramente molto interessanti.
Roberta era truccata di tutto punto.
Le labbra erano di un rosso intenso, quasi scuro, e le erano lunghe e sottili: alle dita non portava anelli, mentre le unghie erano laccate di un rosso intenso, della stessa gradazione del rossetto.
Ai piedi calzava un paio di scarpe con il tacco a spillo, di almeno una decina di centimetri, e i capelli erano di un biondo lucente, pettinati con la riga da una parte, e legati dietro in un romantico e sensuale chignon.
Era una visone veramente straordinaria.
Roberta sembrava quasi una donna uscita da un film di Bogart: sensuale ed altera allo stesso tempo.

Io, quando mi sveglio, ho un piccolo problemino, che a volte diventa l’artefice di situazioni molto interessanti: ho il cazzo sempre in erezione e anche quella sera era così, e dai pantaloncini il tutto veniva sottolineato in maniera assolutamente evidente.
Per nulla imbarazzata dal fatto che io fossi in quelle condizioni, Roberta entrò chiedendomi se avevo dello champagne perché voleva festeggiare; io le domandai che cosa lei volesse festeggiare, e lei mi rispose che io, senza dubbio, avevo ascoltato la sua litigata con il compagno che aveva a Milano. Dopo aver pianto ed essersi disperata per una buona ora, aveva deciso che bisognava festeggiare, sia la sua liberazione da uno stronzo, sia il fatto che lei era tornata single.
Le chiesi un attimo per indossare qualcosa di più appropriato per l’occasione, ma lei senza scomporsi più di tanto mi disse che i bei corpi vanno mostrati senza vergogna e che a lei faceva piacere vedere un bel corpo maschile.
Poi mi disse che nel pomeriggio il suo capo le aveva chiesto di rimanere a lavorare nell’ufficio della mia città, e che però le aveva dato dei giorni per pensarci, ma ormai lei era sempre più orientata orientata ad accettare la proposta del suo capo.

Da parte mia le dissi che ero felice che lei avesse deciso di non tornare a Milano.
Andai a prendere lo champagne e le dissi che dovevo prendere i calici, ma lei mi interruppe e maliziosamente mi provocò, dicendomi che avremmo bevuto dalla sua scarpa nuova: la cosa mi fece ulteriormente drizzare l’uccello.

Quella donna emanava una carica erotica pazzesca, e l’avevo percepita anche sull’autobus, ma allora sembrava trattenuta come se si stesse sforzando di rimanere calma: ora i freni inibitori, evidentemente, non avevano più ragione di rimanere tali e la straordinaria sensualità di Roberta esplose in tutta la sua intensità.
La vidi prendere la bottiglia e mettersela in mezzo alle tette e allontanarsi da me, dandomi le spalle: io, per parte mia, non riuscivo più a controllarmi. Era da più di un anno che non toccavo una donna e dallo stesso tempo che non provavo un desiderio sessuale così forte e dirompente.
Andai verso di lei, la voltai verso di me e poi, prendendola per i fianchi, la tirai verso di me: poi, presa la bottiglia e posatala su un tavolino, baciai la ragazza sulla bocca, e lei si fece trasportare dal mio bacio fino al punto che, mentre le nostre labbra erano ancora unite, le sue mi tolsero i pantaloncini, iniziando a farmi un’incredibile sega.

Ormai il dado era tratto.
In me un pò di senso di colpa si affacciò, ma poi mi ricordai di una mail di Elisabetta che mi annunciava di essere incinta, dimostrandomi che la sua vita matrimoniale andava a gonfie vele; e allora perché io dovevo continuare a fare il cretino e perdermi tutte quelle occasioni? Ma, soprattutto, perché dovevo perdermi una donna sicuramente attraente, giovane, sexy e così incredibilmente infoiata? Non riuscii a trovare una risposta adeguata a quelle domande, perché di fatto non ne esistevano.

Le tirai giù la gonna e poi le slacciai il body, infilandole un dito nella fica già bagnata dei suoi umori.
Quando la penetrai con il dito lei lasciò le mie labbra e mi sussurrò che nessuno l’aveva mai penetrata con tanta sicurezza prima e che mi voleva dentro di se.
Lei s’inginocchiò ai miei piedi, e iniziò a spompinarmi il cazzo ormai duro come il marmo: quindi si distese sul divano ed io le andai sopra e senza dire nulla, con un unico e deciso colpo, entrai in lei.
Roberta emise un urletto di piacere e poi mi disse, senza troppi giri di parole, di scoparla tutta.
Dopo alcuni minuti in cui la penetravo in quel modo, uscii da lei e le dissi di mettersi a pecorina; lei mi assecondò, senza alcuna vergogna o pudore, mostrandomi il suo magnifico culo.
Ma il mio bersaglio, in quel momento, era ancora la sua incredibile fica: entrai in lei senza difficoltà dal momento che era completamente fradicia.
Mi muovevo in lei senza problemi, provocandole continui orgasmi.
Ripensai per l’ultima volta alla mia Elisabetta, e pensai a quando le feci perdere il controllo, facendola godere senza vergogna e facendole fare delle cose incredibili per una donna come lei.

Roberta continuava a venire senza più interruzione, ma ormai era giunto anche il mio momento: le esplosi tutto il mio piacere dentro, con lei che mentre venivo quasi urlava “… si amore inondami tutta con il tuo sperma… sii… ti amo…” (beh, scritto così non sembra niente, ma sentito dire in quell’incredibile eccitazione mi regalò momenti di grande emozione).

A Roberta tutto questo non poteva bastare.
Festeggiammo la fenomenale scopata bevendo lo champagne, e poi lei mi chiese di farci una foto e di mandarla per mail al suo ex.
Il testo era di una crudeltà unica: gli diceva che con me era finalmente riuscita ad avere degli orgasmi, e che poteva tornarsene da quella cornuta della moglie, perchè a lei non importava più niente di lui.

Quando ebbi di nuovo le pile cariche, presi dal comodino della camera da letto un gel per massaggi erotici e cominciai a massaggiarla tutta; quando arrivai ai seni, prima di spalmarle il gel, le succhiai con avidità i capezzoli, facendola rabbrividire di piacere.
Quindi ricominciai il mio massaggio, scivolando velocemente sul ventre piatto e teso, per poi dedicarmi alla fica e al culo di quell’instancabile dea del .
Nel momento in cui iniziai a giocare con il suo clitoride, Roberta perse la testa: sembrava proprio essere ripiombata in quell’abissso di desiderio e di passione in cui si trovava solo qualche minuto prima.
Dopo un pò mi chiese di penetrarla: voleva sentire le mie dita dentro di lei.
Non ragionava più: era solo il piacere a guidarla, solo il desiderio sessuale spinto al parossismo.
La penetrai come lei voleva e, dopo alcuni interminabili secondi, uscii da lei ed iniziai a massaggiarle il culetto, quel suo magnifico culetto, elastico e pieno di vita, un culetto assolutamente perfetto e per questo assolutamente desiderabile.

Prima le massaggiai le natiche e poi iniziai ad affrontare l’abisso dello spacco, il canyon del piacere e della lussuria: e poi, con molta circospezione, lei mi disse di essere vergine. Sembrava quasi vergognarsi di questo, e quando io le dissi che la cosa mi faceva impazzire e che se lei me lo permetteva le avrei fatto conoscere il lato B dell’amore, la ragazza m’invitò a non indugiare oltre e a farla impazzire.
Ormai avevo le dita completamente unte di gel e quindi entrai dentro di lei senza farle male, prima con un dito, poi con due.
Decisi di interrompere per qualche istante di occuparmi del suo culetto per penetrarla con forza: anche io non ero più tanto lucido e visto che volevo perdere il controllo entrai in lei senza indugi.
Più mi muovevo e più lei urlava e mi implorava di farla godere.
E fu allora che decisi d’incularla di nuovo con le dita: lei urlò dal piacere, e poi mi confessò che quella doppia penetrazione era per lei un sogno erotico che andava avanti da anni, ma che non aveva mai avuto il coraggio di confessare a nessuno, e che nessuno prima di me aveva avuto l’ardire di farle provare.
Dopo alcuni minuti di quel trattamento decisi di invertire le parti: con le dita avrei dato piacere alla fica e con il mio membro, di nuovo duro come l’acciaio, mi sarei infilato nel culetto di Roberta.
Devo dire che mantenere il controllo fu veramente difficile, ma io non volevo farle male, desideravo che anche per lei fosse un piacere incredibile, visto soprattutto che per Roberta era una sorte di desiderio inconfessato e inconfessabile, insomma il suo sogno erotico segreto.
Quando mi accorsi che ormai il suo posteriore mi aveva accettato, presi a muovermi con sempre maggiore sicurezza, e allora prima lei e poi io perdemmo nuovamente il controllo regalandoci il più profondo e autentico piacere.
In quei lunghi momenti le regalai una quantità di orgasmi, uno più forte e prolungato dell’altro:
Alla fine, quando venni pure io, cademmo esausti e totalmente appagati: Roberta mi disse che nella sua vita non aveva mai provato un piacere così intenso e profondo che le sconquassasse l’anima e che, cosa per lei veramente inaspettata, si era innamorata di me. Anche io le confessai di provare dei sentimenti profondi e inattesi.

Sono passati 3 anni da quella notte di sfrenato e molte altre ne sono seguite.
Io e Roberta viviamo insieme da allora: dopo pochi giorni lei si trasferì a casa mia, che da allora è diventata la nostra casa.

Le mie sensazioni riguardanti la fine dell’epoca del sfrenato e selvaggio, e fatto sempre con donne diverse, si rivelarono corrette.
Ora la mia vita è con Roberta, e siamo felici e sessualmente appagati.
Ci confessiamo tutti i nostri desideri e li realizziamo insieme.
In fondo, anche raccontarvi questi avvenimenti della mia vita fa parte del nostro comune percorso di vita erotica.
E forse ancora altri seguiranno…

FINE

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Alla fermata dell’autobus (racconto di Diabolik1)

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Regalo di compleanno 4 (racconto di Diabolik1)

Erano trascorsi solo pochi giorni da quando avevo accompagnato Sam alla stazione, e mi sembrava di sentire ancora il suo profumo. Sam si era rivelata una donna di una solarità e di una sensualità uniche.
Per me era difficile dimenticarla, anche perché, a dire il vero, ero io che non volevo assolutamente dimenticarmi di lei.
Laura e Olga erano state delle amanti fenomenali, certo, ma dopo qualche giorno ero riuscito a superare il fatto che ero stato lasciato, o, per meglio dire, che il tempo a nostra disposizione era terminato: con Sam le cose erano molto diverse, perchè il suo ricordo ed il suo profumo erano dentro di me.

All’epoca di questi avvenimenti io avevo ventitre anni e, come avevo raccontato anche nella storia precedente, non attraversavo un bel momento; Sam mi aveva allietato nei tre giorni in cui ci eravamo frequentati, ma poi la tristezza si era impadronita di nuovo del mio animo e forse ancora con maggior intensità.
Quello che desideravo era avere una storia normale, innamorarmi e magari poi essere lasciato, ma non ce la facevo proprio più ad avere solo pochi giorni per andare a letto con una donna che, inevitabilmente, non avrebbe mai provato nulla di particolare per me, se non quella irresistibile attrazione fisica che porta due sconosciuti, che non hanno niente altro in comune, a fare del , sicuramente del magnifico , ma pur sempre solo .
Solamente la storia d’amore tra Laura e Olga era proseguita oltre la notte di di cui vi ho già narrato: lo venni a saperei solo nel momento in cui Laura mi telefonò per farmi conoscere la protagonista di questa storia.
Laura e Olga avevano vissuto per un certo periodo insieme, ma poi avevano scelto di fingere di essere eterosessuali, per non sfidare le convenzioni: questo aveva reso il loro rapporto più complicato, e Laura, quando poteva, desiderava solo stare con la sua amata.

Come vi avevo già detto in passato, io non rividi mai più Laura.
Lei, però, mi telefonò a casa e, come sempre, portò nella mia vita una nuova ventata di e di allegria.
Quando si trattava di Laura lo scompiglio era inevitabile.
La mia amica non passava di certo inosservata, nemmeno nei momenti in cui non era sua intenzione farsi notare; figuratevi voi quando invece il suo scopo principale era proprio quello di gettare tutti quanti nel panico più totale!!!
E con me ci riusciva benissimo.
Penso che lei avesse capito quanto per me fosse importante l’aspetto del coinvolgimento cerebrale: la donna che io desideravo al mio fianco mi doveva coinvolgere totalmente, fin dal primo istante, in modo tale che la mia voglia di e di conquista fosse ad un livello così elevato da permettermi di sedurre donne molto più esperte di me, e di riuscire ad irretirle nei miei giochi, e non solo in quelli erotici.

Laura mi chiese scusa di essere sparita per l’ennesima volta, ma la sua attuale vita sentimentale (con Olga e, da quello che mi parve di capire, non solo con lei) non le permetteva di avere tempo libero da dedicare ai suoi vecchi passatempi preferiti, tra cui c’ere naturalmente anche il sottoscritto.
Per porre rimedio, e ricordandosi della mia passione per le donne sulla quarantina, pensò bene di farmi conoscere una donna della mia stessa città, una persona alla cui amicizia Laura teneva moltissimo.
Sulle prime credetti che lei stesse scherzando, ma poi mi resi conto che la sua era una proposta reale.
Pensai per un attimo di rifiutare, ma poi la curiosità mi spinse ad accettare l’ennesima proposta indecente che mi proveniva da quella donna che tanto aveva influito non solamente sulla mia educazione sessuale, ma anche sul mio umore di quei giorni.
L’accordo con Laura prevedeva che io incontrassi come per caso Elisabetta (anche se lei era a conoscenza del fatto che un giovane sarebbe entrato in qualche modo nella sua vita) , soprattutto perché la donna temeva che si potesse pensare che lei, a causa della disperazione più totale in cui era caduta dopo la fine del suo matrimonio, avesse contattato un gigolò per dimostrare a tutti che lei avesse superato il suo dolore.
Laura non volle, per nessun motivo al mondo, raccontarmi di lei e del suo passato, se non che la sua amica era una donna triste, e che aveva bisogno di una storia d’amore che la facesse rivivere le gioie dell’innamoramento, e non soltanto del puro e semplice.
Queste prospettive mi convincevano sempre di più ad accettare.
Ma l’informazione per me fondamentale fu che non mi venivano dati dei giorni e delle settimane per fare la sua conoscenza; insomma, potevo avere tutto il tempo necessario per innamorami di lei, e farla innamorare di me.
Poi la storia sarebbe anche potuta finire, magari quando tra di noi le cose non avessero più funzionato, esattamente come nelle di tutti i giorni.
Ormai il mio coinvolgimento era totale e non vedevo l’ora di fare la conoscenza di Elisabetta, di vedere come era fisicamente e caratterialmente; il mio io più profondo non riusciva più a fare a meno dell’idea di questa donna.

Elisabetta era rientrata nella sua città natale da poco tempo, dopo aver vissuto molti anni negli Stati Uniti.
Era sposata e, al rientro in Italia, suo marito, come vi avevo già accennato, decise di chiedere il divorzio: ovviamente questa situazione l’aveva gettata in uno stato di prostrazione da cui non riusciva a venirne fuori ed io avrei dovuto, diciamo così, tirarla su di morale (o almeno queste erano le intenzioni di Laura).
In quei giorni non mi sentivo proprio la persona più adatta per tirare su di morale qualcuno, ma come sempre risposi puntualmente e in modo affermativo a quanto richiesto da colei a cui tutto dovevo in campo sessuale.

L’appuntamento con Elisabetta sarebbe stato a mezzogiorno di un primaverile sabato in un famoso bar del centro della mia città: per riconoscerci, avremmo dovuto portare degli oggetti convenzionali, ma di uso comune, nulla che potesse far pensare a qualcosa di precostituito.
Infatti scegliemmo due telefoni cellulari e, inoltre, io dovevo portare un fazzolettino blu notte nel taschino della giacca e lei una particolare borsa appoggiata sul tavolino del bar.

Arrivai all’appuntamento con Elisabetta vestito in modo sportivo, ma alla moda: indossavo una camicia bianca botton down, una giacca blu con l’immancabile fazzolettino blu, e un paio di jeans sapientemente invecchiati.
Ai piedi calzavo un paio di scarpe inglesi allacciate.
Il mio fisico alto e slanciato, ma con una buona dose di muscoli scolpiti con anni di nuoto e di palestra, lo sguardo dagli occhi neri e molto penetranti (così mi hanno detto alcune donne che ho frequentato) e i capelli nero corvino completavano il ritratto di un giovane che certamente non passava inosservato quando passeggiava per la strada.
Quel giorno ero emozionato come quando uscii per la prima volta con una ragazza:
Mi ero cambiato i vestiti almeno 3 volte, perchè volevo fare una bella impressione, e speravo che il tutto si potesse rivelare una storia importante, anche perchè le condizioni in cui mi trovavo erano assolutamente ideali.
E poi la vidi, i miei occhi si posarono su Elisabetta, e devo dire che, almeno da parte mia, fu subito amore.

Elisabetta era una donna sicuramente alta ma perfettamente proporzionata: i capelli erano lunghi fino alla vita, leggermente mossi e rossi, con sfumature tendenti al biondo.
Gli occhi erano di un verde intenso e la carnagione incredibilmente abbronzata data la stagione non propriamente avanzata e il colore dei capelli che faceva pensare ad una pelle più chiara: aveva delle labbra carnose, ma non volgari, e il seno era prosperoso ma non eccessivo.
Il naso non era particolarmente piccolo, ma dritto ed elegante.
Elisabetta era perfettamente truccata: i suoi punti forza erano gli occhi e le labbra, e quindi il trucco puntava a mettere in evidenza gli occhi con i colori che andavano dalla terra rossa al verde, mentre il colore delle labbra ricordava quello dei capelli.
I denti erano un qualcosa di magnifico, bianchi e regolarii.
Le erano eleganti, dalle dita lunghe ed affusolate, e le unghie erano smaltate di bianco, in contrasto con la carnagione così scura: la straordinaria bellezza delle sue era impreziosita da alcuni anelli, che sembrava fossero stati scelti con cura per mettere in risalto le dita.
Quel giorno del nostro primo incontro Elisabetta era vestita in modo sportivo ma assolutamente ricercato ed elegante; indossava una giacca nera con taglio da equitazione e sotto la giacca portava una maglia con il collo a v con una scollatura abbastanza pronunciata e che evidenziava l’arco superiore del suo avvenente seno.
Al collo aveva una semplicissima collana d’oro bianco con un brillantino che dava luce alla sua magnifica pelle.
I pantaloni erano attillati ed elasticizzati e sembravano fatti a posta per mettere in evidenza sia le forme perfette del sedere, sodo e a mandolino, sia delle cosce, lunghe e snelle L’immagine di questa splendida donna era completata da un paio di stivali neri, come nero era il colore sia della maglia che dei pantaloni, con un tacco dorato di una decina di centimetri.
Per quello che si vede in giro in un certo tipo di bar del centro, devo dire che nessuno dei due aveva scelto un abbigliamento da rimorchio: eravamo vestiti alla moda, in modo sportivo, ma elegante e con nessun indumento eccessivamente sexy e aggressivo.

Scoprii, nei mesi successivi, e con profondo piacere, che Elisabetta non era una di quelle donne che studiano il loro look fin nei minimi particolari: era elegante di natura, e dai suoi occhi saettavano lampi di luce che potevano far volare noi maschietti nel paradiso della gioia e del piacere, oppure mandarci all’inferno dell’infelicità.
Con lei non c’erano mezze misure, era chiaro.
Con Elisabetta sarebbero state vere e proprie montagne russe, in tutto quello che avremmo fatto.

Io ed Eilisabetta ci salutammo come fossimo due vecchi amici, con profusione di baci ed abbracci, e nessuno avrebbe mai sospettato che c’eravamo conosciuti in quel momento; devo ammettere che nel preciso istante in cui posai i miei occhi su di lei sentii di averla conosciuta da sempre.

Ci sedemmo al bar e cominciammo a fare conversazione e a parlare del più e del meno, cercando di fare amicizia e capire se effettivamente avevamo qualcosa in comune.
Quindi decidemmo di fare una passeggiata per il centro della città.
Ad un certo momento le cinsi le spalle con un braccio, e lei rispose mettendo il suo intorno alla mia vita e appoggiando la testa sulla mia spalla, ringraziandomi perché stavo rendendo il nostro incontro estremamente piacevole: poi accennò un bacio sulla guancia, ma anche io le volevo darle un bacio e fu così che le nostre labbra s’incontrarono, e i baci divennero tanti e sempre più appassionati fino a che le nostre lingue si avvilupparono, in un intreccio che rivelò tutta la passione di cui potevamo essere capaci.
Elisabetta si staccò a fatica da me e mi accarezzò una guancia, chiedendomi di non correre troppo, e che anche lei sentiva molto trasporto nei miei confronti, ma voleva che le cose accadessero con calma. Io le chiesi scusa della mia irruenza e le promisi che avrei rispettato i suoi tempi.

Il resto del pomeriggio lo passammo così, da veri amici, ma il desiderio di fare l’amore era ogni istante sempre più forte in me. Quella sera l’accompagnai a casa abbastanza presto e ci demmo un bacio sulle labbra, ma nulla più, perchè ogni promessa è un debito.
Prima di lasciarci ci scambiammo i numeri di telefono e tornato a casa ebbi l’irrefrenabile desiderio di chiamarla, di sentire la sua voce, ma venni anticipato.
Elisabetta voleva sapere se fossi tornato a casa, e quando le risposi subito al telefono, lei mi disse che le mancavo e che mi voleva rivedere il giorno seguente.

L’appuntamento era fissato per la mattina sul presto, per prendere la macchina e andare a passare il nostro primo fine settimana in Toscana.
Quando arrivai sotto casa sua lei, al citofono, mi chiese di salire e, con un filo di voce, mi disse che aveva sentito la mia mancanza. Io le avevo comprato un mazzo di fiori e quando lei aprì la porta mi abbracciò teneramente, dicendomi che non avevo bisogno di fare certe carinerie perché lei si era già innamorata di me.
E fu così che per la seconda volta baciai Elisabetta.
E questa volta non ci fermammo al bacio.
Lei mi sussurrò se facevamo in tempo a fare l’amore prima di partire, perché lei non poteva più resistere:
Non persi tempo e la spogliai, la presi in braccio e l’adagiai sul letto: e fu lì che lei mi spogliò, e quando fui completamente nudo anche io, Elisabetta mi abbracciò mentre iniziavamo ad accarezzarci.
Lei prese in mano il mio cazzo e cominciò un lento massaggio, forse la sega più arrapante e più romantica che mi sia capitato di ricevere. Io, invece, cominciai a baciarla sul collo e a leccarle i capezzoli, che al solo contatto con la mia lingua divennero subito turgidi, e con la mano cominciai a toccarle la fica rasata di fresco; poi ci mettemmo in posizione per un fenomenale sessantanove.

Leccarle la fica fu come entrare in un negozio di essenze.
Il suo sapore mi penetrò nelle narici naso e non mi lasciò per molto tempo; cominciai con leccarle i lati della fica, per poi iniziare un lento e calmo massaggio delle grandi labbra, e più lei ansimava e più io mi andavo accentrando, cercando di darle delle passate sempre più lunghe e profonde.
Nel frattempo lei mi prese in bocca il cazzo, già duro e teso allo spasimo, e mentre io la leccavo lei cominciò un lento e potentissimo pompino.
I colpi della mia lingua ormai la scuotevano dentro, e ogni colpo rappresentava un urletto di piacere soffocato dalla presenza del mio uccello trattenuto fra le sue labbra.
Elisabetta era prossima all’orgasmo e fu solo in quel momento che smise di succhiarmi il cazzo, esplodendo in un violentissimo orgasmo.
Non appena le fu passata la foga di aver goduto, riprese in bocca il mio arnese e lo leccò con estrema abilità: quindi se lo sfilò dalla bocca e ricominciò a farmi la sega precedentemente interrotta.
C’è da dire che se prima lei era stata magnifica, dopo aver goduto la sua maestria arrivò al punto che la supplicai di porre fine a quella lenta ed erotica tortura, facendo venire anche me.
Ed Elisabetta non se lo fece ripetere due volte: atteggiò le labbra a cuoricino e si fece entrare in bocca il mio membro e con solamente tre colpi mi fece venire con violenza, lasciandomi al contempo una sensazione di grande dolcezza e di amore infinito.

Passata l’eccitazione ci vestimmo, e fu allora che Elisabetta mi fece la prima gradita sorpresa.
Mi confessò che ormai per lei quella non era più casa sua, che quello era un luogo che non le apparteneva più in alcun modo; era stato fra quelle mura che il marito le aveva annunciato che avrebbe chiesto il divorzio, e per lei era stato importante esorcizzare quel luogo di dolore, facendoci l’amore con me.
A quel punto, mi disse, si sentiva pronta per iniziare una nuova vita con l’uomo che amava, e mi chiese se poteva venire a vivere a casa mia.
Io, da parte mia, trovai la cosa assolutamente fantastica e le dissi subito di sì.
Durante la notte lei aveva già fatto tutte le valigie e le aveva nascoste in una cabina armadio in camera da letto: prima di tirarle fuori voleva essere sicura che anche io fossi felice di vivere con lei e soprattutto fossi disposto ad ospitarla a casa mia.
Le caricammo in macchina e partimmo alla volta del nostro primo weekend romantico.

Arrivati alla nostra destinazione trovammo un albergo ed Elisabetta salì nella stanza assegnataci con le borse per il nostro weekend, mentre io parcheggiavo nel garage la macchina con dentro il carico delle sue valigie.
L’aspettai giù alla reception e quando lei scese ce ne andammo in giro per la città.
Fu sufficiente che io le dessi un bacio sul collo per riscatenare in noi il più profondo desiderio.

Come ho già avuto modo di raccontare, io ho avuto un’intensa vita sessuale da quando Laura m’insegnò tutto quello che sapeva sul e sul modo di sedurre le donne, ma non provai, e non ho più provato, una passione così travolgente per una donna.
Mi sono innamorato ancora dopo Elisabetta, ma devo riconoscere che l’eccitazione che mi proveniva dal contatto con la sua pelle rappresenta ancora oggi un qualcosa di unico, e che nonostante tutti gli anni che sono passati non sono più riuscito a provare per nessuna altra donna simili sensazioni. Elisabetta rappresentava per me una sorta di angelo e di oggetto del desiderio: nulla in lei avrebbe mai potuto lasciar pensare alla lascivia e alla più sfrenata libidine:
Lei era così.
Quando eravamo per strada, in mezzo alla gente, era la persona più candida del mondo: ma quando poi ci ritiravamo in casa, i suoi occhi cambiavano, diventando di brace, e in lei si leggeva ardere solo il fuoco del desiderio, il desiderio di essere posseduta dal suo uomo e di possederlo a sua volta.
Non dico che con le donne che ho avuto dopo di lei non ho provato più passione e desiderio sessuale, ma è stato tutto diverso, diverso, ma ugualmente intenso, e forse in un caso anche più intenso, ma decisamente diverso.

Rientrati in albergo non feci in tempo a chiudere la porta della camera che già le mie si erano protese per spogliarla di quegli abiti che m’impedivano di godere della magnifica ed erotica vista del suo splendido corpo nudo.
Elisabetta, dopo aver fatto l’amore, mi confessò di non aver mai perso il contatto con la realtà, di non essere mai riuscita a perdere il controllo di se e a scatenarsi fino in fondo, di non essersi, quindi, mai trovata in un mondo di sfrenata libidine, quella che ti fa fare cose che tu abitualmente non faresti mai.
La sua razionalità non l’aveva mai abbandonata.
Lei pensava che forse il suo matrimonio fosse fallito anche per questo, ma, in tutta onestà, io a questa storia non ci ho mai creduto, e le feci capire che la colpa non era sua, ma di chi aveva fallito non riuscendo a farla godere come si deve.

Il nostro weekend toscano proseguì felicemente all’insegna del buon cibo, del vino e del , quello fatto da due persone innamorate l’una dell’altra, ma io avevo già in mente il nostro rientro a casa: un rientro fatto dei fuochi artificiali della passione e del desiderio, i fuochi artificiali che l’avrebbero gettata in un universo di sensualità e perversione da cui speravo non volesse più uscire. A quel punto il mio unico desiderio era di renderla felice, e avevo capito che lei sarebbe stata totalmente mia solo se fossi riuscito a farle perdere il controllo del suo corpo e, di conseguenza, delle sue emozioni.
Volevo che per lei fare l’amore con me non si riducesse ad una semplice scopata, magari una fenomenale scopata, ma niente altro; volevo che ogni volta che io e lei fossimo entrati in contatto fisico, per lei iniziasse una specie di viaggio tra le stelle, in un universo in cui la percezione del proprio corpo era diversa, un mondo in cui non c’è più razionalità, in cui tutto quello che la tua immaginazione crea si può e si deve trasformare in realtà. E nei momenti in cui avessimo finito di fare l’amore, il suo cervello risultasse completamente sgombro dai pensieri, che per lei ci fosse solo la felicità che ti provoca il fatto con una persona che conduce il partner nel paradiso del piacere e della libidine.

Quella sera, al rientro in città, la portai a casa mia e le dissi di preparare un bagno caldo e di non preoccuparsi d’altro, perché a tutto il resto ci avei pensato io.
Infatti uscii e mi recai in un noto ristorante di pesce del centro, dove comprai quaranta ostriche e due aragoste, che mi feci preparare, e del caviale di tipo beluga, nonchè sei bottiglie di Cristal.
Quando arrivai a casa non le dissi nulla: volli solo che andasse a fare un bagno caldo e che usasse un certo bagno schiuma al muschio bianco, dal forte odore per me afrodisiaco, e che accendesse tutte che candele che avevo in casa: io la raggiunsi dopo alcuni minuti, già nudo e con tutta la cena preparata.
Cenammo nell’acqua, e ad ogni mio contatto il suo corpo fremeva sempre di più.
Quando le dissi che volevo bere lo champagne direttamente dal suo seno, lei mi fece un segno di assenso e io iniziai a versare lo champagne sulle sue tette, leccando avidamente i suoi capezzoli incredibilmente duri: quindi le chiesi se anche a lei veniva in mente un modo sensuale per bere quel nettare degli dei.
Lei mi fece immergere il cazzo nel calice colmo di champagne, e poi cominciò anche lei a leccarmi e succhiarmi l’uccello, provocandomi quasi del dolore da quanto era eccitata, così incredibilmente sexy.
La feci piegare e le misi del caviale nel solco tra le natiche, e poi cominciai a leccarlo, cercando di inumidirle al meglio il buco del culo.
Ero pronto a smettere non appena lei me lo avesse chiesto, ma, sarà stata l’atmosfera, lo champagne o il cibo altamente afrodisiaco, Elisabetta arrivò a perdere il controllo di se stessa, e anche io, ad un certo punto, non capivo più quello che stavo facendo, stravolto dalla mia e dalla sua eccitazione.

Volevo che anche lei scoprisse quanto fosse fantastico perdersi totalmente nel corpo dell’altro, là dove finisce il mondo della razionalità ed inizia quello dell’amore, dell’eros e del piacere senza confini; volevo iniziare il mio viaggio nella libidine con la donna amata e speravo che anche lei non aspettasse altro.
Mentre la leccavo, Elisabetta non faceva altro che contorcesi e mugolare sempre di più: era evidente che quelle mie attenzioni la stavano portando ad un punto in cui l’unica realtà effettivamente percepita era la mia lingua, o comunque la parte del mio corpo votata a darle piacere.
Quando percepii che il suo corpo era pronto, cominciai ad accostare un dito al buchetto del suo sedere.
Nel momento in cui lei lo sentì, reagì esattamente come io mi immaginavo: si rilassò ancora di più, proprio come un tacito assenso a che io entrassi in lei da quello stretto orifizio.
Sicuramente quando la penetrai il dolore che lei avvertì fu intenso, ma di pari intensità fu la scossa di piacere che le pervase tutto il corpo.
E infatti, dopo l’urlo iniziale che le sfuggì dalle labbra, mi pregò di andare avanti e di farla godere.
Dopo un attimo di attesa per fare si che il suo corpo si abituasse a quel dolce e malizioso intruso, iniziai a muovere il dito in quello splendido culo; poi introdussi anche il secondo dito, ma a quel punto il suo corpo era pronto e non ebbi più alcun tipo di problema e le mie dita presero ad affondare come un coltello dentro un pane di burro.
Fu Elisabetta a sorprendermi, chiedendomi di incularla e che voleva sentirmi dentro, voleva il cazzo nel suo culo ormai fradicio di ogni possibile sua libidine.
Io l’accontentai senza indugio: la presi per i capelli e poi con delicatezza, ma con molta decisione, la penetrai con il mio uccello, e lei si sciolse in un continuo orgasmo, aiutata anche dal fatto che con la mano destra cominciai a massaggiarle il clitoride, duro ed infuocato. Le mie attenzioni sempre più pressanti ed a tratti anche impetuose culminarono in una scarica incredibilmente violenta di piacere, che squassò Elisabetta proprio nel momento in cui anche io stavo per venire: le chiesi se voleva che uscissi, ma lei non volle sentire ragione e mi supplicò di esplodere tutto il mio piacere dentro il suo magnifico culo.

Alla fine di quella fantastica serata crollammo esausti l’uno di fianco all’altra, scambiandoci sguardi e baci di gratitudine, totalmente privi di desiderio, ma pieni di amore; poi ci addormentammo, stravolti ma totalmente appagati e felici per aver sconfinato nel mondo della libidine più sconvolgente.

Credo di poter affermare senza alcuna paura di essere smentito che fu in quel momento, in quella magica notte che Elisabetta ed io ci legammo in modo profondo, che nulla fu più come prima.
Ogni volta che facevamo l’amore per noi iniziava quasi un’esperienza extra sensoriale, in cui i nostri corpi si fondevano l’un con l’altro.
La nostra storia durò circa cinque anni.
Poi, una mattina, c’incontrammo in centro al termine di un suo colloquio di lavoro in cui le avevano proposto di diventare socia di un importante studio legale: questo, però, avrebbe comportato che lei sarebbe dovuta andare a vivere a Bruxelles.
All’inizio Elisabetta non voleva accettare, ma io insistetti perchè lei andasse, anche se questo poteva solo voler dire che per noi sarebbe tutto finito lì.
Elisabetta partì per il Belgio circa un mese dopo.
Nei primi tempi continuammo a vederci, ma sempre con minore frequenza; poi, un giorno, dopo circa sei mesi che non ci sentivamo più, lei mi disse che si stava per sposare e che aveva trovato un uomo che la sapeva rendere felice: con lui non aveva mai perso il controllo, come invece accadeva sempre con me, ma Jean (questo il suo nome) le dava sicurezza e affidabilità.
Si sposarono il 20 luglio a Nizza, e io andai al loro matrimonio e mi sentii felice per donna che avevo tanto amato.
E forse anche questo è amore.

FINE

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TRAMONTO A ZAKROS (hard)

I raggi del sole al tramonto coloravano di un tenue arancione i nostri corpi completamente nudi, quasi un pittore si fosse divertito a far scorrere il suo pennello sulla nostra pelle abbronzata.
L’ora del tramonto, qui a Zakros, è sempre stata un momento di pura magia, in cui l’aria stessa sembra cambiare colore di minuto in minuto, passando attraverso sfumature cromatiche impossibili a descriversi, e stemperandosi, dall’accecante bagliore del pieno giorno, prima nell’oro e arancio del sole calante, poi nell’impalpabile viola del crepuscolo, e quindi nel blu della notte incipiente.
Ed anche quel giorno l’incantata luce del tramonto si rifletteva sulla nostra pelle sudata, fremente e sensibile in quegli attimi di e passione ormai incontrollabili.

L’avevamo incontrata così, per caso, quella stessa mattina, sulla spiaggia che si apre poco fuori il villaggio.
Sdraiata su un telo bianco, la donna prendeva il sole, immobile, forse assopita, il seno scoperto ed un minuscolo costumino giallo a coprirle deliziosamente le parti intime.
Anastasios ed io eravamo scesi al mare per un bagno, un rapido tuffo tra le onde per sfuggire al caldo opprimente di quella giornata, ma i nostri sguardi erano stati subito catturati da quella splendida e solitaria figura distesa sulla sabbia, così abbronzata ed affascinante da eccitarci in un solo battere di ciglia.

E così c’eravamo immersi nell’acqua fresca e cristallina, ma i nostri occhi erano stati inesorabilmente calamitati da quel corpo da favola, tanto che il bagno si era ridotto a qualche rapida bracciata a stile libero, desiderosi com’eravamo di fare la conoscenza di quella misteriosa e bellissima forestiera.

Una volta che eravamo usciti dall’acqua, non avevamo perciò perso tempo.
Con una banalissima scusa avevamo attaccato abilmente discorso con lei, e la donna si era subito dimostrata ben lieta di avere un pò di compagnia.
Iris, questo il suo nome, era certamente più grande di noi.
Non si chiede mai l’età ad una signora, e quindi, ovviamente, non lo avevamo fatto, ma la donna doveva essere abbondantemente oltre i quaranta, almeno una ventina d’anni in più di noi due.
Ma la sua età anagrafica, ai nostri sguardi, nulla poteva contare in quel momento.
Anzi.

Erotica e sensuale, e per nulla imbarazzata della sua quasi completa nudità, Iris aveva chiacchierato con noi per ore, e, insieme con lei, Anastasios ed io avevamo fatto più volte il bagno, scherzando e ridendo come fossimo già vecchi amici.
E più le ore di quella giornata trascorrevano, più noi ce la mangiavamo letteralmente con gli occhi.
E non poteva essere in altro modo.
La pelle liscia e resa scurissima dalla lunga esposizione al sole, senza la minima imperfezione, il seno abbondante e dai grandi capezzoli, il ventre ancora piatto ed elastico, le natiche flessuose, armoniose e senza smagliature, le gambe affusolate e che aspettavano solo di essere accarezzate: il corpo di Iris era una continua tentazione per i nostri giovanili ormoni in subbuglio.
Ed anche il viso della donna non era certo da meno: capelli castani e lunghi, sciolti sulle spalle, occhi grigi e maliziosi, denti bianchissimi e perfetti in una bocca dalle labbra generose e sensuali.
Una donna splendida, insomma, a cui gli anni donavano un fascino ancora maggiore ed intenso, rendendola incredibilmente sexy ed ambigua, attraente e misteriosa.

E poi, nel tardo pomeriggio, quell’invito improvviso e assolutamente inaspettato, a bere una bibita da lei, in quella casa poco lontano lungo la costa, casa che Iris aveva affittato per due settimane di vacanza: un invito che non poteva di certo essere frainteso, perché era più che lampante cosa la donna volesse da noi, vista l’atmosfera sempre più torrida ed infuocata che si era andata creando in quelle ore; sguardi espliciti, battute solo apparentemente casuali, un rapido sfiorarsi delle … era stato un crescendo continuo, fino a far giungere la tensione erotica fra noi a livelli di guardia.
E i desideri e le voglie più recondite di Iris coincidevano alla perfezione con quello a cui anche noi anelavamo, perché era da ore che Anastasios ed io, anche se convinti di non avere speranza alcuna, sognavamo di fare con lei.

Avevamo lasciato dunque la spiaggia, in quell’ora in cui il sole ancora dardeggia incontrastato nel cielo, ma che, a breve, inizierà la sua discesa verso il tramonto incipiente.

La casa, ad un piano, in posizione solitaria e circondata da una fitta vegetazione mediterranea, si apriva, sul lato posteriore, opposto a quello affacciato sulla strada costiera, su una larga terrazza in porfido, arredata con un tavolo e alcune sedie di ferro battuto, e un largo ombrellone bianco circondato da poltroncine di vimini con cuscini colorati.
Tra le fronde degli alberi, mosse dalla brezza marina, e che, di fatto, schermavano e ombreggiavano la terrazza, s’intravedeva l’azzurro intenso dell’Egeo.
In un angolo, una rudimentale doccia, costituita da un semplice tubo di metallo ed una griglia di scarico nel pavimento, permetteva di lavarsi via la sabbia ed il sale di dosso al momento di entrare in casa.

Ed era proprio sotto il getto tiepido di quella doccia che Iris, non appena arrivati, si era subito diretta: Anastasios ed io eravamo rimasti a guardarla imbambolati, mentre lei si spogliava del pareo e del costume, come fosse completamente sola, mostrandoci il suo corpo interamente nudo, così eccitante e desiderabile alla nostra vista.
Iris sapeva bene di essere uno splendore, e si lasciava maliziosamente divorare dai nostri sguardi carichi di giovanile e straripante eccitazione.

L’acqua le scorreva sulla pelle, impreziosendola ed esaltandone la straordinaria perfezione, mentre le sue si accarezzavano voluttuosamente il corpo, senza un attimo di sosta: quella di Iris era un’esibizione di un che mi toglieva letteralmente il fiato, uno spettacolo che non era di certo una sorpresa, perchè la sua offerta di accompagnarla a casa era stata così esplicita da non lasciar alcun dubbio su quello che lei realmente aveva in mente di fare con noi.
Restammo così a guardarla per alcuni minuti, mentre il nostro desiderio di lei cresceva in modo esponenziale.

Finalmente, e con un sorriso che era al tempo stesso una promessa e un impegno, la donna ci invitò ad unirci a lei, sotto il getto dell’acqua, e a dare così inizio a quell’orgia di che i nostri sensi reclamavano con sempre maggiore forza.

Anastasios ed io c’eravamo subito sfilati i costumi, accostandoci quindi a lei e mostrandole le nostre prepotenti erezioni, stringendola tra i nostri corpi frementi nello stretto spazio della doccia.
Le avevamo spalmato il bagnoschiuma sulla serica pelle, sfiorandola ed accarezzandola a quattro , esplorando le più nascoste e sensibili zone del suo corpo, e facendo crescere la sua e la nostra eccitazione sempre di più, istante dopo istante, carezza dopo carezza.
Le di Iris, dalle unghie lunghe e laccate di un rosso scuro, avevano preso a scorrere impazienti sulle nostre aste turgide, che quasi sembravano sfidarla ad andare oltre: un cazzo stretto in ogni mano, Iris si abbandonava ad occhi chiusi al piacere, saggiando la durezza dei nostri membri, scoprendo le cappelle bollenti, palpando i testicoli rigonfi…

Iris si era rivelata una donna così diabolicamente esperta che le sue , con pochi ed abili movimenti, ci avevano condotto pericolosamente vicino all’orgasmo, anche perché le sue carezze iniziali si erano presto trasformate in due seghe semplicemente divine.
Giunti al limite massimo di sopportazione, e non volendo in alcun modo venirle tra le dita, Anastasios aveva preso l’iniziativa chiudendo l’acqua della doccia, mentre io mi affrettavo a stendere, sul pavimento della terrazza, una larga stuoia che avevo visto arrotolata vicino al tavolo, e sulla quale, con Iris, c’eravamo immediatamente andati a sdraiare tutti e tre.

Stretta fra noi, i corpi bagnati ed incredibilmente eccitati, Iris divenne subito preda delle nostre bocche e delle nostre : prendemmo a baciarla, a leccare ed a mordere con delicatezza i suoi capezzoli, a sfiorare in punta di dita la sua pelle e a stordire i nostri sensi con quel contatto magico, a strofinare, lungo l’esterno delle sue cosce, i nostri cazzi mai così duri ed eretti.
Iris gemeva, travolta da quell’assalto appassionato, passandoci le tra i capelli e carezzando le nostre schiene, le sue unghie quasi a graffiarci, mai sazia di quelle nostre erotiche attenzioni.
Insieme con Anastasios le leccammo la fica, bevendo i suoi umori ed inebriandoci del suo fantastico profumo.
Ma l’esaltazione di quei momenti non poteva permetterci di prolungare troppo a lungo quel gioco erotico con il corpo di Iris: Anastasios ed io volevamo entrare in lei, affondare i nostri cazzi in quella carne rovente, ed anche la donna, a quel punto, non chiedeva altro che di essere scopata.

Iris si alzò rapidamente dalla stuoia, divincolandosi a fatica e controvoglia dalle nostre bocche, e sparì dentro casa, per tornare da noi però quasi immediatamente, tenendo nel palmo di una mano due profilattici: subito
s’inginocchiò tra noi, aprì una delle confezioni e, tenendo il preservativo in mano, piegò la testa, ingoiando per intero il cazzo del mio amico, stringendolo e succhiandolo con le labbra, stimolandolo favolosamente davanti ai miei occhi.
A quell’improvviso contatto, Anastasios aveva preso a sospirare, impazzito dal desiderio, abbracciato da quella bocca così fantastica e straordinaria.

Il pompino di Iris s’interruppe nel momento in cui la sua mano applicò il profilattico sull’asta palpitante che aveva davanti: poi, salendo a cavalcioni su Anastasios, la donna si fece scivolare in corpo quel cazzo in piena erezione, iniziando a muovere sinuosamente il bacino con movimenti lenti e circolari, e impalandosi fino in fondo.
Le gambe che mi tremavano per l’eccitazione, in piedi di fronte a lei, le accostai il cazzo alle labbra: Iris prontamente le socchiuse e se lo fece sparire in bocca, riservandomi lo stesso delizioso trattamento fatto poco prima al mio amico.

Sentivo la sua lingua scivolarmi sulla cappella, i denti sfiorarla, le labbra abbracciarmi l’asta rigonfia, le sue dita stringermi i testicoli: brividi d’ dilagavano in me, e la mia eccitazione era ancor più sollecitata dai mugolii di piacere della donna, soffocati dal mio cazzo che le riempiva interamente la bocca.
Poi, com’era già accaduto ad Anastasios, le labbra della donna mi abbandonarono, e quelle erotiche dita delle sue infilarono abilmente un profilattico anche sul mio cazzo.

Mentre il mio amico continuava a scoparla, tenendola per i fianchi e guidandola nella penetrazione, sollevandola e facendola ridiscendere sul cazzo che la riempiva, io mi appoggiai alla schiena di Iris, facendo aderire i miei pettorali alla sua pelle e, contemporaneamente, abbracciandola e stringendole i seni nelle mie , sovrapponendole di fatto alle sue che già si stavano pizzicando i capezzoli, così eccezionalmente duri e sporgenti.
Poi, spingendola gentilmente verso Anastasios, l’afferrai per le natiche, allargandole, ed esponendo alla mia vista l’orifizio posteriore della donna.

Iris era scesa con il busto sul petto di Anastasios e le loro bocche si erano unite in un bacio senza respiro.
Davanti ai miei occhi, il culo di Iris era un invito terribilmente irresistibile: v’infilai un dito, umettandolo prima negli abbondanti umori che fluivano incessanti dalla fica della donna, trovando le sue carni già pronte alla penetrazione.
Con la mente in fiamme, travolto da un desiderio quasi animale, accostai la punta del cazzo a quel buco che doveva regalarmi il primo orgasmo di quel pomeriggio, spinsi con forza, privo di qualsiasi riguardo, ed entrai profondamente in lei, senza incontrare ostacolo alcuno, segno inequivocabile di come quella strada del corpo di Iris, in passato, non fosse di certo rimasta inviolata.

Anastasios la scopava ed io l’inculavo, i due cazzi che si sfioravano nel suo corpo, mentre le urla dell’orgasmo di Iris dilagavano per tutta la terrazza, nel momento in cui i raggi del sole al tramonto iniziavano a colorare i nostri corpi sudati di un tenue arancione.

Quando a Zakros scese la notte, furono i raggi della luna ad illuminare con il loro chiarore il corpo di Iris, ad accarezzare con la loro pallida luce la pelle di quella splendida dea del .

FINE

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TRAMONTO A ZAKROS (hard)

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LE CANDELE DI SAFFO (hard)

Il pensiero mi era passato subito per la mente, ben prima che giungesse il momento di uscire di casa: sapevo con assoluta certezza che non avrei dovuto seguirla in quel locale per sole donne, situato in un quartiere un pò malfamato e vicino al centro di Atene.
Quando mi aveva fatto la sua proposta, durante la pausa pranzo, davanti ad un panino e ad un caffè, Xeni era stata molto convincente, ed il suo eterno e affascinante sorriso, così diabolicamente candido e al tempo stesso terribilmente ambiguo, prometteva tutto ed il contrario di tutto: una serata diversa, così mi aveva detto lei, per fare una nuova esperienza e passare una notte meno noiosa di tante altre.
Forse era solo quello che lei voleva.
O, probabilmente, era molto di più quello che Xeni si aspettava che accadesse: fatto sta che io mi ero lasciata attirare in quella sua rete, solleticata dal gusto eccitante del proibito, e una volta entrata in quel locale ero rimasta coinvolta all’istante dall’atmosfera così carica di e sensualità.

Un bar, un pub, una discoteca.
Uno di quei locali che sono tutto e sono niente, e che in Grecia si trovano molto di rado, quasi nascosti e per nulla pubblicizzati, dove tutti sanno quello che accade, ma, per finto moralismo e ipocrisia, fanno finta di non saperlo: e, malgrado fossi mentalmente preparata, non mi aspettavo proprio di ritrovarmi d’un tratto di fronte a certe immagini.
Nulla di trascendentale, almeno nella sala principale, ma le due donne sulla trentina che si abbracciano e si baciano in quell’angolo più buio, le lingue intrecciate a comunicarsi una passione bruciante, mi rimescolano l’anima ed il corpo, gettandomi in uno stato di languida agitazione, e il brivido che avverto scendere rapido lungo la mia pelle, d’improvviso calda e sensibile, mi si va ad annidare proprio tra le cosce.

Xeni mi ha preso per mano, consapevole della mia sempre più eccitata perplessità, e mi trascina nei passaggi interni ancora più oscuri, oltre porte rivestite di stoffa rossa, tra salottini appartati, appena velati da spesse tende multicolori: ed io cerco d’intuire cosa stia effettivamente accadendo dietro quelle impalpabili barriere, dove voci rarefatte e risate argentine si fondono con il tintinnio dei bicchieri, quasi a voler nascondere e attutire i frequenti gemiti di passione ed i continui sospiri di piacere.

Vaghiamo per alcuni minuti e finalmente, scostando una tenda, entriamo in uno di quei salottini: tre candele, racchiuse in una piccola lanterna appoggiata su un tavolino, diffondono una luce discreta, tenue ma calda, e che riflette le spirali di fumo delle sigarette.
Due ragazze, abbracciate e quasi sdraiate su un basso divanetto, per un attimo ci osservano incuriosite.
Forse abbiamo disturbato le loro effusioni, ed io sarei pronta a scusarmi e a lasciarle alla loro intimità: ma Xeni, che conosce bene quel posto, non si fa alcuno scrupolo, e mi trascina verso un secondo divanetto, vicino a quello delle due ragazze, miracolosamente ancora vuoto considerata la quantità di donne che affolla il locale.
Seduta, guardo imbarazzata le due ragazze.
Ma loro si sono già dimenticate di noi e della nostra presenza: ora si baciano teneramente, e la mano di una si è subito infilata sotto la camicetta dell’altra.

Il corpo di Xeni è vicinissimo al mio, troppo vicino, ed il sensuale calore della sua straordinaria fisicità mi eccita e mi stordisce.
Molte volte abbiamo parlato delle nostre preferenze sessuali, confidandoci i nostri desideri saffici.
Molte volte abbiamo fantasticato sulla forte attrazione che proviamo per le donne, ed in particolare per quella nostra collega del piano inferiore, di quanto entrambe ci sentiamo affascinate da quello statuario e perfetto corpo femminile.
Tra noi due, fra Xeni e me, però, ancora nulla è accaduto.
Ma in quel salottino, soffuso di quella luce tremolante e discreta, so per certo essere inevitabile questo nostro primo contatto, mai così desiderato come in questi istanti
E le mie mutandine, già abbondantemente umide, ne sono la testimonianza più viva.

Sento gli occhi di Xeni fissi su di me.
Mi volto anch’io a guardarla.
E’ sufficiente quel rapido sguardo.
L’eccitazione rende i nostri respiri affannosi, ci divora le viscere, ed il fuoco del desiderio divampa, ravvivato dal luogo in cui ci troviamo, stimolato da quella magica atmosfera così torbida e ambigua, sollecitato dalla presenza delle altre due ragazze, ormai perse nel delirio del loro sogno erotico: le camicette si sono aperte ed i seni si mostrano in tutto il loro splendore, accarezzati e blanditi da eleganti e curate, da dita snelle ed esperte, da smalti scuri e seducenti.

Le labbra di Xeni ora si avvicinano alle mie, le sfiorano in un bacio che è un soffio, dolce come il miele.
Pochi istanti e quel timido soffio diventa vorticosa tempesta.
Le nostre lingue s’incontrano, accarezzano i denti, si aggrovigliano e s’intrecciano nella frenesia di un desiderio ormai straripante.
Ed io mi abbandono a quel bacio, mentre la mano di Xeni si posa sulla mia coscia, facendo risalire lentamente la corta gonna che indosso.
Non ho più difese, travolta dalla lussuria di quei folli istanti.
Ho solo voglia di godere e di sfogare tutta l’insostenibile tensione erotica che divora il mio corpo.

La bocca di Xeni mi lascia, strappandomi quasi un ansito di delusione, ed io allora riapro gli occhi.
Accanto alla mia amica si è andata a sedere una delle due ragazze: si è tolta la camicetta e offre i seni ed i capezzoli eretti alle cure delle labbra e della lingua di Xeni.
A quella vista provo quasi una fitta di gelosia.
Ma è solo un istante.
Perché davanti a me, in ginocchio, l’altra ragazza mi sorride invitante, lo sguardo velato dall’eccitazione: è praticamente nuda, solo il perizoma resiste malizioso al suo posto, ad evidenziare le sue provocanti forme.
Mi accorgo di desiderare, con tutta me stessa, proprio quello che sta per accadere.
Voglio la sue su di me, le sue dita dentro il mio corpo, la sua lingua sul clitoride.
E questo sarà il mio paradiso.

Mi sfilo rapidamente le mutandine e mi accorgo che, se prima ero solo umida, ora sono letteralmente allagata dagli umori della mia eccitazione.
Allargo le cosce al limite massimo e protendo la fica dischiusa verso la mia nuova amante, così bionda, bella e terribilmente sexy.
Le sue labbra si appoggiano delicate al clitoride, mentre le , dalle lunghe unghie laccate di rosso scuro, mi accarezzano l’interno delle cosce, bagnandosi al contatto di quel dolce lago di piacere.
Sospiro impazzita al tocco di quella bocca fatata, rabbrividendo ed attirandola sempre più su di me.

Vedo la sua lingua che mi scorre sulle grandi labbra, mi solletica il clitoride sporgente, mi accarezza e mi tortura implacabile.
Due dita s’infilano in me, penetrandomi a fondo e gettandomi in un vortice erotico fino ad allora sconosciuto.
Con la coda dell’occhio osservo Xeni leccare abilmente le tette all’altra ragazza, massaggiarle la fica e farla sciogliere in un orgasmo dirompente.
E anche il mio orgasmo sale impetuoso, onda irrefrenabile e travolgente, e vengo, sciogliendomi in quella bocca che mi lecca e su quella mano che mi masturba…

Quando usciamo dal salottino ho le gambe che ancora mi tremano, ed una delle candele si è ormai spenta, la cera completamente disciolta.
La ragazza con la quale ho appena fatto l’amore mi accarezza una guancia, mi sorride, mi sfiora le labbra con un ultimo bacio e poi scompare nella penombra del locale.

FINE

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