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La notizia sembra sia apparsa sul nuovo numero di Vanity Fair ma on line è stata pubblicata ieri dal sito www.ciarlatano.it. Elena Grimaldi, come molte prima di lei, pare abbia deciso di dire precocemente addio alla carriera hard, o almeno alle produzioni video. Niente più rapporti sessuali su DVD quindi, un settore già piuttosto in crisi che sembra ormai destinato, almeno in Italia, ad essere un rapido trampolino di lancio per aspiranti star, che poi fanno cassa, grazie alla notorietà acquisita, con gli spettacoli sexy nei diversi locali notturni del Belpaese. I casi più recenti sono quelli che riguardano, ad esempio, la quasi totalità delle Pink’o Girls: Roberta Gemma Missoni, Claudia Antonelli, Edelweiss. Tutte passate agli spettacoli live dopo una breve ed intensa carriera nel cinema porno. Elena ha girato diversi film per la Showtime film, l’ultimo dei quali, “Mala Vita“, in uscita a settembre 2009. La giovane pornostar bresciana ha quindi deciso di abbandonare le scene e di dedicarsi unicamente agli spettacoli live, lasciando orfani delle sue performance migliaia di fans. Chi sarà il prossimo astro nascente delle produzioni porno di casa nostra? Ma soprattutto… ci sarà?! See the rest here: Post correlati
Un sabato da matti: un sabato pomeriggio da passare con mammà al nuovo centro commerciale appena aperto; nuovissimo, fichissimo, alla moda e perfino un po’ chic; per giorni interi i media locali ne avevano parlato: due piani zeppi di roba, negozi, supermercato e perfino boutique; non ci avevano fatto mancare nulla insomma: migliaia di metri quadri per lo spending e lo spanding, come ironizzavano i miei, e la mia disperazione… mia madre infatti né approfittò per costringermi a sé forte della festività d’ognissanti e della scusa di rimpolparmi il guardaroba autunnale. Appena arrivavi, c’eravamo già persi nei meandri del parcheggio sotterraneo, che con un’autista claustrofobica non è certo il massimo per perdersi tra sensi unici insensati e vie d’uscita sempre distanti migliaia di pilastri e dare la precedenza nascosti; per fortuna che il teatrino finì non appena avvistai un posto libero vicino l’uscita. – È inutile che ridi… sono propria curiosa di vedere tu quando prenderai la parente! – – Sì, ma’… dai che andiamo! di qui! La scala è di qui! – perdersi nei parcheggi era il suo hobby preferito. – Volevo vedere il numero! G… 8… ricordati, siamo al G8! – – Eh, scacco matto! Dai, basta ricordare il pittore… – avevo fretta d’entrare per uscirne il prima possibile. – Pittore…? – – Gi – otto…, Gi – otto… – – Ah, ma che furbo il mio ragazzo – mi spettinò i capelli – MA dai! – ci sarebbe scappato anche un bel vaffa!, lo sapeva che odiavo essere toccato sui capelli. – Eh, neanche ti avessi fatto brutto… Su… sei più figo! …tanto non va di moda essere spettinati oggi? – volevo cacciare cragnate dalla disperazione contro il primo pilone che incontravo, per vedere se quella giornata non fosse passata più in fretta. Eran tre quarti d’ora cha giravamo alla ricerca di una mecca dell’abbigliamento e non ne potevo più: non era tanto il girare che mi stufava, quanto dover il provare ogni volta ogni roba che aveva la vaga intenzione di comprarmi; era un continuo togli e metti, vestire e svestire, spogliarmi e riabbigliarmi per ogni vano proposito d’acquisto… ma le taglie che ci stavano a fa’? e poi alla fine non comprava mai niente; stavo impazzendo. – È già un’ora che giriamo! – – Alle… eh! – mi fece gesto d’evidente mal sopportazione delle mie lamentele – uh… una jeanseria… dai ch’entriamo! – “MondoJeans” recava l’insegna e di fatti di jeans ce n’erano a consolare il cliente dalla poca fantasia del nome; jeans dappertutto: sugli scaffali, in vetrina, sui manichini, impilati ai bancali, appesi alle crucce nei posti più impensati, e il tutto facente parte di un’ardita scenografia, che all’occhio poteva anche fare il certo effetto, ma che non mancava, per l’eccesso, di scadere nel più tristo del kitsch, come in quel cartonato alla parete raffigurante ovviamente un jeans con la patta sbottonata e dietro la mutanda suggerita dalla lieve ombreggiatura che io fissavo con insistenza nel vano tentativo di capire se fosse una texture sovraimposta oppure il segno inequivocabile dell’essere stato indossato da un modello in carne ed ossa dalla dotazione inconcepibile… Ci addentrammo nel negozio insolitamente lungo e tortuoso con spazi nascosti ad arte da pareti artificiali e specchi creati per ingannarne profondità e prospettive; ci fermammo alle prime ceste sotto l’esplosiva scritta di “SCONTO”, li apposta per attirare mamme e parsimonia: – Mh, belli!, ci sono due cose che vorrei farti provare, ma andiamo avanti! – era già la quinta volta che me lo sentivo dire, e come un’ombra non potevo far altro che seguire e tacere, tanto non avevo voce in capitolo: se qualcosa non mi piaceva, non avevo semplicemente buongusto come tutti i ragazzi e toccava a lei porvi rimedio, e se qualcosa invece mi piaceva, era oggettivamente orripilante e toccava sempre a lei vestirmi decentemente. Girammo l’angolo e con incredulità incrociai lo sguardo sbalordito di Luca che sostava immobilizzato in mezzo al corridoio e la mamma di fianco, mentre una commessa, d’altro lato china, le diceva: – …ha cavallo, vede! – afferrandolo proprio in mezzo alle gambe. AAAAAAAAAAH!!!!!! Ma come osava quella sciagurata! Le sarei saltato addosso tirandole un calco in bocca a quell’immonda donnaccia, quell’impura… come osava toccarlo proprio lì! ti piaceva, eh, tutto piccolo, carino e biondino, e con quella gran nerchia in mezzo alle gambe, eh! Ma vatti a trovar bega da un’altra parte, invece di molestarmi Luca, commessa megera! lungi da lì! lungi da lui! lungi da quel luogo! soltanto io potevo osar tanto, avventarmi tra quelle pieghe inscurite che montavano quella gran sagoma mostruosa e pretendevo che le fosse mozzata la mano, mentre il mio Luca, poverino, arrossiva dalla vergogna, invocandomi in estremo richiamo d’aiuto. – Luca… ciao! che ci fai qui? – tentai di togliere l’imbarazzo, mentre le due madri si conobbero e la commessa scappò da un altro cliente; ma nessuna di quelle sembrava essersi resa dell’oltraggio appena subito; poverino… l’avrei riempito di coccole. – Guarda che bel modello, Alle! – interruppe mia madre guardando Luca che e in effetti era davvero un bel modello, anche se lei si riferiva all’indossato – …quasi, quasi li proviamo, no? – sorrise perfida! – Anch’io glieli sto facendo provare! – intervenne sua madre – lui non vuole… ma, se non vuole andare in giro nudo, lo deve fare, eh! – intanto anche nudo era bello lo stesso, anzi meglio! solo che non poteva, perché quello era soltanto un mio privilegio vederlo nudo. – Dai, Luca provati gli altri! – e ubbidiente si recò nello spogliatoio; avrei tanto voluto seguirlo… – Toh, Alle! vatti a provare anche tu! …dovrebbero essere della tua taglia…– perché, non sapeva manco quella? – intanto io vado a trovare gli altri… –; tristo destino ci attendeva quel giorno, ma nonostante al mal comune non sorgeva alcun mezzo gaudio. Lo spogliatoio era piccolo: un lungo budello a lato della stanza, diviso da questa da una parete in cartongesso e dentro tre stanzini con le porte tutte danti sullo stesso corridoio, ricavato nello spazio in eccesso, come i gabinetti e proprio come i bagni pubblici erano tutti e tre immancabilmente occupati: uno da Luca, l’ultimo forse adibito a sgabuzzino, e il primo chissà… Mia madre tornò con un altro paio di pantaloni in mano: – Eh, che aspetti! – – Sono occupati! – dissi seccato: me l’aveva detto come se fossi un imbranato. – Ma chiedi a Luca, no? siete entrambi maschi, non avrete mica vergogna… – e la porta si aprì; io non sarei mai entrato di mia iniziativa, ne l’avrei mai proposto per la paura dei sospetti, ma visto che era lei a proporlo, chi diceva di no… – Ciao! – esortò appena entrato; era come stare dentro una doccia, solo un po’ più larga, ma l’effetto era quello. Non sapevo che dire, gli mostrai i pantaloni e ci mettemmo entrambi a sorridere; ora sì, che il mal comune sortiva un mezzo gaudio. Quante volte c’eravamo trovati nella stessa situazione, molto più ardita anzi, solo che ora c’era qualcosa di diverso nel ripetere gli stessi avvezzi gesti in un luogo come quello: ci sentivamo più impacciati, meno intimi, io personalmente più pudico nello spogliarmi in un luogo pubblico; inconsciamente mi guardai intorno alla ricerca di una telecamera: era una mia fissa da sempre quella di essere osservato dentro uno spogliatoio mentre mi cambiavo, non so se per paranoia o per un secreto desiderio di essere morbosamente oggetto di voyeurismo. Mi ero infilato i pantaloni, ed era l’ora d’uscire in passerella; aprii la porta e iniziò la sfilata d’alta jeanseria davanti a mia madre: – mm, vanno bene… stai bene anche tu Luca! – ringraziò inorgoglito – Dai provati anche gli altri, io vado a vedere se riesco a trovarti delle taglie… e incredibile! sono tutte larghissime… – e si allontanò delirando altri teoremi. Luca richiuse la porta e ancora una volta ci trovammo ritratti nello specchio; era incredibile come pur nel chiuso d’uno spogliatoio ci sentissimo più parati a cambiarci spalle alla porta, come se dietro quella ci fosse uno capace d’osservarci attraverso i legni e i vestiti. Fermato da Luca ci rispecchiammo tutt’e due con le braghe abbassate: le nostre gambe si riflettevano scarne e tutto il resto coperto dalle pesanti camicie fin sotto l’inguine, poi Luca si alzò allora la sua camicia e incominciò a specchiarsi il pacco, poi, vedendo che io non lo seguivo, alzò pure la mia e comincio il truffaldino raffronto. Si divertiva a osservare come il suo, proverbialmente all’in su, risultasse più abbondante poiché risaltato dalla posizione, mentre il mio, risaputamente verso il basso, non beneficiava dalla medesima illusione; presi poi io il mio lembo di camicia così lui con la mano finalmente libera tentò di toccarmi: – biiiip! – fece anche infantilmente. Gli schiaffeggiai la mano; incredibile a sedici e quattordic’anni, star lì, come due bambini a farci i dispetti sui pisellini, … noi, che eravamo abituati ben ad altro!. – ….ha cavallo! – gli disse imitando la commessa, anche col gesto, per ricordargli l’imbarazzo, ma lui preso da un moto d’orgoglio si abbassò le mutande specchiandosi l’arnese. Lo fissavo in tutta la sua bellezza: lungo, diritto e per di più ora anche doppio, veniva voglia proprio di toccarlo; poi mi fece segno di seguirlo per specchiarci contemporaneamente i sessi. Avevo già le mutande gonfie, mi bastò abbassarle un poco per far scattare la naturale catapulta e Luca se ne uscì con un lieve risolino enfatizzando con la mia solita caducità. Iniziò poi un pudico raffronto, invece di toccarcelo a vicenda, ognuno manovrava il suo: di lato, di su, di giù, dovemmo specchiarci quelle verghe duplicate un paio di volte, poi, non pago, incomincio il raffronto diretto; prese le mie misure con la mano e le riporto sul suo; ma ci aveva ancora quel primino ben dotato da essere così timoroso? Eran inutili tutte quelle verifiche; e poi perché io lo stavo a seguire? Forse era il fatto che allo specchio sembrasse più grosso… o almeno io me lo vedevo così nel mio alterego rispetto che a guardarmelo indosso… comunque stavamo perdendo troppo tempo: – Allora, non vi siete ancora cambiati! – ci ripresero le nostre matriarche. Usciti dalla bottega, riuscimmo ad ottener licenza per distaccarci da loro, da ragazzi e in due non potevamo stare troppo a lungo attaccati a loro, stretti a quei guinzagli matrigni dello shopping; e finalmente liberi e soli, potevamo trascorrere per la prima volta del tempo insieme al di fuori delle mura domestiche, cosa che Luca, avevo l’impressione, ritenesse una tappa importante della nostra amicizia. Tornammo sui nostri passi, in quei negozi che prima avevamo dovuto saltare per colpa non nostra: di elettronica, videogiochi, sportivi, per scuriosare in fino all’ultimo angolo; Luca correva e io lo seguivo per condividere opinioni, interessi e passioni, per conoscerci meglio, ma poi quella boria di libertà finì e tra le fila di CD ci ritrovammo noi due da soli, ma con l’entusiasmo dell’essere insieme e liberi! Finimmo in un canto deserto del centro commerciale, dove il grande atrio centrale andava riducendosi solitamente dove stanno i servizi nascosti al grande pubblico: istintivamente cercavamo i luoghi appartati, più intimi, per parlare meglio, lontani dal fragore della folla che ci disturbava; ma dietro quell’angolo ci attendeva anche il più grande paesaggio che quel posto aveva da offrirci. Una grande vetrata si apriva dinanzi ai noi, dietro l’angolo che occultava i gabinetti, dividendoci dal grande emiciclo balaustrato a parapetti in ferro alternati a siepi e panchine, prima di affacciarsi su un magnifico tramonto col sole che calava tingendo di rosso le nubi e gli altri profili della bassa. – Che bello… – disse Luca correndo fuori a vedere – andiamo a vedere! – e tutto il freddo di quella stagione mi venne in contro. Raggiunsi Luca in ginocchioni sulla panchina per sporgersi meglio; era quello uno dei più classici paesaggi della pianura per me, nulla di eccezionale ma in sua compagnia sentivo che acquisiva una valenza del tutto speciale: – Bello davvero! Però che freddo! – tentai di convincerlo ad entrare, ma senza sortire effetto. – Già! – rispose, e poi stette fermo a mirare il tramonto in mia compagnia col mento poggiato sopra il braccio mentre il vento gli carezzava i capelli; mammamia com’era bello! Un profilo stupendo: tenero e sicuro, dolce e magnetico; sicuramente lo guardavo trasognato invece completare con lui quel quadro romantico guardando assieme lo stesso tramonto noi due soli, poi uno squillo interruppe sul più bello. – Chi è? – mi chiese. – Niente, un amico… – – Ah, siete poi usciti ieri sera? – – No, alla fine nessuno ha organizzato qualcosa e sono rimasto a casa… – – Ah! – mi fece con quel vago sentore di «te l‘avevo detto», ma tanto avremmo combinato alcunché lo stesso io e lui da soli per Halloween…! Poi tacque e vedendomi messaggiare ritornò sull’argomento… – Vi state mettendo d’accordo per stasera? – era inutile che insisteva, tanto era troppo presto per farlo uscire con noi e poi i miei amici lo avrebbero trovato troppo piccolo e limitante: doveva tornare a casa presto, non aveva la nostra autonomia, né i soldi, beh forse quelli né aveva, volendo, più di noi; e comunque io ero troppo geloso di lui, geloso in entrambi i sensi: che lo trovassero migliore di me, e di condividerlo con loro, perché lui era soltanto mio! e in tutti i modi preferivo tenere distinte le due amicizie per ora: quella puramente amicale, e la nostra sempre più coinvolgente. – No, li sento dopo… tanto per il sabato ci mettiamo d’accordo all’ultimo! – – Beh, almeno voi uscite… – mi lanciò la frecciatina. – Luca te l’ho detto, dai…! Adesso, … ti prometto, che una volta ti farò uscire con noi, però non ti assicuro che ti diverti… – – “ti prometto, che una volta ti farò uscire con noi”… ma tiratela meno va’! – m’interruppe, poi una coppia entrò sul terrazzo distraendoci; era una coppia di ventenni, poco più grande di noi, che cominciarono a limonarsi poco distanti dall’entrata. Io e Luca ci guardammo immediatamente sentendoci un po’ a disagio: le loro effusioni ci ricordavano le nostre, anche se meno carnali, solo che le loro erano tra uomo e donna e così ci defilammo col favore delle tenebre. Il ritorno a quell’aria più viziata mi rintronò fortemente, vuoi per il calore eccessivo o per il minor apporto d’ossigeno, mi sentivo intorpidito, tutto mi sembrava straniato: improvvisamente notavo tutta quella moltitudine di ragazzi della nostra età, forse della sua un po’ meno, ma comunque in gruppi misti di ragazzi e ragazze assieme, mentre noi eravamo due soli e maschi. Cercai di defilarci ai margini di quell’atrio, muovendoci ai limiti di quella zona calda al centro, dove i gruppi si addensavano maggiormente, perché a passarci in mezzo mi sentivo osservato da solo con lui, e inoltre mi montava una gran rabbia a guardare quei ragazzini, in gran parte delle medie, attergarsi a bulletti, sicuri e fighetti, spacconcelli con quelle amichette decisamente più mature di loro; li vedevo scherzare, toccarsi e rincorrersi, e li odiavo: io alla loro età non avevo tutta quella confidenza con l’altro sesso, e anche ora avevo bisogno di qualche incentivo…. Scorrevamo vicino alle vetrine e ad ogni mi voltavo verso quello per non farci riconoscere di faccia, specialmente da qualche suo amico che non conoscevo, e ad un tratto mi trovai dinnanzi a un negozio con tante foto di altri pupetti, come lui, in vetrina, a fare da testimonial alle griffe e notavo come pure lui avrebbe potuto in fondo trovarsi tra loro come modellino e ringraziavo il destino. Squillò il telefonino: orario di rendez-vous! Le due madri nel frattempo si saran già fin troppo conosciute bene e parlato di noi, e chissà quant’altre avrebbero fatto meglio a tacere… – Ciao – – Ciao – – Ciao – – Ciao – il walzer di saluti era finito. – Allora andiamo…? – disse la mamma di Luca passandogli una mano sulla schiena. – Mamma, Alle può venire con noi così gli faccio vede le foto dell’Egitto sta sera? – – Ma sì, che può… – si rivolse poi a me. Mi sentivo già trafitto dalle occhiate di mia madre alle spalle che m’accusava d’averlo manipolato… era vero, delle volte manipolavo la gente, ma quella volta non c’entravo niente io, era tutta farina del suo sacco; ero stato incastrato, lo giuro! io per la sera avevo ben altro in mente… Mi sentivo il cuore battere in gola, davanti quel quadretto sereno di lor due calmi e pacifici e dietro gli occhi accusatori di mia madre: già giudicato e condannato; in quel momento avrei voluto teneramente stringere il collo sottile di quel giovane biondino, ma mi voltai. – Dai, va’…! – mi rispose fatalista mia madre; cosa aveva detto? …però non ero scampato alla sentenza: «come al solito ce l’hai fatta…» era il messaggio sottinteso di quello sguardo. Abbassai gli occhi e, dopo aver preso accordi per il mio riaccompagno, mi allontanai con quell’altra famiglia da cui avrei voluto essere adottato per non rincrociare più quello sguardo di biasimo. ***
Appena arrivati, Luca corse in camera sua a cambiarsi, avrei voluto tanto seguirlo ma mi sembrava troppo, e poi ridiscese vestito di una grigia tutina da salotto; era dal mare che non lo vedevo in abiti “morbidi” che mettevano in risalto la sua naturale abbondanza, mentre scendeva, restando unico punto fisso in tutto quel svolazzare di voluttuosa stoffa; che bello… sembrava ancora più piccino in quell’ambito domestico, una voglia di coccolarlo come un caldo orsacchiotto avevo. – Le foto… – chiesi. – No, quelle dopo! se no che facciamo …– io un’idea ce l’avevo… –…intanto giochiamo! – e mi sventolo sotto il naso una cartuccia della playstation. Dopo mezzora lo chiamò sua madre: – Luca vieni ad apparecchiare… – – Sì… vado,‘tanto metto in pausa! – – No… mettimi one player! continuo io, scusa! – e gli sfiorai la mano non volendo che se ne andasse… già mi fingevo di succhiarglielo mentre giocava a gambe conserte sul divano e sua madre preparava in cucina… – Va beh! – e scappò. Mi stufai presto di star da solo, ci stavo male in quella casa senza di lui, non avevo confidenza con quel luogo e inoltre lui era la mia batteria: non potevo starne troppo senza! così andai a cercarlo mentre in ogni canto vedevo un posto buono in cui masturbarlo in una nostra scorribanda per la casa. – Luca, ma dov’è tuo nonno? – lo raggiunsi in cucina. – È di là in casa sua, non mangiamo assieme… – mi fece una gran tristezza quello che aveva detto, sarà che io di nonni in vita non ne avevo, o almeno quell’unica ancora viva non potevo, per mia madre, frequentarla – vecchi affari di famiglia – ma sicuramente l’avrei fatto, se quelli di mio padre lo fossero ancora stati. – Dai, che torniamo in là! – mi prese per un braccio, adoravo essere menato da lui per luoghi, molto più che stare al guinzaglio di mia madre; quando entrò dall’uscio un’alta figura. – Papà… – – Ciao Luca… – lo guardò, poi fissò me e chiuse la porta, in quel momento mi sentii in sudditanza davanti a quel distinto signore. – Papa, lui è Alessandro! Ma lo devi chiamare “Alle”! – stavo diventando piccolo piccolo dopo quel “devi” che gli aveva detto, come se il mio suonasse di pretesa. – Ahhh… così sei tu! – mi strinse la mano, ma lo disse come se io fossi ormai un’entità risaputa in quella casa, e poi guardai il malandrino. – Piacere! – Che strana sensazione: mi sentivo nervoso, come fossi alla prima presentazione ufficiale al padre della mia ragazza… Alto, moro, di bell’aspetto, occhi scuri e fisico asciutto, molto elegante nei suoi vestiti e dal volto giovanile, nonostante il velo di barba ricresciuta. Molte caratteristiche Luca le aveva prese dal padre, alcune dalla madre, fra queste i capelli e la dolcezza di lineamenti e il carattere solare; ma la fattura: il marchio di fabbrica, quel senso di blasone, pareva direttamente discendere dal padre; gli occhi, però, proprio non capivo da dove li avessi presi, ma forse quelli eran due stelle dal cielo rapite. Il padre però aveva un che di unico in quella famiglia che mi induceva rispetto, non mi sentivo a mio agio, avevo paura di guardarlo in faccia quasi mi attendesse un inevitabile giudizio, però dentro sentivo di doverlo ringraziare per avermelo fatto così bello! Poi fui dimenticato un attimo da parte, giustamente estraneo, a quel quadretto di vita famigliare quando la madre di Luca arrivò, dove Luca però spiccava come la luce più bella; provai quasi un senso d’invidia nei loro confronti: per quello che avevano, per quello che erano, per Luca che non avevo come fratello… – In tavola… – poi mi gridò risvegliandomi dal mio imbambolamento. Sotto certi aspetti quella tavola mi ricordava la cena a casa mia: Luca che parlava, io che stavo zitto, mio/suo padre che lo ascoltava e mia/sua madre che dirigeva tutto, si lamentava, e metteva tutti in riga; però c’era qualcosa di diverso in suo padre che mi lasciava inibito: una figura alta, distinta, ma di fatto né algida, né arida, che però mi dava una sensazione di freddo o distacco come se io mi trovassi al di là di un vetro a osservare la scena. Non riuscivo a relazionarmici, come se non ne fossi all’altezza e ogni volta che mi chiamava scattavo interiormente sugli attenti; poi con l’avanzare della conversazione iniziò a pormi delle domande: su mio padre, sul suo lavoro, su di me e la famiglia; scherzava, sorrideva pure, e non in miniera finta o opportuna, ma in tutti i modi non riuscivo a calmarmi; ero teso, come sottoposto a un perenne giudizio, anche se non avevo le prove per dirlo. Giunti alla frutta praticamente monopolizzavo l’attenzione e Luca cominciava, dall’altro capo, a scalpitare, a batter di coscia come siamo soliti noi ragazzi fare; poi la madre gli mise una mano sulla testa e lui incominciò a tremare allora, come scosso da un martello pneumatico: – Allora Luca ti calmi! – poi mi chiese se prendevo il caffè, ma vicina scaturì dall’altra parte del tavolo timida: – Anch’io…–. – Luca lo sai… – lo riprese la madre, si vede che ancora non volevano i suoi che assumesse caffeina. – Sì, lo prendo! – diss’io. – Bene, allora ne faccio tre! – Stavo iniziando anch’io a rompermi di quel conversare tra adulti, ero venuto lì per Luca e non per parlare di me, ma dopo il rituale caffè fummo liberi di andarcene: – Andiamo su? – gli feci l’invito ad appartarci in camera sua, ma lui nicchiò: – No, prima guardiamo questi, siediti! – e prese un album da uno scaffale. – Prima ti faccio vedere queste: sono le più belle, che abbiamo fatto stampare, poi quelle sul DVD… – DVD? Ma quante ne aveva… non avrà mica voluto mostrarmi tutta la rassegna della sua vita! che per quanto interessante in quel momento non poteva certo interessarmi. In quel album c’erano soltanto le sue fotografie, quelle, cioè, in cui lui appariva in primo piano a partir in fin dalla copertina, dove compariva un Luca bel bambino, ma incominciò dall’Egitto; era tutto un dire: «qua, sono io a … , qua, sono invece a…, qui sono a… », insomma c’era praticamente lui e tutto il mondo intorno a fargli da paesaggio, non di certo didattico e piuttosto decisamente lucacentrico, e in dieci minuti finì. Giunto all’ultima pagina, essendo partito dalla fine, lo scenario cambiò, ma prima che potessi accorgermene chiuse l’album, quasi a volermi censurare quella parte della sua vita. – Va beh, qua son finite! … Ma’ dove sono le altre, quelle su CD? – – Lo sai, sono in camera tua! – e ci raggiunse in sala. – Dove? – – Ah, quello lo sai tu… sei tu che devi sapere dove metti la roba! – – Okei… vado a vedere! – e sgattaiolò via; sua madre intanto restò lì, io non sapevo come atteggiarmi, ma poi prese le foto e si sedette accanto sfogliandole con vena nostalgica. – Te le ha fatte vedere? – – Mhmm, solo quelle dell’estate… – chissà se lei mi mostrava il resto? Poi raggiunse al punto: – qui? – – Sì! – e dopo averle un po’ riguardate cominciò a parlare, mentre io mi avvicinai mostrandole vivo interesse: – Queste sono le foto dell’ultima recita… l’ha fatta qua al teatro comunale, sai… – bene, non sapevo questo suo passato da “attore”, ma man mano che quelle le pagine si sfogliavano ci calammo in una vera time machine della vita di Luca: dopo le prime foto di lui sul palco, comparirono quelle dei compleanni e delle altre feste e dei sacramenti; e man mano il tempo si allontanava, le foto diventavano sempre più rade e con maggiori salti temporali, ma sempre una cosa rimaneva costante in tutta quella giostra di immagini: la bellezza di Luca, immutabile come una verità eterna! – ah… ah… ah… – scattò poi a un certo punto, facendomi fare soprassalto: – queste me l’ero proprio dimenticate! – c’erano tre foto di un bel biondino in mutande per il giardino: – qui aveva sette anni, sì! L’anno prima che tornassimo… C’era una piscinetta qui in giardino, e Luca andava sempre dentro e fuori bagnando dappertutto… che disperazione! – ecco le cose che una madre dovrebbe non dire né mai mostrare, specialmente se c’ero io! Quelle foto e le stavo proprio gustando: Luca da piccolo era un amore, tutto da mangiare… in una sgambettava per il cortile, nell’altra sostava a cavalcioni sul bordo della piscina gonfiabile come su un cavalluccio a dondolo e nell’ultima si nascondeva timidamente dietro le gambe della madre, rimaneva sempre in evidenza lo slippino con un bel bozzetto di riempimento tutto sottolineato dalle lineette azzurrognole del disegno, era incredibile come già precocemente mostrasse così la sua vera dote o forse era una mia deformazione professionale vederglielo grosso dappertutto? Comparve dalle scale, sentendoci ridere si avvicinò curioso, poi, appena fu abbastanza vicino da capire, scattò subito: – Ma mamma! – strillò scandalizzato, strappandole l’album di mano. – Ma Luca sono foto…– – No, Mamma… no! – disse categorico, come per farle capite che era una cosa che non doveva fare e intanto io me la ridevo. Indispettito inserì il DVD, sedendole accanto con quell’album stretto tra le mani quasi volesse essere un lucchetto per custodirlo, e lei l’abbracciò; in quel momento avrei voluto tanto essere io ad abbracciarlo e consolarlo interessandomi di quel posto cui già da piccolo testimoniava tanta abbondanza. Finita quell’interminabile sfilza, fortunatamente commentata da sua madre che la contestualizzava un pochino, lei se ne andò, e rimanemmo soli io e lui con lui visibilmente incacchiato: e che sarà mai? l’avevo visto sette anni prima in mutande, manco non l’avessi mai visto nudo, toccato, o addirittura masturbato… avrei capito in quel caso, ma dopo quello che avevamo fatto…! Continuavo a divertirmi per il suo sguardo trucido, ma per rompere quella tensione mi serviva un pretesto: – Sono belle le foto, che macchina avete usato? – – Ce l’ho in camera mia, vieni! – bene! Prese il DVD e l’album, e salimmo. Finalmente l’avrei vista… io me le immaginavo un qualcosa di grandioso la stanza di Luca: tutta confusa e piena di roba e colori, un qualcosa che ricordasse la sua briosa personalità, con poster alle pareti, vestiti alla rinfusa, segni d’infanzia ovunque; praticamente un campo minato in cui non ti potevi muovere senza imbatterti ad ogni passo in un ricordo della sua infanzia: giocattoli dappertutto, libri misti di scuola e lettura, giornaletti, insomma una camera da perfetto adolescente. Aprì la porta, e il buio occultatore ancora alimentava le mie aspettative, ma entrando la luce disilluse tutto: poster sì, ma due, quello di Dragon Ball famoso e un altro che pareva di una squadra di calcio, ma di bambini quella forse dove aveva giocato; giocattolo sì, ma giochini della Kinder e in fila sulle mensole assieme ad altra oggettistica minuta da collezioncine; dietro la porta pure la cesta della biancheria sporca, e il letto e il mobilio in tinte pastello, tutto insomma nella più classica normalità, ma seguiva anche un innato feng shuj, forse più della madre, che suo… spiccava solo, unico esempio di modernità, la postazione del computer sita dinanzi a noi. – Tieni è questa! – mi mostrò la macchina. La guardai, la studiai: mi sembrava un oggetto decisamente interessante, ma complicato: – Ma è difficile…? – – No, si accende così… – e mi presentò tutte le funzioni che conosceva, compreso qualche scatto di prova fatto all’istante. – Bella, mi sa che me la farò regalare! – – Regalare… – – Sì, per Natale! – – Per Natale…? – mi guardò come se avessi detto una cosa d’alieno. – Non mi manca nulla, me ne faccio regalare una, come questa! ce l’hai anche tu… – – In realtà è di mio papà! io l’ho solo perché mi serviva per scuola …e comunque mi farei regalare altro… – me lo disse come per dirmi di farmi più furbo; ma per chi mi aveva preso: io non ero mica un marmocchio come lui, io avevo dei gusti più maturi dei suoi, mica le sue pipate da ragazzino… – Ho visto che c’erano delle foto di una recita… – – Ah…! – disse piuttosto con disappunto. – Che c’è? – – No niente, pensavo! …era l’ultima delle medie, fortuna che non le devo più fare! – – Perché… – – L’hanno scorso abbiamo fatto Peter Pan e l’ho dovuto fare in calzamaglia verde! – Calzamaglia! Wow…! se ben mi ricordavo il suo effetto evidenziatore, Luca in calzamaglia doveva essere qualcosa di terribile: tutto quel pacco in bella evidenza! Mammamia, il mio Luca davanti a tutta quella gente… già l’invidiavo e maledivo, ad uno ad uno, tutti quelli della platea per avermi battuto e ammirato prima di me, ma ora non potevo perdermelo! – Me lo… ehm… le fai vedere? – – Sì! – accese il computer passandomi con la testa vicino le gambe, in quel momento gliel’avrei ficcato a forza in bocca e goduto guardandomele al monitor. Avvicinò le sedie, e finalmente partirono le foto, Luca mi spiegava, mi raccontava aneddoti, ma io ero più interessato a cercarne una dove il suo pacco risaltasse, mi folgorasse quasi attraverso quello schermo, e invece tutte erano o lontane, perché lui si vedesse bene, o troppo vicine dove veniva visualizzato soltanto a metà busto; poi finalmente, quando ormai disperavo, dietro le quinte, la foto perfetta! L’atmosfera era quella di chi è in procinto di andare, di lasciare il teatro, e Luca appariva in piedi stenografato da un tendaggio di scena raffazzonato, con le luci, da destra e dal basso, che illuminavano lui e l’ombra sagomata del suo pacco: un Peter Pan perfetto e con quel valore aggiunto… ma come avevano fatto a lavorarci insieme, io su quel palco l’avrei violentato! ma Luca scorse le foto in fretta sottraendomela dalla vista, volevo pero gustarmela meglio: – Ma ce l’hai ancora il costume? – non mi sarebbe affatto dispiaciuto farlo con lui con quel costume indosso… – Ma va! – – Invece ti stava bene veh… eri un Peter Pan perfetto, torna indietro! – Tornò indietro, ma oltrepassando quella foto: – dammi un attimo! – finalmente m’impadronii del mouse: – Guarda! – il biondino delle mie meraviglie… – Insomma… – commento Luca con sufficienza, ma quella foto era stupenda come poteva non notarla. – Beh, guarda! – gli zumai sul suo pacco fino a riempirne lo schermo al limite dalla sgranatura. Luca deglutì fissando lo schermo, poi: – Chiudo la porta! – disse alzandosi in piedi senza incrociare il mio sguardo. Finalmente tornò soffermandosi con quel cavallo di fianco a me; lo fissai, volevo guardarlo in faccia ma non riuscivo ad alzare lo sguardo da quel suo cavallo, da quell’ansa morbida in mezzo alle sue gambe; attentai alla sua virilità con la mano, come la commessa: – ha cavallo! – dissi anche per sconquassarlo, ma mi accorsi che nel palmo non avevo nulla, soltanto stoffa! Presi allora quel pantalone sfilandolo fino alle ginocchia, ed ecco l’arcano: il genitale non riempiva la parte verso il basso delle mutande, il pene tirava tutto verso l’alto, cosicché quella sciagurata non avrebbe mai potuto prendere nulla nemmeno affondando; però notai con divertimento la somiglianza di quell’intimo con gli slippini di allora, e sfogliando l’album dissi: – beh! Vedo che in sette anni non è cambiato nulla, sono sempre le stesse… – Volevo sfotterlo, ma Luca rispose: – Beh proprio nulla non direi! – e si tirò su la felpa mostrandomi la sua belva diritta fuoriuscire dalle mutande; e in effetti per quanto precoce quella roba non poteva avercela allora! Gli abbassai le mutande per vedere per intero quella bega pulsante e quei testicoli da monumento; l’afferrai, la masturbai, spingendolo contro il banco, mentre nel monitor appariva l’alterego della sua allora tredicenne: – …e rispetto a qua è cambiato? – gli chiesi ridendo. – Devo vedere, comunque è cambiato! – – Come devi vedere? – – Sì, perché sono due anni che per il comple me lo sono misuro – disse ansimante. – … e lo segni? – – Sì! – ma che bravo bambino. – Dov’è? – – Devo cercare… – – Sì, ma non adesso! – glielo scappellai e l’infilai tutto in bocca, avevo troppo foga di saggiare quei venti oggi visti doppi perfino allo specchio. Fintamente glielo succhiavo in casa sua, in quella cameretta: ennesimo tempio d’infanzia violato per ribadire il rito di passaggio: all’emancipazione del sesso, all’età adulta, con una bella eiaculata nella mia gola profonda che in poco mi fece. Sbocchinavo ancora gustandomi quel pene, non volevo lasciandolo uscire anche se non più tumescente, e Luca mi chiese: – Finito… –; dovevo lasciarlo, anche se ancora volevo limonarlo quel pene. Mi misi a osservarlo con le braghe abbassate, così sensuale, mentre mi guardava maliziosamente soddisfatto, però i rintocchi di fuori segnavano le undici di notte: – Mi sa che devo andare! – dissi recandomi alla porta, ma Luca mi spinse sopra il letto. Mi lasciai pacificamente cadere, poi salì sopra slacciandomi la cintura e tirandomelo fuori. La sua manina mi stava per masturbare: – Dai, Luca è tardi! – . – Non ho capito, l’hai fatto prima tu! – – …e che non c’è più tempo… – – Aspetta! – aprii la porta e gridò – Mamma, Alle quanto può restare? – – e insomma, ricorda che a – C’è tempo! – disse richiudendo la porta. – Ma non l’hai chiusa prima! – non ci potevo credere: gli avevo fatto un bocchino senza che la camera fosse chiusa … – Ma è chiusa…! – – Con la chiave! – – Ma non ce l’ho la chiave! – rispose Luca. – Come non ce l’hai…? – – Non ne ho bisogno, tanto non entrano! Non preoccuparti… – parlava bene lui… – No, no! non mi fido…! – ricominciai a riallacciarmi. – NO! Tu ora ci stai! – mi rivenne incontro buttandomi giù di prepotenza, e me lo riprese fuori; ero basito. – Ma tu sei matto! – feci di nuovo per alzarmi. – NO! Tu adesso ci stai e mi fai finire! l’hai fatto prima tu e ora lo faccio io! – e invece di masturbarmi prese subito a fellarmi. Voleva “finire”, voleva farmi venire… voleva bermi! E intanto lo osservavo biondino, chino sul mio cazzo, scomparendone in bocca la più parte, e succhiando nervosamente; dopotutto era ragionevole la sua reazione: erano quindici giorni che non lo faceva… e io al posto suo sarei andato in crisi d’astinenza. Cercai di buttarmi giù, di rilassarmi per affrettargli i tempi, ma dopo pochi secondi udii dei passi veloci passare vicino la porta. – Luca, i tuoi… – gli dissi preoccupato. – Uffa! – smise di fellare – Non ti devi preoccupare… – i passi si allontanarono. – Ma i tuoi… – – T’ho detto che non entrano! Rispettano la mia privacy… – non credevo a quello che avevo sentito, e i passi ripassarono – ti vuoi rilassare, che dopo dici che non riesci a venire! – e riprese a succhiare. “Rispettano la mia privacy” quella frase continuava a ronzarmi per la mente, e a parirmi assurda: come poteva così sicuro stare a succhiarmi con la porta aperta? E ad avere una cieca fiducia che non sarebbero entrati? io addirittura dei miei avevo fatto in modo di liberarmi per… ma cribbio non gliel’avevo ancora detto! – Luca… – non si fermava – Pss! Pss! – non mi dava ancora retta – Luca, devo dirti una cosa! – – Cosa? – smise finalmente. – Ascoltami, che è importante! Non questo, ma quello dopo, insomma tra due sabati …c’è l’assemblea… – – Che…? – – L’assemblea d’istituto, ma non sapete proprio niente voi di prima! – – Eh… allora? – riprese a masturbarmi – Aspetta! – che frettoloso – e allora, se uno vuole può anche starsene a casa… – – Mia mamma, non me lo permette! – – Ma se non c’è lezione! – – Eh, e fatta così… – – Va, beh… ascolta, comunque… mi sa che ti conviene parlarle! – – Perché? – – EH, ascolta! Io ho convinto i miei, finalmente, ad andare via da soli, e a lasciami a casa da solo… – – Beato te! – – E mi hanno anche dato il permesso di chiamare, se voglio, degli amici a dormire … – – Mhmm… – sembrava non arrivarci. – Ma non ci arrivi! Puoi venire a dormire da me! – – E va be’, ma per il sabato non ci sono mica problemi, possiamo anche fare il prossimo se vuoi! – – Allora non hai capito! io ho convinto i miei ad andare via, via… hai capito? e a lasciami solo per l’intero weekend! e se ti fai furbo, puoi restare a dormire da me anche il venerdì, visto che la mattina, insomma, non c’è scuola! – – Sì, ho capito… ma ti ho detto che per me anche venerdì è difficile! – – …eh datti una mossa a convincerli! – – eh… ho bisogno del tuo aiuto allora… – – non ci sono problemi… ti do una mano! – – Bene! – e con più entusiasmo di prima riprese a succhiar, mentre io mi abbandonai sul letto tentando di venire o quella notte non sarebbe finita mai, e la Consulta l’Indice per l’elenco cronologico dei racconti.
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