Finito! – disse Luca come se avesse appena vinto una gara: contro chi, poi… lo sapeva soltanto lui; contro me non certamente, avevo ben altro da fare!
Bene, allora vai là, che devo finire!
E io che faccio nel frattempo? – disse come sempre ponendo l’accento solo su se stesso, poi, senza chiedere, si sedette dietro di me abbracciandomi sul petto.
Ancora! – mi aveva già fatto un’altra volta il koala mentre studiavo e, anche se era dolce, mi distraeva!
Dai, non faccio niente… – ma m’infilò una mano nelle mutande.
Ah, no…
Non faccio nienteee… – e poi tacque, continuando il suo maneggiamento di maroni; lasciai perdere: tanto era inutile, avrebbe continuato comunque, gliel’avevo letto fin dal principio che oggi era pestifero; speravo almeno che avesse aspettato che fossimo entrambi seduti sul divano! Avevo il cazzo durissimo: mi doleva perfino nelle mutande, ma per fortuna ci pensò Luca a risolvere la situazione sistemandomelo verso l’alto con la sua piccola manina.
Allora…! – gli dissi severamente per scongiurare la sega.
Non faccio nienteee…! –ribadì con cantilena:– non preoccuparti, non ti faccio venire… –disse impertinente. Cos’avrà insinuato…? ma intanto continuava con il suo smarlettamento.
Cosa vuoi dire?
Che non ti faccio venire, come quella volta che tu hai fatto con me! – ma adesso dovevo pur subirmi i predicozzi da un primino… che per di più sembrava volersi burlare di me!? ma chi si credeva d’essere quel piccoletto, che intanto mi stava facendo una sega colossale così che a poco sarei venuto realmente? Mi piaceva troppo sentirmelo addosso: poggiato su di me come se volesse dormire, le sue braccia a cingermi l’inguine, la sua testa contro le mie scapole; già mi sentivo inumidire…
Ma perché, tu credi che io venga facilmente come te?
Cioè?
Cioè, che vengo dopo due secondi come fai te! Veh, che se voglio non riesci neanche a farmi venire!
Sborrone! –mi strinse dolcemente.
Veh, che non sto scherzando!
Scommettiamo? – mi prese in contropiede….
Scommettiamo! – oramai non potevo più tirarmi indietro, ma intanto fermai la sua mano scongiurando così un’imminente eiaculazione.

Mi avvicinai allo schienale mostrandogli l’uccello.
Beh, non ti siedi? – mi disse indicandomi la seduta del divano.
No, tanto sono sicuro che non riesci a farmi venire! – alludevo al fatto che tanto non avrei sporcato per terra, anche perché in caso estremo contavo in un suo pronto intervento…
A sì…! – disse guardandomi con aria di sfida e rimboccandosi le maniche, come se dovesse affrontare lavoro impegnativo. La sola schiettezza di quel gesto deciso mi eccitò, inoltre la nudità di quell’avambraccio scoperto, mostrante la sua reale fisicità rispetto quella falsata dalla sua splendida felpa, me ne fecero rinnamorare. Appena lo prese, ebbi quasi un sentore d’orgasmo nascermi da sotto i maroni, in un punto che lui in quel momento avrei voluto stimolasse; ci sapeva fare veramente… dovetti subito poggiarmi allo schienale per non cadere: avevo scelto quella posizione eretta apposta perché sapevo che, la sola scomodità dello stare in piedi, mi avrebbe permesso allungare il mio coito; esperienza fatta di anni davanti al lavabo, quando il bidè era occupato da capi in ammollo, accorgendomi che la semplice tensione nelle gambe mi bastava per durare più allungo, a volte perfino godere senza venire.
La postura scelta dava i suoi frutti, anche se i primi segni di cedimento non tardarono a farsi sentire: il semplice sostegno della mano sul divano non bastava più per reggermi in piedi ed a lui dovetti appoggiarmi; il mio macistino, che ora mi reggeva attivamente con un braccio attorno al fianco e l’altro a continuare il suo lavorio. Mi sentii come ipnotizzato da quell’abbraccio: quel senso si fragile e indifeso, che pure mi sorreggeva, mi aiutava; provai un bisogno di maggiore intimità con lui: abbassai il capo, e i nostri respiri incominciarono a muoversi all’unisono, quasi in un unico fiato, coi nostri polmoni che si riempivano della medesima aria, e la mia voce leggermente gemeva donando dando sfogo ad entrambi. Viaggiavo costantemente sul filo del non ritorno, con l’orgasmo sempre lì lì dal venire; tentavo di resistere facendo ricorso all’immaginazione per allungare l’orgasmo, ma mi costava uno sforzo immane, finché uno squillo roboante non mi fece perdere la concentrazione.
Nooooooo… – strillò Luca come se avesse appena assistito a un delitto, compiersi davanti ai suoi occhi; – Porca puttana! – gridai io, spargendo il mio seme per terra mentre Luca tentava di raccoglierlo sgorgante nel palmo della mano.
Subito la mia rabbia s’indirizzò verso quel disgraziato alla porta che aveva suonato, e andai a vedere chi fosse accostandomi alla finestra seguito da Luca nell’angolo più in basso: – Ma chi è? – disse lui incazzato vedendo uno scialbo figuro presso il cancello.
Un rompicoglioni… – sentenziai immediatamente, visto che avevo già sentore da prima di chi fosse la paternità di quello squillo seccante.
E cosa vuole? Ma proprio adesso doveva venire, cazzo! – Luca si stava decisamente irritando, mostrando quasi i gesti di stizza di un bambino scocciato, e intanto io avevo ancora l’uccello di fuori e il pavimento da pulire.
Luca, è un impiccione tremendo, ci penso io a lui… capito? Tu non t’intromettere… – ero in paranoia, lo conoscevo fin troppo bene quel figuro: Giacomo, un rompiscatole incredibile, ma soprattutto un impiccione da paura, e io c’avevo Luca in casa! …e ora come glielo giustificavo? Un primino in casa mia… domani l’avrebbe raccontato a tutta la classe; certo, alcuni miei compagni di già lo sapevano che io davo delle lezioni a “mio cugino”, ma io per tutti ero il teorizzatore della scuola perfetta: coi primi tutti chiusi nelle gabbie, e noi che per il nostro ludibrio li potevamo maltrattare o torturare e perfino far combattere all’ultimo sangue; ma ora ne avevo uno in casa mia… ero nel panico! La mia prima tentazione fu quella di rinchiuderlo dentro un armadio pur di nascondere le prove, ma non sarebbe stato carino, e comunque non avrebbe accettato il mio maldestro tentativo di occultarlo; ma non potevo in ogni modo fare affidamento su di lui, troppo imprevedibile! dovevo giostrarmi tutto da solo, speravo solo che non m’avesse complicato la situazione, già prospettatami oltremodo complicata; ma sembrava non dare retta alle mie parole: – Oh, hai capito? –.
Ma sì! – rispose seccato.
Dai, vieni… – lo condussi in cucina, ma nel tragitto lo vidi leccarsi rabbioso il dorso della mano dal mio sperma colante; possibile, mi chiesi, che gli piacesse così tanto? Ma in fondo pensai che anch’io avrei fatto la stessa cosa: perché quando ne hai voglia, ne hai voglia, e non c’è nulla che ti possa fermare, specie, per me, se era il suo di sperma.

Mi ripulii velocemente con un pezzo di carta e la sua mano con lo stesso, mentre cercavo di persuaderlo a tenere un low profile.
Adesso vai al tavolo e fai finta di studiare, va bene? lascia fare a me, tu non cagarlo nemmeno, lascia parlare soltanto me! –ma sembrava non darmi retta: – Capito? –.
Sì… – disse con tono non proprio deciso, forse non aveva intuito la gravità delle mie preoccupazioni.
Capito? – ripetei.
Sìììììì! …non sono mica uno scemo! – esclamò acidamente; buttai lo scottex e tornai con lui nel salotto, ma, mentre sistemavo un vaso sui miei residui di sperma, un altro squillo suonò fastidiosamente.
Mmm, adesso gliene dico io quando entra…! – disse Luca facendomi innervosire.
Luca, tu mettiti lì e fai finta di studiare! – gli gridai: – a lui, t’ho detto, ci penso io! Siediti! – stavo realmente perdendo la pazienza, se continuava così l’avrei veramente rinchiuso dentro l’armadio, ma si sedette.
Mi diedi un’ultima sistemata, un’occhiata a Luca, che irrequietamente si toccava i capelli e scalpitava, e aprii il cancello allo spilungone. Giacomo era alto, molto alto anche più di me, e corvino, ma aveva l’abitudine di stare ingobbito così che, quanto ti parlava, la sua faccia ti pareva scendere dall’alto trainata da quel naso ingombrante postogli apposta in mezzo per infastidire l’interlocutore; vedendolo dallo spogliato, lo si poteva descrivere fisicamente come “allungato”: allungato era il suo fisico lungo e secco, anche se ostentava un’ignobile panzetta; allungata era la sua faccia a tratti perfino flaccida; allungato era il suo naso come una vela di veliero; e allungate parevano le sue mutande, tanto che sembrava avere un’orchite o una bestia immane, ma non era possibile, dato che lui stesso aveva ammesso una volta in classe, interrogato da un amico, una misura che non era granché!
Avanzava sciatto lungo il vialetto e quando fu a metà uscii per fermarlo sulla soglia e non metterlo così a disagio, per fargli capire che era un ospite indesiderato, e che non doveva entrare.
Ciao – mi disse con la sua voce ultra-nasalizzata d’accapponare la pelle.
Ciao – gli risposi: – Aspetta, vado a prenderti la relazione! – corsi subito per le scale dando un’occhiata minacciosa a Luca per rintimargli di stare zitto; tanto sapevo che lo sbertuccione sarebbe ugualmente entrato. Non credo che Giacomo fosse in realtà un cattivo ragazzo, aveva però un qualcosa che automaticamente lo rendeva sgradevole, e non era una questione di un mero esercizio di cattiveria, era più una sensazione a pelle che suscitava; forse era per quella sua aria integralmente da sfigato o per quella sua faccia da melanzana, che metteva a disagio così tanto la gente, e per reazione lui allora comportava in modo così antipatico e impiccione.
Appena uscito, sentii subito le prime sillabe di lui relazionare con Luca, e mi precipitai dalla camera; non s’erano ancora detti nulla, se non le classiche frasi di cortesia, anzi Luca pareva perfino piuttosto seccato mentre fingeva di leggere sui quaderni non suoi, fortuna che Giacomo non si era accorto di nulla: – Tieni! – gli allungai la relazione: – Comunque abbiamo ancora tempo… ci pensi tu poi a darla agli altri quando hai finito? –.
Sì! – rispose, un’altra volta con quella sua voce irritante, poi, mentre lo spronavo verso l’uscita, mi chiese dell’acqua, ma avevo capito che era tutta una scusa per investigare su Luca; mentre lo menai in cucina, Luca reagì facendogli una boccaccia alle spalle, suscitando in me un riso tramutato poi maldestramente in un ghigno. Giacomo s’era accorto però che qualcosa alle sue spalle non andava e quando girammo l’angolo mi chiese: – Ma quello non è di prima? –; intanto quello era il mio Luca, avrei dovuto dirgli! Ma per fortuna avevo delle scuse già pronte da tempo che avrebbero trovato pure a scuola una conferma alle sue malfidate domande.
Sì, è un mio cugino, ma lontano però… – meglio precisare prima che si fosse messo a cercare inesistenti relazioni tra i cognomi: – …mi hanno chiesto di dargli qualche lezione, visto che facciamo la stessa scuola… sai com’è! –.
Hai pensato di farti dei soldini… eh! – disse facendo una voce da piacione; mammamia quanto mi stava sul cazzo quando faceva così, ci mancava soltanto la gomitatina sul fianco e gli avrei dato un cartone sulla faccia!
Ma va… mi danno 5 euro perché insistono, che faccio pagare i parenti! – ora però se non se n’andava, commettevo un giacomicidio…

Scavato il rompiglioni dalle palle, tirai un sospiro di sollievo. – Finalmente… – disse Luca al limite della sopportazione e saltando giù dalla sedia come se gli scottasse sotto il sedere; mi faceva però una certa rabbia la sua reazione, se pensavo che era colpa sua se avevo sudato sudori freddi finora: – Già! – risposi.
Allora che facciamo? – chiese, probabilmente aspettandosi di riprendere il nostro “esperimento” di prima.
Tu pulisci! Tu hai sporcato, tu ora pulisci; in fondo è colpa tua…! – gl’indicai il vaso.
Luca stranamente non obbiettò nulla: forse s’aspettava che l’avrei accontentato più facilmente, se si fosse reso servizievole… ma intanto che pulisca; io nel frattempo mi sedetti sul divano a guardare la tivù, finché non tornò: – Finito! – disse mostrandomi un moccolo sporco.
Ma che schifo! Buttalo via! – ma lo mise per terra venendomi cavalcioni sulle ginocchia.
Allora facciamo qualcosa…? – disse, ma intanto mi stava oscurando la televisione.
Luca, sei… – «…bello, ma non trasparente» stavo per dirgli, ma quel “bello” era decisamente da non dire, nemmeno in una frase fatta: – mh…non ne ho voglia, sono già venuto! –.
Sì, appunto, tu! ma io…? – disse concentrando in quel io tutto il mondo e l’universo con una mimica sorprendente, quasi che io “trascurandolo” avessi fatto un torto all’intero universo; quanto l’adoravo quando faceva così! Poteva sembrare un atteggiamento egoista, ma era un dolce egoismo consapevole del fatto che soddisfacendo lui avrei soddisfatto anche me stesso; poi iniziò a saltellarmi sulle ginocchia. Il suo dolce peso mi pigiava ritmicamente; feci per fermarlo, ma m’intercettò le mani intrecciandovi le dita e iniziò un’oziosa lotta spingendomi le braccia contro il divano.
I miei gomiti rincalcati contro lo schienale: – Che fai: wrestling! – lo punzecchiai contrastandolo con minimo sforzo.
Sì! – rispose alzandosi per vincermi con tutto il suo peso.
Ma che vuoi fare… – lo neutralizzai nuovamente.
Beh, tu non crederti chissacchì!
Beh… più di te certamente! – iniziava ad essermi molesto però ora – e poi, a novembre, inizio a fare palestra! – ostentai la mia nuova attività per farlo sentire inferiore.
Davvero? –disse con un appunto d’incredulità.
Si! – ma il suo stupore mi dava fastidio.
…e i tuoi cos’hanno detto?
Che vuoi che dicano… che va bene! – e cos’altro avrebbero dovuto dire…: – Ci sono tanti miei compagni che lo fanno già! Adesso devo solo decidere dove! –.
Vieni da me! – disse immediatamente.
Da te?
Sì, da me! non facciamo mica solo arti marziali, sai… è una palestra vera! fanno anche “body building”! – disse mettendoci un’enfasi incredibile su tutte quelle b e d finali; mi stava prendendo in giro, ma non riuscivo a rispondergli male, né a negarmi, ero come ipnotizzato dal suo faccino, e gli risposi possibilista.
Bene! – sussultò con entusiasmo: – …così, magari, provi anche quello che faccio io… – ecco dove voleva arrivare – Anzi, perché non vieni lunedì? –.
Ma non… – balbettai, stava decisamente andando troppo in fretta.
Dai, prova… magari ti piace! – era così dolce, non riuscivo a dirgli di no, e un me lo strappò dalle labbra anche se non ero proprio convinto.
Luca era tutto raggiante, io invece mi sentivo plagiato, carpito nel mio assenso da quel priminetto che m’aveva circuito con fascino e astuzia innocente; per constatare se fosse reale o meno andai a tastarlo con una mano sul petto, ma sprofondai nella falsa sagoma della sua maglia larga. Sembrava quasi d’attraversare un fantasma evanescente, finché non trovai il suo esile fisichino; provai quasi un senso di sarcastico piacere nel riscontrarlo mingherlino, improvvisamente la sua figura: il Luca “atleta”, il Luca praticante arti marziali, si ridimensionò davanti ai miei occhi ritrovando l’originario aspetto da primino e mi scappò sardonico: – …e tu faresti arti marziali…! –in una mistura di rabbia e compiacenza.
Certo! E sono anche forte, sai… – rispose battendosi sul petto.
Ma se ti do un colpo, ti smonto come uno degli sbullonati! – risposi spingendolo leggermente all’indietro per aumentare il senso di disistima.
Prova,.. dai! – mi disse battendosi un pugno sul petto, ma improvvisamente quell’idea mi fece star male, mi riempì d’angoscia per il semplice fatto d’averla pensata: – ch… ma va’! – gli dissi dissimulando il mio stato.
Dai, tira! – mi esortò.
Perché mi fai questo… – Su, lascia perdere… – mi sentii ancora più in colpa come se l’avessi realmente fatto, ma Luca si gettò al mio collo abbracciandomi calorosamente, forse aveva intuito il senso del mio rifiuto. Mi strinse, si strofinò la nuca, quasi mi parve di sentirlo singhiozzare, poi si poggiò con la testa sulla mia spalla continuandomi ad abbracciare, mentre io l’andavo a cercare sotto la felpa; trovai il suo pene già per metà fuori dai pantaloni ma sotto la sua canottiera. Era bello, duro e stuzzicante; gli slacciai la cinta per essere libero d’agire, e quel naturale movimento lungo sua verga ebbe inizio. La mia mano sembrava fatta apposta per masturbarlo, quel ritmo era inscritto nei miei geni, e il suo respiro piano iniziò ad accarezzarmi volto e orecchi; ritrovai quell’intimità con lui di prima che ci disturbassero, solo che ora ero io a masturbarlo. Lo percepii affannarsi: stava venendo! e con la mano salii fino alla cappella, per sentirla inumidirsi appena appena all’apertura del prepuzio: era pronto! Iniziai a massaggiargli la cappella, ma Luca s’alzò portandomi il suo fallo all’altezza della faccia: mi ritrovai il suo pene a un centimetro dal naso; mammamia, com’era bello da quella prospettiva! Lungo, immenso e, oltre la cappella, i suoi occhi socchiusi a chiedermi d’usare la bocca. Lo sfiorai con la punta del mio naso e subito l’odore m’assalì: forte, intrigante, emozionante; improvvisamente ebbi voglia di leccarlo, di baciarlo, di gustarmelo. Lo baciai, spingendolo contro di me col sedere e lui alla mia testa; il suo sapore mi spinse a cercarne ancora più su con la lingua lungo quell’asta eretta, in quel momento avrei voluto che lui avesse eruttato così da leccargli lo sperma lungo la verga, ma Luca s’allontanò.
Andiamo in bagno! – mi disse dolcemente.
Perché…
Perché devo venire!
Sì, ma perché in bagno?
Beh, prima non t’ho fatto venire… non mi sembrava giusto! – che dolce… ma ancora con ‘sta storia della reciprocità; io lo volevo succhiare!
Ma che bagno! –lo presi sui fianchi: – io te lo voglio succhiare! – e lo battei sul divano. Luca atterrò contento; era la prima volta che uno di noi diceva all’altro di volerlo di spompinare così apertamente, ma in quel momento non me ne fregava niente, anche se in altri momenti mi sarebbe sembrata un’imprudenza madornale.
Salii con le mani sotto la sua canottiera – una voglia erotica si era impadronita di me -, poi scesi dalle spalle lungo il suo giovane corpo con movenze sottili da destra a sinistra accarezzandolo sul suo esile petto, e lui gemeva. Scesi, fino a lambirne il poderoso membro, poi m’avvicinai col volto percependone il calore irradiato, e non ce la feci più: lo leccai, l’infilai in bocca, finché la gola me lo permetteva, e cominciai a succhiare. Con lui dentro la bocca mi sentivo bene: era per me la cosa più naturale del mondo, e Luca iniziò ad urlare coi suoi versetti gentili; mi immaginai se in quel momento invece di essere nella mia casa fossimo stati dentro un appartamento: che cosa avrebbero pensato i vicini sentendosi prima quelle urla venire dalla casa vicina per poi vedere uscire dalla porta accanto quel fantastico biondino con io che l’accostavo trasognato e innamorato? Che voglia… poi finalmente mi riempì la bocca col suo pot-pourrì adolescenziale, pregandomi di continuare con un ultimo grido liberatore.
Luca ansimò ancora: il suo bianco, latteo sperma n’usciva copiosamente, finché dopo il mio rush finale lo sentii rilassarsi; sembrava beatamente intontito, adoravo portarlo fino allo sfinimento: niente più di quel dolce visino mi rincuorava sapendo d’averlo reso felice.

Consulta l’Indice per l’elenco cronologico dei racconti.
Segnalarmi gentilmente gli errori a questo modulo.
Per contattarmi erox06@gmail.com (e-mail e ) o ponimi domande qui anonimamente.

Read more from the original source:
Il rompiscatole

Tags: , ,

Post correlati



You must be logged in to post a comment.