Dopo avervi narrato del mio incontro con Laura, permettetemi di raccontarvi dei giorni trascorsi in compagnia di Olga.
Come vi avevo già detto, Laura sparì dalla mia vita quel lunedì mattina, e per circa due anni non ebbi più notizia alcuna di lei.
E’ necessario fare un veloce passo indietro.
Quando Laura mi salutò, di fronte alla scuola, aveva detto alle mie compagne di classe di quanto io mi fossi rivelato un amante a dir poco fantastico, e di come loro fossero fortunate a potermi avere a disposizione tutti i giorni, mentre lei aveva dovuto concentrare tutto in poco più di quarantotto ore di sesso sfrenato con il sottoscritto.
Quelle parole, dette da una donna assolutamente affascinante, ebbero la piacevole conseguenza di assicurarmi un’intensa e gratificante vita sessuale: e, una volta terminata la scuola, anche all’università non ebbi di certo grandi problemi a fare sesso con le ragazze che più mi piacevano.
Tutto questo fino al giorno in cui, un paio di anni dopo quell’indimenticabile fine settimana con Laura, proprio all’inizio della primavera, mi vidi arrivare, per posta, una busta con un biglietto: riconobbi all’istante la calligrafia, ed avvertii un’improvvisa e forte emozione che mi fece tremare le gambe ed accelerare i battiti del cuore.
Non mi aspettavo più di ricevere notizie da quella fantastica donna che aveva sconvolto la mia vita di adolescente.
Il biglietto di Laura recitava così:
“Ciao tesoro mio,
ti ricordi ancora di me? Avrei piacere di farti conoscere una mia cara amica: è sulla quarantina, e ti posso garantire che non ti lascerà insoddisfatto. Se vuoi ci vediamo mercoledì a mezzogiorno, in aeroporto, di fronte all’entrata delle partenze internazionali.”
Può apparire incredibile, in effetti, ma Laura sembrava conoscere, e alla perfezione, gli esatti movimenti dei miei genitori: infatti, proprio quel mercoledì, i miei partirono per un weekend lungo a Parigi, lasciandomi libero da impegni familiari per il mio incontro con l’amica di Laura.
Non abitavo più con i miei, ma, di fatto, ero spessissimo da loro.
Fu così che accompagnai i miei genitori all’aeroporto, aspettai una buona oretta, e poi mi misi in attesa delle due donne.
Ormai mezzogiorno era passato da un pezzo, e iniziavo a temere che Laura e l’amica non si sarebbero presentate all’appuntamento, quando mi avvicinò una cortesissima hostess che, una volta accertato che io fossi la persona giusta, mi consegnò una busta.
L’aprii, decisamente sorpreso dagli sviluppi della situazione, e lessi le poche righe che erano state scritte sullo stretto biglietto: Laura mi diceva di raggiungerle al mare, presso un noto ristorante della zona che conoscevo da tempo.
Quando partii dall’aeroporto, con il cellulare feci una rapida ricerca del numero telefonico e chiamai il ristorante verso il quale ero diretto: mi confermarono subito che le due donne erano effettivamente da loro, e che in quel momento si trovavano al mare. Prima di chiudere la comunicazione chiesi di tenermi in fresco una bottiglia di vino bianco e una di champagne.
Le avrei portate io stesso sulla spiaggia.
L’immagine che mi si presentò quando arrivai sulla spiaggia, praticamente deserta vista la stagione ancora agli inizi, fu a dir poco sensazionale: due corpi slanciati ed elegantemente vestiti, seduti su un pedalò ancora in disarmo, strettamente abbracciati e che si scambiavano tenerezze, e forse anche qualcosa di più.
Quella che chiaramente era una donna, perché indossava una stretta gonna di pelle e una camicetta bianca, non appena mi vide, si alzò venendomi incontro correndo e mi baciò sulla bocca: era la mia Laura, ed il cazzo mi divenne subito duro nello stesso istante in cui la vidi e non appena le sue labbra si posarono sulle mie.
Poi, dopo i convenevoli di rito, insieme ci dirigemmo verso la sua amica.
Al contrario di Laura, la donna indossava dei pantaloni di pelle molto attillati (e quei pantaloni mi avevano fatto pensare, inizialmente, che si trattasse di un uomo), con degli stivaletti dal tacco di almeno una decina di centimetri; anche lei, come Laura, indossava una camicetta bianca che a stento tratteneva gli splendidi seni, mentre i capelli, di un magnifico biondo naturale, erano tagliati corti a coprirle il collo, e pettinati tutti all’indietro con abbondanza di gel.
La donna aveva gli occhi verdi, e le morbide labbra, impreziosite dal rossetto, erano di un voluttuoso color rosso acceso, come, del resto, anche le unghie delle mani.
Così mi apparve Olga per la prima volta.
Andando verso di lei, Laura mi aveva subito detto che Olga attraversava un difficile momento, ed era appena uscita da una relazione che sembrava aver compromesso il suo rapporto con gli uomini; anzi, Laura mi disse che la sua amica aveva cercato in lei l’affetto ed il sesso, coinvolgendola in un torrido rapporto saffico.
Laura era però convinta che Olga dovesse, e al più presto, recuperare il piacere di stare con un uomo, di concedersi a lui senza timori e di farci del sano e arrapatissimo sesso.
Ed io ero la persona prescelta per questo.
Appena arrivati accanto ad Olga, Laura mi presentò all’amica, descrivendole con dovizia di particolari le mie doti amatorie, e quindi le comunicò che la lasciava in mia compagnia, perchè se non si fosse affrettata avrebbe perso l’aereo, e che questo non sarebbe potuto assolutamente accadere per sconosciuti e misteriosi suoi motivi di lavoro.
Olga non sembrava per niente contenta della situazione venutasi a creare: mi guardava con aria interrogativa, e chiaramente avrebbe preferito continuare ad accarezzare Laura, evidentemente appagata da quell’interludio lesbico.
Ma Laura era di tutt’altra opinione.
Io, e solo io, mi sarei dovuto occupare di Olga.
Laura guardò un’ultima volta l’orologio, e poi ci disse che sarebbe partita alla volta di una non meglio identificata località d’Europa e che ci saremmo rivisti non prima di domenica sera.
Olga ed io, entrambi imbarazzati, la guardammo andar via.
Durante il pranzo, Olga cominciò a sentirsi più a suo agio e ad accettare la possibilità di stare da sola con me.
Finito di pranzare la portai di nuovo sulla spiaggia: sarà stata l’atmosfera, sarà stato la brezza carica di salsedine di quel pomeriggio, fatto sta che, per la prima volta, abbracciai Olga e percepii il suo fantastico profumo.
La sua pelle, così eroticamente abbronzata e pervasa di una fragranza che mi faceva girare la testa, rappresentava per me un’incredibile attrazione.
Tornati al ristorante, prendemmo la sua valigia, salimmo in macchina e ci dirigemmo verso casa mia; come vi dicevo non abitavo più fuori città con i miei, e la casa, sia pure più piccolina di quella dei miei genitori, era però soltanto mia.
Una volta entrati in casa, Olga non disse una parola per alcuni lunghi secondi: poi, all’improvviso, mi chiese dove si poteva fare una doccia per rinfrescarsi.
Io, già discretamente eccitato, le mostrai il bagno, le diedi un accappatoio e degli asciugamani, e feci per uscire e andare ad aspettarla nel piccolo salone.
Ma lei, tenendo i suoi occhi fissi nei miei, prese immediatamente a spogliarsi.
Fu così che vidi Olga nuda per la prima volta.
Il suo corpo era splendido, e tutto quello che avevo solamente intravisto attraverso i vestiti mi si confermava in pieno: i seni di quella fantastica donna erano grandi e sodi, e i capezzoli perfettamente proporzionati alla grandezza delle tette.
La fica era perfettamente depilata, e il culetto prometteva un intero mondo di lussuria e passione.
Una volta che si fu completamente svestita, Olga entrò sotto la doccia, e subito per tutta casa si avvertì un intenso profumo di muschio bianco che mi apparve subito erotico in maniera incredibile. Più sentivo quel profumo e più i miei sensi si andavano eccitando; resistetti per circa cinque minuti (e furono minuti dolorosamente lunghi), ma poi mi spogliai ed entrai nella doccia con lei.
Avevo il cazzo in piena erezione.
Olga non si scompose minimamente: anzi, potrei giurare che mi stesse aspettando.
Mi osservò per un istante e poi prese a strusciarsi addosso a me, con l’aria di chi aveva atteso quel momento anche troppo a lungo.
Prendemmo ad accarezzarci sempre con maggiore sensualità: le mie mani indugiavano sempre di più sui suoi capezzoli incredibilmente turgidi.
Con le mani mi dedicai a massaggiarle e ad accarezzarle sia le natiche che la fica, mentre per le tette ci sarebbero state le mie labbra e la mia lingua.
Olga non faceva altro che ansimare e mugolare con sempre maggiore intensità, divorata da un’eccitazione incontrollabile: fu allora che la donna s’inginocchiò e, senza dire una parola, mi prese il cazzo in bocca, cominciando un fantastico pompino.
Mi sembrava di morire: Olga era incredibilmente dolce, ma, allo stesso tempo, diabolicamente decisa ed esperta. Con consumata abilità lambiva con la lingua l’intera asta, scavando nel piacere e facendomi rabbrividire: poi, sempre con la bocca, mi scappellò con forza, leccando e succhiando con intensità crescente.
Non resistevo più a quella deliziosa tortura: le mormorai, sconvolto dal desiderio, che volevo entrare in lei.
Olga non mi fece attendere: mi lasciò il cazzo e, appoggiandosi alla parete della doccia, mi salì praticamente in braccio, facendosi penetrare a fondo nella fica.
Quando lei iniziò a muoversi su di me, sentii che l’orgasmo era prossimo, e la sua incredibile carica erotica mi stava facendo diventare letteralmente matto; venimmo quasi in contemporanea, e allora lei mi abbracciò ancora più stretto, e poi mi disse che aveva ancora voglia del mio cazzo.
Non ci asciugammo nemmeno.
Bagnati, andammo a sdraiarci sul letto, sicuri che ci saremmo ben presto asciugati col calore della passione dei nostri corpi frementi.
Olga mi chiese, anzi quasi mi supplicò, di baciarle il seno e di accarezzarla tutta.
E io obbedii subito a quell’erotico comando, e mi dedicai ai suoi seni, mentre con le mani le accarezzavo il ventre incredibilmente teso, e poi scendevo sul suo pube, sfiorandole appena la parte superiore di quell’eccitante parte del suo corpo.
Fu Olga a implorarmi di masturbarla: ormai aveva perso il controllo di se stessa.
Mi disse che la dovevo far urlare dal piacere e che voleva essere penetrata: la baciai sulle labbra e, malgrado volessi essere delicato, lo giuro, quando le mie labbra si posarono sulle sue e le nostre lingue s’intrecciarono in un lungo e appassionato bacio non riuscii più a controllarmi.
Il desiderio di possedere ancora quella fantastica donna ebbe la meglio sui miei buoni propositi: le allargai le cosce e senza alcuna esitazione la penetrai con un solo colpo.
Olga esplose in un urlo di piacere, ed io iniziai a scoparla con una frenesia fino ad allora sconosciuta.
Lei mi strinse tra le sue cosce e assecondò il mio ritmo, rabbrividendo e sussultando sotto le mie spinte.
Dopo qualche minuto di quella ginnastica uscii da lei e la feci voltare, mettendola a pecora: la volevo penetrare da dietro, prenderla in quel modo e godere della sua pelle e del suo corpo.
Fu fantastico quando il mio pene entrò in lei: Olga cominciò ad ansimare sempre con maggiore frequenza e proruppe in un primo orgasmo, al quale poi ne seguirono molti altri, fino a quando anche io venni gridando.
L’avevo avvertita che stavo per esplodere, ma lei non volle sentire ragioni: Olga desiderava sentire il mio sperma caldo dentro il suo corpo.
Placato quel primo momento di pazzia sessuale, ci sdraiammo uno di fianco all’altra, e cominciammo a baciarci teneramente.
Mi chiese scusa per l’inizio un pò imbarazzante del nostro rapporto, poche ore prima sulla spiaggia.
Ben presto, però, riprendemmo ad accarezzarci, ora senza più desiderio, ma solo con la dolcezza che segue la grande passione appena consumata.
La sera uscimmo, proprio per ricaricare le pile, ma almeno per me fu un lungo supplizio, Olga era vestita in maniera a dir poco sensuale: indossava una minigonna di pelle color prugna e sopra portava un piccolo corpetto di pelle nera. Data la stagione ormai primaverile, ai piedi calzava sandali con il tacco altissimo, alla schiava, e non aveva messo le mutandine.
Era un attentato per le mie coronarie, naturalmente, ma avevo ricevuto ordine di non toccarla fino al momento di tornare a casa ed io, ubbidiente, avevo eseguito gli ordini che la donna mi aveva dato.
Passammo tutta la sera a parlare del più e del meno, sempre senza fare alcun accenno alla nostra attrazione fisica.
Ad un certo momento Olga mi disse che aveva bisogno di sentire le mie mani sul suo corpo e visto che suonavano dei lenti, ed in quel locale si poteva ballare, andammo sulla pista da ballo.
La sua pelle.
Il ricordo più vivido che ho di Olga è la sua pelle, liscia e perfetta: quella sera profumava ancora di muschio bianco, e quando iniziammo a ballare mi persi in quel suo profumo, iniziando a baciarla delicatamente sul collo.
Dopo pochi minuti Olga mi disse che non resisteva più e che voleva essere posseduta da me, e che voleva che lo facessimo lì, in pubblico.
La sua idea mi stuzzicò moltissimo: cercammo un angolo del locale appartato, il più distante e buio, e la feci sedere su di me, tirando subito fuori il mio cazzo che era già in completa erezione.
Non appena il mio cazzo s’insinuò tra le morbide pareti della fica di Olga divenne come di marmo: la penetrai con desiderio crescente e negli occhi della donna vidi la felicità assoluta. Furono momenti indimenticabili con Olga che si muoveva su di me in modo ritmico e sinuoso: l’orgasmo arrivò prepotente e quasi liberatorio, ma ad Olga questo non poteva di certo bastare.
Lei voleva avere di più da me e quando tornammo a casa lo ottenne.
Ormai la mia storia d’amore con Olga stava per giungere alla fine: era il sabato pomeriggio e l’indomani avrei dovuto riaccompagnarla all’aeroporto dove avrei rivisto anche Laura.
Mentre stavo pensando a cosa poter fare per quel sabato sera sentii suonare alla porta e quando aprii c’era Laura con in dosso un trench e in mano champagne, caviale e ostriche: il sabato sera sarebbe stato perfetto.
Quando Olga vide la sua amica ebbe paura di dover andare via, ma Laura si tolse il trench e rimase in biancheria intima, come aveva fatto già due anni prima, e le sue prime attenzioni, invece di essere rivolte a me, furono tutte per Olga.
Le si avvicinò e, con sguardo dolce e sognante, le accarezzò una guancia e poi la baciò sulle labbra, dicendole che le era mancata molto in quei giorni; poi, vedendomi sempre più perplesso, mi abbracciò, mi prese una mano e se la portò su un seno, per poi baciarmi sulle labbra.
Olga allora si alzò in piedi e disse a Laura che io meritavo un trattamento migliore, essendomi io dedicato a darle il piacere più assoluto e totale.
Allora Laura, sorridendo, tirò fuori la lingua e l’ avvicinò alla mia: a quel punto anche Olga unì la sua lingua alle nostre, e da quel momento, fra noi, fu solo sesso, per la prima volta fu sesso a tre.
Mi sentivo come in paradiso:
Ci sedemmo sul divano e chiesi a Laura e Olga di baciarsi davanti a me.
Le loro lingue si muovevano e s’intrecciavano, ed io pensai che fosse lo spettacolo più erotico a cui avevo mai assistito in vita mia.
Laura vide la mia potente erezione e volle che Olga mi scopasse davanti a lei:
E così avvenne.
Quando Olga ebbe goduto, fra gemiti e sospiri, fu il momento di Laura di avvolgermi il cazzo con la sua fica bollente e grondante del più intenso piacere.
Verso mezzanotte Laura disse che voleva andare in centro in un locale dove ci saremmo potuti divertire, un locale dove saremmo stati liberi di continuare nei nostri giochi erotici.
Tornati a casa a notte fonda, Laura chiese ad Olga di lasciarci soli e si venne a sdraiare vicino a me e facemmo di nuovo l’amore.
Il giorno dopo le mie due amanti non c’erano più.
In bagno trovai le loro due mutandine e un foglio sul quale era scritto che era stato tutto magnifico, ma che non sarebbero mai più tornate da me.
Lessi che, dopo che io mi ero addormentato, le due donne avevano fatto sesso e che avevano definitivamente capito quale fosse il loro reale desiderio.
Olga e Laura.
Due splendide dee del sesso.
Forse lesbiche.
O forse no.
La mia è una città assolutamente fantastica, dove si vive in maniera divina.
Dopo la mia parentesi di sesso con Olga, per alcuni anni ebbi le normali relazioni sentimentali e sessuali tipiche dei ragazzi della mia età.
Fino a quando…
Un giorno di gennaio ero andato in centro per farmi una passeggiata, anche per vincere la noia di quel periodo; camminavo per le strade da solo, e il vedere tutte quelle coppiette che amoreggiavano mi metteva una certa tristezza.
Dopo che la mia breve storia con Olga era finita, devo ammettere che non m’impegnai troppo nella ricerca di una ragazza con la quale costruire una relazione stabile: e così, ben presto, la classica scopata e via mi aveva decisamente stancato.
Di Laura, ovviamente, più nessuna traccia: dopo quei giorni non l’ho mai più vista.
Credo che lei ed Olga siano andate a vivere insieme da qualche parte, probabilmente o a Parigi o a Londra, godendosi quel loro straordinario ed intenso rapporto saffico.
Visto che non avevo nessuno che mi aspettasse e che l’idea di tornare a casa mia, così tristemente vuota, mi metteva malinconia, pensai di andarmi a prendere un aperitivo in un elegante locale del centro, dove in genere si assiste sempre a siparietti molto carini tra dongiovanni di vario genere e donne in cerca di facili avventure.
Ma quella sera sembrava che tutto dovesse essere monotono e vagamente triste.
Il locale, seppur discretamente affollato, era pervaso da una calma irreale.
Stavo per andarmene, rassegnato a rientrare a casa, quando dalla porta principale fece la sua comparsa un vero e proprio ciclone mulatto. Samantha (ma lei voleva essere chiamata solamente Sam) era alta circa un metro e settantacinque, portava lunghi e curatissimi capelli lisci e neri su un corpo statuario, definito da ore e ore di palestra: la ragazza aveva due glutei perfetti, fasciati e modellati da un paio di jeans così stretti che definire attillati era a dir poco un eufemismo.
E anche il resto del suo corpo non era da meno.
Sotto il giubbetto di pelliccia, Sam indossava un maglioncino nero, di quelli abbottonati sotto il seno, e una camicetta bianca generosamente aperta che evidenziava due tette a dir poco magnifiche, trattenute da un delizioso reggiseno di pizzo nero che faceva maliziosamente capolino dalla scollatura della camicetta.
Il viso era dolce, ma determinato, e i lineamenti regolari erano esaltati dalle labbra carnose e da un nasino piccolo e perfetto; gli occhi della ragazza erano di un azzurro intenso e carichi di una luce irresistibile e misteriosa.
Perfettamente e sapientemente truccata, la donna si era applicata sulle labbra un rossetto marrone scuro.
Le mani erano perfette, dalle dita lunghe e sottili, e le unghie erano laccate di un intenso color prugna.
Il quadro di quella straordinaria bellezza si chiudeva con un paio di stivali neri, dal tacco a spillo di almeno una decina centimetri.
Il suo incedere era deciso e flessuoso, e chiaramente era conscia alla perfezione dell’effetto che faceva su noi maschietti, perché non sembrava minimamente infastidita dagli sguardi, il più delle volte lascivi, di alcuni dei presenti.
Sam, insomma, era una splendida donna, consapevole del suo straripante fascino.
Gli occhi di tutti gli uomini vennero calamitati da questo ciclone, e anche io non rimasi indifferente a quella meraviglia.
In pochi istanti almeno cinque uomini cominciarono ad andarle dietro e a farle la corte, mentre lei li sopportava tra il divertito e l’annoiato: io, per mia scelta, decisi di non avvicinarmi a lei, ma di seguire i suoi movimenti solo con lo sguardo.
Non volevo confondermi con tutti gli altri, e non volevo che credesse che anche io non cadessi subito ai suoi piedi: e poi pensavo che magari mi avrebbe notato di più se, alzando gli occhi, avesse visto un ragazzo seduto al banco e non a farle la corte.
Le mie supposizioni si rivelarono corrette.
Lasciando tutti con un palmo di naso Sam si alzò di scatto e, esibendo il suo più dolce sorriso, venne verso di me e mi disse: “ Tesoro, sei arrivato ! Scusami se non ti ho visto prima… “
Io, di rimando, le risposi prontamente e con un tono divertito: “ Amore… certo che non mi hai visto… con tutte queste persone attorno non ti potevi accorgere del mio arrivo… ” Sam mi fece un grande sorriso pieno di ringraziamento perché finalmente lo stuolo di maschi arrapati si era dissolto nel nulla dopo il mio miracoloso intervento.
Dissi subito alla ragazza che, non appena lei lo avesse voluto, io me ne sarei andato, perché non era mia intenzione infastidirla come avevano fatto tutti gli altri avventori.
Ma lei, tutta allegra, mi rispose che per il momento non aveva nessuna intenzione di liberarsi di me.
Ci prendemmo dunque il nostro aperitivo e poi, come se nulla fosse, ci alzammo dagli sgabelli: quando feci l’atto di salutarla Sam mi chiese il motivo per il quale io mi volessi liberare così presto di lei, e io le risposi che avevo pensato che la sua fosse stata soltanto una scusa per liberarsi da tutti coloro che l’avevano importunata.
Sam, al contrario, mi disse che era da tre giorni a Roma e che era stata avvicinata solo da personaggi improponibili e che ora che aveva finalmente trovato un bel ragazzo non aveva più la minima intenzione di lasciarselo scappare: quindi, a meno che io non avessi impegni per il resto della serata, a lei avrebbe fatto piacere restare in mia compagnia.
Io non me lo feci ripetere due volte, naturalmente, la invitai subito a cena.
La condussi in un locale rinomato per il pesce, dove mangiammo aragoste e ostriche bevendo un ottimo vino bianco ghiacciato, e trascorremmo quelle ore in allegria e con la voglia di continuare a godere della reciproca compagnia.
Arrivati intorno alla mezzanotte, lei si fece riaccompagnare in albergo: Sam mi diede un bacio sulla guancia e mi salutò, restando però d’intesa che ci saremmo rivisti l’indomani mattina verso le dieci.
Devo ammettere, in tutta onestà, che ci rimasi male: speravo di chiudere la serata in altro modo.
Il giorno dopo, all’ora stabilita, mi presentai nell’elegantissimo albergo in cui soggiornava la mia amica, e quando chiesi di Sam alla reception mi consegnarono una copia della chiave della sua camera, dicendomi che lei mi stava aspettando.
Emozionato da quell’inatteso sviluppo, salii al piano dove si trovava la sua camera ed entrai: pensavo di trovarla ancora semiaddormentata ma il letto era quasi intatto.
Indeciso sul da farsi, mi giunse però la sua voce dal bagno: Sam che mi disse di mettermi comodo e che lei sarebbe arrivata prestissimo per la colazione.
Obbedii e mi sedetti in una poltroncina: dopo pochi minuti lei apparve, completamente nuda, con in mano un flacone d’olio per il corpo.
A quella vista restai letteralmente senza fiato.
Guardandomi maliziosamente, Sam mi chiese perché non mi fossi messo comodo e se lei mi piacesse: a quelle parole mi alzai di scatto e le mostrai tutta la mia eccitazione, sempre più evidente sotto i pantaloni; subito mi spogliai anch’io, e quando lei vide il mio uccello completamente eretto, un sorriso distese le sue labbra, dicendomi che sarebbe stata una colazione veramente gustosa.
Dal tavolino apparecchiato per la prima colazione, lei afferrò una bomboletta di panna e mi chiese di iniziare io a fare la colazione, visto che gli ospiti si devono servire per primi. Afferrai dalla sua mano la bomboletta, agitai la panna montata e la sparai su un seno di Sam: la guardai e le dissi sorridendo che adoravo lo zuccotto alla panna e quindi le sparai altra panna sulla fica, cominciando poi a leccarla tutta.
Sam era perdutamente eccitata: volle ricoprire il cazzo di panna e poi iniziò a leccarlo, regalandomi un pompino da urlo. Quando le venni in bocca, riempiendola del mio seme, con aria compiaciuta lei mi disse che solo i cannoli migliori alla fine tirano fuori lo strato di crema calda che hanno al loro interno.
Sam mi disse che le avrebbe fatto piacere andare in giro per la città con me e andò in bagno. Al suo ritorno si era fatta un’affascinante coda di cavallo e si era perfettamente truccata: sceglieva sempre dei colori che esaltassero i suoi occhi blu e che mettessero in evidenza il colore della sua pelle, così scuro da sembrare perennemente abbronzata. Mancavano solo il rossetto e lo smalto alle unghie: Sam mi chiese quali colori mi avrebbero eccitato di più, e allora per le mani scelsi uno sconvolgente blu, mentre per le labbra le dissi di applicare un rossetto rosso che, a suo dire. avrebbe anche risvegliato i morti. Mi disse anche che voleva che tutti m’invidiassero e così indossò una minigonna nera e un corpetto di pelle rossa lucida e un bolerino anch’esso nero, sopra una specie di spolverino rosso: mi disse che il rosso rappresentava il suo grado di passione per me e il colore nero il grado di depravazione in cui l’avevo gettata.
Andammo in giro tutta la mattina, e appena potevamo ci accarezzavamo, e una volta le chiesi di andare in un bagno di un bar, perché volevo da lei un pompino: Sam fu ben felice di accontentarmi e fu semplicemente fantastico.
Nel primo pomeriggio Sam ricevette una telefonata ed il suo umore cambiò repentinamente.
Seppi in seguito che il marito, da cui lei era scappata, aveva scoperto dove si era andata a rifugiare e aveva preso un aereo alle quattordici da Londra per venirsi a riprendere la moglie: allora lei mi supplicò di portarla via, ovunque fosse, ma lontano dall’albergo in cui alloggiava.
Fu così che le proposi subito il mio appartamento: lei accettò senza alcuna esitazione, non so se più contenta dell’idea di venire a casa mia o se più terrorizzata dal pensiero che il marito la trovasse.
Tornammo di corsa all’albergo e lei pagò in contanti, fece rapidamente la valigia e, con la mia macchina, partimmo alla volta di casa mia.
Mentre mi allontanavo dal marciapiede, Sam vide il marito scendere da un taxi: per evitare che lui la vedesse lei si abbassò su di me: lo confesso, a quel contatto mi eccitai all’istante.
Sam mi disse con aria falsamente sorpresa che ce lo avevo duro, e con sguardo sognante cominciò ad accarezzarmi; le comunicai che c’eravamo allontanati e che il marito non ci poteva più vedere, ma lei rimase su di me, mi sbottonò i pantaloni e prese il cazzo in bocca, facendomi un pompino mentre guidavo la macchina.
All’improvviso si tirò su e proseguì con una sega: arrivati sotto casa non volle aspettare e mi venne sopra e lo facemmo lì in macchina. Senza pudore, Sam aveva deciso di ringraziarmi perché, senza chiederle nulla, le avevo proposto di venire a stare da me.
Lei voleva stare in città solo tre giorni e poi trasferirsi da qualche altra parte, ma io la convinsi a stare da me ancora per un giorno e che poi l’avrei accompagnata alla stazione per farla andare verso Parigi.
Quando entrammo nel portone di casa lei mi superò e salì le scale prima di me: ad ogni gradino la sua gonna saliva un pochino, rivelandomi panorami strepitosi.
Giunti al mio appartamento le diedi le chiavi e lei si piegò per aprire la porta, offrendo ai miei occhi e alle mi mani il suo fenomenale culo.
Non ebbi un attimo d’esitazione: le afferrai le natiche, quasi schiaffeggiandole e poi mi tirai fuori il cazzo e glielo appoggiai sullo spacco. Allora Sam si sbrigò ad aprire la porta di casa, e quando entrammo lei si andò a sistemare su un divano, offrendomi in maniera ancora più provocante il suo culo.
Mentre la scopavo alla pecorina, con le dita le massaggiavo il buchetto del culo, e devo dire che non mi ci volle troppo per renderlo disponibile ad essere penetrato.
Quando ormai era tutto pronto, lei mi disse, con l’aria più eroticamente sognante che si possa immaginare: “ dai tesoro… inculami… “.
Non me lo feci ripetere due volte e la penetrai con un solo colpo: lei cacciò un urlo, ma quando le chiesi se voleva che uscissi mi disse di no, e che anzi desiderava che io cominciassi a muovermi.
Incularla fu una cosa assolutamente fantastica: le dissi che, però, volevo venirle ancora una volta nella fica, e lei mi rispose che era anche quello il suo desiderio e che potevo uscire dal suo culo per rientrare nel suo corpo a pochi centimetri di distanza.
Dopo pochi minuti dall’averle affondato il cazzo nella fica le venni dentro in modo copioso, come uno che non scopa da mesi e che ha le palle rigonfie di sborra pronta ad esplodere.
Dopo essere venuto la presi in braccio e la portai in camera da letto e le dissi che quello era il suo regno incantato dove nessuno le avrebbe potuto fare del male: le dissi anche che quello era il regno del piacere e del sesso, fatto e goduto nei modi più strani, perversi, se così a lei andava, e nello stesso tempo dolci, come la regina del sesso poteva desiderare.
Il pomeriggio lo passammo a letto, a parlare del suo passato, di suo marito e della voglia che aveva di scappare da quell’uomo. Più tardi le proposi di andare a fare l’amore al mare, non in una casa ma proprio sulla spiaggia: lei mi rispose che ero un pazzo, ma poi accettò, dicendomi che voleva prima farsi una doccia bollente e solitaria, e poi prepararsi in modo adeguato.
Nel frattempo, io dovevo scegliere lo smalto per le unghie delle mani e dei piedi e il rossetto, e l’abbigliamento che la ragazza avrebbe dovuto indossare.
Per la serata che ci si prospettava scelsi il colore rosso scuro, perchè lo trovavo tremendamente erotico: quindi uscii di casa e andai a comprarle in una erboristeria una crema profumata al biancospino, e in un altro negozio acquistai degli stivali di vernice nera che arrivavano fino all’inguine, un reggiseno di pizzo nero push up, un tanga nero e delle calze autoreggenti, sempre nere, e che arrivassero all’altezza degli stivali.
Quando rientrai in casa lo spettacolo che mi si parò davanti fu sublime: Sam aveva acceso tutte le candele che avevo in casa e ed era già truccata. Volle che mi andassi a fare una doccia e che mi vestissi come lei aveva deciso per me; sul letto c’erano un paio di boxer, calze, un paio di jeans strappati, una camicia da sera e sopra mi dovevo mettere un giubbetto di pelle.
In bagno trovai il gel che anche la mia Sam si era messa nei capelli per acconciarseli in quel modo così sensuale.
Quando uscii dalla camera da letto Sam era lì ad aspettarmi, bella più che mai: indossava le cose che le avevo comprato. Sopra la biancheria intima si era messa un abitino di maglia nero e cortissimo, che le copriva solo il sedere: mi chiese di aiutarla ad indossare lo spolverino e così fummo pronti ad uscire di casa.
Non dicemmo una parola per tutto il viaggio.
La tensione erotica che ci avvolgeva non ci permise di dire assolutamente nulla. Aspettavamo solo di poter sfogare tutto il desiderio che avevamo l’uno nei confronti dell’altra.
Arrivati al mare, Sam ed io prenotammo un tavolo nel più romantico dei ristoranti e poi andammo a farci una prima passeggiata sulla spiaggia.
Ad un certo punto le dissi che avevo la mano destra fredda e che me la volevo riscaldare: prima l’appoggiai sotto lo spolverino e poi lentamente, molto lentamente, scesi fino al suo sedere, quindi tirai su il vestitino e cominciai ad accarezzarle le natiche; poi spostai il filo delle mutandine, e iniziai a titillarle il buchetto del culo.
Sam era come impazzita dal desiderio: lì vicino, ma non troppo al ristorante, si trovava un capanno di pescatori; entrammo, e lei volle che io la inculassi, e questa volta pretese che le venissi nel culo.
Prima lei mi regalò uno dei suoi mitici pompini, in modo che io avessi il cazzoduro e umido per penetrarla senza difficoltà: appena dentro di lei, presi anche a masturbarle la fica, e Sam perse completamente il controllo di se e iniziò ad avere continui orgasmi sempre più forti e dirompenti.
Il suo corpo era come impazzito dal desiderio, stravolto dalle mie attenzioni sempre più pressanti.
Quando le venni dentro i suoi orgasmi non si contavano più e una luce nuova le pervadeva lo sguardo sempre più luminoso e carico d’erotismo.
La sera al ristorante fu una sola e continua allusione al sesso e a quanto fosse bello scoparci.
Ad un certo momento le dissi che non ce la facevo più e che avevo un bisogno immediato di fare sesso: Sam mi disse che anche per lei valeva la stessa cosa e che sarebbe stato meglio pagare il conto, perché lei quel vestito di maglina non lo sopportava più e che lo voleva gettare via.
Usciti dal ristorante ci andammo a nascondere sotto una barca e lì le sfilai il vestitino di maglia e le strappai di dosso le mutandine, e quindi fu lei a spogliarmi: a quel punto iniziai a leccarle la fica fino a farla mugolare, poi le chiesi di farmi un pompino per agevolare la penetrazione del mio cazzo ormai teso e duro fino all’inverosimile.
Il cazzo, infatti, la penetrò senza difficoltà: una volta dentro cominciammo a muoverci e a godere di quei momenti così belli ed intensi.
Sam era un diavolo assatanato di sesso: completamente nuda uscì da sotto la barca e corse verso il capanno.
Io la raggiunsi, anche io nudo, e lì rifacemmo l’amore senza vergogna e senza pudore. Sam volle che la inculassi ancora, ed io la penetrai nel culo, con una dolcezza mai provata in quei due giorni in cui la libidine aveva raggiunto livelli inimmaginabili. Le venni dentro e lei ebbe vari violentissimi orgasmi, accentuati dal fatto che io le masturbavo di continuo la fica.
Più tardi l’accompagnai a casa e aspettai di sotto mentre lei infilava nel borsone le quattro cose che si era portata via quando era fuggita dal marito; poi l’accompagnai alla stazione, la portai al suo treno e con un grande sforzo me ne andai.
Non le dissi quanto i miei sentimenti per lei stessero diventando profondi e sinceri, non mi pareva il caso.
Sam mi disse che se mai fosse passata per la mia città mi sarebbe venuta a trovare per farci una rimpatriata, ma come sapevamo tutti e due non ci saremmo mai più rivisti.
Ma da lì a pochi giorni ricevetti una telefonata che risvegliò in me vecchie e nuove emozioni, e di cui appena possibile vi narrerò.
Quando, solamente tre ore fa, sono arrivato con la macchina al parcheggio del motel, lei si era appena registrata alla reception, e, tenendo in mano le chiavi della camera che le era stata assegnata, era passata davanti a me.
Io l’avevo guardata con interesse, e anche lei non mi aveva di certo ignorato, ricambiando il mio sguardo senza alcun imbarazzo.
Con passo sicuro e andatura elegante, un nero borsone da viaggio nella destra, la coda di capelli biondi ondeggiante sulla schiena, la donna si era diretta alla porta della camera a lei riservata, aprendola rapidamente e sparendovi in un attimo all’interno.
Una donna veramente attraente, avevo subito pensato, mentre anch’io mi registravo per la notte, ancora ignaro degli straordinari sviluppi di quell’insolita serata.
La mia camera era tre porte dopo la sua.
Il tempo di una rapida doccia ed un altrettanto veloce cambio d’abiti, ed ero uscito alla ricerca di qualcosa da mettere sotto i denti.
Cento metri dopo il motel, lungo la grande strada statale, l’insegna illuminata di una rosticceria mi aveva immediatamente attirato: esattamente come una farfalla notturna è attratta dalla luce di un lampione.
Avevo aperto la porta del locale e…
E lei era lì, in un tavolo d’angolo, nell’attesa di essere servita.
Per la seconda volta in quella serata i nostri sguardi si erano incrociati all’istante, gli occhi dell’uno magneticamente attratti da quelli dell’altra.
Il locale era in pratica deserto, a parte un paio di tavoli occupati da camionisti di passaggio e diretti verso l’ancora lontana Salonicco.
Senza alcun’incertezza, mi ero diretto verso il tavolo occupato della donna, scostando la sedia e sedendomi di fronte a lei.
In silenzio c’eravamo guardati per lunghi istanti, e nei suoi occhi avevo letto la mia stessa curiosità ed il mio stesso desiderio.
Un’attrazione reciproca.
Di questo si trattava, dunque.
Un’attrazione fisica improvvisa, tanto irrazionale quanto irrefrenabile.
Avevamo quindi mangiato, quasi in assoluto silenzio, le poche frasi intessute di banalità: ma gli occhi… i nostri occhi non si erano lasciati un attimo soltanto, iniziando loro a fare l’amore prima dei nostri corpi frementi.
Dopo la cena, lei era venuta direttamente in camera mia, come si trattasse della cosa più logica e scontata.
Avevo chiuso a chiave la porta della camera, l’avevo baciata inebriandomi del suo profumo, e l’avevo lentamente spogliata, scoprendo un corpo di una grazia e di un’armonia assolutamente fuori del comune.
Quindi l’avevo accarezzata a lungo, riempiendomi le mani della sua pelle liscia e vellutata.
Alla fine era stata lei stessa a togliermi gli abiti, restituendomi tutte le carezze che io le avevo appena regalato.
Completamente nudi, eravamo crollati sul letto, travolti dalla passione e dal desiderio: in un attimo ero entrato in lei, penetrandola e riempiendola della mia eccitazione e della mia voglia di sesso.
Avevamo scopato a lungo, in una girandola di sensazioni e di posizioni, in un’esplosione continua d’orgasmi senza fine.
Ora, seduto su questo consunto e vetusto divano, dall’improponibile color aragosta, la schiena comodamente appoggiata alla spalliera e le gambe divaricate, la osservo con compiacimento, meravigliandomi ancora una volta del suo splendido corpo.
Siamo entrambi ancora completamente nudi.
Lei è sdraiata accanto a me, distesa sull’altra seduta del divano, le gambe appoggiate di traverso sulle mie: la bottiglia di vino gelato che avevo comprato prima di uscire dalla rosticceria è quasi vuota, ed i bicchieri sono appoggiati sul pavimento.
Nuda, rilassata, e così abbandonata dopo il sesso appena consumato, lei è semplicemente stupenda.
E la sola vista del suo sensuale corpo mi accende ancora una volta il desiderio.
Ho il cazzo nuovamente in erezione, così duro e pulsante come non mi succedeva da troppo tempo.
Sento ancora un’incontenibile voglia di lei, di sdraiarmi e di perdermi su quel corpo invitante che sembra solo aspettarmi.
Faccio scorrere gli occhi su di lei, gettando altra benzina sul fuoco ardente del desiderio.
I biondi capelli, ora sciolti, le incorniciano il volto dai tratti regolari, quasi cesellati dalla mano di un artista: gli occhi, grigi e profondi, le labbra, piene e sensuali, a circondare denti piccoli e così meravigliosamente candidi.
I lunghi orecchini dorati che terminano in un ciondolo azzurro, lo stesso ciondolo della collana che lei indossa: sembra essere quasi una pallina azzurra, che ora è appoggiata nell’incavo tra i generosi seni.
La sua mano sinistra è abbandonata sul divano: una mano elegante, dalle dita snelle e dalle lunghe unghie laccate di rosso molto scuro.
La destra, invece, circonda delicatamente un seno, mentre le dita pizzicano in modo malizioso il capezzolo eretto.
Scendo con lo sguardo lungo il suo corpo, sul ventre e sulla fica, appena velata da una rada peluria chiara: per un attimo penso di masturbarmi di fronte a lei, eccitandomi al solo guardarla.
Godrei intensamente, affascinato e turbato dalla sua bellezza.
Ma è il pensiero di un solo istante.
Perché è lei che vuole continuare a donarmi il piacere.
La vedo muovere le gambe: le sue cosce si allargano, mostrandomi il sesso aperto e grondante d’umori, mentre, dalle ginocchia in giù, le gambe si piegano e tornano ad avvicinarsi, fino a che i suoi piedi mi abbracciano il cazzo, in una stretta leggera e di un erotismo sconvolgente.
Ora la sua mano ha lasciato il seno, è scesa al sesso che sembra offrirsi ancora più invitante di prima, e l’indice ha preso a premere sul clitoride, con delicatezza ma senza esitazione.
Immediatamente il suo respiro torna a farsi affannoso, carico di desiderio e di libidine.
I suoi piedi sono bellissimi: affascinanti e seducenti, mi accarezzano, e quello smalto rosso così scuro, lo stesso che ha sulle unghie delle mani, e che contrasta meravigliosamente con il rosa della pelle del mio cazzo, è l’ultimo tocco che mi proietta verso il delirio finale.
Volto il viso e inizio a leccarle il ginocchio, e con la mano le accarezzo il seno.
Mentre lei si masturba, i suoi piedi scivolano esperti sul mio pene fremente, scappellandomelo sempre più a fondo, gli alluci a strofinarmi la pelle sensibile della punta.
La vedo sussultare all’intima carezza della sua mano sulla fica, preda dell’ennesimo orgasmo di quell’incredibile notte.
I piedi hanno aumentato il ritmo, masturbandomi deliziosamente: provo a resistere, ma ben presto capitolo di fronte a quel dolce supplizio.
Dalla punta del mio cazzo esplode tutta la mia eccitazione, in un fiotto di sperma, denso, bianco e bollente, e che cola eroticamente sulle dita e sulle unghie di quei due piedi da favola.
Senza fiato, svuotato d’ogni energia, resto immobile ad osservare le sue fantastiche estremità, ancora strette attorno al mio cazzo.
Mi porto un suo piede alla bocca e inizio a leccarle le dita, lentamente, accuratamente, ripulendo del mio sperma le sue unghie laccate; e, solo in quel momento di folle passione, mi accorgo di non conoscere nemmeno il nome di questa splendida creatura, meravigliosa ed unica amante di una notte qualunque.
Monastero di Clusy (Alpi francesi) – 24 ottobre 1981
Questa notte è caduta la prima neve dell’inverno.
Sento il vento ululare all’esterno, e spifferi di aria gelida s’insinuano in questa piccola stanzetta che i frati mi hanno concesso di occupare sin da quei giorni in cui arrivai al convento.
Quando giunsi qui con l’ancora sfavillante Mercedes, ultimo ricordo che avevo portato con me di quella vita scellerata, sedici anni or sono, era mia intenzione fermarmi per qualche settimana, al massimo qualche mese, per cercare di superare, nel silenzio di queste montagne, la terribile crisi esistenziale che stavo vivendo.
I frati mi accolsero benevolmente nella loro comunità, chiedendomi solamente di adeguarmi e di rispettare le loro regole e le loro abitudini, e di non turbare, con la mia presenza, la loro vita di meditazione dedicata interamente al Signore.
Ogni giorno che trascorreva mi dicevo che era giunto il momento di partire, di non approfittare oltre dell’ospitalità che mi era stata così caritatevolmente concessa: io, un peccatore, e che peccatore, tra quei santi e venerabili uomini, ecco come mi sentivo in quei lontani giorni.
Ma poi, ogni mattina rinviavo la mia partenza, anche per le cortesi insistenze a rimanere di quella piccola comunità che mi stava ospitando, ma soprattutto perché non sapevo proprio dove altro sarei potuto andare.
E così i giorni divennero settimane, poi mesi, e infine si trasformarono in anni.
Pur non essendo io un frate, di fatto sono diventato uno di loro: lavoro per il monastero, partecipo a tutte le funzioni religiose a cui, da laico, mi è concesso di presenziare, e vivo la mia vita rispettando gli orari e le consuetudini dell’intero convento.
Frate Liborio, uomo gioviale e d’animo straordinariamente caritatevole, mi ha soprannominato “quasifrate Aris”.
Questo simpatico soprannome mi fa sentire ancor più parte di questa comunità.
Ormai dal Monastero di Clusy non andrò più via.
Solo la morte mi strapperà a queste mura sperdute tra le vette alpine.
Ho trovato qui il mio rifugio terreno.
Atene (Grecia) – 26 settembre 1965
Erano ormai sette anni, precisamente dal 1958, anno in cui avevo inciso il mio primo quarantacinque giri, che dominavo le classifiche di vendita dei dischi, e per un ex-impiegato di banca, nemmeno troppo brillante sul lavoro, e che un tempo cantava solo per divertimento nelle serate trascorse con gli amici, era stato un bel passo in avanti.
Potrei raccontarvi che come cantante ero bravissimo, che la mia prestanza fisica era decisamente superiore alla media, che il mio fascino di uomo tenebroso ammaliava la quasi totalità delle donne, che la mia voce era unica ed indimenticabile: e sarebbe tutto vero, assolutamente vero, e non starei certo mentendo su alcuna cosa, perché quella era la sacrosanta verità.
Quello era Aris Theopulos, il grande cantante.
Un uomo che si era fatto dal nulla, passando dall’anonimato di una vita da travet alla notorietà del personaggio da copertina, da una condizione economica tranquilla e modesta ad una ricchezza ai più sconosciuta, da una vita regolare e spesso monotona ad un’esistenza sregolata e piena di eccessi.
Potrei dirvi che mi ero conquistato la celebrità e la fama solo con il lavoro e lo spirito di sacrificio, dedicando tutto me stesso al raggiungimento di quel traguardo finale che mi ero prefisso: il successo.
Potrei raccontarvi mille altre cose per sottolineare le mie straordinarie capacità.
E sarebbe tutto assolutamente vero.
Ma in realtà, scavando al di sotto della superficie, ero stato anche molto fortunato.
Il mondo è sempre stato affollato, oggi come allora, di persone dotate di abilità eccezionali, fuori della norma, indiscutibilmente versate nel campo artistico, e in quello canoro in modo particolare.
Ma per raggiungere il successo, quello vero, quello che ti cambia la vita in modo definitivo, non sono di certo sufficienti soltanto il talento e l’abilità: occorre anche una buona dose di fortuna, e che il destino ti sia favorevole e benevolo, come il trovarsi al posto giusto nel momento giusto o incontrare le persone che ti guideranno per mano verso l’apice della notorietà, che ti insegnino, passo dopo passo, a scalare il successo, persone il cui conto in banca si accrescerà a dismisura solamente se riusciranno a fare di te una perfetta e oliata macchina da soldi.
E, nel mio caso, nella mia impetuosa crescita artistica, il concorso casuale e fortuito di tutti questi fattori messi insieme aveva contribuito in maniera decisiva alla nascita e all’affermazione del fenomeno musicale che era divenuto, in quegli anni, Aris Theopulos.
Quando, nel corso della nostra esistenza, ci accade qualche avvenimento improvviso e assolutamente inaspettato, molto di frequente si tratta di un evento traumatico, doloroso, un qualcosa che trasforma, in maniera radicale ed irreversibile, il tranquillo scorrere della vita in un qualcosa di certamente peggiore.
Può trattarsi di un incidente. O magari di una malattia. O ancora di un lutto in famiglia.
E’ raro, molto raro, che ci accada un qualcosa di così incredibilmente sconvolgente da rivoluzionare, ma in positivo, il nostro futuro.
Certo, a qualcuno di noi capita pure di vincere alla lotteria, di diventare miliardario e di risolvere tutti i problemi quotidiani della vita: ma la nostra esistenza tende a riservare, per lo più, sgradite sorprese.
Ma ad Aris Theopulos era accaduto di vincere una lotteria molto particolare, quella con i premi più ricchi ed ambiti: Aris Theopulos, con le sue canzoni, aveva letteralmente sbancato la lotteria del successo, della fama e della ricchezza.
Il biglietto vincente di quella lotteria lo avevo staccato ad una festa organizzata in onore della figlia di uno dei più alti dirigenti della banca presso la quale lavoravo da alcuni anni, festa nel corso della quale la ragazza avrebbe annunciato il suo prossimo matrimonio: al padre della futura sposa serviva un cantante dilettante che intrattenesse gli ospiti, sia durante che dopo la cena.
In ufficio tutti erano a conoscenza della mia passione per la musica e per il canto, a tal punto che un collega, a mia insaputa, aveva fatto giungere il mio nome a quell’alto dirigente che doveva organizzare quella serata per lui così importante.
Per farla breve, questo intraprendente collega mi fece una tale pubblicità che il giorno stesso fui convocato nell’ufficio del dirigente, dove mi fu chiesto se avessi voluto esibirmi in quella particolare circostanza; anche se assolutamente sbalordito per quella inattesa proposta, accettai però prontamente di cantare a quella festa, rifiutando per di più qualsiasi compenso in denaro, che pure mi fu generosamente offerto a più riprese.
Potrà sembrare strano, ma ero talmente contento ed eccitato all’idea di cantare in pubblico, anche se solamente di fronte ad un centinaio di persone, che quel giorno non avrei accettato soldi per nessun motivo al mondo.
La musica è sempre stata parte integrante della mia vita.
Sin da bambino, le note musicali erano state la mia più grande passione: alle lezioni a scuola e ai compiti a casa preferivo, e di gran lunga, perdermi per ore tra gli spartiti, con comprensibile preoccupazione da parte dei miei genitori, che si ritrovavano a rigirarsi tra le mani, anno dopo anno, pagelle con votazioni drammaticamente scarse.
Malgrado i disperati tentativi di mio padre e di mia madre, tra lusinghe e minacce, io continuai ad assecondare quella mia passione, dedicando sempre più tempo alla musica, e trascurando alla grande la geografia e la matematica.
Alla fine i miei genitori se ne fecero una ragione, e, sia pure a malincuore, si rassegnarono ad un figlio perso nel suo mondo di svolazzanti note musicali.
In conseguenza a tutto ciò, nei giorni di cui vado narrando, visti i miei trascorsi, e malgrado lavorassi a tempo pieno in un ufficio e di tempo libero ne avessi ben poco, suonavo perfettamente chitarra e pianoforte, cantavo, per me e per pochi amici, e scrivevo musica e testi di canzoni che mai e poi mai avrei pensato in futuro potessero riscuotere un così grande successo.
Ero convintissimo che il tutto restasse per sempre una mia passione, un hobby come tanti altri ve ne sono e nient’altro.
Per cui, quel giorno che doveva a posteriori rappresentare la svolta della mia vita, accettai di cantare a quella festa perché l’idea mi divertiva e solleticava il mio ego, ma anche perché il compiacere uno dei miei diretti superiori mi sarebbe potuto tornare utile in futuro, magari in un avanzamento di carriera all’interno della banca stessa.
Una motivazione come un’altra, in effetti, anche se non propriamente nobile e disinteressata.
Ovviamente, abituato a cantare e suonare da solo o per qualche compagnia ristretta di conoscenti, ricordo perfettamente che la sera della festa m’impegnai in modo particolare, cercando di mettercela tutta per dare il meglio di me stesso, per evitare critiche e brutte figure, e ciò contribuì in modo decisivo a fare la mia fortuna.
Fra i tanti invitati a quella serata, tutte persone di quella parte di Atene ricca e alla moda, vi era anche Mavros Logotethis, il più importante produttore discografico della Grecia di allora.
Dopo aver suonato e cantato tutte le canzoni internazionali che furoreggiavano in quegli anni, creando la colonna sonora ideale per far ballare e divertire tutti gli ospiti, mi feci coraggio e iniziai a proporre i testi e le musiche che avevo scritto io nel corso degli anni, e che nessuno, di fatto, aveva mai ascoltato.
Emozionato, dopo la prima canzone ne cantai una seconda, e quindi una terza in rapida successione.
Visto che nessuno protestava per questo cambio di genere (dal rock internazionale al melodico greco), invece di ritornare alle canzoni più conosciute, con una buona dose d’incoscienza, continuai a cantare le mie.
Non tornai più, di fatto, alle musiche ed ai testi scritti da altri: conclusi la serata sfoggiando, con sempre maggior sicurezza e disinvoltura, l’intero mio repertorio.
Per farla breve, Mavros Logotethis mi ascoltò attentamente cantare e, una settimana dopo quella fortunata serata, avevo già firmato il mio primo contratto con la sua società.
E sei mesi dopo quel giorno avevo già scalato le classifiche dei quarantacinque giri con il mio primo successo, “Kalì epitichìa”.
E così, da allora, non mi ero più fermato, incidendo dischi uno dietro l’altro, con sempre maggior consenso di pubblico e di critica.
Vista la nuova carriera che avevo intrapreso, e lo straordinario successo che me ne derivava, mi licenziai dalla banca, tra gli sguardi di ammirazione e d’invidia di molti colleghi e quelli di aperto scetticismo di pochi altri.
La relazione sentimentale che avevo iniziato, sia pure da pochi mesi, con una segretaria che lavorava nel mio stesso ufficio, fu da me ben presto dimenticata, travolto ed eccitato dagli incredibili avvenimenti che si susseguivano in un crescendo a dir poco parossistico.
Passare dalle carte di una scrivania ad una sala d’incisione… bè… il passo non era stato certo breve: quella nuova vita iniziava a farmi girare la testa, e più i mesi passavano, più mi sentivo diverso, proiettato in una dimensione nemmeno mai immaginata.
E fu così che iniziai a vivere quella mia nuova vita, gettandomi rapidamente alle spalle il passato e scrutando con sempre maggiore ambizione e desiderio il radioso futuro che mi si prospettava.
Un futuro fatto di sale d’incisione, di concerti, di tournee, d’interviste, di vita notturna, di lussi e di stravizi, di feste mondane e di donne.
E di dracme.
Di una vera e propria montagna di dracme che mi arrivavano da ogni parte, e che per quanto spendessi a piene mani, sembravano non dover finire mai.
Comprai interi guardaroba di vestiti firmati, valanghe di scarpe e accessori vari: guidavo auto lussuose e sempre nuove, e acquistai una casa più spaziosa e in un quartiere altamente esclusivo di Atene.
Mi sembrava incredibile tutto quello che mi stava capitando, ed ero stato catturato da una sorta di frenesia, di smania incontrollabile, di ansia ingestibile, come se quello che mi era accaduto potesse finire da un momento all’altro, senza alcun preavviso, riportandomi alla vita di quando ero un semplice ed onesto impiegato dal futuro quantomeno incerto.
Era un vortice senza fine, una centrifuga che mi risucchiava sempre più velocemente, una giostra incantata dalla quale non volevo più scendere per nessuna ragione, una giostra che non volevo si fermasse mai, ma che, anzi, continuasse a girare e girare, in modo ancora più frenetico, ancora più vorticoso e convulso.
E poi, oltre a tutto il benessere materiale di cui mi circondavo a profusione, c’erano le donne.
Ero sempre stato particolarmente sensibile al fascino femminile, e il più che piacevole aspetto fisico, che la natura mi aveva così generosamente regalato, mi aveva senza alcun dubbio agevolato nell’avere sempre successo con le donne.
Non avevo faticato mai molto per trovare una compagnia femminile, e la mia vita sessuale non era stata certo avara di soddisfazioni.
Ma poi, raggiunta così d’improvviso la notorietà e la popolarità, le rappresentanti del gentil sesso erano arrivate al punto da cadermi letteralmente tra le braccia: me ne ritrovavo sempre una nuova nel letto, senza fare neppure lo sforzo di cercarla e, tanto meno, di corteggiarla.
Dopo i concerti, alle trasmissioni televisive o radiofoniche, alle feste di questo o di quello, feste che si svolgevano senza soluzione di continuità nell’Atene gaudente e scellerata di quegli anni, le ragazze facevano a gara per farsi notare dal sottoscritto, per avere un’avventura, anche solo per una notte, con il celeberrimo, desiderato ed affascinante Aris Theopulos.
Ed io ne approfittavo alla grande di questa loro generosa disponibilità, non lasciandomi sfuggire nessuna delle più belle donne che frequentavano gli ambienti mondani e notturni della capitale greca.
Le donne e la bella vita, le amicizie importanti e altolocate, la fama e la notorietà, ed i soldi, i tanti soldi che guadagnavo (e che guadagnavo cantando, per di più, la cosa che maggiormente mi piaceva fare nella vita) fecero si che il vecchio Aris, un uomo disponibile e gioviale, sempre cordiale e generoso, alla fine scomparve, lentamente ma inesorabilmente, sostituito da un nuovo Aris, egoista, cinico, calcolatore ed arrivista.
Lo straordinario successo e la popolarità erano diventate le mie droghe quotidiane, e tutto quello che nella mia vita di anonimo impiegato di banca mi era apparso grottesco ed eccessivo, in quel momento aveva iniziato ad apparirmi del tutto normale e scontato, quasi si trattasse di un tributo che mi spettasse di diritto per la nuova posizione sociale che credevo di aver conquistato.
Sempre alla ricerca di nuove sensazioni e di nuove avventure, e sempre pronto ad andare oltre il limite della morale e della decenza, mi gettai alle spalle tutto quello in cui avevo fermamente creduto fino ad allora, trasformandomi, senza quasi accorgermene, o facendo finta di non accorgermene, nell’esatto contrario di me stesso.
L’incredibile successo che avevo raggiunto, la notorietà, i soldi, le donne, le nottate folli e dissolute… tutto questo mi aveva dato definitivamente alla testa, e l’intera mia esistenza venne ad esserne rivoluzionata, travolta da quel fiume in piena che era il benessere, cancellata in maniera irreversibile dal richiamo suadente e accattivante di quelle maledette sirene che sono la fama e la celebrità.
Quello era diventato Aris Theopulos in quell’afoso giorno di settembre del 1965.
E ancora oggi, a distanza di tutti questi anni, mi vergogno al solo ricordarlo.
A volte, nei giorni peggiori, nelle ore in cui il buio della disperazione mi assale senza che io vi possa porre argine alcuno, quando il rimorso mi stringe il cuore nella sua terribile morsa, e l’angoscia mi tormenta l’anima, mi sembra impossibile che quell’uomo gretto e superficiale fossi proprio io; è come se mi guardassi in uno di quegli specchi che distorcono le immagini, che ti fanno apparire buffo o sgraziato, che alterano le proporzioni e le dimensioni del tuo corpo.
Ma in uno specchio puoi decidere di non guardarti, puoi passare oltre senza fermarti, mentre con il tuo passato non puoi fare altrettanto: rimane lì, immobile, nella tua memoria, irraggiungibile ed immodificabile, a rammentarti, se mai ce ne fosse bisogno, le tue colpe e i tuoi peccati, e a rinvigorire, e questo è ancora più orribile, le tue pene e il tuo strazio.
Non so se, come si è soliti dire, il tempo sia galantuomo.
Di certo, non è un bugiardo.
La piccola imbarcazione navigava lenta in alto mare, la costa ormai lontana e ridotta ad una linea confusa ed indistinta all’orizzonte.
Il rumore dell’ansimante motore riempiva l’aria, confondendosi con lo sciabordio dell’acqua, schiaffeggiata quasi con delicatezza dallo scafo della barca.
Si trattava di una vecchia imbarcazione, un tempo usata dai pescatori dell’isola, ed ora sommariamente riadattata per ospitare i turisti in gita: una piccola cabina con il timone e gli antiquati strumenti per la navigazione, ed un ponte in tavole di legno consunte, con qualche lettino per prendere il sole e alcune sedie di plastica, e coperto, per metà, da stuoie di bambù che facevano un pò d’ombra, sostenute da tubolari di ferro che, per quanto riverniciati di continuo, mostravano evidenti i segni della corrosione della salsedine.
Non era di certo una barca di lusso, ma per il lavoro giornaliero d’escursioni alle isole vicine, andava più che bene.
La giornata era splendida ed il mare una tavola azzurra, liscia ed invitante.
Ed anche il vento, quel giorno, era poco più di una brezza leggera.
Eravamo partiti da circa mezz’ora, lasciando il piccolo porto di Livadia, il principale villaggio dell’isola greca di Tilos, ed ora navigavamo in direzione nord, verso quel tratto di mare che divide Tilos da Nissiros, l’isola più vicina, quasi gemella della prima.
Avremmo dovuto, quindi, attraversare il braccio di mare per arrivare ad Avlaki, il porticciolo di Nissiros, splendidamente caratteristico, con le sue casette bianche e dalle imposte e porte azzurre.
Era una rotta che facevo, di fatto, tutti i giorni, una tra le tante escursioni che gli stranieri gradivano maggiormente.
I due turisti mi avevano contattato la sera precedente, quando, al porto di Livadia, seduto su uno sgabello davanti alla mia barca ormeggiata, attendevo con ansia che qualcuno prenotasse una gita per il giorno successivo.
Era una serata calda e afosa, ed anche il meltemi, il vento che soffia da nord e che mitiga il calore delle nostre interminabili estati, sembrava essersi preso una pausa.
Fino a quell’ora, a parte un paio di persone che si erano informate sugli orari e sui prezzi delle gite, ero ancora desolatamente senza lavoro per l’indomani.
E non lavorare a pieno ritmo nella stagione estiva era un problema non di poco conto: quelli erano gli unici mesi in cui si poteva guadagnare bene, ed andavano sfruttati al massimo.
Insomma, avevo visti arrivare i due turisti lungo la banchina: camminavano lentamente, mano nella mano, guardando le barche e rifiutando gli inviti di tutti gli altri miei concorrenti che, come avvoltoi alla ricerca di un pasto, volteggiavano attorno ai villeggianti di passaggio offrendo gite ed escursioni.
Poi, giunti alla mia altezza, i due si erano soffermati ed erano rimasti ad osservare la barca, parlando tra loro in una lingua che non aveva capito quale fosse.
Avevano parlottato per un paio di minuti, per poi avvicinarsi alla mia barca e a me che, seduto, attendevo speranzoso gli eventi.
I due turisti, un uomo ed una donna, erano una coppia che non passava di certo inosservata.
Lei, sui trentacinque anni, era di una bellezza veramente fuori del comune.
D’altezza media, calzava dei sandali dal tacco alto che le slanciavano divinamente le gambe, rendendole ancor più snelle e tornite di quanto già non fossero; un corto abito estivo bianco le fasciava il corpo dalle curve dirompenti ed armoniose, e la pelle, scurita dall’intensa abbronzatura, appariva morbida e liscia.
Il viso, dai tratti regolari e delicati, mostrava occhi scuri e profondi, naso piccolo e dritto, e due labbra piene, generose ed invitanti.
Una cascata di capelli corvini mossi le incorniciava il volto, quasi a far da cornice allo splendore di quella donna.
Era di una bellezza così rara e completa che gli occhi di tutti gli uomini che passavano erano inesorabilmente calamitati su di lei.
Lui era più anziano, almeno di una ventina d’anni.
Capelli bianchi, tagliati quasi a spazzola, un viso attraente, solcato da rughe sottili che aumentavano il suo fascino d’uomo maturo.
Alto, e con un fisico sicuramente prestante per l’età, indossava una camicia azzurra e dei pantaloni di cotone blu; ai piedi, delle comode scarpe da barca completavano il suo ricercato abbigliamento sportivo.
Una coppia sicuramente bella e, quasi certamente, anche facoltosa.
Per me, che ancora non avevo trovato nemmeno un turista per il giorno successivo, i due sarebbero stati dei clienti ideali, la classica manna caduta improvvisa dal cielo.
Rimasi ad osservarli confabulare tra loro, sperando che alla fine si decidessero per la mia barca.
Dopo qualche minuto ancora, l’uomo mi fece un cenno con la mano.
Subito mi avvicinai a loro con il mio migliore sorriso, deciso a non farmeli assolutamente scappare: ero quasi certo che, se avessero scelto la mia barca, mi avrebbero dato anche un supplemento sulla cifra che avremmo pattuito.
I turisti danarosi lo facevano molto spesso.
Niente a che vedere con le famiglie in vacanza che venivano dai paesi del nord dell’Europa: con loro non c’era mai da aspettarsi un euro in più.
Ma, d’altronde, a parte i soldi contati per la vacanza, sapevo perfettamente che anche loro, nelle rispettive nazioni, avevano i miei stessi problemi per arrivare alla fine del mese.
Tutto il mondo è paese, in definitiva.
Se i due si fossero decisi per la gita con la mia barca, avrei però dovuto rimediare un’altra decina di persone almeno per non lavorare in perdita: e, visto come stava andando la serata, anche questo non era un problema di secondo ordine.
Una cosa alla volta, mi dissi, aspettando che i due si prenotassero per il giorno seguente.
Osservandoli ora da vicino, mi accorsi che l’uomo aveva almeno cinque o sei anni in più di quanto mi era inizialmente sembrato: una sottile ragnatela di rughe segnava il suo volto abbronzato, ma gli occhi, vivaci e di un verde intenso, contribuivano a farlo apparire decisamente più giovane e affascinante.
Ma era la donna, come voi potete ben immaginare, a catturare tutta la mia attenzione.
Sensuale e seducente, sembrava fasciata da quel suo corto abito bianco, e le sue forme prorompenti apparivano ancora più evidenziate da quello stretto vestito.
Le mie supposizioni sull’agiatezza di quella coppia vennero confermate dalla quantità d’oro che lei sfoggiava: un girocollo, piatto e largo, gli orecchini a pendaglio, i braccialetti ai polsi e gli anelli alle dita delle mani.
Tutti questi gioielli la rendevano ancora più bella, impreziosendo il suo naturale e straordinario fascino.
Le gambe, dritte ed impertinenti, erano slanciate dai sandali dal tacco vertiginoso, ed una catenina, anch’essa d’oro, le ornava la caviglia destra.
Il viso truccato in maniera discreta, la ragazza aveva le unghie delle mani e dei piedi laccate di un rosso molto scuro, un color prugna che solo a vederlo su di lei mi provocava intensi fremiti di desiderio.
L’uomo mi chiese, in inglese, se avevo ancora dei posti liberi per il giorno dopo: gli risposi che erano fortunati, e che l’imbarcazione non aveva ancora nessuna prenotazione.
Non volendo con loro ammettere che mi si prospettava una giornata senza lavoro, mi avventurai in una complicatissima spiegazione sul perché loro fossero i primi a prenotare i posti per la gita ad Avlaki.
Lui si rivolse nuovamente alla sua compagna in quella lingua per me incomprensibile: si scambiarono poche battute e, quindi, tornando all’inglese, lui mi disse che potevo chiudere le prenotazioni perché affittavano la barca per intero, e per tutta la giornata.
Alla mia espressione certamente sorpresa, l’uomo mi spiegò che non amavano la confusione, e che preferivano pagare una cifra più alta in cambio di una giornata d’assoluta tranquillità.
Gli risposi che per me non c’erano problemi ad affittare loro l’intera imbarcazione, ma che la cosa si sarebbe rivelata molto costosa.
L’uomo mi rispose che quello non era un problema, e mi chiese quanto volevo.
Feci rapidamente due calcoli: a pieno carico, una giornata mi fruttava trecento euro, tolte le spese per il carburante: se avessi rifiutato la loro proposta, era quasi certo che a quell’ora non avrei trovato neppure un turista o, peggio ancora, magari ne avrei trovati solo quattro o cinque e sarei dovuto uscire per l’intera giornata rimettendoci un sacco di soldi.
Mi conveniva accettare senza indugi.
Gli chiesi duecentocinquanta euro, prontissimo a scendere sul prezzo se ai due la cifra fosse sembrato eccessivamente cara.
Ma l’uomo non fece alcuna rimostranza e mi mise nel palmo della mano una banconota da cento euro, come acconto per il noleggio della barca.
La mia modesta imbarcazione sarebbe stata tutta per loro, ed io avevo salvato alla grande la mia giornata di lavoro.
Ci accordammo sull’orario di partenza e quindi i due se ne andarono, confondendosi con la folla serale che passeggiava sul lungomare.
Mancavano ancora quasi due ore di navigazione per Avlaki.
La gita prevedeva una sosta di tre ore nel villaggio, tre ore nelle quali i turisti potevano dedicarsi a girare per le strette vie gremite di negozietti, o anche andare a visitare un piccolo santuario in cima ad una collina, o, più semplicemente, farsi un bagno nelle acque cristalline di Nissiros, pranzando sulla spiaggia in qualche piccola taverna.
Quindi ci sarebbe stato il viaggio di ritorno a Livadia, con arrivo al porto nel tardo pomeriggio.
I miei due passeggeri si erano sistemati sul piccolo ponte a prendere il sole.
Di tanto in tanto, lui, con un secchio in mano, si sporgeva oltre la bassa fiancata dell’imbarcazione, e prendeva l’acqua del mare, con la quale entrambi poi si rinfrescavano la pelle riarsa dal sole.
In piedi, nella piccola cabina, io tenevo la rotta: ma il mare calmo e l’assenza di altre imbarcazioni nella zona mi permettevano di stare totalmente rilassato, e mi lasciavano tutto il tempo di voltarmi a guardare cosa i miei due ospiti stessero facendo.
Era insolito avere due soli passeggeri, abituato com’ero a compagnie chiassose e piene di bambini scatenati; per questa ragione non avevo altro da fare che osservare l’uomo e la donna mentre si godevano il sole ed il caldo.
A dire proprio tutta la verità, l’attività che più mi assorbiva era quella di mangiarmi con gli occhi la splendida donna che si trovava a pochi metri da me.
Adagiata su un lettino bianco, la ragazza si crogiolava al sole, in un costume giallo così ridotto e striminzito da non lasciar nulla alla mia pur fervida e maliziosa immaginazione.
Le gambe meravigliose, il ventre piatto, il seno abbondante, così magnificamente rilassata, la donna era uno spettacolo assolutamente fantastico per i miei famelici occhi.
Il suo compagno, ora che si era messo in costume, mostrava più evidenti i segni dell’età: un accenno di pancetta, i peli del petto bianchi, la pelle un pò cadente sui fianchi, i muscoli non più tonici.
Certo, per la sua età non se la passava male, ma faceva sicuramente più figura vestito che non seminudo.
Mi chiesi come una donna così bella potesse stare con lui se non per una questione di soldi: doveva trattarsi di un uomo molto ricco, un uomo forse affermato e di potere, e a queste sirene molte donne non sanno di certo resistere.
La cosa, in ogni modo, non mi riguardava, e mi accontentai di divorare con lo sguardo quella splendida bellezza: era molto raro che, sulla mia barca, mi capitasse di ammirare una donna così sensuale ed erotica.
In lontananza vidi il traghetto della Blue Star Ferries che dal Pireo, e dopo lo scalo a Kos, andava a Rodi.
La sua rotta era molto lontana dalla mia e non avrebbe creato alcun problema alla mia navigazione.
La giornata era assolutamente tranquilla sotto ogni punto di vista, e la barca avrebbe potuto navigare anche da sola.
L’uomo, nel frattempo, aveva tirato fuori una macchina fotografica digitale e, in piedi, scattava fotografie al panorama circostante, controllando, di tanto in tanto, come queste fossero venute, e scartando senza alcun’esitazione tutte quelle che non lo soddisfacevano a pieno.
Riportai lo sguardo verso la prua, controllando annoiato e per l’ennesima volta che nessun’altra imbarcazione incrociasse la mia rotta.
Quando tornai a girarmi verso i due, vidi che lui si era messo a scattare fotografie alla sua compagna che, immobile e forse ignara di essere immortalata, continuava a prendere il sole con evidente piacere.
Poi l’uomo le disse qualcosa e, dopo un attimo, molto lentamente, lei si rialzò, mettendosi seduta sul lettino, ed iniziando ad assumere pose sempre diverse in modo che l’uomo si potesse sbizzarrire a scattare foto su foto.
Dal mio punto d’osservazione, un pò rialzato ma a pochi metri da loro, potevo vedere la schiena della donna, dritta ed abbronzata, percorsa dalla sottile striscia gialla di stoffa che le teneva su la parte superiore del bikini.
Non ci volle molto tempo perché mi rendessi conto di come lei avesse iniziato ad assumere atteggiamenti e posizioni sempre più provocanti, evidentemente coinvolta dal suo compagno in quel gioco solo apparentemente innocente.
Le mani tra i capelli, lo sguardo verso l’orizzonte, il busto proteso all’infuori, le gambe prima divaricate e poi accavallate e, nei primi piani, gli occhi che, pur non potendo io vederli dal punto in cui mi trovavo, immaginavo torbidi e sensuali, lei si faceva fotografare assumendo le pose che lui, di continuo, le suggeriva.
Restai a guardarla, rapito dalla sua incredibile bellezza, coinvolto da quello che vedevo, e, inutile nasconderlo, con un inizio d’eccitazione che mi costava estrema fatica dissimulare.
E quando la ragazza s’iniziò a slacciare la parte superiore del costume, mostrando i seni pieni e meravigliosamente sodi all’obiettivo della macchina fotografica, mi fu finalmente chiaro il perché i miei due passeggeri avessero voluto la barca tutta per loro.
La mia presenza era, per entrambi, evidentemente irrilevante, o forse solamente necessaria affinché potessero fare i loro giochi erotici in alto mare con tutta tranquillità: si erano di certo accorti di come il sottoscritto li stesse guardando, di come i miei occhi si fossero incollati al corpo della donna.
Ma la cosa non li turbava per nulla e mi chiedevo, sempre più eccitato da quell’inaspettata situazione, fino a dove si sarebbero spinti: iniziavo a preoccuparmi, perché se i due avessero cominciato a fare del sesso, la mia posizione si sarebbe fatta sicuramente imbarazzante, e quella giornata si sarebbe rivelata molto lunga e difficile.
Le mani sui fantastici ed erotici seni, i capezzoli eretti e che apparivano come piccoli chiodi, la ragazza continuava a farsi fotografare in pose sempre più esplicite e sensuali.
I capezzoli si erano fatti così turgidi che lei, alternativamente, se li leccava con sempre maggior trasporto, sospingendosi quelle magnifiche tette verso la bocca, verso la lingua guizzante che li stuzzicava maliziosamente.
Ormai la barca andava in pratica da sola, come se io avessi inserito il pilota automatico, che naturalmente, però, non avevo: i miei occhi erano fissi su di lei, e avvertivo un’erezione incredibile che mi premeva, ogni istante di più, nei pantaloncini da mare che indossavo.
Passarono forse cinque o sei minuti, e poi lei, con movimenti veloci ma estremamente aggraziati, si tolse anche le mutandine, restando così completamente nuda di fronte alla macchina fotografica che continuava a scattare una foto dietro l’altra.
L’uomo si spostava da ogni lato, a destra e a sinistra, si metteva di fronte alla ragazza, in piedi o in ginocchio, immortalandola in decine d’inquadrature e dicendole in quali pose lei si dovesse mettere; ed entrambi, come vi dicevo, si erano resi conto di avere uno spettatore particolarmente interessato.
Per nulla imbarazzati o infastiditi dalla mia presenza, continuavano nel loro gioco come se io non esistessi nemmeno.
I minuti che passavano si andavano facendo sempre più torbidi e bollenti.
La ragazza, di fatto, non ascoltava nemmeno più quello che l’uomo le stava dicendo, le direttive che lui le impartiva perché le foto riuscissero nel modo migliore: ormai si era eccitata e, nuovamente sdraiata sul lettino, si faceva scorrere le mani sul corpo statuario, carezzandosi la pelle abbronzata e iniziando a masturbarsi con sempre maggiore voluttà.
Dai seni alle cosce, dalle spalle al ventre, fino a sfiorare la fica depilata, le sue dita, con quelle stupende unghie color prugna, correvano impazzite su ogni centimetro del suo corpo.
E il suo compagno continuava a scattare le foto, fissando per l’eternità la bellezza ed il travolgente erotismo di quella fantastica donna.
Controllai ancora una volta che nessun’altra imbarcazione potesse creare problemi alla nostra tranquilla navigazione, ma quando tornai a voltarmi verso di loro decisi all’istante di fermare i motori e di gettare l’ancora: sarebbe stato troppo pericoloso continuare ad andare per mare quando la mia attenzione sarebbe stata totalmente assorbita da quello che la donna si accingeva a fare.
I motori si spensero con un borbottio e l’ancora scivolò in acqua con il suo consueto stridore di metallo.
Ora che il rumore dei motori era cessato, il silenzio si era fatto totale, quasi opprimente, a parte il debole sussurro del mare che accarezzava lo scafo immobile ed i gemiti di piacere che la ragazza non riusciva più a contenere.
Se i due si fossero accorti che avevo spento i motori, e che eravamo fermi in mezzo al mare, non lo mostrarono in alcun modo: lui continuava a stare dietro l’obiettivo, mentre lei aveva tirato fuori della borsa da mare un fallo di gomma rosso, lungo e lievemente arcuato, e se lo faceva passare tra i seni e sui capezzoli, ansimando e sospirando, preda di una libidine sempre più incontenibile.
M’infilai la mano nei pantaloncini, impugnai il cazzo in piena erezione e presi a masturbarmi lentamente, eccitato come poche volte mi era accaduto: quella ragazza, con il suo corpo da favola, che si masturbava con quel lungo cazzo di gomma, era una visione che mi avrebbe fatto impazzire dal desiderio se, a mia volta, non mi fossi masturbato guardando lei.
Per un attimo pensai a come faceva a resistere il suo compagno che, imperterrito, come se nulla fosse, continuava ad impugnare la sua stramaledetta macchina digitale; al suo posto l’avrei gettata in mare, e avrei dimostrato alla ragazza come un cazzo vero fosse mille volte meglio di quel giocattolo erotico.
Ma evidentemente lui era abituato da tempo a simili esibizioni.
Immobile, nella piccola cabina dell’imbarcazione, il sudore che mi colava a rivoli dalla fronte, per il caldo e per la tensione erotica che mi divorava, vidi la ragazza allargare le gambe ed iniziare a strofinarsi la fica con il rosso fallo di gomma; ancora non si penetrava, ma se lo faceva scorrere tra le grandi labbra e sul clitoride, rabbrividendo sempre più per il piacere crescente.
L’uomo, alla fine, si decise a smettere di scattare foto e, velocemente, si sfilò il costume con una mano, restando nudo e con il cazzo svettante, un cazzo che, malgrado l’età del suo proprietario, appariva duro e fremente.
La situazione ora non era più sotto il controllo di nessuno.
L’aria stessa sembrava essersi fatta densa d’attese.
Se loro si volevano divertire, bè… che facessero pure… avevano noleggiato l’intera barca… ma anche io volevo partecipare a quel gioco così sensuale: la parte del guardone non mi si addiceva proprio e, anche se avessi voluto, mi sarebbe risultato impossibile resistere oltre.
Rapidamente, mi sfilai la maglietta, i pantaloncini ed il costume e, completamente nudo anche io, presi a menarmelo con rinnovato vigore, accelerando e rallentando i movimenti della mano, per cercare di non raggiungere l’orgasmo troppo velocemente.
Nonostante l’eccitazione, non riuscivo a prendere la decisione di scendere accanto a loro, e di provare a partecipare in prima persona a quel diabolico gioco che i due avevano imbastito: temevo che il mio ruolo, nei loro piani, fosse solo passivo, che mi fosse consentito di guardare e di masturbarmi, senza però partecipare attivamente a quell’orgia di passione che stavano vivendo.
In un altro momento mi sarei sentito incredibilmente ridicolo a stare nella cabina della mia barca, in mezzo al mare, nudo come un verme, e con il cazzoduro in mano; ma in quei minuti la cosa mi apparve normalissima e mi augurai che la situazione evolvesse nel senso da me auspicato e a me favorevole: volevo assolutamente scopare quella ragazza, e qualunque cosa in meno avessi ottenuto l’avrei vissuta come una cocente delusione.
Lui, intanto, aveva finalmente appoggiato la macchina fotografica sul ponte e, inginocchiatosi davanti a lei, con le mani aveva preso a massaggiarle i piedi, perfetti e dalle lunghe dita, e con le unghie smaltate di quel fantastico color prugna: l’erotica catenina d’oro che cingeva la caviglia destra della ragazza, riflettendo i raggi del sole a picco, creava un’immagine di un erotismo sublime.
Ero letteralmente senza fiato.
La donna, nel frattempo, le gambe completamente divaricate, si era infilata il fallo rosso nella fica, spingendolo sempre più a fondo: le sue grida di piacere mi rimbombavano nelle orecchie, portando la mia eccitazione verso vette mai raggiunte.
Sentivo di non potermi trattenere a lungo.
La mia mano quasi si fermò sul cazzo pulsante, così pericolosamente prossimo all’eiaculazione.
Mi accorsi con un attimo di ritardo che lui aveva detto un qualcosa alla ragazza, in quella lingua a me sconosciuta.
E lei, anche se travolta da quella frenesia di lussuria che la divorava, aveva fatto un rapido cenno affermativo, pur continuando a masturbarsi con quel finto cazzo in lattice.
Allora il suo compagno, guardando nella mia direzione, mi fece con la testa il cenno di avvicinarmi a loro: era il via libera che aspettavo, e che temevo non dovesse mai arrivare.
L’eccitazione che mi soffocava, il cuore che mi batteva in gola, scesi con gambe malferme i tre gradini che dalla cabina di pilotaggio conducevano al ponte, e subito mi ritrovai accanto a loro.
Eravamo tutti e tre completamente nudi.
La ragazza voltò il viso verso di me, o, per meglio dire, fissò il suo sguardo sul mio cazzoduro e congestionato, continuando a masturbarsi con quel dildo rosso, ora inserito per tutta la sua lunghezza in lei.
Incrociai gli occhi dell’uomo ed ebbi la conferma che quello che speravo sarebbe effettivamente accaduto.
Eccitato, stordito da quella straordinaria situazione, m’inginocchiai anch’io davanti ai piedi della ragazza, presi tra le mani il destro e iniziai a carezzarlo come stava facendo con il sinistro il suo compagno.
Feci scivolare le mani sul dorso e sulla pianta arcuata, sulle dita e sulle unghie, quindi risalii verso la caviglia, sfiorando la catenina d’oro, e poi ancora più su, carezzando il polpaccio liscio e tornito.
Ma ormai ero partito per la tangente, e non mi sarei di certo accontentato di toccare quella pelle da favola: accostai le labbra al suo alluce, alla sua unghia meravigliosamente smaltata, e presi a leccarlo, assaporando finalmente il suo caldo profumo di donna.
Quindi, mentre lei godeva senza più alcun ritegno, travolta da ondate di orgasmi ancora più intense, mi feci scivolare le sue dita del piede, una ad una, tra le labbra, nella bocca, succhiandole come fossero piccoli cazzi.
Anche l’uomo stava facendo lo stessa cosa con il piede sinistro, gettando la ragazza in un tale stato d’eccitazione, travolta dalle nostre bocche e dal fallo che la penetrava, che gli spasimi del suo piacere si fondevano in un unico momento di folle esaltazione sessuale.
Mentre io continuavo a leccare e a succhiare le sue erotiche dita del piede, il suo compagno si era invece rialzato e, ripresa in mano la macchina fotografica digitale, si era messo nuovamente a scattare foto su foto; sicuramente le avrebbero riviste più tardi, magari sul letto della loro camera d’albergo, prima di rifare l’amore, eccitandosi nuovamente alla vista di quelle istantanee, nelle quali il sesso dilagava impetuoso dai nostri corpi surriscaldati dalla passione erotica.
Quasi a malincuore, ma costretto dall’urgenza di averla, lasciai le sue dita e, con la lingua, risalii lungo lo snello piede, attorno alla caviglia, giocai con la catenina per alcuni istanti, e proseguii lungo la gamba abbronzata, sul ginocchio e poi ancora più in su, verso la coscia, morbida e perfettamente depilata.
Davanti ai miei occhi, il cazzo di gomma continuava ad entrare ed uscire, anche se più lentamente, dalla sua fica, completamente bagnato dall’eccitazione della ragazza.
Le afferrai la mano, facendole estrarre il cazzo rosso dal suo corpo: poi accostai la bocca alla sua fica, leccandole le grandi labbra ed inebriandomi del loro indimenticabile aroma. Quindi, con la punta della lingua, presi a tormentarle il clitoride, mentre le sue mani mi s’infilavano tra i capelli, spingendo la mia testa verso di lei ed il suo sesso.
Con la coda dell’occhio vidi l’uomo protendersi su noi, accostare la macchina digitale alla mia bocca e alla fica della sua compagna, ed immortalare la mia lingua scorrere sul sesso aperto della donna.
Il cazzo mi doleva per l’incredibile tensione, e sentivo lo sperma premere per uscire, impaziente di esplodere su quella carne fremente e vellutata che mi si offriva.
La ragazza, all’improvviso, allontanò la mia testa dalla sua fica e, spalancando ancor di più le gambe, m’invitò con lo sguardo a prenderla.
Percorsi con le labbra il suo ventre, mi soffermai a stuzzicarle con i denti i capezzoli resi così sensibili dall’eccitazione, e quindi mi allungai su di lei, penetrandola in un colpo solo, riempiendola fino in fondo con tutta la mia erezione; e mentre lei allacciava le gambe dietro la mia schiena, quasi imprigionandomi, io presi a montarla con forza, affondando in lei, tra le sue morbide e calde pareti, con colpi sempre più potenti.
Cercai la sua bocca ed incollai le mie labbra alle sue.
Nel frattempo l’uomo si era messo di fianco al lettino, il cazzo a pochi centimetri dalle nostre bocche unite in quel bacio profondo ed intenso.
E quando le nostre labbra si separarono, la ragazza, che stavo così fantasticamente scopando, prese in mano il cazzo del suo uomo, lo scappellò completamente e se lo infilò in bocca, succhiandolo con foga e con passione.
Avevo resistito anche troppo e, con un grido liberatorio, mi lasciai finalmente andare.
Con un ultimo e violento affondo mi sollevai da lei, e, ritraendomi appena in tempo, venni copiosamente, schizzando tutto il mio piacere così a lungo trattenuto, inondandole la pancia con caldi e densi getti di sperma.
Anche il suo compagno era nel frattempo venuto, riempiendole la bocca e schizzandole le labbra ed il viso; nonostante l’eccitazione, continuava però ad immortalare la scena con la sua inseparabile macchina fotografica (anche se dubitavo che la sua mano potesse essere tanto ferma) e a fissare in fotogrammi quei momenti di puro delirio erotico.
Mi rimisi in ginocchio, ai piedi del lettino, per riprendere fiato.
Gli occhi mi trasmisero l’immagine della ragazza che si spargeva il mio seme sul ventre, massaggiandosi con le mani e con le dita dalle lunghe unghie laccate, mentre dalle labbra le colava lo sperma del suo uomo che, con un sorriso soddisfatto a distendergli le rughe sul volto, la guardava affascinato…
Una mezz’ora più tardi, non appena ci fummo ricomposti, i due mi chiesero di riportarli indietro, a Livadia.
Evidentemente avevano raggiunto il loro fine: il resto della gita era diventato un qualcosa di scarso interesse.
Ma, di certo, i giochi erotici che avevano fatto sulla mia barca erano risultati loro molto graditi, ed il mio coinvolgimento, sicuramente non frutto del caso, aveva regalato loro sensazioni molto piacevoli: infatti, una volta giunti in porto, mentre lui mi saldava l’importo dovuto (mi sentii in imbarazzo ad accettare quei soldi, visto che ero già stato pagato abbondantemente in natura!), fu proprio la ragazza a chiedermi in inglese (e quella fu forse la prima volta che mi parlò direttamente) e con un sorriso che diceva tutto, se la mia imbarcazione fosse libera anche per il giorno successivo, per una nuova gita in mare.
Il suo compagno mi guardava divertito, forse perché la mia espressione doveva risultare a dir poco comica !
E’ facile immaginare quale fu la mia risposta.
E applicai loro anche uno sconto veramente eccezionale.
In quel momento, i soldi, non mi sembravano più così importanti.
Luca era più bello e assorto del solito stamane, e la mia animella dispettosa non poteva far a meno di tramargli dietro, perché in fondo a me dava fastidio vedermi intorno della gente tranquilla – fosse essa persona o animale –; e forse per questo che quando vedevo Niki sopire tranquillo, tutto rotondo, lo stigavo sempre: perché la sua tranquillità mi faceva invidia! – Allora, Luca hai finito di farci il rodaggio al tuo trabiccolo? – guardò interrogativo: – quando vuoi, dimmi, che lo portiamo a truccare! –. – Si,che ho finito! – disse acidosetto: – e già da un mese! –. – E hai tolto i fermi? – – No! – continuò come prima: – e comunque sarà il tuo un catorcio! e pure vecchio! – – Oh, ma che hai!? – – Ah, fai tu…, mi hai detto che ho un “trabiccolo”! – – Ma ve’ che non è mica offensivo! – – Ah no…! – – No! vuol dire:… ‘aggeggio’! – e si tacque – quindi taci se non sai le parole! o chiedi… – l’incalzai: – e poi il mio non è neanche così vecchio come credi, …bello! – dissi ora io acidosetto. – No…? – – No, saranno sì e no… dieci mesi che ce l’ho! – – Davvero? – – Certo! Io non ho mica mamma e papà che me lo comprano appena l’ho chiesto! a quattrodic’anni… – sottolinea, spargendo veleno da tutt’i pori: – Io per un anno sono andato col Ciao, carino! – ma finita la mia filippica, Luca mi guardava cogli occhi lucidi. – Ma perché mi tratti così!? – disse: – delle volte sembra quasi che io ti stia sul cazzo! – e fece come per andarsene, ma io lo fermai. – No…! no…! dai Luca… scusa! – e l’abbracciai. – Eh, prima mi tratti male, e poi mi abbracci! – disse tentando ancora di scappare. – Dai, Luca scusa… scusami – lo strinsi ancora più forte; non l’avrei dovuto trattare così: come un ragazzino viziato non lo era affatto, ma l’invidia certe volte fa dire cose irragionevoli. – …lo sai che delle volte sono un po’ stronzo! –. – Un po’…? Un po’ molto! – mi disse, ma me lo meritavo tutto. – Scusami dai…, hai ragione! – – Sì, va be’, ma lasciami! – – No, dai…, resta qua! – – Devo finire! – s’impuntò. – Dai, fallo qua! – lo trascinai tra le mie gambe, sulla mia sedia: non potevo lasciarlo andare, o sarebbe scappato. Senza dir niente si rimise a studiare con me che l’abbracciavo, così – per me – mi diede anche l’implicito assenso ad accarezzarlo in ogni suo dove, su tutto il suo corpo. Per tutto il tempo non lo lasciai andare: sempre un braccio cinto intorno alla vita, sempre una mano sulla schiena o la chioma, volevo essere per lui l’ideale guscio di tartaruga entro cui rifugiarsi, ma sentivo che ancora mi resisteva: – Luchino che fai? – lo accarezzai lungo i fianchi affacciandomi alla sua spalla. – Non chiamarmi così! – disse stizzoso. – Dai… – lo accarezzai ancora per ricever risposta, ma non rispondeva: – Perché? –. – Perché no! – – Va be’, allora Luchetto… – – No! neanche quello! – ma che aveva contro gl’ipocoristici? Fors’era per il mio stesso motivo che non amavo di sentir pronunziare il mio nome per intero, ma lui era per gli alterativi. – Allora Cinnazzo… – provocai. – Mhmm! – – Ma allora come ti debbo chiamare…? – – Luca! anzi non chiamarmi affatto! – – Ma si può sapere cos’hai oggi? – gli strofinai i capelli. – È che domani ho un compito… – s’accasciò disperato: – …e non ci riesco! –. – Oh Luca, a cosa? – – A impararlo… – e dopo un po’ d’insistenza mi spiegò che quel periodo di storia proprio non riusciva ad entragli nella testa, o meglio ad uscirgli, perché quando ne aveva bisogno che non riusciva a rammentarlo, tipo durante le interrogazioni, fin dalle medie; insomma una sorta di sua nemesi storica. Ma la cosa che più, sentivo, lo disperava era l’idea dell’insuccesso che proprio non digeriva; e strano perché i suoi, mi sembrava, non lo pressassero affatto, ma forse era la sua predisposizione innata all’eccellenza a impedirglielo. – Dai Luca…, scommettiamo che la sai? – gli accarezzai la sua testolina bionda, ma Luca emise solo un muggito sconfortato. – Oh… facciamo una pausa… – proposi: – dai che ti faccio una bella sega! –, e dopo un po’ di moine cedette alla mia sega rilassatrice.
Lo accompagnai al divano con la testa poggiata al braccio e le gambe in centro, poi ne sollevai una per mettermi a sedere. – Perché? – mi chiese. – Perché così sto comodo anch’io, permetti? – o solo lui primino doveva star comodo mentre io gli facevo la mia sega rilassatrice? così m’infilai tra le sue gambe, una davanti e l’altra dietro, e incominciai a sbottonarlo. O che dolce! mentre se ne stava buono buonino a farsi slacciare i pantaloni, poi gli presi il suo notevole fallo: non duro, ma già abbastanza barzotto per poterlo segare. – Dove metto? – mi chiese. – Ma metti dove vuoi! – ma cosa vuoi che me n’importi a me di dove metteva la televisione, ché mi stavo godendo la sua bella bega, ormai più famigliare nella mia mano del manubrio della bici o della manopola del motorino.
***
– Allora, sei più rilassato? – gli chiesi dopo un bel po’ di masturbazione ma senza alcun intento di libiditorio, perché io volevo rilassarlo, non stimolarlo: infatti l’avevo preso appena sotto la cappella. – Sì! però ora devo continuare… – disse alzandosi sui gomiti. – No! stai… – – Ma… – – Stai qui, lo facciamo insieme! – – Ma… – – Stai lì! – lo bloccai con risolutezza: – Torno subito! – e lo ripoggiai con una mano sul petto. – Allora dov’è? – ritornai col libro. – Ma devo studiare! – ribadì alzando il tono, come io se non avessi capito. – E adesso lo facciamo… stai tranquillo! Dimmi la pagina! – lo calmai: – L’hai studiato? –. – Sì! – – E allora, dai… che ripassiamo insieme… – poi mi rimisi tra le sue gambe, riprendendone l’uccello: – Bene, inizia! –. – Mahhh… – mi guardò perplesso mentre tenevo il suo uccello; ma era proprio quello il bello! – Tu inizia, che io continuo! – continuai la sega e dop’ancora un po’ di titubanza Luca incominciò a ripetere. Io lo masturbavo e lui ripassava, e quando sbagliava gli stringevo il fallo in modo ch’associasse l’idea del dolore all’errore, e poi correggevo e quindi lui ripeteva; e se diceva tutt’esatto, ogni tanto, scendevo e gli baciavo quella carminia cappella.
***
– Bene! Allora, visto che sai tutto!? – gli cominciai un’energica sferzatina. – Sì, però dammi che voglio controllare! – – No! – allontanai il libro: – Luca, sai tutto! – e dopo averlo messo via velocemente, gli salii sopra. – E adesso…? – mi chiese con malizia. – Adesso ti do il voto! – mi fiondai sul suo pene. Quel cazzo di primino mi aveva fatto perdere l’intero pomeriggio per il suo ripasso, e ora mi doveva per lo meno una ricompensa: quel contentino che solo lui mi poteva dare; già il sentire il suo lungo cazzo nel mio cavo orale era per me una rimunerazione più che degna, poi, se mi faceva partecipe anche del suo orgasmo, come sinora sempre aveva fatto, eravamo definitivamente a posto. Luca gridò: un gridolino acuto pervase l’aere e un saporino acre il mio palato: come sperato. – Luca… – volevo chiedergli; ma mi fermai, perché mi sembrava blasfemo chiedergli se il voto che gli avevo dato gli era piaciuto, data l’estasi sul suo volto. – Vieni sù! – allora lo tirai in piedi, per coricarmelo addosso, ma vista l’ora preferii abbracciarmelo e accoccolarmi con lui a guardare la tivù. Che bello stropicciarsi un primino guardando la tivì, era un po’ come avere un orsacchiotto tutto per me e anche d’una discreta consistenza visto che non si sfaldava come certi pupazzi al primo strapazzo; poi a un certo punto sentii la sua faccia vicina: un bacio m’aspettavo, casto, sulla guancia; ma mi sentii leccarmi a fianco dell’orecchio. – Beh, mah!… Luca…! – esclamai portandomi la mano su quell’impronta d’umido che m’aveva lasciato quasi come una basetta d’acqua. – Mm… così! – disse con nonchalance in risposta alla mia implicita richiesta di spiegazioni. – Cosììì…?! Te lo do io così! – gli saltai addosso eccitato dalla sua trovata, mentre lui rideva. Io lo sovrastavo e lui rideva: iniziammo una giocosa lotta fatta di risate e solletico, e quel biondino stava avendo la peggio, quando sentii commentare alle spalle: – Dunque è così che studiate! – disse mia madre apparendo dalla cucina. – Oh oh! – bisbigliò subito Luca portandosi le mani a chiudere la patta, per fortuna che lo schienale lo nascondeva. – Dai, muoviti! – intanto io andai. – Allora ma’… – dissi come riempitivo per prendere tempo. – Cosa? – – Niente…! – tanto era solo per perdere tempo, e dare modo a lui di sistemarsi, infatti arrivò d’improvviso tutto puntino – Ciao allora… io vado! Ci vediamo domani! Ciao! – saluto anche mia madre, per la prima volta, con un «ciao» per la fretta, scomparendo poi per la tromba delle scale.
***
Stavo bevendo a collo ribeccandomi l’ennesima la romanzina da mia madre, quanto Luca rientrò dalle scale con la faccia sconvolta. – Beh…? – esclamò lei vedendolo che sembrava appena aver visto un fantasma; a me invece la sua espressione suscitava un sacco di risa. – C’è… c’è Niki sul mio scooter… – balbettò; benedetto d’un gatto: ce l’aveva quel brutto vizio! Subito mi misi le mani tra i capelli per assumere anch’io una faccia sconvolta: – Beh…, caccialo via! – gli risposi con ovvietà. – Ma ho paura che me lo graffi…! – sembrandomi così pìcciolo, che subito cercai lo sguardo di mia madre per irriderlo, ma lei si raccomandò: – Dai aiutalo! – con fare compassionevole; in fondo c’aveva ragione: un primino andava aiutato, non deriso, e così lo accompagnai per un braccio a vedere il motorino. Era un amore vederlo scendere le scale così timidamente preoccupato, mi faceva una tenerezza assurda, specie se pensavo alla nullezza del suo cruccio ch’eppure gli faceva uno sguardo così dolcemente turbato da non potermi però esimere dallo spauricchiarlo! Aprii la porta; ed eccola là la vendetta di Niki, che per averlo lavato ora si toelettava, per una legge del contrappasso, fieramente sul suo scooter, quasi fosse su di un piedistallo. – Luca, mi raccomando, non muoverti! – lo vidi impietrirsi. – Perché? – – Perché dopo, se si spaventa, scappa e ti graffia la sella… – il suo sguardo si fece d’un bianco che pareva svenirsi all’idea di trovarsi uno squarcio sul motorino (nuovo): – lascia fare a me! –. Lemme mi avvicinai per aumentare la tensione e facendogli cenno di tanto in tanto di non fiatare, così da vederlo col groppo in gola, poi giunto in prossimità di Niki l’afferrai ratto, mentre ancora si lavava. – Preso! – gridai esibendolo come un trofeo, e Luca subito s’avvicinò per fargli un «veeehh» che suonava di tutte le raccomandazioni del mondo, poi si chinò a controllare lo scooter. – Ma no…! – lamentò mentre crogiolavo Niki. – Che c’è? – – M’ha graffiato lo scooter! – disse indicando le carene, avendo come un moto stizza in cui non sapeva quasi se prendersela con quel batuffolo in fusa tra le mie mani o se perdonarlo per la sua incoscienza. – Dove? – – Qui! – m’indicò sotto la sella. Vidi un piccolo rigo sottile un fil di capello: – Hai ragione! hai fatto bene a dirmelo: così ora lo picchio! – alzai la mano, ma lui: – NOO!!! – mi fermò il braccio: – Ma poverino!! –. – Ma poverino de che!? T’ha graffiato lo scooter! – – Sì…, ma non è colpa sua! non l’ha fatto apposta! – sì, in fondo era solo un gatto…, non avrebbe potuto farlo con intenzionalità (o no?); tanto, comunque, non avrei picchiato il mio micio: non era mica il mio scooter quello …; poi Luca tornò a ridisperarsi come un primino lagnoso. – Uffa… ma cazzo! – continuava a guardare il suo motorino “graffiato”, mentre io mollavo il gatto. – Fa’ vedere, vah! – intanto lui continuava calpestare come un Paperino inocato: – …ma questo non te l’ha fatto un gatto! – dissi. – Ah no…! –. – Luca, il gatto non fa free climb per salirti sul motorino; ci salta! – lo ammutolii immediatamente. – Ma allora cos’è? – non voleva però arrendersi ad attribuire la colpa a qualcun altro. – Mah… l’avrai fatto tu… – l’imbeccai. – E come!? – – Luca… queste carene sono belle, ma si graffiano con niente! guarda il mio…, ch’è solo lavato! – e si precipitò a osservarlo tutto micrograffiato da graffiature circolari. – Comunque, dai…, con un po’ di Polish va via tutto! –. – Come… – – È un prodotto per levare i graffi! lo usa mio padre lava l’auto! – Luca mi guardò come per chiedermi di non dargli false speranze: – Dai, faccio così: un giorno di questi, quando vieni, li laviamo e ce lo diamo… – dissi per confortarlo, ma lui… – Ehm… – mormorò, ciondolando come un bimbetto vergognato: – non è che si potrebbe fare domani? – domandò velocemente. – Va be’, dai… facciamolo domani! – l’accontentai…
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…– Dai, Anna… – brontolai, ed ella s’allontanò; però, bastava poco per dissuaderla: una semplice enne al posto d’una emme, una dentale al posto d’una labiale, e subito quella semplice frase, che altrimenti poteva sembrare di dolce finta-ritrosia, risuonava fredda e distaccata, tanto da far desistere anche il più amorevole cuore di mamma. Non lo facevo per cattiveria, ma è che, a sedic’anni, non è dignitoso farsi abbracciare dalla mamma, neanche se hai la febbre a quaranta, sei distrutto sul divano di casa, e son tre giorni che non vai più nemmeno a scuola! – Oh…, scusa se volevo sentirti la febbre! – No, lei valeva abbracciarmi; il che era diverso! – Ma vattene! – l’esclamai con la voce supina e nasalizzata per il cuscino contro la faccia. – Ooh! Veh, dolcezza, che oggi sono stata a casa per te! – mi rinfacciò. – E chi te l’ha chiesto!? – ribattei io con la voce ancor più nasalizzata per la faccia conficcata dentro il cuscino, poiché il mio comportamento non s’addiceva a quella situazione, e io lo sapevo, però non potevo neanche tornare indietro per quella natural “sprezzanza” giovanile che pungola l’orgoglio nel momento del confronto. – …“Chi me l’ha chiesto”? C’hai un bel coraggio! – glissò con flemmatico autocontrollo: – Sei qui con la febbre a trentanove e secondo te io ti lascio a casa da solo!? – ma che palle! ma perché non se n’andava e mi lasciava fare una bella sega! – Piuttosto, l’hai presa la medicina? –. – Ma Sììììì!!!! – beh, ma insomma…, non ero mica un bambino!? non c’avevo mica diec’anni!? e per fortuna che la porta suonò. Tra gli acufeni e i fruscii per l’otite, mi parve d’odire la voce argentina di Luca; o Luca… Luca… dove sei? (l’invocai al mio capezzale) perché non giungi a me, se sei qui? ma forse sei solo l’illusorio frutto d’una mia allucinazione. Poi, dopo un interminabile quarto d’ora, ella tornò: – Chi era? – le chiesi. – Era Luca; era venuto a trovarti, ma l’ho dovuto mandar via: devi riposare! – decreto: – Smh!! – emise uno sbuffo misto di riso e fastidio trattenuto: – però se insisteva…, devi proprio avergli preso…! – commentò e si allontanò con altre farneticherie. Tornò poco dopo, per dirmi che sarebbe andata via e tornata al più presto. – Sì, brava… va’! – va’ e lascia a casa il tuo unico figlio, solo e con la febbre alta: febbricitante…
La porta si chiuse, e finalmente potevo spararmi le mie belle seghe ripensando al mio Luca.
***
Mi stavo sparando un gran bel segone, quando la porta risuonò: «Mmm… ma cheppalle! Ma non se le può prendere dietro, le chiavi!» lamentai, per non inveire contro mia madre, poi andai alla porta ad aprirle, ma mi trovai davanti Luca: – Beh! – esclamai sbigottito. – Ciao… – mi disse col suo visino dolce e il casco sott’al braccio. – Ma come hai fatto? – m’affacciai per controllare che non ci fosse mia madre, poi mi ritirai per i rigori del freddo. – Eh…, ho scavalcato! – affermò candidamente: il mio piccolo saltacinte Pensai un momento se farlo entrare o no, poi lo trascinai dentro: – Dai, entra! Non stare sulla porta, ch’ho freddo!! Ma che ci fai qui? –. – Son venuto a trovarti! – disse mentre lo tiravo dentro: – Tu sei venuto a trovare me… – si legittimò. – Sì! – – e allora anch’io! – rimarcò la reciprocità della cortesia; sarà…, ma a me la cosa non suonava ancora chiara. – Ma tra un po’ ritorna mia madre… – l’avvisai e lui sapeva bene il perché. – Va be’, ma vado via presto! – assicurò; insomma, voleva rimanere: chiusi la porta e lo feci accomodare. La sua presenza inaspettata però mi stava conturbando e il mio pene lo rivelava, infatti ma toccai; ma il suo sorriso malizioso, mi disturbò però: quasi fosse venuto lì apposta per quello; poi c’era anche la questione di mia madre che mi preoccupava: vabbè, in fondo cazzi suoi…, sarebbe toccato a lui doversi giustificare e per l’autoinvito e per l’essersi intrufolato – compiendo, tra l’altro, una violazione di domicilio –, dopo il divieto ricevuto. Ci sedemmo abbastanza taciturni a guardare la tivù, in fondo dopo i primi convenevoli cos’altro avevamo da dirci, e poi lo vedevo piuttosto impaccio in quella situazione, forse per quella cosa che – sospettavo – era venuto a chiedermi e che ora, si era accorto, non poteva chiedermi più. Continuavo ad osservarlo quel primino, ma lui niente: non si tradiva; continuava a guardare imperterrito la tivù e a sembrar soddisfatto soltanto da quello, dallo stare insieme a me: di fare, insomma, l’amico ch’era venuto semplicemente a trovare l’amico. Forse mi sbagliavo a pensare su di lui, a vederlo solo come un primino assetato di sesso; forse ero troppo prevenuto nei suoi confronti. – Sei stanco? – mi chiese mentre spigozzavo. – Mh! – confermai, ripensando a quanto mi sarebbe piaciuto poggiarmi sulla sua spalla. – Stenditi, dai… – m’invitò sulle sue gambe, facendone segno con la mano. Mmm, stendermi sulle gambe di un primo? la proposta, anche, mi allettava…, ma mi sembrava anche dargli troppa importanza (lui si sarebbe trovato in una posizione di naturale vantaggio e io d’inevitabile sudditanza) e di rendermi ridicolo (io sulle ginocchia di uno più piccolo!); e poi, scusa…, ma, se mi rifiutavo di accettare le coccole da mia madre, perché mai avrei dovuto accettare di stendermi sulle sue gambe!? – No, – (grazie…) rifiutai. – Su! – m’incoraggiò. Evidentemente il non mio diniego non gli era sembrato così convinto. – Ma vah… – – Dai! – insistette, e allora io, convinto dal suo bel faccino, mi calai. Giunsi a pochi centimetri dal suo florido pacco, e finalmente realizzai: – Veh, Luca che oggi proprio non ci riesco…! – mi rialzai e lui mi guardò perplesso: – Non ce la faccio proprio a prenderlo in bocca! ho il vomito solo appena mangio! –. – Ma secondo te! – mi sclamò quasi scandalizzato: – Io sono venuto solo a trovarti, come hai fatto te! – e in quel «te», cioè me, non dovevo leggere, dal suo tono, quello che gli avevo fatto: la sega, il bidè, l’accompagnamento al letto; ma le coccole, lo star tranquillamente insieme, le carezze; quindi mogio mi calati sulle sue gambette sottili, zittito. Luca subito iniziò a carezzarmi i capelli e subito anche il sorriso comparve sul suo volto, era veramente bello star lì: le sue gambe erano d’una confortezza infinita, d’una comodità che mai avrei immaginato prima, senza provarle; e intanto mi guardavo il mio bel primino carezzarmi, poi il mio sguardo cadde sulla sua patta paurosa: indossava quei jeans stretti stretti in vita, ma che gli facevano un pacco mostruoso; una collina, insomma, d’inconcepibili proporzioni, a cui non si poteva resistere. Chiusi gli occhi, e mentre lui mi carezzava, io col pensiero accarezzavo il suo boffice pacco, poi mi c’intrufolavo dentro ed era già duro per me il suo ottimo fallo; aaahhhhh…, se solo avessi potuto…, ma mi sentivo immobilizzato: il mio maghetto mi aveva un’altra volta stregato, ed ora non riuscivo più a muovere la mano, vicino al suo sedere, per portarla suo nobile pacco. Come avrei voluto che l’avesse tirato fuori e postomelo direttamente dentro la bocca, già scappellato, allora l’avrei succhiato com’un immenso ciucciotto: qual era! Sì, avrei iniziato a fare proprio come da piccolino, quando stavo sulle gambe di mia madre, proprio su quel divano, e succhiavo il mio ciuccio – vezzo che avrei tenuto fino ai quattr’anni –, e lei mi carezzava; quanto mi piaceva… proprio come ora mi sarebbe piaciuto ciucciare il suo grande ciucciotto. La mia mente vagava come una nuvola eterea pei pensieri del dormiveglia, soffermandosi, or qua, or là, sulle fantasie più gradite, proprio come quanto la mente rilassata, prima del riposo, svolazza tra il mondo e il sogno, sconoscendo qual è la realtà.
Al mio risveglio Luca più non c’era, ma vidi lei con le sacche della spesa.
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Mi risvegliai con un certo senso d’umidore al cazzo: ma Luca dov’era? non percepivo il suo ingombro di fianco, né le coperte mi parevano tese; ma mi girai, e non c’era… notai però un certo subbuglio là più in basso, come una sorta di muraglia ertasi attorno mio pube; – Mah… Luca!? – gridai beccandolo col mio pene ancora in bocca, sotto le coperte. – Ho voluto darti il buongiorno! –disse salendo lungo il mio corpo e poi si poggiò: – Ti è piaciuto? – chiese dolcemente, mentre mi stringeva; ma cosa potevo rispondere a un primino così? certo che mi era piaciuto: un mattino iniziato con un bel biondino che ti fella, non poteva certo che essere un buon mattino; ma ora – mi rendevo – era tempo per un altro nostro coccolino.
Dopo una mezzoretta ci svegliammo insieme, ma molto lentamente: – Luca non hai fame? –. – Sì! – biascicò. – Alziamoci allora… – – Mhmm! – si lamentò per non volersi alzare. – Sû…! – o mio pigro, pigrissimo primino. Luca pigramente si alzò e rimase a gattoni guardandomi con lo sguardo voglioso di coccole, così m’accostai con la mano a graffiargli quella flanella ciondolante, che pendeva dal suo corpicino, scivolando verso il suo pube; era lì, lo sentivo: quell’organo grandioso! ne percepivo la forza e la possanza provenire da quelle mutande pingui, così v’entrai. Luca mi guardava ancora con lo sguardo sonnacchioso, mentre gli massaggiavo i testicoli; poi m’aggrappai e m’alzai assieme a lui per metterci finalmente a sedere e uscire così da quel talamo di coccole. Prima d’aprire la porta, Luca mi si accostò e abbracciò strettamente: – Dai, che andiamo… –. – Mhmm così…! – disse dolciotto, facendomi intendere che voleva ci andassimo così in bagno: insieme e abbracciati, ed ebbe iniziò il nostro walzer sonnambulo verso la porta del bagno; ma che aveva quel primino stamattina da essere così coccoloso?
– Te lo tengo io? – dissi avvicinandomi a lui, già vicino alla tazza. – Certo! – rispose contento della mia proposta abbassandosi le mutande; ma sempre duro ce l’aveva! Glielo abbassai verso la tazza, poi lui s’inclinò ulteriormente per puntarlo meglio, appoggiandosi alla parete. – Ma come fai? – gli chiesi. – Beh, mica è sempre così! – ma allora solo io avevo la “sfiga” di beccarglielo sempre duro! Aspettammo secondi, ma non usciva ancora niente: – Beh, allora…? –. – Eh… devi pompettarlo un pochettino! – disse mimando. – Dai muoviti! – o gliel’avrei data io la pompatina, ma non come se l’attendeva lui…! poi il flusso fluì; non so perché, ma mi dava una gran bella sensazione sentire quel fluido scorrergli dentro: le vibrazioni, il fluire, mi comunicava un gran senso d’energia; poi sgocciolò: – Scrollalo! – mi disse. – Beh, non solo…! – glielo scappellai per tamponarlo sulla punta con la carta igienica. – Ma fai sempre così? – – Certo! – non era vero… – E adesso me lo lavi? – – Certamente! – quello sì, che lo facevo sempre quando lui veniva. Lo accompagnai sul bidè e mi abbassai su di lui; mi piaceva troppo tenerlo così: tutto rannicchiato in me, e vedere il suo lungo bigolo stagliarsi sul lucido bianco della ceramica e, se era possibile, sembrare ancora più lungo. Ormai il suo coso, la mia mano e io eravamo una sol cosa, e invece di lavarlo, lo masturbavo; ma non mi sarei mai permesso di farlo venire: perché non mi sarei mai perdonato di sprecare il suo prezioso liquido bianco giù lo scarico del gabinetto; così mi fermai. A glande scoperto lo lavai in punta di dita, mentre Luca godeva: – Dai, basta! – purtroppo toccava a me porre fine al suo godimento. – Tu non fai pipì? – mi chiese. Ti sarebbe piaciuto, eh…? ma in tutti i modi non sarei mai riuscito a mingere con lui che me lo teneva.
Scendendo, trovammo Ronfone rannicchiato sul divano e ci tuffammo a coccolarlo: o meglio lui lo coccolava, io mi limitavo a guardarlo mentre lo accarezzava, ammaliato dalla sua splendida personalità mattutina, che risaltava in quel completino azzurrino; poi li lasciai soli sul divano: – Io vado a farmi un caffelatte! – dissi. – E io? – chiese Luca sopraggiungendo con la voce da primino abbandonato. – …e per te ho preparato dell’Orzo Bimbo in biberon! – risposi provocatoriamente con quell’immagine che mi suggeriva il suo aspetto in quel momento; ma Luca non obbiettò: si mise a tavola e mi guardò con lo sguardo d’attesa. Lì per lì pensai che veramente s’aspettasse dell’orzo bimbo in biberon, e già me lo fantasticavo la domenica mattina sul divano di casa col biberon e l’orsacchiotto nell’altra mano, ma rifiutai l’ipotesi: – Allora… cosa vuoi? –. – Mah…, non ho molta fame stamattina! – – C’è dello yogurt… – – Va bene! – annuì per farmi contento. – Al cocco… – annuì nuovamente, e così portai il suo yogurt e la mia tazza in tavola. Non me ne ero reso conto, ma ero diventato estremamente servizievole verso quel primino, alla faccia del suo monito materno…, ma che ci potevo fare se a me piaceva così? a me sembrava una specie di fratellino, e mi veniva spontaneo occuparmi di lui amorevolmente; vedendo, però, Luca mangiare quella quantità bianca entrargli in bocca, mi venne in mente un’insolita idea. Misi da parte la scodella e presi un altro yogurt, sempre al cocco: – Mangi ancora? – mi chiese lui, che già aveva finito la sua colazione. – L’hai mai fatto “alimentare”… – gli feci intendere maliziosamente cosa, leccando la copertura alluminica del vasetto; Luca immediatamente si alzò in piedi e s’irrigidì di fianco a me con un cipiglio che sembrava dire: «fai di me, ciò che vuoi!». Gli abbassai le mutande, mostrando quella banderuola in forza dura, e poi gli carezzai le palline: aveva un’erezione degna del miglior alzabandiera in prima mattina; e poi presi quella cappella nuda e la immersi dentro quel cremoso liquido bianco con fare da chef. Luca subito emise un grido per il freddo, ma dentro la mia bocca… il caldo, il freddo, il granulare, il liscio del glande: tutto era sublime, persino il caldo della sua asta nella mia mano contribuiva a quel mix d’antitetiche emozioni nel formare la formula alchemica del gusto perfetto; e poi ricominciai: ahm… Ogni volta che l’intingevo il suo corpo fremeva di un brivido di freddo, e poi lo riacclimatavo ospitando nella mia gola come un lungo termometro penieno; quando lo yogurt scemò, lo strusciai contro le pareti circolari del vasetto dando al suo corpo un altro tipo di riverbero di godimento. Finito quell’ennesimo gioco erotico, Luca parve non farcela più a trattenere il suo sperma in corpo, e chiedeva a me tacitamente di toglierglielo; – Dai, vatti a mettere sul divano! – gli suggerii, che presto sarei arrivato. Sparecchiai la tavola, ma sistemando le sedie notai però una strana macchia di sporco per terra a forma del suo sperma, ma era soltanto yogurt; non c’era tempo, però, per pulire: il mio primino era di là che m’invocava, segretamente…, ma m’invocava; Luca arrivo… o mio piccolo primino! Corsi subito da lui, che già si stava stuzzicando quella turgida mazza con la sua mano; gli diedi il cambio: – Ti piace, eh… –. – Quando me la fai tu, è più bello… – commentò. – Eh… certo, è la mano di un altro! – in realtà era perché ero io bravo. – Mm…? – non capì. – …è come quando ti fai solletico da solo; non ci riesci! – – Io ci riesco! – disse– proprio qui! – e m’indicò il suo inguine. – Sì, va be’…, – incominciai allora a carezzarlo proprio lì: – diciamo, allora, che è come quando cerchi di farti le carezze da solo: non ci riesci; ci vuole la mano di un altro! – e così era per una sega… – Comunque era meglio prima! – disse. – Quando? – – Sul bidè… – – Aah! Beh… lì perché te lo tenevo, come te lo tieni tu solitamente! sei destro, no? Voltati! –e quel primino col fallo sempre in tiro si voltò: – Vedi! così è come te lo meni tu! – fra l’altro anch’io mi trovavo meglio a masturbarlo così: con la parte ventrale nel palmo e la dorsale a favore del pollice. – Però, io lo prendo più su! – – Come… così? – l’agguantai al glande. – No, un po’ più di prima! – – Così? – – Sì! – – È come me lo meno io! – col pollice appena sopra la corona del glande: così da stimolarla sia in andata che in ritorno, e intanto lui stragodeva! dopo d’un po’ però mi stancai di masturbarlo solamente: quell’odore di maschietto che m’invitava a metterlo in bocca: – Se vuoi andiamo oltre… – dissi per tentarlo, ma Luca mi disse che ancora non voleva venire (?), così decisi di salire: – No, voltati di là! –. – Ma c’ho il coso! – indicò lo schienale che avrebbe a ostruirgli la visuale davanti. – Ma fa lo stesso… – tanto ero io che dovevo coccolarlo, abbracciandolo in quella insolita posizione. Incominciai a stringerlo, a respirarlo sui suoi capelli biondi, che ancora sapevano di balsamo, e poi, per avere un maggior contatto con lui, andai sotto la sua canottiera a carezzarlo, ma sentii subito un brivido di freddo: – Luca hai freddo? – – No! – disse lesto, come se non volesse farmi preoccupare, ma io lo strinsi ancora di più; era in quei momenti che sentivo che sarei potuto diventare una belva, se solo gli fosse accaduto qualcosa, e quasi temevo quella parte di me.
Mi risvegliai con Luca addormentato sul mio braccio e un cruccio per la testa: dovevo far sparire quelle tracce di lui, della sua permanenza; così mi alzai: – Dove vai? – mi chiese lui con la voce da primino in timore d’abbandono. – Tu sta qui, che io devo fare delle cose… – lo accarezzai ulteriormente sulla schiena, gli sistemai il colletto, e quasi gli avrei dato un bacino prima di lisciarlo, se solo la timidezza non mi avesse impedito anche quel casto bacio sulla tempia. Andai in cucina a cancellare quelle tracce in simil-sperma di lui, e poi mi ritrovai a spazzare tutta la casa per fare anche bella figura coi miei, ma notai che tutte quelle tracce briciolose di lui dal tappeto non volevano andarsene; come se non bastasse, pensai anche che in giro potesse esserci qualche pelo pubico di lui, dopo tutte le seghe che gli avevo fatto: e il biondo di Luca è inconfondibilissimo; così pensai di passare l’aspirapolvere. Davanti a quel primino dormiente, montai l’arnese aspiratutto e, anche se di schiena era carino, pensai più volte tampinarlo mentre aspirarlo, ma, non appena mi muovevo mosso da quell’intento molesto, desistevo: intenerito da quell’aspetto indifeso, conferitogli dalle pieghe morbide del suo pigiama azzurrino. Nel frattempo si era pure voltato e ora dava a me la sua prospettiva genitale migliore, che io non potevo fare a meno di guardare: ma che ci potevo fare io, se quella zona di lui era più appariscente d’una ruota di pavone! tutta l’attenzione del mondo circostante, sembrava gravitata da quel punto fisso; e lui, secondo me, se n’era accorto, perché non perdeva tempo per metterlo in mostra mentre si stiracchiava. Mi avvicinai a lui per smontare l’aspirapolvere, e mi sentii pizzicare sul gluteo: – Ma allora non stai dormendo! – gli dissi voltandomi e beccandolo con l’occhietto socchiuso: – Ah, sì… – faceva finta di niente, e riaccesi l’aspirapolvere: wo… wo… wo… faceva il bocchettone tappandosi col suo pube: – Allora, ti svegli? – continuavo a tamponarlo: – Veh, che te lo aspiro…! – lo minacciai tirandoglielo fuori. – Meglio! Così me lo allunghi! – disse scaltramente; ma non ti basta mai! Allora quel lungo pene finì interamente nel tubo aspiratutto: lo ciurlai, lo menai, lo vibrai e quando finii Luca mi disse che era meglio la sega; ma cosa dovevo fare per sottomettere un primino del genere? Subito mi abbattei su di lui con crisi semisterica, poi lo spompinai selvaggiamente con una foga spompinatrice che mi sembra di essere un’idrovora di bega, così come lui lo era stato di coccole; ma mi resi conto in quel momento che gli stavo dando l’ennesima vittoria…, però era contato succhiare quella verga fino in gola: era come se il suo pene avesse resettato il mio animo toccando il mio punto nevralgico. Quando mi calmai, mi sdraiai accanto a lui a masturbarlo; ma mi tirò subito fuori l’uccello per confrontarselo col suo: – No… non è cresciuto! – disse con sicumera, poi iniziammo insieme una masturbazione vicendevole. Ero affascinato da quella personalità incrollabile, da quel primino inossidabile che quasi guardavo negli occhi e mi sentivo proiettato verso di lui, verso le sue labbra, ma la timidezza mi frenava: – Scusa, se t’ho svegliato prima… –mi scusai. – Fa niente… tanto mi piaceva! –. – Cosa? – – Il rumore dell’aspirapolvere…, mi piace! da piccolo dormivo sul divano quando mia mamma passava l’aspirapolvere o la lucidatrice… e lo faccio anche adesso… – – Sei tutto matto! – gli dissi, ma io dovevo solo stare zitto, che a e piaceva dormire la domenica mattina d’estate quando mio padre passava il tosaerba in giardino.
– Luca, allora… andiamo a mangiare? – dissi dopo un bel po’ che oramai ci spupazzavamo. – No, dai… non ho fame, stiamo ancora un po’ qui! – disse con la voce da primino voglioso si coccole, ma doveva rendersi conto che presto avrebbe dovuto andarsene a casa. – Però alle 3:00 vai, eh… – – Perché? – – Perché arrivano i miei! – – Non devono sapere che sono stato qui… – così mi piaceva: perspicace! – Eh…! – – È per quello che facciamo? – disse, poi cadendo in un silenzioso imbarazzo anche con gli occhi; non mi sarei mai aspettato che fosse arrivato a una domanda del genere. – Eh… sì! – farfugliai. – Però non c’è niente di male… – chiese col tono vagamente interrogativo, come se chiedesse una rassicurazione morale. – No! – – Ma tu cosa provi? – disse ancora senza trovare il coraggio di guardarmi. – Cosa… – – Quando lo metti in bocca…. – eh…, bella domanda! – Eh… eh…, …e tu? – che prima di chiedere, rispondesse lui! – Boh! – fece un boh di circostanza ancora con lo sguardo mesto. – Ti piace… – tentai d’imboccarlo. – Mm…? – finalmente mi guardò. – Cioè non ti spiace, non ti fa schifo… – – Beh, no! – – Ti piace, insomma… – mammamia, che fatica per fargli dire quella benedetta parola! – Sì…, – evviva, l’aveva ammesso!: – perché so di farti star bene… – ma che caruccio…: lui mica mi succhiava perché gli piaceva, ma perché mi faceva «star bene»… basta! toccava a me porre fine a tutta questa ipocrisia. – A me invece no, a me piace proprio! – Luca mi guardò stranito, come se avessi finalmente scardinato un tabù proibito. – Ti piace… – ripeté disorientato. – Sì, sentirlo in bocca, quel senso di pieno… intendi? – insomma, e poi anche lui l’aveva provato: – A te no? – – Beh… sì! – ammise: – …ma lo sperma? – aggiunse dopo un po’. – Anche quello! – affermai io. – Sì, vabbé…, allora anche la piscia…! – disse col tono polemico come se non avesse voluto sentire anche quell’ultima ammissione così chiaramente, per non far sembrare tutto la discussione fin troppo scontato e autoassolvente. – Ma che c’entra…, mica puoi paragonare un prodotto con uno scarto! – – Un prodotto… – – Sì, un prodotto! – – E che differenza c’è? – – Che la piscia la scarti, perché se no ti fa male, lo sperma no! il tuo fisico lo produce, è come il sangue, …è un prodotto nobile! – e su quel nobile Luca mi guardò un po’ perplesso, poi tacque come se le mie parole lo avessero in parte convinto, ma stette ugualmente meditabondo a fissare il soffitto. Nella mia mente le parole “scarto” e “sperma” continuavano ad associarsi inconciliabilmente: ma come avrebbe potuto essermi dannoso una cosa prodotta da lui nel momento del suo miglior godimento? certamente non poteva ch’essermi da toccasana per il fisico e lo spirito. Luca non pronunciò più parola, ma io lo diressi verso l’alto per cominciare a carezzarlo su quell’addome piatto: lo trovavo intrigante quel ventre liscio, così morbido al tatto, ma sotto tutta la sua salda sostanza quell’essere aikidoka; poi Luca mi chiese di carezzarlo più in basso… così finii per “carezzare” nuovamente quella doppia decina. Che bello tenere quel membro quattordicenne in mano: era quasi rilassante segarlo mentre guardavo il suo nobile profilo concentrato per non venire e poi quel pinnacolo di carne rivolto verso l’alto con la sua forma stagliata e quella cappella affusolata, che ben si distaccava come forma dell’asta; sembrava quasi di tenere in mano il comando delle sue emozioni: ma come si faceva a non masturbarlo? – Luca, ma tuo cugino non ti ha mai segato veramente? – chiesi di quell’aspetto che ancora mi sembrava sorprendente nella sua vita! – No! – – Come mai? – – Diceva che gli facevo impressione! – – Perché!? – – Perché diceva che ce l’avevo già lungo come il suo ed ero più piccolo! – che stupida scusa! – Tu però gliele facevi? – – Non più! – disse per sottolineare che ormai era un fatto passato; però ora bisognava farlo venire. – Sei bagnato! – assodai scappellandolo. – Non sono mica una femmina! – ribatté, alzandosi ugualmente a guardarlo. – Ma anche i maschi si bagnano, sai… è lubrificante! Dai, che ti faccio venire! – «No!» stette per dire, ma lo fermai subito; i primini sono fatti per godere e venire, e anche Luca non poteva sottrarsi a questo dovere. M’inginocchiai giù dal divano e, come un sacerdote intento nella sua liturgia, lo riscappellai infilandolo tutto in bocca; non mi capacitavo di come il cugino si fosse sempre rifiutato: per me era inverosimile, anzi tra cugini mi sembrava quasi scontato, io non avevo cugini, ma se mi fosse capitavo, non mi sarei di certo rifiutato, perché nella logica familistica spetta al più grande istruire i più piccoli. Luca godeva e i suoi gemiti sottili si diffondevano per l’aria costruendo un leggero sottofondo, ma c’era qualcosa di diverso da ieri: i suoi versetti mi sembravano più tenui, eppure godeva… perché presto del suo siero mi sentii riempire. Continuai a ciucciarlo fino all’ultima stilla, poi guardai il suo volto beo: era dolce, veniva voglia di baciarlo oltreché accarezzarlo, ma con tutta quella luce proprio non ce la facevo, così mi posai sul suo sterno, a dormire come lui desiderava dall’altra sera.
Mi svegliai, con Luca che m’arricciolava i capelli: – Che fai… – dissi: – mi fai i tirabaci!? –. – Mm…? – m’interrogo lui – I tirabaci…; questi! – gliene feci uno con una ciocca della sua fronte; che bello carezzarlo con quei pretesti diversi, poi chiese se poteva farmi venire e ci scambiamo di posto. Luca, invece di scendere in ginocchio, si mise tra le mie gambe a segarmi: – Dai, Luca, non c’è tempo! –. – Uffa…! – disse scocciato per la fretta che gli avevo messo. – Ma guarda! – l’orologio segnava un’ora che era ormai già troppo tarda per venire, e per giunta noi eravamo ancora tutt’e due in pigiama, ma Luca cominciò a fellarmi. Sentivo il suo succhio, la sua testa gli tenevo, ma la mia mente era occupata dai pensieri dei miei che presto sarebbero arrivati, già me li vedevo: entrare da quella porta e beccarmi con quel biondino che mi fellava in pigiama; non ci riuscivo a concentrarmi, non ci riuscivo a venire: mi sentivo in ansia; poi Luca mi disse polemico: – Sì…, ma se anche tu non ti applichi! –. Dovevo applicarmi…, adesso l’orgasmo era questione di “applicazione”! e poi che cosa avrebbe fatto: mi avrebbe dato i voti!? – Dai, Luca è meglio che vai! – gli dissi scomparendo il mio pene, scocciato per la sua affermazione! Luca restò in ginocchio a squadrarmi, mentre mi ricomponevo il pigiama: – Aspetta! fammi almeno vedere Niki prima! – cercò di riguadagnare la situazione; andai a recuperare il gatto come al solito, raggomitolato in una scatola sulla via della cantina in una forma dalla rotondità perfetta. – Toh! Guarda il micio bello! – dissi ricomparendo. – Ciao Niki! – lo vezzeggiò subito: – Ma fa le fusa! –. – Eh certo, se gli fai le carezze… – – Mah, bello! – cominciò di nuovo coi suoi acuti che m’infastidivano le orecchie: – Mi dai i bacini, eh… – gli porse la guancia. – No! non li dà i bacini! – gli sottrassi il gatto: – Glieli devi fare tu! – e glielo riporsi come se fosse una gentile concessione, visto che Niki era mio! così Luca incominciò a sboffonchiarlo simpaticamente sulle gote, ma io, ingelosito da tutte quelle coccole prestate al gatto, lo lasciai andare con la scusa che voleva scappare; Luca nel frattempo mi aveva riacceso un’eccitazione pazzesca! Brrrr… ma che cosa stavo pensando: presto sarebbero arrivati i miei! – Dai… che ti accompagno! – decidi in quel momento di riaccompagnarlo, per affrettare il suo ritorno a casa.
***
– Ma dov’è! – disse Luca rovistando nella sua cartella: era divertente vederlo con indosso solo quella canottierina sottile, che gli faceva un fisichino che ancora non aveva; improvvisamente mi era venuta voglia di saltargli addosso, ma ancora resistevo. Poi s’infilò i pantaloni e parve come rendersi conto, solo allora, d’avervi ancora dentro il portafogli nella tasca posteriore: – Spetta… ti pago la pizza! – disse portandosi la mano dietro. – No, lascia! – lo fermai prontamente: non saranno mica stati i suoi 5 euro della prosciutto e funghi a mandarmi in rovina… ma già che c’ero ne approfittai per infilargli la mano nella sua patta, lasciata aperta: – Però, fammi prima salutare Gianluca! – gli dissi, visto che lui mi aveva chiesto di salutare Niki. – E non solo… – alluse Luca con la faccia furbettina al fatto che mi stavo addentrando piuttosto in profondità… – Eh, bisogna! – – Come si chiamano? – chiese un ripasso – Mmm… – non me lo ricordavo: – Leoluca e Pierluca…? – – Sììì… vero! Leoluca quello destro… – – Eh… seh! Ernesto e Callisto! – – Mm…? – non conosceva la citazione. – Lascia stare… – non avevo voglia di spiegarla, lo spinsi contro il mio letto e lo sdraiai, sfilandogli poi quel magnifico uccello. Lo menai, lo sferzai, lo scappellai, e infine l’infilai tutto in bocca: il bello di avere a che fare con un uccello così lungo, era che potevi afferrarlo con entrambe le mani e avere ancora quella cappella da ciucciare comodamente. Luca vociava il suo godimento; – Bravo! Bravo! – l’incitai: – Grida! – e poi ripresi a ciucciarlo; Luca allora buttò indietro la testa e cominciò a urlare con tutto il fiato che aveva in corpo: sembrava che avesse trovato nuova vita e presto riirrorò la mia bocca con nuova linfa. Continuai a ciucciarlo sino in fondo, questa volta per sentire i suoi veri gemiti d’orgasmo, perché quelli di prima non mi avevano convinto, e poi mi sdraiai accanto a lui a carezzarlo sul suo pene tumescente. Era stato bello: finalmente l’avevo liberato, perché il suo grido ora mi aveva convinto; ma che voleva fare…: Luca mi accostò, buttandomi la mano sul pacco, e mi sorrise: – Adesso tocca a me! – disse e con un balzo scattò in piedi, liberandomi freneticamente l’uccello. Cosa dovevo dirgli… era strabello sentirsi sbottonare la patta da un primino violentatore, che ora mi stava già succhiando l’uccello! Capii, in quel momento, che non potevo più sottrarmi dalle sue grinfie, o meglio dalla sua bocca, e che dovevo per forza farmi venire: cancellai dalla mia mente tutte le preoccupazioni di prima, e riuscii finalmente a immaginarmi la sua lingua sul mio glande che mi succhiava, ed ecco venire… ecco quell’orgasmo anche se frettoloso, comunque stupendo; e urlai a Luca di non smettere di farmi venire se voleva veramente farmi “star bene”, doveva darsi da fare…
***
Guardavo Luca felice per il garino appena fatto nello specchietto retrovisore: mammamia, com’era bello! stasera sarebbe stato difficile ad addormentarsi senza lui con me nel letto…, senza il suo tenero corpicino da stropicciare. Mi sentivo melanconico ora, che andavamo per quelle vie di campagna, per allungare la via di casa; ma mi fermai… – Io mi fermo qui! – dissi arrestando il motore. – Perché…, vieni a casa con me! – – No, voglio fare un giro da solo… – dissi volgendo lo sguardo da un’altra parte – Va bene… a domanti! – disse Luca salutandomi; io inizia a singhiozzare, mentre lui si allontanava: sentivo che quel lungo week-end sarebbe stato difficilmente replicabile, sentivo che dopo quei tre giorni magici mai saremmo riusciti a ripetere un’esperienza simile, perché qualcosa tra noi era cambiato…; in meglio… in peggio… non saprei proprio dirlo, sapevo solo che mentre diventava un puntino lontano nell’orizzonte della Padana che oramai andava all’imbrunire, avevo soltanto voglia di piangere nel ricordo di quei tre giorni passati insieme correndo solo verso il tramonto.
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Hentai (変態 o へんたい, Hentai?) ascolta [?] è una parola giapponese che significa “anormalità” o “metamorfosi”. In Giappone si utilizza anche con il significato di “sessualmente perverso”, ed ha una connotazione molto negativa, in quanto indica forme di “anomalia sessuale” (変態性欲, hentai seiyoku?), o di perversione. Read the rest of this entry »