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Regalo di Compleanno/2 (racconto di Diabolik1)
Dopo avervi narrato del mio incontro con Laura, permettetemi di raccontarvi dei giorni trascorsi in compagnia di Olga.
Come vi avevo già detto, Laura sparì dalla mia vita quel lunedì mattina, e per circa due anni non ebbi più notizia alcuna di lei.
E’ necessario fare un veloce passo indietro.
Quando Laura mi salutò, di fronte alla scuola, aveva detto alle mie compagne di classe di quanto io mi fossi rivelato un amante a dir poco fantastico, e di come loro fossero fortunate a potermi avere a disposizione tutti i giorni, mentre lei aveva dovuto concentrare tutto in poco più di quarantotto ore di sesso sfrenato con il sottoscritto.
Quelle parole, dette da una donna assolutamente affascinante, ebbero la piacevole conseguenza di assicurarmi un’intensa e gratificante vita sessuale: e, una volta terminata la scuola, anche all’università non ebbi di certo grandi problemi a fare sesso con le ragazze che più mi piacevano.
Tutto questo fino al giorno in cui, un paio di anni dopo quell’indimenticabile fine settimana con Laura, proprio all’inizio della primavera, mi vidi arrivare, per posta, una busta con un biglietto: riconobbi all’istante la calligrafia, ed avvertii un’improvvisa e forte emozione che mi fece tremare le gambe ed accelerare i battiti del cuore.
Non mi aspettavo più di ricevere notizie da quella fantastica donna che aveva sconvolto la mia vita di adolescente.
Il biglietto di Laura recitava così:
“Ciao tesoro mio,
ti ricordi ancora di me? Avrei piacere di farti conoscere una mia cara amica: è sulla quarantina, e ti posso garantire che non ti lascerà insoddisfatto. Se vuoi ci vediamo mercoledì a mezzogiorno, in aeroporto, di fronte all’entrata delle partenze internazionali.”
Può apparire incredibile, in effetti, ma Laura sembrava conoscere, e alla perfezione, gli esatti movimenti dei miei genitori: infatti, proprio quel mercoledì, i miei partirono per un weekend lungo a Parigi, lasciandomi libero da impegni familiari per il mio incontro con l’amica di Laura.
Non abitavo più con i miei, ma, di fatto, ero spessissimo da loro.
Fu così che accompagnai i miei genitori all’aeroporto, aspettai una buona oretta, e poi mi misi in attesa delle due donne.
Ormai mezzogiorno era passato da un pezzo, e iniziavo a temere che Laura e l’amica non si sarebbero presentate all’appuntamento, quando mi avvicinò una cortesissima hostess che, una volta accertato che io fossi la persona giusta, mi consegnò una busta.
L’aprii, decisamente sorpreso dagli sviluppi della situazione, e lessi le poche righe che erano state scritte sullo stretto biglietto: Laura mi diceva di raggiungerle al mare, presso un noto ristorante della zona che conoscevo da tempo.
Quando partii dall’aeroporto, con il cellulare feci una rapida ricerca del numero telefonico e chiamai il ristorante verso il quale ero diretto: mi confermarono subito che le due donne erano effettivamente da loro, e che in quel momento si trovavano al mare. Prima di chiudere la comunicazione chiesi di tenermi in fresco una bottiglia di vino bianco e una di champagne.
Le avrei portate io stesso sulla spiaggia.
L’immagine che mi si presentò quando arrivai sulla spiaggia, praticamente deserta vista la stagione ancora agli inizi, fu a dir poco sensazionale: due corpi slanciati ed elegantemente vestiti, seduti su un pedalò ancora in disarmo, strettamente abbracciati e che si scambiavano tenerezze, e forse anche qualcosa di più.
Quella che chiaramente era una donna, perché indossava una stretta gonna di pelle e una camicetta bianca, non appena mi vide, si alzò venendomi incontro correndo e mi baciò sulla bocca: era la mia Laura, ed il cazzo mi divenne subito duro nello stesso istante in cui la vidi e non appena le sue labbra si posarono sulle mie.
Poi, dopo i convenevoli di rito, insieme ci dirigemmo verso la sua amica.
Al contrario di Laura, la donna indossava dei pantaloni di pelle molto attillati (e quei pantaloni mi avevano fatto pensare, inizialmente, che si trattasse di un uomo), con degli stivaletti dal tacco di almeno una decina di centimetri; anche lei, come Laura, indossava una camicetta bianca che a stento tratteneva gli splendidi seni, mentre i capelli, di un magnifico biondo naturale, erano tagliati corti a coprirle il collo, e pettinati tutti all’indietro con abbondanza di gel.
La donna aveva gli occhi verdi, e le morbide labbra, impreziosite dal rossetto, erano di un voluttuoso color rosso acceso, come, del resto, anche le unghie delle mani.
Così mi apparve Olga per la prima volta.
Andando verso di lei, Laura mi aveva subito detto che Olga attraversava un difficile momento, ed era appena uscita da una relazione che sembrava aver compromesso il suo rapporto con gli uomini; anzi, Laura mi disse che la sua amica aveva cercato in lei l’affetto ed il sesso, coinvolgendola in un torrido rapporto saffico.
Laura era però convinta che Olga dovesse, e al più presto, recuperare il piacere di stare con un uomo, di concedersi a lui senza timori e di farci del sano e arrapatissimo sesso.
Ed io ero la persona prescelta per questo.
Appena arrivati accanto ad Olga, Laura mi presentò all’amica, descrivendole con dovizia di particolari le mie doti amatorie, e quindi le comunicò che la lasciava in mia compagnia, perchè se non si fosse affrettata avrebbe perso l’aereo, e che questo non sarebbe potuto assolutamente accadere per sconosciuti e misteriosi suoi motivi di lavoro.
Olga non sembrava per niente contenta della situazione venutasi a creare: mi guardava con aria interrogativa, e chiaramente avrebbe preferito continuare ad accarezzare Laura, evidentemente appagata da quell’interludio lesbico.
Ma Laura era di tutt’altra opinione.
Io, e solo io, mi sarei dovuto occupare di Olga.
Laura guardò un’ultima volta l’orologio, e poi ci disse che sarebbe partita alla volta di una non meglio identificata località d’Europa e che ci saremmo rivisti non prima di domenica sera.
Olga ed io, entrambi imbarazzati, la guardammo andar via.
Durante il pranzo, Olga cominciò a sentirsi più a suo agio e ad accettare la possibilità di stare da sola con me.
Finito di pranzare la portai di nuovo sulla spiaggia: sarà stata l’atmosfera, sarà stato la brezza carica di salsedine di quel pomeriggio, fatto sta che, per la prima volta, abbracciai Olga e percepii il suo fantastico profumo.
La sua pelle, così eroticamente abbronzata e pervasa di una fragranza che mi faceva girare la testa, rappresentava per me un’incredibile attrazione.
Tornati al ristorante, prendemmo la sua valigia, salimmo in macchina e ci dirigemmo verso casa mia; come vi dicevo non abitavo più fuori città con i miei, e la casa, sia pure più piccolina di quella dei miei genitori, era però soltanto mia.
Una volta entrati in casa, Olga non disse una parola per alcuni lunghi secondi: poi, all’improvviso, mi chiese dove si poteva fare una doccia per rinfrescarsi.
Io, già discretamente eccitato, le mostrai il bagno, le diedi un accappatoio e degli asciugamani, e feci per uscire e andare ad aspettarla nel piccolo salone.
Ma lei, tenendo i suoi occhi fissi nei miei, prese immediatamente a spogliarsi.
Fu così che vidi Olga nuda per la prima volta.
Il suo corpo era splendido, e tutto quello che avevo solamente intravisto attraverso i vestiti mi si confermava in pieno: i seni di quella fantastica donna erano grandi e sodi, e i capezzoli perfettamente proporzionati alla grandezza delle tette.
La fica era perfettamente depilata, e il culetto prometteva un intero mondo di lussuria e passione.
Una volta che si fu completamente svestita, Olga entrò sotto la doccia, e subito per tutta casa si avvertì un intenso profumo di muschio bianco che mi apparve subito erotico in maniera incredibile. Più sentivo quel profumo e più i miei sensi si andavano eccitando; resistetti per circa cinque minuti (e furono minuti dolorosamente lunghi), ma poi mi spogliai ed entrai nella doccia con lei.
Avevo il cazzo in piena erezione.
Olga non si scompose minimamente: anzi, potrei giurare che mi stesse aspettando.
Mi osservò per un istante e poi prese a strusciarsi addosso a me, con l’aria di chi aveva atteso quel momento anche troppo a lungo.
Prendemmo ad accarezzarci sempre con maggiore sensualità: le mie mani indugiavano sempre di più sui suoi capezzoli incredibilmente turgidi.
Con le mani mi dedicai a massaggiarle e ad accarezzarle sia le natiche che la fica, mentre per le tette ci sarebbero state le mie labbra e la mia lingua.
Olga non faceva altro che ansimare e mugolare con sempre maggiore intensità, divorata da un’eccitazione incontrollabile: fu allora che la donna s’inginocchiò e, senza dire una parola, mi prese il cazzo in bocca, cominciando un fantastico pompino.
Mi sembrava di morire: Olga era incredibilmente dolce, ma, allo stesso tempo, diabolicamente decisa ed esperta. Con consumata abilità lambiva con la lingua l’intera asta, scavando nel piacere e facendomi rabbrividire: poi, sempre con la bocca, mi scappellò con forza, leccando e succhiando con intensità crescente.
Non resistevo più a quella deliziosa tortura: le mormorai, sconvolto dal desiderio, che volevo entrare in lei.
Olga non mi fece attendere: mi lasciò il cazzo e, appoggiandosi alla parete della doccia, mi salì praticamente in braccio, facendosi penetrare a fondo nella fica.
Quando lei iniziò a muoversi su di me, sentii che l’orgasmo era prossimo, e la sua incredibile carica erotica mi stava facendo diventare letteralmente matto; venimmo quasi in contemporanea, e allora lei mi abbracciò ancora più stretto, e poi mi disse che aveva ancora voglia del mio cazzo.
Non ci asciugammo nemmeno.
Bagnati, andammo a sdraiarci sul letto, sicuri che ci saremmo ben presto asciugati col calore della passione dei nostri corpi frementi.
Olga mi chiese, anzi quasi mi supplicò, di baciarle il seno e di accarezzarla tutta.
E io obbedii subito a quell’erotico comando, e mi dedicai ai suoi seni, mentre con le mani le accarezzavo il ventre incredibilmente teso, e poi scendevo sul suo pube, sfiorandole appena la parte superiore di quell’eccitante parte del suo corpo.
Fu Olga a implorarmi di masturbarla: ormai aveva perso il controllo di se stessa.
Mi disse che la dovevo far urlare dal piacere e che voleva essere penetrata: la baciai sulle labbra e, malgrado volessi essere delicato, lo giuro, quando le mie labbra si posarono sulle sue e le nostre lingue s’intrecciarono in un lungo e appassionato bacio non riuscii più a controllarmi.
Il desiderio di possedere ancora quella fantastica donna ebbe la meglio sui miei buoni propositi: le allargai le cosce e senza alcuna esitazione la penetrai con un solo colpo.
Olga esplose in un urlo di piacere, ed io iniziai a scoparla con una frenesia fino ad allora sconosciuta.
Lei mi strinse tra le sue cosce e assecondò il mio ritmo, rabbrividendo e sussultando sotto le mie spinte.
Dopo qualche minuto di quella ginnastica uscii da lei e la feci voltare, mettendola a pecora: la volevo penetrare da dietro, prenderla in quel modo e godere della sua pelle e del suo corpo.
Fu fantastico quando il mio pene entrò in lei: Olga cominciò ad ansimare sempre con maggiore frequenza e proruppe in un primo orgasmo, al quale poi ne seguirono molti altri, fino a quando anche io venni gridando.
L’avevo avvertita che stavo per esplodere, ma lei non volle sentire ragioni: Olga desiderava sentire il mio sperma caldo dentro il suo corpo.
Placato quel primo momento di pazzia sessuale, ci sdraiammo uno di fianco all’altra, e cominciammo a baciarci teneramente.
Mi chiese scusa per l’inizio un pò imbarazzante del nostro rapporto, poche ore prima sulla spiaggia.
Ben presto, però, riprendemmo ad accarezzarci, ora senza più desiderio, ma solo con la dolcezza che segue la grande passione appena consumata.
La sera uscimmo, proprio per ricaricare le pile, ma almeno per me fu un lungo supplizio, Olga era vestita in maniera a dir poco sensuale: indossava una minigonna di pelle color prugna e sopra portava un piccolo corpetto di pelle nera. Data la stagione ormai primaverile, ai piedi calzava sandali con il tacco altissimo, alla schiava, e non aveva messo le mutandine.
Era un attentato per le mie coronarie, naturalmente, ma avevo ricevuto ordine di non toccarla fino al momento di tornare a casa ed io, ubbidiente, avevo eseguito gli ordini che la donna mi aveva dato.
Passammo tutta la sera a parlare del più e del meno, sempre senza fare alcun accenno alla nostra attrazione fisica.
Ad un certo momento Olga mi disse che aveva bisogno di sentire le mie mani sul suo corpo e visto che suonavano dei lenti, ed in quel locale si poteva ballare, andammo sulla pista da ballo.
La sua pelle.
Il ricordo più vivido che ho di Olga è la sua pelle, liscia e perfetta: quella sera profumava ancora di muschio bianco, e quando iniziammo a ballare mi persi in quel suo profumo, iniziando a baciarla delicatamente sul collo.
Dopo pochi minuti Olga mi disse che non resisteva più e che voleva essere posseduta da me, e che voleva che lo facessimo lì, in pubblico.
La sua idea mi stuzzicò moltissimo: cercammo un angolo del locale appartato, il più distante e buio, e la feci sedere su di me, tirando subito fuori il mio cazzo che era già in completa erezione.
Non appena il mio cazzo s’insinuò tra le morbide pareti della fica di Olga divenne come di marmo: la penetrai con desiderio crescente e negli occhi della donna vidi la felicità assoluta. Furono momenti indimenticabili con Olga che si muoveva su di me in modo ritmico e sinuoso: l’orgasmo arrivò prepotente e quasi liberatorio, ma ad Olga questo non poteva di certo bastare.
Lei voleva avere di più da me e quando tornammo a casa lo ottenne.
Ormai la mia storia d’amore con Olga stava per giungere alla fine: era il sabato pomeriggio e l’indomani avrei dovuto riaccompagnarla all’aeroporto dove avrei rivisto anche Laura.
Mentre stavo pensando a cosa poter fare per quel sabato sera sentii suonare alla porta e quando aprii c’era Laura con in dosso un trench e in mano champagne, caviale e ostriche: il sabato sera sarebbe stato perfetto.
Quando Olga vide la sua amica ebbe paura di dover andare via, ma Laura si tolse il trench e rimase in biancheria intima, come aveva fatto già due anni prima, e le sue prime attenzioni, invece di essere rivolte a me, furono tutte per Olga.
Le si avvicinò e, con sguardo dolce e sognante, le accarezzò una guancia e poi la baciò sulle labbra, dicendole che le era mancata molto in quei giorni; poi, vedendomi sempre più perplesso, mi abbracciò, mi prese una mano e se la portò su un seno, per poi baciarmi sulle labbra.
Olga allora si alzò in piedi e disse a Laura che io meritavo un trattamento migliore, essendomi io dedicato a darle il piacere più assoluto e totale.
Allora Laura, sorridendo, tirò fuori la lingua e l’ avvicinò alla mia: a quel punto anche Olga unì la sua lingua alle nostre, e da quel momento, fra noi, fu solo sesso, per la prima volta fu sesso a tre.
Mi sentivo come in paradiso:
Ci sedemmo sul divano e chiesi a Laura e Olga di baciarsi davanti a me.
Le loro lingue si muovevano e s’intrecciavano, ed io pensai che fosse lo spettacolo più erotico a cui avevo mai assistito in vita mia.
Laura vide la mia potente erezione e volle che Olga mi scopasse davanti a lei:
E così avvenne.
Quando Olga ebbe goduto, fra gemiti e sospiri, fu il momento di Laura di avvolgermi il cazzo con la sua fica bollente e grondante del più intenso piacere.
Verso mezzanotte Laura disse che voleva andare in centro in un locale dove ci saremmo potuti divertire, un locale dove saremmo stati liberi di continuare nei nostri giochi erotici.
Tornati a casa a notte fonda, Laura chiese ad Olga di lasciarci soli e si venne a sdraiare vicino a me e facemmo di nuovo l’amore.
Il giorno dopo le mie due amanti non c’erano più.
In bagno trovai le loro due mutandine e un foglio sul quale era scritto che era stato tutto magnifico, ma che non sarebbero mai più tornate da me.
Lessi che, dopo che io mi ero addormentato, le due donne avevano fatto sesso e che avevano definitivamente capito quale fosse il loro reale desiderio.
Olga e Laura.
Due splendide dee del sesso.
Forse lesbiche.
O forse no.
FINE
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Incominciai a stringerlo, a respirarlo sui suoi capelli biondi, che ancora sapevano di balsamo, e poi, per avere un maggior contatto con lui, andai sotto la sua canottiera a carezzarlo, ma sentii subito un brivido di freddo: – Luca hai freddo? – – No! – disse lesto, come se non volesse farmi preoccupare, ma io lo strinsi ancora di più; era in quei momenti che sentivo che sarei potuto diventare una belva, se solo gli fosse accaduto qualcosa, e quasi temevo quella parte di me.
Mi risvegliai con Luca addormentato sul mio braccio e un cruccio per la testa: dovevo far sparire quelle tracce di lui, della sua permanenza; così mi alzai: – Dove vai? – mi chiese lui con la voce da primino in timore d’abbandono. – Tu sta qui, che io devo fare delle cose… – lo accarezzai ulteriormente sulla schiena, gli sistemai il colletto, e quasi gli avrei dato un bacino prima di lisciarlo, se solo la timidezza non mi avesse impedito anche quel casto bacio sulla tempia. Andai in cucina a cancellare quelle tracce in simil-sperma di lui, e poi mi ritrovai a spazzare tutta la casa per fare anche bella figura coi miei, ma notai che tutte quelle tracce briciolose di lui dal tappeto non volevano andarsene; come se non bastasse, pensai anche che in giro potesse esserci qualche pelo pubico di lui, dopo tutte le seghe che gli avevo fatto: e il biondo di Luca è inconfondibilissimo; così pensai di passare l’aspirapolvere. Davanti a quel primino dormiente, montai l’arnese aspiratutto e, anche se di schiena era carino, pensai più volte tampinarlo mentre aspirarlo, ma, non appena mi muovevo mosso da quell’intento molesto, desistevo: intenerito da quell’aspetto indifeso, conferitogli dalle pieghe morbide del suo pigiama azzurrino. Nel frattempo si era pure voltato e ora dava a me la sua prospettiva genitale migliore, che io non potevo fare a meno di guardare: ma che ci potevo fare io, se quella zona di lui era più appariscente d’una ruota di pavone! tutta l’attenzione del mondo circostante, sembrava gravitata da quel punto fisso; e lui, secondo me, se n’era accorto, perché non perdeva tempo per metterlo in mostra mentre si stiracchiava. Mi avvicinai a lui per smontare l’aspirapolvere, e mi sentii pizzicare sul gluteo: – Ma allora non stai dormendo! – gli dissi voltandomi e beccandolo con l’occhietto socchiuso: – Ah, sì… – faceva finta di niente, e riaccesi l’aspirapolvere: wo… wo… wo… faceva il bocchettone tappandosi col suo pube: – Allora, ti svegli? – continuavo a tamponarlo: – Veh, che te lo aspiro…! – lo minacciai tirandoglielo fuori. – Meglio! Così me lo allunghi! – disse scaltramente; ma non ti basta mai! Allora quel lungo pene finì interamente nel tubo aspiratutto: lo ciurlai, lo menai, lo vibrai e quando finii Luca mi disse che era meglio la sega; ma cosa dovevo fare per sottomettere un primino del genere? Subito mi abbattei su di lui con crisi semisterica, poi lo spompinai selvaggiamente con una foga spompinatrice che mi sembra di essere un’idrovora di bega, così come lui lo era stato di coccole; ma mi resi conto in quel momento che gli stavo dando l’ennesima vittoria…, però era contato succhiare quella verga fino in gola: era come se il suo pene avesse resettato il mio animo toccando il mio punto nevralgico. Quando mi calmai, mi sdraiai accanto a lui a masturbarlo; ma mi tirò subito fuori l’uccello per confrontarselo col suo: – No… non è cresciuto! – disse con sicumera, poi iniziammo insieme una masturbazione vicendevole. Ero affascinato da quella personalità incrollabile, da quel primino inossidabile che quasi guardavo negli occhi e mi sentivo proiettato verso di lui, verso le sue labbra, ma la timidezza mi frenava: – Scusa, se t’ho svegliato prima… –mi scusai. – Fa niente… tanto mi piaceva! –. – Cosa? – – Il rumore dell’aspirapolvere…, mi piace! da piccolo dormivo sul divano quando mia mamma passava l’aspirapolvere o la lucidatrice… e lo faccio anche adesso… – – Sei tutto matto! – gli dissi, ma io dovevo solo stare zitto, che a e piaceva dormire la domenica mattina d’estate quando mio padre passava il tosaerba in giardino.
– Luca, allora… andiamo a mangiare? – dissi dopo un bel po’ che oramai ci spupazzavamo. – No, dai… non ho fame, stiamo ancora un po’ qui! – disse con la voce da primino voglioso si coccole, ma doveva rendersi conto che presto avrebbe dovuto andarsene a casa. – Però alle 3:00 vai, eh… – – Perché? – – Perché arrivano i miei! – – Non devono sapere che sono stato qui… – così mi piaceva: perspicace! – Eh…! – – È per quello che facciamo? – disse, poi cadendo in un silenzioso imbarazzo anche con gli occhi; non mi sarei mai aspettato che fosse arrivato a una domanda del genere. – Eh… sì! – farfugliai. – Però non c’è niente di male… – chiese col tono vagamente interrogativo, come se chiedesse una rassicurazione morale. – No! – – Ma tu cosa provi? – disse ancora senza trovare il coraggio di guardarmi. – Cosa… – – Quando lo metti in bocca…. – eh…, bella domanda! – Eh… eh…, …e tu? – che prima di chiedere, rispondesse lui! – Boh! – fece un boh di circostanza ancora con lo sguardo mesto. – Ti piace… – tentai d’imboccarlo. – Mm…? – finalmente mi guardò. – Cioè non ti spiace, non ti fa schifo… – – Beh, no! – – Ti piace, insomma… – mammamia, che fatica per fargli dire quella benedetta parola! – Sì…, – evviva, l’aveva ammesso!: – perché so di farti star bene… – ma che caruccio…: lui mica mi succhiava perché gli piaceva, ma perché mi faceva «star bene»… basta! toccava a me porre fine a tutta questa ipocrisia. – A me invece no, a me piace proprio! – Luca mi guardò stranito, come se avessi finalmente scardinato un tabù proibito. – Ti piace… – ripeté disorientato. – Sì, sentirlo in bocca, quel senso di pieno… intendi? – insomma, e poi anche lui l’aveva provato: – A te no? – – Beh… sì! – ammise: – …ma lo sperma? – aggiunse dopo un po’. – Anche quello! – affermai io. – Sì, vabbé…, allora anche la piscia…! – disse col tono polemico come se non avesse voluto sentire anche quell’ultima ammissione così chiaramente, per non far sembrare tutto la discussione fin troppo scontato e autoassolvente. – Ma che c’entra…, mica puoi paragonare un prodotto con uno scarto! – – Un prodotto… – – Sì, un prodotto! – – E che differenza c’è? – – Che la piscia la scarti, perché se no ti fa male, lo sperma no! il tuo fisico lo produce, è come il sangue, …è un prodotto nobile! – e su quel nobile Luca mi guardò un po’ perplesso, poi tacque come se le mie parole lo avessero in parte convinto, ma stette ugualmente meditabondo a fissare il soffitto. Nella mia mente le parole “scarto” e “sperma” continuavano ad associarsi inconciliabilmente: ma come avrebbe potuto essermi dannoso una cosa prodotta da lui nel momento del suo miglior godimento? certamente non poteva ch’essermi da toccasana per il fisico e lo spirito. Luca non pronunciò più parola, ma io lo diressi verso l’alto per cominciare a carezzarlo su quell’addome piatto: lo trovavo intrigante quel ventre liscio, così morbido al tatto, ma sotto tutta la sua salda sostanza quell’essere aikidoka; poi Luca mi chiese di carezzarlo più in basso… così finii per “carezzare” nuovamente quella doppia decina. Che bello tenere quel membro quattordicenne in mano: era quasi rilassante segarlo mentre guardavo il suo nobile profilo concentrato per non venire e poi quel pinnacolo di carne rivolto verso l’alto con la sua forma stagliata e quella cappella affusolata, che ben si distaccava come forma dell’asta; sembrava quasi di tenere in mano il comando delle sue emozioni: ma come si faceva a non masturbarlo? – Luca, ma tuo cugino non ti ha mai segato veramente? – chiesi di quell’aspetto che ancora mi sembrava sorprendente nella sua vita! – No! – – Come mai? – – Diceva che gli facevo impressione! – – Perché!? – – Perché diceva che ce l’avevo già lungo come il suo ed ero più piccolo! – che stupida scusa! – Tu però gliele facevi? – – Non più! – disse per sottolineare che ormai era un fatto passato; però ora bisognava farlo venire. – Sei bagnato! – assodai scappellandolo. – Non sono mica una femmina! – ribatté, alzandosi ugualmente a guardarlo. – Ma anche i maschi si bagnano, sai… è lubrificante! Dai, che ti faccio venire! – «No!» stette per dire, ma lo fermai subito; i primini sono fatti per godere e venire, e anche Luca non poteva sottrarsi a questo dovere. M’inginocchiai giù dal divano e, come un sacerdote intento nella sua liturgia, lo riscappellai infilandolo tutto in bocca; non mi capacitavo di come il cugino si fosse sempre rifiutato: per me era inverosimile, anzi tra cugini mi sembrava quasi scontato, io non avevo cugini, ma se mi fosse capitavo, non mi sarei di certo rifiutato, perché nella logica familistica spetta al più grande istruire i più piccoli. Luca godeva e i suoi gemiti sottili si diffondevano per l’aria costruendo un leggero sottofondo, ma c’era qualcosa di diverso da ieri: i suoi versetti mi sembravano più tenui, eppure godeva… perché presto del suo siero mi sentii riempire. Continuai a ciucciarlo fino all’ultima stilla, poi guardai il suo volto beo: era dolce, veniva voglia di baciarlo oltreché accarezzarlo, ma con tutta quella luce proprio non ce la facevo, così mi posai sul suo sterno, a dormire come lui desiderava dall’altra sera.
Mi svegliai, con Luca che m’arricciolava i capelli: – Che fai… – dissi: – mi fai i tirabaci!? –. – Mm…? – m’interrogo lui – I tirabaci…; questi! – gliene feci uno con una ciocca della sua fronte; che bello carezzarlo con quei pretesti diversi, poi chiese se poteva farmi venire e ci scambiamo di posto. Luca, invece di scendere in ginocchio, si mise tra le mie gambe a segarmi: – Dai, Luca, non c’è tempo! –. – Uffa…! – disse scocciato per la fretta che gli avevo messo. – Ma guarda! – l’orologio segnava un’ora che era ormai già troppo tarda per venire, e per giunta noi eravamo ancora tutt’e due in pigiama, ma Luca cominciò a fellarmi. Sentivo il suo succhio, la sua testa gli tenevo, ma la mia mente era occupata dai pensieri dei miei che presto sarebbero arrivati, già me li vedevo: entrare da quella porta e beccarmi con quel biondino che mi fellava in pigiama; non ci riuscivo a concentrarmi, non ci riuscivo a venire: mi sentivo in ansia; poi Luca mi disse polemico: – Sì…, ma se anche tu non ti applichi! –. Dovevo applicarmi…, adesso l’orgasmo era questione di “applicazione”! e poi che cosa avrebbe fatto: mi avrebbe dato i voti!? – Dai, Luca è meglio che vai! – gli dissi scomparendo il mio pene, scocciato per la sua affermazione! Luca restò in ginocchio a squadrarmi, mentre mi ricomponevo il pigiama: – Aspetta! fammi almeno vedere Niki prima! – cercò di riguadagnare la situazione; andai a recuperare il gatto come al solito, raggomitolato in una scatola sulla via della cantina in una forma dalla rotondità perfetta. – Toh! Guarda il micio bello! – dissi ricomparendo. – Ciao Niki! – lo vezzeggiò subito: – Ma fa le fusa! –. – Eh certo, se gli fai le carezze… – – Mah, bello! – cominciò di nuovo coi suoi acuti che m’infastidivano le orecchie: – Mi dai i bacini, eh… – gli porse la guancia. – No! non li dà i bacini! – gli sottrassi il gatto: – Glieli devi fare tu! – e glielo riporsi come se fosse una gentile concessione, visto che Niki era mio! così Luca incominciò a sboffonchiarlo simpaticamente sulle gote, ma io, ingelosito da tutte quelle coccole prestate al gatto, lo lasciai andare con la scusa che voleva scappare; Luca nel frattempo mi aveva riacceso un’eccitazione pazzesca! Brrrr… ma che cosa stavo pensando: presto sarebbero arrivati i miei! – Dai… che ti accompagno! – decidi in quel momento di riaccompagnarlo, per affrettare il suo ritorno a casa.
***
– Ma dov’è! – disse Luca rovistando nella sua cartella: era divertente vederlo con indosso solo quella canottierina sottile, che gli faceva un fisichino che ancora non aveva; improvvisamente mi era venuta voglia di saltargli addosso, ma ancora resistevo. Poi s’infilò i pantaloni e parve come rendersi conto, solo allora, d’avervi ancora dentro il portafogli nella tasca posteriore: – Spetta… ti pago la pizza! – disse portandosi la mano dietro. – No, lascia! – lo fermai prontamente: non saranno mica stati i suoi 5 euro della prosciutto e funghi a mandarmi in rovina… ma già che c’ero ne approfittai per infilargli la mano nella sua patta, lasciata aperta: – Però, fammi prima salutare Gianluca! – gli dissi, visto che lui mi aveva chiesto di salutare Niki. – E non solo… – alluse Luca con la faccia furbettina al fatto che mi stavo addentrando piuttosto in profondità… – Eh, bisogna! – – Come si chiamano? – chiese un ripasso – Mmm… – non me lo ricordavo: – Leoluca e Pierluca…? – – Sììì… vero! Leoluca quello destro… – – Eh… seh! Ernesto e Callisto! – – Mm…? – non conosceva la citazione. – Lascia stare… – non avevo voglia di spiegarla, lo spinsi contro il mio letto e lo sdraiai, sfilandogli poi quel magnifico uccello. Lo menai, lo sferzai, lo scappellai, e infine l’infilai tutto in bocca: il bello di avere a che fare con un uccello così lungo, era che potevi afferrarlo con entrambe le mani e avere ancora quella cappella da ciucciare comodamente. Luca vociava il suo godimento; – Bravo! Bravo! – l’incitai: – Grida! – e poi ripresi a ciucciarlo; Luca allora buttò indietro la testa e cominciò a urlare con tutto il fiato che aveva in corpo: sembrava che avesse trovato nuova vita e presto riirrorò la mia bocca con nuova linfa. Continuai a ciucciarlo sino in fondo, questa volta per sentire i suoi veri gemiti d’orgasmo, perché quelli di prima non mi avevano convinto, e poi mi sdraiai accanto a lui a carezzarlo sul suo pene tumescente. Era stato bello: finalmente l’avevo liberato, perché il suo grido ora mi aveva convinto; ma che voleva fare…: Luca mi accostò, buttandomi la mano sul pacco, e mi sorrise: – Adesso tocca a me! – disse e con un balzo scattò in piedi, liberandomi freneticamente l’uccello. Cosa dovevo dirgli… era strabello sentirsi sbottonare la patta da un primino violentatore, che ora mi stava già succhiando l’uccello! Capii, in quel momento, che non potevo più sottrarmi dalle sue grinfie, o meglio dalla sua bocca, e che dovevo per forza farmi venire: cancellai dalla mia mente tutte le preoccupazioni di prima, e riuscii finalmente a immaginarmi la sua lingua sul mio glande che mi succhiava, ed ecco venire… ecco quell’orgasmo anche se frettoloso, comunque stupendo; e urlai a Luca di non smettere di farmi venire se voleva veramente farmi “star bene”, doveva darsi da fare…
***
Guardavo Luca felice per il garino appena fatto nello specchietto retrovisore: mammamia, com’era bello! stasera sarebbe stato difficile ad addormentarsi senza lui con me nel letto…, senza il suo tenero corpicino da stropicciare. Mi sentivo melanconico ora, che andavamo per quelle vie di campagna, per allungare la via di casa; ma mi fermai… – Io mi fermo qui! – dissi arrestando il motore. – Perché…, vieni a casa con me! – – No, voglio fare un giro da solo… – dissi volgendo lo sguardo da un’altra parte – Va bene… a domanti! – disse Luca salutandomi; io inizia a singhiozzare, mentre lui si allontanava: sentivo che quel lungo week-end sarebbe stato difficilmente replicabile, sentivo che dopo quei tre giorni magici mai saremmo riusciti a ripetere un’esperienza simile, perché qualcosa tra noi era cambiato…; in meglio… in peggio… non saprei proprio dirlo, sapevo solo che mentre diventava un puntino lontano nell’orizzonte della Padana che oramai andava all’imbrunire, avevo soltanto voglia di piangere nel ricordo di quei tre giorni passati insieme correndo solo verso il tramonto.
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Il pigrone
Tags: amore, bocca, cazzo, domenica, duro, eros, fica, gianluca, mani, masturbazione, mostra, msn, niki, novembre 2003, racconti, sperma
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Di fuori, ancora, i romori della movida nottarda che non s’andava a dormire; e dentro i bei rai di prim’albeggio ad annunziarmi l’inizio di quell’ultimo mattino, cui avrei giaciuto con Robertino. Mi voltai verso lui, che ancora mi dormiva dandomi le spalle: disteso s’un fianco, con la spallina di fuori e il braccino nudo appena sopra le lenzuola; e veder quel profilo mi diè subito l’immensa voglia d’abbraccialo, d’apprezzarlo in tutta la sua provocante armonia, impossessarmi della sua tenera fisicità. Incominciai ad accarezzarlo sensualmente al basso ventre per risvegliargli gl’istinti, ma lui niente: non si smuoveva! così gli sussurrai dolcemente all’orecchio: – Robby sveglia! svegliati! –, ma lui non si sdormiva ancora; anzi, mi fe’ segno colla mano che l’infastidivo, strafugnandomi la faccia, così l’allontanai. Allora andai tra sue le gambe a ravanargli quella matassa pastosa: – Su Lu… Robby svegliati! dobbiamo farlo! – insistetti, ma lui mugulò. – Vuoi ancora dormire? – – Mh! – fece svogliatamente un sol cenno di sì con la testa. – Facciamo così: inizio io; tu intanto riposati! mi raccomando! – pensai un attimo che quella era una delle ultime volte che avrei potuto toccare un genitale maschile con così tanta disinvoltura, senza preoccuparmi delle conseguenze, e che non potevo accontentarmi soltanto di quella fugace palpatina; e prendendo per tacito assenso quell’attimo di silenzio, che neanche gli concessi, lo volsi supino al centro del letto. Che bello poter maneggiare con un fisico maschile senza alcuna resistenza; eppoi lui era così ragazzino…: più di me! Mi accoccolai a cavalcioni sul suo pube sentendo bene, sotto l’orifizio, quella matassa pastosa, che iniziai a stimolare con lievi movimenti e poi anche con brevi sussulti mentre lo massaggiavo con lene carezze dall’ombelico fino alle spalle, e da queste infino le palme, sussurrandogli, quando m’avvicinavo, di rilassarsi le stanche membra. Ero rammaricato all’idea che da quel giorno non avrei più solcato un fisico maschile così ben definito, seppure nella sua forgia pubescenziale di tredicenne qual era. Poi discesi lungo il suo fisico incorrotto accosciandomi sulle sue ginocchia, e m’abbassai a strusciare il volto contro la sua matassa genitale che finora avevo soltanto sentito da attraverso i pantaloni; e con libidine salii, da sotto, per andare a massaggiare quel groviglio pubico, che ancora s’iniziava a irrigidire. Trassi il suo pene di fuori, dalla fessura dei boxer, scostandone i labbri; e come un piccol bocciuolo m’apparve in tutta la sua tenera freschezza. Lo scappellai; e ora, tutto cappella e tra i peli, m’appareva un piccolo uovolo ( Amanita caesarea) trai fili d’erba; che nella mia bocca finì inconsapevolmente. Succhiare un pene coi peli che ti solleticano le nari è una sensazione che non ha altr’eguali, o almeno non per quella che era stata, finora, la mia breve esperienza di vita nel mondo; poi il suo uovolo cominciò a crescere, ad allungarsi di gambo, come un buon funghetto nell’umidità del sottobosco: in questo caso la mia bocca; e in fine lo guardai. Il suo funghetto m’invitava, bello stenco, a proseguire il mio pranzetto funghereccio, spiccando sulla tela dei pantaloncini come se fosse su una tovaglia da pic-nic; ma io avevo in mente dell’altro. Lo rinfilai sotto, facendolo spuntare dall’orlo superiore e dissi: – Adesso li togliamo, così stai bello libero! – e pian piano li sfilai ritrovando quel tosto membro, e spalancando sue gambe per piazzarmici in mezzo, e masturbarlo in quell’invereconda posa che sembrava m’offrisse letteralmente il suo fungoso pene in dono. Quel pene fungino si scappellava ritmicamente nella mia mano: così traboccante, eppure così scappellantesi con scioltezza il glande, quanto la mia mano scendeva dopo esserci sbattuta contro come “fermo” naturale; sì, era per questo mi piaceva: perché era così diverso e singolare dal mio; non per altro! come pure le sue palle, grosse e rozze, mi piacevano perché diverse dalle mie, e ora le coccolavo per fargli produrre fantasiosamente più sperma possibile, poiché altrimenti, col mio, sarebbe stata autofagìa. Così andavo spiegandomi la mia smodata passione per quel pene non mio, e lo scappellai vedendo comparire sul volto di Robertino un sorrisetto sornione, forse già pregustandosi quello che sarebbe andato per accadere. Andai con la punta della lingua a solleticargli il meato per incominciare piano, ma poi preso dalla foga per il gusto d’una goccia di presperma, l’infilai tutto in bocca. Vaccaboia, s’era gagliardo assaporare un così tal cazzo di prima mattina: una di quelle cose che ti riempiono di vita! e di cui ti chiedi come potevi aver fatto senza prima! e anche poi…. Cercai d’infilarne dentro ancora, ma non ci riuscivo: la mia gola era al limite; così n’afferrai tutto il resto, coglioni compresi, per non lasciarne neanche un millimetro scoperto. Roberto iniziò ad ansimare: vedevo il suo ventre alzarsi e abbassarsi cadenzato, e un mugolìo muto mi giungeva gradito; finché nol vidi percosso tutto da un tremolio lieve, preannunciantemi l’imminente venuta, e poi… Mammamia, s’era magnifico! al terzo pompino – in men di dodic’ore – era ancora in grado di rifornirmi della sua eiaculazione! Mi coricai con lui sussurrandogli all’orecchio: – Ti è piaciuto? – e poi mi diedi a carezzare il suo dolce penietto, nell’attesa del suo riprendimento.
Abbracciavo Roberto desnudo, e il suo bell’amichetto teneramente coccolavo; poi, ripresosi dal mio spompinamento, si alzò arzillo e più vispo di me prima, e con un’evidente voglia di prenderselo lui ora in bocca. – Dai! Adesso fallo a me! – mi supinai tirandolo fuori: di pietra mi pareva, ed infatti me lo strinse con fierezza. Si sistemò a gambe incrociate sul mio fianco ed iniziò a muovermi con l’altra mano un’impacciata carezza sul mio torso, come se stesse suonando una pianola stonata; poi lo vidi appropinquarsi a fauci spalancate, ma – NO! – gli dissi: – …menamelo prima! – e per convincerlo mi levai il pigiama e le mutande per mettermi completamente nudo, come lui prima. Roberto incominciò allora a masturbarmi, ma presto gli ricordai che c’erano anche le palle da non dimenticare, così andai a maneggiargliele per dare il buon esempio, allorché cominciò. Ansimai: era la prima volta che mi teneva l’intero genitale; ed era stupendo! Io intanto i suoi testicoli palpeggiavo; ma presto non mi bastò più, con quel gagliardo tondello vicino, e finii per rimenarlo, non accontentandomi di quelle due sole balle penzolanti. Rimirai in tralìce la sua cappella fungina e quando Roberto fece per richinarsi, proposi: – …lo rifacciamo doppio? –; e senza contare né uno, né due, mi voltai predisponendomi a ricevere il suo megalitico crapone tra le mie cosce aperte. Uuuh… che goduria risentire quella pesantezza: sarà pur stato una zuccaccia vuota, ma di segatura piena! mi sembrò d’avere tra le gambe un immenso uccellone, che mi faceva sentire onnipotente, specie quando m’iniziò a fellare; certo che Roberto non perdeva proprio tempo! e allora cominciai anch’io. Spinto dalla foga di cercar miglioramenti al nostro focoso limonamento di peni, andai ad afferrare i suoi testicoli da dietro, da in mezzo le gambe; ma quando anche lui fece lo stesso, mi finì tra le natiche passandomi tutto il solco e facendomi sentire un inedito e irritante piacere, transitando per la zona proibita. Repentino anch’io m’infilati tra le sue, un po’ per ripicca e un po’ per piacere, sentendo dapprima un sussulto e poi un improvviso maggior ardore nel risucchio. Continuammo così: a stimolarci agli orifizi, ma senza mai entrarvi, perché quello era l’implicito nostro patto; assecondare un tabù era meglio che violarlo, come spiar da un pertugio nello stanzino proibito. Mi sentivo eccitato, come circuitato da un turbinio d’emozioni provocate da quel nuovo approccio al pompino; tant’è che venni senza neanche il bisogno d’immaginar quel biondino, senza neanche accorgermene nella bocca di Robertino. Depositato anche lui il suo lieve fardello di libido, mi precipitai a raccoglierlo per posarlo assieme a me sul cuscino, e ricoprirci col lenzuolo abbracciandolo, aspettando insieme il vero inizio di quell’ultimo mattino.
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Come cominciò… tre & quattro
Tags: a letto, agosto 2003, domenica, msn, robertino, sessantanove
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