Il orale è stato considerato un tabù in gran parte delle nazioni occidentali sin dall’inizio del Medio Evo, in particolare a causa dello stretto ed esclusivo nesso fra sessualità e procreazione, imposto dal cristianesimo di quell’epoca. In funzione di questa connessione, ogni altro tipo di sessualità, non collegata alla riproduzione, risultava quindi impura e perciò severamente proibita. Prima di allora, entro certi limiti, la pratica del orale era generalmente accettata in quelle culture che praticavano regolarmente e socialmente la balneazione (terme, bagni pubblici). Anche in questi casi vi erano dei notevoli tabù: nell’antica Roma precristiana le attività sessuali di tipo orale erano generalmente viste in un’ottica di e controllo. Ciò è evidenziato da due parole latine che descrivono l’atto: irrumare (penetrare oralmente) e fellare (essere penetrati oralmente).

In questo sistema, era considerata un’aberrazione per un maschio essere penetrato (o controllato) da un’altra persona di classe sociale inferiore. Questa stessa logica permetteva ad un uomo di ricevere la fellatio da una donna o da un altro uomo di una classe sociale inferiore (come uno schiavo o un debitore), perché avrebbe diretto le azioni della persona di classe inferiore.

I Romani consideravano il orale come pratica molto più deplorevole rispetto, per esempio, al anale: si diceva che chi era noto praticarlo soffriva di alito pesante ed era spesso un ospite sgradito a tavola [senza fonte]. Si pensava che fossero state le donne di Lesbo, ad aver introdotto la pratica della fellatio, e si diceva che usassero tingere di bianco le labbra con il seme. [senza fonte]

Così, mentre in Grecia la persona che eseguiva il orale era considerata attiva e quella che lo riceveva era considerata passiva [senza fonte], nei tempi della Roma antica eseguire la fellatio e il cunnilingus era considerata una pratica passiva e perciò deplorevole per un maschio, e il orale tra membri di classi sociali basse era considerato atteggiamento ancor più vizioso e quindi spesso visto come tabù [senza fonte]. Quindi eseguire qualsiasi tipo di orale era considerato passivo (nel senso di sottomettente) mentre ricevere il orale era considerato attivo (ovvero riflesso di una attività controllante).

A tal proposito, Catullo, nel suo carmen XVI, scrive:

(LA)
« Pedicabo ego vos et irrumabo,
Aureli pathice et cinaede Furi,
qui me ex uersiculis meis putastis,
quod sunt molliculi, parum pudicum.
nam castum esse decet pium poetam
ipsum, uersiculos nihil necesse est;
qui tum denique habent salem ac leporem,
si sunt molliculi ac parum pudici,
et quod pruriat incitare possunt,
non dico pueris, sed his pilosis
qui duros nequeunt mouere lumbos.
uos, quod milia multa basiorum
legistis, male me marem putatis?
pedicabo ego vos et irrumabo » (IT)
« Io ve lo ficcherò in e nell’ano
Aurelio bocchinaro e Furio culattone,
a voi, che per certi miei versi, è vero,
un po’ sconci, mi credete un degenerato.
Un poeta all’altezza dev’essere casto
lui stesso, non certo i suoi versi,
che di fatto hanno arguzia e sapore
proprio in quanto un po’ spinti e senza pudore
e in grado d’eccitare quel certo prurito,
non dico nei ragazzi, bensì nei caproni
ormai incapaci nel darci dentro coi fianchi.
Voi, perché leggete di tutti quei baci a milioni,
voi non pensate che io sia maschio a dovere?
Io ve lo ficcherò in e nell’ano. »

La pratica era tabù anche per ragioni di igiene. Nell’antica Roma, infatti, i genitali erano ovviamente una parte del corpo non particolarmente pulita e perciò si riteneva che il orale avrebbe reso la sporca e avrebbe costituito un potenziale rischio per la salute.

Fonte: wikipedia

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