Archive for the ‘Uncategorized’ Category

In più di un’occasione abbiamo riscontrato quanto sia erotico il bacio di due donne, come ad esempio il bacio fra Scarlett Johansson e Penelope Cruz in Vicky Cristina Barcelona.

E a tale proposito chi non ricorda il bacio fra Madonna e agli MTV 2003? Come potremmo dimenticarcelo?

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Il 17 novembre prenderà il via il nuovo format della piattaforma Sky – canale 867: .
Ebbene sì… il doppio senso c’è e non lascia grande spazio all’immaginazione!
Bando alle ipocrisie e alle scollature dato che qui è tutto ben in vista.
Proprio quando si respira aria di proibizionismo, ammettiamo che si tratti di una boccata d’aria, una grande trovata!!! Read the rest of this entry »

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Il ormai ha chiuso i battenti… ma ci sono ancora le di un tempo? Le intramontabili quelle il cui nome ancora campeggia nei “classici del porno”. Sto parlando di Cicciolina, di Moana Pozzi, di . Nutro grandi dubbi… guardate questi video e tirate le vostre conclusioni:

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Oggi mi voglio occupare della scrittrice che maggiormente mi rappresenta: .

Originaria del Camerun di lingua francese, vive e lavora a Parigi e sul fatto che lavori non c’è alcun dubbio data la quantità di libri pubblicati fino ad ora.  Ha riscosso un enorme successo in Francia e finalmente anche in Italia grazie al lavoro di Epoché. Read the rest of this entry »

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Si è da poco concluso il Mi Sex la fiera del e dell’, un evento per gli amanti del a 360°…. E mi verrebbe da dire anche a 90° se la battuta non fosse così scontata. Scontato non lo è stato neanche il biglietto ( ) né tantomeno gli spettacoli in cui hanno spiccato celebrità dell’hard come e Michelle Ferrari.

Due tributi all’evento:

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Dall’antologia Il Corpo segreto: ARS POETICA di MICHELANGELO COVIELLO

1.
La poesia è questa pelle nera
e liscia che accarezzo
è questa bocca che bacio
senza sosta
è questo
dritto e ricciuto
come un verso

2.
La poesia non è la bellezza
è invece il furore
che ti strappa i vestiti
che ti fa urlare di piacere
quando leggi
la mia carne
come fosse la tua Read the rest of this entry »

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Rincontrai Luca felice davanti l’uscita di scuola; sembrava non star più nella pelle, appena mi vide corse subito verso la macchina gridandomi di venire; quel pomeriggio sarebbe venuto da me e vi sarebbe rimasto l’intero weekend, due giorni tutti per noi… e lui tutto per me! e come al solito nel ritorno lui salì davanti e io didietro, non capivo il perché, nell’andata sedevamo tutti e due dietro, ma forse era soltanto questione d’abitudine: una pura casualità trasformatasi poi in consuetudine scaramantica; ma a me piaceva così, anche perché potevo ascoltare i loro dialoghi pur standone fuori.
Allora, Alle, – mi chiese sua madre: – cosa combinerete stasera? Scommetto vi divertirete… – suggerì, ma il suo tono era realmente pieno di curiosità; di quella sana curiosità che prende ogni genitore quando il proprio figlio passa la notte fuori di casa.
Ma no… niente d’eccezionale…! Stasera siamo soltanto io e lui, e domani forse vengono due miei amici… – non potevo dirle forse avevamo intenzione d’uscire.
…e ragazze niente? – provocò sua madre; io non risposi, probabilmente arrossendo, e lei riprese: – Veh, che lo so come vanno queste cose… sono stata ragazza anch’io, sai! Sono uscita anch’io la sera con le mie amiche, e quante volte andavamo dai ragazzi con le case libere… – ma Luca la interruppe bruscamente…
Sì, mamma abbiamo capito mm… non ci interessa sapere cosa facevate da ragazze! – probabilmente era seccato di sentir sua madre raccontare le sue si avventura da ragazza.
Eh… Luca… adesso fai così, ma quando ti interesseranno le ragazze vedi…
No, Mamma, mi interessano già le ragazze! – le rispose tostamente – solo che non mi interessa sapere cosa facevate quarant’anni fa! –.
Oh, ma quanto mi fai vecchia! Ma guarda te che figlio impertinente, vero alle? – mi chiese conferma, ma io in quelle beghe non ci volevo rientrare! per fortuna che accostò a casa mia…
Allora ci ved… – stavo per dire, ma sua madre intervenne inopportunamente: – Guarda, Luca, guarda che bel mao! –.
È Niki! – esclamò Luca con la sua acutezza giovanile.
Il mao… – diss’io sconvolto dall’infantilità di quel termine.
Sì, quando lui era piccolo li chiamava sempre così… il bau e il mao, e allora io glieli chiamo ancora così per prenderlo in giro! – insomma: era una ritorsione materna per averle dato della “vecchia”, e per fargli capire che era comunque sempre il suo piccolino.
Comunque è il mio! – le dissi mentre Luca ci guardava già male.
Ah! Allora ecco perché torna sempre pieno di peli; hai un gatto! – beh, se guardava meglio forse notava anche dell’altro: possibile che non si sia mai interrogata su quell’abbigliamento sempre inspiegabilmente stropicciato? ma era meglio sorvolare: – Luca che fai allora… – gli accarezzò i capelli: – scendi anche tu che ti porto dopo la roba?–.
No! – disse lui muovendo il ditino pieno d’orgoglio: – Vengo dopo io col mio motorino – sottolineando ogni volta quel “io”: – così sono libero tornare a casa quando mi pare! – e soprattutto non doveva farsi accompagnare dalla mamma, che, a quattordic’anni, non faceva certo sintomo d’autonomia… e poi non avrei neanche saputo che cosa preparargli visto che prima dovevo vedere che cosa mia madre mi aveva lasciato per il weekend! Poi l’autovettura andò via con Luca che gesticolava animatamente.
Chissà che cosa ci avrebbe riservato quella giornata? troppe robe avevo per la mente, e troppe tra loro contrastanti per potergliele realizzare tutte.
***
Di già…? avevo appena finito di sistemare i piatti quando riconobbi un rumore noto; capivo benissimo ormai quando arrivava, seguiva sempre il solito pattern: una sgasata a inizio della via per poi planare fino casa mia, soffermandosi a borbottare col motore acceso davanti al cancello, quasi aspettasse impazientemente; ma di solito riuscivo a dargli il tiro prima che s’arrestasse, così ch’entrasse, parcheggiasse in completa autonomia e salisse da solo fino in cucina, dove l’attendevo; oggi però proprio non riuscivo a trovare il telecomando.

Luca tra poco sarebbe entrato da quella porta; era venuto in fretta oggi e sicuramente s’aspettava qualcosa… e subito! eppure per me era così chiaro che sarebbe stato meglio aspettare… Luca comunque comparve sulla soglia col suo biondo radioso, a illuminare la stanza, e disse: – Ciao, come va? –. Recava in mano un casco e a spalla i due zainetti, l’uno coi libri e l’altro con la “roba”, mentre io per la tensione non riuscivo a rispondere; un imbarazzo d’aspettativa si respirava nell’aria, finché lui non disse, rompendo il mio nervoso: – Allora… –.
Dai, intanto vatti a cambiare così stai comodo anche te! Vai pure in camera mia! – per non cadere nell’immediata tentazione lo mandai via e Luca salì con lo zainetto a monospalla, come un figo incredibile, così che intanto vedevo l’oggetto della mia venerazione allontanarsi disinnescando il mio incendio interiore. In quell’attimo raccolsi subito le mie idee e decisi: che avremmo aspettato la sera, perché sarebbe stato più bello! Ma come fare a convincerlo? Luca ridiscese in una grigia tutina, esattamente come la mia; ora sì che eravamo veri cugini come a scuola andavamo tanto spacciandoci per giustificare la nostra intesa… ma nonostante vestisse in quell’abito informale, era bellissimo: era come un piccolo modellino dotato d’una gran dote, non proprio nascosta… e difatti discendendo l’ultimo gradino vi passò sopra la mano ridicendo un grazioso: – Allora… –.
Subito gli andai incontro togliendogliela con tono deciso: – Mh! Mio! – per sottolineare la mia proprietà.
Eh! Adesso…! – rispose ristrofinandosela immediatamente.
Mio! – gliela levai di nuovo.
No… è mio! – vi ripassò la mano.
No, mio! –
Luca stette un attimo attonito, guardandosi intorno, non sapendo cosa rispondere, e si grattò sovrappensiero la spalla. – Sei lì pure mio! – gli dissi levandogliela: – sei tutto mio! –; ma Luca alla mia frase sgrammaticata reagì liberandosi le mani e mettendosi sulla difensiva.
Alle, te l’ho detto che non sono il tuo giocattolino! – pronunciò con voce minacciosa; il mio piccolo aikidoka del messaggio aveva colto il senso, ma non il tono giocoso, ed ora era teneramente minaccioso.
Sei mio perché sei in casa mia… – gli spiegai il senso: – e visto che i miei non ci sono, il padrone sono io… e quindi per questi tre giorni tu sei mio! – in fondo mi stavo rifacendo alle nostre regole.
Mm… – mugugnò rigrattandosi la spalla.
Allora! – lo rimproverai.
Ma ho prurito…
Allora ti gratto io! – gli infilai una mano nel colletto per grattargli la clavicola. Mi sembrava quasi di toccare un ossicetto di pollo: sottile, magro, leggiero, che mi trasmetteva l’idea di un’intima fragilità, di un corpicino inerme, nonostante l’ostentazione di coraggio, che andava difeso: – Tu me lo dici che ci penso io… ma tu non devi più toccarti, capito? –.
Ma dappertutto?
Dappertutto…!
E allora avrei un prurito anche qui… – m’indicò il suo pacco; maledetto! Dovetti grattargli pure quelle e lui cominciò subito a godere come un matto: – Ahhh, ma come fai…? – .
Cosa…
A grattarmi, senza farmi male! – godeva sia con gli occhi che con la in quel momento, ma io non riuscivo a capire bene che cosa intendesse: forse si riferiva a quel fatto che quando chiedi di essere grattato per non farti del male, finiscono sempre per non grattarti affatto, oppure usano le unghie veramente; cosicché, essere grattati piacevolmente, è praticamente impossibile… ma io avevo la mia tecnica, e gliela mostrai prima finalmente di sederci e fare i compiti allontanandoci da quella tentazione.

Che fatica oggi fare i compiti con Luca, aveva sempre prurigine dappertutto… e non bastava mica che lo grattassi dai vestiti: no, no! dovevo proprio andare sotto e grattarlo sulla pelle nuda, come «solo io sapevo fare»… e ancora più strano era il fatto che avesse sempre quel prurito intorno al pube, e si spostava pure! tanto che dovetti sempre grattarlo alternativamente sia suoi testicoli e che sul pene, immancabilmente duro; ma come potevo resistere a quell’affronto: a quella roba perennemente dura davanti agli occhi, che non s’ammosciava mai! Poi, d’un tratto passò un’ambulanza e una mano scaramantica andò a toccarmi i testicoli: – Presto toccami! – m’ordinò lui.
Perché?
Perché non posso!ma no, sotto!
Come sotto…
Dentro le mutande!
Che palle…! – aveva sempre una scusa buona per farsi toccare, e io mi sentivo crollare, sia fisicamente che psichicamente, con quell’irrefrenabile voglia, che avevo, di spararmi una sega; ma non volevo venire: volevo solo calmarmi, riappacificarmi con me stesso, una raspa rigeneratrice insomma; ma davanti a lui non potevo… o sarebbe voluto andare fino in fondo, ma per fortuna che andò in bagno.
Vieni… – mi chiamò.
Per cosa?
A tenermelo, hai detto che non posso toccarmi! – che pestifero!
No, no, lì fai pure da solo! Diciamo che ti do un’esenzione dai…! – e finalmente si allontanò. Appena voltò l’angolo, mi abbassai i pantaloni e mi tirai una sega pazzesca direttamente sulla sedia, tanto, come già detto, non volevo venire, ma solo raccapezzarmici con me stesso, ritrovare formalmente la mia padronanza del corpo, della mia libido, il cui controllo era stato fortemente compromesso, ma Luca tornò improvvisamente: – …e no, non è giusto! …anche tu devi farti toccare! –.
Ma tu forse non hai capito, che non sono io a essere anche tuo, sei tu a essere soltanto mio! – dissi finalmente smettendo di menarmi.
Vuoi forse litigare… – mi ricattò. Che bastardo! memore della sua reazione di prima, sapeva che l’avrei lasciato fare pur di non tornare a litigare. Luca con smania iniziò a smerlettare con la linguina mezza fuori, tipica di quando aveva perso l’autocontrollo; aveva una smorfietta che era tutto da mangiare, ma anche una voglia famelica metterlo , ipnotizzato com’era dalla mia verga. Preso da quella paura l’abbracciai prima del suo abboccamento, ma ora chi avrebbe dissuaso me dal continuare? quell’abbraccio ci sarebbe stato fatale: – Luca, dobbiamo distrarci… – invocai il suo aiuto.
Lo so, Niki dov’è? – suggerì ,strusciandosi anche lui dolcemente con la testolina; giusto… che genio! Quel felide inutile, che passava otto noni del suo tempo a poltrire e a mangiare a sbafo, dov’era quando serviva? Lo cercammo sul divano, dove l’avevo lasciato dopo pranzo, sulle sedie, sotto i tavoli, negli armadi, ma niente non c’era! Dov’era? scesi le scale e lo scovai, come al suo solito, raggomitolato in una scatola; – Vieni qua tu! – lo presi con me. A ogni gradino di quella breve scalinata mi soffermai ad abbracciarlo: ne avevo proprio bisogno di quella inusuale terapia, o presto Luca avrebbe fatto la sua stessa brutta fine ma con esito ben diverso…; riemersi dalle scale, per darlo ora a lui in braccio e disintossicarsi.
Dov’è il collarino… – mi chiese.
Eh, glielo dovuto levare… mia madre mi ha detto, se no, che dopo poteva impigliarsi nella siepe… – e Luca non obbiettò, ma lo strinse più forte, come volesse scusarsi con lui per quel pericolo mai corso: – però se vuoi adesso possiamo metterglielo, se lo teniamo dentro in casa… – e corsi subito in camera a cercarlo per poi ridiscendere giusto in tempo per vedere la scena: Niki in un moto di mattana si stava ribellando a Luca, stanco forse dello stargli in braccio, ma lui lo tratteneva; – Presto lascialo…! – stavo per dirgli, ma troppo tardi: Niki per divincolarsi lo graffiò e con un balzo quasi lo capitolò al tappeto: – Luca stai bene? –.
Sì, però m’ha graffiato
Fa vedere! – un graffio a mezzaluna lo solcava sotto il polso: non profondo, né aperto, ma lungo e rossastro; il tipico graffio da “fuga”, che non fa male, ma brucia moltissimo: – Dai che ti disinfetto!
– Ma solo è un graffio! – ma proprio adesso doveva farmi Mr. coraggio! Proprio ora che volevo consolarlo.
Fa niente, meglio disinfettare lo stesso! – e poi a me piaceva curarlo… presi l’acqua ossigenata e tornai dal mio feritino.
Cos’è…? – guardò il flacone con sospetto.
È acqua ossigenata…! Non l’hai mai usata? – manco ci fosse sopra il teschio di morte!
Ma brucia? – mi chiese ritirando il braccio.
Eh sì… un pochino… ma disinfetta e chiude subito! Non l’hai mai usata? – gli ripetei.
No! – e mi riporse finalmente il braccio; ma come: prima mi ostentava tanto coraggio e ora chiudeva gli occhi? che primino…
Comunque Niki è forte! – disse dopo il mio intervento, cercando dialogo – …mi ha quasi spinto all’indietro! – sembrava quasi che ci fosse qualcosa di cui stupirsi.
Ma non c’è nulla di strano, il gatto è un animale forte! Pensa a quanto salta… tu, in paragone, dovresti quasi saltare una casa!
Sì, ma io sono più grosso di lui!
Eh… ma non più furbo… – se no, non si sarebbe fatto graffiare.
Eeeeehh… – mi fece il finto risolino da battuta antipatica.
Comunque non c’è nulla strano, se ci pensi bene non sarei neanche 10 volte lui…
Cioè?
Cioè, che non pesi neanche 10 volte lui!
Impossibile! – asserì categorico.
Ah no! tu non pesi neanche 45 kili, lui più di 5… fai un po’ tu! – davanti all’evidenza tacque: – Comunque… – continuai: – lo dovevi lasciar andare! –.
Ma io volevo tenerlo! – obbiettò giustamente.
Sì, ma tu non hai diritto di costringerlo se lui non vuole! devi lasciarlo andare, devi rispettare la sua volontà!
Il faccino di Luca si fece improvvisamente nero: – Non ho capito! – sbottò subito furioso:– io non posso fare quello che voglio in questa casa e lui sì! Valgo forse meno d’un gatto adesso! – meno d’un gatto, no; ma meno di Niki, per me, sì! e offeso se ne andò verso il divano.
La giornata stava decisamente prendendo una brutta piega: l’avevo già fatto incavolare due volte e questo non giovava né a me e né ai miei progetti, anche se adesso almeno tutta quella carica sessuale di prima ci avrebbe impiegato un bel po’ prima di rifarsi viva; ripresi il felino e andai da lui: era doveroso rifar pace con Luca non soltanto per me, ma anche per lui, e oltretutto non sapevo con che altri pretesti cominciare.
Luca subito non ci degnò d’uno sguardo: offeso guardava il televisore tenendoci il muso, quando poi Niki incominciò a fare le fusa e io glielo misi vicino, allora lui dovette capitolare e accarezzarlo prima timidamente sul coppino, e poi chiedendomelo in braccio: – Me lo dai? –.
Sicuro… – non volevo che facesse la stessa fine di prima: gli animali sono bravi a sentire lo stato timoroso e reagiscono inaspettatamente.
Dai! – ripose sicuro; gli passai il fagotto che mollemente gli si adattò sulle ginocchia, e lui iniziò a vezzeggiarlo immediatamente come al suo solito, ma con evidente più rispetto di prima: se questa volta fosse voluto andare, certamente l’avrebbe lasciato. Pian piano fui completamente obliato, oramai erano tornati una coppia e io l’intruso, nonostante fossi il padrone di casa e di entrambi.
Luca, ma se ti piacciono cosi tanto, perché non te ne fai regalare uno? – così capiva che non erano soltanto dei peluche animati, ma dei veri rompiscatole quando chiedevano da mangiare o andavano in amore; troppo comodi vederseli belli a casa di altri, senza però doverseli subire.
Non posso… – dissefacendosi malinconico.
Perché… – la mia prima tentazione fu quella di accarezzargli la fronte.
Mia mamma non vuole… – e Luca si chinò verso Niki quasi ad abbracciarlo teneramente.
Perché scusa…
Lascia stare… ha ragione in fondo! E poi neanch’io voglio… – e a quelle parole si fece ancora più triste, ma di una tristezza profonda, di quelle nell’animo più cupo, ma sentivo che mi mentiva.
Ma perché? – questa volta lo accarezzai sulla schiena.
Luca chinò il capo ulteriormente guardando Niki, e dopo un interminabile secondo rispose laconicamente: – Perché poi muoiono… – e in quell’attimo Niki scappò. Il mio primo desiderio fu quello di stringerlo forte, mentre guardava con lo sguardo malinconico in basso e quella cupezza intorno a lui; ma cos’era quello spettro di morte che aleggiava turpe sulla mia luce? Sciò! Via… pussa via! Lo colsi in braccio, caricandomelo addosso. Lo sdraiai, lo abbracciai, lo coccolai, e Luca cominciò a raccontandomi allora con la voce fioca il suo “trauma del pesciolino rosso”: quello classico da fiera, che non vive più d’un giorno, e lui l’indomani, ritrovandolo cadaverino, vi rimase ammutolito per un’intera settimana almeno, e allora sua madre decise: da quella volta niente più animali in casa; poi divenne muto. In fondo la capivo: se questi eran gli effetti ancora a ott’anni di distanza, Luca bisognava proteggerlo, preservarlo, tutelarlo da quel truce mondo, anche se la soluzione poteva sembrare ad occhi inesperti insensata.

***
Luca si risvegliò col faccino vispo sul mio petto e la manina che andava a tampinarmi da quelle parti… lo lasciai fare: mi abbassò i pantaloni e lo slip, e si soffermò a grattarmi il genitale, come gli avevo mostrato, prima di metterselo in . Capii in quel momento che dovevo lasciarlo fare, perché ne aveva bisogno: chiusi gli occhi e mi rilassai, ma non per godere, solo per resistere di più, per lasciarlo continuare allungo; mi ero oramai quasi completamente estraniato dal mio corpo, non sentivo più le sensazioni, ma lui soltanto succhiare, andare su e giù lungo l’asta come in una lunga tettarella; avevo persino perso la cognizione del tempo, non sapevo neppure se erano passati dieci, venti oppure mezzora da quando aveva cominciato, ma alla fine la fame mi destò dal torpore.
Luca, tu non hai fame? – gli dissi.
Sì! – rispose finalmente mollando il mio : – Cosa c’è?
Pasta…
Solo quella! – che si aspettava da me!
Non sei mica ristorante! – anche se prima si era appena fatto un’abbondante scorpacciata di pesceIo sapevo fare da mangiare per me, ma non di più piatto di pasta o di una bistecca riscalda, o comunque di un qualcosa riscaldato al microonde, anche se di certo sapevo fare più di lui. Luca mi seguì in cucina dandomi tutto il suo apporto seduto sul tavolo alle mie spalle; non lo sopportavo quando faceva così: mi guardava col suo sguardo innocentino, quasi fosse un angioletto contornato da un’aura bionda, e intanto il mio occhio cadeva immancabilmente tra le sue gambe dal suo faccino; era un criminale faccia d’angelo, che mi provocava continuamente: sarei andato lì e gli avrei tirato un marlettone direttamente sul tavolo, ma in quel momento entrò Niki inopportunamente. Subito lo chiamammo entrambi dai lati opposti della stanza; il gatto pareva disorientamento: non sapeva dove andare, ma il mio micio era furbo e sapeva che era il padrone… e difatti andò da lui a ricevere le carezze.
Ah sì… – mi avvicinai: – Giuda! – ma il quadrupede si voltò miagolandomi: – no, tu sei più il mio gatto, non ti do da mangiare! Sei andato da lui… e allora fatti dare da mangiare da lui! – e me ne andai.
Niki incominciò a miagolare insistente e Luca intervenne: – Niki, hai visto che padrone cattivo che hai, non ti vuole dare da mangiare… dai te lo do io! che evo fare? –.
Dagli le crocche di quel sacchetto! – non mi voltai neanche, sentii solo una cascata di crocchette versarsi nella ciotola: – Ma Luca è un gatto… mica un bovino! – gli dissi voltandomi. Luca mi guardò perplesso con un’espressione dolcissima e quel grosso sacchetto sottobraccio; sembrava quasi che io lo avessi rimproverato e invece volevo soltanto correggerlo, poi lui si congedò andando in bagno: – Sì, ma fai presto! –
Va bene… –.
– …e non ti segare! – mi diverti molto fargli quelle raccomandazioni, ma appena si chiuse la porta la sua voce arrivò: – Alle, mi sparando le seghe! –.
Nooooo!
e invece sì… ahaaa… ahaaa… ahaaaaa!
Beh, peggio per te! Vuol dire che allora stasera dormirai sul divano… – gli feci intendere che in realtà avevo in mente ben altra sistemazione per lui quella sera.
No… no… Alle sto scherzando! – ma io mi allontani senza rispondergli. La prima cosa che fece, uscito dal bagno, fu quella di assicurarsi che io avessi capito: – oh, non mi sono segato! – ripeteva: – hai capito? –; ma io non l’ascoltavo – oh, non mi sono masturbato… ho cagato!
MA SI’, ho capito! – gli gridai infastidito più quella sua irritante precisazione: – ma ! non c’è mica bisogno di raccontarmi cos’hai fatto nel bagno! – specie che aveva defecato! va bene ch’eravamo ragazzi e ogni registro potevano essere saltato, ma almeno il minimo comune denominatore del pudore poteva tenerlo…

Dopo cena la parte più difficile di tutta la giornata: con quelle tre – quattro ore da riempire col fatidico «che fare?» prima di andare a “dormire”; perché mica sarà voluto andare a letto presto proprio oggi che avevamo la casa libera tutta per no? – Che facciamo? – continuava a chiedermi.
Non so, ieri ho noleggiato un film ma terrei per dopo… Play?
Mm No! non ne ho voglia… – disse, poi tacque lungamente: – Non hai, che so, dei giochi di società… – di società…? non credevo alle mie orecchie…
Sì, là – gli indicai ancora incredulo lo scaffale; Luca si rannicchiò per passare in rassegna tutte quelle vecchie scatole di giochi di società, forse usati uno, due volte al massimo da piccolo sull’impulso del giocattolo nuovo, costringendo i miei a una serata in famiglia, per poi dimenticarle lì ingloriosamente, dopo che per anni magari avevano intrattenuto le serate della generazione di mio padre. Risiko, Forza quattro, L’Oca, Scarabeo… Luca continuava a passarli tutti indeciso col ditino, forse ora si sarebbe convinto anche lui dell’assurdità dell’idea.
Tu a quale vuoi giocare? – mi passò la patata bollente; dunque: L’Oca… no! troppo stupido, e poi basato soltanto sul culo finisce subito; Forza Quattro e Risiko… no! mai stato bravo in quei giochi, e poi Risiko in due è noioso e a Forza quattro venivo battuto sempre, inoltre lui, non so perché, mi dava l’idea di uno che aveva passato gli ultimi due anni di vita a giocare a seghe e forza quattro; Scarabeo… sì! lì certamente l’avrei battuto: conoscevo certamente più parole di lui.
Dunque… dunque, dunque…– finsi incertezza: – Scarabeo, dai! – .
No, Monopoli! – e prese fuori direttamente la scatola, ma allora che cosa me l’aveva chiesto a fa’? Mi davano fastidio quelle persone che ti chiedono consiglio e poi comunque fanno di testa loro!
Però non so se ho le regole!
Fa niente… ce le inventiamo! – ma sì, dai… così da Monopoli sarebbe diventato Pornopoli!
Ci piazzammo al centro del tappeto davanti al divano col televisore alle spalle acceso a tenerci compagnia; l’inizio del gioco fu tutto molto serio: rispetto all’originale poco ortodosso, ma ancora niente era uscito, né entrato dai nostri pantaloni, invece dopo fu Luca a farsi prendere per primo dall’istupidimento e a voler assolutamente controllare se il mio “prigioniero” era rimasto per tutto il tempo (tre turni) rinchiuso in prigione, constatandolo con mano; e nel frattempo era diventato un vero Paperone, con hotel e palazzi sparsi qua e là in barba a qualsiasi piano regolatore. Era incredibile come un gioco banale, e normalmente noioso in due, era diventato con lui un vero spasso, specialmente quando, per megalomania, si distese sul fianco lungo il divano a rappresentar, diceva lui, la scritta “MONOPOLI” installata sulla montagna, stile “HOLLIWOOD”.
Luca saltellò 3 passi e capitò su “Vicolo Corto”, ancora invenduto.
Aaaaah, Bigolo Corto… – lo sbeffeggiai in quel clima di sbornia pre- per l’acquisto obbligato; allora Luca s’abbassò i pantaloni e disse: – Beh, proprio corto non mi sembra! – e mi trovai così davanti agli occhi quei venti centimetri: belli, duri, diritti, che come una freccia m’indicavano la direzione della sua testa – siccome lui era un’insegna; avevo una voglia incredibile di leccarli tutti dalla radice fino alla punta: – Mettilo via, – gli gridai, dovevo vincere la mia tentazione: – Ti ho detto di non toccarti! – .
Ma mi sto tenendo la tuta!– rispose.
Fa niente… mettilo via! – se continuavamo così, non saremmo durati ancora molto; ma io non avevo paura per lui, quanto per me: sapevo che se mi fossi attaccato a quella cosa, non me ne sarei più staccato via, consumando tutto troppo presto per divertirci poi, nel prosieguo della serata. Riprendemmo il gioco, ma ora avevo sempre quell’immagine davanti la mente e persino la sua posa neutrale ora mi sembrava eccitante: me lo immaginavo disteso su un triclinio romano mentre io lo leccavo e lui muoveva per entrambi le pedine; basta! – Dai mettiamo via, mi sto annoiando, tanto hai vinto te! – in tutti i sensi, tra l’altro odiavo giocare quando sapevo già come andava a finire, specie se ero io a perdere; raccolsi i soldi, ma Luca ebbe un’idea: – Sai giocare a poker? –.
– Certo! – per chi mi aveva preso: per un pivellino di prima?
Propose un pokerissimo con i soldi del Monopoli, ma già me lo immaginavo come sarebbe andato a finire…; passammo indenni le prime tre mani, poi Luca volle alzare la posta, e la calura, giocandosi i calzini; ma che mi fregava a me dei suoi calzini, io che già ero possessore di un suo paio di mutande! e poi lui era già mio, che ero scemo a giocarmi qualcosa di già mio? – e scusa, ma che ci guadagno io? – lo sbattei all’indietro sul divano: – …tu sei già mio! – gli afferrai i testicoli salendo velocemente. Luca non attendeva altro: iniziai a masturbarlo e poi sul più bello mi fermai: – Ti piacerebbe, eh… e invece aspetti! Ora ci guardiamo il film! –: quella per lui sarebbe stata la più atroce tortura.
Avevo riflettuto per giorni sul film giusto da noleggiarsi: volevo un horror, ma non un horror-thriller o uno qualsiasi, ne volevo uno di suspense, d’attesa, di palpitazioni, uno che lo facesse sobbalzare sulla poltrona, attraversare gli angoli bui con sospetto, guardare sotto le coperte prima di entrarci; lo volevo terrorizzato insomma, qualcosa che lo facesse letteralmente cacare sotto dalla paura! e questo per il semplice fatto che sapevo di poterlo faro, sfruttando la natura da primino. Dovetti effettuare il noleggio con la tessera di mio padre, per prendere qualcosa di v.m. 18, tanto lui non se ne sarebbe accorto; neanche Luca sapeva cosa era tanto lui pur di fare il fico non avrebbe sicuramente detto niente. Spensi le luci, per creare atmosfera; accesi il Dolby, per sentire i bassi fin dentro i polmoni, e in fine stesi il panno su di noi, per creare quel sentore di finta sicurezza e lo show ebbe inizio. Abbracciai il primino distendendolo sul divano assieme a me, come quando ci riposavamo; che bello stringerlo dentro una stanza buia… avrei voluto coccolato, ma era meglio non distrarlo troppo dalla visione, io mi ero perfino visionato la pellicola prima, annotandomi tutti momenti migliori, per rimarcarglieli nel caso qualora avesse chiuso gli occhi. Sentii Luca sobbalzare due o tre volte per tempo: era anche stato bravo tutto sommato, ma verso la fine della visione lo vedevo inspiegabilmente guardarsi intorno con sospetto, scrutando le ombre, prestando orecchio ai rumori anomali; che voglia di continuare a spaventarlo, ma ora ogni minuto fuori dal letto, era un minuto in meno per il nostro divertimento.
Dai alzati! –
No, dai… restiamo ancora un po’ qui… – mi disse tutto affettuoso; ma secondo me era soltanto per rimandare quell’istante in cui sarebbe rimasto solo prima che riaccendessi la luce.
No, guarda che ora! – il display segnalava appena mezzanotte, ma era ora di andare… feci appena in tempo ad accendere la luce, che me lo ritrovai alle spalle: – Ah, sei qui! Vatti a cambiar,e dai… intanto io lavo i piatti! –.
No, ti aspetto! – disse seguendomi in cucina sempre seduto sul tavolo alle mie spalle; mi mossi anche dalla stanza ma lui mi seguiva, era come un cagnolino: sempre appresso; ero divertito dal quel suo religioso tallonamento, ma gli si leggeva in faccia la stanchezza dagli sbadigli che faceva: – Dai, vatti a cambiare, che poi ti raggiungo! –.
No ti spetto, non c’è problema! ma dove vai adesso… – disse in fine col tono lamentoso.
Giù, devo stendere! mi sono ricordato adesso che ho dei panni da far asciugare… –
Luca sbuffò, ma mi seguì; feci apposta a non accendere alcuna luce per tutto il tragitto, e neanche per il percorso che dovevo fare dallo stenditoio al garage, dov’era sita la lavatrice: volevo che mi seguisse tutte le volte al buio e per tutte le volte cui avevo deciso di separare il bucato; avevo oramai una seconda ombra, un gemellino siamese ma disunito, che in fine misi alla prova – Per piacere, mi vai a prendere l’ultima roba! –
Io…? –.
Eh sì! chi se no? – altri non c’erano… Luca si accostò alla porta per accendere l’interruttore, mettendo fuori soltanto il braccio come se sulla soglia ci fosse una ghigliottina che altrimenti gli avesse mutilato la faccia.
No…! – lo sgridai, Luca mi guardò per capire l’ammonimento: – Perché mi devi consumare inutilmente della luce… vai senza, no? tanto sai dov’è! – se no dov’era il divertimento…. anche se vi avevo fatto la figura dello spilorcio, che in fondo ero. Luca non obiettò, ma attese un secondo prima di solcare la porta, poi si fermò nel cono di luce proiettato dalla porta davanti a quel muro d’ombra che separa la zona in luce da quella di buio e in fine schizzò: – Spegni pure la luce del garage, già che ci sei! – gli gridai per farlo tornare completamente al buio, aspettandolo sulla soglia.
Luca comparve improvvisamente guardandosi di scatto all’indietro e attraversando velocemente la porta: – Tieni! –.
Ma che hai? – gli chiesi per il suo affanno.
Niente! – rispose.
Attesi un secondo in cui lo guardai intensamente con occhio indagatore, poi affermai – C’hai paura! – finendo col sorridere.
Noo! – obbiettò.
E invece sì! Allora perché mi stai sempre appiccicato?
non è vero… è… è che voglio starti vicino! – si accorse anche lui subito che quella frase stonava nonostante fossimo soltanto noi: – insomma non siamo qui per stare insieme, no? – si corresse giusto in corner, ma oramai era certo che avevo fatto di quel primino quel che volevo.

Dai cambiati! ce l’hai il pigiama, no? – gli dissi finalmente dentro la mia stanza.
Sì! – e si accinse a prenderlo fuori dalla sua cartella mentre io da sotto il cuscino e iniziammo a spogliarci: la tensione stava già aumentando vedendoci reciproci lembi di pelle comparire, e liberatomi dai pantaloni andai verso un cassetto.
Cosa fai… – chiese Luca incuriosito?
Prendo le mutande, no… tu non ce l’ha il cambio?
Sì… – e figurati se la mammina non gliele aveva messe dentro lo zainetto… – ma per domani, mi devo lavare… – disse come per chiedermi il permesso di docciarsi l’indomani in casa mia, cosa che certamente gli avrei concesso; poi Luca mi guardò accattivante: – Te le cambio io… –.
Prima lo guardai per capire se dicesse sul serio e poi lo bocciai, ma cos’eravamo… due bambini da doverci cambiare a vicenda! Poi per fargli gola glielo sbandierai duro davanti la faccia indugiando lungamente, Luca me lo guardava desideroso, e lo ridestai: – Dai finisci di cambiarti! –.
A proposito, dove dormiamo? – finalmente mi chiese.
Qui! –.
Ma c’è solo un letto…
Appunto! – voleva forse perdersi l’opportunità di dormire con me, come Robertino al mare…, Luca mi guardò divertito; non mi sarei mai perso l’occasione di dividere il letto col mio primino, anche se in una piazza sola ci saremmo stati strettissimi, ma era proprio quello che volevo: dormire tutta la notte abbracciato per non cadere… era tutta la settimana che lo pregustavo.
Luca sempre più elettrizzato scese quasi istintivamente il lato destro del letto, soffermandosi ad attendermi prima di sollevare le coperte; ci guardammo negli occhi dandoci il reciproco assenso a iniziare la nostra serata e ci fiondammo nel letto.

La prima cosa che feci fu quello di cercarlo, di stringerlo e abbracciarlo con tutta la smania che avevo mammamia quant’era tenero… lo passavo dovunque su quel morbido pigiava, sembrava lui fatto interamente di flanella e si faceva toccare tutto come fosse il mio immobile orsacchiotto, gli piaceva farsi guidare. Finalmente tutto mio, il mio primino tutto per me! un sogno realizzato in quella magica sera, quanti ricordi mi venivano in mente, di sere passate a letto con Robertino, ma ora il loro attore era sempre lui; il mio turgore stava esplodendo, e anche il suo percepivo, perché ancora non mi azzardavo lì a toccarlo: dulcis in fundo e ad ogni momento la sua sorpresa, rompendo pian piano tutti quei posticci tabù, per rendere più intensa l’ascesa. Mm… come mi eccitava tutto quel tenero primino per me, tutto dolce, tutto spaventato, poi un rumore ruppe l’intesa.
Cos’è? – mi chiese.
È Niki che gratta! – che rompipalle d’un gatto: – VATTENE! –.
Ma perché fa così?
Perché vuole entrare: ogni tanto lo prendo a letto con me! – e quella settimana l’avevo preso parecchie volte a letto con me in attesa di Luca e doveva averci fatto l’abitudine, ma ora stava decisamente rompendo.
Davvero, e fa anche le fusa?
– Sì, certamente, e fa anche un caldo incredibile, sembra una stufetta!
Luca sembrò intenerirsi e mi propose si prenderlo con noi; dunque: io coccolavo lui, che a sua volta si coccolava Niki… no! in quel letto eravamo già troppi adesso: – No, lascialo pure dov’è! – e intanto continuava a grattare – Niki, allora, te ne VAI! – se non la smetteva, presto si sarebbe ricevuto una ciabatta, ma poi finalmente smise e potemmo tornare noi due solamente, ma quel magico momento era svanito; che rabbia, cercavo di abbracciare Luca per ritrovare il tizzone, ma niente, la stanchezza era fin troppo forte e stava prendendo su entrambi in soppravvento, inoltre perfino lui si era troppo rilassato e non lo sentivo più pauroso e arrapante come prima.
Dove vai? – scesi dal letto.
Mmm, devo fare una cosa! Aspetta qua! – presi la torcia dal cassetto.
Ma dove vai?
Luca, dormi tu! ritorno subito… stai lì!
Era d’assolatissima importanza che Luca non uscisse dal letto e soprattutto che non accendesse la luce… uscii dalla camera in fretta, percorrendo il corridoio silenziosamente e a luce spenta: mi diressi verso il quadro centrale della luce e la staccai in tutta la casa; mi era venuta voglia di terrorizzare ulteriormente Luca in quella nottata, e quella era l’unica cosa che mi poteva venire in aiuto. Tornato in prossimità della stanza avanzai lentamente, senza torcia, sgusciai dalla porta a gattoni; Luca mi chiamò, ma io non risposi: – Niki sei tu? Alle…? – doveva essersi accorto di una presenza, ma non di me! Mentre Luca chiamava, mi avvicinai al letto, vicino la sponda inferiore, e ratto gli afferrai la caviglia.
AAAHhHH! – urlò; io risi: – Stupido!
Ma allora hai paura veramente!
Fanculo! Ma dove sei stato?
Niente… ho spento la televisione, mi sono ricordato che l’avevamo lasciata accesa! – in tanto chiusi la porta.
Chiudila a chiave per favore… – mi chiese.
Ma siamo soli in casa!
Dai…
Va be! – ecco cosa si otteneva a spaventare un primino; poi rientrai nel letto e l’abbracciai calorosamente, finalmente avevo quello che volevo: nel mio letto un primino stanco e spaventato, forse un fin troppo stanco…
Alle… – mi disse dolcemente: – mi sento stanco… – io intanto mi continuavo a strofinarmi arrapato attorno a lui: – possiamo dormire? – mi chiese col vocino tutto sottile.
– Ma certo… – lo accarezzai delicatamente, ma dentro stavo bestemmiando animosamente.
Davvero… – disse quasi stupito come se secondo lui l’avessi costretto anche contro la sua voglia.
Certo, non ci obbliga mica nessuno a farlo adesso… – lo rassicurai – C’è sempre domattina… – e domattina non mi sarebbe di certo scappato, poi lo bacia sulla tempia per dandogli la buonanotte, e quindi mi voltai dandogli le spalle.

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Una lunga giornata

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Un sabato da matti: un sabato pomeriggio da passare con mammà al nuovo centro commerciale appena aperto; nuovissimo, fichissimo, alla moda e perfino un po’ chic; per giorni interi i media locali ne avevano parlato: due piani zeppi di roba, negozi, supermercato e perfino boutique; non ci avevano fatto mancare nulla insomma: migliaia di metri quadri per lo spending e lo spanding, come ironizzavano i miei, e la mia disperazione… mia madre infatti né approfittò per costringermi a sé forte della festività d’ognissanti e della scusa di rimpolparmi il guardaroba autunnale. Appena arrivavi, c’eravamo già persi nei meandri del parcheggio sotterraneo, che con un’autista claustrofobica non è certo il massimo per perdersi tra sensi unici insensati e vie d’uscita sempre distanti migliaia di pilastri e dare la precedenza nascosti; per fortuna che il teatrino finì non appena avvistai un posto libero vicino l’uscita.

È inutile che ridi… sono propria curiosa di vedere tu quando prenderai la parente!

Sì, ma’… dai che andiamo! di qui! La scala è di qui! – perdersi nei parcheggi era il suo hobby preferito.

Volevo vedere il numero! G… 8… ricordati, siamo al G8!

Eh, scacco matto! Dai, basta ricordare il pittore… – avevo fretta d’entrare per uscirne il prima possibile.

Pittore…?

Gi – otto…, Gi – otto…

Ah, ma che furbo il mio ragazzo – mi spettinò i capelli

MA dai! – ci sarebbe scappato anche un bel vaffa!, lo sapeva che odiavo essere toccato sui capelli.

Eh, neanche ti avessi fatto brutto… Su… sei più figo! …tanto non va di moda essere spettinati oggi? – volevo cacciare cragnate dalla disperazione contro il primo pilone che incontravo, per vedere se quella giornata non fosse passata più in fretta.

Eran tre quarti d’ora cha giravamo alla ricerca di una mecca dell’abbigliamento e non ne potevo più: non era tanto il girare che mi stufava, quanto dover il provare ogni volta ogni roba che aveva la vaga intenzione di comprarmi; era un continuo togli e metti, vestire e svestire, spogliarmi e riabbigliarmi per ogni vano proposito d’acquisto… ma le taglie che ci stavano a fa’? e poi alla fine non comprava mai niente; stavo impazzendo.

È già un’ora che giriamo!

Alle… eh! – mi fece gesto d’evidente mal sopportazione delle mie lamentele – uh… una jeanseria… dai ch’entriamo! –

“MondoJeans” recava l’insegna e di fatti di jeans ce n’erano a consolare il cliente dalla poca fantasia del nome; jeans dappertutto: sugli scaffali, in vetrina, sui manichini, impilati ai bancali, appesi alle crucce nei posti più impensati, e il tutto facente parte di un’ardita scenografia, che all’occhio poteva anche fare il certo effetto, ma che non mancava, per l’eccesso, di scadere nel più tristo del kitsch, come in quel cartonato alla parete raffigurante ovviamente un jeans con la patta sbottonata e dietro la mutanda suggerita dalla lieve ombreggiatura che io fissavo con insistenza nel vano tentativo di capire se fosse una texture sovraimposta oppure il segno inequivocabile dell’essere stato indossato da un modello in carne ed ossa dalla dotazione inconcepibile…

Ci addentrammo nel negozio insolitamente lungo e tortuoso con spazi nascosti ad arte da pareti artificiali e specchi creati per ingannarne profondità e prospettive; ci fermammo alle prime ceste sotto l’esplosiva scritta di “SCONTO”, li apposta per attirare mamme e parsimonia: – Mh, belli!, ci sono due cose che vorrei farti provare, ma andiamo avanti! – era già la quinta volta che me lo sentivo dire, e come un’ombra non potevo far altro che seguire e tacere, tanto non avevo voce in capitolo: se qualcosa non mi piaceva, non avevo semplicemente buongusto come tutti i ragazzi e toccava a lei porvi rimedio, e se qualcosa invece mi piaceva, era oggettivamente orripilante e toccava sempre a lei vestirmi decentemente. Girammo l’angolo e con incredulità incrociai lo sguardo sbalordito di Luca che sostava immobilizzato in mezzo al corridoio e la mamma di fianco, mentre una commessa, d’altro lato china, le diceva: – …ha cavallo, vede! – afferrandolo proprio in mezzo alle gambe. AAAAAAAAAAH!!!!!! Ma come osava quella sciagurata! Le sarei saltato addosso tirandole un calco in a quell’immonda donnaccia, quell’impura… come osava toccarlo proprio lì! ti piaceva, eh, tutto piccolo, carino e biondino, e con quella gran nerchia in mezzo alle gambe, eh! Ma vatti a trovar bega da un’altra parte, invece di molestarmi Luca, commessa megera! lungi da lì! lungi da lui! lungi da quel luogo! soltanto io potevo osar tanto, avventarmi tra quelle pieghe inscurite che montavano quella gran sagoma mostruosa e pretendevo che le fosse mozzata la mano, mentre il mio Luca, poverino, arrossiva dalla vergogna, invocandomi in estremo richiamo d’aiuto.

Luca… ciao! che ci fai qui? – tentai di togliere l’imbarazzo, mentre le due madri si conobbero e la commessa scappò da un altro cliente; ma nessuna di quelle sembrava essersi resa dell’oltraggio appena subito; poverino… l’avrei riempito di coccole.

Guarda che bel modello, Alle! – interruppe mia madre guardando Luca che e in effetti era davvero un bel modello, anche se lei si riferiva all’indossato – …quasi, quasi li proviamo, no? – sorrise perfida!

Anch’io glieli sto facendo provare! – intervenne sua madre – lui non vuole… ma, se non vuole andare in giro nudo, lo deve fare, eh! – intanto anche nudo era bello lo stesso, anzi meglio! solo che non poteva, perché quello era soltanto un mio privilegio vederlo nudo. – Dai, Luca provati gli altri! – e ubbidiente si recò nello spogliatoio; avrei tanto voluto seguirlo…

Toh, Alle! vatti a provare anche tu! …dovrebbero essere della tua taglia…– perché, non sapeva manco quella? – intanto io vado a trovare gli altri… –; tristo destino ci attendeva quel giorno, ma nonostante al mal comune non sorgeva alcun mezzo gaudio.

Lo spogliatoio era piccolo: un lungo budello a lato della stanza, diviso da questa da una parete in cartongesso e dentro tre stanzini con le porte tutte danti sullo stesso corridoio, ricavato nello spazio in eccesso, come i gabinetti e proprio come i bagni pubblici erano tutti e tre immancabilmente occupati: uno da Luca, l’ultimo forse adibito a sgabuzzino, e il primo chissà…

Mia madre tornò con un altro paio di pantaloni in mano: – Eh, che aspetti!

Sono occupati! – dissi seccato: me l’aveva detto come se fossi un imbranato.

Ma chiedi a Luca, no? siete entrambi maschi, non avrete mica vergogna… – e la porta si aprì; io non sarei mai entrato di mia iniziativa, ne l’avrei mai proposto per la paura dei sospetti, ma visto che era lei a proporlo, chi diceva di no…

Ciao! – esortò appena entrato; era come stare dentro una doccia, solo un po’ più larga, ma l’effetto era quello. Non sapevo che dire, gli mostrai i pantaloni e ci mettemmo entrambi a sorridere; ora sì, che il mal comune sortiva un mezzo gaudio.

Quante volte c’eravamo trovati nella stessa situazione, molto più ardita anzi, solo che ora c’era qualcosa di diverso nel ripetere gli stessi avvezzi gesti in un luogo come quello: ci sentivamo più impacciati, meno intimi, io personalmente più pudico nello spogliarmi in un luogo pubblico; inconsciamente mi guardai intorno alla ricerca di una telecamera: era una mia fissa da sempre quella di essere osservato dentro uno spogliatoio mentre mi cambiavo, non so se per paranoia o per un secreto desiderio di essere morbosamente oggetto di voyeurismo. Mi ero infilato i pantaloni, ed era l’ora d’uscire in passerella; aprii la porta e iniziò la sfilata d’alta jeanseria davanti a mia madre: – mm, vanno bene… stai bene anche tu Luca! – ringraziò inorgoglito – Dai provati anche gli altri, io vado a vedere se riesco a trovarti delle taglie… e incredibile! sono tutte larghissime… – e si allontanò delirando altri teoremi.

Luca richiuse la porta e ancora una volta ci trovammo ritratti nello specchio; era incredibile come pur nel chiuso d’uno spogliatoio ci sentissimo più parati a cambiarci spalle alla porta, come se dietro quella ci fosse uno capace d’osservarci attraverso i legni e i vestiti. Fermato da Luca ci rispecchiammo tutt’e due con le braghe abbassate: le nostre gambe si riflettevano scarne e tutto il resto coperto dalle pesanti camicie fin sotto l’inguine, poi Luca si alzò allora la sua camicia e incominciò a specchiarsi il pacco, poi, vedendo che io non lo seguivo, alzò pure la mia e comincio il truffaldino raffronto. Si divertiva a osservare come il suo, proverbialmente all’in su, risultasse più abbondante poiché risaltato dalla posizione, mentre il mio, risaputamente verso il basso, non beneficiava dalla medesima illusione; presi poi io il mio lembo di camicia così lui con la mano finalmente libera tentò di toccarmi: – biiiip! – fece anche infantilmente. Gli schiaffeggiai la mano; incredibile a sedici e quattordic’anni, star lì, come due bambini a farci i dispetti sui pisellini, … noi, che eravamo abituati ben ad altro!. – ….ha cavallo! – gli disse imitando la commessa, anche col gesto, per ricordargli l’imbarazzo, ma lui preso da un moto d’orgoglio si abbassò le mutande specchiandosi l’arnese. Lo fissavo in tutta la sua bellezza: lungo, diritto e per di più ora anche doppio, veniva voglia proprio di toccarlo; poi mi fece segno di seguirlo per specchiarci contemporaneamente i sessi. Avevo già le mutande gonfie, mi bastò abbassarle un poco per far scattare la naturale catapulta e Luca se ne uscì con un lieve risolino enfatizzando con la mia solita caducità. Iniziò poi un pudico raffronto, invece di toccarcelo a vicenda, ognuno manovrava il suo: di lato, di su, di giù, dovemmo specchiarci quelle verghe duplicate un paio di volte, poi, non pago, incomincio il raffronto diretto; prese le mie misure con la mano e le riporto sul suo; ma ci aveva ancora quel primino ben dotato da essere così timoroso? Eran inutili tutte quelle verifiche; e poi perché io lo stavo a seguire? Forse era il fatto che allo specchio sembrasse più grosso… o almeno io me lo vedevo così nel mio alterego rispetto che a guardarmelo indosso… comunque stavamo perdendo troppo tempo: – Allora, non vi siete ancora cambiati! – ci ripresero le nostre matriarche.

Usciti dalla bottega, riuscimmo ad ottener licenza per distaccarci da loro, da ragazzi e in due non potevamo stare troppo a lungo attaccati a loro, stretti a quei guinzagli matrigni dello shopping; e finalmente liberi e soli, potevamo trascorrere per la prima volta del tempo insieme al di fuori delle mura domestiche, cosa che Luca, avevo l’impressione, ritenesse una tappa importante della nostra amicizia. Tornammo sui nostri passi, in quei negozi che prima avevamo dovuto saltare per colpa non nostra: di elettronica, videogiochi, sportivi, per scuriosare in fino all’ultimo angolo; Luca correva e io lo seguivo per condividere opinioni, interessi e passioni, per conoscerci meglio, ma poi quella boria di libertà finì e tra le fila di CD ci ritrovammo noi due da soli, ma con l’entusiasmo dell’essere insieme e liberi! Finimmo in un canto deserto del centro commerciale, dove il grande atrio centrale andava riducendosi solitamente dove stanno i servizi nascosti al grande pubblico: istintivamente cercavamo i luoghi appartati, più intimi, per parlare meglio, lontani dal fragore della folla che ci disturbava; ma dietro quell’angolo ci attendeva anche il più grande paesaggio che quel posto aveva da offrirci. Una grande vetrata si apriva dinanzi ai noi, dietro l’angolo che occultava i gabinetti, dividendoci dal grande emiciclo balaustrato a parapetti in ferro alternati a siepi e panchine, prima di affacciarsi su un magnifico tramonto col sole che calava tingendo di rosso le nubi e gli altri profili della bassa.

Che bello… – disse Luca correndo fuori a vedere – andiamo a vedere! – e tutto il freddo di quella stagione mi venne in contro.

Raggiunsi Luca in ginocchioni sulla panchina per sporgersi meglio; era quello uno dei più classici paesaggi della pianura per me, nulla di eccezionale ma in sua compagnia sentivo che acquisiva una valenza del tutto speciale: – Bello davvero! Però che freddo! – tentai di convincerlo ad entrare, ma senza sortire effetto.

Già! – rispose, e poi stette fermo a mirare il tramonto in mia compagnia col mento poggiato sopra il braccio mentre il vento gli carezzava i capelli; mammamia com’era bello! Un profilo stupendo: tenero e sicuro, dolce e magnetico; sicuramente lo guardavo trasognato invece completare con lui quel quadro romantico guardando assieme lo stesso tramonto noi due soli, poi uno squillo interruppe sul più bello.

Chi è? – mi chiese.

Niente, un amico… –

Ah, siete poi usciti ieri sera?

No, alla fine nessuno ha organizzato qualcosa e sono rimasto a casa…

Ah! – mi fece con quel vago sentore di «te l‘avevo detto», ma tanto avremmo combinato alcunché lo stesso io e lui da soli per Halloween…! Poi tacque e vedendomi messaggiare ritornò sull’argomento…

Vi state mettendo d’accordo per stasera? – era inutile che insisteva, tanto era troppo presto per farlo uscire con noi e poi i miei amici lo avrebbero trovato troppo piccolo e limitante: doveva tornare a casa presto, non aveva la nostra autonomia, né i soldi, beh forse quelli né aveva, volendo, più di noi; e comunque io ero troppo geloso di lui, geloso in entrambi i sensi: che lo trovassero migliore di me, e di condividerlo con loro, perché lui era soltanto mio! e in tutti i modi preferivo tenere distinte le due amicizie per ora: quella puramente amicale, e la nostra sempre più coinvolgente.

No, li sento dopo… tanto per il sabato ci mettiamo d’accordo all’ultimo!

Beh, almeno voi uscite… – mi lanciò la frecciatina.

Luca te l’ho detto, dai…! Adesso, … ti prometto, che una volta ti farò uscire con noi, però non ti assicuro che ti diverti…

“ti prometto, che una volta ti farò uscire con noi”… ma tiratela meno va’! – m’interruppe, poi una coppia entrò sul terrazzo distraendoci; era una coppia di ventenni, poco più grande di noi, che cominciarono a limonarsi poco distanti dall’entrata.

Io e Luca ci guardammo immediatamente sentendoci un po’ a disagio: le loro effusioni ci ricordavano le nostre, anche se meno carnali, solo che le loro erano tra uomo e donna e così ci defilammo col favore delle tenebre. Il ritorno a quell’aria più viziata mi rintronò fortemente, vuoi per il calore eccessivo o per il minor apporto d’ossigeno, mi sentivo intorpidito, tutto mi sembrava straniato: improvvisamente notavo tutta quella moltitudine di ragazzi della nostra età, forse della sua un po’ meno, ma comunque in gruppi misti di ragazzi e ragazze assieme, mentre noi eravamo due soli e maschi. Cercai di defilarci ai margini di quell’atrio, muovendoci ai limiti di quella zona calda al centro, dove i gruppi si addensavano maggiormente, perché a passarci in mezzo mi sentivo osservato da solo con lui, e inoltre mi montava una gran rabbia a guardare quei ragazzini, in gran parte delle medie, attergarsi a bulletti, sicuri e fighetti, spacconcelli con quelle amichette decisamente più mature di loro; li vedevo scherzare, toccarsi e rincorrersi, e li odiavo: io alla loro età non avevo tutta quella confidenza con l’altro , e anche ora avevo bisogno di qualche incentivo…. Scorrevamo vicino alle vetrine e ad ogni mi voltavo verso quello per non farci riconoscere di faccia, specialmente da qualche suo amico che non conoscevo, e ad un tratto mi trovai dinnanzi a un negozio con tante foto di altri pupetti, come lui, in vetrina, a fare da testimonial alle griffe e notavo come pure lui avrebbe potuto in fondo trovarsi tra loro come modellino e ringraziavo il destino.

Squillò il telefonino: orario di rendez-vous! Le due madri nel frattempo si saran già fin troppo conosciute bene e parlato di noi, e chissà quant’altre avrebbero fatto meglio a tacere…

Ciao

Ciao

Ciao

Ciao – il walzer di saluti era finito.

Allora andiamo…? – disse la mamma di Luca passandogli una mano sulla schiena.

Mamma, Alle può venire con noi così gli faccio vede le foto dell’Egitto sta sera? –

Ma sì, che può… – si rivolse poi a me.

Mi sentivo già trafitto dalle occhiate di mia madre alle spalle che m’accusava d’averlo manipolato… era vero, delle volte manipolavo la gente, ma quella volta non c’entravo niente io, era tutta farina del suo sacco; ero stato incastrato, lo giuro! io per la sera avevo ben altro in mente… Mi sentivo il cuore battere in gola, davanti quel quadretto sereno di lor due calmi e pacifici e dietro gli occhi accusatori di mia madre: già giudicato e condannato; in quel momento avrei voluto teneramente stringere il collo sottile di quel giovane biondino, ma mi voltai.

Dai, va’…! – mi rispose fatalista mia madre; cosa aveva detto? …però non ero scampato alla sentenza: «come al solito ce l’hai fatta…» era il messaggio sottinteso di quello sguardo. Abbassai gli occhi e, dopo aver preso accordi per il mio riaccompagno, mi allontanai con quell’altra famiglia da cui avrei voluto essere adottato per non rincrociare più quello sguardo di biasimo.

***

Appena arrivati, Luca corse in camera sua a cambiarsi, avrei voluto tanto seguirlo ma mi sembrava troppo, e poi ridiscese vestito di una grigia tutina da salotto; era dal mare che non lo vedevo in abiti “morbidi” che mettevano in risalto la sua naturale abbondanza, mentre scendeva, restando unico punto fisso in tutto quel svolazzare di voluttuosa stoffa; che bello… sembrava ancora più piccino in quell’ambito domestico, una voglia di coccolarlo come un caldo orsacchiotto avevo.

Le foto… – chiesi.

No, quelle dopo! se no che facciamo …– io un’idea ce l’avevo… –…intanto giochiamo! – e mi sventolo sotto il naso una cartuccia della playstation.

Dopo mezzora lo chiamò sua madre: – Luca vieni ad apparecchiare…

– Sì… vado,‘tanto metto in pausa! –

– No… mettimi one player! continuo io, scusa! – e gli sfiorai la mano non volendo che se ne andasse… già mi fingevo di succhiarglielo mentre giocava a gambe conserte sul divano e sua madre preparava in cucina…

Va beh! – e scappò.

Mi stufai presto di star da solo, ci stavo male in quella casa senza di lui, non avevo confidenza con quel luogo e inoltre lui era la mia batteria: non potevo starne troppo senza! così andai a cercarlo mentre in ogni canto vedevo un posto buono in cui masturbarlo in una nostra scorribanda per la casa.

Luca, ma dov’è tuo nonno? – lo raggiunsi in cucina.

È di là in casa sua, non mangiamo assieme… – mi fece una gran tristezza quello che aveva detto, sarà che io di nonni in vita non ne avevo, o almeno quell’unica ancora viva non potevo, per mia madre, frequentarla – vecchi affari di famiglia – ma sicuramente l’avrei fatto, se quelli di mio padre lo fossero ancora stati.

Dai, che torniamo in là! – mi prese per un braccio, adoravo essere menato da lui per luoghi, molto più che stare al guinzaglio di mia madre; quando entrò dall’uscio un’alta figura.

Papà…

Ciao Luca… – lo guardò, poi fissò me e chiuse la porta, in quel momento mi sentii in sudditanza davanti a quel distinto signore.

Papa, lui è Alessandro! Ma lo devi chiamare “Alle”! – stavo diventando piccolo piccolo dopo quel “devi” che gli aveva detto, come se il mio suonasse di pretesa.

Ahhh… così sei tu! – mi strinse la mano, ma lo disse come se io fossi ormai un’entità risaputa in quella casa, e poi guardai il malandrino.

! – Che strana sensazione: mi sentivo nervoso, come fossi alla prima presentazione ufficiale al padre della mia ragazza… Alto, moro, di bell’aspetto, occhi scuri e fisico asciutto, molto elegante nei suoi vestiti e dal volto giovanile, nonostante il velo di barba ricresciuta. Molte caratteristiche Luca le aveva prese dal padre, alcune dalla madre, fra queste i capelli e la dolcezza di lineamenti e il carattere solare; ma la fattura: il marchio di fabbrica, quel senso di blasone, pareva direttamente discendere dal padre; gli occhi, però, proprio non capivo da dove li avessi presi, ma forse quelli eran due stelle dal cielo rapite. Il padre però aveva un che di unico in quella famiglia che mi induceva rispetto, non mi sentivo a mio agio, avevo paura di guardarlo in faccia quasi mi attendesse un inevitabile giudizio, però dentro sentivo di doverlo ringraziare per avermelo fatto così bello! Poi fui dimenticato un attimo da parte, giustamente estraneo, a quel quadretto di vita famigliare quando la madre di Luca arrivò, dove Luca però spiccava come la luce più bella; provai quasi un senso d’invidia nei loro confronti: per quello che avevano, per quello che erano, per Luca che non avevo come fratello…

In tavola… – poi mi gridò risvegliandomi dal mio imbambolamento.

Sotto certi aspetti quella tavola mi ricordava la cena a casa mia: Luca che parlava, io che stavo zitto, mio/suo padre che lo ascoltava e mia/sua madre che dirigeva tutto, si lamentava, e metteva tutti in riga; però c’era qualcosa di diverso in suo padre che mi lasciava inibito: una figura alta, distinta, ma di fatto né algida, né arida, che però mi dava una sensazione di freddo o distacco come se io mi trovassi al di là di un vetro a osservare la scena. Non riuscivo a relazionarmici, come se non ne fossi all’altezza e ogni volta che mi chiamava scattavo interiormente sugli attenti; poi con l’avanzare della conversazione iniziò a pormi delle domande: su mio padre, sul suo lavoro, su di me e la famiglia; scherzava, sorrideva pure, e non in miniera finta o opportuna, ma in tutti i modi non riuscivo a calmarmi; ero teso, come sottoposto a un perenne giudizio, anche se non avevo le prove per dirlo.

Giunti alla frutta praticamente monopolizzavo l’attenzione e Luca cominciava, dall’altro capo, a scalpitare, a batter di coscia come siamo soliti noi ragazzi fare; poi la madre gli mise una mano sulla testa e lui incominciò a tremare allora, come scosso da un martello pneumatico: – Allora Luca ti calmi! – poi mi chiese se prendevo il caffè, ma vicina scaturì dall’altra parte del tavolo timida: – Anch’io…–.

Luca lo sai… – lo riprese la madre, si vede che ancora non volevano i suoi che assumesse caffeina.

Sì, lo prendo! – diss’io.

Bene, allora ne faccio tre!

Stavo iniziando anch’io a rompermi di quel conversare tra adulti, ero venuto lì per Luca e non per parlare di me, ma dopo il rituale caffè fummo liberi di andarcene: – Andiamo su? – gli feci l’invito ad appartarci in camera sua, ma lui nicchiò: – No, prima guardiamo questi, siediti! – e prese un album da uno scaffale.

Prima ti faccio vedere queste: sono le più belle, che abbiamo fatto stampare, poi quelle sul DVD… – DVD? Ma quante ne aveva… non avrà mica voluto mostrarmi tutta la rassegna della sua vita! che per quanto interessante in quel momento non poteva certo interessarmi. In quel album c’erano soltanto le sue fotografie, quelle, cioè, in cui lui appariva in primo piano a partir in fin dalla copertina, dove compariva un Luca bel bambino, ma incominciò dall’Egitto; era tutto un dire: «qua, sono io a … , qua, sono invece a…, qui sono a… », insomma c’era praticamente lui e tutto il mondo intorno a fargli da paesaggio, non di certo didattico e piuttosto decisamente lucacentrico, e in dieci minuti finì. Giunto all’ultima pagina, essendo partito dalla fine, lo scenario cambiò, ma prima che potessi accorgermene chiuse l’album, quasi a volermi censurare quella parte della sua vita.

Va beh, qua son finite! … Ma’ dove sono le altre, quelle su CD?

Lo sai, sono in camera tua! – e ci raggiunse in sala.

Dove?

Ah, quello lo sai tu… sei tu che devi sapere dove metti la roba!

Okei… vado a vedere! – e sgattaiolò via; sua madre intanto restò lì, io non sapevo come atteggiarmi, ma poi prese le foto e si sedette accanto sfogliandole con vena nostalgica.

Te le ha fatte vedere?

Mhmm, solo quelle dell’estate… – chissà se lei mi mostrava il resto? Poi raggiunse al punto: – qui?

Sì! – e dopo averle un po’ riguardate cominciò a parlare, mentre io mi avvicinai mostrandole vivo interesse: – Queste sono le foto dell’ultima recita… l’ha fatta qua al teatro comunale, sai… – bene, non sapevo questo suo passato da “attore”, ma man mano che quelle le pagine si sfogliavano ci calammo in una vera time machine della vita di Luca: dopo le prime foto di lui sul palco, comparirono quelle dei compleanni e delle altre feste e dei sacramenti; e man mano il tempo si allontanava, le foto diventavano sempre più rade e con maggiori salti temporali, ma sempre una cosa rimaneva costante in tutta quella giostra di immagini: la bellezza di Luca, immutabile come una verità eterna! – ah… ah… ah… – scattò poi a un certo punto, facendomi fare soprassalto: – queste me l’ero proprio dimenticate! – c’erano tre foto di un bel biondino in mutande per il giardino: – qui aveva sette anni, sì! L’anno prima che tornassimo… C’era una piscinetta qui in giardino, e Luca andava sempre dentro e fuori bagnando dappertutto… che disperazione! – ecco le cose che una madre dovrebbe non dire né mai mostrare, specialmente se c’ero io! Quelle foto e le stavo proprio gustando: Luca da piccolo era un amore, tutto da mangiare… in una sgambettava per il cortile, nell’altra sostava a cavalcioni sul bordo della piscina gonfiabile come su un cavalluccio a dondolo e nell’ultima si nascondeva timidamente dietro le gambe della madre, rimaneva sempre in evidenza lo slippino con un bel bozzetto di riempimento tutto sottolineato dalle lineette azzurrognole del disegno, era incredibile come già precocemente mostrasse così la sua vera dote o forse era una mia deformazione professionale vederglielo grosso dappertutto?

Comparve dalle scale, sentendoci ridere si avvicinò curioso, poi, appena fu abbastanza vicino da capire, scattò subito: – Ma mamma! – strillò scandalizzato, strappandole l’album di mano.

Ma Luca sono foto…

No, Mamma… no! – disse categorico, come per farle capite che era una cosa che non doveva fare e intanto io me la ridevo. Indispettito inserì il DVD, sedendole accanto con quell’album stretto tra le mani quasi volesse essere un lucchetto per custodirlo, e lei l’abbracciò; in quel momento avrei voluto tanto essere io ad abbracciarlo e consolarlo interessandomi di quel posto cui già da piccolo testimoniava tanta abbondanza.

Finita quell’interminabile sfilza, fortunatamente commentata da sua madre che la contestualizzava un pochino, lei se ne andò, e rimanemmo soli io e lui con lui visibilmente incacchiato: e che sarà mai? l’avevo visto sette anni prima in mutande, manco non l’avessi mai visto nudo, toccato, o addirittura masturbato… avrei capito in quel caso, ma dopo quello che avevamo fatto…! Continuavo a divertirmi per il suo sguardo trucido, ma per rompere quella tensione mi serviva un pretesto: – Sono belle le foto, che macchina avete usato?

Ce l’ho in camera mia, vieni! – bene! Prese il DVD e l’album, e salimmo. Finalmente l’avrei vista… io me le immaginavo un qualcosa di grandioso la stanza di Luca: tutta confusa e piena di roba e colori, un qualcosa che ricordasse la sua briosa personalità, con poster alle pareti, vestiti alla rinfusa, segni d’infanzia ovunque; praticamente un campo minato in cui non ti potevi muovere senza imbatterti ad ogni passo in un ricordo della sua infanzia: giocattoli dappertutto, libri misti di scuola e lettura, giornaletti, insomma una camera da perfetto adolescente. Aprì la porta, e il buio occultatore ancora alimentava le mie aspettative, ma entrando la luce disilluse tutto: poster sì, ma due, quello di Dragon Ball famoso e un altro che pareva di una squadra di calcio, ma di bambini quella forse dove aveva giocato; giocattolo sì, ma giochini della Kinder e in fila sulle mensole assieme ad altra oggettistica minuta da collezioncine; dietro la porta pure la cesta della biancheria sporca, e il letto e il mobilio in tinte pastello, tutto insomma nella più classica normalità, ma seguiva anche un innato feng shuj, forse più della madre, che suo… spiccava solo, unico esempio di modernità, la postazione del computer sita dinanzi a noi.

Tieni è questa! – mi mostrò la macchina. La guardai, la studiai: mi sembrava un oggetto decisamente interessante, ma complicato: – Ma è difficile…?

No, si accende così… – e mi presentò tutte le funzioni che conosceva, compreso qualche scatto di prova fatto all’istante.

Bella, mi sa che me la farò regalare!

Regalare… –

Sì, per Natale!

Per Natale…? – mi guardò come se avessi detto una cosa d’alieno.

Non mi manca nulla, me ne faccio regalare una, come questa! ce l’hai anche tu…

In realtà è di mio papà! io l’ho solo perché mi serviva per scuola …e comunque mi farei regalare altro… – me lo disse come per dirmi di farmi più furbo; ma per chi mi aveva preso: io non ero mica un marmocchio come lui, io avevo dei gusti più maturi dei suoi, mica le sue pipate da ragazzino…

Ho visto che c’erano delle foto di una recita… –

– Ah…! – disse piuttosto con disappunto.

Che c’è?

No niente, pensavo! …era l’ultima delle medie, fortuna che non le devo più fare! –

– Perché… –

– L’hanno scorso abbiamo fatto Peter Pan e l’ho dovuto fare in calzamaglia verde! – Calzamaglia! Wow…! se ben mi ricordavo il suo effetto evidenziatore, Luca in calzamaglia doveva essere qualcosa di terribile: tutto quel pacco in bella evidenza! Mammamia, il mio Luca davanti a tutta quella gente… già l’invidiavo e maledivo, ad uno ad uno, tutti quelli della platea per avermi battuto e ammirato prima di me, ma ora non potevo perdermelo!

Me lo… ehm… le fai vedere?

Sì! – accese il computer passandomi con la testa vicino le gambe, in quel momento gliel’avrei ficcato a forza in e goduto guardandomele al monitor.

Avvicinò le sedie, e finalmente partirono le foto, Luca mi spiegava, mi raccontava aneddoti, ma io ero più interessato a cercarne una dove il suo pacco risaltasse, mi folgorasse quasi attraverso quello schermo, e invece tutte erano o lontane, perché lui si vedesse bene, o troppo vicine dove veniva visualizzato soltanto a metà busto; poi finalmente, quando ormai disperavo, dietro le quinte, la foto perfetta! L’atmosfera era quella di chi è in procinto di andare, di lasciare il teatro, e Luca appariva in piedi stenografato da un tendaggio di scena raffazzonato, con le luci, da destra e dal basso, che illuminavano lui e l’ombra sagomata del suo pacco: un Peter Pan perfetto e con quel valore aggiunto… ma come avevano fatto a lavorarci insieme, io su quel palco l’avrei violentato! ma Luca scorse le foto in fretta sottraendomela dalla vista, volevo pero gustarmela meglio: – Ma ce l’hai ancora il costume? – non mi sarebbe affatto dispiaciuto farlo con lui con quel costume indosso…

Ma va!

Invece ti stava bene veh… eri un Peter Pan perfetto, torna indietro!

Tornò indietro, ma oltrepassando quella foto: – dammi un attimo! – finalmente m’impadronii del mouse: – Guarda! – il biondino delle mie meraviglie…

Insomma… – commento Luca con sufficienza, ma quella foto era stupenda come poteva non notarla.

Beh, guarda! – gli zumai sul suo pacco fino a riempirne lo schermo al limite dalla sgranatura.

Luca deglutì fissando lo schermo, poi: – Chiudo la porta! – disse alzandosi in piedi senza incrociare il mio sguardo. Finalmente tornò soffermandosi con quel cavallo di fianco a me; lo fissai, volevo guardarlo in faccia ma non riuscivo ad alzare lo sguardo da quel suo cavallo, da quell’ansa morbida in mezzo alle sue gambe; attentai alla sua virilità con la mano, come la commessa: – ha cavallo! – dissi anche per sconquassarlo, ma mi accorsi che nel palmo non avevo nulla, soltanto stoffa! Presi allora quel pantalone sfilandolo fino alle ginocchia, ed ecco l’arcano: il genitale non riempiva la parte verso il basso delle mutande, il pene tirava tutto verso l’alto, cosicché quella sciagurata non avrebbe mai potuto prendere nulla nemmeno affondando; però notai con divertimento la somiglianza di quell’intimo con gli slippini di allora, e sfogliando l’album dissi: – beh! Vedo che in sette anni non è cambiato nulla, sono sempre le stesse…

Volevo sfotterlo, ma Luca rispose: – Beh proprio nulla non direi! – e si tirò su la felpa mostrandomi la sua belva diritta fuoriuscire dalle mutande; e in effetti per quanto precoce quella roba non poteva avercela allora! Gli abbassai le mutande per vedere per intero quella bega pulsante e quei testicoli da monumento; l’afferrai, la masturbai, spingendolo contro il banco, mentre nel monitor appariva l’alterego della sua allora tredicenne: – …e rispetto a qua è cambiato? – gli chiesi ridendo.

Devo vedere, comunque è cambiato!

Come devi vedere?

Sì, perché sono due anni che per il comple me lo sono misuro – disse ansimante.

… e lo segni?

Sì! – ma che bravo bambino.

Dov’è?

Devo cercare…

Sì, ma non adesso! – glielo scappellai e l’infilai tutto in , avevo troppo foga di saggiare quei venti oggi visti doppi perfino allo specchio. Fintamente glielo succhiavo in casa sua, in quella cameretta: ennesimo tempio d’infanzia violato per ribadire il rito di passaggio: all’emancipazione del , all’età adulta, con una bella eiaculata nella mia gola profonda che in poco mi fece.

Sbocchinavo ancora gustandomi quel pene, non volevo lasciandolo uscire anche se non più tumescente, e Luca mi chiese: – Finito… –; dovevo lasciarlo, anche se ancora volevo limonarlo quel pene. Mi misi a osservarlo con le braghe abbassate, così sensuale, mentre mi guardava maliziosamente soddisfatto, però i rintocchi di fuori segnavano le undici di notte: – Mi sa che devo andare! – dissi recandomi alla porta, ma Luca mi spinse sopra il letto. Mi lasciai pacificamente cadere, poi salì sopra slacciandomi la cintura e tirandomelo fuori.

La sua manina mi stava per masturbare: – Dai, Luca è tardi! – .

Non ho capito, l’hai fatto prima tu!

– …e che non c’è più tempo…

Aspetta! – aprii la porta e gridò – Mamma, Alle quanto può restare?

e insomma, ricorda che a mezzanotte vai a letto! – mezzanotte… ma che si trasformava in zucchina!

C’è tempo! – disse richiudendo la porta.

Ma non l’hai chiusa prima! – non ci potevo credere: gli avevo fatto un bocchino senza che la camera fosse chiusa …

Ma è chiusa…!

Con la chiave!

Ma non ce l’ho la chiave! – rispose Luca.

Come non ce l’hai…?

Non ne ho bisogno, tanto non entrano! Non preoccuparti… – parlava bene lui…

– No, no! non mi fido…! – ricominciai a riallacciarmi.

NO! Tu ora ci stai! – mi rivenne incontro buttandomi giù di prepotenza, e me lo riprese fuori; ero basito.

Ma tu sei matto! – feci di nuovo per alzarmi.

NO! Tu adesso ci stai e mi fai finire! l’hai fatto prima tu e ora lo faccio io! – e invece di masturbarmi prese subito a fellarmi.

Voleva “finire”, voleva farmi venire… voleva bermi! E intanto lo osservavo biondino, chino sul mio , scomparendone in la più parte, e succhiando nervosamente; dopotutto era ragionevole la sua reazione: erano quindici giorni che non lo faceva… e io al posto suo sarei andato in crisi d’astinenza. Cercai di buttarmi giù, di rilassarmi per affrettargli i tempi, ma dopo pochi secondi udii dei passi veloci passare vicino la porta.

Luca, i tuoi… – gli dissi preoccupato.

Uffa! – smise di fellare – Non ti devi preoccupare… – i passi si allontanarono.

Ma i tuoi…

T’ho detto che non entrano! Rispettano la mia privacy… – non credevo a quello che avevo sentito, e i passi ripassarono – ti vuoi rilassare, che dopo dici che non riesci a venire! – e riprese a succhiare. “Rispettano la mia privacy” quella frase continuava a ronzarmi per la mente, e a parirmi assurda: come poteva così sicuro stare a succhiarmi con la porta aperta? E ad avere una cieca fiducia che non sarebbero entrati? io addirittura dei miei avevo fatto in modo di liberarmi per… ma cribbio non gliel’avevo ancora detto!

Luca… – non si fermava – Pss! Pss! – non mi dava ancora retta – Luca, devo dirti una cosa!

Cosa? – smise finalmente.

Ascoltami, che è importante! Non questo, ma quello dopo, insomma tra due sabati …c’è l’assemblea…

Che…?

– L’assemblea d’istituto, ma non sapete proprio niente voi di prima! –

Eh… allora? – riprese a masturbarmi

Aspetta! – che frettoloso – e allora, se uno vuole può anche starsene a casa… –

– Mia mamma, non me lo permette! –

– Ma se non c’è lezione! –

– Eh, e fatta così… –

– Va, beh… ascolta, comunque… mi sa che ti conviene parlarle! –

– Perché? –

– EH, ascolta! Io ho convinto i miei, finalmente, ad andare via da soli, e a lasciami a casa da solo… –

– Beato te! –

– E mi hanno anche dato il permesso di chiamare, se voglio, degli amici a dormire … –

– Mhmm… – sembrava non arrivarci.

Ma non ci arrivi! Puoi venire a dormire da me!

– E va be’, ma per il sabato non ci sono mica problemi, possiamo anche fare il prossimo se vuoi! –

– Allora non hai capito! io ho convinto i miei ad andare via, via… hai capito? e a lasciami solo per l’intero weekend! e se ti fai furbo, puoi restare a dormire da me anche il venerdì, visto che la mattina, insomma, non c’è scuola! –

– Sì, ho capito… ma ti ho detto che per me anche venerdì è difficile! –

– …eh datti una mossa a convincerli! –

– eh… ho bisogno del tuo aiuto allora… –

– non ci sono problemi… ti do una mano! –

– Bene! – e con più entusiasmo di prima riprese a succhiar, mentre io mi abbandonai sul letto tentando di venire o quella notte non sarebbe finita mai, e la mezzanotte si stava avvicinando.

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