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DIAPASON (hard)
A ripensarci, quella era stata la prima volta in vita mia che avevo deciso di passare la serata in un locale del genere.
Lussuoso e raffinato come mi era stato detto, un ambiente adatto a rendere più facile quel tipo di esperienza ad una neofita come me.
Malgrado mi sentissi abbastanza tranquilla, c’era però un qualcosa nell’aria che solleticava maliziosamente la mia mente di nuove ed insolite sensazioni.
Avevo scelto la serata riservata alle sole donne, la serata lesbo, come avevo letto su internet, anche se la cosa un po’ mi dava fastidio, certa di perdermi altre emozioni che la presenza di uomini mi avrebbe garantito; ma non volevo iniziare dalla fine, almeno non quella prima volta che mi accingevo a provare il sesso allo stato puro, senza coinvolgimenti sentimentali e implicazioni affettive.
Mi resi conto sin dal primo momento che il fine ultimo delle donne e delle ragazze presenti era fondamentalmente quello di trovare una compagna di giochi da coinvolgere con il marito o fidanzato di turno.
Sesso a tre, insomma, con implicazioni saffiche solo complementari.
Ed infatti la conferma a quei miei sospetti venne da Monike, una bionda dal fisico prorompente e sensuale, simpatica ed estroversa al punto da incuriosirmi all’istante.
Con il pretesto della gran confusione e della musica, che in verità avrebbero impedito una qualunque chiacchiera, la donna mi convinse a seguirla in uno dei salottini situati nel retro del locale, dove, una volta seduta sullo stretto divano di fronte al mio, evitò però accuratamente ogni approccio fisico.
Passarono così lunghi minuti di futili discorsi prima che la donna si decidesse ad invitarmi nel suo appartamento alla periferia di Salonicco, facendomi chiaramente intendere che sarebbe stato presente anche il marito, e che entrambi avrebbero gradito la mia presenza nel loro letto, magari anche soltanto come spettatrice delle loro evoluzioni sessuali.
Quell’improvvisa proposta mi era apparsa subito molto intrigante: Monike era di una bellezza unica, e la presenza anche di un maschio avrebbe dissolto quelle perplessità che un po’ mi avevano turbata all’inizio della serata.
Era da poco passata l’una di notte quando entrai con Monike nell’ascensore del suo palazzo.
Fu solo in quel momento che, accorgendosi di un mio attimo d’indecisione, lei mi si accostò con fare volutamente sensuale, sfiorandomi il lobo dell’orecchio con le labbra umide: mi sussurrò che sarei stata libera di andarmene quando avrei voluto, e che non c’era proprio nulla di cui aver paura.
Aveva ragione lei, ovviamente.
Era stata una mia libera scelta ritrovarmi con lei in quell’ascensore.
Ma l’imbarazzo e il turbamento mi assalirono nuovamente nel momento stesso in cui entrammo in un lussuoso salone dalla luce calda e rarefatta: Dimitri, il marito di Monike, mi venne incontro sorridente, cercando in ogni modo di mettermi a mio agio, offrendomi da bere e trattandomi come fossi una loro vecchia amica.
Malgrado ciò, l’atmosfera restava permeata di una intensa tensione erotica, che si avvertiva palpabile in ogni sguardo o movimento.
Il cuore mi andava a mille, e le spiegazioni, fra me e la coppia che mi aveva rimorchiata, erano francamente inutili: sapevamo tutti e tre quello che volevamo.
Monike e Dimitri, un bell’uomo sulla quarantina, dal fisico prestante e atletico, si sedettero su un divano di pelle bianca, ed io mi accomodai su una poltrona dello stesso colore, proprio di fronte a loro, con in mano un calice di vino bianco, fresco e appena frizzante.
La musica di sottofondo aiutava a calmare i miei sensi, mentre la donna si stringeva, in maniera decisamente provocante, al suo uomo.
La osservai slacciare con esasperante lentezza i bottoni dei pantaloni del marito, e poi la mano di Monike, una mano snella e dalle lunghe unghie smaltate di rosso, scomparve tra le pieghe della stoffa, mostrando subito dopo ai miei occhi il cazzo di Dimitri, finalmente libero dalla prigione degli indumenti.
La vidi far scorrere le dita su quel membro pulsante: pochi attimi appena, quindi Monike si chinò su di esso, stringendolo tra le umide labbra.
La mia eccitazione, fino a quel momento velata dall’imbarazzo, esplose dirompente come le acque di un fiume in piena.
Mi ritrovai d’improvviso fradicia dei miei umori, e il desiderio di masturbarmi di fronte ai loro sguardi si fece quasi insopportabile, anche se un briciolo d’indecisione continuava ad affacciarsi alla mia mente.
Dimitri teneva gli occhi fissi su di me, divorandomi con lo sguardo, mentre i miei si alternavano far lui e il movimento della testa di Monike, che di frequente si girava verso di me, per consentirmi una vista migliore di quel suo pompino da favola.
Sul basso tavolino in cristallo, che separava la mia poltrona dal loro divano, c’era una coppa colma di fragole: lui me la indicò con un movimento del capo, invitandomi ad uscire da quello stato d’inerzia dal quale non mi riusciva di liberarmi.
E le labbra di Monike m’indicarono quale fosse la strada.
Forse per analogia, ma in quella rossa cappella che spariva e riappariva dalla bocca di Monike, lucida e bagnata di saliva, rivedevo quei frutti che avevo davanti ai miei occhi: presi tra le dita una grossa fragola e l’assaporai, la leccai, la succhiai, come se nella mia bocca entrasse davvero quello splendido cazzo eccitato.
Ora lo volevo per me, tutto per me, e mi sarei gettata tra di loro rubando a Monike il piacere di gustare sino in fondo alla gola quella verga affamata di piacere; marito e moglie lo sapevano, e prolungavano di proposito la mia dolce agonia, aumentando a dismisura il desiderio che pulsava sempre più intenso nel mio ventre.
Alla fine le mia mano abbandonò ogni timore e raggiunse fremente quel calore che s’irradiava tra le mie cosce: scostai appena le mutandine e avvertii sotto le dita il bagnato dei miei umori che fuoriuscivano abbondanti dalla mia fica bollente.
Il clitoride, teso allo spasimo, era sensibile alla minima carezza: stavo letteralmente impazzendo per il folle desiderio, e di certo Dimitri e Monike erano consapevoli della cosa.
In un attimo fummo tutti e tre nudi.
La donna si distese con il busto sul basso tavolino, le tette premute sul cristallo: prese ad accarezzarmi le gambe, mentre Dimitri la penetrava, iniziando a scoparla con frenesia.
Presi a masturbarmi velocemente, ma Monike bloccò quasi subito la mia mano, sostituendola con la sua lingua guizzante: allargai al massimo le gambe e mi abbandonai a quella straordinaria carezza.
Il clitoride, le grandi labbra, l’interno delle cosce… la bocca di Monike mi aveva proiettato in paradiso, e lo spettacolo dei muscoli di Dimitri, tesi allo spasimo nell’atto sessuale, rappresentava la classica goccia che faceva traboccare il vaso.
Godetti in pochi secondi, in un delirio di oscenità che mai avrei pensato di pronunciare, mentre Monike si agitava sotto i colpi possenti del cazzo di Dimitri.
Ma ora lo desideravo io quel cazzo: volevo sentirlo che mi riempisse la bocca, che scorresse tra le mie labbra, volevo accarezzarlo e lambirlo con la lingua, ancora bagnato del piacere della moglie.
Mi divincolai da Monike, inginocchiandomi di fianco a loro: Dimitri non mi fece attendere troppo, uscendo rapidamente dalla moglie, rialzandosi e offrendomi quella meraviglia congestionata.
Afferrai con le mani le natiche muscolose dell’uomo, stringendole e quasi graffiandole con le unghie. Ingoiai quel cazzo che mi si offriva, quasi per intero, e Dimitri si abbandonò alla mia bocca, assecondando il ritmo che dettavo al pompino.
Monike, nel frattempo, aveva preso a leccarmi le tette, a tormentarmi i capezzoli con i denti, mentre la sua elegante ed erotica mano s’intrufolava diabolica tra le mie gambe.
Scossa da brividi di puro piacere, sentii tra le labbra che anche Dimitri stava per esplodere.
Leccai la cappella e quindi strinsi ancor di più le labbra attorno al cazzo di Dimitri, aumentando l’intensità del pompino, stringendo nella mano i suoi testicoli, quasi a voler contrastare la spinta dello sperma che pulsava come il sangue nelle arterie.
L’orgasmo di Dimitri si liberò con un vero e proprio urlo, proiettandomi oltre i miei stessi limiti del piacere, mentre le dita di Monike continuavano a penetrarmi sempre più a fondo: mi riempii la bocca di quel getto denso e caldo, bevendo avidamente l’eiaculazione dell’uomo…
Pochi secondi, il tempo di lasciare il cazzo di Dimitri, e la lingua di Monike s’insinuò nella mia bocca, mischiando la sua saliva allo sperma del marito
Fu un bacio lungo e profondo.
Dolce promessa di una notte indimenticabile.
FINE
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Regalo di Compleanno/2 (racconto di Diabolik1)
Dopo avervi narrato del mio incontro con Laura, permettetemi di raccontarvi dei giorni trascorsi in compagnia di Olga.
Come vi avevo già detto, Laura sparì dalla mia vita quel lunedì mattina, e per circa due anni non ebbi più notizia alcuna di lei.
E’ necessario fare un veloce passo indietro.
Quando Laura mi salutò, di fronte alla scuola, aveva detto alle mie compagne di classe di quanto io mi fossi rivelato un amante a dir poco fantastico, e di come loro fossero fortunate a potermi avere a disposizione tutti i giorni, mentre lei aveva dovuto concentrare tutto in poco più di quarantotto ore di sesso sfrenato con il sottoscritto.
Quelle parole, dette da una donna assolutamente affascinante, ebbero la piacevole conseguenza di assicurarmi un’intensa e gratificante vita sessuale: e, una volta terminata la scuola, anche all’università non ebbi di certo grandi problemi a fare sesso con le ragazze che più mi piacevano.
Tutto questo fino al giorno in cui, un paio di anni dopo quell’indimenticabile fine settimana con Laura, proprio all’inizio della primavera, mi vidi arrivare, per posta, una busta con un biglietto: riconobbi all’istante la calligrafia, ed avvertii un’improvvisa e forte emozione che mi fece tremare le gambe ed accelerare i battiti del cuore.
Non mi aspettavo più di ricevere notizie da quella fantastica donna che aveva sconvolto la mia vita di adolescente.
Il biglietto di Laura recitava così:
“Ciao tesoro mio,
ti ricordi ancora di me? Avrei piacere di farti conoscere una mia cara amica: è sulla quarantina, e ti posso garantire che non ti lascerà insoddisfatto. Se vuoi ci vediamo mercoledì a mezzogiorno, in aeroporto, di fronte all’entrata delle partenze internazionali.”
Può apparire incredibile, in effetti, ma Laura sembrava conoscere, e alla perfezione, gli esatti movimenti dei miei genitori: infatti, proprio quel mercoledì, i miei partirono per un weekend lungo a Parigi, lasciandomi libero da impegni familiari per il mio incontro con l’amica di Laura.
Non abitavo più con i miei, ma, di fatto, ero spessissimo da loro.
Fu così che accompagnai i miei genitori all’aeroporto, aspettai una buona oretta, e poi mi misi in attesa delle due donne.
Ormai mezzogiorno era passato da un pezzo, e iniziavo a temere che Laura e l’amica non si sarebbero presentate all’appuntamento, quando mi avvicinò una cortesissima hostess che, una volta accertato che io fossi la persona giusta, mi consegnò una busta.
L’aprii, decisamente sorpreso dagli sviluppi della situazione, e lessi le poche righe che erano state scritte sullo stretto biglietto: Laura mi diceva di raggiungerle al mare, presso un noto ristorante della zona che conoscevo da tempo.
Quando partii dall’aeroporto, con il cellulare feci una rapida ricerca del numero telefonico e chiamai il ristorante verso il quale ero diretto: mi confermarono subito che le due donne erano effettivamente da loro, e che in quel momento si trovavano al mare. Prima di chiudere la comunicazione chiesi di tenermi in fresco una bottiglia di vino bianco e una di champagne.
Le avrei portate io stesso sulla spiaggia.
L’immagine che mi si presentò quando arrivai sulla spiaggia, praticamente deserta vista la stagione ancora agli inizi, fu a dir poco sensazionale: due corpi slanciati ed elegantemente vestiti, seduti su un pedalò ancora in disarmo, strettamente abbracciati e che si scambiavano tenerezze, e forse anche qualcosa di più.
Quella che chiaramente era una donna, perché indossava una stretta gonna di pelle e una camicetta bianca, non appena mi vide, si alzò venendomi incontro correndo e mi baciò sulla bocca: era la mia Laura, ed il cazzo mi divenne subito duro nello stesso istante in cui la vidi e non appena le sue labbra si posarono sulle mie.
Poi, dopo i convenevoli di rito, insieme ci dirigemmo verso la sua amica.
Al contrario di Laura, la donna indossava dei pantaloni di pelle molto attillati (e quei pantaloni mi avevano fatto pensare, inizialmente, che si trattasse di un uomo), con degli stivaletti dal tacco di almeno una decina di centimetri; anche lei, come Laura, indossava una camicetta bianca che a stento tratteneva gli splendidi seni, mentre i capelli, di un magnifico biondo naturale, erano tagliati corti a coprirle il collo, e pettinati tutti all’indietro con abbondanza di gel.
La donna aveva gli occhi verdi, e le morbide labbra, impreziosite dal rossetto, erano di un voluttuoso color rosso acceso, come, del resto, anche le unghie delle mani.
Così mi apparve Olga per la prima volta.
Andando verso di lei, Laura mi aveva subito detto che Olga attraversava un difficile momento, ed era appena uscita da una relazione che sembrava aver compromesso il suo rapporto con gli uomini; anzi, Laura mi disse che la sua amica aveva cercato in lei l’affetto ed il sesso, coinvolgendola in un torrido rapporto saffico.
Laura era però convinta che Olga dovesse, e al più presto, recuperare il piacere di stare con un uomo, di concedersi a lui senza timori e di farci del sano e arrapatissimo sesso.
Ed io ero la persona prescelta per questo.
Appena arrivati accanto ad Olga, Laura mi presentò all’amica, descrivendole con dovizia di particolari le mie doti amatorie, e quindi le comunicò che la lasciava in mia compagnia, perchè se non si fosse affrettata avrebbe perso l’aereo, e che questo non sarebbe potuto assolutamente accadere per sconosciuti e misteriosi suoi motivi di lavoro.
Olga non sembrava per niente contenta della situazione venutasi a creare: mi guardava con aria interrogativa, e chiaramente avrebbe preferito continuare ad accarezzare Laura, evidentemente appagata da quell’interludio lesbico.
Ma Laura era di tutt’altra opinione.
Io, e solo io, mi sarei dovuto occupare di Olga.
Laura guardò un’ultima volta l’orologio, e poi ci disse che sarebbe partita alla volta di una non meglio identificata località d’Europa e che ci saremmo rivisti non prima di domenica sera.
Olga ed io, entrambi imbarazzati, la guardammo andar via.
Durante il pranzo, Olga cominciò a sentirsi più a suo agio e ad accettare la possibilità di stare da sola con me.
Finito di pranzare la portai di nuovo sulla spiaggia: sarà stata l’atmosfera, sarà stato la brezza carica di salsedine di quel pomeriggio, fatto sta che, per la prima volta, abbracciai Olga e percepii il suo fantastico profumo.
La sua pelle, così eroticamente abbronzata e pervasa di una fragranza che mi faceva girare la testa, rappresentava per me un’incredibile attrazione.
Tornati al ristorante, prendemmo la sua valigia, salimmo in macchina e ci dirigemmo verso casa mia; come vi dicevo non abitavo più fuori città con i miei, e la casa, sia pure più piccolina di quella dei miei genitori, era però soltanto mia.
Una volta entrati in casa, Olga non disse una parola per alcuni lunghi secondi: poi, all’improvviso, mi chiese dove si poteva fare una doccia per rinfrescarsi.
Io, già discretamente eccitato, le mostrai il bagno, le diedi un accappatoio e degli asciugamani, e feci per uscire e andare ad aspettarla nel piccolo salone.
Ma lei, tenendo i suoi occhi fissi nei miei, prese immediatamente a spogliarsi.
Fu così che vidi Olga nuda per la prima volta.
Il suo corpo era splendido, e tutto quello che avevo solamente intravisto attraverso i vestiti mi si confermava in pieno: i seni di quella fantastica donna erano grandi e sodi, e i capezzoli perfettamente proporzionati alla grandezza delle tette.
La fica era perfettamente depilata, e il culetto prometteva un intero mondo di lussuria e passione.
Una volta che si fu completamente svestita, Olga entrò sotto la doccia, e subito per tutta casa si avvertì un intenso profumo di muschio bianco che mi apparve subito erotico in maniera incredibile. Più sentivo quel profumo e più i miei sensi si andavano eccitando; resistetti per circa cinque minuti (e furono minuti dolorosamente lunghi), ma poi mi spogliai ed entrai nella doccia con lei.
Avevo il cazzo in piena erezione.
Olga non si scompose minimamente: anzi, potrei giurare che mi stesse aspettando.
Mi osservò per un istante e poi prese a strusciarsi addosso a me, con l’aria di chi aveva atteso quel momento anche troppo a lungo.
Prendemmo ad accarezzarci sempre con maggiore sensualità: le mie mani indugiavano sempre di più sui suoi capezzoli incredibilmente turgidi.
Con le mani mi dedicai a massaggiarle e ad accarezzarle sia le natiche che la fica, mentre per le tette ci sarebbero state le mie labbra e la mia lingua.
Olga non faceva altro che ansimare e mugolare con sempre maggiore intensità, divorata da un’eccitazione incontrollabile: fu allora che la donna s’inginocchiò e, senza dire una parola, mi prese il cazzo in bocca, cominciando un fantastico pompino.
Mi sembrava di morire: Olga era incredibilmente dolce, ma, allo stesso tempo, diabolicamente decisa ed esperta. Con consumata abilità lambiva con la lingua l’intera asta, scavando nel piacere e facendomi rabbrividire: poi, sempre con la bocca, mi scappellò con forza, leccando e succhiando con intensità crescente.
Non resistevo più a quella deliziosa tortura: le mormorai, sconvolto dal desiderio, che volevo entrare in lei.
Olga non mi fece attendere: mi lasciò il cazzo e, appoggiandosi alla parete della doccia, mi salì praticamente in braccio, facendosi penetrare a fondo nella fica.
Quando lei iniziò a muoversi su di me, sentii che l’orgasmo era prossimo, e la sua incredibile carica erotica mi stava facendo diventare letteralmente matto; venimmo quasi in contemporanea, e allora lei mi abbracciò ancora più stretto, e poi mi disse che aveva ancora voglia del mio cazzo.
Non ci asciugammo nemmeno.
Bagnati, andammo a sdraiarci sul letto, sicuri che ci saremmo ben presto asciugati col calore della passione dei nostri corpi frementi.
Olga mi chiese, anzi quasi mi supplicò, di baciarle il seno e di accarezzarla tutta.
E io obbedii subito a quell’erotico comando, e mi dedicai ai suoi seni, mentre con le mani le accarezzavo il ventre incredibilmente teso, e poi scendevo sul suo pube, sfiorandole appena la parte superiore di quell’eccitante parte del suo corpo.
Fu Olga a implorarmi di masturbarla: ormai aveva perso il controllo di se stessa.
Mi disse che la dovevo far urlare dal piacere e che voleva essere penetrata: la baciai sulle labbra e, malgrado volessi essere delicato, lo giuro, quando le mie labbra si posarono sulle sue e le nostre lingue s’intrecciarono in un lungo e appassionato bacio non riuscii più a controllarmi.
Il desiderio di possedere ancora quella fantastica donna ebbe la meglio sui miei buoni propositi: le allargai le cosce e senza alcuna esitazione la penetrai con un solo colpo.
Olga esplose in un urlo di piacere, ed io iniziai a scoparla con una frenesia fino ad allora sconosciuta.
Lei mi strinse tra le sue cosce e assecondò il mio ritmo, rabbrividendo e sussultando sotto le mie spinte.
Dopo qualche minuto di quella ginnastica uscii da lei e la feci voltare, mettendola a pecora: la volevo penetrare da dietro, prenderla in quel modo e godere della sua pelle e del suo corpo.
Fu fantastico quando il mio pene entrò in lei: Olga cominciò ad ansimare sempre con maggiore frequenza e proruppe in un primo orgasmo, al quale poi ne seguirono molti altri, fino a quando anche io venni gridando.
L’avevo avvertita che stavo per esplodere, ma lei non volle sentire ragioni: Olga desiderava sentire il mio sperma caldo dentro il suo corpo.
Placato quel primo momento di pazzia sessuale, ci sdraiammo uno di fianco all’altra, e cominciammo a baciarci teneramente.
Mi chiese scusa per l’inizio un pò imbarazzante del nostro rapporto, poche ore prima sulla spiaggia.
Ben presto, però, riprendemmo ad accarezzarci, ora senza più desiderio, ma solo con la dolcezza che segue la grande passione appena consumata.
La sera uscimmo, proprio per ricaricare le pile, ma almeno per me fu un lungo supplizio, Olga era vestita in maniera a dir poco sensuale: indossava una minigonna di pelle color prugna e sopra portava un piccolo corpetto di pelle nera. Data la stagione ormai primaverile, ai piedi calzava sandali con il tacco altissimo, alla schiava, e non aveva messo le mutandine.
Era un attentato per le mie coronarie, naturalmente, ma avevo ricevuto ordine di non toccarla fino al momento di tornare a casa ed io, ubbidiente, avevo eseguito gli ordini che la donna mi aveva dato.
Passammo tutta la sera a parlare del più e del meno, sempre senza fare alcun accenno alla nostra attrazione fisica.
Ad un certo momento Olga mi disse che aveva bisogno di sentire le mie mani sul suo corpo e visto che suonavano dei lenti, ed in quel locale si poteva ballare, andammo sulla pista da ballo.
La sua pelle.
Il ricordo più vivido che ho di Olga è la sua pelle, liscia e perfetta: quella sera profumava ancora di muschio bianco, e quando iniziammo a ballare mi persi in quel suo profumo, iniziando a baciarla delicatamente sul collo.
Dopo pochi minuti Olga mi disse che non resisteva più e che voleva essere posseduta da me, e che voleva che lo facessimo lì, in pubblico.
La sua idea mi stuzzicò moltissimo: cercammo un angolo del locale appartato, il più distante e buio, e la feci sedere su di me, tirando subito fuori il mio cazzo che era già in completa erezione.
Non appena il mio cazzo s’insinuò tra le morbide pareti della fica di Olga divenne come di marmo: la penetrai con desiderio crescente e negli occhi della donna vidi la felicità assoluta. Furono momenti indimenticabili con Olga che si muoveva su di me in modo ritmico e sinuoso: l’orgasmo arrivò prepotente e quasi liberatorio, ma ad Olga questo non poteva di certo bastare.
Lei voleva avere di più da me e quando tornammo a casa lo ottenne.
Ormai la mia storia d’amore con Olga stava per giungere alla fine: era il sabato pomeriggio e l’indomani avrei dovuto riaccompagnarla all’aeroporto dove avrei rivisto anche Laura.
Mentre stavo pensando a cosa poter fare per quel sabato sera sentii suonare alla porta e quando aprii c’era Laura con in dosso un trench e in mano champagne, caviale e ostriche: il sabato sera sarebbe stato perfetto.
Quando Olga vide la sua amica ebbe paura di dover andare via, ma Laura si tolse il trench e rimase in biancheria intima, come aveva fatto già due anni prima, e le sue prime attenzioni, invece di essere rivolte a me, furono tutte per Olga.
Le si avvicinò e, con sguardo dolce e sognante, le accarezzò una guancia e poi la baciò sulle labbra, dicendole che le era mancata molto in quei giorni; poi, vedendomi sempre più perplesso, mi abbracciò, mi prese una mano e se la portò su un seno, per poi baciarmi sulle labbra.
Olga allora si alzò in piedi e disse a Laura che io meritavo un trattamento migliore, essendomi io dedicato a darle il piacere più assoluto e totale.
Allora Laura, sorridendo, tirò fuori la lingua e l’ avvicinò alla mia: a quel punto anche Olga unì la sua lingua alle nostre, e da quel momento, fra noi, fu solo sesso, per la prima volta fu sesso a tre.
Mi sentivo come in paradiso:
Ci sedemmo sul divano e chiesi a Laura e Olga di baciarsi davanti a me.
Le loro lingue si muovevano e s’intrecciavano, ed io pensai che fosse lo spettacolo più erotico a cui avevo mai assistito in vita mia.
Laura vide la mia potente erezione e volle che Olga mi scopasse davanti a lei:
E così avvenne.
Quando Olga ebbe goduto, fra gemiti e sospiri, fu il momento di Laura di avvolgermi il cazzo con la sua fica bollente e grondante del più intenso piacere.
Verso mezzanotte Laura disse che voleva andare in centro in un locale dove ci saremmo potuti divertire, un locale dove saremmo stati liberi di continuare nei nostri giochi erotici.
Tornati a casa a notte fonda, Laura chiese ad Olga di lasciarci soli e si venne a sdraiare vicino a me e facemmo di nuovo l’amore.
Il giorno dopo le mie due amanti non c’erano più.
In bagno trovai le loro due mutandine e un foglio sul quale era scritto che era stato tutto magnifico, ma che non sarebbero mai più tornate da me.
Lessi che, dopo che io mi ero addormentato, le due donne avevano fatto sesso e che avevano definitivamente capito quale fosse il loro reale desiderio.
Olga e Laura.
Due splendide dee del sesso.
Forse lesbiche.
O forse no.
FINE
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Regalo di compleanno/2 (racconto di Diabolik1)
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IL VOYEUR (hard)
L’avevo adocchiata nella tenue penombra della sera incipiente, in quella magica ora in cui gli ultimi raggi del sole estivo sono spariti da un pezzo ed i lampioni stradali restano ancora spenti.
Seduto su una panchina del lungomare di Loutsa, mentre osservavo con sguardo distratto i turisti a passeggio, gli occhi mi erano scivolati improvvisamente su di lei.
I lunghi e lisci capelli neri, gli occhi incredibilmente azzurri, il viso cesellato e così attraente, una spessa catena di bigiotteria a circondarle il collo, un corto e attillato top nero a lasciarle scoperte parti della schiena e della pancia, pantaloncini di jeans ad evidenziarle le lunghe e tornite gambe nude, i sandali dal tacco alto a slanciarle meravigliosamente la figura.
Ventidue, ventitrè anni.
Non di più.
Bella e affascinante. A dir poco.
Forse una straniera.
Di certo una puttana alla ricerca del prossimo cliente.
Ero rimasto a guardarla con insistenza, studiandone le fattezze, cercando un qualunque difetto che potesse farmela apparire meno bella: l’avevo scrutata così a lungo che lei si era ovviamente accorta del mio sguardo, ricambiandomelo e valutandomi come un potenziale cliente.
La ragazza, però, non lo poteva sapere.
Ma con me sarebbe caduta male.
Erano ben altre le emozioni che stavo cercando in quel momento.
Era soltanto questione di attendere gli sviluppi di quella serata che, grazie a lei, si era fatta di colpo molto promettente.
Considerata la sua straordinaria bellezza, ero sicuro che l’attesa sarebbe stata breve.
E non mi sbagliavo, perché avevo dovuto aspettare solo pochi minuti.
I due, sulla trentina, elegantemente vestiti e di bell’aspetto, arrivavano con passo annoiato, lentamente, guardandosi attorno, alla evidente ricerca di quello che la ragazza poteva offrire loro.
E, infatti, giunti alla sua altezza, si erano fermati, rivolgendole subito la parola e intessendo con lei la trattativa sul prezzo della prestazione.
Dai sorrisi dei tre, avevo ben presto intuito come l’accordo tra loro fosse stato rapidamente raggiunto.
Alzandomi dalla panchina, mi ero dunque diretto verso la mia auto, parcheggiata poche decine di metri più indietro.
Quindi, seduto al volante, avevo atteso le loro successive mosse.
Erano passati solo un paio di minuti, quando i tre si erano avviati sul marciapiede del lungomare, la ragazza in mezzo ai due uomini: misi in moto e lentamente presi a seguirli, gli occhi sul fondoschiena ancheggiante e provocante della donna.
Nel momento in cui, finalmente, li vidi salire sull’auto dei due uomini, capii all’istante che la meta più probabile sarebbe stata la vicina pineta di Klepa, un luogo di certo isolato a quell’ora della sera per quello che i tre avevano in animo di fare, e perfetto per quello che, invece, avevo in mente io.
Lasciai che un paio d’auto s’interponessero tra la mia e la loro, e presi a seguirli.
La pineta di Klepa era a solo due chilometri di distanza dal lungomare, ed in pochi minuti eravamo già arrivati. Li osservai parcheggiare in uno spiazzo, scendere dalla macchina e quindi inoltrarsi nel bosco, fino a scomparire nella fitta vegetazione.
Superai la loro auto ferma e, duecento metri dopo, accostai sul margine della strada, inoltrandomi di qualche metro tra i pini, e celando così quasi completamente la mia macchina agli sguardi dei passanti: scesi, chiusi le portiere, e m’infilai tra i cespugli, tornando silenziosamente indietro.
La luce del giorno era ormai scarsa e, nel bosco, le ombre si allungavano ogni istante di più, ma conoscevo la zona come le mie tasche, vista la mia assidua frequentazione di quei luoghi, e non avevo alcuna difficoltà a muovermi e ad orientarmi.
Facendo estrema attenzione mi avvicinai furtivamente alla zona in cui presumevo i tre si fossero diretti; e, infatti, ben presto la voce di uno dei due uomini, anche se solamente per un attimo, mi giunse in modo chiaro alle orecchie.
Ora sapevo esattamente dove dirigermi.
Raddoppiando le precauzioni, e cercando di evitare qualsiasi rumore che potesse metterli in allarme, giunsi alla fine a vederli, in tempo per godermi lo spettacolo che stava per andare in scena.
I due uomini e la ragazza si erano appartati in una piccola radura, circondata quasi su ogni lato da fittissimi cespugli spinosi; muovendomi con circospezione, mi appostai, a loro insaputa, a non più di cinque metri dalla donna e dai suoi due clienti.
Anche se la luce non era delle migliori, quella posizione mi consentiva di vedere più che a sufficienza il gioco che i tre avevano preso a fare.
I due uomini si trovavano in piedi, i pantaloni abbassati alle caviglie, i cazzi in erezione e protesi verso la donna: lei, in ginocchio tra loro, il top nero rialzato a scoprirle i seni abbondanti e dai larghi capezzoli rosa, impugnava le due verghe, carezzandole e lisciandole con le dita dalle lunghe unghie senza smalto.
Tra il frinire dei grilli, mi giungevano i primi sospiri e gemiti di piacere dei suoi due clienti.
Le mani della ragazza scivolavano esperte ed erotiche sulle erezioni, solleticando le cappelle con delicatezza e sfiorando i testicoli rigonfi, in un andirivieni tremendamente sensuale e lussurioso.
Silenziosamente mi aprii i pantaloni, liberai il pene, duro e fremente per la crescente eccitazione, e presi a masturbarmi, gli occhi incollati a quelle dita fatate al lavoro su quei due cazzi.
I secondi che passavano mi sembravano interminabili, nella spasmodica attesa che la ragazza si spingesse più oltre.
Finalmente, e quando la mia eiaculazione già premeva impetuosa per esplodere, la vidi accostare le labbra ad uno dei due cazzi, sfiorarne la cappella con la punta della lingua, sempre impugnando saldamente i due membri tesi allo spasimo.
Quando avevo visto la ragazza per la prima volta sul lungomare, naturalmente avevo sperato di assistere ad un qualcosa d’eccitante, ma quello che i miei occhi vedevano in quel momento andava oltre la più rosea delle speranze.
Le labbra circondarono la cappella, ed una buona metà del cazzo dell’uomo sparì nella bocca della ragazza.
La vidi iniziare a succhiare abilmente quel palo di carne che le scivolava tra le labbra, strappando intensi mugolii di piacere all’uomo che riceveva quelle splendide attenzioni, mentre l’altro, anch’esso eccitato al parossismo, si accontentava ancora del caldo contatto con la mano della donna.
Il pompino non durò a lungo: sfilandosi il pene dalla bocca, la donna voltò il viso verso la sua sinistra e, con un unico e fluido movimento, ingoiò il secondo cazzo, riservandogli da subito le stesse cure elargite al primo.
Accelerando il ritmo della sega, schizzai violentemente sugli aghi di pino che ricoprivano il terreno, godendo in maniera straordinariamente intensa.
Con il petto ansante rimasi ad osservare quella fantastica bocca al lavoro.
Ora la ragazza passava di continuo da un cazzo all’altro, riempiendosi completamente la bocca di quelle carni frementi, e conducendo, in modo inesorabile, i due uomini verso l’orgasmo.
Ad un tratto la vidi accostare entrambe le cappelle alle sue labbra, per poi leccarle contemporaneamente, le mani strette a pugno sulle aste sensibili.
Sollecitati da quella favolosa bocca, i due uomini vennero quasi contemporaneamente, gridando senza ritegno il loro piacere, e inondandole il viso con i loro getti densi e bollenti.
Nella quasi totale oscurità della sera, lo sperma bianco, che colava dalle labbra e sulle guance della ragazza, aveva assunto una tonalità così chiara da apparire quasi fosforescente, rendendo indimenticabile quell’erotica immagine ai miei attenti occhi.
Con estrema cautela mi allontanai dal mio posto d’osservazione, tornando silenziosamente alla mia auto.
Mentre tornavo verso casa, mi congratulai con me stesso per l’ottima scelta che avevo fatto: alla fine si era rivelata essere una serata eccezionale, una di quelle serate da incorniciare nel personalissimo album di ricordi della mia vita da voyeur.
FINE
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IL VOYEUR (hard)
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SEXY DREAMS – 5th (hard)
Fino a quel momento la festa si era rivelata mortalmente noiosa, e non avevo più alcuna speranza che la serata potesse cambiare in meglio.
Gli invitati, quasi tutti colleghi dell’ufficio dove da anni io lavoravo, avevano fatto a gara per renderla la più classica ed ammorbante delle feste aziendali, non smettendo un solo minuto di parlare del lavoro o di spettegolare sul collega che, povero disgraziato, proprio in quell’istante si era allontanato per andare a prendersi da bere, o magari della collega che si era andata a chiudere nel bagno per rifarsi il trucco.
Malignità e maldicenze, battute pesanti e di pessimo gusto, cattiverie in quantità industriale, e quel falso senso d’allegria che in quelle occasioni sembrava non poter mai mancare.
Insomma, mi ero pentito quasi subito dall’aver accettato l’invito a quella riunione di emeriti cazzari e di idiote segretarie tirate a lucido, neanche fosse quello il ballo delle debuttanti.
D’altronde, a Patrasso c’illudiamo di essere cittadini evoluti e smaliziati, ma, in realtà, siamo più gretti e ignoranti dei contadini che vivono nel più sperduto paese del Peloponneso.
Quell’invito, però, non avevo potuto proprio evitarlo: la festa era stata organizzata dal mio collega di stanza, che voleva festeggiare (udite ! udite !) nientemeno che i dieci anni di matrimonio con quell’arpia segaligna e antipatica della moglie.
Ma questi erano affari suoi: se l’era sposata e ora se la teneva, volente o nolente.
Contento lui…
Di certo, però, si sarebbe offeso se proprio io avessi declinato quell’invito.
E la pacifica convivenza, in un ufficio, è alla base della stessa sopravvivenza impiegatizia.
- Una gran noia, vero ? -
Agnes era la segretaria personale di uno dei direttori più importanti dell’area tecnica.
Era pur vero che entrambi lavoravamo da tempo nella stessa azienda, operando, però, in settori completamente diversi: di conseguenza non avevo molta familiarità con la donna che mi stava rivolgendo la parola.
Le rarissime volte che c’era capitato di mangiare insieme alla mensa, allo stesso tavolo, la nostra conversazione era rimasta sempre a livelli di estrema formalità, non addentrandosi mai in confidenze particolarmente intime.
Insomma, fra noi non vi era una particolare conoscenza.
- Già… una vera e propria serata a dir poco ammorbante… – le risposi, azzannando l’ennesima tartina al salmone.
Agnes era sicuramente oltre la quarantina, dunque non più giovanissima, anche se bisognava riconoscere che la donna portava magnificamente la sua età.
Sposata con un pilota dell’Olympic, Agnes lavorava nell’azienda da moltissimi anni, e da sei era diventata segretaria personale di quell’alto dirigente di cui vi accennavo prima.
Malgrado lei avesse almeno una decina d’anni più di me, da un punto di vista fisico la donna non mi era di certo indifferente: notevolmente più alta della media, aveva un corpo slanciato e dalle forme decisamente provocanti, permeato di un fascino latente, quell’erotismo che solo le belle donne di una certa età possono irradiare.
L’unica parte di lei che non mi faceva impazzire, e che consideravo non proprio all’altezza del resto, era il suo viso, dalla forma un pò troppo allungata e dalla bocca eccessivamente grande.
I lunghi e lisci capelli castani le ricadevano sulle spalle, accentuando, se possibile, le caratteristiche così particolari del suo volto.
Nel complesso, però, la donna non passava di certo inosservata, e considerandone anche l’età, non era difficile ammettere che desse dei punti a molte delle più giovani e intraprendenti colleghe.
Fu così che rimasi ad osservarla, forse per la prima volta con maggiore attenzione, mentre sorseggiava il bicchiere pieno di succo d’arancia che teneva nella mano, una mano dalle dita ornate di anelli e dalle lunghe unghie smaltate di un rosso scurissimo.
- Non partecipi anche tu alla fiera del pettegolezzo ? – le chiesi, guardando la confusione che ci circondava.
- No… grazie… sopporto già a fatica tutti quelli che girano in ufficio tutto il giorno… adesso, poi… che sono quasi tutti ubriachi… -.
- Già… in effetti potresti anche togliere il quasi… tra poco vedremo qualcuno addormentarsi su un divano… -.
- Senti… ti va di fare un giro in giardino ? Ho le orecchie che mi dolgono per tutto questo vociare senza senso… -.
- Perché no ? – le risposi, contento di potermi allontanare per qualche minuto dal vuoto pneumatico di quella festa.
Uscimmo da una delle grandi portefinestre che davano sull’ampia veranda della casa del mio collega
Ci trovavamo in un quartiere periferico di Patrasso, e le ville, anche se non particolarmente grandi, erano però circondate da un ampio giardino.
Agnes camminava davanti a me, e le forme del suo corpo calamitavano in modo indiscutibile tutta la mia attenzione.
La donna indossava un pantalone blu di cotone leggero ed un top bianco, che le lasciava interamente scoperte le spalle: sandali neri dal tacco alto ne slanciavano divinamente la sensuale figura.
Forse, in altre occasioni, non mi sarei attardato a guardarla con così grande interesse, anche in considerazione del fatto che lei era notevolmente più grande di me, e molto di rado mi era successo di provare un qualche interesse per donne che avessero superato la quarantina.
Ma quella sera, complice la monotonia di quella dannata festa, i miei occhi erano magneticamente attratti da quella seducente signora.
Scendemmo i gradini della veranda e c’inoltrammo nel grande giardino: mi ricordai che qualcuno mi aveva detto che si estendeva per oltre duemila metri quadrati attorno alla casa.
Appassionati di giardinaggio, il mio collega e la moglie avevano creato un vero e proprio parco, con tratti di prato verdissimo, cespugli di fiori colorati e alberi d’alto fusto.
Era un giardino da vivere di giorno, perché a quell’ora della sera risultava essere troppo buio, a parte la zona circostante la casa, che veniva illuminata dalle luci della stessa e da alcuni bassi lampioncini.
Mi affiancai ad Agnes, e ci avviammo sul prato, l’aria fresca della sera a stemperare il caldo dell’interno della casa, raggiungendo, dopo poche decine di metri, i primi alberi di quello che voleva essere un piccolo boschetto.
Mi accesi una sigaretta, rischiarando così la fitta oscurità che in quel momento ci circondava.
- Quanto pensi che andrà avanti ancora la festa ? – mi chiese Agnes, inoltrandosi sotto gli alberi e tra i rigogliosi cespugli di sempreverdi.
- Sicuramente ancora troppo per i miei gusti – le dissi, soffiando via il fumo e la nicotina.
Adesso ci trovavamo ad una settantina di metri dalla casa, ed i rumori ci giungevano finalmente più attutiti, sostituiti, in gran parte, dal debole fruscio delle foglie, agitate da una lieve brezza notturna.
Dietro un fitto cespuglio di rose, in un angolo, intravidi la forma di una panchina in legno.
- Vieni… mettiamoci seduti un istante… – le proposi, avviandomi in quella direzione.
Lei mi seguì senza parlare, i suoi sandali che facevano scricchiolare le foglie cadute in terra.
Il buio che ci circondava era pressoché assoluto.
Schiacciai il mozzicone sotto la suola della scarpa e… improvvisamente mi accorsi della vicinanza di Agnes.
Potrà apparire curioso, ma fino a quel momento non avevo avvertito come la situazione si fosse fatta, d’un tratto, notevolmente imbarazzante.
Da soli, al buio, seduti su quella panchina nascosta, Agnes ed io sembravamo proprio una coppietta alla ricerca di un posto dove…
Sentii la mano di Agnes sfiorarmi una coscia.
Sorpreso da quella sua iniziativa, mi voltai a guardarla.
I miei occhi si erano finalmente abituati all’oscurità, e quello che mi era sembrato come un buio impenetrabile fino a poco prima, ora mi appariva come una gradevole e complice penombra.
- Agnes, io… -.
Le mie parole furono interrotte dal contatto delle sue morbide labbra, che mi baciarono, dapprima esitanti, poi con sempre maggior trasporto.
Quella che avevo al mio fianco era una donna non più giovane, certo, ma ancora bellissima e affascinante, e la mia reazione a quella sua chiara proposta fu immediata: ricambiai, e senza indugi, il suo inatteso bacio.
Quando le nostre labbra alla fine si staccarono, senza la necessità di dire una sola parola, ci alzammo dalla panchina e, rapidamente, io le abbassai il top, scoprendole le tette, grandi e dai larghi capezzoli, e ancora sicuramente toniche per la sua non più giovane età.
Le accarezzai per alcuni lunghi secondi, indugiando sensualmente con le mani sulla sua pelle, fino a quando i capezzoli si inturgidirono, mostrandomi, se mai ce ne fosse stato bisogno, lo stato di estrema eccitazione di Agnes.
Mentre i rumori della festa mi giungevano sempre più lontani e indistinti, mi appoggiai con la schiena al tronco di una quercia che si trovava lì accanto.
Cercai di attirare a me la donna, afferrandola per la vita, con l’intenzione di riprendere a baciarla e di godere del contatto con quelle sue morbide e sensuali labbra.
Ma Agnes era di tutt’altro avviso: inginocchiandosi di fronte a me, iniziò ad allentarmi la cinta dei pantaloni, fissandomi in volto con sguardo torbido e occhi maliziosi.
Nella poca luce, che debolmente rischiarava quella parvenza di bosco nella quale ci trovavamo, riuscivo però a vedere i movimenti delle sue mani, belle ed eleganti, dalle dita snelle e dalle lunghe unghie laccate di quella scura tonalità di smalto rosso che, a causa della scarsa illuminazione, mi dava l’impressione di essere quasi nero.
Con gesti abili e decisi, Agnes mi sbottonò i pantaloni, facendomeli scivolare, insieme ai boxer, all’altezza delle ginocchia: quindi, sospirando eccitata, lasciò vagare le mani sulla mia erezione, spasmodicamente protesa verso di lei, lisciandomi la verga e palpandomi i testicoli.
Il solo contatto delle sue dita mi aveva fatto rabbrividire e sussultare di piacere: socchiusi gli occhi, godendomi le sue meravigliose e delicate carezze.
Agnes iniziò a masturbarmi, in maniera lenta ed esasperante: sapeva usare le mani in modo fantastico, sfiorando abilmente i punti più sensibili del mio cazzo, dimostrandomi quanto lei fosse una donna esperta e smaliziata.
Ripensai a quello che si diceva di lei in ufficio, di quanto Agnes apparisse schiva ed estremamente seria agli occhi dei colleghi, di come si mormorasse che nessuno ci avesse mai provato veramente proprio per quel suo carattere freddo e un pò scontroso: sotto quella parvenza di distacco, però, ardeva intenso il fuoco della passione, come la situazione in cui mi ero venuto a trovare ampiamente dimostrava.
Tutti quei miei pensieri vennero spazzati via nel momento stesso in cui la bocca della donna s’impossessò della mia cappella.
Sentii le sue soffici labbra schiudersi e scivolare bollenti sulla mia carne, prendendo a succhiarmi l’asta in maniera divina.
Una mano posata sui miei testicoli, la bocca di Agnes iniziò quello che poi si sarebbe rivelato il miglior pompino che una donna mi avesse mai fatto.
Di tanto in tanto la vedevo sfilarselo dalla bocca, per farselo scorrere lungo la pelle delle guance, alternando questo erotico trattamento con sapienti carezze della lingua, e con torride leccate della cappella, strappandomi ansiti e sospiri sempre crescenti.
Le labbra di Agnes mi trascinarono in paradiso, istante dopo istante, scatenando in me un vero e proprio delirio dei sensi.
Tutto si era verificato in maniera così rapida e inaspettata che le mie deboli difese ne risultarono travolte: sentii l’orgasmo salire irrefrenabile, mentre gli occhi di Agnes si fissavano nei miei, quasi a non voler perdere un solo istante della mia esplosiva eccitazione.
L’ultimo e fugace pensiero che mi attraversò la mente, prima di abbandonarmi definitivamente alla sua bocca ed alle sue mani, fu d’assoluta meraviglia per quanto lei fosse erotica ed affascinante in quel momento, in ginocchio davanti a me, il mio cazzo nella sua bocca, la pelle chiara del suo seno che debolmente risaltava nell’oscurità.
Nel momento in cui schizzai tutto il mio orgasmo, Agnes si sfilò il pene dalla bocca, lasciandovi però le labbra posate sensualmente sulla cappella: con la mano mi strinse il pene e accelerò il movimento, masturbandomi divinamente.
Esplosi la mia eiaculazione in lunghi e bianchi schizzi, inondandole le labbra ed il mento: lo sperma, denso e caldo, iniziò a colarle sui seni ed Agnes, preda di un’eccitazione senza confini, con le sue erotiche mani se lo spalmò sulla pelle, regalandomi un’ultima e straordinariamente eccitante immagine di quella serata indimenticabile…
Sono tre anni che Agnes ed io, all’insaputa di tutti i colleghi dell’azienda, e ovviamente anche del marito di lei, spesso assente per qualche volo all’altro capo del mondo, siamo diventati amanti.
Il nostro rapporto si basa esclusivamente sul sesso, che ci regaliamo senza inibizioni e in assoluta complicità; il fatto che Agnes si avvii verso i cinquanta contribuisce, ai miei occhi, ad accrescere ancor di più il mio desiderio di lei.
E, a volerla dire tutta fino in fondo, è stata Agnes a farmi conoscere i più remoti luoghi della lussuria, i giochi erotici più intriganti e coinvolgenti, e le fantasie sessuali più estreme ed appaganti.
Credo proprio che a questo punto della mia vita, io non potrei fare a meno di lei, e tanto meno della sua dirompente ed eccezionale carica erotica.
FINE
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SEXY DREAMS – 5th (hard)
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VORTICE EROTICO (hard)
La piccola imbarcazione navigava lenta in alto mare, la costa ormai lontana e ridotta ad una linea confusa ed indistinta all’orizzonte.
Il rumore dell’ansimante motore riempiva l’aria, confondendosi con lo sciabordio dell’acqua, schiaffeggiata quasi con delicatezza dallo scafo della barca.
Si trattava di una vecchia imbarcazione, un tempo usata dai pescatori dell’isola, ed ora sommariamente riadattata per ospitare i turisti in gita: una piccola cabina con il timone e gli antiquati strumenti per la navigazione, ed un ponte in tavole di legno consunte, con qualche lettino per prendere il sole e alcune sedie di plastica, e coperto, per metà, da stuoie di bambù che facevano un pò d’ombra, sostenute da tubolari di ferro che, per quanto riverniciati di continuo, mostravano evidenti i segni della corrosione della salsedine.
Non era di certo una barca di lusso, ma per il lavoro giornaliero d’escursioni alle isole vicine, andava più che bene.
La giornata era splendida ed il mare una tavola azzurra, liscia ed invitante.
Ed anche il vento, quel giorno, era poco più di una brezza leggera.
Eravamo partiti da circa mezz’ora, lasciando il piccolo porto di Livadia, il principale villaggio dell’isola greca di Tilos, ed ora navigavamo in direzione nord, verso quel tratto di mare che divide Tilos da Nissiros, l’isola più vicina, quasi gemella della prima.
Avremmo dovuto, quindi, attraversare il braccio di mare per arrivare ad Avlaki, il porticciolo di Nissiros, splendidamente caratteristico, con le sue casette bianche e dalle imposte e porte azzurre.
Era una rotta che facevo, di fatto, tutti i giorni, una tra le tante escursioni che gli stranieri gradivano maggiormente.
I due turisti mi avevano contattato la sera precedente, quando, al porto di Livadia, seduto su uno sgabello davanti alla mia barca ormeggiata, attendevo con ansia che qualcuno prenotasse una gita per il giorno successivo.
Era una serata calda e afosa, ed anche il meltemi, il vento che soffia da nord e che mitiga il calore delle nostre interminabili estati, sembrava essersi preso una pausa.
Fino a quell’ora, a parte un paio di persone che si erano informate sugli orari e sui prezzi delle gite, ero ancora desolatamente senza lavoro per l’indomani.
E non lavorare a pieno ritmo nella stagione estiva era un problema non di poco conto: quelli erano gli unici mesi in cui si poteva guadagnare bene, ed andavano sfruttati al massimo.
Insomma, avevo visti arrivare i due turisti lungo la banchina: camminavano lentamente, mano nella mano, guardando le barche e rifiutando gli inviti di tutti gli altri miei concorrenti che, come avvoltoi alla ricerca di un pasto, volteggiavano attorno ai villeggianti di passaggio offrendo gite ed escursioni.
Poi, giunti alla mia altezza, i due si erano soffermati ed erano rimasti ad osservare la barca, parlando tra loro in una lingua che non aveva capito quale fosse.
Avevano parlottato per un paio di minuti, per poi avvicinarsi alla mia barca e a me che, seduto, attendevo speranzoso gli eventi.
I due turisti, un uomo ed una donna, erano una coppia che non passava di certo inosservata.
Lei, sui trentacinque anni, era di una bellezza veramente fuori del comune.
D’altezza media, calzava dei sandali dal tacco alto che le slanciavano divinamente le gambe, rendendole ancor più snelle e tornite di quanto già non fossero; un corto abito estivo bianco le fasciava il corpo dalle curve dirompenti ed armoniose, e la pelle, scurita dall’intensa abbronzatura, appariva morbida e liscia.
Il viso, dai tratti regolari e delicati, mostrava occhi scuri e profondi, naso piccolo e dritto, e due labbra piene, generose ed invitanti.
Una cascata di capelli corvini mossi le incorniciava il volto, quasi a far da cornice allo splendore di quella donna.
Era di una bellezza così rara e completa che gli occhi di tutti gli uomini che passavano erano inesorabilmente calamitati su di lei.
Lui era più anziano, almeno di una ventina d’anni.
Capelli bianchi, tagliati quasi a spazzola, un viso attraente, solcato da rughe sottili che aumentavano il suo fascino d’uomo maturo.
Alto, e con un fisico sicuramente prestante per l’età, indossava una camicia azzurra e dei pantaloni di cotone blu; ai piedi, delle comode scarpe da barca completavano il suo ricercato abbigliamento sportivo.
Una coppia sicuramente bella e, quasi certamente, anche facoltosa.
Per me, che ancora non avevo trovato nemmeno un turista per il giorno successivo, i due sarebbero stati dei clienti ideali, la classica manna caduta improvvisa dal cielo.
Rimasi ad osservarli confabulare tra loro, sperando che alla fine si decidessero per la mia barca.
Dopo qualche minuto ancora, l’uomo mi fece un cenno con la mano.
Subito mi avvicinai a loro con il mio migliore sorriso, deciso a non farmeli assolutamente scappare: ero quasi certo che, se avessero scelto la mia barca, mi avrebbero dato anche un supplemento sulla cifra che avremmo pattuito.
I turisti danarosi lo facevano molto spesso.
Niente a che vedere con le famiglie in vacanza che venivano dai paesi del nord dell’Europa: con loro non c’era mai da aspettarsi un euro in più.
Ma, d’altronde, a parte i soldi contati per la vacanza, sapevo perfettamente che anche loro, nelle rispettive nazioni, avevano i miei stessi problemi per arrivare alla fine del mese.
Tutto il mondo è paese, in definitiva.
Se i due si fossero decisi per la gita con la mia barca, avrei però dovuto rimediare un’altra decina di persone almeno per non lavorare in perdita: e, visto come stava andando la serata, anche questo non era un problema di secondo ordine.
Una cosa alla volta, mi dissi, aspettando che i due si prenotassero per il giorno seguente.
Osservandoli ora da vicino, mi accorsi che l’uomo aveva almeno cinque o sei anni in più di quanto mi era inizialmente sembrato: una sottile ragnatela di rughe segnava il suo volto abbronzato, ma gli occhi, vivaci e di un verde intenso, contribuivano a farlo apparire decisamente più giovane e affascinante.
Ma era la donna, come voi potete ben immaginare, a catturare tutta la mia attenzione.
Sensuale e seducente, sembrava fasciata da quel suo corto abito bianco, e le sue forme prorompenti apparivano ancora più evidenziate da quello stretto vestito.
Le mie supposizioni sull’agiatezza di quella coppia vennero confermate dalla quantità d’oro che lei sfoggiava: un girocollo, piatto e largo, gli orecchini a pendaglio, i braccialetti ai polsi e gli anelli alle dita delle mani.
Tutti questi gioielli la rendevano ancora più bella, impreziosendo il suo naturale e straordinario fascino.
Le gambe, dritte ed impertinenti, erano slanciate dai sandali dal tacco vertiginoso, ed una catenina, anch’essa d’oro, le ornava la caviglia destra.
Il viso truccato in maniera discreta, la ragazza aveva le unghie delle mani e dei piedi laccate di un rosso molto scuro, un color prugna che solo a vederlo su di lei mi provocava intensi fremiti di desiderio.
L’uomo mi chiese, in inglese, se avevo ancora dei posti liberi per il giorno dopo: gli risposi che erano fortunati, e che l’imbarcazione non aveva ancora nessuna prenotazione.
Non volendo con loro ammettere che mi si prospettava una giornata senza lavoro, mi avventurai in una complicatissima spiegazione sul perché loro fossero i primi a prenotare i posti per la gita ad Avlaki.
Lui si rivolse nuovamente alla sua compagna in quella lingua per me incomprensibile: si scambiarono poche battute e, quindi, tornando all’inglese, lui mi disse che potevo chiudere le prenotazioni perché affittavano la barca per intero, e per tutta la giornata.
Alla mia espressione certamente sorpresa, l’uomo mi spiegò che non amavano la confusione, e che preferivano pagare una cifra più alta in cambio di una giornata d’assoluta tranquillità.
Gli risposi che per me non c’erano problemi ad affittare loro l’intera imbarcazione, ma che la cosa si sarebbe rivelata molto costosa.
L’uomo mi rispose che quello non era un problema, e mi chiese quanto volevo.
Feci rapidamente due calcoli: a pieno carico, una giornata mi fruttava trecento euro, tolte le spese per il carburante: se avessi rifiutato la loro proposta, era quasi certo che a quell’ora non avrei trovato neppure un turista o, peggio ancora, magari ne avrei trovati solo quattro o cinque e sarei dovuto uscire per l’intera giornata rimettendoci un sacco di soldi.
Mi conveniva accettare senza indugi.
Gli chiesi duecentocinquanta euro, prontissimo a scendere sul prezzo se ai due la cifra fosse sembrato eccessivamente cara.
Ma l’uomo non fece alcuna rimostranza e mi mise nel palmo della mano una banconota da cento euro, come acconto per il noleggio della barca.
La mia modesta imbarcazione sarebbe stata tutta per loro, ed io avevo salvato alla grande la mia giornata di lavoro.
Ci accordammo sull’orario di partenza e quindi i due se ne andarono, confondendosi con la folla serale che passeggiava sul lungomare.
Mancavano ancora quasi due ore di navigazione per Avlaki.
La gita prevedeva una sosta di tre ore nel villaggio, tre ore nelle quali i turisti potevano dedicarsi a girare per le strette vie gremite di negozietti, o anche andare a visitare un piccolo santuario in cima ad una collina, o, più semplicemente, farsi un bagno nelle acque cristalline di Nissiros, pranzando sulla spiaggia in qualche piccola taverna.
Quindi ci sarebbe stato il viaggio di ritorno a Livadia, con arrivo al porto nel tardo pomeriggio.
I miei due passeggeri si erano sistemati sul piccolo ponte a prendere il sole.
Di tanto in tanto, lui, con un secchio in mano, si sporgeva oltre la bassa fiancata dell’imbarcazione, e prendeva l’acqua del mare, con la quale entrambi poi si rinfrescavano la pelle riarsa dal sole.
In piedi, nella piccola cabina, io tenevo la rotta: ma il mare calmo e l’assenza di altre imbarcazioni nella zona mi permettevano di stare totalmente rilassato, e mi lasciavano tutto il tempo di voltarmi a guardare cosa i miei due ospiti stessero facendo.
Era insolito avere due soli passeggeri, abituato com’ero a compagnie chiassose e piene di bambini scatenati; per questa ragione non avevo altro da fare che osservare l’uomo e la donna mentre si godevano il sole ed il caldo.
A dire proprio tutta la verità, l’attività che più mi assorbiva era quella di mangiarmi con gli occhi la splendida donna che si trovava a pochi metri da me.
Adagiata su un lettino bianco, la ragazza si crogiolava al sole, in un costume giallo così ridotto e striminzito da non lasciar nulla alla mia pur fervida e maliziosa immaginazione.
Le gambe meravigliose, il ventre piatto, il seno abbondante, così magnificamente rilassata, la donna era uno spettacolo assolutamente fantastico per i miei famelici occhi.
Il suo compagno, ora che si era messo in costume, mostrava più evidenti i segni dell’età: un accenno di pancetta, i peli del petto bianchi, la pelle un pò cadente sui fianchi, i muscoli non più tonici.
Certo, per la sua età non se la passava male, ma faceva sicuramente più figura vestito che non seminudo.
Mi chiesi come una donna così bella potesse stare con lui se non per una questione di soldi: doveva trattarsi di un uomo molto ricco, un uomo forse affermato e di potere, e a queste sirene molte donne non sanno di certo resistere.
La cosa, in ogni modo, non mi riguardava, e mi accontentai di divorare con lo sguardo quella splendida bellezza: era molto raro che, sulla mia barca, mi capitasse di ammirare una donna così sensuale ed erotica.
In lontananza vidi il traghetto della Blue Star Ferries che dal Pireo, e dopo lo scalo a Kos, andava a Rodi.
La sua rotta era molto lontana dalla mia e non avrebbe creato alcun problema alla mia navigazione.
La giornata era assolutamente tranquilla sotto ogni punto di vista, e la barca avrebbe potuto navigare anche da sola.
L’uomo, nel frattempo, aveva tirato fuori una macchina fotografica digitale e, in piedi, scattava fotografie al panorama circostante, controllando, di tanto in tanto, come queste fossero venute, e scartando senza alcun’esitazione tutte quelle che non lo soddisfacevano a pieno.
Riportai lo sguardo verso la prua, controllando annoiato e per l’ennesima volta che nessun’altra imbarcazione incrociasse la mia rotta.
Quando tornai a girarmi verso i due, vidi che lui si era messo a scattare fotografie alla sua compagna che, immobile e forse ignara di essere immortalata, continuava a prendere il sole con evidente piacere.
Poi l’uomo le disse qualcosa e, dopo un attimo, molto lentamente, lei si rialzò, mettendosi seduta sul lettino, ed iniziando ad assumere pose sempre diverse in modo che l’uomo si potesse sbizzarrire a scattare foto su foto.
Dal mio punto d’osservazione, un pò rialzato ma a pochi metri da loro, potevo vedere la schiena della donna, dritta ed abbronzata, percorsa dalla sottile striscia gialla di stoffa che le teneva su la parte superiore del bikini.
Non ci volle molto tempo perché mi rendessi conto di come lei avesse iniziato ad assumere atteggiamenti e posizioni sempre più provocanti, evidentemente coinvolta dal suo compagno in quel gioco solo apparentemente innocente.
Le mani tra i capelli, lo sguardo verso l’orizzonte, il busto proteso all’infuori, le gambe prima divaricate e poi accavallate e, nei primi piani, gli occhi che, pur non potendo io vederli dal punto in cui mi trovavo, immaginavo torbidi e sensuali, lei si faceva fotografare assumendo le pose che lui, di continuo, le suggeriva.
Restai a guardarla, rapito dalla sua incredibile bellezza, coinvolto da quello che vedevo, e, inutile nasconderlo, con un inizio d’eccitazione che mi costava estrema fatica dissimulare.
E quando la ragazza s’iniziò a slacciare la parte superiore del costume, mostrando i seni pieni e meravigliosamente sodi all’obiettivo della macchina fotografica, mi fu finalmente chiaro il perché i miei due passeggeri avessero voluto la barca tutta per loro.
La mia presenza era, per entrambi, evidentemente irrilevante, o forse solamente necessaria affinché potessero fare i loro giochi erotici in alto mare con tutta tranquillità: si erano di certo accorti di come il sottoscritto li stesse guardando, di come i miei occhi si fossero incollati al corpo della donna.
Ma la cosa non li turbava per nulla e mi chiedevo, sempre più eccitato da quell’inaspettata situazione, fino a dove si sarebbero spinti: iniziavo a preoccuparmi, perché se i due avessero cominciato a fare del sesso, la mia posizione si sarebbe fatta sicuramente imbarazzante, e quella giornata si sarebbe rivelata molto lunga e difficile.
Le mani sui fantastici ed erotici seni, i capezzoli eretti e che apparivano come piccoli chiodi, la ragazza continuava a farsi fotografare in pose sempre più esplicite e sensuali.
I capezzoli si erano fatti così turgidi che lei, alternativamente, se li leccava con sempre maggior trasporto, sospingendosi quelle magnifiche tette verso la bocca, verso la lingua guizzante che li stuzzicava maliziosamente.
Ormai la barca andava in pratica da sola, come se io avessi inserito il pilota automatico, che naturalmente, però, non avevo: i miei occhi erano fissi su di lei, e avvertivo un’erezione incredibile che mi premeva, ogni istante di più, nei pantaloncini da mare che indossavo.
Passarono forse cinque o sei minuti, e poi lei, con movimenti veloci ma estremamente aggraziati, si tolse anche le mutandine, restando così completamente nuda di fronte alla macchina fotografica che continuava a scattare una foto dietro l’altra.
L’uomo si spostava da ogni lato, a destra e a sinistra, si metteva di fronte alla ragazza, in piedi o in ginocchio, immortalandola in decine d’inquadrature e dicendole in quali pose lei si dovesse mettere; ed entrambi, come vi dicevo, si erano resi conto di avere uno spettatore particolarmente interessato.
Per nulla imbarazzati o infastiditi dalla mia presenza, continuavano nel loro gioco come se io non esistessi nemmeno.
I minuti che passavano si andavano facendo sempre più torbidi e bollenti.
La ragazza, di fatto, non ascoltava nemmeno più quello che l’uomo le stava dicendo, le direttive che lui le impartiva perché le foto riuscissero nel modo migliore: ormai si era eccitata e, nuovamente sdraiata sul lettino, si faceva scorrere le mani sul corpo statuario, carezzandosi la pelle abbronzata e iniziando a masturbarsi con sempre maggiore voluttà.
Dai seni alle cosce, dalle spalle al ventre, fino a sfiorare la fica depilata, le sue dita, con quelle stupende unghie color prugna, correvano impazzite su ogni centimetro del suo corpo.
E il suo compagno continuava a scattare le foto, fissando per l’eternità la bellezza ed il travolgente erotismo di quella fantastica donna.
Controllai ancora una volta che nessun’altra imbarcazione potesse creare problemi alla nostra tranquilla navigazione, ma quando tornai a voltarmi verso di loro decisi all’istante di fermare i motori e di gettare l’ancora: sarebbe stato troppo pericoloso continuare ad andare per mare quando la mia attenzione sarebbe stata totalmente assorbita da quello che la donna si accingeva a fare.
I motori si spensero con un borbottio e l’ancora scivolò in acqua con il suo consueto stridore di metallo.
Ora che il rumore dei motori era cessato, il silenzio si era fatto totale, quasi opprimente, a parte il debole sussurro del mare che accarezzava lo scafo immobile ed i gemiti di piacere che la ragazza non riusciva più a contenere.
Se i due si fossero accorti che avevo spento i motori, e che eravamo fermi in mezzo al mare, non lo mostrarono in alcun modo: lui continuava a stare dietro l’obiettivo, mentre lei aveva tirato fuori della borsa da mare un fallo di gomma rosso, lungo e lievemente arcuato, e se lo faceva passare tra i seni e sui capezzoli, ansimando e sospirando, preda di una libidine sempre più incontenibile.
M’infilai la mano nei pantaloncini, impugnai il cazzo in piena erezione e presi a masturbarmi lentamente, eccitato come poche volte mi era accaduto: quella ragazza, con il suo corpo da favola, che si masturbava con quel lungo cazzo di gomma, era una visione che mi avrebbe fatto impazzire dal desiderio se, a mia volta, non mi fossi masturbato guardando lei.
Per un attimo pensai a come faceva a resistere il suo compagno che, imperterrito, come se nulla fosse, continuava ad impugnare la sua stramaledetta macchina digitale; al suo posto l’avrei gettata in mare, e avrei dimostrato alla ragazza come un cazzo vero fosse mille volte meglio di quel giocattolo erotico.
Ma evidentemente lui era abituato da tempo a simili esibizioni.
Immobile, nella piccola cabina dell’imbarcazione, il sudore che mi colava a rivoli dalla fronte, per il caldo e per la tensione erotica che mi divorava, vidi la ragazza allargare le gambe ed iniziare a strofinarsi la fica con il rosso fallo di gomma; ancora non si penetrava, ma se lo faceva scorrere tra le grandi labbra e sul clitoride, rabbrividendo sempre più per il piacere crescente.
L’uomo, alla fine, si decise a smettere di scattare foto e, velocemente, si sfilò il costume con una mano, restando nudo e con il cazzo svettante, un cazzo che, malgrado l’età del suo proprietario, appariva duro e fremente.
La situazione ora non era più sotto il controllo di nessuno.
L’aria stessa sembrava essersi fatta densa d’attese.
Se loro si volevano divertire, bè… che facessero pure… avevano noleggiato l’intera barca… ma anche io volevo partecipare a quel gioco così sensuale: la parte del guardone non mi si addiceva proprio e, anche se avessi voluto, mi sarebbe risultato impossibile resistere oltre.
Rapidamente, mi sfilai la maglietta, i pantaloncini ed il costume e, completamente nudo anche io, presi a menarmelo con rinnovato vigore, accelerando e rallentando i movimenti della mano, per cercare di non raggiungere l’orgasmo troppo velocemente.
Nonostante l’eccitazione, non riuscivo a prendere la decisione di scendere accanto a loro, e di provare a partecipare in prima persona a quel diabolico gioco che i due avevano imbastito: temevo che il mio ruolo, nei loro piani, fosse solo passivo, che mi fosse consentito di guardare e di masturbarmi, senza però partecipare attivamente a quell’orgia di passione che stavano vivendo.
In un altro momento mi sarei sentito incredibilmente ridicolo a stare nella cabina della mia barca, in mezzo al mare, nudo come un verme, e con il cazzo duro in mano; ma in quei minuti la cosa mi apparve normalissima e mi augurai che la situazione evolvesse nel senso da me auspicato e a me favorevole: volevo assolutamente scopare quella ragazza, e qualunque cosa in meno avessi ottenuto l’avrei vissuta come una cocente delusione.
Lui, intanto, aveva finalmente appoggiato la macchina fotografica sul ponte e, inginocchiatosi davanti a lei, con le mani aveva preso a massaggiarle i piedi, perfetti e dalle lunghe dita, e con le unghie smaltate di quel fantastico color prugna: l’erotica catenina d’oro che cingeva la caviglia destra della ragazza, riflettendo i raggi del sole a picco, creava un’immagine di un erotismo sublime.
Ero letteralmente senza fiato.
La donna, nel frattempo, le gambe completamente divaricate, si era infilata il fallo rosso nella fica, spingendolo sempre più a fondo: le sue grida di piacere mi rimbombavano nelle orecchie, portando la mia eccitazione verso vette mai raggiunte.
Sentivo di non potermi trattenere a lungo.
La mia mano quasi si fermò sul cazzo pulsante, così pericolosamente prossimo all’eiaculazione.
Mi accorsi con un attimo di ritardo che lui aveva detto un qualcosa alla ragazza, in quella lingua a me sconosciuta.
E lei, anche se travolta da quella frenesia di lussuria che la divorava, aveva fatto un rapido cenno affermativo, pur continuando a masturbarsi con quel finto cazzo in lattice.
Allora il suo compagno, guardando nella mia direzione, mi fece con la testa il cenno di avvicinarmi a loro: era il via libera che aspettavo, e che temevo non dovesse mai arrivare.
L’eccitazione che mi soffocava, il cuore che mi batteva in gola, scesi con gambe malferme i tre gradini che dalla cabina di pilotaggio conducevano al ponte, e subito mi ritrovai accanto a loro.
Eravamo tutti e tre completamente nudi.
La ragazza voltò il viso verso di me, o, per meglio dire, fissò il suo sguardo sul mio cazzo duro e congestionato, continuando a masturbarsi con quel dildo rosso, ora inserito per tutta la sua lunghezza in lei.
Incrociai gli occhi dell’uomo ed ebbi la conferma che quello che speravo sarebbe effettivamente accaduto.
Eccitato, stordito da quella straordinaria situazione, m’inginocchiai anch’io davanti ai piedi della ragazza, presi tra le mani il destro e iniziai a carezzarlo come stava facendo con il sinistro il suo compagno.
Feci scivolare le mani sul dorso e sulla pianta arcuata, sulle dita e sulle unghie, quindi risalii verso la caviglia, sfiorando la catenina d’oro, e poi ancora più su, carezzando il polpaccio liscio e tornito.
Ma ormai ero partito per la tangente, e non mi sarei di certo accontentato di toccare quella pelle da favola: accostai le labbra al suo alluce, alla sua unghia meravigliosamente smaltata, e presi a leccarlo, assaporando finalmente il suo caldo profumo di donna.
Quindi, mentre lei godeva senza più alcun ritegno, travolta da ondate di orgasmi ancora più intense, mi feci scivolare le sue dita del piede, una ad una, tra le labbra, nella bocca, succhiandole come fossero piccoli cazzi.
Anche l’uomo stava facendo lo stessa cosa con il piede sinistro, gettando la ragazza in un tale stato d’eccitazione, travolta dalle nostre bocche e dal fallo che la penetrava, che gli spasimi del suo piacere si fondevano in un unico momento di folle esaltazione sessuale.
Mentre io continuavo a leccare e a succhiare le sue erotiche dita del piede, il suo compagno si era invece rialzato e, ripresa in mano la macchina fotografica digitale, si era messo nuovamente a scattare foto su foto; sicuramente le avrebbero riviste più tardi, magari sul letto della loro camera d’albergo, prima di rifare l’amore, eccitandosi nuovamente alla vista di quelle istantanee, nelle quali il sesso dilagava impetuoso dai nostri corpi surriscaldati dalla passione erotica.
Quasi a malincuore, ma costretto dall’urgenza di averla, lasciai le sue dita e, con la lingua, risalii lungo lo snello piede, attorno alla caviglia, giocai con la catenina per alcuni istanti, e proseguii lungo la gamba abbronzata, sul ginocchio e poi ancora più in su, verso la coscia, morbida e perfettamente depilata.
Davanti ai miei occhi, il cazzo di gomma continuava ad entrare ed uscire, anche se più lentamente, dalla sua fica, completamente bagnato dall’eccitazione della ragazza.
Le afferrai la mano, facendole estrarre il cazzo rosso dal suo corpo: poi accostai la bocca alla sua fica, leccandole le grandi labbra ed inebriandomi del loro indimenticabile aroma. Quindi, con la punta della lingua, presi a tormentarle il clitoride, mentre le sue mani mi s’infilavano tra i capelli, spingendo la mia testa verso di lei ed il suo sesso.
Con la coda dell’occhio vidi l’uomo protendersi su noi, accostare la macchina digitale alla mia bocca e alla fica della sua compagna, ed immortalare la mia lingua scorrere sul sesso aperto della donna.
Il cazzo mi doleva per l’incredibile tensione, e sentivo lo sperma premere per uscire, impaziente di esplodere su quella carne fremente e vellutata che mi si offriva.
La ragazza, all’improvviso, allontanò la mia testa dalla sua fica e, spalancando ancor di più le gambe, m’invitò con lo sguardo a prenderla.
Percorsi con le labbra il suo ventre, mi soffermai a stuzzicarle con i denti i capezzoli resi così sensibili dall’eccitazione, e quindi mi allungai su di lei, penetrandola in un colpo solo, riempiendola fino in fondo con tutta la mia erezione; e mentre lei allacciava le gambe dietro la mia schiena, quasi imprigionandomi, io presi a montarla con forza, affondando in lei, tra le sue morbide e calde pareti, con colpi sempre più potenti.
Cercai la sua bocca ed incollai le mie labbra alle sue.
Nel frattempo l’uomo si era messo di fianco al lettino, il cazzo a pochi centimetri dalle nostre bocche unite in quel bacio profondo ed intenso.
E quando le nostre labbra si separarono, la ragazza, che stavo così fantasticamente scopando, prese in mano il cazzo del suo uomo, lo scappellò completamente e se lo infilò in bocca, succhiandolo con foga e con passione.
Avevo resistito anche troppo e, con un grido liberatorio, mi lasciai finalmente andare.
Con un ultimo e violento affondo mi sollevai da lei, e, ritraendomi appena in tempo, venni copiosamente, schizzando tutto il mio piacere così a lungo trattenuto, inondandole la pancia con caldi e densi getti di sperma.
Anche il suo compagno era nel frattempo venuto, riempiendole la bocca e schizzandole le labbra ed il viso; nonostante l’eccitazione, continuava però ad immortalare la scena con la sua inseparabile macchina fotografica (anche se dubitavo che la sua mano potesse essere tanto ferma) e a fissare in fotogrammi quei momenti di puro delirio erotico.
Mi rimisi in ginocchio, ai piedi del lettino, per riprendere fiato.
Gli occhi mi trasmisero l’immagine della ragazza che si spargeva il mio seme sul ventre, massaggiandosi con le mani e con le dita dalle lunghe unghie laccate, mentre dalle labbra le colava lo sperma del suo uomo che, con un sorriso soddisfatto a distendergli le rughe sul volto, la guardava affascinato…
Una mezz’ora più tardi, non appena ci fummo ricomposti, i due mi chiesero di riportarli indietro, a Livadia.
Evidentemente avevano raggiunto il loro fine: il resto della gita era diventato un qualcosa di scarso interesse.
Ma, di certo, i giochi erotici che avevano fatto sulla mia barca erano risultati loro molto graditi, ed il mio coinvolgimento, sicuramente non frutto del caso, aveva regalato loro sensazioni molto piacevoli: infatti, una volta giunti in porto, mentre lui mi saldava l’importo dovuto (mi sentii in imbarazzo ad accettare quei soldi, visto che ero già stato pagato abbondantemente in natura!), fu proprio la ragazza a chiedermi in inglese (e quella fu forse la prima volta che mi parlò direttamente) e con un sorriso che diceva tutto, se la mia imbarcazione fosse libera anche per il giorno successivo, per una nuova gita in mare.
Il suo compagno mi guardava divertito, forse perché la mia espressione doveva risultare a dir poco comica !
E’ facile immaginare quale fu la mia risposta.
E applicai loro anche uno sconto veramente eccezionale.
In quel momento, i soldi, non mi sembravano più così importanti.
FINE
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Quarta puntata
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