Alle, ma si può sapere che cos’hai oggi? – brontolò mia madre nel vedermi girare avanti e indietro per la casa ansiosamente, perché lei non sopportava di vedermi gironzolare il pomeriggio quando sfaccendava – cosa che difficilmente io e mio padre contribuivamo a fare ;-P –, ma io avevo Luca d’aspettare.
Sto aspettando Luca… – risposi, affacciandomi alla finestra.
Luca…?
Sì, per lavare Niki!
Alle…, ma il gatto non è un giocattolo! – lamentò mia madre, ma in quel momento arrivò Luca in motorino.
Sì… sì… c’è Luca! – scappai letteralmente via.
Beh, io non pulisco, lo pulite poi voi il bagno! – decretò la mia punizione, mentre fuggivo; chissà come l’aveva presa questa mia fuga entusiasta per l’arrivo di Luca: manco fossi stata una ragazzina entusiasta per l’arrivo del fidanzatino…

Oggi, non so perché, ma mi sentivo un’agitazione incredibile in corpo: da quando l’avevo lasciato, nel suo abitacolo, avevo iniziato a maturare un’aspettativa tale, nella sua attesa, da non riuscirmi più a controllare, tanto che, appena parcheggiò, mi avvicinai a lui per toccarlo e scaricare così su di lui tutta la mia tensione:– Ciao… – dissi.
Ciao – mi salutò sospettoso, guardando con diffidenza a questo mio caloroso saluto, quasi temesse, dietro, una vendetta per ieri, ma io l’avevo già del tutto perdonato, e come si faceva a non perdonare un faccino così!
Dai, che andiamo… – incalzati, e salimmo le scale.
Ma Niki dov’è? – domandò appena entrato in cucina.
È in bagno! L’ho chiuso in bagno! – sennò col cacchio che lo beccavi, poi! Stranamente mia madre non era in cucina…, forse si era allontanata apposta per non doverci riprendere e farci quella sua solita faccia da biasmo, che poi io le avrei rinfacciato.
Luca si liberò del giubbotto e poi entrammo in bagno; Niki quando ci vide fece subito due occhi sgranati da civetta, anticipando già da lì a poco quello che gli sarebbe capitato. Mmm…, due maschi chiusi dentro il mio bagno…, se non ci fosse stato anche il gatto, dopo avrei avuto qualcosa di cui giustificarmi; intanto Luca si guardava intorno incerto: – Allora…, cosa facciamo? –.
Niente! ci mettiamo qui, in ginocchio… – e m’inginocchiai davanti alla vasca per mostrargli, ma quando Luca tentò, si fermò a mezz’aria rendendosi conto di avere indosso i pantaloni buoni, e balbettò:– Eehh… –.
Già…, vero! – serviva qualcosa da mettergli addosso: – Vieni! –.
Uscimmo dal bagno e incontrammo mia madre che aveva ripreso dominio in cucina: – Ciao Luca… – disse.
Mamma, hai qualcosa da fargli mettere ché sennò si sporca!
Sì, c’è una vecchia tuta tua in camera tua: nel secondo cassetto a destra… gli starà un pochino larga… – spiegò, ma anche questa volta scappai via prima che finisse, trascinandomi Luca.

Toh, prendi! – buttai la mia vecchia tuta grigia sul letto, riconoscendo in quella non certamente quella che indossavo quando avevo quattordic’anni, quindi gli sarebbe stata di sicuro larga. Aspettai che si cambiasse con intento assolutamente non erotico, ma mi godetti ugualmente la vista del suo fisichino asciutto in canottiera e quelle mutandine pingui, che scomparivano dentro il tessuto morbido della mia tuta; poi scendemmo. Mia madre ci guardò come se avesse appena scorto una tribù d’indiani in assetto di guerra in salotto, poi guardò lui, gli sorrise, e ci fece una faccia accondiscendente, come se avesse appena approvato quello che stavamo andando a fare: che rabbia quando esercitava il suo ascendente magnetico su mia madre!
Finalmente ci trovammo tête-à-tête col gatto, che indietreggiava sulla difensiva:– Che dobbiamo fare, allora? –.
Niente…, tu ti metti lì, che io lo prendo! – Luca s’inginocchiò, quasi fiero finalmente di poterlo fare, e io presi il gatto per riporlo, rigido come un mattone, dentro la vasca miagolante:– Mau… mau-mau-mauu! – lo presi in giro.
Adesso…
Adesso passami la cornetta… – davanti a Niki mescetti l’acqua fredda con la calda, mentre Luca già se la rideva; poi, pronto, m’incantai a guardarlo.
Beh, che c’è?
Niente… – mi ero incantato per la sua bellezza: – Ehm…, – mi cadde l’occhio sul suo pube:– Gianluca come sta? – chiesi per rompere l’imbarazzo.
Adesso va meglio, però non sento ancora niente… – lo sfilò fuori puntandomelo contro per mostrandomi il rossore sul suo glande scappellato. Io avevo una paura matta ch’entrasse mia madre, e lui invece se ne stava lì tranquillamente con estrema naturalità; quasi automaticamente mi chinai verso quella cappella, che attirò le mie labbra, poi lecchicchiai. Per una decina di secondi mi sentii in paradiso, poi per paura di mia madre mi staccai:– Eh, già…! – dissi salendo, mentre Luca mi guardava come un bambino a cui avevo appena dato un bacino sulla bua. Incominciammo a lavare Niki e tra schizzi e schiamazzi il buonumore tornò per la stanza, scacciando via quella cappa turbida che prima vi aleggiava: bastava il miagolio d’un micio bagnato per farlo sorridere.
Finito il risciacquo, il volume di Niki era la metà di quello fiero che di solito gli donava un aspetto altezzoso: – Sì, mauuuu… – lo ripresi in giro: – Dai, Luca, stendi l’asciugamano! –.
Perché?
Perché adesso l’asciughiamo!
Pronto! – disse tutto orgoglioso del suo operato.
Bene! allora…. ecco che arriva il micio volante! – e con un movimento roteante lo portai sull’asciugamano, pronto per essere avvolto tra sette panni di carezze:– Tu asciugalo, che io intanto pulisco! – o mia madre dopo mi avrebbe fatto il mazzo.
Dai… Niki sta’ fermo! – lo sentii tribolare col gatto.
Ora arrivo… – ma appena mi voltai, mi prese come un moto di tenerezza nel vederlo così goffamente trattare con quel fagotto ribelle e, invece d’aiutarlo, lo brancai.
Dai…! – mi sgridò, perché l’avevo sbilanciato nel mio avvinghio, rendendolo ancora più ingoffito, ma cosa ci potevo fare se sentivo il bisogno d’abbracciarlo! Invece di coadiuvarlo, affettuosamente mi strusciavo – e chissene… s’entrava mia madre! – grato per essere venuto anche oggi nonostante l’accaduto di ieri, ma Luca mi disse: – Ora che si fa? – per dissuadermi dal mio abbraccio.
Ora lo foniamo! – e Luca si sedette sul bordo vasca col gatto in braccio, infagottato come un bambino, anche se Niki sembrava di più un re col fon in faccia che gli soffiava il vento caldo e Luca che l’accarezzava.

Finito! Dai, mollalo! – e subito il gatto andò a grattare la porta per voler uscire, e mentre noi ridevamo, mi resi conto che Luca si era completamente bagnato dalla felpa in giù, infatti mia madre ci rimproverò appena usciti, mandandoci subito a cambiare.
Per la seconda volta noi due chiusi dentro la stessa stanza con lui che si cambiava…, mi sentivo un tantino agitato, però, con mia madre in casa, anche se in fondo era stata lei a dirci di andarci a cambiare e anche se quella volta era stata lei a spingermi a cambiarmi con Luca dentro lo stesso spogliatoio: quindi, in teoria, lei non doveva avere nulla in contrario al fatto che due maschi si cambiassero dentro la stessa stanza e a vista, ma chissà perché avevo l’impressione che non l’avrebbe presa così bene se ci avesse beccati col suo pene dentro la mia : ma allora perché due maschi potevano cambiarsi insieme e fare no? Mah…, le madri…!
Che facciamo? – mi chiese visto che avevamo ancora gran parte del pomeriggio davanti.
Boh, non so… chiudi la porta… – ci tentai, e Luca colse subito l’invio, mentre io mi distendevo sul letto e lui corse poi tra le mie braccia. Su mio invito si adagiò con la guancia sul mio letto, e poi si fece ancora più stretto, cosicché io potessi stringerlo, ma questa volta c’era qualcosa di differente dalle altre volte e non solo perché il suo pene era tecnicamente fuori uso, ma anche perché nell’aria c’era proprio una voglia di tenerezze da parte di entrambi. Passammo parecchi minuti sonnecchiando, mentre io mi divertivo a carezzargli la capigliatura, che scorgevo come un’indistinta massa bionda; però ora mi sentivo anche un sottofondo di senso di colpa, che mi avrebbe spinto a baciarlo sulla nuca, ma potendo scomodarlo, lo strinsi più forte. A un certo punto mi sentii una mano scorrermi lungo la vita e poi infilarsi sotto: Luca mi stava palpeggiando il pacco, e poi il suo palpeggio si fece una sega vera e propria, man mano che il mio soldatino prendeva vita, anche se avevo il giogo delle mutande. – Aspetta, che mi libero! – mi calai i pantaloni, così che fosse bello libero di masturbarmi: non capitava molto spesso che fosse Luca a volermi segare, solitamente ero io, com’era anche giusto che fosse, essendo io quello più grande e anche quello più predisposto a dare e lui a ricevere , eppoi lui il mio primino! Sfortunatamente usava la mancina, però, forse non voleva solo segarmi, perché di tanto in tanto lo stringeva: lo teneva e rimirava, tirandolo verso l’alto, come io facevo quando guardavo il suo lungo; oppure lo prendeva alla radice e stringeva, come se volesse provare di sentire la resistenza del pene allo stringimento: si vede che gli piaceva! poi riprese a segarmi, ma dopo tutto quello stringere, mi era venuta anche voglia di sentirmelo scappellare. – Scappellamelo…– gli dissi: – se vuoi… – ma Luca mi guardò subito strano: si vede che a lui non tornava la mia richiesta di sentirmi la cappella snudata, visto che a lui dava fastidio, ma a me piaceva sentirmi la pellicina scorrermi lungo il glande, sentirmelo aprire – mi dava l’idea che il pene s’ossigenasse – , ma lo scoprì ugualmente, soffermandosi a guardalo, poi capì per farmi sentire qualcosa doveva anche toccarmelo, e allora iniziò a stuzzicarmelo.
A un certo punto ricevetti un messaggio: «Stas da me alle 9».
I tuoi amici? – chiese.
Mh! Per l’appuntamento di stasera… – ma Luca s’intristì come se non facesse parte pienamente della mia vita: – Dai, una volta vedrò d’organizzare qualcosa… – recuperai, solo che io avevo delle serie remore a presentarlo ai miei amici del sera, non mi sembravano adatti per lui: lui era abituato ai miei compagni di scuola, ma quelli erano quelli del paese, quelli delle medie, con cui uscivo la sera, e ultimamente mi sembra di non riconoscerli più neanche a me. Luca si alzò allora gattoni e scese portandosi sulla verticale del mio pene con l’evidente intenzione di succhiarlo: – Non ce ne bisogno… – tentai di fermarlo.
Lo faccio lo stesso! – disse quasi con indifferenza alzando le spallucce, e iniziò. non capivo bene perché lo faceva, c’era qualcosa di diverso però: non era alimentato dalla sacra passione come al suo solito, aveva quasi un che di redentorio; subito pensai che lo facesse per attestarsi ai miei occhi come di un amico di cui non potevo fare a meno, per convincermi a farlo uscire con noi il sera, un incentivo insomma, ma poi mi resi contro che c’era un qualcosa di più consolatorio, quasi volesse definitivamente farsi perdonare per l’altro giorno. Mi sentivo strano però: non era gioioso come al solito e mi veniva difficile venire, anche se per accontentare il mio amico dovevo farlo, visto che serviva per renderlo conscio de mio perdono; allora mi misi con le sopra la sua dolce testolina e iniziai a pensate a tutti i bei momenti erotici ch’avevamo passato insieme, e tutte quelle eiaculate che lui aveva fatto dentro la mia e da lì a poco venni, mentre lui lungamente mi continuava a succhiare quasi non fosse ancora sazio, né pago del mio perdono.

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Lavaggio di Niki

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Oggi gli avevo detto che non avevo tempo: che dovevo studiare e che io non ero come lui… (così intelligente, insomma – da “ottimo, naturalmente!” in uscita dalle Medie –: per cui mi bastavano due lette, per poter poi spararmi le marlette tutto il giorno e sapere la lezione); e che, anche, la terza non era come la prima…, ma implicitamente, tra quelle parole, c’era anche che tutto quello che non avremmo fatto quel giorno lo avremmo recuperato la prossima, e con gli interessi per giunta, salatissimi interessi… Ma Luca, finito di studiare, cominciò subito a giocherellare con tutto ciò che gli capitava a tiro, manifestando irreprimibilmente la sua cinnica1 impazienza; poi prese un compasso, lo divaricò al massimo, e se lo confrontò con l’apertura delle dita, quindi se lo portò tra le gambe enunciandomi: – Mmh! ci siamo… –.
Io lo guardai con benevolenza: mi faceva tenerezza quando faceva così per attirare la mia attenzione con quegli stratagemmi che denotavano il suo chiodo fisso; poi tornai ai miei compiti, ma davanti agli occhi avevo ancora quella stanghetta brillante e lui lo sapeva…: mi portò a tradimento il compasso fra le gambe, e io agitato replicai: – Ma sei scemo! –.
Tranquillo, non c’è la punta… – sdrammatizzò.
E ci mancherebbe altro! – tanto non era il suo… dovevo immaginarmelo che, prima o poi, la sua anima pestifera e segaiola sarebbe saltata fuori.

Passarono venti minuti e Luca mi propose un massaggio; – Mmm? – io avevo capito “messaggio”.
Un massaggio! – mi fece segno con le : ricordavo quant’era bravo coi massaggi quando al mare mi passò la lozione solare.
Sì! – e quel primino prese posto dietro me, attaccando, però, subito un discorso su quanto fossi teso nella zona dietro le spalle, e di quanto lui la sapesse lunga in tema, visto che da piccolino (sic!) faceva i massaggi a sua madre e lei a lui; il “cocco di mamma” mi venne subito in mente, ma dovetti tenermi per me quella battutaccia o si sarebbe scatenato un putiferio, finché, poi, non si zittì da solo per mancanza di un contr’oratore, lasciandomi finalmente studiare.
Col tempo i suoi massaggi si fecero tenere carezze sulla mia schiena curva, ma io al suo posto non sarei stato così buono con lui: gli avrei subito fatto del solletico, e invece lui niente, non sgarrava mica; poi smise di massaggiarmi e disse: – Indovina che cosa scrivo? –.
Ma devo studiare…
Ma puoi farlo anche se studi! – e incominciò a scrivermi contro la schiena: «A», «L», «E», «S»…
ALES-sandro
Bravo! Adesso è più difficile: è una frase intera; incomincio! – «L», «U»…
LU-ca
Poi… – «E’».
È – «U» «N» – UN. «Luca è un…»… –.
“Un”…? – «C».
C-inno! «Luca è un cinno»! Giusto? – mi divertivo troppo a prenderlo in giro.
Noo! Gi… – «G» rimarcò.
Vabbè, «Luca è un g…»? – continuò: «R», «A», «N» – …GRAN. «Luca è un gran cinnazzo»! Vabbè, ma non cambia poi molto… –.
Mmm! – pestò anche i piedi per terra dandomi una dolorosa pacca sulla schiena, come per mandarmi a quel paese.
Dai, continua…
Effe! …i! …gi! …o! – scrisse a grandi lettere sulla mia schiena sottolineandole tre volte, come volesse imprimermele a fuoco, poi riprese a massaggiarmi ma più scazzatamente.
Luca è un gran figo: …e bella scoperta, lo sapevo già! ma probabilmente lui voleva sentirselo dire dalla voce di uno che (forse) stimava, sentirselo sancire da un terzo, perché, se anche “verba volant e scripta manent”, una confermazione esterna è sempre meglio di un’auto-illusione, e poi sulla mia schiena c’era pur sempre bene incisa quella scripta che manent nella mia memoria della percezione.Dopo di un po’ lo sentii poggiarsi con la testa sulla mia schiena, come un ercolino a riposo dalle sue dodici fatiche, e pareva quasi essersi sopito, ma, purtroppo per lui, io avevo quasi finito i miei compiti, così provocatoriamente lo rimproverai: – Allora, hai finito di farmi il koala! – lo scossi dalla mia schiena.
Ma perché… – si destò.
Perché quando fai così, mi sembri appiccicato come un koala!
E allora cosa devo fare? – mi chiese come per dire «se voglio un coccolino, cosa devo fare?».
Vieni qua davanti… – Luca capì subito cosa intendevo e infatti mi strinse fortemente, prima di sedersi a cavallo delle mie ginocchia. Che bel biondino…, mi sembrava quasi un bambino appena sveglio dalla sua pennichella, e incominciai a toccarlo sul davanti come per instaurare un contatto con quella roba bella, ma lui mi abbracciò inaspettatamente; mmm… che bello averlo fra le braccia: lo sentivo materializzarsi come un mio bisogno d’affetto, e mi rilassava come quando ci si ridesta da una lunga dormita.
Dopo un po’ d’abbracci, Luca si rifece indietro nuovamente e mi guardò con uno sguardo voglioso.
…e Gianluca come sta? – gli portai una mano sulla patta.
Sta bene! – e te lo credo: lo sentivo già ! Scattai in piedi, e Luca si alzò poggiandosi alla tavola sotto la mia guida, mentre ci scambiavamo sguardi concupiscenti; gli slacciai la cinta, ed eccola, finalmente, quella roba dura! la tenevo come un’Excalibur pronta da estrarre dalla roccia più dura, e senza averla ancora guardata la masturbavo, perché troppo attratto da quel volto biondo. Mi abbassai, sempre tenendo gli occhi su quel volto, e poi…: mamma che sventola! comparve davanti ai miei occhi: una torre di carne sovrana in tutta la sua grandezza; andai cogli occhi su quel compasso lì a fianco, e la lunghezza ci stava tutta! poi l’infilai direttamente in .
Ahh! – Luca gemette per il mio primo risucchio di scappellamento e intanto io mi davo a quella che mi sembrava una gran scena porno: lui in piedi contro il mio tavolo e io seduto a fellarlo. Dopo di un po’, mi passò quella scarica d’adrenalina che mi teneva assoggettato al suo tumido e tornai su da lui a masturbarlo; Luca era così bello, e oggi ancora di più, come un raggio di sole nella mia sala da pranzo, anzi il Sole stesso, poi guardai l’orologio.
Arrivano i tuoi… – mi chiese dolcemente come per consigliarmi di non rischiare, ma io volevo farlo ugualmente: sgombrai la tavola dietro di lui e lo feci distendere: – Ops…! – trovò un vaso dietro la sua testa.
Dammi! Com’è ora? – intendevo il tavolo.
È ! – lamentò, ma con la stessa cosa poteva dirsi anche al suo durissimo ! Lo strinsi e poi gli passai un libro da porre sotto il capo per cuscinetto, e iniziai a masturbarlo di gran lena. Mamma che lungo quell’uccello nella mia mano… e che bello quel primino disteso sul mio tavolo… di certo stava scomodo perché lo vedevo muoversi con dolenza, ma l’eccitazione di quel momento lo ricompensava abbondantemente. Luca godeva e io non potevo far altro che masturbarlo appassionatamente, poi gli riprovai anche uno svibraduro, per il solo di vederlo dimenarsi su quel tavolo e quindi mi ributtai avidamente sulla sua turgida cappella. Luca godeva, e io ero giunto al momento di voler farlo venire a ogni costo, anche a costo di essere beccato dai miei, e dopo tre secondi mi venne: non molto per la verità, ma abbastanza da farmi sentire il suo acre e spronarmi a continuare fino in fondo nella speranza di risentire un altro po’.

Guardai quel primino svigorito sul mio tavolo con l’uccello ancora al vento, e lo lasciai rinvenire un paio di minuti, giocando col suo gioiello nel frattempo: da mollo non era di poco più corto di un’asta del compasso; poi lo spronai: – Dai Luca che è ora di andare! –.
Mmm – mugugnò per farsi aiutare a essere alzato.
No! fai da te… – lo avevo già viziato troppo per oggi, e poi se avessi iniziato ancora con le coccole, non se ne sarebbe più andato via, dunque mi voltai, ma appena feci un passo sentii un fracasso di vetro alle mie spalle; guardai Luca: mi guardava terrorizzato… e il vaso…? No, il vaso di zia Cristina! quel mangiapolvere inusato cui mia madre, però, ci teneva tanto: – Ma come hai fatto? –.
Eh…! – mi mostrò il gesto col polso, da cui capii che, mentre si alzava, colpì inavvertitamente il vaso: – Dai, te lo ripago… – disse amareggiato; ma ancora con questa fola dei soldi! Io noi non avevamo bisogno dei suoi soldi, o della sua paghetta!
Su, Luca, è meglio che vai…
Ma tu come fai?
Tu non ti preoccupare: ci penso io, come la volta scorsa! – ora avevo soltanto fretta che se ne andasse, tanto la colpa me la sarei presa io, o meglio, Niki alla fine se la prese, anche se mia madre ci credette poco alla storia del gatto che saliva sul tavolo buttando giù il vaso, visto che non era solito farlo, ma quella verità era pur sempre meglio di quello che ci avevamo fatto veramente io e lui su quel tavolo.

1 Da cinno

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Il koala

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Da qualche minuto vedevo Luca decisamente smanioso, continuava a puntarmi incessantemente come se avesse qualcosa d’impellente da dirmi, e poi finalmente trovò il coraggio: – Alle, – mi chiamò: – ma, secondo te…, io sono bello? – mi disse a bruciapelo.– Cs…! cs…! – la sua uscita mi fece andare di traverso un cracker che stavo sgranocchiando: – ma che domande mi fai! mrrw… cs! – a momenti stramazzavo, certamente ero paonazzo, ma non per il singhiozzo asfissia, ma per l’imbarazzo.
Vabbè, ma puoi rispondermi, anche se siamo maschi… – anche se…!?
Behhh… insomma… – tergiversavo nell’attesa di trovare una scusa: – …certamente non posso dire che sei brutto, …ecco! – ma Luca mi guardava come se, in realtà, avesse capito le parole che veramente stavano dietro quella litote, e tentasse di cavarmele di : – …altrimenti, cosa dovrebbero dire di me…? – la buttai sul ridere per stemperare la tensione e rompere quell’incantesimo creato dai suoi occhi che altrimenti mi avrebbe costretto a confessare la verità: la verità che lui era un figo pazzesco, ma non di quelli truzzetti e griffati come piacciono tanto alle ragazzine, ma di quelli autentici, veri, che ti stregano al primo sguardo con la loro ammaliante magneticità, che ti sanno muovere un moto interno verso di loro, per cui gli fioccheresti tre metri di lingua in , prima di buttarti ai loro piedi e supplicarli di lasciarti fargli un .
Beh… sì, in effetti… – rispose scherzoso, ma io la presi male ugualmente, perché per me ogni suo commento era prezioso.
Ah… grazie!
Dai, che sto scherzando… sei bello anche tu, su! – mi disse con tono concessivo, come a darmi una pacca sulla spalla, di quelle che non ci credi neanche tu; poi si girò con la seggiola e si appoggiò al tavolo di schiena, come fosse al bancone di un bar: – Hai finito? –.
No, mi manca ancora un po’! – allorché Luca allungò la sua mano infilandola dentro la mia tuta.
Che fai…
– …tanto tu finisci! – disse con sicumera iniziandomi un seghino, come per dirmi «tanto qui ci penso io!»; lo adoravo quanto faceva così: un primino spavaldo e sicuro, che mi diceva di farmi gli affari miei, mentre prendeva possesso del mio corpo.

Chiusi i libri e Luca mi chiese: – Finito? –.

Allora andiamo a farmi una sega? – ah! a fargli
Vabbè… andiamo!
Luca mi mollò l’uccello, ma io avrei voluto tanto essere traghettato da lui, per quello, fino al divano per sentirmi totalmente in suo possesso, e invece no; durante il tragitto m’immaginai anche di cadergli addosso, di svenire aggrappandomi ai suoi vestiti per sentirmi finalmente trattenuto da lui, almeno una volta… ma invece niente. Questa volta Luca era veramente in vena di rivolgimenti: volle a tutti i costi mettersi con la testa sul bracciolo e io seduto tra le sue gambe chiudentemi a forbice, una sulle cosce e l’altra dietro la schiena: – Beh… puoi almeno tirarlo fuori, Gianluca! – dissi, volendo che anche lui facesse qualcosa, per non sentirmi totalmente il suo servetto; ma lui no: – Fallo tu! – mi disse, come se fossi stato io a volere tutto quello. Gli slacciai delicatamente la cintura, come avessi avuto per le un antico reperto, e intanto gli accarezzavo il fagotto, poi aprii la patta come se stessi sconfezionando un pacchetto-dono, e in fine eccola: la cosa meravigliosa! là, lunga, in tutta la sua rosea bellezza: veniva voglia di baciarla; mi abbassai per sfiorarla, ma lui: – No, la sega! – eccheccazzo! manco un attimo di poesia, che subito voleva la sega … il signorino!
Toh! allora… – incominciai a smanazzarglielo rudemente, ma lui si lamentò ancora.
No, più giù!
E che cosa vuoi ancora! – dissi mezzo irritato: che palle d’un primino rompicazzo, ma non riuscivo a dirgli «arrangiati!».
Non voglio venire adesso…, prendilo più in basso!
Toh… contento adesso! – lo ripresi sotto la cappella così da non farlo “venire adesso”…, intanto quel primino si era impadronito anche del telecomando e stava dirigendo pure la televisione adesso, e invece a me non restava altro che quel fallo da sferzare, per non impazzire. Era incredibile come la mia salute mentale fosse legata a quel randello da masturbare, ma in fondo era rilassante farlo: presto quel ritmico gesto divenne solo un monotono riflesso, che partiva non appena avvertivo qualcosa di tumido e caldo in mano, e quel piccichìo di marletta un ipnotico rumore che andava confondendosi col sottofondo ciancioso del televisore. Ogni tanto guardavo il suo volto, che non mi degnava di uno sguardo, ma era così simpatico il suo profilo, che non riuscivo ad arrabbiarmi con lui; andai con la mano sotto il risvolto del pantalone a solleticargli la caviglia, e Luca mi sorrise complicemente: in fondo era solo un corto quattordicenne, di poco più d’un metro e mezzo, con un lungo fallo; il mio primino tutto pene…; poi Luca mosse il piede per scansare il mio solletichio.
Mi sta venendo male al braccio… – dissi.
Cambia! – rispose lui molto pragmaticamente; io l’avevo preso per un suo via libera a iniziargli un , così lo scappellai, ma Luca mi fermò.
E cosa devo fare allora!?
Boh, inventa… – disse facendo spallucce, scaricando tutta l’incombenza su di me; allora ne approfittai per inumidirmi tre dita e parlargliele sulla scappellatura, ma Luca mi contestò: – Lo sai che non mi piace! – contraendo le spalle, come se gli facesse schermira, come un graffio d’unghie sulla lavagna.
Strano, vuol dire che sei ancora molto sensibile! – eppure gliene avevo fatti di pompini: – Comunque ti piace questo? –.
Mmm… sìì… – assentì con sufficienza: gli stavo facendo il tunnel… praticamente glielo prendevo alla base e poi salivo con la mano ben aderente per tutta la lunghezza dell’organo, così che sentisse il moto della mano, poi giunto alla fine partivo con l’altra in modo da dagli un senso di continuità per tutto il tempo della manipolazione, proprio come dentro a un tunnel, appunto! e lui, invece, con quella sufficienza aveva sminuito la mia così grande genialata!
Veh, che ti chiamo la tua Pamela – dissi canzonandolo, ma Luca mi prese in contropiede sul serio.
Magari…! così me le fa lei le seghe! – sembrava che gli avessi fatto chissà quale grande offerta, così con un misto d’orgoglio ferito e gelosia reagii prontamente scotendo la testa, in segno di commiserazione: – Perché…? – mi disse come se gli avessi fatto avere sentore di aver detto un’immane cazzata.
Che non lo sai che le ragazze sono negate per questo!
E tu che ne sai? – polemizzò
È risaputo! – antica saggezza popolare! – e poi, pensaci bene, è logico: che ne sanno le ragazze come gode un uomo?
E quando ci vai a letto…
Ma che c’entra! lì è praticamente tutto automatico! – lo dicevo così tanto convincentemente, che glielo leggevo negli occhi che mi stava credendo sul serio: – quel che senti, è praticamente quel che sentivi quando ti passavo le dita! – era praticamente venuto il momento di smontarli il con le ragazze, se volevo conservarmelo bello verginello ancora un po’! o alla fine, con tutte quelle troiette in giro, l’avrebbe fatto veramente prima me! – Adesso scendo, che sennò mi s’indolenzisce il braccio! – e tutto questo per uno che mi rispondeva «magari» alla proposta una sega fatta da una racchia incapace!
M’inginocchiai sul tappeto davanti al suo pube, quella oramai era diventata la mia postazione di lavoro, e ricominciai. – Aiutami a tirarti giù un po’ i pantaloni! –; oh… finalmente, a disposizione, i suoi bei maroni! li massaggiai, e poi furtivamente baciai la sua verga avvenente, prima di riprendere a segarla, intanto che Luca meditava sulle mie parole…; su come poteva una primina far godere al meglio un ragazzetto come lui…, una che, semmai, non sapeva neanche com’era fatto…: mancava senz’altro d’esperienza! e poi, come poteva trovare la giusta motivazione una per cui il fallo era soltanto uno strumento per procurarsi ; un ninnolo tappabuchi per turarsi in mezzo alle gambe e godere? non sapeva certamente dargli il suo gusto valore, né tantomeno al suo, che era così lungo…, non potendo sapere l’orgoglio d’avercelo in mezzo le gambe o trovarselo davanti! per loro, l’erezione era soltanto una questione di volgare idraulica alzabandiera, non sapendo tutto il meraviglioso meccanismo che ci stava dietro: se gliel’avessero menato, lo avrebbero certamente fatto con sufficienza; se glielo avessero succhiato, lo avrebbero certamente fatto con schifo, o, comunque, senza la dovuta devozione che serve dinnanzi a un fallo del genere! Ma dopotutto, cosa ne potevano sapere coloro che ti dicono «…che non conta è la lunghezza della mazza, ma il saperlo usare…»? come poteva debitamente adorarlo, o strusciarlo a sé, con timor reverenziale, come stavo facendo io in quel momento, contro le gote? che ne sapevano loro, per cui il pene era solo un’appendice tra le gambe di un altro da usare per il loro egoistico piacimento? – Luca, senti questo! – gli dissi prendendolo tra le e iniziando a fregarlo come si farebbe con due legnetti per accendere un fuoco: – Si chiama svibraduro! – e Luca incominciò subito a godere sguaiatamente; non avevo mai visto nulla del genere: gridava e si dimenava come un indemoniato; pensai quasi che stesse male, ma appena feci per rallentare il suo «Continua! Continua!», vociato tra un gemito e l’altro, m’impose subito di continuare. Sembrava d’assistere a un porno amatoriale talmente godeva smodatamente a ogni torsione del pene, era arrivato anche a cercare il mio da masturbare talmente era elettrizzato; inizialmente il suo smodato godimento stava iniziando a divertirmi, ma poi incominciò a crearmi un po’ di frustrazione, perché io ci mettevo sempre tutto il mio impegno per farlo godere, e ora, con quel semplice divertissement, tutto sembrava vanificato.
O Luca se vuoi smetto per sempre di farti dell’altro… – intendevo i pompini e tutto il resto…
Ma no, dai… – disse capendo il mio tono, ma continuò gridando. A un certo punto non ce la feci più a sopportare quella situazione, e lo misi direttamente in ; non ci fu praticamente discontinuità trai suoi gridi: io mi diedi subito da fare per farlo venire, e dopo pochi minuti Luca mi venne. Gli afferrai i testicoli e cominciai allora a succhiarlo forte a ogni sgorgata, e poi a ciucciarlo profondamente per allungargli quella sensazione d’orgasmo; mi chiedevo quale primina l’avrebbe mai fatto per lui? Quale avrebbe mai colto il suo succo verginale e prolungati il suo orgasmo con tanto entusiasmo? quale ragazzina l’avrebbe trovato gustoso, o ingoiato per non sputarlo, capendo qual gran dono fosse in realtà? Nessuna! perché nessuna avrebbe capito che cosa significava il suo orgasmo nel mondo; ma io sì!
Quel primino poi mi guardò, mentre gli accarezzavo il suo tumido fallo, e mi sorrise, con quel sorriso che significava tutto per me.

Adesso faccio io! – disse alzandosi per prendermi il posto: io intanto mi coricai in direzione opposta alla sua e lui scese. Luca incominciò a masturbarmi, mentre presi il suo pene, e poi davvero inaspettatamente mi chiese: – Alle, ma è vero che le ragazze hanno due buchi? –.
Inizialmente non afferrai gli estremi del suo discorso, anche perché mi ero come appena risvegliato scosso dal suo improvviso interesse per l’anatomia femminile: – Dove? – chiesi preoccupato.
Davanti!
Ah… Sì! – finalmente avevo focalizzato le coordinate del suo interrogativo.
E perché? Cioè perché due… –
Beh… uno è la figa, dove lo metti dentro! – il “buco” insomma: – l’altro è per la pipì! –.
E sono vicini?
Beh, sono tutti e due lì!
Ma come fai allora?
Allora cosa…
A sapere quello giusto!
Beh… uno è sopra e l’altro è sotto!
Sì, ma al buio…
Oh…, te ne accorgi! – e che ne sapevo io, che manco ne avevo vista una nella mia via! tutto quello che sapevo, era solo per sentito dire…
E se prendi quello sbagliato…
Oh… lì in fondo c’è la vescica! quindi se la stimoli… – era venuto il momento di fare un po’ terrorismo psicologico su quel primino, così almeno per qualche mese ci sarebbe stato lontano da quelle tentazioni…, tanto, prima o poi, ci avrebbero pensato l’educazione sessuale e l’ormone a fargli tornate grilli per la testa!
Se la stimoli…? – aveva capito cosa intendevo, ma era meglio esplicitarglielo.
…potrebbe fartela addosso!
Che schifo! – esclamò con lo sguardo disgustato; ma meglio così! più cose negative vi avrebbe associato, più ci sarebbe stato lontano… e se avessi potuto dirgli che la figa aveva i denti, gliel’avrei pure quello, ma non m’avrebbe creduto. Luca mi bloccò il pene tra le e poi mi disse: –…adesso ti faccio vedere io! – e m’iniziò a rollare il pene. – Sembra di fare la salciccia! – disse ridendo, ma era tremendo! ora capivo perché di prima il suo sguaiato: a ogni torsione, a ogni girata di cappella avvertivo come una stilettata di scorrermi nel pene, una frazione d’orgasmo che andava e veniva, e a ognuna non riuscivo a trattenermi dal gridare e dal segare il suo membro. Man mano che strillavo, Luca cominciò a rotearmelo sempre più velocemente, finché la percezione di quelle piccole frazioni d’orgasmo non divenne continua, allora gridai: – Luca! sto venendo… sto venendo… – e quel piccoletto s’apprestò ad accogliere il mio seme.
Portai subito le sulla testa di quel biondino e pigiai: normalmente non mi sarei mai permesso di farlo, ma l’eccitazione di quel momento era così alta, che una dispensa poteva anche concedermela; e così Luca mi stette chino con le mie sulla sua testa per tutto il . In fine mi sgusciò, secondo il solito copione, sopra la pancia e, prima di poggiarsi per il nostro solito coccolino, mi chiese: – Alle, ma quanto è che non vieni? –.
Boh… un po’! – 5 giorni! solo che se non era lui ad offrirsi, io non avevo il coraggio di chiedergli di essere soddisfatto: mi sembrava troppo nobile perché potesse diventare lui attore di un mio sollievo, ero io che dovevo essere oggetto del suo capriccio! e poi ora avevo il privilegio di stringerlo, che cosa potevo chiedere di più dalla vita…

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Le ragazze…

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Terz’ora in palestra: ora di supplenza; mancava solo da due giorni il nostro prof di mate e le teste d’uovo della presidenza avranno pensato che quest’oggi saremmo stati più quieti sotto gli occhi vigili di un insegnate di nostra conoscenza, piuttosto che del solito sconosciuto: sì, perché col passaggio al triennio avevamo cambiato tutti i professori, tranne quello di ginnastica. Ci accingemmo ad entrare dagli spalti (della nostra palestrina che aveva due belle gradinate, capaci d’ospitare una discreta platea), ma io, a differenza di tutti gli altri, sapevo già cosa ci attendeva… ed infatti, eccolo là: il mio piccolo Luca con la casacca arancione, la sua chioma bionda e i pantaloncini rossi, giocare a pallone. La classe di Luca aveva, infatti, l’ora prima della nostra a ridosso dell’intervallo, così che non c’incontravamo mai nello spogliatoio, anche se le nostre ore erano virtualmente contigue; ma meglio così! perché non mi sarei mai abituato all’idea di vederlo, sempre passivamente, mentre si cambiava nella stessa stanza con tutti gli altri lo guardavano, seppur con le mutande indosso.
Mi sedetti abbastanza in disparte per non farmi notare, ma poterlo ugualmente vedere di nascosto mentre si divertiva assieme ai suoi amici; i miei, invece, erano andati in palestra, in sala pesi, a pomparsi un pochettino, come si usa fare a sedic’anni un po’ per vantarsi, un po’ per pavoneggiarsi poi davanti alle ragazze; io invece no! io sarei restato lì con lui, a guardarlo divertirsi assieme alla sua classe, altrimenti sarei andato con loro. Lo vedevo scorazzare avanti e indietro a centrocampo e ogni tanto azzardarsi anche in attacco: sospettavo gli piacesse pure quel ruolo, a un leader naturale come lui…, ma la cosa che più mi appassionava era il suo entusiasmo nel correre sempre con la palla attaccata al piede, e se avesse fatto goal, sarei volentieri sceso in campo, facendo invasione di campo, per correre ad abbracciarlo e festeggiare con lui il suo gollonzo. Mi piaceva troppo vederlo correre nella sua esilità: i suoi pantaloncini rossi e le gambette sottili, mi davano tutti il senso della sua priminità; anche se notavo, tra tutta quella torma, dei primini che sembravano tutto fuorché tali: alti, forse, più di me e grossi anche il doppio di lui. Ma quelli non erano primini! un primino doveva essere carino, piccolino e minutino: insomma facile da sopraffare e tenero da coccolare; che all’occorrenza te lo potevi mettere comodamente in valigia e potartelo in vacanza da spupazzare; quelli erano primini! non quegli energumeni là; come il mio Luca insomma! A un certo punto lo vidi scattare: dribblare un avversario, scartare un’imbranata ed entrare in area di rigore, poi imbattersi inesorabilmente contro uno di quei colossi, e patapunfete… il mio Luca a terra, mentre quell’altro continuava la partita.
Un triplice fischio fermò il gioco e un crocchio di quattordicenni s’adunò attorno al mio Luca, che da quel momento non vidi più; mi alzai per vedere oltre quelle teste e anche gli altri dagli spalti, incuriositi da quel trambusto, si alzarono, ma poi tornarono tutti quanti ordinatamente al loro posto, io invece rimasi in piedi col cuore palpitante ancora in gola. Poi vidi da uno spiraglio Luca trattenersi il ginocchio, e in disparte quello scemo, che gli aveva cagionato il danno, starsene fermo con l’aria colpevole a fissare il gruppo: sarei sceso in campo a corcarlo di botte, fino a donargli un’estetica facciale migliore di quella che non gli aveva donato sua madre alla nascita! Quindi il gruppo si aprì e vidi Luca uscirne zoppicante, accompagnato verso gli spalti, e tutta la rabbia scemò in mesta preoccupazione.
Per tutto il tempo ero rimasto celato, ma finalmente presi coraggio e m’incamminai andare a conformarlo; quando mi fermai poi, vedendo una primina dall’aria melensa – quella stessa imbranata di prima – avvicinarsi porgendogli un sacchetto di ghiaccio, così che mi sedetti a una manciata di metri dal mio Luca. La vidi sedersi vicino, praticamente appiccicata, e poi tutt’e due chini sulla medesima busta a confabulare: quindi lei cercò di pigiare il sacchetto sdraiandolo sul gradino, e poi Luca lo sbatté con violenza contro lo spigolo vivo: ma niente… qualcosa sembrava non funzionare… ed erano vicini, troppo vivici, per che io lo potessi accettare!
Pst! Luca… – lo chiamai: – Ohh… Luca! – ma niente: il mio richiamo sembrava non giungere a destinazione; e intanto quel primino stava prendendo a pugni strizzo quel sacchetto, brandito a mezz’aria: – Ehi! Luca! – finalmente si girò: – Hai bisogno? –.
Sì… – scesi subito invitato da un suo cenno.
Cosa c’è?
Eh… questo, non fa freddo! C’è scritto di schiacciare qui, vedi, ma non fa niente!
Rilessi le istruzioni e poi tirai un pugno secco al centro – nel punto contrassegnato dal “premere qui” –, e finalmente il freddo ebbe inizio: – Tieni! –. Che bello stare accanto al mio primino! se non gli fosse stata quella, lo avrei perfino abbracciato per dargli il mio caloroso e terapeutico effetto.
Che ci fai qui? – chiese.
Eh… il prof di mate manca… – ma il nostro discorso venne interrotto da quella primina, che gli chieda inopportunamente come stava; ma come ti permetti! ma pussa via…, vah, che sei pure cessa! l’hai fatta la tua parte? che vi fai ancora qua? Tornatene dai tuoi amichetti, là in campo…, che qui non c’hai più nulla da fare! ma niente: lei continuava a stare lì, e per giunta attaccata a lui. Mi poggiai all’indietro, seccato, coi gomiti sul gradone alle mie spalle, fingendo di godermi la partita, ma in realtà li tenevo d’occhio, perché insospettito dal loro stare troppo chini e troppo vicini; era incredibile delle volte vedere come delle ragazzine, tanto banalotte, ci potessero provare così spudoratamente con dei ragazzini, tanto carini, come il mio Luca – e delle volte perfino riuscendo a starci! –, benché fossero manifestamente ben oltre le loro realistiche possibilità! Mi buttai, poi, in avanti per ascoltare le sue avance, e la vidi poggiargli una mano sopra la gamba, come per instaurare subdolamente un rapporto di condivisione del dolore; non ci vidi più: ma vuoi primina di merda! leva subito quella manaccia, o te l’avrei torta! Per fortuna che la gamba dolorante era dalla mia parte, o gli si sarebbe certamente proposta di praticargli un bel massaggio rilassante, magari con l’intento, non recondito, di scivolargli con la mano verso quel promontorio di lussuria scarlatto: ti avevo visto come glielo sbirciavi! Già il rosso esaltava la sua naturale abbondanza, poi quella posizione aumentava la sua pubica prominenza; ti sarebbe piaciuto, eh…, allungare la tua laida mano verso quel pacco mostruoso, eh? ma lui no! Luca era mio, e gli avrei tirato giù perfino le braghe per mostrarglielo, e gridatole: «La vedi questa nerchia! ti piacerebbe menargliela così, vero? ma questa è mia! mia! e soltanto mia!» e le avrei pure sborrato in faccia la sua pioggia di ; no, quella no! perché se la sarebbe certamente legata come una Cicciolina, e invece io non potevo permettere che il suo prezioso succo venisse goduto da una racozza del genere; allora me lo sarei ciucciato tutto io per dimostrarle, ancora una volta, che era tutto mio! ma poi il prof fortunatamente la richiamò in campo: – Pamela, su…, vieni! –.
Pamela? Strano…, perché c’aveva la fisionomia da Samira! con quella faccia schiacciata, non grossa, ma chiatta; le lentiggini e quel taglio alla cretinetta da simil-Cleopatra, che non avevo mai visto state peggio su una ragazza. Ma quando fu abbastanza lontana per non sentire, Luca mi disse: – Oh, visto…– facendomi l’occhiolino: – secondo me mi viene dietro! Che ne pensi? – chiese tutto sorridente…
Boh! – non potevo certo dirgli che era brutta, o sarei sembrato geloso; ma era la pura verità! Comunque con quelle sue parole caddi in depressione e cercai di cambiare discorso: – Ma la gamba? –.
Mah… – sollevò il sacchetto: – secondo me si sta gonfiando! –.
No dai… che adesso tutto passa! – strofinai confortante la mano sul ginocchio come se avessi un tocco scaccia malanni.
Dici…! – rispose Luca con una faccia dubbiosa: – Secondo me, invece, mi porti sfiga! –.
Perché?
Perché quando ci sei tu, mi faccio sempre male: una volta testa, questa la gamba… – ma ora mi dava pure del portasfiga? Avevo una voglia di piangere internamente che non aveva confini, e poi m’immaginavo quella smorfiosa che in classe ne approfittava per importunare il mio Luca… mi salvò da questo genere di tristi pensieri la richiesta del prof di andargli a prendere dei cerchi e la palla medica. Gli attrezzi stavano in un magazzino, che era poi semplicemente il vano sotto le gradinate, a cui si accedeva attraverso un corridoio, da dietro, come stavamo percorrendo noi in quel momento; avrei voluto tanto accelerare il mio passo: affiancarmi al mio Luca, ma proprio non ce la facevo a stare al suo pari; era come se una soprannaturale forza mi riconducesse al mio posto naturale dietro di lui, a contemplarlo mirando il profilo delle sue spalle magno. Comunque dovevo arrendermi all’evidenza… presto Luca l’avrebbe fatto: avrebbe fatto con una ragazza e prima di me! mi avrebbe battuto sia sull’età che sul tempo; ma dopotutto era inevitabile: con tutte quelle smorfiose, in giro, pronte a darla ai tipini carini come lui… era inevitabile! E io non potevo far altro che aspettarlo, attendere sulla soglia che tornasse da me, per dargli quelle coccole che solo io sapevo darli! Entrando nell’oscuro della nuova stanza, lo persi per un attimo di vista, e poi lo sfiorai sulla nuca col dorso delle dita, come per dirgli: «ti sono vicino», e Luca repentinamente mi abbracciò, buttandomi contro l’interruttore, che già stavo cercando.
Ma come… prima mi parlava di ragazze e ora mi stava abbracciando? ma come faceva, quel primino, a sapere sempre di cosa avevo bisogno? quasi quasi me lo sarei fatto lì sopra quella vecchia cattedra che avevo davanti…; ma no, no! ma cosa mi passava per la testa!? a scuola no! avevamo giurato di no: troppo rischioso! e poi, a momenti, sarebbero venuti a cercarci, se non ci avessero visto tornare indietro immediatamente: – Dai, Luca, continuiamo questo pomeriggio! – così tornammo dal prof con tutte le attrezzature.

Era la che ci cambiavamo contemporaneamente nello spogliatoio della scuola: suonata la campanella, i miei amici avevano deciso di andarsi a cambiare immediatamente, avendo in pratica già fatto la ricreazione, e io mi accodai a loro per tener d’occhio il mio Luca. Presi posto davanti a lui sulla panchina antistante dall’altro lato della stanza; per fortuna che quelli di prima erano meno ingombranti di noi del terzo, o almeno avendo meno confidenza con l’ambiente, stavano meno sparpagliati e quindi tutti sulla medesima panchina: in fondo non erano neppure poi così tanti, forse una decina, e potevo vederli tutti quanti.
Luca si era già tolto i pantaloncini, così potevo vedergli, tra le sue gambette sottili, gli slippini da primino puntinato fantasia, anche se da quella distanza parevano quasi bianchi; a dir la verità ne avevo adocchiati un paio veramente bianchi tra quella biancheria, e un paio era proprio indossato da quel roscio che gli si stava avvicinando. Luca si era accorto del mio sbirciare, ma stranamente non mi guardava con malizia, anzi sembrava che l’aspettativa del pomeriggio lo tenesse temporaneamente sedato; io invece mi ero già dato a un pazzo safari di mutande priminiche, e ne avevo già individuato un paio, di suoi tìpotipi, che mi sconfinferavano particolarmente…: uno era proprio quel pel di carota vicino a lui. Riccardo – mi pareva – si chiamasse: era appena più altino di Luca, segaligno, ma più sportivo a vedere dal polpaccino, specie quando indossava quel completino arancino di prima; aveva però un atteggiamento antipatico, da ganassetta alla giostra dell’autoscontro con quel cipiglio da capetto altezzoso, ma parlava, però, con lui da pari, non riusciva a fargli abbassare lo sguardo, e forse subiva la sua naturale magnificenza. L’altro, invece, era quel moretto, laggiù in fondo, taciturno, che guardava basso: aveva un che d’intrinsecamente tenero e mite, ma al contempo malinconico; era più bassino di lui – avevo notato in campo – e con l’occhio azzurrino, ma che mi ricordava ugualmente Robertino, muovendomi a un sentimento compassionevole.
Luca si era alzato, e ora, senza essersi chiuso la patta, parlava con Riccardo, facendomi intravedere dalla zip semiaperta la mutanda: se fossimo stati solo noi in quella stanza, io e loro, me li sarei fatti tutti quanti. Il primo sarebbe stato proprio quel Rosso Malpelo, che all’inizio si sarebbe dimenato, ma poi l’avrei costretto al muro a subire un mio : gli avrei prima scoperto quel fulvo ciuffetto e poi la sua giusta verghetta; mmm… quanto ce l’avrà avuto lungo? Poco non direi, a vedere da quella bozzetta, ma neanche come il mio Luca! 17, toh! sì, un numero sfigato… e poi il 7 mi è sempre stato un numero antipatico…. Poi sarebbe venuto il turno di quel docile moretto, su quella panchina blu; neanche lui ce l’aveva corto… 16 o 18, per non essere uguale a quell’altro… 16 toh! tanto per non stare troppo vicini al mio Luca! e poi sarebbe venuto il suo turno. Avrei mostrato loro la sua splendida ventina (che tanto avrebbe suscitato in loro invidia e rispetto…) e come godeva; quindi Luca mi salutò, uscendo dalla stanza, lasciandomi solo con la sensazione del suo fallo da stringere nella mano.

***


Per tutto il tempo non avevo fatto cenno ad alcunché di erotico, ma Luca sembrava decisamente intenzionato a cominciare, quando, facendosi indietro con la sedia, mi chiamò aprendo le gambe e assumendo una posa decisamente provocatoria, che attirò la mia attenzione. – Ma perché mi guardi sempre il pacco? – disse provocatoriamente.
Ma va… vah! – in suo tono mi aveva fortemente indispettito.
Ma è vero…!
Ma se mi chiami, è logico che ti guardo!
Sì! ma il pacco… – insistette.
Ma se ti devo guardare, quanto ti guardo: ti guardo tutto… – poi mi girai perché capii che era inutile giustificarmi con primino provocatore; e poi… di che avrei dovuto giustificarmi!
Alle… – mi richiamò, e questa volta fu il suo vistoso ravanare a catturare il mio sguardo sulla sua parte bassa: – visto! – mi disse come se avesse avuto la riprova della sua tesi.
Ma se ti stai toccando!
Sì, ma tu hai guardato!
Toh, allora… – risposi prendendolo fuori: – visto che anche tu me lo guardi! – adesso l’avrebbe finita di fare questo gioco al massacro a chi doveva sentirsi più finocchio, soltanto perché guardava il pacco dell’altro!
Sì, ma tu ce l’hai ! – lo disse come se per lui fosse una giustificazione.
Sff! Luca! – gli soffiai contro con tono minaccioso e facendomi avanti come per avventarmi, ma afferrandogli, in realtà, soltanto il ginocchio.
Ahia! – gridò con un vero grido di dolore.
Oh, scusa! È questa la gamba…?
Sìì…! – disse prendendosela, ma io lo accarezzai.
Dai, scusa! Ma da stamattina…?
Sì! – e cominciò a trattenersi tragicamente il ginocchio: – è ancora gonfio!
Ancora…! Mi fai vedere, per ? – annuì: – Ma non qui, su divano! – lo accompagnai e l’aiutai a calarsi i pantaloni; mammamia che libidine calare la zip a un primino dolorante…
In effetti, è ancora gonfio… – gli tastai il ginocchio, poiché s’era già seduto; poi lo baciai, come si fa con la bua dei bambini: – Dai, che adesso ti passa! –; e poi, già che c’ero, ne approfittai per sbirciare il bozzetto tra le sue gambe e inevitabilmente allungai la mano: – È gonfio! Ti fa male? –.
No! – disse; ma no! doveva dire… testa d’un primino!
e qui è , invece… – salii lungo la sua verga: – è come l’altra volta! –.
Sì, ma a me fa male qua! – indicò il ginocchio.
Eh, ma è tutta una questione riflessologia: ti fa male lì, ma la causa è sempre qui!
e si può fare qualcosa?
Certo! La cosa migliore sarebbe tagliare, ma siccome so già che sei contrario, allora passiamo pure alle cure palliative… – e con un solo gesto gli sfilai le mutandine, aiutato da un saltino del suo sedere, per portargliele fino alle caviglie, assieme ai pantaloni. Ora, sì che avevo più spazio per manovrare! afferrai quell’amena verga e la scappellai per mirarla nella sua forma più godibile, così come se la sarebbe voluta infilare stamattina, certamente, quella primina in vagina, e infine aprii la ; quello sì che era il suo astuccio naturale! e poi scivolai con le dietro la sua schiena, a intrecciare appena sopra il sedere, per poterlo spingere verso me mentre succhiavo: questa volta gli avrei fatto un solo di . Luca intanto incominciava a godere, mentre il suo pene penetrava dentro la mia come un lungo pugnale senza ferire: segno che quella era come la guaina originale; e poi, a un certo punto, mi resi conto che si stava ricappellando, così presi fiato e lo succhiai più forte riscappellarglielo, facendolo gemere. Sentivo quel membro virile, di lui che quasi si era steso sotto di me, scivolando con le gambe per la distensione e premermi con le ginocchia contro il mio , vibrarmi dentro la , finché non venne; mammamia quanto venne! non ce la feci a trattenere tutto il suo nella e quindi, un filo misto a saliva, mi scivolò lungo la sua infinita verga, che recuperai finito di succhiare.
Sei venuto, eh? – mi congratulai, ancora ansimando, tenendo la sua verga, e poi mi poggiai, a braccia conserte e la testa sopra le sue ginocchia, a riposare. Non potevo chiedere di meglio che riposare sopra le ginocchia del mio primino e intanto pensare se fosse stato il mio Sire…: io sarei stato il suo Scappellano di Corte o, meglio, il suo Glande Succhiatore; ma in quel caso il mio compito sarebbe stato soltanto quello di stuzzicargli la reale cappella, e per toccarlo, anche solo con un dito, o prenderne in un centimetro in più, avrei dovuto chiedergli permesso: sincerarmi se Sua Maestà gradiva… e poi mi sentii carezzare sulla nuca. Luca mi guardava languido, e io con la mano andai a masturbare la sua tumida verga e con l’altra a saggiare il suo ginocchio dolorante: – Ti fa ancora male? – chiesi e al suo cenno rimisi di nuovo tutto quanto nella ; ma questa l’avrei tenuto ben saldo con la mano anche, perché sentire la sensazione della sua manualità e dell’oralità del pene contemporaneamente, era più bello! Luca continuava a tenermi le sulla testa, e mannaggia s’era bello fellare uno più piccolo di me, seduto mio divano, mentre io mi prostravo e lui con la mano mi dava il giusto ritmo: il mio piccolo sire! Certamente a Luca sarà piaciuto vedermi così prostrato, senza un briciolo di dignità! o Luca…! Fu veramente lunga quella seconda fellatio: Luca sembrava non giungere mai…, finché m’accorsi che era venuto, pero senza venire…, dall’improvviso decontrarsi del suo corpo e dallo smettere d’ansimare. – Guardiamo la tv, adesso, eh? –. Non conoscevo ancora approfonditamente le abitudini masturbatorie del mio Luca e credevo fosse abituato a farsi due marlette dietro fila – io ci riuscivo! –, e pensavo dunque non avesse avuto problemi a venire una seconda volta in così poco tempo, avendo anche due anni in meno di me! e invece mi sembrava di aver appena terminato una lunga maratona; poi lo ricoprii col panno, e quindi mi sedetti accanto a abbracciarlo e masturbarlo, perché proprio non riuscivo a farne a meno di lui quel giorno. Lo stringevo e intanto lo segavo, il mio primino… vacca s’era bello! lo volevo stringere a più non posso, finché – Ahia! – mi disse.
Oh, scusami! – lo baciai sulla fronte per farmi perdonare: ma proprio non ce la facevo a sapermi regolare; poi mi ricordai che dovevo ancora finire i compiti: ma come fare con lui ch’era così bello… e Gianluca che sembrava ancora una volta da sfogare? e poi ne avevo soltanto esauditi due dei tre pompini sognati stamattina, e mi mancava proprio quello dedicato a lui!
Come va il ginocchio adesso? – m’interessa pretestuosamente con l’intento di succhiarglielo una terza volta.
Va bene! – uffa! ma io volevo ancora rifarglielo il
A me pare ancora gonfio! – e ci scivolai tra le sue gambe a leccargli quella lunga canna, poi lo guardai.
Ti piace, eh… – mi disse con un fare sfrontato: aveva lo stesso sguardo che avrebbe potuto quel suo amico Malpelo se fosse stato nei suoi panni; ma a me non fregava più niente, e iniziai l’ultimo per il nostro duplice .

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Mi risvegliai con un certo senso d’umidore al : ma Luca dov’era? non percepivo il suo ingombro di fianco, né le coperte mi parevano tese; ma mi girai, e non c’era… notai però un certo subbuglio là più in basso, come una sorta di muraglia ertasi attorno mio pube; – Mah… Luca!? – gridai beccandolo col mio pene ancora in , sotto le coperte.
Ho voluto darti il buongiorno! –disse salendo lungo il mio corpo e poi si poggiò: – Ti è piaciuto? – chiese dolcemente, mentre mi stringeva; ma cosa potevo rispondere a un primino così? certo che mi era piaciuto: un mattino iniziato con un bel biondino che ti fella, non poteva certo che essere un buon mattino; ma ora – mi rendevo – era tempo per un altro nostro coccolino.

Dopo una mezzoretta ci svegliammo insieme, ma molto lentamente: – Luca non hai fame? –.
Sì! – biascicò.
Alziamoci allora…
Mhmm! – si lamentò per non volersi alzare.
Sû…! – o mio pigro, pigrissimo primino. Luca pigramente si alzò e rimase a gattoni guardandomi con lo sguardo voglioso di coccole, così m’accostai con la mano a graffiargli quella flanella ciondolante, che pendeva dal suo corpicino, scivolando verso il suo pube; era lì, lo sentivo: quell’organo grandioso! ne percepivo la forza e la possanza provenire da quelle mutande pingui, così v’entrai. Luca mi guardava ancora con lo sguardo sonnacchioso, mentre gli massaggiavo i testicoli; poi m’aggrappai e m’alzai assieme a lui per metterci finalmente a sedere e uscire così da quel talamo di coccole.
Prima d’aprire la porta, Luca mi si accostò e abbracciò strettamente: – Dai, che andiamo… –.
Mhmm così…! – disse dolciotto, facendomi intendere che voleva ci andassimo così in bagno: insieme e abbracciati, ed ebbe iniziò il nostro walzer sonnambulo verso la porta del bagno; ma che aveva quel primino stamattina da essere così coccoloso?

Te lo tengo io? – dissi avvicinandomi a lui, già vicino alla tazza.
Certo! – rispose contento della mia proposta abbassandosi le mutande; ma sempre ce l’aveva! Glielo abbassai verso la tazza, poi lui s’inclinò ulteriormente per puntarlo meglio, appoggiandosi alla parete.
Ma come fai? – gli chiesi.
Beh, mica è sempre così! – ma allora solo io avevo la “sfiga” di beccarglielo sempre ! Aspettammo secondi, ma non usciva ancora niente: – Beh, allora…? –.
Eh… devi pompettarlo un pochettino! – disse mimando.
Dai muoviti! – o gliel’avrei data io la pompatina, ma non come se l’attendeva lui…! poi il flusso fluì; non so perché, ma mi dava una gran bella sensazione sentire quel fluido scorrergli dentro: le vibrazioni, il fluire, mi comunicava un gran senso d’energia; poi sgocciolò: – Scrollalo! – mi disse.
Beh, non solo…! – glielo scappellai per tamponarlo sulla punta con la carta igienica.
Ma fai sempre così?
Certo! – non era vero…
E adesso me lo lavi?
Certamente! – quello sì, che lo facevo sempre quando lui veniva. Lo accompagnai sul bidè e mi abbassai su di lui; mi piaceva troppo tenerlo così: tutto rannicchiato in me, e vedere il suo lungo bigolo stagliarsi sul lucido bianco della ceramica e, se era possibile, sembrare ancora più lungo. Ormai il suo coso, la mia mano e io eravamo una sol cosa, e invece di lavarlo, lo masturbavo; ma non mi sarei mai permesso di farlo venire: perché non mi sarei mai perdonato di sprecare il suo prezioso liquido bianco giù lo scarico del gabinetto; così mi fermai. A glande scoperto lo lavai in punta di dita, mentre Luca godeva: – Dai, basta! – purtroppo toccava a me porre fine al suo godimento.
Tu non fai pipì? – mi chiese. Ti sarebbe piaciuto, eh…? ma in tutti i modi non sarei mai riuscito a mingere con lui che me lo teneva.

Scendendo, trovammo Ronfone rannicchiato sul divano e ci tuffammo a coccolarlo: o meglio lui lo coccolava, io mi limitavo a guardarlo mentre lo accarezzava, ammaliato dalla sua splendida personalità mattutina, che risaltava in quel completino azzurrino; poi li lasciai soli sul divano: – Io vado a farmi un caffelatte! – dissi.
E io? – chiese Luca sopraggiungendo con la voce da primino abbandonato.
– …e per te ho preparato dell’Orzo Bimbo in biberon! – risposi provocatoriamente con quell’immagine che mi suggeriva il suo aspetto in quel momento; ma Luca non obbiettò: si mise a tavola e mi guardò con lo sguardo d’attesa. Lì per lì pensai che veramente s’aspettasse dell’orzo bimbo in biberon, e già me lo fantasticavo la domenica mattina sul divano di casa col biberon e l’orsacchiotto nell’altra mano, ma rifiutai l’ipotesi: – Allora… cosa vuoi? –.
Mah…, non ho molta fame stamattina!
C’è dello yogurt…
– Va bene! – annuì per farmi contento.
Al cocco… – annuì nuovamente, e così portai il suo yogurt e la mia tazza in tavola. Non me ne ero reso conto, ma ero diventato estremamente servizievole verso quel primino, alla faccia del suo monito materno…, ma che ci potevo fare se a me piaceva così? a me sembrava una specie di fratellino, e mi veniva spontaneo occuparmi di lui amorevolmente; vedendo, però, Luca mangiare quella quantità bianca entrargli in , mi venne in mente un’insolita idea. Misi da parte la scodella e presi un altro yogurt, sempre al cocco: – Mangi ancora? – mi chiese lui, che già aveva finito la sua colazione.
L’hai mai fatto “alimentare”… – gli feci intendere maliziosamente cosa, leccando la copertura alluminica del vasetto; Luca immediatamente si alzò in piedi e s’irrigidì di fianco a me con un cipiglio che sembrava dire: «fai di me, ciò che vuoi!». Gli abbassai le mutande, mostrando quella banderuola in forza dura, e poi gli carezzai le palline: aveva un’erezione degna del miglior alzabandiera in prima mattina; e poi presi quella cappella nuda e la immersi dentro quel cremoso liquido bianco con fare da chef. Luca subito emise un grido per il freddo, ma dentro la mia … il caldo, il freddo, il granulare, il liscio del glande: tutto era sublime, persino il caldo della sua asta nella mia mano contribuiva a quel mix d’antitetiche emozioni nel formare la formula alchemica del gusto perfetto; e poi ricominciai: ahm… Ogni volta che l’intingevo il suo corpo fremeva di un brivido di freddo, e poi lo riacclimatavo ospitando nella mia gola come un lungo termometro penieno; quando lo yogurt scemò, lo strusciai contro le pareti circolari del vasetto dando al suo corpo un altro tipo di riverbero di godimento. Finito quell’ennesimo gioco erotico, Luca parve non farcela più a trattenere il suo in corpo, e chiedeva a me tacitamente di toglierglielo; – Dai, vatti a mettere sul divano! – gli suggerii, che presto sarei arrivato. Sparecchiai la tavola, ma sistemando le sedie notai però una strana macchia di sporco per terra a forma del suo , ma era soltanto yogurt; non c’era tempo, però, per pulire: il mio primino era di là che m’invocava, segretamente…, ma m’invocava; Luca arrivo… o mio piccolo primino! Corsi subito da lui, che già si stava stuzzicando quella turgida mazza con la sua mano; gli diedi il cambio: – Ti piace, eh… –.
Quando me la fai tu, è più bello… – commentò.
Eh… certo, è la mano di un altro! – in realtà era perché ero io bravo.
Mm…? – non capì.
…è come quando ti fai solletico da solo; non ci riesci!
Io ci riesco! – disse– proprio qui! – e m’indicò il suo inguine.
Sì, va be’…, – incominciai allora a carezzarlo proprio lì: – diciamo, allora, che è come quando cerchi di farti le carezze da solo: non ci riesci; ci vuole la mano di un altro! – e così era per una sega…
Comunque era meglio prima! – disse.
Quando?
Sul bidè…
Aah! Beh… lì perché te lo tenevo, come te lo tieni tu solitamente! sei destro, no? Voltati! –e quel primino col fallo sempre in tiro si voltò: – Vedi! così è come te lo meni tu! – fra l’altro anch’io mi trovavo meglio a masturbarlo così: con la parte ventrale nel palmo e la dorsale a favore del pollice.
Però, io lo prendo più su!
Come… così? – l’agguantai al glande.
No, un po’ più di prima!
Così?
Sì!
È come me lo meno io! – col pollice appena sopra la corona del glande: così da stimolarla sia in andata che in ritorno, e intanto lui stragodeva! dopo d’un po’ però mi stancai di masturbarlo solamente: quell’odore di maschietto che m’invitava a metterlo in : – Se vuoi andiamo oltre… – dissi per tentarlo, ma Luca mi disse che ancora non voleva venire (?), così decisi di salire: – No, voltati di là! –.
Ma c’ho il coso! – indicò lo schienale che avrebbe a ostruirgli la visuale davanti.
Ma fa lo stesso… – tanto ero io che dovevo coccolarlo, abbracciandolo in quella insolita posizione. Incominciai a stringerlo, a respirarlo sui suoi capelli biondi, che ancora sapevano di balsamo, e poi, per avere un maggior contatto con lui, andai sotto la sua canottiera a carezzarlo, ma sentii subito un brivido di freddo: – Luca hai freddo?
No! – disse lesto, come se non volesse farmi preoccupare, ma io lo strinsi ancora di più; era in quei momenti che sentivo che sarei potuto diventare una belva, se solo gli fosse accaduto qualcosa, e quasi temevo quella parte di me.

Mi risvegliai con Luca addormentato sul mio braccio e un cruccio per la testa: dovevo far sparire quelle tracce di lui, della sua permanenza; così mi alzai: – Dove vai? – mi chiese lui con la voce da primino in timore d’abbandono.
Tu sta qui, che io devo fare delle cose… – lo accarezzai ulteriormente sulla schiena, gli sistemai il colletto, e quasi gli avrei dato un bacino prima di lisciarlo, se solo la timidezza non mi avesse impedito anche quel casto bacio sulla tempia. Andai in cucina a cancellare quelle tracce in simil- di lui, e poi mi ritrovai a spazzare tutta la casa per fare anche bella figura coi miei, ma notai che tutte quelle tracce briciolose di lui dal tappeto non volevano andarsene; come se non bastasse, pensai anche che in giro potesse esserci qualche pelo pubico di lui, dopo tutte le seghe che gli avevo fatto: e il biondo di Luca è inconfondibilissimo; così pensai di passare l’aspirapolvere. Davanti a quel primino dormiente, montai l’arnese aspiratutto e, anche se di schiena era carino, pensai più volte tampinarlo mentre aspirarlo, ma, non appena mi muovevo mosso da quell’intento molesto, desistevo: intenerito da quell’aspetto indifeso, conferitogli dalle pieghe morbide del suo pigiama azzurrino. Nel frattempo si era pure voltato e ora dava a me la sua prospettiva genitale migliore, che io non potevo fare a meno di guardare: ma che ci potevo fare io, se quella zona di lui era più appariscente d’una ruota di pavone! tutta l’attenzione del mondo circostante, sembrava gravitata da quel punto fisso; e lui, secondo me, se n’era accorto, perché non perdeva tempo per metterlo in mentre si stiracchiava.
Mi avvicinai a lui per smontare l’aspirapolvere, e mi sentii pizzicare sul gluteo: – Ma allora non stai dormendo! – gli dissi voltandomi e beccandolo con l’occhietto socchiuso: – Ah, sì… – faceva finta di niente, e riaccesi l’aspirapolvere: wo… wo… wo… faceva il bocchettone tappandosi col suo pube: – Allora, ti svegli? – continuavo a tamponarlo: – Veh, che te lo aspiro…! – lo minacciai tirandoglielo fuori.
Meglio! Così me lo allunghi! – disse scaltramente; ma non ti basta mai! Allora quel lungo pene finì interamente nel tubo aspiratutto: lo ciurlai, lo menai, lo vibrai e quando finii Luca mi disse che era meglio la sega; ma cosa dovevo fare per sottomettere un primino del genere? Subito mi abbattei su di lui con crisi semisterica, poi lo spompinai selvaggiamente con una foga spompinatrice che mi sembra di essere un’idrovora di bega, così come lui lo era stato di coccole; ma mi resi conto in quel momento che gli stavo dando l’ennesima vittoria…, però era contato succhiare quella verga fino in gola: era come se il suo pene avesse resettato il mio animo toccando il mio punto nevralgico. Quando mi calmai, mi sdraiai accanto a lui a masturbarlo; ma mi tirò subito fuori l’uccello per confrontarselo col suo: – No… non è cresciuto! – disse con sicumera, poi iniziammo insieme una masturbazione vicendevole. Ero affascinato da quella personalità incrollabile, da quel primino inossidabile che quasi guardavo negli occhi e mi sentivo proiettato verso di lui, verso le sue labbra, ma la timidezza mi frenava: – Scusa, se t’ho svegliato prima… –mi scusai.
Fa niente… tanto mi piaceva! –.
Cosa?
Il rumore dell’aspirapolvere…, mi piace! da piccolo dormivo sul divano quando mia mamma passava l’aspirapolvere o la lucidatrice… e lo faccio anche adesso…
Sei tutto matto! – gli dissi, ma io dovevo solo stare zitto, che a e piaceva dormire la domenica mattina d’estate quando mio padre passava il tosaerba in giardino.

Luca, allora… andiamo a mangiare? – dissi dopo un bel po’ che oramai ci spupazzavamo.
No, dai… non ho fame, stiamo ancora un po’ qui! – disse con la voce da primino voglioso si coccole, ma doveva rendersi conto che presto avrebbe dovuto andarsene a casa.
Però alle 3:00 vai, eh…
Perché?
Perché arrivano i miei!
Non devono sapere che sono stato qui… – così mi piaceva: perspicace!
Eh…!
È per quello che facciamo? – disse, poi cadendo in un silenzioso imbarazzo anche con gli occhi; non mi sarei mai aspettato che fosse arrivato a una domanda del genere.
Eh… sì! – farfugliai.
Però non c’è niente di male… – chiese col tono vagamente interrogativo, come se chiedesse una rassicurazione morale.
No!
Ma tu cosa provi? – disse ancora senza trovare il coraggio di guardarmi.
Cosa…
Quando lo metti in …. – eh…, bella domanda!
Eh… eh…,e tu? – che prima di chiedere, rispondesse lui!
Boh! – fece un boh di circostanza ancora con lo sguardo mesto.
Ti piace… – tentai d’imboccarlo.
Mm…? – finalmente mi guardò.
Cioè non ti spiace, non ti fa schifo…
Beh, no!
Ti piace, insomma… – mammamia, che fatica per fargli dire quella benedetta parola!
Sì…, – evviva, l’aveva ammesso!: – perché so di farti star bene… – ma che caruccio…: lui mica mi succhiava perché gli piaceva, ma perché mi faceva «star bene»… basta! toccava a me porre fine a tutta questa ipocrisia.
A me invece no, a me piace proprio! – Luca mi guardò stranito, come se avessi finalmente scardinato un tabù proibito.
Ti piace… – ripeté disorientato.
Sì, sentirlo in , quel senso di pieno… intendi? – insomma, e poi anche lui l’aveva provato: – A te no?
Beh… sì! – ammise: – …ma lo ? – aggiunse dopo un po’.
Anche quello! – affermai io.
Sì, vabbé…, allora anche la piscia…! – disse col tono polemico come se non avesse voluto sentire anche quell’ultima ammissione così chiaramente, per non far sembrare tutto la discussione fin troppo scontato e autoassolvente.
Ma che c’entra…, mica puoi paragonare un prodotto con uno scarto!
Un prodotto…
Sì, un prodotto!
E che differenza c’è?
Che la piscia la scarti, perché se no ti fa male, lo no! il tuo fisico lo produce, è come il sangue, …è un prodotto nobile! – e su quel nobile Luca mi guardò un po’ perplesso, poi tacque come se le mie parole lo avessero in parte convinto, ma stette ugualmente meditabondo a fissare il soffitto. Nella mia mente le parole “scarto” e “” continuavano ad associarsi inconciliabilmente: ma come avrebbe potuto essermi dannoso una cosa prodotta da lui nel momento del suo miglior godimento? certamente non poteva ch’essermi da toccasana per il fisico e lo spirito. Luca non pronunciò più parola, ma io lo diressi verso l’alto per cominciare a carezzarlo su quell’addome piatto: lo trovavo intrigante quel ventre liscio, così morbido al tatto, ma sotto tutta la sua salda sostanza quell’essere aikidoka; poi Luca mi chiese di carezzarlo più in basso… così finii per “carezzare” nuovamente quella doppia decina. Che bello tenere quel membro quattordicenne in mano: era quasi rilassante segarlo mentre guardavo il suo nobile profilo concentrato per non venire e poi quel pinnacolo di carne rivolto verso l’alto con la sua forma stagliata e quella cappella affusolata, che ben si distaccava come forma dell’asta; sembrava quasi di tenere in mano il comando delle sue emozioni: ma come si faceva a non masturbarlo?
Luca, ma tuo cugino non ti ha mai segato veramente? – chiesi di quell’aspetto che ancora mi sembrava sorprendente nella sua vita!
No!
Come mai?
Diceva che gli facevo impressione!
Perché!?
Perché diceva che ce l’avevo già lungo come il suo ed ero più piccolo! – che stupida scusa!
Tu però gliele facevi?
Non più! – disse per sottolineare che ormai era un fatto passato; però ora bisognava farlo venire.
Sei bagnato! – assodai scappellandolo.
Non sono mica una femmina! – ribatté, alzandosi ugualmente a guardarlo.
Ma anche i maschi si bagnano, sai… è lubrificante! Dai, che ti faccio venire!
«No!» stette per dire, ma lo fermai subito; i primini sono fatti per godere e venire, e anche Luca non poteva sottrarsi a questo dovere. M’inginocchiai giù dal divano e, come un sacerdote intento nella sua liturgia, lo riscappellai infilandolo tutto in ; non mi capacitavo di come il cugino si fosse sempre rifiutato: per me era inverosimile, anzi tra cugini mi sembrava quasi scontato, io non avevo cugini, ma se mi fosse capitavo, non mi sarei di certo rifiutato, perché nella logica familistica spetta al più grande istruire i più piccoli. Luca godeva e i suoi gemiti sottili si diffondevano per l’aria costruendo un leggero sottofondo, ma c’era qualcosa di diverso da ieri: i suoi versetti mi sembravano più tenui, eppure godeva… perché presto del suo siero mi sentii riempire. Continuai a ciucciarlo fino all’ultima stilla, poi guardai il suo volto beo: era dolce, veniva voglia di baciarlo oltreché accarezzarlo, ma con tutta quella luce proprio non ce la facevo, così mi posai sul suo sterno, a dormire come lui desiderava dall’altra sera.

Mi svegliai, con Luca che m’arricciolava i capelli: – Che fai… – dissi: – mi fai i tirabaci!? –.
Mm…? – m’interrogo lui
I tirabaci…; questi! – gliene feci uno con una ciocca della sua fronte; che bello carezzarlo con quei pretesti diversi, poi chiese se poteva farmi venire e ci scambiamo di posto. Luca, invece di scendere in ginocchio, si mise tra le mie gambe a segarmi: – Dai, Luca, non c’è tempo! –.
Uffa…! – disse scocciato per la fretta che gli avevo messo.
Ma guarda! – l’orologio segnava un’ora che era ormai già troppo tarda per venire, e per giunta noi eravamo ancora tutt’e due in pigiama, ma Luca cominciò a fellarmi. Sentivo il suo succhio, la sua testa gli tenevo, ma la mia mente era occupata dai pensieri dei miei che presto sarebbero arrivati, già me li vedevo: entrare da quella porta e beccarmi con quel biondino che mi fellava in pigiama; non ci riuscivo a concentrarmi, non ci riuscivo a venire: mi sentivo in ansia; poi Luca mi disse polemico: – Sì…, ma se anche tu non ti applichi! –.
Dovevo applicarmi…, adesso l’orgasmo era questione di “applicazione”! e poi che cosa avrebbe fatto: mi avrebbe dato i voti!? – Dai, Luca è meglio che vai! – gli dissi scomparendo il mio pene, scocciato per la sua affermazione!
Luca restò in ginocchio a squadrarmi, mentre mi ricomponevo il pigiama: – Aspetta! fammi almeno vedere Niki prima! – cercò di riguadagnare la situazione; andai a recuperare il gatto come al solito, raggomitolato in una scatola sulla via della cantina in una forma dalla rotondità perfetta.
Toh! Guarda il micio bello! – dissi ricomparendo.
Ciao Niki! – lo vezzeggiò subito: – Ma fa le fusa! –.
Eh certo, se gli fai le carezze…
Mah, bello! – cominciò di nuovo coi suoi acuti che m’infastidivano le orecchie: – Mi dai i bacini, eh… – gli porse la guancia.
No! non li dà i bacini! – gli sottrassi il gatto: – Glieli devi fare tu! – e glielo riporsi come se fosse una gentile concessione, visto che Niki era mio! così Luca incominciò a sboffonchiarlo simpaticamente sulle gote, ma io, ingelosito da tutte quelle coccole prestate al gatto, lo lasciai andare con la scusa che voleva scappare; Luca nel frattempo mi aveva riacceso un’eccitazione pazzesca! Brrrr… ma che cosa stavo pensando: presto sarebbero arrivati i miei! – Dai… che ti accompagno! – decidi in quel momento di riaccompagnarlo, per affrettare il suo ritorno a casa.

***

Ma dov’è! – disse Luca rovistando nella sua cartella: era divertente vederlo con indosso solo quella canottierina sottile, che gli faceva un fisichino che ancora non aveva; improvvisamente mi era venuta voglia di saltargli addosso, ma ancora resistevo. Poi s’infilò i pantaloni e parve come rendersi conto, solo allora, d’avervi ancora dentro il portafogli nella tasca posteriore: – Spetta… ti pago la pizza! – disse portandosi la mano dietro.
No, lascia! – lo fermai prontamente: non saranno mica stati i suoi 5 euro della prosciutto e funghi a mandarmi in rovina… ma già che c’ero ne approfittai per infilargli la mano nella sua patta, lasciata aperta: – Però, fammi prima salutare Gianluca! – gli dissi, visto che lui mi aveva chiesto di salutare Niki.
E non solo… – alluse Luca con la faccia furbettina al fatto che mi stavo addentrando piuttosto in profondità…
Eh, bisogna!
Come si chiamano? – chiese un ripasso
Mmm… non me lo ricordavo: – Leoluca e Pierluca…?
Sììì… vero! Leoluca quello destro…
Eh… seh! Ernesto e Callisto!
Mm…? – non conosceva la citazione.
Lascia stare… – non avevo voglia di spiegarla, lo spinsi contro il mio letto e lo sdraiai, sfilandogli poi quel magnifico uccello. Lo menai, lo sferzai, lo scappellai, e infine l’infilai tutto in : il bello di avere a che fare con un uccello così lungo, era che potevi afferrarlo con entrambe le e avere ancora quella cappella da ciucciare comodamente. Luca vociava il suo godimento; – Bravo! Bravo! – l’incitai: – Grida! – e poi ripresi a ciucciarlo; Luca allora buttò indietro la testa e cominciò a urlare con tutto il fiato che aveva in corpo: sembrava che avesse trovato nuova vita e presto riirrorò la mia con nuova linfa. Continuai a ciucciarlo sino in fondo, questa volta per sentire i suoi veri gemiti d’orgasmo, perché quelli di prima non mi avevano convinto, e poi mi sdraiai accanto a lui a carezzarlo sul suo pene tumescente.
Era stato bello: finalmente l’avevo liberato, perché il suo grido ora mi aveva convinto; ma che voleva fare…: Luca mi accostò, buttandomi la mano sul pacco, e mi sorrise: – Adesso tocca a me! – disse e con un balzo scattò in piedi, liberandomi freneticamente l’uccello. Cosa dovevo dirgli… era strabello sentirsi sbottonare la patta da un primino violentatore, che ora mi stava già succhiando l’uccello! Capii, in quel momento, che non potevo più sottrarmi dalle sue grinfie, o meglio dalla sua , e che dovevo per forza farmi venire: cancellai dalla mia mente tutte le preoccupazioni di prima, e riuscii finalmente a immaginarmi la sua lingua sul mio glande che mi succhiava, ed ecco venire… ecco quell’orgasmo anche se frettoloso, comunque stupendo; e urlai a Luca di non smettere di farmi venire se voleva veramente farmi “star bene”, doveva darsi da fare…

***

Guardavo Luca felice per il garino appena fatto nello specchietto retrovisore: mammamia, com’era bello! stasera sarebbe stato difficile ad addormentarsi senza lui con me nel letto…, senza il suo tenero corpicino da stropicciare. Mi sentivo melanconico ora, che andavamo per quelle vie di campagna, per allungare la via di casa; ma mi fermai…
Io mi fermo qui! – dissi arrestando il motore.
Perché…, vieni a casa con me!
No, voglio fare un giro da solo… – dissi volgendo lo sguardo da un’altra parte
Va bene… a domanti! – disse Luca salutandomi; io inizia a singhiozzare, mentre lui si allontanava: sentivo che quel lungo week-end sarebbe stato difficilmente replicabile, sentivo che dopo quei tre giorni magici mai saremmo riusciti a ripetere un’esperienza simile, perché qualcosa tra noi era cambiato…; in meglio… in peggio… non saprei proprio dirlo, sapevo solo che mentre diventava un puntino lontano nell’orizzonte della Padana che oramai andava all’imbrunire, avevo soltanto voglia di piangere nel ricordo di quei tre giorni passati insieme correndo solo verso il tramonto.

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Per contattarmi erox06@gmail.com (e-mail e ) o ponimi domande qui anonimamente.

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Il pigrone

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Il 17 novembre prenderà il via il nuovo format della piattaforma Sky – canale 867: TG .
Ebbene sì… il doppio senso c’è e non lascia grande spazio all’immaginazione!
Bando alle ipocrisie e alle scollature dato che qui è tutto ben in vista.
Proprio quando si respira aria di proibizionismo, ammettiamo che si tratti di una boccata d’aria, una grande trovata!!! Read the rest of this entry »

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Il orale è stato considerato un tabù in gran parte delle nazioni occidentali sin dall’inizio del Medio Evo, in particolare a causa dello stretto ed esclusivo nesso fra sessualità e procreazione, imposto dal cristianesimo di quell’epoca. In funzione di questa connessione, ogni altro tipo di sessualità, non collegata alla riproduzione, risultava quindi impura e perciò severamente proibita. Prima di allora, entro certi limiti, la pratica del orale era generalmente accettata in quelle culture che praticavano regolarmente e socialmente la balneazione (terme, bagni pubblici). Anche in questi casi vi erano dei notevoli tabù: nell’antica Roma precristiana le attività sessuali di tipo orale erano generalmente viste in un’ottica di sottomissione e controllo. Ciò è evidenziato da due parole latine che descrivono l’atto: irrumare (penetrare oralmente) e fellare (essere penetrati oralmente).

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Vorrei averti qui con me
vorrei che mi riempissi con il tuo

 


inondandomi…

Vorrei sentirti fino in
e sempre più giù
in .

Ho bisogno di sentirti
sempre più in fondo

e di godere
di provare
e .

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Dall’antologia Il Corpo segreto: ARS POETICA di MICHELANGELO COVIELLO

1.
La poesia è questa pelle nera
e liscia che accarezzo
è questa che bacio
senza sosta
è questo
dritto e ricciuto
come un verso

2.
La poesia non è la bellezza
è invece il furore
che ti strappa i vestiti
che ti fa urlare di
quando leggi
la mia carne
come fosse la tua Read the rest of this entry »

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Prima puntata

Seconda puntata

Terza puntata

 

S. entrò nella stanza seguito dal suo cliente visibilmente eccitato. Laura non capiva o forse sì. Non aveva paura né provava imbarazzo. Si sentiva pronta a tutto per soddisfare le voglie di S. e se farsi quell

uomo o tutti e due insieme era un suo desiderio, allora lo avrebbe fatto. S. si sedette sulla sedia accanto a quella dove sedeva Laura. Luomo rimase in piedi ad osservare. S. ordinò a Laura di chiudere gli occhi. Laura ubbidì. Le aprì le cosce sollevandole la gonna. “Toccala, dai…” disse alluomo il quale dapprima esitò e poi si avvicinò a lei e accovacciandosi le infilò le dita nelle mutandine ansimando. “E calda… è bagnata…” Laura si sentì fremere. La stavano toccando entrambi. S. si scostò lasciando la scena al suo cliente che iniziò a toccarla sempre più forte. Divaricò le cosce e si lasciò fare abbandonandosi al senza mai aprire gli occhi. Sentì i brividi percorrerle il corpo, smuoverle tutto il suo essere, inondarla di umore. Quando le contrazioni si placarono Laura fece per aprire gli occhi ma S le intimò di tenerli chiusi perché il gioco non era ancora terminato. Luomo si slacciò la cintura e abbassandosi i pantaloni si rivolse a lei prendendola per i capelli: “Succhiamelo puttanella dai… succhiamelo…” “Fai come dice piccola” aggiunse S. Read the rest of this entry »

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