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QUELL’ANGOLO DI PARADISO (hard)
Una curva dietro l’altra, la strada si stendeva sinuosa, dispiegandosi lungo il fianco della bassa e arida collina completamente priva di vegetazione, come si trattasse di un enorme serpente nero adagiato ai caldi raggi del sole.
Malgrado i continui saliscendi, con lo scassato e rumoroso motorino (noleggiato dopo un’estenuante trattativa con un greco, tanto simpatico quanto invadente) impiegavamo pochi minuti a percorrere i sei chilometri che separavano la nostra pensione da quel luogo che avevamo definitivamente scelto quale sede ultima per le nostre sedute abbronzanti, decisione che avevamo preso dopo aver girato in lungo e in largo la piccola isola greca nei primissimi giorni di quelle nostre vacanze.
Martina ed io avevamo allora entrambe ventiquattro anni, ed eravamo grandi amiche sin dai tempi della scuola: la nostra era una di quelle amicizie impermeabili a qualunque avvenimento e, malgrado i nostri rispettivi lavori ci lasciassero ben poco tempo libero, l’intesa e la confidenza fra noi erano rimaste intatte esattamente come quando eravamo sedute dietro un banco di scuola.
Quell’anno, poi, eravamo riuscite a combinare le ferie nello stesso periodo, in modo da poterci regalare quella vacanza al mare che sognavamo da sempre: tramite un’agenzia di viaggi, avevamo prenotato in una piccola ed economica pensione su quella remota isola dell’Egeo, scegliendo di viaggiare con mezzi propri (treni e traghetti, perché l’aereo ci sarebbe costato troppo), tutto pur di prolungare il più possibile quel nostro desiderato e sospirato viaggio. Insomma, eravamo partite all’avventura, per goderci una vacanza da sogno, magari senza grandi pretese ed eccessive comodità, ma assolutamente indimenticabile.
Quel giorno di cui vado raccontando, Martina ed io eravamo in piena esaltazione da vacanze, consapevoli del fatto che avevamo davanti ancora ben nove giorni di spensierato divertimento prima dell’inevitabile rientro in Italia, e quindi con il ritorno al lavoro e alla vita di tutti i giorni.
- Manca poco… siamo quasi arrivate… – disse Martina, indicando un gigantesco cespuglio di ibiscus un centinaio di metri davanti a noi, sul limitare dell’ennesima curva.
Quella rigogliosa pianta (quasi un miracolo nel brullo panorama circostante) era diventata il nostro punto di riferimento, il segnale che c’indicava l’inizio del piccolo sentiero che, terribilmente scosceso e polveroso, scendeva a precipizio fino alla minuscola e solitaria baia.
Era stato un vero e proprio colpo di fortuna, tre giorni prima, a farci scoprire quel fantastico angolo di paradiso.
Avevamo trascorso l’intera giornata in giro su quell’asmatico motorino, e nel tardo pomeriggio
c’eravamo ritrovate, sia Martina che io, stanche e accaldate; al mattino avevamo visitato alcune spiagge della costa più orientale dell’isola, e, subito dopo aver ingurgitato un panino e una fetta d’anguria, c’eravamo avventurate per le strette stradine di un caratteristico villaggio di pescatori, affollate all’inverosimile, però, da comitive vocianti di vacanzieri, e da non pochi ragazzi, infoiati come mandrilli e alla disperata ricerca di fanciulle da rimorchiare.
Tutta quella confusione ed il caldo micidiale ci avevano letteralmente stravolte, a tal punto che rifiutammo, e per di più in maniera perentoria e un tantino maleducata, anche le avances fatteci da due ragazzi francesi, decisamente carini e assolutamente gentili.
Ma eravamo troppo stanche anche per quello e, risalite sul motorino, c’eravamo avviate per tornare alla nostra pensione.
La fortuna volle che la strada, in quel punto, tendeva a salire, ed il motorino, gravato del nostro peso, non poteva di certo raggiungere velocità eccessive: così, quando Martina, per evitare un sasso rotolato nel mezzo della strada, perse il controllo del mezzo all’uscita della curva, ci limitammo ad andare dritte e ad infilarci in quel grosso cespuglio, cavandocela con un rovinoso e ridicolo capitombolo, qualche escoriazione di poco conto a braccia e gambe ed una grande spavento.
- Ma che cavolo hai fatto ? Ti eri addormentata per caso… ? – urlai alla mia amica, tirandomi su in piedi e controllando ansiosamente di non avere nulla di rotto.
- Scusa, Viola… non so come sia potuto accadere… ho avuto paura di colpire con la ruota quel sasso… – mi rispose lei, massaggiandosi un gomito sbucciato.
- Come no… è successo perché credi di essere un’esperta guidatrice, ecco perché… quante volte ti ho detto di andare piano e di fare attenzione ? -
- Dai, Viola… non ci siamo fatte nulla di grave, per fortuna… -
Ero ancora arrabbiata con la mia amica quando ci avvicinammo al cespuglio per recuperare il motorino, e, mentre cercavamo di disincastrarlo dai rami della pianta, scorgemmo uno stretto e ripido sentiero che scompariva dopo solo pochi metri, curvando sulla destra, dietro la parete rocciosa quasi a picco sul mare.
Una delle caratteristiche principali del carattere di Martina era proprio la curiosità.
Difficilmente poteva resistere all’ignoto.
Ed un sentiero misterioso rappresentava per lei un richiamo a dir poco irresistibile.
Prima che potessi dire una sola parola, Martina si era già addentrata sul sentiero ed era scomparsa in un attimo dietro la parete di roccia.
- Torna indietro, Martina… dai… ho voglia di una doccia… e sono stanchissima… -
Fu come parlare al vento.
L’esploratrice era entrata in azione.
Rassegnata, attesi che lei tornasse.
Dopo una decina di minuti la vidi sbucare dal sentiero, tutta sudata e con il fiato grosso.
- Finalmente. Andiamo alla pensione, forza, che questa giornata è stata anche troppo lunga… -
- Fantastico ! Semplicemente favoloso ! – disse Martina, mostrandomi di non avere nemmeno sentito le mie parole.
- Di che diavolo stai parlando ? Guarda come ti sei ridotta per fare la pioniera ! -
Martina sbuffava e ansimava, piegata sulle ginocchia, nei suoi occhi una gioia a stento repressa.
- Alla fine sono riuscita a trovarlo… -
- Che cosa ? – le chiesi, per nulla contagiata dalla sua allegria.
- Un vero e proprio angolo di paradiso. Vieni a vedere anche tu. -
Mi prese per mano e mi trascinò giù per il sentiero, malgrado le mie veementi proteste.
Fu così che la seguii, riluttante e infastidita da quel fuori programma, soltanto per porre fine a quella sua improvvisa e infantile esaltazione, sperando che anche lei, alla fine, si decidesse a rientrare alla pensione dopo quella faticosa giornata.
La cosa che maggiormente mi colpì, una volta superata la prima svolta dello scosceso sentiero, fu la fitta e rigogliosa vegetazione: non so se per la particolare direzione dei venti, o per l’umidità trasportata dal mare sottostante, fatto sta che, sul costone di quella scogliera, alberi e cespugli crescevano in quantità, creando un fitto ed inestricabile sottobosco, in netto contrasto con gli aridi e assetati terreni sovrastanti.
Scendendo e scivolando per un centinaio di metri (ero atterrita al solo pensiero della successiva e difficoltosa risalita) giungemmo ad una piccolissima insenatura, incastonata tra le erte pareti di roccia quasi bianca.
La caletta, larga non più di una quindicina di metri, aveva una spiaggia di sabbia finissima, bianca e impalpabile al tatto, neanche fosse stato borotalco; il lato sinistro era chiuso dall’alta scogliera (il proseguimento naturale di quella che avevamo appena discesa), mentre sulla destra enormi massi, franati chissà quando, creavano una barriera di un’altezza di almeno tre o quattro metri, e delimitavano quello che Martina aveva già battezzato come un angolo di paradiso.
Effettivamente il posto era meraviglioso, esposto al sole da mattina a sera, e assolutamente deserto: il mare aveva una tonalità di un verde turchese da cartolina, ed il fondale, contrariamente a quelli di altre spiagge che avevamo visitato quel giorno, era abbastanza basso per una buona decina di metri.
– Allora… – fece Martina, il viso radioso – … avevo ragione o no ? -
La mia amica sembrava una rappresentante di enciclopedie, intenta a decantare i fantastici pregi dei dodici e pesanti volumi che doveva appioppare all’incauto acquirente.
- Sembra proprio di sì… è strano, però, che non ci sia nessuno… -
- E’ troppo nascosta questa insenatura… anche noi, se non avessimo avuto quel piccolo incidente con il motorino, non l’avremmo mai scoperta… -
- Probabilmente è come dici tu… – le risposi.
Ero ancora arrabbiata con lei, e non volevo darle ragione senza fargliela pesare almeno un po’.
Ma Martina era impermeabile a queste sottigliezze.
- Allora… è già deciso… da domani mattina si viene qui. Sole e mare a non finire… ci piazziamo qui e facciamo quello che ci pare… senza rompiscatole tra i piedi… fantastico… assolutamente fantastico… -
Come al solito era inutile farle notare che la vacanza era di entrambe, e che le decisioni avremmo dovuto prenderle insieme: con Martina non c’era mai stato nulla da fare, perché lei partiva in quarta e quello che decideva doveva andare bene a tutti.
Comunque, anch’io mi ero convinta che quella piccola spiaggia fosse il massimo che potessimo trovare.
- E va bene – bofonchiai, il pensiero di una doccia rigenerante sempre più presente nella mia mente.
Tornammo su per il sentiero, i polmoni in fiamme per lo sforzo della salita, e riprendemmo la strada della pensione, il motorino, dopo le acrobazie della mia amica, ancora più ammaccato e rumoroso di prima.
La notte, prima di prendere sonno, sentii Martina sproloquiare sul nostro angolo di paradiso, e stabilire, irrevocabilmente, che stava per iniziare quella che lei definì “la nostra vera vacanza”.
Stava ancora parlando tutta eccitata quando mi addormentai con un sospiro di rassegnazione.
E “la nostra vera vacanza” andava avanti ormai da tre giorni, caratterizzati da meravigliosi bagni di mare, da caldo e sole, da libri e pettegolezzi a non finire.
Tutto questo, languidamente adagiate nel nostro piccolo paradiso personale.
Quella mattina, dunque, dopo aver parcheggiato il motorino dietro il grande cespuglio di ibiscus (al quale, con il nostro incidente, avevamo dato una discreta potata), eravamo scese per l’impervio sentiero fino alla stretta striscia di sabbia.
L’estrema tranquillità di quel luogo, e soprattutto il fatto che, in quei tre giorni, non si fosse vista mai anima viva, ci aveva rese piuttosto intraprendenti: avevamo così deciso d’indossare i costumi che avevamo acquistato in un negozio vicino alla pensione, sostituendo così quelli che c’eravamo portate da casa.
I due costumi nuovi erano a dir poco provocanti e costavano poco, anche perché la quantità di stoffa necessaria a produrli era veramente minima !!
- Se non indossiamo ora costumi così, è molto probabile che non potremo indossarli mai più, non credi ? – aveva osservato Martina, frugando nella montagna di due pezzi alla ricerca del colore che desiderava.
“Pensa alle amiche in palestra… avranno un travaso di bile quando vedranno il segno dell’abbronzatura… – le avevo risposto ridendo, e tenendo ben stretto nella mano il costume che mi ero scelta, onde evitare che potesse cadere nelle grinfie della mia pericolosa amica.
Poggiati gli zaini sulla sabbia e allargati i due grandi teli da mare, Martina ed io ci spogliammo rapidamente delle magliette e dei calzoncini, restando con i nostri minuscoli perizoma “brasiliani”, ed io anche con la parte superiore del costume che, in pratica, era composta da sottili nastri, con soltanto delle stelline di stoffa appena più larghe a coprire i capezzoli.
Io non ho mai avuto un grosso seno da esibire, e quindi, tutto sommato, non ero indecente più di tanto.
Le natiche erano chiaramente scoperte (un tanga non può fare miracoli…), ma l’effetto non era proprio male da osservare: d’altronde eravamo sole sulla spiaggia, e la mia amica conosceva bene ogni parte del mio corpo, forse meglio di me, così come io sapevo tutto del suo.
Eravamo amiche da tanti anni, condividevamo tutto delle nostre vite e non c’erano segreti tra noi.
Ai tempi della scuola, avevamo perfino condiviso il nostro primo amore: anzi, in realtà, io avevo ereditato da Martina un ragazzo molto carino, di qualche anno più grande di noi, che si era messo prima con lei (e non poteva essere diversamente…) e quindi, una volta ottenuto il suo scopo, aveva deciso che anche l’amica non era poi così male (e alla faccia di chi dice beati gli ultimi…).
Il ragazzo in questione aveva chiaramente raggiunto quello che voleva anche con me, ed era poi scomparso nel nulla, volatilizzato, in definitiva neanche tanto rimpianto, anche se, stando ai racconti delle prime esperienze delle nostre compagne di scuola, a noi due non era andata poi tanto male.
Anzi.
Il corpo di Martina, molto più formoso del mio, era decisamente più complicato da contenere all’interno dei nostri azzardati acquisti vacanzieri; e così, il primo giorno che eravamo andate nel nostro angolo di paradiso, dopo un’ora abbondante di disperati tentativi di ricondurre entro i limiti della decenza i suoi straripanti seni, la mia amica aveva deciso che poteva fare a meno, e senza problemi di sorta, della parte superiore di quel benedetto costume.
Di conseguenza, quello era il terzo giorno di tintarella praticamente integrale per entrambe.
Dopo esserci abbondantemente spalmate di olio solare, trascorremmo le successive ore in assoluto relax, alternando freschi bagni in mare (per sfuggire al caldo micidiale di quella piccola insenatura) a brevi pisolini sdraiate sulla sabbia.
E fu proprio in uno di quei momenti, in cui entrambe c’eravamo appisolate, che i due fecero il loro arrivo.
Le mie orecchie avvertirono uno scalpiccio, un rotolare di piccole pietre, e alcune fragorose risate.
Mi risvegliai di soprassalto e, quando aprii gli occhi, loro erano già a pochi metri da me.
Trasalii alla vista del ragazzo e della ragazza, e lanciai quasi un grido, più per la sorpresa che per lo spavento.
Martina sollevò la testa di scatto, anche lei destata dal suo dormiveglia.
- Ma cosa ti sta succedendo ? -
- Nulla… nulla… è che non mi aspettavo l’arrivo di qualcuno… – le risposi, facendomi ombra con la mano per vedere meglio nell’accecante riverbero del sole.
Se fossero sbarcati omini verdi da un’astronave, di sicuro avrei avuto una faccia meno sorpresa.
M’infastidiva, e non poco, il solo pensare che in quel posto, nel “nostro” paradiso, potesse arrivare qualcun altro.
I due nuovi arrivati si guardarono attorno, chiaramente indecisi, poi presero a confabulare tra loro.
Ora ero definitivamente sveglia e li osservai con attenzione.
Il ragazzo doveva essere all’incirca sui trent’anni, la carnagione, di certo in origine molto chiara, era intensamente abbronzata dal sole, ed aveva raggiunto una tonalità che, nella luce delle prime ore del pomeriggio, sembrava rilucere come l’oro.
Le masse muscolari erano ben evidenziate dalla canottiera senza maniche che indossava, esplicita testimonianza di una qualche pratica sportiva da lui praticata: il viso aveva dei tratti somatici inconfondibilmente nordici, una spruzzata di lentiggini sul naso e sulle guance, ed una cascata di capelli biondi lunghi fin sulle spalle, e che incorniciavano i due occhi più azzurri che avessi mai visto.
Sia io che Martina lo fissammo estasiate, forse a bocca aperta, ammirando quell’apparizione simile a qualche sconosciuta divinità dell’Olimpo.
Quando lui, sorridente, ci rivolse la parola, solo in quell’istante noi sembrammo tornare in vita.
Martina si coprì d’istinto i seni con le mani, mentre io cercavo disperatamente di assumere un qualche contegno, rendendomi ancora più ridicola in quello striminzito costume da ninfetta di Copacabana.
Il ragazzo si rivolse a noi in inglese, lingua che però noi parlavamo solo a livello scolastico: lui si accorse immediatamente delle nostre difficoltà, e iniziò a scandire lentamente ogni singola parola.
Mettendoci tutte noi stesse, la mia amica ed io riuscimmo comunque a capire che l’intenzione di quella meraviglia maschile era quella di poter utilizzare la caletta insieme alla ragazza, senza per questo volerci dare troppo fastidio.
Credemmo anche di comprendere che se noi non fossimo state d’accordo, loro si sarebbero ritirati in buon ordine.
La ragazza, nel frattempo, si era allontanata, scalando agilmente le rocce che chiudevano la piccola spiaggia sulla destra, e sparendo quindi alla nostra vista.
Forse fu per non apparire maleducate, più probabilmente perché quello che avevamo davanti era un gran bel ragazzo e ci sarebbe dispiaciuto non approfittare dell’occasione per averlo sotto gli occhi qualche ora, fatto sta che gli facemmo intendere che per noi non era un problema, e che lo spazio, sia pur ristretto, sarebbe stato sufficiente per tutti.
Anzi, fui proprio io a dirglielo, cogliendo di sorpresa Martina, che non era abituata ad essere scavalcata da nessuno in fatto di iniziative e decisioni.
Il ragazzo ci ricompensò della nostra cortesia sfoggiando un meraviglioso e solare sorriso, che evidentemente doveva riservarsi per le occasioni migliori, pronunciò quello che si rivelò essere, ad una successiva e approfondita analisi, un “thank you”, e si voltò verso la parete di rocce, cercando con lo sguardo la sua compagna.
In effetti, lei stava ora tornando dalla sua esplorazione e, dall’alto di uno scoglio ed in una lingua per noi ancor più sconosciuta dell’inglese, gridò un qualcosa al suo ragazzo.
Lui annuì e, accompagnando le parole con i gesti, ci fece capire che si sarebbero andati a sistemare oltre le rocce, probabilmente in una successiva caletta.
E così la privacy di tutti sarebbe stata salva.
Entrambe un pò depresse per quella loro decisione (addio ore passate a rimirare addominali e bicipiti…) lo vedemmo scalare gli scogli e, una volta in cima e raggiunta la sua compagna, farci ciao ciao con la manina.
A questo suo saluto si unì anche la ragazza che, con ogni stramaledetta certezza, aveva l’esclusiva su quegli addominali e su quei bicipiti.
Pur con tutta l’esperienza accumulata negli anni, e cioè la capacità che Martina ed io avevamo nello smontare e criticare tutte le belle donne che ci capitava d’incontrare, in quell’occasione ci dovemmo arrendere all’evidenza.
La donna era davvero bellissima, un viso forse addirittura troppo perfetto e incantevole, con due labbra carnose, un nasino all’insù che era tutto un programma e grandi occhi verdi, il tutto incorniciato da lunghissimi e lisci capelli castani, dalle sfumature quasi ramate sotto i raggi del sole.
E non parliamo poi del resto.
Il suo corpo era una specie di inno nazionale alla bellezza femminile.
Seno generoso, fianchi morbidi, sedere da urlo e gambe lunghe e tornite.
Dura da ammettere, ma per me e la mia amica sarebbe stata una battaglia persa in partenza.
La ragazza indossava solo una mutandina, composta da due minuscoli triangoli di stoffa blu oceano, tenuti insieme da una stringa celeste legata alta sui fianchi.
I seni, sodi e sfrontati, erano scoperti, ed il loro colore, così uniforme all’abbronzatura del resto del corpo, testimoniava la consolidata abitudine della proprietaria ad andarsene lungamente in giro in topless.
Piccoli capezzoli, dalla tonalità leggermente più scura della pelle, guarnivano, come invitanti ciliegine, quelle due meraviglie, sulle quali gli uomini avrebbero potuto discorrere, con aria beata e sognante, per intere settimane.
Dopo un ultimo saluto, i due si allontanarono mano nella mano, scendendo sull’altro lato della parte di scogli, sparendo alla nostra vista e dirigendosi verso il successivo tratto di spiaggia.
- Accidenti – esclamai – mi è venuto quasi un colpo quando li ho sentiti arrivare… -
- Certo che è proprio carino, eh, Viola ? – mi rispose Martina con voce pericolosamente sognante.
- Per la miseria se è carino… ma a me, uno così bello, quando mai mi capiterà ? – dissi a voce alta, pensando a Vittorio, il ragazzo che mi veniva appresso da qualche mese, e neanche lontanamente paragonabile al biondo vichingo.
Ci rimettemmo a prendere il sole, turbate, inutile negarlo, dal sapere così vicino quel ragazzo così bello.
Era ormai pomeriggio inoltrato, quando mi girai sulla schiena per abbronzarmi anche sul davanti, decidendo all’istante di non rimettere il reggiseno (le famose stelline…) del costume.
In definitiva ero l’unica donna nei paraggi ad indossarlo ancora, ed avevo la netta sensazione di essere stranamente fuori luogo.
Continuammo così per un altra mezzora a prendere il sole ed a bagnarci con brevi immersioni in quelle acque meravigliose.
La presenza dei nostri due vicini non era praticamente avvertibile: la scogliera c’impediva di sentirli e di vederli.
Martina rientrò in acqua, iniziando a nuotare e seguendo un percorso ormai divenuto familiare, visto che lo avevamo stabilito sin dal primo giorno: si andava dalla stretta spiaggia fino ad una punta di roccia affiorante sul pelo dell’acqua, dove l’insenatura si apriva sul blu scuro del mare profondo. Una volta che arrivavamo a toccarla, si ritornava indietro, spesso agevolate e sospinte dalle piccole onde. Nelle nuotate dei giorni precedenti avevo stabilito una specie di record personale, e del quale andavo sommamente fiera, anche se nelle nuotate in coppia con Martina lei arrivava regolarmente davanti a me.
Sdraiata sulla spiaggia, seguii con lo sguardo il bagno della mia amica.
La vidi iniziare a muoversi in acqua lentamente, senza aumentare, come era solita fare, la frequenza delle bracciate.
Si spostava silenziosamente, evitando spruzzi e rumori, e non riuscivo a capire cosa stesse facendo, ne il perché di quel suo muoversi con così tanta circospezione.
Ad un tratto, però, tutto mi fu chiaro, e la ragione di quel suo strano comportamento mi apparve nella sua assoluta semplicità.
Invece di toccare la piccola sporgenza affiorante, Martina rallentò ulteriormente il moto delle sue bracciate, superò la roccia, si afferrò saldamente alla stessa sul lato del mare aperto, e si sporse con la testa al di là, guardando con curiosità cosa stessero facendo i nostri vicini di spiaggia.
Rimase circa un paio di minuti a spiare i due così nascosta, poi rapidamente tornò indietro.
Quando arrivò di fronte a me, Martina aveva le guance arrossate.
- Non ci crederai… ha un… cavoli, non ne ho mai visto uno così ! -
- Ma di che cosa stai parlando ? – le chiesi, adesso curiosa anch’io come una scimmia.
- Allora… sentimi bene… sono nudi, tutti e due… e stanno prendendo il sole… -
- E…? -
- E nulla. Prendono solamente il sole… ma lui… lui ha un’erezione da far paura… mai visto un arnese di quella portata… -
- Non che tu ne abbia visti poi molti, diciamolo… – le risposi, cercando di alleviare quell’emozione che le sue parole mi avevano fatto sentire.
- Ma sentila… ha parlato la donna vissuta… – mi canzonò lei.
In effetti avevamo avuto entrambe le nostre brave esperienze sessuali, ma onestamente non erano state poi così numerose come ci piaceva credere: tre o quattro ragazzi per lei, ed un paio per me.
Le mangiatrici di uomini abitavano da un’altra parte.
- Comunque è davvero… davvero… -
Martina cercava la parola adatta.
Poi, d’improvviso, la trovò.
- E’ davvero bello. Bello. Non c’è altro termine per descriverlo -
- Cosa può esserci di così bello, scusa… in fondo è solo un… beh, insomma, mi hai capito, no ? -
Martina non mi rispose nemmeno, e si distese a pancia in giù sul suo asciugamano.
Passarono cinque minuti, durante i quali strani vuoti allo stomaco avevano preso a tormentarmi.
Avevo, ed ho sempre avuto, un normale appetito sessuale, nulla di esagerato, intendiamoci, ed in quel momento iniziai a dare la colpa di quei vuoti allo stomaco al fatto che non avevo avuto più un rapporto completo da molto tempo.
L’ultima volta che avevo accarezzato un ragazzo era stato circa un mese e mezzo prima, un lungo e piacevolissimo petting durante una festa in discoteca.
E, in verità, mi ero anche masturbata un paio di volte da allora.
Poi nulla più.
I vuoti allo stomaco salivano e scendevano, con un ben noto languore che si andava concentrando, sempre più spesso, in quella zona particolare che noi donne abbiamo tra le gambe.
La voce di Martina mi fece sussultare, riportandomi alla realtà.
- Magari ora stanno scopando… – disse con un tono che non era il suo.
Doveva avere anche lei i suoi vuoti allo stomaco.
Mi voltai e la guardai, indecisa su cosa risponderle.
Con un brivido di eccitazione (perché, ormai, mi ero chiaramente eccitata) notai che le natiche di Martina non riuscivano a stare ferme, percorse da un appena accennato e ritmico movimento, come se la mia amica le stringesse e le rilasciasse, premendo con il ventre sulla sabbia.
Non ci voleva un genio a capire che, se Martina fosse stata sola su quella spiaggia, si sarebbe apertamente masturbata.
E la capivo benissimo, perché anch’io avrei voluto fare lo stesso.
L’arrivo della coppia, la descrizione fattami da Martina del pene del ragazzo e la possibilità che i due stessero ora facendo del sesso, tutto questo aveva gettato anche me in uno stato di esaltazione sessuale assolutamente inatteso.
Mi alzai per entrare in acqua e, inutile negarlo, per andare a vedere con i miei occhi quello che la mia amica aveva già visto.
- Viola… andiamo a dare una sbirciatina insieme ? Che ne dici ? -
Martina si era voltata e mi guardava, attendendo una mia reazione.
- Ci siamo ridotte a fare le guardone… proprio una vacanza da andarne fiere… – le risposi, in un patetico tentativo di porre fine a quella difficile situazione venutasi a creare.
- Dai, Viola… o andiamo a dare un’occhiata ai due, oppure leviamo le tende e torniamo alla pensione. E’ inutile far finta di nulla… sei eccitata, esattamente come me… e restare qui, con questo chiodo infilato nella testa sarebbe soltanto una tortura… decidi tu… per me va bene in ogni caso… -
Martina aveva perfettamente ragione.
Era inutile mentire ancora a noi stesse.
- E va bene… entriamo in acqua insieme, facciamo finta di fare il bagno e andiamo a vedere che cosa stanno facendo… – le risposi, sapendo di prendere l’unica decisione che entrambe desideravamo.
- Aspetta Viola… ho un’idea migliore… – mi disse Martina, alzandosi e guardandosi attorno.
- Guarda… se noi risaliamo per un breve tratto il sentiero… c’infiliamo nel sottobosco, a sinistra, per una decina di metri… ci dovremmo trovare esattamente sopra di loro… -
Avevo ormai perfettamente metabolizzato l’idea di andare a spiare la coppia, e la proposta della mia amica mi apparve assolutamente razionale.
- Andiamo, dai… – le dissi, mettendomi le infradito.
E così, completamente nude se non per i minuscoli tanga, ci avviammo su per il sentiero.
Percorremmo soltanto qualche metro dell’impossibile salita: poi, approfittando di un varco nella fitta vegetazione, c’inoltrammo nel sottobosco, tra cespugli in fiore e bassi e frondosi alberi, dai tronchi ritorti dal vento.
Camminando piegate, a volte quasi strisciando, tra mille acrobazie e centomila acuminate spine, cercando disperatamente di non fare alcun rumore, giungemmo, poco dopo, ad una sorta di stretta terrazza naturale, che affacciava direttamente sulla caletta occupata dalla coppia di stranieri.
La fitta vegetazione ricadeva oltre il bordo della terrazza, nascondendoci alla vista di chiunque si fosse trovato sulla minuscola spiaggia.
Martina ed io ci mettemmo in ginocchio, una accanto all’altra, e spingemmo lo sguardo verso il basso.
I due erano a non più di cinque o sei metri sotto di noi, completamente nudi, sdraiati fianco a fianco, in posizione obliqua rispetto al nostro punto di osservazione.
Notai subito come il pezzo di stoffa, che doveva essere la mutandine del costume della ragazza, fosse appallottolato accanto a loro, insieme al pantaloncino multicolore che indossava il ragazzo quando era arrivato dove noi stavamo prendendo il sole.
Erano entrambi sdraiati sulla schiena, e si tenevano per mano, crogiolandosi al sole e con gli occhi sicuramente chiusi.
La respirazione faceva lentamente alzare e abbassare i loro petti.
Seguii con lo sguardo, e per qualche secondo, il movimento dei seni della donna, quindi percorsi con gli occhi il suo ventre piatto, fino ad incontrare il pube perfettamente rasato, le grandi labbra appena visibili tra le cosce dischiuse.
Subito dopo, però, spostai lo sguardo sul corpo del ragazzo.
Non persi tempo, e puntai gli occhi direttamente lì.
Ed era impossibile non farlo.
Ora capivo la straordinaria eccitazione di cui Martina era stata preda.
Quel pene sembrava essere dotato di una sua vita autonoma, quasi costretto a seguire il corpo del ragazzo solo perché unito a lui.
Era… grandioso, quello il termine che mi sembrava meglio si adattasse a quella meraviglia.
Ma anche bello, in fondo, come aveva detto Martina, rendeva bene l’idea.
Lungo, ma non in modo sproporzionato, si ergeva teso dal ventre di quello splendido ragazzo, senza la minima tendenza ad andarsi ad appoggiare sulla pelle della pancia.
Se lo avesse fatto, probabilmente con la punta avrebbe superato, e non di poco, l’ombelico.
Era turgido e magnifico, rigonfio, e la circonferenza si mostrava costante, dalla base all’estremità superiore.
Solo verso la fine tendeva a restringersi, appena sotto il violaceo e splendido glande, parte terminale di quell’asta da favola.
Per tutta la sua lunghezza era percorso dai rigonfiamenti delle vene, alcune piccole, altre decisamente più grandi, che ne disegnavano armoniosamente la splendida linea.
Bello.
Si, a ripensarci bene, forse era proprio quella la parola più adatta a descriverlo.
- Avevo ragione, no ? – mormorò estasiata la mia amica.
- Sì… non hai per nulla esagerato… – le risposi in un roco bisbiglio.
Provai ad immaginare la sensazione che avrei provato nel toccarlo, nell’accarezzarlo, il suo meraviglioso scorrere sotto le mie dita.
Ne percepii quasi il calore, la delicatezza della pelle così tesa su quel turgore da favola.
Lo sognai alle prese con il suo naturale obiettivo, la cappella a scorrere lungo le mie grandi labbra bagnate, a sfiorare il clitoride, a ridiscendere malizioso fino all’ano… e poi, guidato da un istinto naturale e antico come il mondo, a riempire interamente il mio corpo, senza difficoltà, meravigliosamente, fino a strapparmi gemiti e sospiri d’intensa passione…
I vuoti allo stomaco non erano più tali.
Al loro posto si erano andati sostituendo enormi buchi neri, che inghiottivano inesorabilmente tutti quei miei folli pensieri.
Se fossi stata in piedi, le gambe mi avrebbero ceduto, ma in ginocchio, e con Martina vicina a me, mi era più facile mantenere un atteggiamento ancora composto e dignitoso.
Con la coda dell’occhio guardai Martina, e la sua espressione mi confermò che quei miei erotici pensieri erano gli stessi che passavano nella sua mente.
Quelle mie riflessioni furono interrotte dalla donna che disse un qualcosa, in quella sua lingua a me sconosciuta, al ragazzo disteso al suo fianco.
Vidi lui sorriderle.
Lei parlò di nuovo, e lui girò il volto nella sua direzione, guardandola per alcuni istanti.
Quindi annuì con la testa, accompagnando quel movimento con un mormorio.
A quel punto la ragazza si girò sul fianco e si alzò, dirigendosi poi verso l’acqua, e, di conseguenza, allontanandosi dal punto in cui noi li stavamo osservando.
In quegli attimi cercai una qualunque scusa che fosse adatta a giustificare la nostra presenza tra quei cespugli, inevitabilmente non trovandone però nessuna.
La bionda sirena nuotò agilmente verso il mare aperto: quindi, con una perfetta e armoniosa capriola, invertì la direzione e tornò verso riva.
La vidi uscire dall’acqua, nuda e bellissima, e avvicinarsi al suo ragazzo.
Sorridendo, si posizionò su di lui, in piedi e a gambe larghe, iniziando a far scolare l’acqua fredda e salata sul corpo del giovane, utilizzando i lunghi capelli castani come fossero una spugna.
Al contatto con l’acqua, il giovane lanciò un grido, inarcando il corpo, ed il cazzo svettò ancora più imperioso di prima.
Repressi a stento un mugolio d’eccitazione, mentre Martina si mordeva il labbro inferiore, anche lei chiaramente turbata da quei momenti.
La ragazza scavalcò il corpo del compagno e si andò a sistemare in ginocchio dietro di lui, le sue ginocchia a toccargli la testa, offrendo a noi spettatrici la visuale del suo sensuale profilo.
La vedemmo chinare lentamente il capo verso il ventre di lui, ed io mi sorpresi ad aprire inconsapevolmente la bocca, come se avessi dovuto accogliere tra le labbra l’erezione dell’uomo. Malgrado i miei torbidi pensieri, la ragazza non prese in bocca il suo uomo.
Si limitò ad appoggiare la punta dei suoi lunghi capelli sul ventre del ragazzo, ed iniziò a farli scorrere sul quel perfetto corpo maschile, secondo un metodo evidentemente già sperimentato.
La sua testa si muoveva da una parte all’altra, lambendo deliziosamente con i lunghi capelli la pelle del giovane, che dal canto suo rabbrividiva visibilmente, sia per il solletico procuratogli da quel lento sfiorare, sia per la sensazione di freddo dell’acqua del mare.
Il gioco della ragazza ebbe l’effetto di far diventare, se possibile, il pene ancora più grande e fremente.
All’improvviso lei smise di giocare col compagno e gli chiese un qualcosa, ricevendo come risposta un mugolio sommesso.
Allora le mani della donna presero ad accarezzare il petto dell’uomo, scorrendo su di lui come se lo stesse modellando, lievi come piume, delicate come un alito di vento primaverile, ma abili e decise, con movimenti aggraziati e carichi di un erotismo senza confini.
In punta di dita la vedevo disegnare i contorni della muscolatura del petto, e poi accarezzare le spalle, e quindi sfiorare i capezzoli del ragazzo.
Subito dopo si dedicò agli addominali, percorrendoli uno per uno, con una lentezza quasi esasperante.
Io ero ormai fuori di me per l’eccitazione che quello spettacolo mi provocava.
Non capivo letteralmente più nulla, perché non mi era mai capitato di assistere ad una scena così erotica e sensuale.
Mi voltai verso Martina.
I suoi occhi erano fissi sulla coppia, la lingua guizzava ad umettare le labbra ed i capezzoli dei suoi grandi seni erano turgidi e svettanti.
Eravamo entrambe letteralmente divorate dall’eccitazione.
Tornai con lo sguardo alla spiaggia sottostante e, con un gemito quasi di dolore e mordendomi il labbro, vidi che la mano della ragazza aveva abbandonato gli addominali del compagno, per appoggiarsi, senza esitazione, su quel cazzo svettante.
Rimase immobile per qualche secondo, e poi le dita iniziarono a scorrere sull’asta.
Fu quello l’esatto momento in cui smisi di ragionare, abbandonandomi all’istinto e alle impellenti esigenze del mio corpo.
In un attimo di assoluta follia erotica tirai i fiocchi dei laccetti che sorreggevano il tanga, me lo sfilai e, ora completamente nuda anch’io, mi misi seduta per terra, divaricando all’istante le gambe.
Martina era ancora in ginocchio, e con le mani si accarezzava e si stringeva voluttuosamente i seni.
Era fantastico spiare quella ragazza che aveva preso a masturbare il suo uomo, come era stupendo vedere Martina così eccitata: ed anche la mia nudità, in quei momenti, mi appariva stranamente e terribilmente erotica.
La mano destra della bionda scivolava leggera sul cazzo, e la sinistra accarezzava il petto, pizzicava i capezzoli dell’uomo, segnava il contorno della sua bocca.
Mentre anche Martina si sfilava il tanga, mettendosi seduta, anche lei nuda, accanto a me, pensai a quanto mi sarebbe piaciuto trovarmi al posto di quella donna, con quello stupendo cazzo fra le mani, poterlo stringere e sentirlo sussultare sotto le dita per il crescente desiderio.
Senza alcuna esitazione, feci scivolare la mia mano destra sul ventre, e poi ancora più in giù, fino ad incontrare le grandi labbra, già abbondantemente bagnate di umori.
Anche Martina aveva preso a masturbarsi apertamente, premendo con le dita sul clitoride eccitato.
Eravamo state ormai definitivamente travolte da quella folle esperienza.
La destra della ragazza continuava inesorabile in quell’affascinante sega, in un ipnotico e straordinario andirivieni: su e giù, su e giù… lenta, continua, inarrestabile.
Iniziai a respirare affannosamente, quasi seguendo il ritmo che la ragazza imprimeva alla sua erotica mano.
Il ragazzo si muoveva appena sotto il tocco abile della sua donna.
E lei non aveva altro pensiero che il piacere da donare a lui.
Fu un attimo, e di cui ancora oggi non riesco a fissare gli esatti contorni.
Credo, però, che ci voltammo nello stesso preciso istante, leggendoci reciprocamente negli occhi la straripante eccitazione che ci consumava.
Poi la mia bocca e quella di Martina s’incontrarono in un leve sfiorarsi di labbra, dischiudendosi subito dopo alla ricerca delle lingue impazzite.
Ci baciammo con una frenesia sconosciuta, e staccandoci l’una dall’altra solo quando il respiro ci venne a mancare.
Stordite da quanto appena accaduto, la mia guancia appoggiata a quella di Martina, tornammo con gli occhi alla spiaggia e alla coppia al centro delle nostre attenzioni.
La mano della ragazza continuava ad andare nel suo fantastico movimento, ora decisamente più vigoroso e rapido, esponendo ogni volta che scendeva la larga cappella congestionata.
Ad un tratto il suo compagno aprì le gambe, e la mano della ragazza fu veloce nello spostarsi sullo scroto, palpandolo, accarezzandolo, stringendolo con delicatezza.
Poi scivolò ancora più in giù, alla evidente ricerca dell’ano del suo compagno.
Ebbi la certezza di quanto stava accadendo quando, con un gesto deciso, lei infilò un dito in quel corpo adagiato sulla sabbia, penetrandolo a fondo e facendolo sussultare: aveva interrotto quella fantastica sega, e lo stava inculando.
Ora erano immobili, il suo dito infilato nel culo del ragazzo.
Stavo anch’io per penetrarmi con le dita, quando la mano di Martina iniziò ad accarezzarmi fra le gambe, stuzzicandomi meravigliosamente il clitoride: senza un attimo di esitazione, allungai il braccio, trovai la sua fica straordinariamente fradicia e, priva di alcuna incertezza, la penetrai con l’indice ed il medio.
Subito Martina incollò la bocca alla mia, non solo per il desiderio di baciarmi ma, e soprattutto, per evitare di gridare tutto il suo dirompente piacere.
Poi la scena sulla spiaggia riprese vita, come se non si fosse mai interrotta.
La mano della ragazza tornò ad impugnare il cazzo, per riprendere a masturbarlo con crescente velocità.
Su e giù, su e giù…
Anche le dita di Martina mi avevano penetrata, ed ora ci masturbavamo a vicenda con frenesia, gli occhi incollati a quel cazzo vicinissimo al momento di esplodere…
Su e giù, su e giù: il ritmo di quelle dita infernali accelerò ancora…
I nostri respiri ed i nostri sospiri erano l’inequivocabile segnale dei dirompenti orgasmi che squassavano il mio corpo e quello di Martina.
Su e giù, su e giù, ora senza sosta e freneticamente…
Venimmo insieme, io nella mano di Martina, e lei nella mia, le nostre dita inzuppate dei rispettivi liquidi dell’eccitazione…
E all’improvviso, finalmente, accadde.
Il ragazzo venne, eiaculando un lungo e potente getto di sperma, talmente abbondante e violento che raggiunse la ragazza sulla spalla e sui capelli.
Ne seguirono altri due, solo di poco meno grandiosi, per poi tramutarsi in un lento sgorgare sulla mano della sua compagna…
Tutto si era svolto in un silenzio irreale.
Cercai di nuovo le labbra di Martina e la baciai con straordinaria intensità.
Mi separai dalle sue labbra solamente quando vidi la ragazza alzarsi e avvicinarsi all’acqua del mare, per lavarsi via tutto quello sperma che aveva addosso…
In tutta fretta, Martina ed io, ci rimettemmo i tanga e, evitando accuratamente ogni rumore, tornammo alla nostra caletta.
Il sole era ormai quasi tramontato.
Raccogliemmo gli zaini, c’infilammo magliette e pantaloncini, e tornammo alla pensione, ancora scombussolate, ma anche notevolmente eccitate, per quanto accaduto.
Quella sera Martina ed io parlammo a lungo dei sorprendenti eventi della giornata, giungendo alla conclusione che quello che era accaduto tra noi, quel rapporto lesbico nel quale eravamo precipitate, era stato di certo causato solo dall’incontrollabile eccitazione di quei momenti.
E, con ogni probabilità, era assolutamente vero.
Ma l’ossessione per quella coppia di stranieri c’impedì quasi di chiudere occhio, al punto che all’alba avevamo deciso, e in modo del tutto irrazionale, di dare una nuova svolta a quella nostra vacanza.
Avremmo cercato di rintracciare i due per tutta l’isola, convinte che, se li avessimo nuovamente incontrati, questa volta non ci saremmo limitate a spiare le loro effusioni.
E fu così che, il giorno successivo, partimmo in sella al motorino alla ricerca del ragazzo e della sua splendida compagna, dimenticando, di fatto, il nostro angolo di paradiso che tanto avevamo amato.
Ma, come spesso succede, i sorprendenti eventi dei giorni successivi andarono ben oltre le mie aspettative, a tal punto che di quella vacanza mi è rimasto un ricordo struggente e incancellabile.
Un po’di pazienza, e vi racconterò per filo e per segno quello che poi accadde in quegli ultimi giorni di quell’indimenticabile estate greca.
FINE
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QUELL’ANGOLO DI PARADISO (hard)
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