Archive for the ‘Romanzi e racconti erotici’ Category
Oggi gli avevo detto che non avevo tempo: che dovevo studiare e che io non ero come lui… (così intelligente, insomma – da “ ottimo, naturalmente!” in uscita dalle Medie –: per cui mi bastavano due lette, per poter poi spararmi le marlette tutto il giorno e sapere la lezione); e che, anche, la terza non era come la prima…, ma implicitamente, tra quelle parole, c’era anche che tutto quello che non avremmo fatto quel giorno lo avremmo recuperato la prossima, e con gli interessi per giunta, salatissimi interessi… Ma Luca, finito di studiare, cominciò subito a giocherellare con tutto ciò che gli capitava a tiro, manifestando irreprimibilmente la sua cinnica 1 impazienza; poi prese un compasso, lo divaricò al massimo, e se lo confrontò con l’apertura delle dita, quindi se lo portò tra le gambe enunciandomi: – Mmh! ci siamo… –. Io lo guardai con benevolenza: mi faceva tenerezza quando faceva così per attirare la mia attenzione con quegli stratagemmi che denotavano il suo chiodo fisso; poi tornai ai miei compiti, ma davanti agli occhi avevo ancora quella stanghetta brillante e lui lo sapeva…: mi portò a tradimento il compasso fra le gambe, e io agitato replicai: – Ma sei scemo! –. – Tranquillo, non c’è la punta… – sdrammatizzò. – E ci mancherebbe altro! – tanto non era il suo… dovevo immaginarmelo che, prima o poi, la sua anima pestifera e segaiola sarebbe saltata fuori.
Passarono venti minuti e Luca mi propose un massaggio; – Mmm? – io avevo capito “messaggio”. – Un massaggio! – mi fece segno con le mani: ricordavo quant’era bravo coi massaggi quando al mare mi passò la lozione solare. – Sì! – e quel primino prese posto dietro me, attaccando, però, subito un discorso su quanto fossi teso nella zona dietro le spalle, e di quanto lui la sapesse lunga in tema, visto che da piccolino (sic!) faceva i massaggi a sua madre e lei a lui; il “cocco di mamma” mi venne subito in mente, ma dovetti tenermi per me quella battutaccia o si sarebbe scatenato un putiferio, finché, poi, non si zittì da solo per mancanza di un contr’oratore, lasciandomi finalmente studiare. Col tempo i suoi massaggi si fecero tenere carezze sulla mia schiena curva, ma io al suo posto non sarei stato così buono con lui: gli avrei subito fatto del solletico, e invece lui niente, non sgarrava mica; poi smise di massaggiarmi e disse: – Indovina che cosa scrivo? –. – Ma devo studiare… – – Ma puoi farlo anche se studi! – e incominciò a scrivermi contro la schiena: «A», «L», «E», «S»… – ALES-sandro – – Bravo! Adesso è più difficile: è una frase intera; incomincio! – «L», «U»… – LU-ca – – Poi… – «E’». – È – «U» «N» – UN. «Luca è un…»… –. – “Un”…? – «C». – C-inno! «Luca è un cinno»! Giusto? – mi divertivo troppo a prenderlo in giro. – Noo! Gi… – «G» rimarcò. – Vabbè, «Luca è un g…»? – continuò: «R», «A», «N» – …GRAN. «Luca è un gran cinnazzo»! Vabbè, ma non cambia poi molto… –. – Mmm! – pestò anche i piedi per terra dandomi una dolorosa pacca sulla schiena, come per mandarmi a quel paese. – Dai, continua… – – Effe! …i! …gi! …o! – scrisse a grandi lettere sulla mia schiena sottolineandole tre volte, come volesse imprimermele a fuoco, poi riprese a massaggiarmi ma più scazzatamente. Luca è un gran figo: …e bella scoperta, lo sapevo già! ma probabilmente lui voleva sentirselo dire dalla voce di uno che (forse) stimava, sentirselo sancire da un terzo, perché, se anche “verba volant e scripta manent”, una confermazione esterna è sempre meglio di un’auto-illusione, e poi sulla mia schiena c’era pur sempre bene incisa quella scripta che manent nella mia memoria della percezione.Dopo di un po’ lo sentii poggiarsi con la testa sulla mia schiena, come un ercolino a riposo dalle sue dodici fatiche, e pareva quasi essersi sopito, ma, purtroppo per lui, io avevo quasi finito i miei compiti, così provocatoriamente lo rimproverai: – Allora, hai finito di farmi il koala! – lo scossi dalla mia schiena. – Ma perché… – si destò. – Perché quando fai così, mi sembri appiccicato come un koala! – – E allora cosa devo fare? – mi chiese come per dire «se voglio un coccolino, cosa devo fare?». – Vieni qua davanti… – Luca capì subito cosa intendevo e infatti mi strinse fortemente, prima di sedersi a cavallo delle mie ginocchia. Che bel biondino…, mi sembrava quasi un bambino appena sveglio dalla sua pennichella, e incominciai a toccarlo sul davanti come per instaurare un contatto con quella roba bella, ma lui mi abbracciò inaspettatamente; mmm… che bello averlo fra le braccia: lo sentivo materializzarsi come un mio bisogno d’affetto, e mi rilassava come quando ci si ridesta da una lunga dormita. Dopo un po’ d’abbracci, Luca si rifece indietro nuovamente e mi guardò con uno sguardo voglioso. – …e Gianluca come sta? – gli portai una mano sulla patta. – Sta bene! – e te lo credo: lo sentivo già duro! Scattai in piedi, e Luca si alzò poggiandosi alla tavola sotto la mia guida, mentre ci scambiavamo sguardi concupiscenti; gli slacciai la cinta, ed eccola, finalmente, quella roba dura! la tenevo come un’Excalibur pronta da estrarre dalla roccia più dura, e senza averla ancora guardata la masturbavo, perché troppo attratto da quel volto biondo. Mi abbassai, sempre tenendo gli occhi su quel volto, e poi…: mamma che sventola! comparve davanti ai miei occhi: una torre di carne sovrana in tutta la sua grandezza; andai cogli occhi su quel compasso lì a fianco, e la lunghezza ci stava tutta! poi l’infilai direttamente in bocca. – Ahh! – Luca gemette per il mio primo risucchio di scappellamento e intanto io mi davo a quella che mi sembrava una gran scena porno: lui in piedi contro il mio tavolo e io seduto a fellarlo. Dopo di un po’, mi passò quella scarica d’adrenalina che mi teneva assoggettato al suo tumido cazzo e tornai su da lui a masturbarlo; Luca era così bello, e oggi ancora di più, come un raggio di sole nella mia sala da pranzo, anzi il Sole stesso, poi guardai l’orologio. – Arrivano i tuoi… – mi chiese dolcemente come per consigliarmi di non rischiare, ma io volevo farlo ugualmente: sgombrai la tavola dietro di lui e lo feci distendere: – Ops…! – trovò un vaso dietro la sua testa. – Dammi! Com’è ora? – intendevo il tavolo. – È duro! – lamentò, ma con la stessa cosa poteva dirsi anche al suo durissimo cazzo! Lo strinsi e poi gli passai un libro da porre sotto il capo per cuscinetto, e iniziai a masturbarlo di gran lena. Mamma che lungo quell’uccello nella mia mano… e che bello quel primino disteso sul mio tavolo… di certo stava scomodo perché lo vedevo muoversi con dolenza, ma l’eccitazione di quel momento lo ricompensava abbondantemente. Luca godeva e io non potevo far altro che masturbarlo appassionatamente, poi gli riprovai anche uno svibraduro, per il solo piacere di vederlo dimenarsi su quel tavolo duro e quindi mi ributtai avidamente sulla sua turgida cappella. Luca godeva, e io ero giunto al momento di voler farlo venire a ogni costo, anche a costo di essere beccato dai miei, e dopo tre secondi mi venne: non molto per la verità, ma abbastanza da farmi sentire il suo acre e spronarmi a continuare fino in fondo nella speranza di risentire un altro po’.
Guardai quel primino svigorito sul mio tavolo con l’uccello ancora al vento, e lo lasciai rinvenire un paio di minuti, giocando col suo gioiello nel frattempo: da mollo non era di poco più corto di un’asta del compasso; poi lo spronai: – Dai Luca che è ora di andare! –. – Mmm – mugugnò per farsi aiutare a essere alzato. – No! fai da te… – lo avevo già viziato troppo per oggi, e poi se avessi iniziato ancora con le coccole, non se ne sarebbe più andato via, dunque mi voltai, ma appena feci un passo sentii un fracasso di vetro alle mie spalle; guardai Luca: mi guardava terrorizzato… e il vaso…? No, il vaso di zia Cristina! quel mangiapolvere inusato cui mia madre, però, ci teneva tanto: – Ma come hai fatto? –. – Eh…! – mi mostrò il gesto col polso, da cui capii che, mentre si alzava, colpì inavvertitamente il vaso: – Dai, te lo ripago… – disse amareggiato; ma ancora con questa fola dei soldi! Io noi non avevamo bisogno dei suoi soldi, o della sua paghetta! – Su, Luca, è meglio che vai… – – Ma tu come fai? – – Tu non ti preoccupare: ci penso io, come la volta scorsa! – ora avevo soltanto fretta che se ne andasse, tanto la colpa me la sarei presa io, o meglio, Niki alla fine se la prese, anche se mia madre ci credette poco alla storia del gatto che saliva sul tavolo buttando giù il vaso, visto che non era solito farlo, ma quella verità era pur sempre meglio di quello che ci avevamo fatto veramente io e lui su quel tavolo.
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Original post:
Il koala
Tags: bocca, cazzo, duro, festa, gianluca, mani, martedì, msn, niki, novembre 2003, piacere, racconti, soldi, sole, svibraduro
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Terz’ora in palestra: ora di supplenza; mancava solo da due giorni il nostro prof di mate e le teste d’uovo della presidenza avranno pensato che quest’oggi saremmo stati più quieti sotto gli occhi vigili di un insegnate di nostra conoscenza, piuttosto che del solito sconosciuto: sì, perché col passaggio al triennio avevamo cambiato tutti i professori, tranne quello di ginnastica. Ci accingemmo ad entrare dagli spalti (della nostra palestrina che aveva due belle gradinate, capaci d’ospitare una discreta platea), ma io, a differenza di tutti gli altri, sapevo già cosa ci attendeva… ed infatti, eccolo là: il mio piccolo Luca con la casacca arancione, la sua chioma bionda e i pantaloncini rossi, giocare a pallone. La classe di Luca aveva, infatti, l’ora prima della nostra a ridosso dell’intervallo, così che non c’incontravamo mai nello spogliatoio, anche se le nostre ore erano virtualmente contigue; ma meglio così! perché non mi sarei mai abituato all’idea di vederlo, sempre passivamente, mentre si cambiava nella stessa stanza con tutti gli altri lo guardavano, seppur con le mutande indosso. Mi sedetti abbastanza in disparte per non farmi notare, ma poterlo ugualmente vedere di nascosto mentre si divertiva assieme ai suoi amici; i miei, invece, erano andati in palestra, in sala pesi, a pomparsi un pochettino, come si usa fare a sedic’anni un po’ per vantarsi, un po’ per pavoneggiarsi poi davanti alle ragazze; io invece no! io sarei restato lì con lui, a guardarlo divertirsi assieme alla sua classe, altrimenti sarei andato con loro. Lo vedevo scorazzare avanti e indietro a centrocampo e ogni tanto azzardarsi anche in attacco: sospettavo gli piacesse pure quel ruolo, a un leader naturale come lui…, ma la cosa che più mi appassionava era il suo entusiasmo nel correre sempre con la palla attaccata al piede, e se avesse fatto goal, sarei volentieri sceso in campo, facendo invasione di campo, per correre ad abbracciarlo e festeggiare con lui il suo gollonzo. Mi piaceva troppo vederlo correre nella sua esilità: i suoi pantaloncini rossi e le gambette sottili, mi davano tutti il senso della sua priminità; anche se notavo, tra tutta quella torma, dei primini che sembravano tutto fuorché tali: alti, forse, più di me e grossi anche il doppio di lui. Ma quelli non erano primini! un primino doveva essere carino, piccolino e minutino: insomma facile da sopraffare e tenero da coccolare; che all’occorrenza te lo potevi mettere comodamente in valigia e potartelo in vacanza da spupazzare; quelli erano primini! non quegli energumeni là; come il mio Luca insomma! A un certo punto lo vidi scattare: dribblare un avversario, scartare un’imbranata ed entrare in area di rigore, poi imbattersi inesorabilmente contro uno di quei colossi, e patapunfete… il mio Luca a terra, mentre quell’altro continuava la partita. Un triplice fischio fermò il gioco e un crocchio di quattordicenni s’adunò attorno al mio Luca, che da quel momento non vidi più; mi alzai per vedere oltre quelle teste e anche gli altri dagli spalti, incuriositi da quel trambusto, si alzarono, ma poi tornarono tutti quanti ordinatamente al loro posto, io invece rimasi in piedi col cuore palpitante ancora in gola. Poi vidi da uno spiraglio Luca trattenersi il ginocchio, e in disparte quello scemo, che gli aveva cagionato il danno, starsene fermo con l’aria colpevole a fissare il gruppo: sarei sceso in campo a corcarlo di botte, fino a donargli un’estetica facciale migliore di quella che non gli aveva donato sua madre alla nascita! Quindi il gruppo si aprì e vidi Luca uscirne zoppicante, accompagnato verso gli spalti, e tutta la rabbia scemò in mesta preoccupazione. Per tutto il tempo ero rimasto celato, ma finalmente presi coraggio e m’incamminai andare a conformarlo; quando mi fermai poi, vedendo una primina dall’aria melensa – quella stessa imbranata di prima – avvicinarsi porgendogli un sacchetto di ghiaccio, così che mi sedetti a una manciata di metri dal mio Luca. La vidi sedersi vicino, praticamente appiccicata, e poi tutt’e due chini sulla medesima busta a confabulare: quindi lei cercò di pigiare il sacchetto sdraiandolo sul gradino, e poi Luca lo sbatté con violenza contro lo spigolo vivo: ma niente… qualcosa sembrava non funzionare… ed erano vicini, troppo vivici, per che io lo potessi accettare! – Pst! Luca… – lo chiamai: – Ohh… Luca! – ma niente: il mio richiamo sembrava non giungere a destinazione; e intanto quel primino stava prendendo a pugni strizzo quel sacchetto, brandito a mezz’aria: – Ehi! Luca! – finalmente si girò: – Hai bisogno? –. – Sì… – scesi subito invitato da un suo cenno. – Cosa c’è? – – Eh… questo, non fa freddo! C’è scritto di schiacciare qui, vedi, ma non fa niente! – Rilessi le istruzioni e poi tirai un pugno secco al centro – nel punto contrassegnato dal “premere qui” –, e finalmente il freddo ebbe inizio: – Tieni! –. Che bello stare accanto al mio primino! se non gli fosse stata quella, lo avrei perfino abbracciato per dargli il mio caloroso e terapeutico effetto. – Che ci fai qui? – chiese. – Eh… il prof di mate manca… – ma il nostro discorso venne interrotto da quella primina, che gli chieda inopportunamente come stava; ma come ti permetti! ma pussa via…, vah, che sei pure cessa! l’hai fatta la tua parte? che vi fai ancora qua? Tornatene dai tuoi amichetti, là in campo…, che qui non c’hai più nulla da fare! ma niente: lei continuava a stare lì, e per giunta attaccata a lui. Mi poggiai all’indietro, seccato, coi gomiti sul gradone alle mie spalle, fingendo di godermi la partita, ma in realtà li tenevo d’occhio, perché insospettito dal loro stare troppo chini e troppo vicini; era incredibile delle volte vedere come delle ragazzine, tanto banalotte, ci potessero provare così spudoratamente con dei ragazzini, tanto carini, come il mio Luca – e delle volte perfino riuscendo a starci! –, benché fossero manifestamente ben oltre le loro realistiche possibilità! Mi buttai, poi, in avanti per ascoltare le sue avance, e la vidi poggiargli una mano sopra la gamba, come per instaurare subdolamente un rapporto di condivisione del dolore; non ci vidi più: ma cazzo vuoi primina di merda! leva subito quella manaccia, o te l’avrei torta! Per fortuna che la gamba dolorante era dalla mia parte, o gli si sarebbe certamente proposta di praticargli un bel massaggio rilassante, magari con l’intento, non recondito, di scivolargli con la mano verso quel promontorio di lussuria scarlatto: ti avevo visto come glielo sbirciavi! Già il rosso esaltava la sua naturale abbondanza, poi quella posizione aumentava la sua pubica prominenza; ti sarebbe piaciuto, eh…, allungare la tua laida mano verso quel pacco mostruoso, eh? ma lui no! Luca era mio, e gli avrei tirato giù perfino le braghe per mostrarglielo, e gridatole: «La vedi questa nerchia! ti piacerebbe menargliela così, vero? ma questa è mia! mia! e soltanto mia!» e le avrei pure sborrato in faccia la sua pioggia di sperma; no, quella no! perché se la sarebbe certamente legata come una Cicciolina, e invece io non potevo permettere che il suo prezioso succo venisse goduto da una racozza del genere; allora me lo sarei ciucciato tutto io per dimostrarle, ancora una volta, che era tutto mio! ma poi il prof fortunatamente la richiamò in campo: – Pamela, su…, vieni! –. Pamela? Strano…, perché c’aveva la fisionomia da Samira! con quella faccia schiacciata, non grossa, ma chiatta; le lentiggini e quel taglio alla cretinetta da simil-Cleopatra, che non avevo mai visto state peggio su una ragazza. Ma quando fu abbastanza lontana per non sentire, Luca mi disse: – Oh, visto…– facendomi l’occhiolino: – secondo me mi viene dietro! Che ne pensi? – chiese tutto sorridente… – Boh! – non potevo certo dirgli che era brutta, o sarei sembrato geloso; ma era la pura verità! Comunque con quelle sue parole caddi in depressione e cercai di cambiare discorso: – Ma la gamba? –. – Mah… – sollevò il sacchetto: – secondo me si sta gonfiando! –. – No dai… che adesso tutto passa! – strofinai confortante la mano sul ginocchio come se avessi un tocco scaccia malanni. – Dici…! – rispose Luca con una faccia dubbiosa: – Secondo me, invece, mi porti sfiga! –. – Perché? – – Perché quando ci sei tu, mi faccio sempre male: una volta testa, questa la gamba… – ma ora mi dava pure del portasfiga? Avevo una voglia di piangere internamente che non aveva confini, e poi m’immaginavo quella smorfiosa che in classe ne approfittava per importunare il mio Luca… mi salvò da questo genere di tristi pensieri la richiesta del prof di andargli a prendere dei cerchi e la palla medica. Gli attrezzi stavano in un magazzino, che era poi semplicemente il vano sotto le gradinate, a cui si accedeva attraverso un corridoio, da dietro, come stavamo percorrendo noi in quel momento; avrei voluto tanto accelerare il mio passo: affiancarmi al mio Luca, ma proprio non ce la facevo a stare al suo pari; era come se una soprannaturale forza mi riconducesse al mio posto naturale dietro di lui, a contemplarlo mirando il profilo delle sue spalle magno. Comunque dovevo arrendermi all’evidenza… presto Luca l’avrebbe fatto: avrebbe fatto sesso con una ragazza e prima di me! mi avrebbe battuto sia sull’età che sul tempo; ma dopotutto era inevitabile: con tutte quelle smorfiose, in giro, pronte a darla ai tipini carini come lui… era inevitabile! E io non potevo far altro che aspettarlo, attendere sulla soglia che tornasse da me, per dargli quelle coccole che solo io sapevo darli! Entrando nell’oscuro della nuova stanza, lo persi per un attimo di vista, e poi lo sfiorai sulla nuca col dorso delle dita, come per dirgli: «ti sono vicino», e Luca repentinamente mi abbracciò, buttandomi contro l’interruttore, che già stavo cercando. Ma come… prima mi parlava di ragazze e ora mi stava abbracciando? ma come faceva, quel primino, a sapere sempre di cosa avevo bisogno? quasi quasi me lo sarei fatto lì sopra quella vecchia cattedra che avevo davanti…; ma no, no! ma cosa mi passava per la testa!? a scuola no! avevamo giurato di no: troppo rischioso! e poi, a momenti, sarebbero venuti a cercarci, se non ci avessero visto tornare indietro immediatamente: – Dai, Luca, continuiamo questo pomeriggio! – così tornammo dal prof con tutte le attrezzature.
Era la prima volta che ci cambiavamo contemporaneamente nello spogliatoio della scuola: suonata la campanella, i miei amici avevano deciso di andarsi a cambiare immediatamente, avendo in pratica già fatto la ricreazione, e io mi accodai a loro per tener d’occhio il mio Luca. Presi posto davanti a lui sulla panchina antistante dall’altro lato della stanza; per fortuna che quelli di prima erano meno ingombranti di noi del terzo, o almeno avendo meno confidenza con l’ambiente, stavano meno sparpagliati e quindi tutti sulla medesima panchina: in fondo non erano neppure poi così tanti, forse una decina, e potevo vederli tutti quanti. Luca si era già tolto i pantaloncini, così potevo vedergli, tra le sue gambette sottili, gli slippini da primino puntinato fantasia, anche se da quella distanza parevano quasi bianchi; a dir la verità ne avevo adocchiati un paio veramente bianchi tra quella biancheria, e un paio era proprio indossato da quel roscio che gli si stava avvicinando. Luca si era accorto del mio sbirciare, ma stranamente non mi guardava con malizia, anzi sembrava che l’aspettativa del pomeriggio lo tenesse temporaneamente sedato; io invece mi ero già dato a un pazzo safari di mutande priminiche, e ne avevo già individuato un paio, di suoi tìpotipi, che mi sconfinferavano particolarmente…: uno era proprio quel pel di carota vicino a lui. Riccardo – mi pareva – si chiamasse: era appena più altino di Luca, segaligno, ma più sportivo a vedere dal polpaccino, specie quando indossava quel completino arancino di prima; aveva però un atteggiamento antipatico, da ganassetta alla giostra dell’autoscontro con quel cipiglio da capetto altezzoso, ma parlava, però, con lui da pari, non riusciva a fargli abbassare lo sguardo, e forse subiva la sua naturale magnificenza. L’altro, invece, era quel moretto, laggiù in fondo, taciturno, che guardava basso: aveva un che d’intrinsecamente tenero e mite, ma al contempo malinconico; era più bassino di lui – avevo notato in campo – e con l’occhio azzurrino, ma che mi ricordava ugualmente Robertino, muovendomi a un sentimento compassionevole. Luca si era alzato, e ora, senza essersi chiuso la patta, parlava con Riccardo, facendomi intravedere dalla zip semiaperta la mutanda: se fossimo stati solo noi in quella stanza, io e loro, me li sarei fatti tutti quanti. Il primo sarebbe stato proprio quel Rosso Malpelo, che all’inizio si sarebbe dimenato, ma poi l’avrei costretto al muro a subire un mio pompino: gli avrei prima scoperto quel fulvo ciuffetto e poi la sua giusta verghetta; mmm… quanto ce l’avrà avuto lungo? Poco non direi, a vedere da quella bozzetta, ma neanche come il mio Luca! 17, toh! sì, un numero sfigato… e poi il 7 mi è sempre stato un numero antipatico…. Poi sarebbe venuto il turno di quel docile moretto, su quella panchina blu; neanche lui ce l’aveva corto… 16 o 18, per non essere uguale a quell’altro… 16 toh! tanto per non stare troppo vicini al mio Luca! e poi sarebbe venuto il suo turno. Avrei mostrato loro la sua splendida ventina (che tanto avrebbe suscitato in loro invidia e rispetto…) e come godeva; quindi Luca mi salutò, uscendo dalla stanza, lasciandomi solo con la sensazione del suo fallo da stringere nella mano.
***
Per tutto il tempo non avevo fatto cenno ad alcunché di erotico, ma Luca sembrava decisamente intenzionato a cominciare, quando, facendosi indietro con la sedia, mi chiamò aprendo le gambe e assumendo una posa decisamente provocatoria, che attirò la mia attenzione. – Ma perché mi guardi sempre il pacco? – disse provocatoriamente. – Ma va… vah! – in suo tono mi aveva fortemente indispettito. – Ma è vero…! – – Ma se mi chiami, è logico che ti guardo! – – Sì! ma il pacco… – insistette. – Ma se ti devo guardare, quanto ti guardo: ti guardo tutto… – poi mi girai perché capii che era inutile giustificarmi con primino provocatore; e poi… di che avrei dovuto giustificarmi! – Alle… – mi richiamò, e questa volta fu il suo vistoso ravanare a catturare il mio sguardo sulla sua parte bassa: – visto! – mi disse come se avesse avuto la riprova della sua tesi. – Ma se ti stai toccando! – – Sì, ma tu hai guardato! – – Toh, allora… – risposi prendendolo fuori: – visto che anche tu me lo guardi! – adesso l’avrebbe finita di fare questo gioco al massacro a chi doveva sentirsi più finocchio, soltanto perché guardava il pacco dell’altro! – Sì, ma tu ce l’hai duro! – lo disse come se per lui fosse una giustificazione. – Sff! Luca! – gli soffiai contro con tono minaccioso e facendomi avanti come per avventarmi, ma afferrandogli, in realtà, soltanto il ginocchio. – Ahia! – gridò con un vero grido di dolore. – Oh, scusa! È questa la gamba…? – – Sìì…! – disse prendendosela, ma io lo accarezzai. – Dai, scusa! Ma da stamattina…? – – Sì! – e cominciò a trattenersi tragicamente il ginocchio: – è ancora gonfio! – – Ancora…! Mi fai vedere, per piacere? – annuì: – Ma non qui, su divano! – lo accompagnai e l’aiutai a calarsi i pantaloni; mammamia che libidine calare la zip a un primino dolorante… – In effetti, è ancora gonfio… – gli tastai il ginocchio, poiché s’era già seduto; poi lo baciai, come si fa con la bua dei bambini: – Dai, che adesso ti passa! –; e poi, già che c’ero, ne approfittai per sbirciare il bozzetto tra le sue gambe e inevitabilmente allungai la mano: – È gonfio! Ti fa male? –. – No! – disse; ma no! sì doveva dire… testa d’un primino! – e qui è duro, invece… – salii lungo la sua verga: – è come l’altra volta! –. – Sì, ma a me fa male qua! – indicò il ginocchio. – Eh, ma è tutta una questione riflessologia: ti fa male lì, ma la causa è sempre qui! – – e si può fare qualcosa? – – Certo! La cosa migliore sarebbe tagliare, ma siccome so già che sei contrario, allora passiamo pure alle cure palliative… – e con un solo gesto gli sfilai le mutandine, aiutato da un saltino del suo sedere, per portargliele fino alle caviglie, assieme ai pantaloni. Ora, sì che avevo più spazio per manovrare! afferrai quell’amena verga e la scappellai per mirarla nella sua forma più godibile, così come se la sarebbe voluta infilare stamattina, certamente, quella primina in vagina, e infine aprii la bocca; quello sì che era il suo astuccio naturale! e poi scivolai con le mani dietro la sua schiena, a intrecciare appena sopra il sedere, per poterlo spingere verso me mentre succhiavo: questa volta gli avrei fatto un pompino solo di bocca. Luca intanto incominciava a godere, mentre il suo pene penetrava dentro la mia bocca come un lungo pugnale senza ferire: segno che quella era come la guaina originale; e poi, a un certo punto, mi resi conto che si stava ricappellando, così presi fiato e lo succhiai più forte riscappellarglielo, facendolo gemere. Sentivo quel membro virile, di lui che quasi si era steso sotto di me, scivolando con le gambe per la distensione e premermi con le ginocchia contro il mio cazzo duro, vibrarmi dentro la bocca, finché non venne; mammamia quanto venne! non ce la feci a trattenere tutto il suo sperma nella bocca e quindi, un filo misto a saliva, mi scivolò lungo la sua infinita verga, che recuperai finito di succhiare. – Sei venuto, eh? – mi congratulai, ancora ansimando, tenendo la sua verga, e poi mi poggiai, a braccia conserte e la testa sopra le sue ginocchia, a riposare. Non potevo chiedere di meglio che riposare sopra le ginocchia del mio primino e intanto pensare se fosse stato il mio Sire…: io sarei stato il suo Scappellano di Corte o, meglio, il suo Glande Succhiatore; ma in quel caso il mio compito sarebbe stato soltanto quello di stuzzicargli la reale cappella, e per toccarlo, anche solo con un dito, o prenderne in bocca un centimetro in più, avrei dovuto chiedergli permesso: sincerarmi se Sua Maestà gradiva… e poi mi sentii carezzare sulla nuca. Luca mi guardava languido, e io con la mano andai a masturbare la sua tumida verga e con l’altra a saggiare il suo ginocchio dolorante: – Ti fa ancora male? – chiesi e al suo cenno rimisi di nuovo tutto quanto nella bocca; ma questa l’avrei tenuto ben saldo con la mano anche, perché sentire la sensazione della sua manualità e dell’oralità del pene contemporaneamente, era più bello! Luca continuava a tenermi le mani sulla testa, e mannaggia s’era bello fellare uno più piccolo di me, seduto mio divano, mentre io mi prostravo e lui con la mano mi dava il giusto ritmo: il mio piccolo sire! Certamente a Luca sarà piaciuto vedermi così prostrato, senza un briciolo di dignità! o Luca…! Fu veramente lunga quella seconda fellatio: Luca sembrava non giungere mai…, finché m’accorsi che era venuto, pero senza venire…, dall’improvviso decontrarsi del suo corpo e dallo smettere d’ansimare. – Guardiamo la tv, adesso, eh? –. Non conoscevo ancora approfonditamente le abitudini masturbatorie del mio Luca e credevo fosse abituato a farsi due marlette dietro fila – io ci riuscivo! –, e pensavo dunque non avesse avuto problemi a venire una seconda volta in così poco tempo, avendo anche due anni in meno di me! e invece mi sembrava di aver appena terminato una lunga maratona; poi lo ricoprii col panno, e quindi mi sedetti accanto a abbracciarlo e masturbarlo, perché proprio non riuscivo a farne a meno di lui quel giorno. Lo stringevo e intanto lo segavo, il mio primino… vacca s’era bello! lo volevo stringere a più non posso, finché – Ahia! – mi disse. – Oh, scusami! – lo baciai sulla fronte per farmi perdonare: ma proprio non ce la facevo a sapermi regolare; poi mi ricordai che dovevo ancora finire i compiti: ma come fare con lui ch’era così bello… e Gianluca che sembrava ancora una volta da sfogare? e poi ne avevo soltanto esauditi due dei tre pompini sognati stamattina, e mi mancava proprio quello dedicato a lui! – Come va il ginocchio adesso? – m’interessa pretestuosamente con l’intento di succhiarglielo una terza volta. – Va bene! – uffa! ma io volevo ancora rifarglielo il pompino… – A me pare ancora gonfio! – e ci scivolai tra le sue gambe a leccargli quella lunga canna, poi lo guardai. – Ti piace, eh… – mi disse con un fare sfrontato: aveva lo stesso sguardo che avrebbe potuto quel suo amico Malpelo se fosse stato nei suoi panni; ma a me non fregava più niente, e iniziai l’ultimo pompino per il nostro duplice piacere.
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L’ora di ginnastica
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A Luca squillò lungamente il telefonino: era sua madre per il report della giornata; e pensare che io ai miei avevo detto di non telefonare nemmeno o me ne sarai andato di casa, se non si fidavano di me per un week-end almeno… lui invece non ne sembrava minimamente infastidito, neanche mentre gli toccavo il pacco durante la telefonata: segno evidente del suo essere cinno perverso. – Tieni! – mi disse. – Perché? – – Ti vuole parlare prima di metter giù… – – Pronto… – che strano dover rassicurare sua madre che tutto andava bene: mi sembrava di essere investito di un incarico più grande della mia età; poi finimmo la conversazione con una gran risata, che a Luca non andò giù! – Che ha detto? – disse infastidito. – Niente… mi ha detto di non viziarti! – poi gli diedi una scapigliatura alla sua capa e mi voltai; ma mi sentii trattenere alla spalla e un tinnio da dietro. – Adesso ti metto questo! – mi disse mostrandomi il collarino di Niki lasciato ieri sul tavolo: – …così non mi fai più gli scherzi come ieri sera! – dichiarò. – E dove me lo vuoi mettere? – chiesi provocatoriamente. – Te lo voglio mettere qui! – mi afferrò improvvisamente il pacco. – Sì… e io, secondo te, sto tutto il giorno con l’uccello di fuori per farmi sentire da te! Da’ qua! –presi il collarino e me lo legai al polso: – Toh… va bene così? –. – Mm! – assentì soddisfatto, ma che primino impertinente che era oggi!
***
Prima di pranzare decidemmo di farci il bagno: – Giù o su? – chiese. – Su… su… qui abbiamo soltanto la vasca! – – Idro…? – – E tsé… secondo te ci abbiamo l’idromassaggio! – non avevamo mica tutti quei soldi! – Io ce l’ho… – disse altero. – …e com’è? – – Bellissimo, è rilassantissimo… ti rilassa un casino! – – E quante volte lo fai? – visto che sembrava un habitué! – L’ho fatto due volte:… – (-_-’) – …una quando abbiamo messo su la vasca… l’altra quando sono andato all’Aquafan; sai dopo mia mamma a casa vuole che pulisca la vasca… –. – All’Aquafan…! – – Sì… c’hanno dei getti potentissimi! ci sono andato con dei miei amici l’anno scorso … – mmm… come l’odiavo quando faceva il primino di mondo e raccontava fatti in cui non c’ero: se solo fossi tornato indietro, avrei passato con lui tutta la mia vita! – …a loro gli si gonfiava tutto il costume… – evidentemente avevano il boxer… – …e a me a momenti me lo strappava! –. – Eeeh… – – Giuro, una ragazza quasi me lo vedeva! – se continuava così… finiva che lo picchiavo: già mi dava fastidio che parlasse di “altri” – che non ero io – in termini di amici, se poi pensavo a quella…! – Dai che andiamo! – Luca portò in bagno il suo cambio, poi chiese a me di portargli le mutande, che lui stranamente si era dimenticato…; così frugai tra la sua roba: non appena le vidi, m’immaginai in quella conchiglia peniena il suo malloppo genitale e iniziai a masturbarmi, anche a costo di parirgli un maniaco con quelle mutande in mano qualora fosse entrato beccandomi sul fatto.
Sistemato il box, mi ritrovai quel primino titubante alle spalle: – Ehm… – esitò: – lo facciamo insieme? – mi chiese; ma che domande… – Certo! – secondo lui mi facevo scappare l’occasione di un bel primino sotto la doccia, come lui: – Dai spogliati! –. – Aspetta! – mi disse con lo sguardo da proposta indecente: – assieme… – voleva che ci spogliassimo reciprocamente. – Ma va’, dai… – mi sembrava troppo persino per lui, e mi levai le mutande davanti a lui mostrandogli il mio pene che lo puntava come una bacchetta da rabdomante.
Finalmente nudi, un’altra volta l’un davanti all’altro come le nostre genitrici ci avevano fatto: quel primino stava lì, con la sua ventina diritta e le braccia conserte per darsi calore; intenerito da quella scena, lo abbracciai sentendo tutta la sua minuta fisicità e quella massa dura premermi contro il bacino: gli massaggiai la cappella, poi lo portai dentro la doccia menandolo per l’uccello. Mi girai per regolare il flusso e quel primino intirizzito mi si strinse contro, in cerca del mio calore, facendomi sentire anche la sua verga robusta come una striscia bollente tra le natiche: fu una sensazione imbarazzante, ma scommetto non voluta; finché fu l’acqua a riscaldarci. Riabbracciai Luca così da insaponargli la schiena: era così bello stringerlo nudo e poterlo accarezzare…, poi fu lui a insaponarmi mentre i nostri peni si cozzavano; per tutto il tempo nessuno dei due era sceso sotto la linea ideale della cinta, quasi per non risvegliare i nostri istinti ma ora era giungo il momento di scatenarli, visto che avevo la sua verga in mano. Lo accarezzai lungo quella colonna di carne che stava sotto l’ombelico, poi discesi e dissi: – Ora, però, ci occupiamo del grillo! – allungandogli lo shampoo; intanto che lui si occupava della sua nuca, io mi sarei occupato di Gianluca, ma preferì la mia. Mentre contemplavo, dal basso, quella maestà pubica, Luca mi frizionava i capelli, facendomi venire in mente quelle immagini di lui all’Aquafan, e subito mi buttai con la faccia contro quella verga, figurandomi d’essere, ad una ad una, tutte quelle mille bollicine kamikaze, che gli si scagliavano contro modellandone sul costume la sagoma del pene. Che rabbia! e che voglia di farlo venire, per via di quei racconti; non appena il balsamo schiumò, glielo scappellai con forza infilandolo in bocca per punirlo di quella ragazza che «quasi [glie]lo vedeva»! Luca non doveva raccontarmi certe cose, specie se i soggetti erano femmine; perché lui era mio! …mio! …e soltanto mio! e quel pene, che ormai era perfettamente pulito, non poteva essere d’altri, se non soltanto mio. Tornai da lui tirandogli qualche ultimo colpo di sega, mentre con la faccia mi guardava grato; poi Luca s’accovacciò guardandomi con un ghigno vago e approssimandosi ai miei maroni: avevo capito… non potevo sottrarmi, perché lui era il mio principe, primino e padrone, e, se voleva, io dovevo starci! Chiusi gli occhi e, implorando al cielo, mi prepara a quel supplizio del marone con cui lui si sarebbe dilettato, ma mi sentii leccare lo scroto: la sua lingua mi salì tutta la verga. – Credevi… eh? – mi disse e poi mi masturbò; quel magnifico primino che scherzi mi faceva… poi presi una manciata di shampoo e gli insaponai la testa; lo accarezzavo, lo coccolavo e intanto lui mi ciucciava la bega: – Luca, dai… – gli dissi: – continuiamo stasera… – e riaccompagnai su per lavargli il capo. Incorniciai quella faccia d’aureola tra i miei avambracci; poi l’afferrai tra le mani e m’avvicinai a lui con lo sguardo ringhioso: Luca non poteva neanche immaginare, certe volte, la violenza delle emozioni che mi produceva! e non avrebbe mai potuto…
– Dai, Luca, scrollati l’acqua di dosso! – gli dissi chiudendo il rubinetto: di acqua ne avevamo sprecata già troppa! – Perché? – – Perché ci dobbiamo asciugare! – – Appunto… – mi disse, come per dire «che lo facciamo a fare…». – Sì, ma dopo m’inzuppi l’asciugamano! Su… – e mi scrollai l’acqua di dosso per dargli l’esempio, ma lui stava fermo, così feci io anche su di lui. Che bello passargli la mano su quel petto minuto, mentre il palpo ben aderente gli scivolava sulla pelle bagnata levandogli quelle goccioline che per una sorta d’affetto non gli si volevano levare di dosso; ma non potevo passare così troppo tempo lontano da quella turgida tentazione, che ogni passata del suo corpo tornito mi ricordava al tatto e alla vista: – Tu aspetta qui! – gli dissi, uscendo dalla doccia. – Brrrrrr… sbrigati! – e quando tornai con l’accappatoio indosso: – …e l’asciugamano? –. – Ma che asciugamano! tu vieni qua! – gli aprii l’accappatoio davanti e lo accolsi con un abbraccio nel mio manto azzurro: lo tamponai per bene e lo strinsi contro il mio corpo; volevo sentirmelo tutto il suo coso e lui abbracciato a me. – Tutto bene? – gli chiesi e un «sì» uscì dal mio petto, che per me era quasi fare l’amore con lui; – Allora seguirmi! – e a passetti brevi ci dirigemmo alla specchiera: lui era il mio piccolo scaldotto personale, e io il suo. – Va ancora bene? – gli liberai finalmente la sua faccetta felice, che mi guardava vicina al mio petto. – Sì! – – Allora ti asciugo, voltati! e tieni ben chiuso! – – Va bene… – ma com’era mansueto adesso, era come asciugare un biondo pulcino bagnato. Presi l’asciugamano e inizia a scompigliargli i capelli: mi piaceva troppo tenergli la testa tra le mani; mi dava la quasi sensazione di possederlo… – Cos’è? – chiese, indicando un insolito oggetto sull’armadietto accanto. – É un coso per massaggiare la testa! – e finito d’asciugarlo glielo passai come prova, mentre si scioglieva in un brodo di giuggiole; ma io avrei voluto fargli ben altro: massaggiarlo total – body col solo ausilio del mio pene turgido e dappertutto con quella mia appendice intima. – Mmm… – lo abbracciai per placare la mia scarica d’adrenalina che m’aveva appena istillato in corpo: – …adesso ti fono! –. – E tu non t’asciughi? – – No, io faccio così… – al naturale…, io i capelli non me li asciugavo mai; poi iniziai a pettinare suoi e a fonarglieli; per lui pure chauffeur ero… e sua madre che mi aveva detto di non viziarlo…: – Eh… aula! Finito! –. – E Gianluca? – chiese. – Ah, già vero… apri! – gli dissi riaccendendo il fon e finalmente anche il terzo inquilino rivide la luce. Luca abbassò il suo pene, così che incominciai a pettinargli anche la sua crespa capigliatura e a massaggiarlo con la punta della spazzola; era la prima volta che lo vedevo esattamente dalla sua stessa prospettiva: ma come faceva a sembrargli piccolo? visto che pure ora se lo confrontava nascostamente con la dimensione della spazzola… che testa di primino!
Mentre ci rivestivamo, Luca mi chiese di infilargli le mutande: – Ma va’ là, dai… – gli dissi: sia infilargliele che sfilargliele, mi sembrava ridicolo; poi scappai in cucina a porzionare le lasagne da mettere nel microonde. Lasciai a Luca l’onere di risistemare il bagno e quando ebbe finito mi raggiunse, ma lo trovai inspiegabilmente soddisfatto. – Ma che hai? – gli chiesi mentre fischiettava ponendo i piatti in tavola. – Le mutande… – – Eh! cosa… – – e… non ce le ho! – – Come non le hai! – – Senti…! – mi buttò in avanti il suo bacino; afferrai un’incredibile massa pastosa nelle sue braghe. – Naaaaaa… – non riuscivo a smettere di tastarlo: – Ma dove le hai? –. – In camera! – affermò come un Pierino fiero della sua bravata. – Dai, vattele a mettere! – io però non mollavo – No, vieni anche tu! – mi disse, così dovetti salire per controllare che se le mettesse; non appena le prese fuori dal mucchio dei pigiami disse: – Mettimele! – e me le tirò. – Dai infilatele! – – No, mettimele tu! – e si abbassò i pantaloni sedendosi a culo nudo sul mio letto; certo che Luca quando voleva qualcosa, sapeva sempre come ottenerla: in questo caso il farsi infilare le mutande da me! Mi accovacciai tra le gambe trovandomi il suo pene davanti; gli infilai il primo occhiello, poi il secondo, ma quando giunsi in prossimità delle cosce, non ce la feci più: presi quel coso ritto che mi sventolava davanti, e lo smanettai con veemenza. Luca godeva come un matto: quel primino sembrava fatto apposta per godere alle mie seghe; ma le lasagne ci attendevano nel forno: – Certo che a te ti basta mai…– gli dissi, poi lo scappellai e m’infilai in bocca il suo pene per dargli una rapita ripulita dai suoi fluidi corporali, di cui già sentivo l’aroma, e quindi scappai in cucina, lasciandogli le mutande a mezza coscia da tirarsi su da solo.
***
– Caffè? – gli dissi prima di chiudere il pranzo lanciandogli una provocazione. – Caffè… – ripeté esitante. – Sì, caffè: liquido caldo, nero; intendi… Io lo prendendo, tu? – – Va be’! – disse accompagnando con un cenno del capo, come se lo aiutasse a convincersi; gli portai la tazzina fumante che iniziò guardarci dentro, nel suo fondo nero; probabilmente si stava guardando, mentre bevevo, in quel riflesso negro che rivelava la sua metà oscura, cagione ora dell’azione che gli stava facendo in contravvenzione del divieto materno. – Dai… – l’esorta e Luca si bagnò le labbra facendo poi una ghigna schifata. – Bleh! Ma come fai…?– – Cosa? – – A berlo, è amarissimo! – – E mettici dello zucchero, no… furbo! – Luca vi versò dentro una palata di zucchero: – Veh, che è caffè con zucchero, non zucchero con caffè… –. – Uffa… eh! – mi rimbrottò… – Su… dammi una mano a sparecchiare! – in due avremmo fatto prima e poi, se non mi sbagliavo, era il secondo pasto che si faceva a sbafo. Tutto andò liscio fino al primo piatto: lui passava e io lavavo, ma quanto tocco al secondo, sentii un tonfo tremendo di ceramica contro il pavimento; mi voltai e vidi un primino mesto dalla faccia colpevole e dei frantumi ai piedi. Lo guardai con condiscendenza: – Lascia stare, vah… – si stava abbassando per prendere i cocci. – Ma… – – Tu siediti, che per oggi hai già fatti fin troppi danni! – avevo pure una paura matta che raccogliendoli si fosse tagliato, rovinandomi ulteriormente la giornata. – Dai, te lo ripago… – mi disse conciliando. – Ma va’…! – non perché mi sentivo quasi offeso dalla sua, seppur, generosa proposta… – Ma i tuoi poi … – – I miei cosa…? – l’incalzai. – …dopo daranno la colpa a te! – …lo disse come se un piatto rotto fosse chissà quel gran danno. – e allora… che c’è? una volta mi avrebbero cinghiato, ma ora… – feci spallucce; volevo sconvolgerlo, prenderlo in giro per la sua tragicomica espressione, ma Luca mi prese in parola, quando mi alza lo vidi con la faccia turbata. – Ma… i tuoi ti picchiavano? – mi disse con la voce preoccupata e un tono di terrore. – Ma secondo te… – buttai vai i cocci: – Oh rinvieni… – mi guardava ancora con la faccia angosciata: – ma ci credi veramente? – che primino! gli avrei voluto dare un lungo abbraccio, talmente era tenero; ma mi sentivo troppo sdolcinato e corressi tutto con un bel fiammifero sulla sua testa a nocche nude. Portai il mio primino turbato in salotto e mi accostai palpandolo nella “mia” sua zona anatomica preferita; mi venne in mente quella sensazione di prima: di quando lo palpeggiai senza altro sotto: – Luca… – gli dissi. – Mm… – – Mi faresti vedere mentre ti diventa duro? – era una fantasia che covavo da tempo. – Sì… – mi disse senza obiettare: – … però siediti! – e mi spiegò che per farlo si doveva concentrare (?). Mi sedetti, e Luca mi si pose davanti, a gambe aperte e con le braghe abbassate ma con la maglietta che ancora copriva bene il suo genitale, e mi spiegò che per farlo abbassare si doveva concentrare, quindi avrei dovuto alzarla soltanto quando lui mi avesse dato il segnale; s’immobilizzò a occhi chiusi, come in una sorta di training autogeno, a respirare: segno di quant’era dura, anche per lui, dominare la belva, poi mi fece il segno. Alzai la felpa, e così vidi finalmente il suo membro grazioso, che volendo stava all’intero della conca della mia mano, con quell’aspetto così impeccabile anche da mollo, con quel prepuzio che ricopriva perfettamente il glande e continuava anche dopo, abbondantemente oltre la linea dei maroni; lo toccai e subito s’allungò. In pochi secondi, vidi il suo pene completamente erigersi e, volendo, stare su anche perfettamente da solo, se solo non l’avessi masturbato; così mi alzai, e lo presi tra medio e indice e feci segno: – Taglia… taglia… taglia… tagliamo? – gli dissi. – Ma perché me lo vuoi sempre tagliare? – – Perché tanto non lo usi! – – Ma lo usi tu! – touché… e senza neanche toccarmi; infastidito dalla sua arguzia, gli dissi di metterlo pur via, ma quando si voltò, eccitato da quella situazione, lo presi alle spalle e gli battei una goliardica pacca sulle palle: – Ma che bel pisellone! – gli dissi strizzando, e Luca gridò: – Ahia! – scappando dalla mia morsa: – C’ho le palle qui, io! – riprese incazzato e dolorante. – Anch’io… – mica c’aveva il monopolio! – Ma tu c’hai il cazzo davanti! – e mi tirò per ripicca un colpo verso il pube che per fortuna schivai; però… in effetti, l’impatto del colpo mi risultava piuttosto attutito, rispetto a quanto mi sarei aspettato senza “il cazzo davanti”… – Oh, Luca scusa… scusa… – lo riabbracciai rammaricato da quella nuova consapevolezza in cuore, ma Luca ora se ne stava davvero approfittando; lo feci distendere sul divano per farmi perdonare, e accarezzandolo, laddove gli faceva male, gli dissi: – Ti fa male qui? – e lui «scì!» pronunciò con la voce di un bambino… boia d’un primino! – Oh, povero…! – mi prostrai a baciargli le sue sferoncine doloranti, poi lo masturbai lungo quella prolunga di carne già dura come il cemento; ora mi chiedo: ma se lui se lo teneva verso il basso, quel coso, ben ripiegato sul davanti, tutto quel bendiddio, non si sarebbe forse evitato quel “trauma”? – Luca… – gli chiesi, dopo un buon quarto d’ora di segheggiamento: – ma perché non te lo tieni sul davanti? –. – Cioè? – – Come faccio io! – – E… ma non ci sta! – mi disse in fretta; ma quello lo vedevo già da me: dallo sforzo che facevo per tenerlo verso l’alto mentre lo masturbavo… – Ma da molle intendo… – – Sì, ma non ci sta comunque, torna su da solo… – da solo…! – Strano…! – – Sì! e poi non voglio che mi vada verso il basso… – e fece un accenno al mio. – Perché? – – Perché poi mi diventa come il tuo… – – …e allora! – il suo tono mi stava infastidendo! – Beh… in su è meglio! – e quando mai lui non era nel meglio? – Gianluca è felice! – il che faceva del mio, per contrasto, un cazzo ontologicamente “triste”; ma perché continuavo a menarglielo? perché stavo lì a masturbarlo e per giunta con un senso di colpa per una cosa che, in fondo, non gli avevo fatto! Lasciai quel pene cadere sulla pancia, e subito sentii il suo paf all’impatto con l’addome: o che bel suono di carne contro carne…; lo ricaricai e rilasciai subito andare, per poi rifarlo di nuovo: mi stavo divertendo con la sua catapulta personale, finché Luca mi disse: – Ma ti diverti!? –. Mi sentivo come con mio padre quando mi beccava intento a divertirmi con gioco cretino: ero frustato perché ripreso da un primino… – Guardiamo un po’ di tivù? –. – Sì… – – Allora mi stendo dietro di te! – ricomposi i suoi pantaloni per ritrovare un po’ della mia dignità, perduta tra le sue pudenda, e mi distesi dietro lui, che subito presi a coccolare. Stavo coccolando quel quattordicenne snello, quando con una carezza troppo maldestra scoprii il suo fianco, proprio dov’era l’infossamento della vita, e lì incominciai a carezzarlo; che bello digitarlo su quel tratto di carne nuda, che sotto percepivi in tutta la sua sostanziosa carnosità, quasi tosta direi, poi Luca prese la mia mano e se la portò sul capo. Lo accarezzai un poco intorno all’orecchio, tra quei fili sottili, poi scivolai sulla spalla, sul braccio, e in fine di nuovo sul suo fianco, a coccolarlo; ma Luca mi riprese la mano e se la ripose sulla testa: – Mm! – ribadì con fermezza, che poi voleva dire «qui!». – Beh…, non ho capito!? – – Accarezzami qui! – ordinò. – Ma io voglio coccolarti qui! – riportai la mano sul suo fianco. – e io voglio qui! – – Ma io no… – – Affari tuoi! mia mamma ti ha detto di non viziarmi! – e mi riportò la mano sul capo. – No! Coccole! –rifiutati. – Carezze! – – Coccole! – – Carezze! – si stava persino alzando per il nostro battibecco. – A sì… – me lo caricai di peso sul mio corpo e sistemai sul petto, ribadendo: – coccole! – e adesso volevo vedere come faceva ad avanzare le sue pretese! ma Luca si adagiò buono con la testa sul mio petto a riposare. Mammamia quant’era bello: lo accarezza completamente sulla schiena con entrambe le mani; Luca era per me tutte e sette le meraviglie del mondo rinchiuse in una, più un’ottava indefinibile e incredibile, da cui prendeva spunto la sua magnifica personalità; sarei stato per ore immobile a coccolarlo, ma Luca mi chiese con tono gentile: – Alle… –. – Sì… – – Mi accarezzi per piacere sulla testa? – – Ma certo! – come potevo dir di no se me lo chiedeva così…: delle volte mi veniva quasi da piangere a pensare che, per una diversa serie di coincidenze, avrei potuto mai incontrarlo in tutta la mia vita, e allora un gran magone mi prendeva, che solo un suo abbraccio mi poteva placare…
***
Drinnn…! drinnn…! ma chi è? Oddio… mia zia! – Luca, presto, svegliati! – lo scossi dal petto. – Ma che c’è? – disse disorientato. – Mia zia! – – Tua zia… – – Sì, beh… non proprio, te lo spiego. Su, alzati! – lo mandai in camera mia con l’ordine di non scendere giù, finché non fosse andata via; i miei non dovevano assolutissimamente sapere che lui era venuto da me! Sì, mi avevano detto di poter ospitare qualcuno a dormire, anzi era proprio stata la scusa per rimanere a casa da solo, ma tra le clausole non scritte c’era implicito che chiunque si fosse fermato a dormire, avrebbe dovuto avere almeno sedic’anni; e poi non mi andava di far sapere a loro, che proprio lui si era fermato… Aprii a zia Cristina… che a dire il vero non era proprio una “zia”, anzi non c’era nemmeno parentela tra di noi, ma era comunque diventata la Zia per la sua costanza durante la mia infanzia, oltre che per essere la mia madrina, nonché migliore amica di mia madre… forse tutto questo per la sua impossibilità di avere una maternità tutta sua; ma in quel momento la cara zia, era soltanto un’emissaria dei miei, una spia al soldo del controllo genitoriale, l’unico modo per essere esentato dal ricevere loro telefonate.
Terminata la visita, feci ridiscendere il mio piccolo esule dal suo breve esilio che subito mi costò il suo rimbrotto; Luca non poteva assolutamente accettare di essere censurato nella mia vita pubblica: dopotutto come poteva una piccola stella come lui accettare di essere eclissato? Ma per fortuna ci pensò l’intervento di gatto matto a salvarmi dalla sua querimonia; Niki entrò dalla porta con passo felpato e corse in contro, andando poi a intanarsi dietro il divano: – Ma che ha? – mi chiese. – Che ha…, vuole giocare! – – Davvero! – gli s’illuminarono gli occhi: – Pch…pch… Niki… – incominciò a chiamarlo. – Devi prendere qualcosa per farlo giocare… Tieni! – gli lanciai un nastro che ultimamente usavo per farlo giocare, e incominciò la corrida: Niki si nascondeva dietro un mobile e poi andava verso il nastro, lo toccava e poi si nascondeva di nuovo dietro un altro mobile o le sedie nel salotto; Luca non l’avevo mai visto così divertito: non sapevo se da quello stupido gioco fosse più diverto lui o il gatto, ma io mi stavo annoiando. – Accendo la Play! – gli dissi, ma nono mi degnò d’uno sguardo… poi quando l’accesi, lo vidi arrivare di fianco sedendosi sul divano con la faccia in vena di scuse: – Non vuole giocare più… –. – È normale, dopo un po’ si stufa! – non era mica più un gattino, giovane sì, ma un micino no! Luca stette zitto qualche secondo e dopo mi propose un doppio: – No, adesso gioco io! – aveva preferito il gatto a me, e ora se ne sarebbe stato con le mani in mano; …anzi! Presi la sua tenera manina e me la infilai nelle mutande a massaggiandomi il genitale; ah, che goduria farsi massaggiare forzatamente da qualcun altro, poi con Luca mi pareva anche di esercitare un innocuo sopruso, che mi ripagava di prima; poi prese a farmelo di sua sponte: – Ecco, bravo! – almeno adesso avevo tutte e due le mani libere, e intanto che mi calavo i pantaloni per stare più comodo. – Mi ricordi mio cugino, sai? – disse Luca dopo d’un po’. – Perché? – un accostamento così sgradevole… – Perché anche lui mi faceva segarlo, mentre giocava! – oh… poverino, non volevo assolutamente ricordargli dei momenti così turpi con quel prepotente. – Toh, allora… – gli diedi il joypad. – E tu? – – Io gioco attraverso te! – me lo presi in mezzo alle gambe: – sei il mio servo-gioco! – lo sguardo di Luca si fece subito torvo, perché probabilmente male interpretò quel “servo-” per “schiavo”, e non per “ausilio”, come io intendevo! – dai… – lo accarezzai sul fianco cercando d’ingraziarmelo, ma Luca prese a giocare senza dir niente. Oh, che splendida sensazione toccare quel primino stizzito, che sembrava così fragile, ma che qualche volte si comportava così gagliardamente da parere invincibile; poi lo tamburellai sul retro: – Senti come suona vuoto! – . – Sarai vuoto tu! – mi rispose scontroso. – Ma non è un’offesa! Senti… Anzi devono suonare così! – – Davvero? – – Certo! vuol dire che sono sani! – quindi presi in mano la sua dura canna: – Allora, posso giocare? –. – e come? – – Attraverso di te: ti do i comandi… – e gli mossi Gianluca come un joystick per fargli intendere il paragone; Luca accettò subito divertito, ma più che giocare ero intento a masturbarlo, e secondo la nostra convenzione quello voleva dire «accelera!», quindi eravamo sempre fuori pista. – Uffa, ma sei una sega! – gli dissi, facendo come faceva lui quando m’incolpava di cose, sapendo benissimo che la colpa in realtà era sua; ma Luca non beccò: – Mmm… sì, sì! piuttosto vammi a prendere qualcosa da mangiare? – – Ancora! – – Ma io cresco… – – Anche io, ma non vengo mica a scroccare a casa tua! Comunque ci sono delle banane, se vuoi… – – Ma da te c’hai solo banane… – polemizzò… – Oh, senti, ci sono quelle! – – Sì… sì… va be’… vai! – mi sentivo pure mandato a cagare, ma in realtà voleva solo rimanere solo a giocare. Tornai da lui con una banana già aperta, e intanto io mi sedetti mangiandomi una merendina: – Bastardo! – mi disse. – Hai voluto quella… e quella è! – finito di magiare, ripresi il gioco e incominciai giocare, ma non appena Luca finì, mi disse: – C’ho fame! –. – A moh! e cosa vuoi ora? Veh, che sono finite! – – Ma io voglio la tua! – e mi zompò addosso tirandomelo fuori: – Visto! – e me lo succhiò. Mi sdraiai con quel primino vorace in mezzo alle gambe e mi rilassai e godendomi la sua fellatio, mentre un gigantesco GAME OVER lampeggiava rossastro sullo schermo crashato; Ma che mi fregava? ero lì, inerme, con quel primino che mi continuava a segare, poi me lo scappellò: – Ma il filetto ce l’hai anche tu… – costatò con un filo di stupore. – E… certo! – perché non avrei dovuto… – Quasi, quasi… te lo rompo! – – Oh… oh! – mi tirai indietro, ma lui non mollava la presa. – Tranquillo: sto scherzando… – già… ma chissà perché di lui non mi fidavo…. – Dicono che sia la parte più sensibile! – gli giustificai il non farmelo rompere. – Davvero? – e Luca andò con la lingua a stimolarmelo, ma non sentivo niente: – Ma tuoi amici quando li chiami? –. Già, loro…: – Dopo, di solito li chiamo sempre verso le 7:00! – solo che io non avevo molta voglia di chiamarli, ma gliel’avevo promesso che sta seta l’avremmo passata in loro compagnia.
***
– Birra? – gli chiesi mentre mangiavamo le nostre due pizze portate vie dal “Berno”, siccome già da un quarto d’ora me la fissava: io per lui avevo messo in tavola acqua e cola, ma forse si sentiva in vena di trasgredire ancora… – Birra… – ripeté con fare incerto – Sì o no? – – Sì! – rispose con un motto d’orgoglio battendo il bicchiere sul tavolo per ribadire la sua intenzione, e allora ecco gliela! Luca stette un attimo a guardare quella bionda schiumarsi nel bicchiere finché non lo spronai; – Bleah… ma come fai a berla? – fece una smorfia schifata; io scossi la testa rassegnato: – Non sono un cinnazzo! – disse; ma come faceva a saperlo…. era diventato telepate? – No… – versai il suo bicchiere nel mio. – No! – – E allora, sentiamo: quanto bevi? – – Beh, non bevo… – – E allora… – – Cioè sì, a capodanno… e alle feste… – soggiunse. – A beh… allora… – dunque Luca si riversò la birra nel bicchiere, e quinti bevve; così lo volevo quel primino: grintoso! a bere birra come un vero uomo; poi continuammo la conversazione con reciproche confidenze alcoliche. – Vieni qua! – mi disse: – …però non dirlo a nessuno… – e abbassò la voce come se anche i muri avessero le orecchie in casa mia: – …una volta, a casa di un’amica di mia mamma,… –. – Eh… – – …mi sono fatto fuori 12 cioccolatini, di quelli al liquore, in un’ora! – ma che evento! – COSA! Ma sei un alcolizzato! – gridai ad alta voce scandalizzato. – Sss…! ma non dirlo a nessuno! – e che cosa andavo a dire: che conoscevo un primino boeromane? Quei dodici cioccolatini, però, dovevano dargli ancora da fare, visto che da allora si comportò come un vero brillo, finché non andammo in camera mia a cambiarci; erano oramai le nove e mezza, ed era ormai chiaro che non avremmo chiamato nessuno né per uscire e né per stare in casa; ma meglio così! non avevo nessuna voglia d’uscire stasera, né di vedere altri. – Che facciamo? – m’incalzò Luca mentre si stava levando i jeans, che mi avevano fatto venire voglia in pizzeria, con quel bel fagotto, di toccargli, d’infilargli dentro le mani davanti a tutti. – Boh, non saprei… possiamo vedere un film! però mettiti il pigiama! – così stasera avremmo fatto prima…. – Va be’! – e con fretta priminica si cambiò, facendomi venire in mente che l’altra sera non m’aveva fatto dormire col suo moto notturno: – che pensi? – mi chiese il mio piccolo duca. – Niente…, sull’opportunità di farti dormire stasera sul divano! – – Perché? – disse quasi scandalizzato. – Perché ieri sera non m’hai fatto dormire, e questa sera è l’ultima! – – No, dai, ti prego… ti prego… ti prego… – disse giungendo le mani e buttandosi perfino in ginocchio con fare d’attore: – me ne sto qua buono, in fondo, giuro! – m’indicò la sponda del letto; e immaginandomelo tutto rannicchiato, come un gatto, in fondo al letto, pur di non dormire la notte tutto solo nel salotto, mi fece sorridere e accondiscesi; ma pensavo che fosse ormai già abbastanza chiaro, che se proprio qualcuno avesse dormito sul divano, quello sarei stato io, lasciando a lui il mio letto, poi aprii un cassetto. – Ma sono film! – – Sì, ogni tanto ne registro uno… – era un mio vezzo, poi Luca mi chiese un parere e la trama d’ognuno. – e questo… – prese Maléne. – È la storia di uno che si fa troppe seghe, come te! – – Ha… ha… ha – mi disse col suo sorrisino sarcastico: in effetti, non era credibile come sunto, ma era proprio quello. – Giuro: è la storia di uno, della tua età, che si fa le seghe tutto il giorno pensando alla Bellucci! – – Beh, ora vediamo…! – mi disse col tono minaccioso, come se in caso contrario mi avesse fatto chissacché…
Mi sedetti sul divano con lui accanto, ma lo distesi subito per averlo con la testa poggiata su di me e tutto a portata di mano. Dopo le prime scene torride del film, Luca mi chiese che razza di film palloccoloso fosse quello; e, in effetti, non aveva tutti i torti: con tutti e soli quei toni afosi nel film! me l’ero chiesto anch’io la prima volta che l’avevo visto: perché non l’avessi cancellato subito riregistrandoci sopra; ma qualcosa in quel film mi aveva turbato, qualcosa che solo ora capivo, con lui vicino; infatti, tutto cambiò quando alla prima scena di tutti quei cinni allupati, seduti sul muretto, vedemmo quell’accenno di erezione gonfiarsi nei pantaloni del protagonista. Luca lo sentii muoversi e subito andai a controllare nei suoi pantaloni; non so perché, ma mi veniva spontanea una certa consonanza tra lui e il protagonista, non somatica ma fisica: nei modi e nella costituzione; probabilmente fu quello a far scattare in lui quella sorta di meta-simbiosi, per cui si stava sempre più coinvolgendo nel film, tanto che alla scena della conta dei pollici esclamò: – Così poco! –. – Che cosa pretendi… è più piccolo di te! – e poi, semmai, era lui a essere “eccezionale”… – Ma hai detto che ha la mia età! – – Si fa per dire… – – Comunque è poco! – asserì. – Contiamo i tuoi…? – iniziai a contare: – Uno, due, tre… –. – No, lascia stare! – si rifiutò di misurarlo coprendosi col panno, ma intanto io avevo conquistato il suo fallo nella mia mano. Iniziarono finalmente le scene hot del film: quelle allucinate di fedele descrizione morbosa di fantasie aliena di un pubescente in iena adolescenziale, le pruderie dissennate, i subbugli ormonali; e intanto io lo masturbavo, così come continuamente si masturbava il suo l’omologo nel film, e di gran gusto…! se io solo mi fossi segato così nel letto, avrei tinteggiato dappertutto, ma di più mi chiedevo come facesse Luca a resistere ancora. Sentivo il suo affanno, lo controllavo periodicamente sull’apice dello stato d’umidità, e insieme cercavamo, tra le scene di seminudo, qualche fotogramma con uno stralcio di mutanda, per capire veramente le reali dimensioni del protagonista. Al cinematografo, Luca non capì che cosa ci facesse quella signorina procace vicino ai ragazzini; e quando gli spiegai che era lì per segarli, Luca me lo prese subito e incominciò a segarmi assatanatamente. Oramai non ce ne fregava più niente del film, se mai ce ne fosse fregato: prendevamo soltanto quel che ci serviva per nostre seghe compulsive; ma il clou arrivò quando il padre lo accompagnò al postribolo: la peripatetica lo spogliò, e io subito m’immaginai di essere lei e di spogliare Luca in quell’atmosfera d’erotica tensione…; poi Luca mi chiese se per me il protagonista fosse realmente nudo, visto che era minorenne, ma io non sapevo cosa rispondere e allora lui mi fellò alla prima scena di orgasmo verginale. Io lo masturbavo e lui mi fellava, era irresistibile per me pene tinto dalla televisione nella mia mano: – Luca… andiamo a letto…? –.
M’infilai nel letto riabbracciando Luca; incredibile: solo pochi secondi lontano da lui e già mi sentivo in astinenza per la sua corporeità! Lo abbracciai forte, lo strinsi al petto per placare la mia sete di lui: volevo sentirmelo in corpo, compenetrato nel petto per essere una sol cosa eternamente io e lui… ma ci ritrovammo ben presto a toccarci alla rinfusa senza una meta direttrice che non fosse il nostro turgido sesso. Vi arrivai, l’afferrai: vacca s’ero grosso! lo pigiai forte e presi a masturbarlo fuori dai vestiti; Luca già mi ansima, ma no, no… non così in fretta! non potevo sprecare tutto così e subito, e soprattutto con così poca fantasia! – Luca… fermati! – gli dissi –…calmiamoci! – e ci stringemmo in abbraccio affettuoso, a sedare la nostro smania carnale. Lo caricai su di me, volevo sentirmelo tutto addosso; non doveva avere alcun altro contatto col mondo all’infuori di me: io dovevo essere il suo unico punto d’appoggio! poi presi a strusciarlo; ma Luca si alzò, dapprima col solo busto, poi sedendosi sul mio bacino, a carezzarmi. Era così tenero quando mi elargiva le sue premure, che veniva quasi voglia di mangiarlo; poi gli tolsi il primo strato di sovrappelle: quella maglietta di pigiama che m’impediva di toccarlo sulle sue nudità. Era più eccitante adesso, accarezzarlo sulla pelle nuda, seppur tra gli spazi lasciati spogli dalla canottiera; poi m’infilai sotto e piano gliela sollevai tastandolo sul petto, finché la levai perché m’impacciava. Ora sì, che il mio Luca era come si doveva…: a dorso nudo e tutto per me! ma a me non mi bastava soltanto quello, non in quel buio: io volevo vederlo! – Luca accendi la luce, per piacere! –. – Perché? – – Perché voglio vedere! è lì sul comodino… – ed ecco il mio bel primino apparire seminudo in tutta la sua adolescenziale freschezza e con quelle due areole sottili che ora sembravano due occhietti strizzati su un torso minuto. Era così strano accarezzarlo ora, in quell’insolita luce che definiva così bene il suo petto, più di quanto non fosse in realtà definito, così gli scivolai verso il basso…; lì sì, che era veramente ben sviluppato. – Senti che roba! – gli dissi, ed entrando strinsi, poi Luca mi fece intendere che le mutande gli stavano strette, così gliele levai assieme ai pantaloni: – Butto di qua, dove c’è la luce! – non volevo poi fare la fine della notte scorsa. Il mio primino stava lì, col suo turgido fallo ancora seduto su di me: sembrava un cucciolino in attesa di una mia carezzina; così lo sfiorai suoi testicoli, e secondo me non aspettava altro che quello, perché sembrava un micino in fusa per i grattini. Presi a masturbarlo e man mano che godeva lo avvicinai alla mia testa, fino ad avere le sue ginocchia contro le mie spalle; era fantastico: tutto quel biondino e il suo fallo a portata della mia bocca! Incominciai a carezzarlo, poi me lo misi in bocca per sentire il suo sapore inebriarmi le papille. Lo spingevo contro me, col pretesto di accarezzarlo sulla schiena, per averlo più dentro; e se solo non avessi avuto la luce accesa, mi sarei perso quello spettacolo davanti: il suo pelo biondo che mi fremeva e sotto quella lunga cannula che mi congiungeva a lui; per me il paradiso era un biondo primino col suo lungo uccello dentro la mia bocca! ma Luca lo sfilò. Fu come estrarmi un organo vitale, privarmi di quel pezzo di lui… poi disse: – Lo facciamo doppio? – e mi si piroettò sopra. Mi sembrava d’avere un’astronave dalla fallica forma su di me, di quelle che si vedono nei documentari degli UFO; poi quel lungo dotto scendere, staccandosi dal ventre della nave-madre, con l’ultimo blocco aprirsi: era Luca che mi ricordava di darmi da fare, perché lui stava già succhiando da un pezzo, così iniziai anch’io il mio incontro fallico del 3° tipo.
Erano passati circa un paio di mesi dall’ultima volta che l’avevamo rifatto “doppio”, e quasi m’ero dimentico la piacevolezza dell’essere succhiati e succhiare insieme, ma io non volevo venire così! – Luca, dai… ora vieni un po’ sotto tu! –. – Va be’, però ti spoglio! – mi disse e mi sfilò i vestiti, così come io l’ultima parte del suo corredo notturno; finalmente eravamo completamente nudi, e quel bocconcino sotto di me! Gli leccai la verga e, salendo poi, la continuai idealmente baccettando lungo la mezzeria del suo corpo, mentre quel primino tratteneva il fiato; giunsi così alla sua faccia: al mento… e continuai diritto sul naso, la fronte, per poi intrattenermi; avrei voluto baciarlo, ma la tensione era troppa, non ce la facevo: avevo paura che in fondo avrebbe pensato che ero…, mentre io di lui ancora non l’avevo capito che cosa pensava! Tornai sulla sua bega scappellandogli il glande, e finalmente ritrovai quel filetto, che lui oggi voleva rompermi, segno evidente della sua ancora ufficiosa castità; gli girai intorno con la lingua per il solco balanico, ma Luca dopo un simil orgasmi mi disse: – No, fermati! Voglio farti venire primo io! – ma che gentile… però sapevo che lui, in realtà, voleva solo venire per secondo, per godersi meglio poi il suo periodo di riposo post-orgasmico tra le mie braccia.
…mi ritrovai un primino erto su di me col suo fallo eretto: era come stare tra le gambe d’un’opera scultorea d’infinita bellezza, un David di Michelangelo in forgia carnale, e allora mi alzai a baciargli le palle in segno di rispetto: gli leccai lo scroto, e poi tornai tra le sue gambe, nel mio alveolo, iniziando a menarglielo l’uccello. Avrei voluto ciucciarglielo, ma non potevo abbassarlo ulteriormente – oltre i novanta gradi verso il basso – o gli avrei fatto male…; progressivamente poi Luca si adagiò. Mi sentii il suo sedere contro il mio uccello, e poi lui farsi indietro come attratto da un piacere carnale, che già conoscevo… ma no, io con lui non potevo: mi vennero subito in mente quei ricordi, e lo schifo provato con Robertino. – No, Luca! No! – gli dissi col tono fermo trattenendolo sul fianco; Luca allora mi guardò quasi lieto e si avvicinò. Luca mi guardava con lo sguardo innamorato e poi mi sentii le sue labbra sulle mie, mentre mi masturbava: il suo calore, il suo respiro, quasi mi pareva di ricevere; ma io per la tensione serrai le labbra. Mi sentivo a disagio, nervoso, non me lo sarei ancora aspettato, poi sentii la mia bocca aprirsi sotto la spinta della sua che calcava; mi cercò con la lingua: ci fu una lieve scossetta e poi un primo bacio alquanto impacciato. Chiusi gli occhi e finalmente mi lasciai andare, iniziò allora un bacio disinibito, inclinando perfino le nostre teste per cercare la posizione migliore in cui combaciarci meglio, e Luca continuava a segarmi. Arrivò il momento che ormai non ce la facevo più a baciarlo dal fiatone, così Luca mi guardò soddisfatto e scivolò verso il basso; mi sentii la cappella avvolta da una mantella umida, e poi quell’impellente bisogno di venire, gridando forte il suo nome, come un mantra da far giungere in paradiso. «Luca… Luca…» gridai, ponendogli le mani sopra la testi, e finalmente venni, mentre lui continuava a ciucciarmi e io a carezzarlo come fosse quella chioma la cosa più morbida del mondo. Aveva finito: mi sentii le sue ultime leccate sulla cappella, e poi ricomparve con la sua faccia bionda: un volto angelico ma dallo sguardo malandrino, che di nuovo mi baciò impensato; sentii il sapore del mio sperma, il mio sapore, e continuò a limonarmi in punta di lingua; però! non era mica poi tanto male: era diverso dal suo, ma capivo perché anche a lui ci tenesse tanto a succhiarmi; poi si ripoggiò affettuoso con la testa sul mio petto.– Ti è piaciuto? – mi chiese dopo un po’ che ci facevamo le coccole. – Sì, perché… – – Niente…, mi avevi detto di inventare qualcosa di speciale… – mi lasciò intendere, anche se io non capivo bene che cosa fosse quel «qualcosa di speciale»: se il suo tentativo di farsi deflorare, il nostro secondo bacio, oppure il bacio al sapore del mio sperma…
Mi stavo quasi addormentando, ma il pungolo di farlo venire mi teneva sveglio; così, senza dir niente, lo sdraiai piano sul mio letto e mi misi a contemplarlo. Era così bello lui nudo, che non potevi fare a meno di carezzarlo su quel fisico minuto, e avvicinarti piano a Gianluca; ma quando lo sfiorai, mi chiese di spegnere la luce. – Va bene… – e nel buio tornai carponi su di lui, poi iniziando a solcarlo lungo la verga con la punta del mio pene, che tanto puntava verso il basso, e quel primino di già godeva. Incominciai a masturbarlo, e in poco tempo era già lì che gemeva, così mi avvicinai intenzionato a baciarlo, ma finii di nuovo sul suo naso e poi lievemente a mordicchiarlo sul labbro: non so perché, ma non ancora non ce la facevo a iniziare a baciarlo; però gli scivolai a mordicchiarlo sul lobo, e allora il suo tono crebbe. – Adesso ti do io qualcosa di speciale! – gli sussurrai nell’orecchio; discesi a bacettarlo: trovai il suo capezzolo e allora Luca emise un grido, che sembrava dovesse farlo sentire fino in paradiso; – Oh… calmati! – gli dissi: avevo paura che i vicini ci avessero sentito. Era incredibile quella scossetta che anch’io sentivo, quando gli limonavo l’areola: era la stessa di quando lo baciavo; poi cambiati capezzolo, ritrovando quel bottoncino piatto in mezzo, che quando stimolavo, lo faceva stava letteralmente impazzire; e probabilmente lui non s’aspettava che io conoscessi altre sue zone erogene per farlo godere oltre il pisello… Era giunto il momento: sentivo il suo odore, e la vertigine che mi dava il suo sapore pre-spermale, ma dopo quello c’era immediatamente il piacere di sentirlo tutto grosso in bocca, ed era quella, in fondo, una delle sensazioni migliori di succhiare un primino dall’uccello grosso, che poi arrivò. Il suo seme per la mia bocca…, avrei voluto non avesse finito mai quella fontanella, e pensare che già oggi aveva gorgogliato. Continuai per due minuti interi a succhiare quel liquido piacere, e poi il mio Luca si sciolse da tutte le tensioni del giorno, piombando quasi in un sonno lieve, ma quando apprestai a raccoglierlo tra le mie braccia… – No, fermati – mi disse: – vieni un po’ tu su di me… – propose. La proposta in parte mi allettava, perché anche io, una volta tanto, avrei voluto provare che cosa significasse abbandonarsi tra le braccia e sul petto di qualcun altro che ti accarezza; ma se il piccolo sul grande sta a anche bene, il grande sul piccolo mi sembrava alquanto ridicolo: – No, dai… poi ti faccio male ! – e dopo un bacio sulla fronte, lo caricai tutto nudo su di me, mentre il suo corpicino lasso si adagiava piano piano abbandonando ogni resistenza.
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Sabato pome
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S. entrò nella stanza seguito dal suo cliente visibilmente eccitato. Laura non capiva o forse sì. Non aveva paura né provava imbarazzo. Si sentiva pronta a tutto per soddisfare le voglie di S. e se farsi quell
’uomo o tutti e due insieme era un suo desiderio, allora lo avrebbe fatto. S. si sedette sulla sedia accanto a quella dove sedeva Laura. L’uomo rimase in piedi ad osservare. S. ordinò a Laura di chiudere gli occhi. Laura ubbidì. Le aprì le cosce sollevandole la gonna. “Toccala, dai…” disse all’uomo il quale dapprima esitò e poi si avvicinò a lei e accovacciandosi le infilò le dita nelle mutandine ansimando. “E’ calda… è bagnata…” Laura si sentì fremere. La stavano toccando entrambi. S. si scostò lasciando la scena al suo cliente che iniziò a toccarla sempre più forte. Divaricò le cosce e si lasciò fare abbandonandosi al piacere senza mai aprire gli occhi. Sentì i brividi percorrerle il corpo, smuoverle tutto il suo essere, inondarla di umore. Quando le contrazioni si placarono Laura fece per aprire gli occhi ma S le intimò di tenerli chiusi perché il gioco non era ancora terminato. L’uomo si slacciò la cintura e abbassandosi i pantaloni si rivolse a lei prendendola per i capelli: “Succhiamelo puttanella dai… succhiamelo…” “Fai come dice piccola” aggiunse S. Read the rest of this entry »
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Laura seguì S. in silenzio ubbidendo al suo volere. Si sentiva il cuore in gola, forse avrebbe fatto bene a non accettare, a non prestarsi a quell’idea assurda. Forse non era altro che una porcheria. Si sarebbe sentita sporca dopo? Stava facendo la cosa giusta? L’istinto e la voglia, però, la spingevano verso quella sala, dove forse avrebbe fatto qualcosa di cui si sarebbe pentita. Nonostante l’ansia si sentiva ribollire, si sentiva eccitata, bagnata…. S. afferrò la maniglia e le intimò: “Ti aspetto per il caffè piccola…”. Laura fece il caffè in fretta e a fatica… Le mani le tremavano. Si diede un’occhiata veloce allo specchio della cucina e con il vassoio si diresse verso la meta. Bussò. Non ci fu risposta. Bussò ancora. S. aprì sorridente: “Oh… grazie…” Le prese il vassoio sfiorandole il polso con le sue dita grandi e ben curate. Laura si sentì ardere dal desiderio di avere quelle mani su tutto il suo corpo. Le sembrava di sentirle pizzicare i capezzoli, schiaffeggiarle il sedere, penetrarla ovunque…. “Posso presentarti il mio cliente?” proseguì S. “Certo… piacere Laura” “Piacere G.O.” rispose l’uomo mangiandola con gli occhi. “Dimmi un po’…” continuò l’uomo rivolgendosi a S. “sono tutte così le dipendenti della banca? Ecco perché fate così tanti affari…” Laura sorrise lievemente imbarazzata non tanto dal complimento a cui era abituata ma piuttosto dal fatto di avergli stretto la mano con le dita immerse poco prima nel suo piacere. S. finse di ignorare le parole dell’uomo e si rivolse ancora a Laura: “Ho bisogno di una segretaria che prenda appunti sulla riunione… ti siedi vicino a me per favore, puoi, ti senti in grado?” Laura capì che quello altro non era che l’inizio di un gioco perverso e che se avesse accettato, non si sarebbe più potuta tirare indietro. Accettò prendendo posto accanto a S. il quale aspettò che lei fosse seduta per non farsi accorgere dal cliente e alzarle la gonna in modo che le sue mutandine bagnate fossero a diretto contatto con la sedia di pelle nera. Laura sentì il freddo della pelle sfiorarle l’inguine. I due iniziarono a parlare e mentre lei prendeva appunti su un blocco bianco con il logo della banca con una lussuosissima penna Montblanc, S. insinuò le mani sotto al tavolo spostandole le mutandine e toccandola. Laura dovette trattenersi per non lasciarsi andare a gemiti di piacere. Doveva trattenersi e per farlo si morse le labbra più volte. Il cliente la osservava imbarazzato perché quel suo atteggiamento così strano inspiegabilmente lo eccitava. Trovava quella segretaria improvvisata così seducente da avere voglia di saltarle addosso, di scoparsela lì trasgredendo all’etichetta. S. parlava e intanto toccava Laura. Nei momenti di silenzio Laura poteva sentire il rumore della sua figa bagnata e temeva (ma allo stesso tempo lo voleva) che l’altro uomo sentisse, capisse. Sembrava che la sua figa urlasse il desiderio di essere sbattuta da quei due uomini, di provare un piacere intenso… S. era eccitato da quella situazione ma non si sarebbe certo accontentato di quello stupido e innocente giochetto. Voleva da lei una prova in più prima di farla divenire sua amante a tutti gli effetti e sapeva che lei gliela avrebbe concessa perché ormai era sua, in tutto e per tutto. “Laura…” disse S. interrompendo le sue intime carezze “perché ora non ci aspetti nella sala qui accanto… dovremmo parlare di una questione delicata…” “D’accordo” rispose Laura ricomponendosi. Si alzò dalla sedia e senza guardare negli occhi l’altro uomo, si diresse alla porta. Se lo avesse osservato, si sarebbe resa conto della sua eccitazione nello scorgere la riga delle calze autoreggenti. S. e il suo cliente rimasero soli mentre Laura eseguiva mansueta gli ordini. “Ti piace?” chiese S. “Bhé sì…. Eccome… ma…” replicò l’uomo. “Te la vuoi fare?” proseguì S. “Sì… ma dove?” domandò questo trepidante.
Laura stava aspettando nell’altra stanza… Ma cosa aspettava? Era ancora sottosopra e confusa dalla voglia di venire, di avere un orgasmo intenso. Perché l’aveva relegata in quella sala oscura, buia, spoglia? Sentì la porta aprirsi….
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Quarta puntata
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Erano trascorsi due giorni da quando S. l’aveva sedotta. Laura gli aveva permesso di insinuarsi nel suo intimo, di toccarla, di allargarle le cosce sul bancone della reception leccandola con avidità. Chiunque avrebbe potuto vederli e spiattellare ai quattro venti la loro avventura. Al solo pensiero delle sue labbra morbide, della sua lingua umida, delle sue dita forti e decise, Laura si sentiva rabbrividire e l’impulso a provare piacere ricordando quegli attimi era forte, talmente forte da costringerla a prendersi numerose pause nel corso della giornata per masturbarsi. Con una scusa qualsiasi si faceva coprire alla reception, si chiudeva nel lussuossimo bagno dello spazio adibito alle riunioni e in piedi davanti allo specchio iniziava il suo rituale. Amava slacciarsi la camicetta, abbassare il reggiseno, accarezzarsi i seni titillandone i capezzoli, per poi alzarsi la gonna sfiorando le calze autoreggenti. Si ammirava per alcuni minuti immaginando che fosse lui a toccarla, sfiorarla, desiderarla e possederla. Chiudeva gli occhi ed erano le dita di S. a spostarle il perizoma e a giocare con il suo clitoride. Lo immaginava mentre la prendeva da dietro tutta bagnata, lo immaginava ansimante e desideroso, tutto duro nella sua voglia di possederla. Dio come avrebbe voluto che entrasse in quel momento, mentre il piacere stava per percorrerle ogni fibra del suo essere donna e anche un po’ puttana. Adorava sentirsi la più troia di tutte in quegli attimi di piacere intensi che avrebbe voluto durassero un’eternità. Era con la masturbazione che Laura coronava i suoi sogni più perversi, triangoli, orge, feticismo e sentiva che con lui tutto ciò si sarebbe potuto concretizzare un giorno. Lui era l’uomo con cui avrebbe fatto di tutto purché la facesse godere rendendola schiava dei suoi istinti più animaleschi. Dopo l’orgasmo la voglia si sopiva per poi risvegliarsi ad ogni minimo movimento quando sentiva gli slip bagnati a contatto con la pelle nuda perfettamente depilata. Read the rest of this entry »
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Un’occhiata veloce all’orologio: le 7. Laura si rigirò sull’altro lato pensando di concedersi altri 10 minuti di sonno. I pensieri iniziarono però ad affollarle la mente impedendole di riprendere sonno come spesso le capitava di lunedì. Un’altra settimana di lavoro, altre riunioni, nuove persone a cui sorridere e a cui dare una buona impressione, nuovi maschietti da far impazzire così giusto per passare un po’ il tempo. Fare la receptionist seppur nella più rinomata banca d’affari italiana, non era la sua ambizione primaria ma lo stipendio era ottimo e con una laurea in lettere non poteva far altro che accontentarsi. Certo era un po’frustrante dover assecondare i capricci di manager e segretarie petulanti. Per la verità, i manager di sesso maschile lei se li rigirava come voleva: le era sufficiente slacciarsi un bottone della camicia, piegarsi leggermente e lasciar intravedere l’attaccatura dei seni fingendo indifferenza per mandarli in visibilio, per farli arrossire e per farli diventare duri come il marmo. Le piaceva vedere quanto si eccitassero davanti alla sua sensuale camminata, quanto poco professionali diventassero quando accavallava le gambe sullo sgabello lasciando intravedere gli slip per poi accarezzarsi le caviglie fasciate da eleganti e costose scarpe alla moda. In questi momenti si sentiva potente più di quanto lo fossero loro con i loro titoli e i loro successi finanziari.
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Una soffusa luminanza fendeva l’opaca penombra della stanza dagli stretti spiragli della serranda, dando a tutto un vago sapore d’eterno e diffondendo tra le sagome e i contorni in toni bigi l’irreale chiaritudine di un mattino novembrino intorno al mio letto; ma dal suo centro un perfuso tepore mi annunciava l’inizio di una grandiosa giornata. Pian piano i miei occhi si abituarono a quella ritrovata luminanza dissolvendo la grigia nebbiolina di prima, che tutto avvolgeva, lasciando il posto a una variegata tavolozza di colori, arricchita da una spiccata nota d’oro. Che bello svegliarsi la mattina con qualcuno vicino: ti dà un senso di accoglienza nel mondo ridesto, che dell’estate non sentivo; ma ora quel biondino era lì con me. Finalmente distinguevo i lineamenti morbidi di quell’emivolto pubere, emergente dal cuscino, e i sinuosi contorni di quel corpicino, sotto le lenzuola, che, pur non toccando, percepivo in tutta la sua grandiosità, quasi una gravità intensa esercitata dalla sua metafisica mole. Mi attirava, m’intrigava quel profilo pubescente dalla nobiltà infusa: un sogno perfetto…, un’opera perfetta che non toccavo per paura di destarmi; i sentivo bene: mossi il braccio per poggiarglielo sulla spalla e un’emozione violenta mi percosse l’anima. No, non era un sogno! quella corporeità tangibile era reale, non un’illusione d’un demone crudele; quel primino che dormiva tra le mie braccia era reale, concreto, come me! Scivolai con la mano sul suo capo… tra le mie dita oro finissimo: un vello morbidissimo tra le cose più preziose al mondo; e poi sulla guancia liscia come la sabbia, lontana dall’avere ancora il primo accenno di barba, poi Luca aprì gli occhi. Una pupilla dolcissima mi guardava, che per simpatia un: – Good morning Sir! – mi fece uscire dalla bocca per omaggiargli alla sua intrinseca nobiltà. Luca incominciò a stendersi, a stiracchiarsi dolcemente, abbracciandomi il collo, e: – È stata la notte più bella della mia vita! – mi disse affettuosamente, stringendosi al mio petto. – Davvero… – gli dissi retoricamente, ma intanto non potei fare a meno di pensare a quante notti, in realtà, avesse potuto vivere nella sua giovane vita per designare quella come la più bella, con così tanta certezza. – …sai a cosa ho pensato? – aggiunse. – No… – – Che sarebbe bello rifarlo in gita! – ma come correva! – Beh, la vedo un po’ dura… – – Perché? – – Insomma: trova i professori… –che erano diversi! – …; metti d’accordo le classi, scegli il luogo e la data in comune… – era praticamente impossibile, oltre che averne io poco entusiasmo per la sua idea… e poi la mia classe avrebbe deciso diversamente: l’ultimo anno avevamo quasi rischiato di saltare la gita per le diserzione di alcuni all’ultimo momento. – Beh, che problema c’è… io sono capoclasse! – lo disse come fosse un titolo onorifico. – … e te pareva! – mi scappò sovrappensiero: un bel tipino come lui, non avrà mica avuto difficoltà a diventare capoclasse; chissà quante primine che l’avranno votato… – Eh…? – – No… niente! – di certo, nella mia idea, lui non era adatto per quel ruolo: non che non avesse le capacità o il carisma necessario, anzi…! solo che, secondo me, l’incarico richiedeva determinate attitudini che lui non aveva, come una predisposizione a farsi naturalmente carico della problematiche degli altri; mentre lui era, insomma, più portato a ricevere che a dare, come accadeva con me d’altro canto. – Va be’, ma se ci diamo da fare … – ecco che pensava a usare per lui l’incarico… – Luca lascia perdere… dai! – – Ma perché? – – Ma perché forse non ti è venuto in mente che le terze vanno con le quarte, massimo le quinte… e le prime con le seconde! Poi, in tutti i modi, sarei io a non venire in camera con te! – – Perché, scusa? – c’era rimasto male. – Ma perché, secondo te… che cosa penserebbero… – mi stupiva che non ci avesse pensato da solo. – Va be’, ma non vuol dire niente… – – A no…? secondo te uno di prima che va in camera con uno di terza, è tutto normale! – – Ma allora adesso… – – Che c’entra? – – Eh! Se è sbagliato, perché noi adesso siamo qua? – – Ma che c’entra l’essere sbagliato! Io non voglio solamente che altri sappiano, perché non voglio essere giudicato da chi non sa! …e poi, in fin dei conti, con chi faccio sesso è affar mio! – – Sesso?! – Luca mi guardò come se avesse ascoltato qualcosa che l’aveva piacevolmente sconvolto. – Sì, perché tu come lo chiameresti …? – se aveva un termine migliore… Luca improvvisamente cominciò ad assumere un tono serio: – Ma allora dobbiamo stare attenti! – – Cioè… – – e… – sembrava non avere ben in mente, nemmeno lui, che cosa volesse dire: – usare il… – e con le dita mi fece segno del profilattico. – e perché… scusa, tu mica rischi di rimanermi incinto…! – gli dissi col sorriso sulle labbra. – Ma no… le malattie… – non ho capito, fino a poco prima non gli passava nemmeno per l’anticamera del cervello e adesso, solo perché lo chiamavamo “ sesso”, dovevamo preoccuparci! – e di che cosca dovremmo preoccuparci, scusa… tu hai quattordici anni… io con le ragazze non ci sono ancora stato! – e va be’, c’era poi la parentesi di Robertino… ma anche lui era verginello.
Luca sembrava aver esaurito gli argomenti per ciarlare, e si appoggiò sul cuscino a guardare il soffitto trasognato: – Wow sesso! – bisbigliò. La sua espressione m’incitò: sembrava aver raggiunto l’illuminazione karmica, talmente era estasiato; e lo tampinai subito al pacco, dicendo: – Oh, che c’hai… le visioni? –. – Ma dunque io non sarei più vergine! – dichiarò. Uhh… ma come faceva ad usare quella parola? Io già solo a sentirla mi sentivo infastidito, come a sentire graffiare la lavagna: quando mia madre la pronunciava o andava sull’argomento, oppure in tv se ne parlava, io facevo sempre in modo di non essere nella stanza – avevo come un sesto sento che mi preannunciava che se ne sarebbe parlato –; lui invece la pronunciava come nulla fosse, parendomi un alieno. – Cioè… – – E… se dici che quello che facciamo è sesso, allora io non sono più vergine! – sentenziò. – Uhh, Luca… qui è un po’ difficile risponderti! – proprio non sapevo che cosa pensare, e gli levai la mano dal genitale. – Perché? – – E… dipende da cosa intendi! – – Come da cosa intendi… se è, è! – sembrava in tutti i modi deciso a confermare la sua “sverginità” – Insomma Luca, è un po’ più complicato di così! – – E come… – – Ma… bisogna vedere, innanzitutto, che senso ha parlarne per un ragazzo! – proprio non mi convinceva… – per una ragazza ha più senso… insomma lo puoi anche vedere fisicamente; ma per un uomo… non ha senso! –. – Come non ha senso!? – – Insomma, Luca, le parole hanno un significato ben preciso…; noi le possiamo anche usare in un modo diverso, ma poi bisogna vedere se è corretto! – – E allora come facciamo a saperlo? – – …e –mi grattai il capo– guadiamo sul dizionario! – mi alzai. – Sul dizionario…! – Luca mi squadrò come se avessi detto un’eresia. – Ma perché tu come fai quando non sai il significato di una parola, la usi senza saperlo… – insomma, le parole sono importanti! Presi il vecchio dizionario che avevo in camera mia; quello nuovo mio padre me l’aveva “regalato” all’inizio delle superiori, come spesa extra “suggerita” nella lista dei libri, tanto per non sforare i limiti imposti! Era un po’ datato, ma serviva al suo scopo: in fondo il senso della parola non era cambiato negli ultimi due anni. Appoggiai il dizionario sul lato di Luca, inginocchiandomi sullo scendiletto per consultarlo: – Allora…– mi disse il biondino. – Siediti intanto… – mi dava fastidio vederlo ancora letto! e si sedetteapparendo con tutto il suo pigiamino azzurro: – Toh, qua.: ‘persona che non ha ancora perso la verginità’ … e, comunque, in una accezione più ristretta, ‘donna con imene ancora integro’; come ti dicevo prima, per una ragazza ha più un senso! –. – e nel nostro caso? – – e… adesso vediamo…‘verginità: condizione di chi non ha ancora avuto rapporti sessuali’… – – Dunque? – chiese a me le conclusioni. – Dunque, se per te facciamo sesso… hai ragione! – non riuscivo proprio a dirgli: «non sei più vergine!». Luca tutto soddisfatto mi guardò quasi impettito: – …comunque, vedi che per le ragazze a più senso… anche perché da loro lo puoi sapere con certezza! –. – e da noi? – – Beh, in teoria ci sarebbe anche da noi modo di saperlo … – – Quale? – Non so se lo facesse apposta per assecondarmi, comunque stava andando nella mia direzione: – Ecco… – gli allungai le mani ai pantaloni: – …ci sarebbe il filetto, o il frenulo, per meglio dire! – portai le braghe alle sue caviglie e poi vi sbirciai in mezzo, intravedendo, appena sotto il limitare della sua maglietta, uno stralcio delle sue mutande bello colmo dei maroni: – dicono che durante le prime volte si dovrebbe rompe… – abbassai anche le mutande, dopo una breve tastatina, come al solito mi aveva aiutato con un sussulto del suo sederino: – quindi, ecco, quello dovrebbe essere il segno se uno è vergine o meno… – finalmente portai in primo piano il suo splendido cazzo: – e il tuo è ancora intatto! –; quindi non poteva propriamente dirsi “svergine”! Fissai quel cazzo turgido sullo sfondo azzurrognolo, era una scultura perfetta: lungo, diritto, all’insù; un’armonia in tensione tutta tesa (asta, cappella, filetto – persino quello) verso l’alto, verso l’estasi… Senza neanche chiedere, lo presi in bocca e iniziai a succiare ma di vero gran gusto; non poteva esserci custodia migliore della bocca, per quel gustoso monile. Luca pose le mani sul mio capo; era tanto che sognavo di farlo: prostrarmi ai suoi piedi inginocchiato a succhiarlo, mentre lui mi benediva, ma avevo sempre evitato perché avevo paura che, davanti a un mio gesto così devoto, lui si sarebbe gasato e poi se ne sarebbe approfittato… ma ora no! il mio Luca era buono… e desiderava essere succhiato, e io desideravo la sua crema, che presto arrivò. Sognavo da mesi di bermi il suo sperma la mattina presto, qual migliore nutritivo per iniziale la giornata: se fossimo stati da soli su un’isola deserta, l’avrei eletto a nostro unico alimento in un’autarchia seminal-alimentare di coppia. Terminai dopo avergli fatto veramente un bel pompino, talmente era felice, e quel flotto mi gorgogliava ancora in gola, segno che l’altra sera non l’avevo scaricato abbastanza. – Andiamo a mangiare… – mi disse. – Andiamo! – ***
Non mi mollava un secondo; mi seguì anche in bagno: – Perché lo spazzolino? – gli chiesi. – Beh, tu non ti lavi i denti di mattina… – – Sì, ma dopo! – o che senso aveva… – e io adesso! – mi contraddisse. Lo lasciai a lavarsi i dentini, anche se facevo fatica a separarmi da lui anche solo per quei pochi metri che mi separavano dal water; ma appena lo tirai fuori, Luca mi sbucò di fianco: – Te lo tengo? – che peste! – Dai vattene, lo sai che non riesco se mi guardi! – – Ma lo devi superare questo blocco… – e già, adesso mi faceva pure da psicanalista: il “blocco disfunzionale urinario da presenza” come nuova patologia… – Luca fatti i cazzi tuoi… e vatti a lavare! – mannaggia, prima ero così sereno, dopo il pompino che gli avevo fatto, da riuscire a farla pure con lui dentro la stanza, e adesso, dopo il suo intervento, non mi usciva più! Quando finii, gli diedi il cambio. – Me lo tieni? – mi chiese lui adesso avendocelo già duro in mano; ma come faceva ad avere quella sempre bestia in tiratura continua? – No! – era bello averlo in casa con me, ma mi dava l’esaurimento la sua pressante e continua richiesta di interessamento sessuale.
Quando mi asciugai la faccia, me lo ritrovai di fianco che mi porgeva la verga già bella scappellata sul lavabo: – Me lo lavi! –, mi disse con un’inflessione maliziosa. – Ma certo… – lo presi alla base stringendolo bene, quel meraviglioso pezzo di carne! e gli strofinai la cappella nel palmo, mentre lui emetteva versetti di dolore e godimento; poi una bella passata nell’asciugamano ruvido, sentendolo dolere: – ora è bello asciutto! – gli dissi guardando quella cappella violacea da bacio.
***
Entrai in cucina con quel bel primino sottobraccio; ero io ora a non riuscirgli a levare gli occhi di dosso e specialmente a non toccarlo: era più forte di me, avevo bisogno di un contatto fisico con lui: – Allora cosa vuoi? –. – Cosa c’è? – mi chiese timidamente. – Quello che vuoi: latte… yogurt… – – Il latte non mi piace tanto da solo… – – Beh, allora dimmi cosa vuoi, che te lo preparo! – mi sarei trasformato pure nel Genio di Aladino, – Qualsiasi cosa? – – Qualsiasi cosa…! – insistetti. Luca stette zitto due secondi mordicchiandosi il labbro, quasi avesse vergogna di farmi la sua richiesta, e poi mi disse: – Cioccolata…! – velocemente con la scansione da bambino.
Luca si mise a tavola: era un amore vederlo biondino e azzurrino dietro il tavolo in trepidante attesa; se non fossi stato indaffarato, a prepararci la mia cioccolata, l’avrei riempito di abbracci! Dopo avergli servito la cioccolata: – Biscotti…? –. – Sì! – mica potevo fare mancare i suoi biscottini! e poi una volta sedutomi al suo fianco iniziai a toccarlo, a vezzeggiarlo, a riempirlo le moine sulla morbida peluria dietro il coppino; me lo toccavo tutto quanto, finché lui mi disse: – Allora la smetti! – con finta ritrosia. Non ce la feci più a quella provocazione: – Oh! Ma tu sei mio! Hai capito… Mio! – e gliel’avrei ripetuto fino alla fine dei tempi, trascinandomelo sulle mie gambe; poi iniziai a tampinarlo dappertutto. Luca imperterrito si bevve d’un sorso la rimanete cioccolata, poi mi fece un gran – Mmm! – con soddisfazione, e lì persi definitivamente la testa: sgusciati sotto la sua canotta a solleticarlo lungo tutto quel corpo longilineo. Mammamia com’era bello! avrei fatto con lui un’altra volta già sesso su quella tavola, ma intanto ero già finito per masturbarlo; Luca intanto si tese all’indietro, mentre io lo reggevo con la mano sulla schiena: era a tratti uno sforzo incredibile, ma per lui questo ed altro… poi m’accorsi che stendeva le gambe, sentendo l’intralcio dei suoi piedi puntati. – Punti i piedi eh! – – e se no come faccio! – giusto, se no era difficile godere… ma ora basta, ci dovevamo calmare; ci ritrovammo entrambi a guardare il suo uccello nella mia mano, e gli terminai la sega con due massaggini alla cappella; poi basta veramente o mi sarei ritrovato a spompinarlo un’altra volta nel giro di un’ora. a convincersene: forse perché per lui poteva ancora rappresentare una sorta di primato in una classe di primini… io invece ero quasi sicuro di essere oramai uno degli ultimi della mia classe a non averlo ancora fatto o a non aver ricevuto un pompino da una ragazza. pur di realizzare qualsiasi suo desiderio.
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Original post:
Good morning Sir
Tags: msn, novembre 2003, sabato
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Vorrei… vorrei…. che questa notte non finisse mai, come se il mondo dietro quella porta scomparisse ora e poi; perché il mondo non è pronto per l’amore dei Briganti!
Io e te possiamo vivere solamente come parole a mezza voce: dette, per esser poi taciute.
Dormivo ormai da una mezz’ora beatamente, quando mi sentii chiamare alle spalle: – Alle… alle… ps… -. - Eh…! - - Devo andare in bagno… – mi sussurrò come se non volesse farsi sentire. - Mmm… e vai, no? - - Ma la luce non c’è… – disse; già… me n’ero dimenticato - E… e… sarà un blackout! – mica potevo dirgli la verità! - Ma fuori c’è! - - Sarà partita soltanto per le case! – cos’altro mi potevo inventare… poi tacque. Solo in quel momento m’accorsi della stupenda sensazione del suo basso dorso contro il mio: una piacevole percezione di solidità eppure di morbidezza al tempo stesso, un massaggio incantevole di schiene contrapposte che ogni tanto si strusciavano; ma non doveva andare in bagno…!: – Oh… ma non dovevi andare in bagno? -. - No… più! – sembrava quasi infastidito dalla mia domanda. - Mhmm?…puoi usare la torcia, se vuoi… è sul comodino! - - No, fa niente! – finse indifferenza; ma allora perché stava contratto come se la trattenesse? perché lo sentivo rannicchiato come se gli scappasse? Mentiva! aveva soltanto paura di attraversare quel buio corridoio per recarsi da solo nel bagno; ma io non volevo condividere il letto con uno che la tratteneva! e domattina come avrei fatto…; insomma, non volevo dormire con un primino piscialletto! - Che fai? – mi chiese. - Mi alzo! - - Perché… - - Per andare in bagno, così ti accompagno… visto che hai paura! - - Non ho paura! – contestò immediatamente. - Sé… come no? Dai… muoviti! – e si alzò cercando di persuadermi che non aveva paura; ma chi voleva ingannare quel piccoletto: si vedeva lontano un miglio che aveva soltanto paura del buio; ma prima d’uscire l’abbracciai ugualmente per farmi perdonare dell’arrabbiatura. Ma che morbido primino! Lo accompagnai fianco a fianco per tutto il tragitto, tenendolo con un braccio intorno alla cinta, fino alla porta, quando mi chiese. – Tu non entri? -. - A fare…! - - A farmi luce… io come faccio! – già… è cosa notoria l’impossibilità di pisciare tenendo una torcia in mano; credo ci fosse in proposito perfino un teorema! ma cosa non avrebbe fatto pur di non stare da solo e al buio? comunque entrai… tanto che ci avrei fatto tutto solo e al buio fuori dalla porta.
Luca stava in piedi col cazzo diritto davanti la tazza a giocare con le ombre cinesi proiettate dalla mia torcia, e intanto il tempo passava: – Allora hai finito! – lo rimproverai. - Oh, ma quanta fretta…! Dai, saluta Gianluca! Ciao… – m’invitò alla calma salutandomi col pene, oscillandolo; in altre circostanze gliel’avrei preso e menato quel gran bel pezzo di carne, ma adesso non ne avevo voglia: non c’era abbastanza sensualità nell’aria ed io mi sentivo troppo stanco; poi finalmente una pailette - Beh, non ho capito… – intervenni scandalizzato: – …tutto qui! Io, domattina, quel coso lo metto in bocca e tu lo pulisci così?! -. - …e …e che ci devo fare? – balbettò, come se avesse fatto tutto l’umanamente possibile per pulirsi. - Tu adesso vai là e te lo lavi! – gli indicai perentoriamente il lavandino. - Va bene… va bene… calmati! – disse con una flemma incredibile e alzando le mani, quasi in segno di resa, e poi dirigendosi verso il lavandino per aspettandomi. - Scappellalo! – gli intimai appena lo vidi vicino al flusso dell’acqua; quel pene andava lavato mica solo esternamente! - Va bene, badrone! – e iniziò a passarselo con le dita con estrema sensualità, indugiando tremendamente su quella turgida cappella per prendermi in giro; ora sì, che avrei veramente avuto voglia di menarglielo! poi disse: – Toh, va bene adesso…? - Sì… ora sì! – e l’incalzai: – …ma non è meglio adesso che è bello pulito? – non mi andava di dargli soddisfazione alla sua provocazione; ma lui contestò: – Beh, voglio vedere se stai sempre a farlo veramente! -. - Sempre, quando so che vieni da me! – sentenziai ammutolendolo immediatamente: con la mia rivelazione l’avevo reso conscio di quanto io tenessi a lui veramente, e ora stava zitto a fissarmi impacciato: – Su che andiamo! – lo condussi sotto braccio fino alla camera, ma in quel tragitto di ritorno mi parve come di ritrovare il mio tenero primino.
***
«Brrrrrr» fece Luca appena m’affacciai sotto le coperte: – a sì…! – gli dissi io abbracciandolo immediatamente: avevo capito le sue intenzioni e quel brivido biricchino mi aveva riacceso. Lo accarezzai, lo strofinai e mi parve in quel buio occultatore che il suo corpo non fosse soltanto morbido come al solito, ma pure tosto e compatto al tempo stesso, quasi fatto d’una materia eterea; coglievo di lui dimensioni inedite, che altrimenti, alla luce del giorno, non avrei mai colto. Incautamente passa la mano sul davanti e mi ritrovai il palmo ricolmo di quella mostruosa intimità. Luca sembrava decisamente gradire il mio interessamento alle sue parti intime e incominciò subito a strusciarsi contro la mia mano: quel magnifico cannone di Navarone nella mia mano… stavo trasalendo; salii lentamente lungo quella verga, ma appena la sua percezione sotto la stoffa della canottiera mi fermai: non ancora… era troppo presto! e ritornai su quella suprema bega. Luca cominciò profondamente a respirare sotto i miei colpi di sega, fattagli attraverso i vestiti, e quella respirazione affannata m’incitò a spogliarlo; lo volevo, ma non potevo… faceva freddo! eppure io lo volevo spoglio, nudo, e accarezzare i suoi ignudi lembi di pelle sotto la mia mano, così scivolai sotto la sua maglietta. Con uno strato in meno era decisamente meglio e mi sarei anche fermato lì, se Luca non m’avesse sollevato la maglietta fino al petto accarezzandomi. – Aspetta… – gli dissi facendo intendere che volevo spogliarlo, e iniziammo a denudarci a vicenda; fu un attimo incredibile: un intreccio di arti, di reciproci carezzamenti e man mano che le vesti si levavano, ci sentivamo più spogli, più liberi e più rapaci… e iniziammo immediatamente a masturbarci, con le mutande non ancora discoste dai nostri sederi. Lo afferravo, lo ghermivo, lo tenevo quel fallo perfetto: dopo tutti quei giorni d’astinenza non sognavo altro, sapevo soltanto che lo volevo in tutte le salse che ora purtroppo non ricordavo. A un certo punto Luca m’implorò di fermarmi, non ce la faceva più poverino: dopo tutti quei giorni d’astinenza era al limite anche lui; andai sulla punta a tastarlo: era umido! Scesi immediatamente a leccargli la cappella dal suo succo primitivo: era una droga per me, e ne volevo ancora… mammamia, ma da quanto non l’assaggiavo! sarebbe stato bello stillarlo tutto ora, ma la nostra prima notte non era da sprecare così, con insolita fretta, e gli levai le mutande. Avrei levato pure le mie, se ritornando non avessi sfiorato con la guancia il suo tiepido fallo, buttandomi subito a menarglielo con foga incredibile, ma Luca emise un verso… - T’ho fatto male? – forse avevo usato troppa irruenza. - No… un grampo… - - Un crampo…? - - Sì, ma bello però! Proprio qui… – mi portò la mano sul ventre proprio al limitare del pelo. Lo capivo, poverino… anche io negli ultimi tempi soffrivo delle fitte terribili attorno al pene, quando mi masturbavo o mi toccavo i testicoli; ed ora avevo proprio il dovere di farlo venire! lo portai sotto di me e iniziai a massaggiarlo. Che bello, avere tutto il suo corpo da accarezzare lungo le braccia o sul petto sentendolo gemere, ma sotto di me il suo rigido fallo da strapazzare; lo sfioravo gentilmente in punta di dita, perché sapevo che più lieve era il tocco e più avrebbe goduto, lo capivo dai suoi respiri. Anche Luca incominciò ad occuparsi di me accarezzandomi le gambe: mi sfiorava le cosce coi suoi tocchi gentili, facendomi ingrifare; avevo bisogno d’inarcarmi per resistergli, avevo bisogno di arcuarmi e gridare il suo nome al cielo, ma non ce la facevo a resistere in quella posizione arcuata, allora Luca raccolse le gambe per farmi appoggiare. Avevo di lui, ora, a disposizione fino alle caviglie mentre mi masturbava; era bellissimo, volevo gridare, ma improvvisamente mi sentii in crisi di astinenza per lui, per il suo fisico, che mi chiamava a gattoni per stargli più vicino. Mi sentivo come un magnete attratto da un altro magnete, e gli infilai le mani sotto la schiena per tirarlo a me; volevo sentirmelo contro, compenetrato in seno, percepirne la libidine scorrergli dentro e fluire in me attraverso i nostri punti di contatto, e più stringevo per farli aumentare; e infine lo adagiai. Mi ritrovai a pochi millimetri dal suo viso, ne sentivo il calore e respiro sul volto, solo che adesso ero più innamorato di prima; gli strofinai la punta del naso con la mia e dopo di un po’ mi ritrovai a strusciarli le labbra carnose, ma con una incredibile voglia di baciarlo; a un certo punto mi staccai, sperando che avesse dimenticato quei sublimi, ma imbarazzanti, momenti. – Luca rilassati! – gli dissi tastandogli il ventre, e scivolai lungo il suo corpo nudo a rimarcargli le forme: il petto, le spalle, le braccia, la mia mano sembrava una nave che solcava un mare in tempesta d’ormoni; così bello e così dirompente. Ogni tanto lo sfioravo proprio sul fallo e lui lievemente gridava, mi piaceva un sacco sentilo gridare, perché mi comunicava un senso liberatorio che io invece non sapevo ancora darmi, costantemente crucciato dal giudizio del mondo. Gli accarezzai i maroni, poi il pene riprendendolo a masturbare: il suo odore mi arrivò violento; quel cazzo era d’una durezza adamantina, Luca doveva essere straeccitato e non sembrava anelare altro che sentirselo da me scappellare. Presi a sferzarlo, mentre incominciavano a farsi sentire più chiaramente i suoi «aah…», ma ancora sussurrati; doveva essere quel clima sopimento a farlo contenere, ma io volevo sentirlo urlare: – Luca rilassati! – gli dissi: – voglio sentirti urlare! – e finalmente i suoi gemiti iniziarono a farsi più alti. M’abbassai su quel glande famelico e lo scappellai; ma da quanto non lo riospitavo dentro la mia bocca? fu come ritrovare un carissimo amico perduto nel tempo; solo ora Luca aveva aumentato ulteriormente il volume, ma io così lo volevo! Sembrava incitarmi coi suoi versetti di godimento squarciando il velo di silenzio tenebroso; incominciai a succhiarlo come un forsennato, come se per la prima nella mia vita l’avessi succhiato, e mi figuravo (il suo) come un’immensa trivella perforatrice di ghiacci, solo che ora era il foro (la mia bocca) a svolgere l’azione attiva andandogli incontro. Avevo perso persino il computo dei gemiti per sapere tra quanto sarebbe venuto, e mi ritrovai la gola ripiena del suo succo meraviglioso; un po’ ne andò anche di traverso, talmente era tanto e non ci stava dentro la mia bocca con tutta la cappella, ma inghiottendone ripresi a succhiarlo, sentendone giungere del nuovo. Mi ero oramai assuefatto a quella copiosità, tanto che continuai imperterrito a succhiarlo fin oltre il suo ultimo spasmo, finché quel pene non fu completamente mollo. Oramai c’era soltanto un incomprensibile silenzio nell’aria e oltre ai miei movimenti impacciati erano i suoi rilassati respiri a farsi sentire; Luca giaceva lasso nel letto, lo accarezzai sul pube ancora un pochino e poi decisi di coricarmi con lui che già sentivo infreddolito. Me lo caricai addosso: non mi sarei perso per nulla al mondo la stupenda sensazione di lui sul mio corpo, il suo leggero carico poggiarmi addosso, il suo lieve tepore darmi conforto; così me l’appoggiai con la testa sul petto, restando un attimo immobile a goderlo e ringraziarlo d’esistere, poi lo accarezzai. Luca finora era stato zitto, quasi sopito direi, ma appena passai la mano tra i suoi capelli, disse: – Sono venuto molto? -; non so perché, ma quella domanda mi diede fastidio: stavamo così bene ora, e lui interrompeva quell’attimo pace per una questione di quantità? probabilmente per il suo orgoglio da primino doveva essere quella questione fondamentale, specie dopo otto giorni d’astinenza, ma per me no. - Dormi, su! – gli accarezzai la testa. - Ma… – fece distaccandosi da me. - Sss… riposati, dai! dormimi sopra… – riportai nuovamente la sua testolina a ripezzarmi quella chiazza di freddo che mi aveva lasciato e rise. - Che c’è? – gli chiesi. - …mi – mi! -1 - Oh… si dice così! – e finalmente anche lui tacque.
Riposavamo ormai da un quarto d’ora nudi e rilassati nello stesso letto, e sarei rimasto in quella posizione anche per ore, non m’interessava d’essere soddisfatto, talmente mi soddisfaceva averlo sopra da coccolare, ma si alzò, contro il mio volere. Stavo quasi per rimproverarlo, quando m’accorsi che si stava rannicchiando sulle mie gambe per masturbarmi; mi parve quasi una sagoma di madonna nera che dominava la scena. - No! lascia… – gli dissi: non volevo che lo facesse perché si sentisse obbligato, ma Luca mi fece intendere che voleva farmi venire; però le mie mutande gli davano fastidio e decise di togliermele. Indietreggiò sulle mie ginocchia, iniziando a suziarmi: mi stava succhiando mentre sfilava le mutande e, giunto alle caviglie, prese a baciarmelo scendendo giù fino ai testicoli; Luca… te e i tuoi bacettamenti! mi stava facendo impazzire: l’avrei preso e violentato seduta stante, quando mi chiese: – Dove le metto? -. - Buttale di qua, di là ci sono le tue! – e poi riprese a masturbarmi; con l’altra mano cercava di carezzarmi, imitandomi, ma malamente: i suoi movimenti erano troppo impacciati e il tocco decisamente poco leggiero, ma in fondo non era quello che contava… presto però sembrò stufarsi: – Ma è come me che non vieni? – chiese. - Sì… – era da quella polluzione notturna che non venivo, quindi più o meno come lui, e allora Luca si buttò a fellarmi; in quella notte buia, vidi soltanto una sagoma nera svanire come il venir meno d’un’ ombra che lascia il posto ai toni grigi di una scrivania sullo sfondo. Mi creò però un leggero imbarazzo quel suo intervento, perché da zero mi sentii il glande completamente scappellarsi con un suo risucchio, e a quella sensazione urlai, trasformandolo l’urlo poi svelto in gemito. Mi sentii letteralmente limonare il pene, come se lo stesse baciando al posto della mia lingua, talmente ne aveva voglia; sembrava davvero volerlo tutto e subito, non dandomi nemmeno il tempo di godere, quasi avesse fretta di andare a dormire… e potevo io andare contro il volere del mio padroncino? Portai le mani sulla sua cavezza, ma non per premerla, per sentirla muoversi su e giù aumentando di ritmo, e in pochi secondi fui totalmente suo: un orgasmo travolgente mi salì lungo l’asta per scaricarsi dentro la sua bocca assieme alle mie tensioni, che lui succhiava avidamente, e poi ancora e ancora in quell’orgasmo che sembrava rinnovarsi continuamente. Se continuava così, sicuramente avrebbe continuato fino in fondo – come feci con lui -, ma improvvisamente smise: si fermò con il mio pene in bocca e deglutì, riprendendo poi a masturbarmi e alzandosi. - Luca vie… – «…ni qua!» lo reclamai: mi aveva tolto il godimento dell’orgasmo fino in fondo, allora pretendevo in risarcimento il suo corpo; ma lui mi precedette. - lo so… lo so… – gattonò verso di me, col tono di chi sapeva già che l’avrebbe fatto e si riadagiò; quella piccola canaglia l’abbracciai immediatamente come la cosa più belle del mondo, perché ero ugualmente il ragazzo più felice della terra: sedic’anni, un bel primino a dormirmi sul mio corpo e il sapore ancora dentro la mia bocca.
***
- Alle ho freddo! – mi disse Luca lievemente tremare: sembrava chiedermi il permesso per potersi rivestire… che tenero! tremava fra le mie braccia come una fogliolina in pelle d’oca, che percepivo come un braille sotto le mie dita; lo accarezzai ancora un po’ e poi gli diedi il benestare, anche se dentro rimpiangevo già quella tenera nudità. Appena s’alzò corsi lungo suo ventre per tastarne il fallo: era molle e ancora bello barzotto, non mi sarebbe dispiaciuto succhiaglielo un pochino già che stava fermo, ma non potevo esser io cagione d’un suo malanno. Nel mio palmo sentivo ancora la dolce genitalità di prima, e la ricercavo stropicciandomi i pantaloni, mentre mi rivestivo, ma non aveva eguali…; mi voltai poi verso di lui, io mi ero ormai completamente vestito, ma lui no: – Allora…? -, gli mancavano ancora i pantaloni. - …e non trovo più le mutande! – mi disse col nel tono la preoccupazione di chi già riviveva gli esiti di quella volta nella mente. - Dai… non scherzare! – due volte dietro fila era impossibile, a meno che nella mia stanza non ci fosse stato un folletto addetto alla sparizione delle sue mutande! - Non sto scherzando, non le trovo davvero! - - Ma allora è un vizio! – fu la prima cosa che mi venne in mente, ma a Luca non piacque. - Dai, tirale fuori! - - Ma non te le ho nascoste io, le ho buttate dalla tua parte … - - Uffa!!! – sembrava nuovamente disperarsi in quell’impasse senza uscita; poi andai a cercarle assieme a lui. Pensai financo di ridargli, in caso estremo, il suo vecchio paio che avevo ritrovato, anche se la cosa mi scocciava: in parte separarmene e in parte per la figura che ci avrei fatto, tirandole fuori ingiustificatamente da un cassetto, di maniaco trafugatore della sua biancheria. - Ma ne hai un altro paio, vero? – perché mi scocciava dargliene un altro mio. - Sì, ma è per domani! – non si voglia mai che la mammina venisse a sapere che aveva fatto il bagnetto senza il cambio delle mutandine!- E poi non posso perdere un altro paio … a mia mamma che cosa dico!? – perché sua madre faceva la conta delle mutande? poi finalmente vidi uno straccetto bianco e puntinato, allontanando la luce dal letto: si vede che l’avevo lanciato con troppo impeto. - Toh… guarda! - - Oh, bene! – me le strappò di mano infilandosele, mostrandomi il grillo; e perché questa volta non mi avevo chiesto di aiutarlo… proprio adesso che gliel’avrei anche infilate! - Va bene adesso? – il suo panico sembrava placato. - Meno male! – esclamò e ridacchiando tornammo nel letto. Dopo tutto quel rilassamento di prima, la ricerca ci aveva stressato, ma, appena abbracciato, lo sentii subito dormire; oh, Luca….,
vorrei… vorrei…. che questa notte non finisse mai, come se il mondo dietro quella porta scomparisse ora e poi; perché il mondo non è pronto per l’amore dei Briganti!
Io e te possiamo vivere solamente come parole a mezza voce: dette, per esser poi taciute.
1 Luca fa il verso ad Alle trovando buffo quel «dormimi»
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Original post:
L’amore dei Briganti
Tags: a letto, msn, novembre 2003, venerdì
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Quanti sguardi birichini, quante occhiate maliziose durante quei compiti di scuola che non avrebbero mai dovuto esserci… troppe volte le nostre mani si erano incontrate tra quei quaderni scarabocchiati nella consapevolezza che avrebbero mai dovuto essersi toccate, se volevamo resistere; solo due giorni mancavano… non potevamo sciuparli così! Se tutto quel subbuglio, tutto quel parapiglia era frutto di soltanto così pochi giorni d’astinenza, venerdì sarebbe stata una cosa fantastica! anche se ora era veramente difficile resistergli, a quel biondino incredibile; ogni suo effluvio era un profluvio d’ormoni ch’empivano l’aere.
Per l’ennesima volta Luca mi chiese intervento sui compiti di scuola come pretesto per toccarmi la mano, e come d’incanto calammo in un erotico torpore che piano ci portava ad avvicinarci: sapevamo ambedue benissimo che tra poco avremmo finito entrambi e che allora sarebbe stato alquanto più difficile resistere, ma per fortuna in quel momento entrò Niki; con la sua intrusione felpata, quasi per similarità alla nostra cognizione ovattata, s’insinuò sotto il sub-limite cosciente della nostra percezione assonnata a distarci, di rientro dalle sue penultime uscite autunnali. – Pc’… pc’… vieni qua… dai! –, ma il quadrupede non mi cagò di striscio e continuò la sua strada imperterrito verso il divano, la sua prossima dimora invernale per la quale presto avremmo litigato, sulla quale salì scomparendo dalla vista.
– Oh, non ho capito! – andai a molestare il gatto accompagnato dal mio vice.
Niki si toelettava bellamente sul cuscino, mentre noi due restavamo ginocchioni a guardarlo nel suo gesto sinuoso, finché non lo interruppi con la mano: – Oh, quando ti chiamo, mi devi cagare, hai capito? – atterrai il felino.
– Ma lascialo stare! – mi rimproverò Luca, si vedeva che non era suo il felide: – ma ciao Niki! … ma come sei bello! – disse con la voce stridula, portata all’estremo limite del suo registro vocale come sempre quando si rivolgeva al gatto, tanto che mi trapanava il timpano: – Niki… – poi lo vidi alzarsi: – tienilo lì che torno subito! – e scappò via; subito pensai che dovesse recarsi al bagno, ma lo sentii aprire la cerniera della sua cartella e poi un tintinnio. Ma cos’era?
Luca tornò: – Niki guarda…– gli sbandierò davanti al muso un collarino, che lui annusò: – ti piace, eh? – muoveva quel campanellino freneticamente.
– Che cos’è? Fa vedere… –
– E’ un collarino; l’ho preso per Niki… – ma che roba: neanche a dodic’anni avrei fatto una cosa del genere per il mio gatto…
– Ma no… –
– Perché… –
– Ma non lo indossa, non è abituato! – un po’, in realtà, ero geloso perché quel presente non era per me.
– Ma aspetta! Aiutami a metterglielo – fui costretto a bloccare quel morbido ammasso di pelo che come al solito al brandimento s’agitò.
– Ma come ti è venuto in mente? –
– L’altro giorno, mentre giravo, l’ho visto e mi è venuto in mente Niki… – ero felice di sapere che un qualcosa di me fosse sempre presente nella sua mente, perché in fondo ora era come se quel regalo lo avesse fatto implicitamente anche a me.
– Ma quanto hai speso? – gli chiesi: non volevo certamente saper da quella cifra la valuta del suo pensiero per me, anche perché non è mai lecito misurar col pecuniato il valore d’un pensiero; ma il semplice sapere che si era separato di un qualcosa di suo, il danaro, per dare qualcos’altro a me, relativamente alle sue disponibilità di quattordicenne, mi era sufficiente per sentirmelo e acquisire lo stesso sapore di un “ti amo”.
– Boh, uno, due euro… – disse finendo di allacciarlo, invece io l’avrei sommerso di coccole; poi lasciammo Niki che andò via tintinnando per nulla soddisfatto. – Guarda, gli piace! – disse Luca forse antropomorfizzando un po’ troppo il gatto; ma io in quel momento, in quella sua manifestazione di dolcezza, io gli sarei saltato addosso: sentivo un intenso bisogno di stringerlo, di abbracciarlo a più non posso, ma non potevo!
Una crisi d’astinenza per la di lui corporeità mi prese; ma dovevo sedarmi, calmarmi, impedirmi d’abbracciarlo o tutto sarebbe finito lì, e mancavano soltanto due giorni… – Luca, vai a seguirlo! –.
Intanto io mi buttai sul divano, occupando tutto lo spazio disponibile e portandomi le mani sotto il petto per vincolare a me, ma Luca tornò: – Oh, che fai? – non gli risposi, guardavo dall’altra parte e gridavo dentro: – dai lasciami venire… –.
– No! –
– Perché? –
– Lo sai! –
– Dai, non facciamo niente… voglio solo sedermi! – E sì, solo sedersi… come se non lo conoscessi.
– No! –
– Dai… –
– T’ho detto di no! –
– Beh, allora mi ti metto sopra! –
Non gli risposi, ero troppo preso dal lottare con me stesso, con la mia astinenza, ma lo sentii salirmi sopra.
– Ma che fai!? –
– Mi metto sopra di te! –
– No…–
– Eh, prova a fermarmi! – maledetto! Sapeva benissimo che non potevo voltarmi o in quell’attimo sarebbe finito tutto.
– AHIA! –
– Che c’è? – si tolse subito.
– Tu e quella cazzo di cintura! – mi voltai con testa, ma non portando, violentandomi, la mano sulla parte fitta: – Me la sono sentito nella carne!! –.
– Scusa… – e poi lo vidi metter mano alla cintura.
– E adesso…? –
– Me la levo, così non ti faccio male! –
– Perché tu pensi ancora di risalire … –
– Se non mi fermi.. – ma non si stava solo togliendo la cinta: assieme a quella si stava levando pure i pantaloni.
– Ma non ti dovevi levare solo la cintura? –
– Lo sai che mi stanno larghi… dopo scendono e mi danno fastidio! Dov’è il panno? – e si voltò intorno con disinvoltura trovandolo sulla sedia, ormai si muoveva – pure in mutante – come fosse a casa sua; nel movimento scorsi sotto la camicia le sue mutande, a tratti comparire come una chiazza bianca tra le sue gambe; che voglia di violentarlo… poi con quell’insolito pastrano addotto ritornò: – Mi fai posto? – chiese retoricamente.
– No! –
– E allora risalgo! – disse col tono di ripicca di un bambino: «non mi fai venire, allora ti salgo sopra» sembrava dire, che proprio non era un vero dispetto, anzi avevo finalmente occasione di toccarlo, ma per me era una vera e propria tortura, averlo intorno e non poterlo abbracciare… ma Luca non si limitò soltanto a salirmi addosso, dopo avermi detto scherzosamente che ero comodo si infilò con le mani sotto le mie mutande, afferrandomi il genitale.
– Luca, no! –
– Ma dai non posso farti niente, sono sotto di te… – intendeva le mani; inutile discutere con uno così: con lui la logica e la diplomazia non servivano a niente;quanto voleva qualcosa, l’otteneva sempre! Iniziò a palparmi i testicoli e poi disse: – Come sei morbido! Sembrano di velluto… –.
– Grazie… – cos’altro potevo rispondere a quel primino-peste.
Passarono cinque minuti di silenzioso abbraccio: Luca mi stringeva forte come in cerca anche lui di un libidico riempitivo del suo bisogno incolmabile di affetto, lo stesso per cui sentivo quel turgido pene premermi contro la schiena; passò quindi un’auto proiettando il suo riflesso sulla parete interna: – I tuoi.. –.
– No… è troppo presto! – Luca mi strinse trasmettendomi il suo senso di imbarazzo e poi disse: – Pensa se entrassero ora … – non capii bene il nesso tra il detto e il suo gesto di prima.
– Cioè? –
– e…se entrassero ora, se ci beccassero… –
– Mmm, e dunque… –
– Eh, che cosa penserebbero? – ecco, proprio il classico discorso che non volevo sentire, quel pensiero che mi ero ripromesso non avrei mai affrontato: perché io avevo tacitamente accettato la mia situazione con lui, ma a patto che non avrei mai pensato alle sue eventuali conseguenze, e lui invece andò proprio a tirarlo fuori; allora risposi aspramente: – Penserebbero di che: di tu che stai in mutande nella mia sala… di tu che stai in mutande sulla mia schiena… o di tu che stai in mutande sulla mia schiena e con le mani dentro le mie… Eh! – volevo fargli notare come proprio non gli convenisse affrontare in quel momento la questione, rappresentando proprio lui l’unica anomalia evidente nella stanza: – e comunque non voglio pensarci! – chiusi perentoriamente il periodo.
Luca si fece piccolo piccolo sulla mia schiena, come se fosse un capo in ammollo in procinto di ritirarsi durante il lavaggio: – Ma se… –.
– Luca non voglio parlarne! –
– Va bene… – finalmente aveva capito: – ma allora facciamo qualcosina… – mi strofinò il genitale.
– Nooo… – che testardo.
– Ma senza venire…! –
– Luca, ma, can… mancano solo due giorni, si può sapere che fretta hai! – L’odiavo quando insisteva così: io avevo già i miei problemi a resistere con lui sulla mia schiena e quella canna turgida dietro il sedere e lui mi provocava…
– Beh, anche mia mamma dice che io ho sempre fretta… – disse sdrammatizzando – sono nato persino di fretta! –
– Cioè… – non capivo come c’entrassero con la fretta le circostanze del suo parto.
– Sono nato prima, io! –
– Prima de che? –
– Di quando dovevo nascere! Sono nato di sette mesi, io… – me lo disse come se fosse una cosa per cui, solo per quella, dovesse essere considerato del tutto speciale.
– A sì… – mi fece immediatamente tenerezza immaginarmelo come un piccolo fagottino: – dunque sei un settimino! – e un ennesimo -ino si andava ad aggiungere alla mia collezione di vezzeggiativi per lui: il mio Luchino, il mio primino, ed ora anche il mio settimino; in quel momento avrei strinto forte pure il cuscino per resistere a quella matta voglia di coccolarlo…
– Mmm… – fece il mugolio impreciso di chi non aveva capito.
– …che sei nato di sette mesi: setti – mino; almeno cosi ho sentito dire… – poi Luca mi rinnovò l’abbraccio intuendo il mio senso d’affetto per lui, e sussurrò con nostalgia: – Ti ricordi il mare? –.
– Certo… – e come scordarlo… poi Luca tacque: – A proposito del mare… –
– Yes… –
– Tu avevi detto di non aver mai baciato una ragazza… –
– Mmm, sì! –
– …e allora perché mi avevi detto che bacio meglio!? – quella sua affermazione d’allora, pronunciata con quel tono sicuro, ancora non l’avevo digerita, e ancora non capivo se fosse verità o pura canzonatura.
Rise: – Era solo per prenderti in giro… – disse ridendo, ma in quel momento lo avrei strozzato: – …ma lo senti ancora quel coso?– disse poi cambiando argomento.
– Chi? –
– Quel bimboccio…! –
– Ah, Robertino…, no non lo sento più! – e perché mai avrei dovuto…?
– Robertino…? – disse col tono improvvisamente ingelosito dal mio simil-vezzeggiativo.
– Era il suo soprannome; lo chiamavamo tutti così! Il suo soprannome completo era “Robertino il cretino”, ma ovviamente non potevamo dirglielo! –
– Ah, ecco! – disse proprio approvando appieno il soprannome
– e scusa, ma… perché mai dovrei risentirlo? –
– Beh, visto quello che facevate… – come se con lui non avessi mai fatto niente…
– Innanzitutto era soltanto lui a fare… – meglio tenere nascosta l’altra parte della verità – …e poi mi sembra che anche con te non scherzavi! – come metteva adesso
– Va be’, mai io ero soltanto curioso, volevo provare… –
– Provare…? – per lui farmi tre pompini, era soltanto provare…
– Sì, volevo provare a farmi fare una sega da qualcun altro, provare cosa si provasse… mio cugino non me l’ha mai voluto fare! –
– E coi tuoi amici di scuola? –
– Mi vergognavo, mica è una che si può chiedere così! –.
– Invece con me vergogna non l’avevi… –
– Era diverso, non ti conoscevo! E poi ero sicuro che ci saresti stato… – ma… mi stava forse dando implicitamente del finocchio?
– E come facevi a essere così sicuro che ci sarei stato… –
– Beh…in spiaggia mi fissavi sempre il pacco! – improvvisamente mi vergognai, anche retroattivamente, per quel me stesso d’allora: – e poi vi ho visti… –
– Chi?–
– Te e Robertino! In spiaggia… la sera della festa… e poi a casa mia… – capito, meglio cambiare discorso!
– Ma non potevi comunque chiederlo a tuo cugino? – dopotutto era lui che si faceva fare le seghe dal cuginetto… quel bastardo! Se solo ci pensavo sarei andato da lui e gli avrei mozzato l’uccello; però forse doveva accadere, o Luca non si sarebbe mai fatto avanti con me per quella voglia…
– Non ha mai voluto toccarmelo! Forse si vergognava che ce l’avevo quasi grosso come il suo, pur essendo più piccolo… e poi tu c’è l’hai di più di lui… – come a dire se lo devo fare, voglio farlo bene! Però, finora, si era soltanto riferito alla sega, dimenticando tutta l’altra parte di quello che avevamo fatto; se l’era forse dimenticata?
– E la bocca… anche quella sei stato tu a cominciare! – e lì volevo proprio vedere come se la cavava: ora non poteva più la scusa preconfezionata dell’innocente curiosità… ora doveva ammetterlo, e rimangiarsi pure quell’implicita accusa di prima!
– Stessa cosa… –
– Come! – quella non gliela aveva fatta al cugino…
– Eh, dopo la sega, mi aveva chiesto di fargli anche quello… –
– E tu? – stavo già iniziando a preoccuparmi di non essere stato il primo.
– e io ho rifiutato! – bravo Luca! – solo che poi, a furia di insistere, mi aveva convinto e ma quella volta che stavo… siamo stati interrotti! –
– Come? – Non li avranno mica beccati? M’immaginavo già quella porta spalancarsi mentre Luca lo impugnava in direzione della bocca…
– … ci hanno chiamati… e poi per ballazze varie ci siamo più rivisti! Adesso c’ha pure la ragazza! – allora pericolo scampato, in tutti i sensi.
– E che c’entra però con te al mare?–
– Eh, dopo quella volta mancata con mio cugino mi è rimasta la curiosità … e già che c’ero, ho provato con te! – ma che piccolo grazioso animaletto curioso che era Luca… dunque per lui dovevo bermi che fosse soltanto frutto della sua curiosità, e non invece che della sua atavica voglia di prenderlo…
– Ma dunque tu con tuo cugino non c’hai mai… –
– No, tu sei stato il primo, sei l’unico! – mi strinse forte affettuosamente – come te d’altronde… – sottolineò.
– Beh… – lui proprio l’unico….
– Chi? – aveva già intuito, e fattosi improvvisamente geloso.
– Ehm… Robertino! – dissi a mezza voce come quelle parole non dovessero da lui farsi sentire.
– Robertino…! Ma mi avevi detto che era soltanto lui a… – e ci credeva pure…? Sembra più scandalizzato di una fidanzatina gelosa, solo perché avevo fatto un pompino al suo rivale; dopotutto che c’era di male: lui l’aveva fatto delle seghe al cugino, io spompinato Robertino! solo che l’avevo ben fatto anche prima di conoscerlo, ma questi erano soltanto dettagli: – Luca dopo quel giorno con te mi è piaciuto da matti, è ho voluto riprovarlo, solo che tu non c’eri … – Dunque, in fondo era colpa sua, era lui che mi aveva sedotto e abbandonato; Luca tacque, e di dopo di un po’ riemise: – Allora chi è meglio? –.
– Chi? –
– Tra me e Roberto… –
– E cosa? –
– Insomma ci hai bevuti entrambi, o no? –
– Sì… – anche se mi vergognavo ad ammetterlo.
– Eh, appunto… allora chi è meglio? – non ci potevo credere, voleva sapere chi dei due trovassi di sperma più buono! Da una parte sembrava anche averla presa con filosofia: disposto persino a mettersi in gioco; ma non sapevo se avrebbe preso altrettanto sportivamente una sua eventuale bocciatura: – Ma non lo so, come faccio a dirlo! – e francamente mi trovavo ridicolo a paragonare i loro spermi.
– Ma dai… – mi esortò nuovamente; sembrava quasi che, nonostante il tempo trascorso, il suo residuo di competizione con Robertino non fosse per lui ancora risolto, tanto da voler sapere chi fra loro preferissi.
– Ma cosa ti posso dire… – non sapevo che cacchio inventarmi: – diciamo, che tu sei più liquido, ecco! – speravo almeno di avergli fatto una specie di complimento, tanto per placarlo.
– Come più liquido! – disse però come se gli avessi evidenziato un difetto.
– Eh, più liquido… si vede che, essendo più grande, ne produci di più! – mi toccava pure rivisitargli l’affermazione, come se fosse un moccioso troppo cresciuto che si offende con niente! Certo che da quel punto di vista tra lui e Robertino non c’era poi molta differenza, avevo pure dovuto mentirgli: a memoria ricordavo,infatti, che quest’ultimo ne producesse molto più abbondantemente di lui, forse per quegli enormi maroni che aveva e che in lui non avevo invece ritrovato, ma Luca, in compenso, aveva dell’altro che molto più mi piaceva.
– Quanti anni aveva? – mi chiese insofferente.
– Tredici… – speravo in fondo di averlo placato: lui era più grande, l’aveva più lungo, era più liquido; insomma, lo batteva su tutti i fronti… e difatti ricadde in un silenzio cogitabondo per poi riemergerne con uno strano sbuffo, quasi sovrappensiero.
– Mmm? –
– Puah… a tredici anni aveva già fatto un pompino! – disse con sprezzante tono di superiorità, quasi a voler schernire quell’invisibile presenza di Robertino ormai andata concretizzandosi al nostro fianco; ma che passava per quella testa di primino…
– Beh, tecnicamente anche tu ne avevi tredici la prima volta… –
– Sì, ma io ero già verso i 14! – come se a quattordici anni fosse differente fare un pompino!
– E allora! che cazzo c’entra, scusa? E poi quando li compi gli anni che non ricordo? –
– Il 18! –
– Il 18, già! – una data che avrebbero dovuto far festa nazionale – …e il segno? –
– Leone, non ricordi? Lo sono di nome e di fatto… –
– Mhmm – cos’era questo oscuro proverbio.
– Leone – Leoni… il mio segno, il mio cognome…, e poi, comunque, io ne avevo già quattordici! Perché, come t’ho detto, sono nato prima! –
– E no, bello… ti prendi un bel granchio! Tu non sei nato prima, se nato in anticipo, che è diverso!… tu sei nato prima di quando dovevi nascere, ma questo significa, semmai, che gli anni dovresti contarli dopo, e no prima! … anzi, due mesi… settembre ,ottobre… dunque tu avresti quattordic’anni da nemmeno un mese, forse…! E ti dirò di più: tra te e Roberto non ci sarebbero più di sei mesi! – ora volevo proprio infierire visto che lui ci teneva tanto a rimarcare la sua differenza, che invece non era affatto molta.
– Beh, fatto sta che io sono comunque nato prima di lui! e ce l’ho pure più lungo! – cos’era tutto questo bisogno di sottolineare la sua pretestuosa superiorità, qualche tacca in più di bega, o di data o di altezza lo rendevano forse migliore? Per me lui era meglio perché era lui nella sua interezza ad esserlo; ma possibile che conservasse ancora un astio così profondo, verso quella scomoda presenza con cui ancora si sentiva in concorrenza?
Dopo un quarto d’ora sbrandai l’incomodo ospite dalla mia schiena, che ancora vestiva in deshabillé e mia madre stava arrivando: – Su che è tardi! –
Di malavoglia scese lento come un bradipo, poi si fermò davanti a me avvolto in quella coperta a mo’ di mantella sulle spalle; per curiosità alzai la camicia e vidi l’illustre inquilino ergersi oltre la soglia dello slip: l’afferrai tra le dita massaggiandogli la cappella mentre lui si scioglieva teneramente in un brodo di giuggiole traspirando voglia di venire dai suoi pori: – Dai Luca, a venerdì – lo licenziai con una pacca sul sedere – e mi raccomando! –
– Va bene… –
– Piuttosto inventati qualcosa! –
– Cioè? –
– Un qualcosa di divertente da fare visto che abbiamo due giorni! – e anche due notti…
– Ci proverò – in quell’attimo l’auto di mia madre si infilò nel cortile; Luca si rivestì in fretta e furia e quando lei entrò, diligentemente svicolò via, incrociandola il meno possibile.
– Ciao! Ma che ha Luca che è scapato via? – che palle, temeva sempre che gli avessi fatto qualcosa, ma se non gli avrei torto nemmeno un capello, al massimo un pelo pubico…
– Aveva fretta, gli han detto di tornare prima che faccia buio! – poi Niki si mosse come al solito per reclamare la pappa, scampanellando fino in cucina.
– Ma cos’è? –
– È Niki! – lo presi in braccio.
– Ma cosa gli avete messo? –
– È stato Luca, gli ha fatto un regalo, guarda! – mia madre scosse la testa sorridendo condiscendente … sapevo benissimo cosa stava pensando: che Luca era veramente un bambino, perché solo un bambino poteva pensare a fare un regalo a un gatto… ma a me Luca in fondo piaceva proprio per questo.
– Dai togliglielo che dopo lo sai che quanto va fuori s’ impiglia nella siepe … – e lo sapevo bene, ma solo che non potevo farlo finché era in casa, sarebbe stato un affronto, e poi ora avevo almeno la scusante che si trattava di una direttiva materna e non di una mia decisione.
Tolsi il collarino e lo riposi in un cassetto a fianco dei suoi slip, altro ricordo di che ritrovai dopo quella volta vicino ad un piede del letto, e che dopo una segreta lavatura riposi in attesa di momenti propizi.
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Tags: martedì, msn, novembre 2003, robertino
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