Di fuori, ancora, i romori della movida nottarda che non s’andava a dormire; e dentro i bei rai di prim’albeggio ad annunziarmi l’inizio di quell’ultimo mattino, cui avrei giaciuto con . Mi voltai verso lui, che ancora mi dormiva dandomi le spalle: disteso s’un fianco, con la spallina di fuori e il braccino nudo appena sopra le lenzuola; e veder quel profilo mi diè subito l’immensa voglia d’abbraccialo, d’apprezzarlo in tutta la sua provocante armonia, impossessarmi della sua tenera fisicità. Incominciai ad accarezzarlo sensualmente al basso ventre per risvegliargli gl’istinti, ma lui niente: non si smuoveva! così gli sussurrai dolcemente all’orecchio: – Robby sveglia! svegliati! –, ma lui non si sdormiva ancora; anzi, mi fe’ segno colla mano che l’infastidivo, strafugnandomi la faccia, così l’allontanai. Allora andai tra sue le gambe a ravanargli quella matassa pastosa: – Su Lu… Robby svegliati! dobbiamo farlo! – insistetti, ma lui mugulò.
Vuoi ancora dormire?
Mh! – fece svogliatamente un sol cenno di sì con la testa.
Facciamo così: inizio io; tu intanto riposati! mi raccomando! – pensai un attimo che quella era una delle ultime volte che avrei potuto toccare un genitale maschile con così tanta disinvoltura, senza preoccuparmi delle conseguenze, e che non potevo accontentarmi soltanto di quella fugace palpatina; e prendendo per tacito assenso quell’attimo di silenzio, che neanche gli concessi, lo volsi supino al centro del letto.
Che bello poter maneggiare con un fisico maschile senza alcuna resistenza; eppoi lui era così ragazzino…: più di me! Mi accoccolai a cavalcioni sul suo pube sentendo bene, sotto l’orifizio, quella matassa pastosa, che iniziai a stimolare con lievi movimenti e poi anche con brevi sussulti mentre lo massaggiavo con lene carezze dall’ombelico fino alle spalle, e da queste infino le palme, sussurrandogli, quando m’avvicinavo, di rilassarsi le stanche membra. Ero rammaricato all’idea che da quel giorno non avrei più solcato un fisico maschile così ben definito, seppure nella sua forgia pubescenziale di tredicenne qual era. Poi discesi lungo il suo fisico incorrotto accosciandomi sulle sue ginocchia, e m’abbassai a strusciare il volto contro la sua matassa genitale che finora avevo soltanto sentito da attraverso i pantaloni; e con libidine salii, da sotto, per andare a massaggiare quel groviglio pubico, che ancora s’iniziava a irrigidire.
Trassi il suo pene di fuori, dalla fessura dei boxer, scostandone i labbri; e come un piccol bocciuolo m’apparve in tutta la sua tenera freschezza. Lo scappellai; e ora, tutto cappella e tra i peli, m’appareva un piccolo uovolo (Amanita caesarea) trai fili d’erba; che nella mia bocca finì inconsapevolmente. Succhiare un pene coi peli che ti solleticano le nari è una sensazione che non ha altr’eguali, o almeno non per quella che era stata, finora, la mia breve esperienza di vita nel mondo; poi il suo uovolo cominciò a crescere, ad allungarsi di gambo, come un buon funghetto nell’umidità del sottobosco: in questo caso la mia bocca; e in fine lo guardai. Il suo funghetto m’invitava, bello stenco, a proseguire il mio pranzetto funghereccio, spiccando sulla tela dei pantaloncini come se fosse su una tovaglia da pic-nic; ma io avevo in mente dell’altro. Lo rinfilai sotto, facendolo spuntare dall’orlo superiore e dissi: – Adesso li togliamo, così stai bello libero! – e pian piano li sfilai ritrovando quel tosto membro, e spalancando sue gambe per piazzarmici in mezzo, e masturbarlo in quell’invereconda posa che sembrava m’offrisse letteralmente il suo fungoso pene in dono.
Quel pene fungino si scappellava ritmicamente nella mia mano: così traboccante, eppure così scappellantesi con scioltezza il glande, quanto la mia mano scendeva dopo esserci sbattuta contro come “fermo” naturale; sì, era per questo mi piaceva: perché era così diverso e singolare dal mio; non per altro! come pure le sue palle, grosse e rozze, mi piacevano perché diverse dalle mie, e ora le coccolavo per fargli produrre fantasiosamente più sperma possibile, poiché altrimenti, col mio, sarebbe stata autofagìa. Così andavo spiegandomi la mia smodata passione per quel pene non mio, e lo scappellai vedendo comparire sul volto di un sorrisetto sornione, forse già pregustandosi quello che sarebbe andato per accadere.
Andai con la punta della lingua a solleticargli il meato per incominciare piano, ma poi preso dalla foga per il gusto d’una goccia di presperma, l’infilai tutto in bocca. Vaccaboia, s’era gagliardo assaporare un così tal cazzo di prima mattina: una di quelle cose che ti riempiono di vita! e di cui ti chiedi come potevi aver fatto senza prima! e anche poi…. Cercai d’infilarne dentro ancora, ma non ci riuscivo: la mia gola era al limite; così n’afferrai tutto il resto, coglioni compresi, per non lasciarne neanche un millimetro scoperto. Roberto iniziò ad ansimare: vedevo il suo ventre alzarsi e abbassarsi cadenzato, e un mugolìo muto mi giungeva gradito; finché nol vidi percosso tutto da un tremolio lieve, preannunciantemi l’imminente venuta, e poi… Mammamia, s’era magnifico! al terzo pompino – in men di dodic’ore – era ancora in grado di rifornirmi della sua eiaculazione!
Mi coricai con lui sussurrandogli all’orecchio: – Ti è piaciuto? – e poi mi diedi a carezzare il suo dolce penietto, nell’attesa del suo riprendimento.

Abbracciavo Roberto desnudo, e il suo bell’amichetto teneramente coccolavo; poi, ripresosi dal mio spompinamento, si alzò arzillo e più vispo di me prima, e con un’evidente voglia di prenderselo lui ora in bocca.
Dai! Adesso fallo a me! – mi supinai tirandolo fuori: di pietra mi pareva, ed infatti me lo strinse con fierezza. Si sistemò a gambe incrociate sul mio fianco ed iniziò a muovermi con l’altra mano un’impacciata carezza sul mio torso, come se stesse suonando una pianola stonata; poi lo vidi appropinquarsi a fauci spalancate, ma – NO! – gli dissi: – …menamelo prima! – e per convincerlo mi levai il pigiama e le mutande per mettermi completamente nudo, come lui prima.
Roberto incominciò allora a masturbarmi, ma presto gli ricordai che c’erano anche le palle da non dimenticare, così andai a maneggiargliele per dare il buon esempio, allorché cominciò. Ansimai: era la prima volta che mi teneva l’intero genitale; ed era stupendo! Io intanto i suoi testicoli palpeggiavo; ma presto non mi bastò più, con quel gagliardo tondello vicino, e finii per rimenarlo, non accontentandomi di quelle due sole balle penzolanti. Rimirai in tralìce la sua cappella fungina e quando Roberto fece per richinarsi, proposi: – …lo rifacciamo doppio? –; e senza contare né uno, né due, mi voltai predisponendomi a ricevere il suo megalitico crapone tra le mie cosce aperte.
Uuuh… che goduria risentire quella pesantezza: sarà pur stato una zuccaccia vuota, ma di segatura piena! mi sembrò d’avere tra le gambe un immenso uccellone, che mi faceva sentire onnipotente, specie quando m’iniziò a fellare; certo che Roberto non perdeva proprio tempo! e allora cominciai anch’io.
Spinto dalla foga di cercar miglioramenti al nostro focoso limonamento di peni, andai ad afferrare i suoi testicoli da dietro, da in mezzo le gambe; ma quando anche lui fece lo stesso, mi finì tra le natiche passandomi tutto il solco e facendomi sentire un inedito e irritante piacere, transitando per la zona proibita. Repentino anch’io m’infilati tra le sue, un po’ per ripicca e un po’ per piacere, sentendo dapprima un sussulto e poi un improvviso maggior ardore nel risucchio. Continuammo così: a stimolarci agli orifizi, ma senza mai entrarvi, perché quello era l’implicito nostro patto; assecondare un tabù era meglio che violarlo, come spiar da un pertugio nello stanzino proibito. Mi sentivo eccitato, come circuitato da un turbinio d’emozioni provocate da quel nuovo approccio al pompino; tant’è che venni senza neanche il bisogno d’immaginar quel biondino, senza neanche accorgermene nella bocca di .
Depositato anche lui il suo lieve fardello di libido, mi precipitai a raccoglierlo per posarlo assieme a me sul cuscino, e ricoprirci col lenzuolo abbracciandolo, aspettando insieme il vero inizio di quell’ultimo mattino.

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Come cominciò… tre & quattro

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