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Aveva un che d’insolitamente serioso oggi Luca: sarà stato per la scuola, o per qualche compito che non riusciva a finire, oppure per qualche verifica incombente; fatto sta che un’aria così greve, mal si addiceva al suo esserino minuto e solitamente giocoso: refrattario persino alle mie coccoline fattegli dietro l’orecchio o al coppino, che scartava infastidito scansando la testa. Tornai alla carica trascinandogli la seggiola – oggi insolitamente lontana – vicino e rigrattandogli l’orecchio, ma mi scacciò via la mia mano innervosito.
– Beh… – pronunciai io con sconcerto per chiedergli spiegazioni. – Cosa vuoi? Tanto io sono soltanto un primino! – mi accusò. – Ma cosa…? – – Oggi…. a scuola….! non è che perché voi siete di terza, noi non sentiamo! – noi…? voi…? ma che cos’era tutta quella: l’inizio della rivolta dei primini? – Oh… ma si può sapere cos’hai…? – gli pugnettai simpaticamente la spalla, ma lui s’allontanò invece di rispondermi come al solito. Maledetto quel roscio! doveva esserci lui dietro! C’era lui infatti stamattina, quando avevo detto a Fausto di lasciar correre perché gli era cozzato contro: perché in fondo era “soltanto un primino”; e lui allora, offeso, doveva aver riferito tutto a Luca, con sommo godimento, stravolgendolo l’episodio: perché invidioso della nostra amicizia. Piano riavvicinai la sedia, e lui seccato fe’ finta di niente, come se io non esistessi, continuando a legger sui quaderni; ma contemporaneamente quel fare permaloso m’incitava a tampinarlo: allora con nonchalance mi appropriai della sua mano, coccolandola, mentre lui fingeva ancora indifferenza, e dopo d’un po’ me la portai con l’esplicito intento d’infilarmela nei pantaloni, e lui reagì scorbutico: – Non sono il tuo giocattolino! – strappandomela – Te l’ho già detto! –. – Veh, Luca, vedi di darti una calmata! eh… E poi cos’è sempre sta storia del “giocattolino”? – – Lo sai benissimo: è per come mi tratti! – ribatté. – Per come ti tratto? Luca, mi stai veramente seccando con sta fola: è dall’inizio dell’anno che vai avanti! – allora lui mi guardò con aria di sfida: come se gli dovessi mostrare che non fosse vero: – Luca, chi è venuto da me la prima volta? chi è venuto a casa mia? chi è? chi è venuto nella mia scuola? – replicai; e il suo sguardo che si fece perplesso: – Quindi, come vedi, è tutto da ridire su chi dovrebbe sentirsi il giocattolino di chi! – l’incalzai rinfacciandogli i termini della questione; e lui, in tutta risposta, si prese su e se n’andò via dalla parte della sedia, incazzato, e scomparendo dietro lo schienale del divano. Dopo cinque minuti vidi lo schermo del televisore accendersi autonomamente: adesso il “Piccolo principe”, oltre a starsene immusonito in casa mia, si permetteva pure di accendermi il tivvù senza dir niente; da perfetto spadroncino di casa! Mi accusava di considerarlo soltanto come un “giocattolino” – a me…, dopo tutto quello che gli facevo! – e poi non aveva neanche il coraggio di andarsene da casa mia; ma anzi vi restava come se fosse il padroncino! Non ci potevo credere: cornuto e mazziato in casa mia; defraudato e detronizzato da un primino. Consulta l’Indice per l’elenco cronologico dei racconti.
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– Beh, almeno a me una donna me l’ha toccato in vita mia! – replicò Luca vendicativo in risposta a una mia provocazione giocosa, mandandomi diritto nel panico (manco m’avesse fatto una sua mossa d’aikido!). Chi? Come? Quando? subito mi venne in mente sua madre che gli toccava il pisellino da piccolo mentre gli faceva il bagnetto, ma poi compresi ch’era inverosimile, persino per lui, ch’elevasse quella figura materna a icona femminile, per di più in accezione erotica, di “donna”; ma allora chi era quella sciagurata? – Chi scusa? – domandai con pacatezza per celare il mio rovello interno.
– La dottoressa! – esclamò, scontando ch’io conoscessi ogni minuto della sua vita – quella che me l’ha scappellato! – precisò: aaha… ‘quella’ dottoressa… – Ah, beh…, ma, se è per quello, allora anche a me una dottoressa me l’ha toccato in vita mia! – e a differenza sua non c’era mia madre con me nella stanza! – Quando? – – Boh, sarà stato in prima media…, durante la visita credo… – Cacchio! ma allora anche a lui l’avranno fatta … – realizzai – quindi non eravamo affatto pari quanto a toccatine da quelle parti… – Come!? – esclamò stupito. – In prima media! Non ve l’hanno fatta la visita?o forse eri ammalato… – – Sì…, forse…, – smozzicò rammentando: – ma a me non l’ha toccato! – beh, meglio! comunque non avrebbe potuto dimenticarselo se fosse successo, visto che si ricordava quella volta in cui aveva nove anni! Probabilmente, allora, era soltanto la nostra dottoressa, la pervertita che si divertiva a toccare i pistoletti di noi ragazzini delle medie. – Ma che ti ha fatto? – mi chiese interessato: avevo acceso la sua curiosità pruriginosa. – Niente, – mi atteggiai a figo: – più o meno quello che ha fatto a te! – e mi fece segno dello scappellamento – Beh…, a me non l’ha aperto, e poi prima mi ha toccato le palle! – specificai. – Ma allora te l’ha toccato o no? – a lui interessava solo sapere se l’avessero toccato anche a me o se era soltanto lui l’unico detentore di quell’insolito primato. – Sì! ma non come a te! – – Cioè? – – Cioè me l’ha scappellato… – – …pure a me! – – Mhmm, ma lasciami finire! A te l’hanno “aperto”, nel senso di ‘scappellato per la prima volta’; a me no, invece! e poi io non ce l’avevo duro… – e questo per me era motivo d’orgoglio, perché significava che io, al contrario di lui, non ero un ragazzetto che non andava in eccitazione per ogni nonnulla, compresa una dottoressa racchia! e poi c’era la questione della madre anche: che nel mio caso non era dentro con me nello studiolo a guardare, ma forse su questo aspetto era meglio sorvolare se non volevo farlo incazzare, come spesso succedeva se gli si sottolineava un qualcosa che, secondo lui, potesse farlo sembrare ‘piccolo’. Ma l’attenzione di Luca era incentrata tutta s’un unico aspetto: – Ma allora perché te l’ha fatto? – mi chiese con la faccia che sembrava un punto interrogativo. – Per controllarmi se s’apriva! Vieni, che ti mostro! – lo presi per un braccio e lo trascinai con me sino al divano; non c’entrava un cacchio, ma dopo tutto quel parolare di scappellature e toccamenti, mi era venuto voglia di toccarglielo, solo che non sapevo che pretesto trovare. Luca si lasciò trasportare tranquillamente, come un bambino condotto per mano incapace d’esprimere una propria autonoma volontà; non l’avevo mai visto così mansueto: mi pareva recasse la scritta: «fai di me quel che vuoi», e io lo feci: – Dai spogliati! –. Luca smise pian piano di gemere e di stringermi pene, e io il suo ormai snerbo; era incredibile per me come un coso così grosso e duro potesse restringersi e divenire quella cosina così umile e tenera, che poggiandomi sul suo ventre, chiudendo un occhio, mi pareva ora terminare con una breve proboscidina rughettata, ora che fosse essa stessa una lunga proboscide liscia, e là in fondo la peluria bionda che io tanto amavo carezzare. Mi levai per baciarlo su quella tremenda pisellessa, ma quando mi alzai, Luca mi trattenne: – Dove vai? – mi disse: – adesso tocca a me! –. Consulta l’Indice per l’elenco cronologico dei racconti.
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Mollai i compiti per buttarmi sul divano, proprio non ce la facevo ad andare avanti: il mal di testa non mi dava tregua e più leggevo, più cresceva; poi arrivò Luca a interrogarmi su come stavo: – Allora, come va? –.
– Eh, dammi tempo! Ho appena preso la Tachi! – proferii abbastanza scazzato: – Dai, siediti! – poi mi poggiai sullo schienale sperando che guardare all’insù mi facesse scemare l’effetto, ma niente: erano anni che curavo così le mie emicranie episodiche, e proprio quel giorno sembrava non voler funzionare. Luca mi si sedette accanto, prendendomi il braccio e appoggiandosi con testa alla mia spalla, ma io malintesi il suo gesto di puro e semplice affetto: – Dai, Luca, non ne ho voglia…, non vedi che sto male? e tu insisti! – mi mollò amareggiato, ma non attaccò, come al suo solito, con inutili polemiche. – Dai ci provo io! – disse d’un tratto rallegrato. – A cosa? Ti ho detto di no! – – Ma no, che hai capito…, a farti passare il mal di testa! – – Eh sì, è poi… – mo’, pure i miracoli ora mi faceva? Vabbè che lui, per me, era taumaturgico, ma in senso metaforico! – Dai, fammi provare! Dici sempre che riesco a farti bene i massaggi, magari riesco a farti passare il mal di testa! – sì, ma non era mica mal di schiena!– Dai siedi, su! – m’indicò fra le sue gambe. – Maddai, sul tappeto… – lamentai. – Dai… – insistette impazientemente; non avevo voglia di lottare contro di lui, né, tantomeno, contro la sua insistenza, così mi accomodai e Luca cominciò a carezzarmi i capelli, poi d’un tratto mi buttò in avanti bruscamente la testa. – Ahi! – – Su… su… – mi riprese, poi vigorosamente mi frizionò i capelli, quasi mi stesse facendo shampoo per estirparmeli. Sembrava più un suo personale divertimento, piuttosto che un tentativo di farmi sentir meglio, ma alla fine anch’io finii per divertirmi con quello strapazzamento: il tocco energico delle sue dita, i polpastrelli mi distraevano dalla mia tensione e quindi dalla cefalea, che andava attenuandosi; ma Luca ebbe poi la bell’idea di reclinarmi la testa all’indietro: – No, contro il pacco no! – brontolai per riprendere un certo tono di contegno. – Ma dai, rimettiti! – mi rimproverò, riportandomi la testa a posto e dovetti arrendermi. Però…, era comodo il suo cuscinetto pubico, ma per me degradante starci sopra, anche s’era una delle mie fantasie erotiche preferite, assieme a quella di sprofondargli la faccia dentro le pudenda, contenute nelle mutande, ma non ne avevo ancora realizzata nessuna, perché davanti a lui mi sentivo ridicolo. Luca mi massaggiava la testa e io, sotto la nuca, mi beavo della sua “sofficezza”, della sua miglior parte, e di quel bel visino che, contornato di biondo, mi sorrideva com’una corona di sole; finii per appisolarmi al tocco cadenzato delle sue dita, ma poi si spostò. Non ebbi neanche la forza di seguitarlo con lo sguardo, talmente ero stanco, ma presto sentii il suo sorbile peso posarsimi sopra, sul mio bassoventre: non avevo voglia d’aprir gli occhi per spiarlo, mi sentivo troppo rilassato, ma avrei voluto sapere che cosa gli passava per la mente: – Luca che fai? – mi sentii toccare…
***
Arrivò mia madre che ancora eravamo slacci e distesi per terra: appena avvertii il suo rientro, balzai per la paura di essere beccati e destai Luca per un pronto vestimento: – Dai, Luca, svelto! – questa volta c’eravamo attardati parecchio.
– Ohhh, cazzo! cazzo! – proruppe impanicato guardandosi intorno. – Su… presto! – l’affrettai, intanto io mi ero già ricomposto essendo in tuta; quando entrò mia madre in cucina. – Ciao Alle! – salutò, voltandosi per mettere i sacchetti sul tavolo. – Cia… – mi sentii in dovere di salutarla per colmare il vuoto che sarebbe passato tra me e l’apparizione di Luca ancora in vestizione, e intanto avanzavo per far barriera, col mio corpo e la cornice della porta, alla scena di panico che di certo si stava consumando alle mie spalle: fortuna che in sala era buio: – Ma Luca dov’è? – chiese mia madre: – che c’è il motorino là fuori! –. – Eh… è qui! – per fortuna che si era alzato, lo vidi di sfuggita con la coda dell’occhio. – Son qui! – sopraggiunse; mammamia, era ancora scomposto! per fortuna che la cerniera, almeno quella, era chiusa. – Ma che buio! – esclamò: – Ma come fate a fare i compiti? –. – Eh… no…, ci siamo appisolati un momento; ho avuto mal di testa! – – Infatti si vede che non hai una bella cera… –… Consulta l’Indice per l’elenco cronologico dei racconti.
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Oggi gli avevo detto che non avevo tempo: che dovevo studiare e che io non ero come lui… (così intelligente, insomma – da “ottimo, naturalmente!” in uscita dalle Medie –: per cui mi bastavano due lette, per poter poi spararmi le marlette tutto il giorno e sapere la lezione); e che, anche, la terza non era come la prima…, ma implicitamente, tra quelle parole, c’era anche che tutto quello che non avremmo fatto quel giorno lo avremmo recuperato la prossima, e con gli interessi per giunta, salatissimi interessi… Ma Luca, finito di studiare, cominciò subito a giocherellare con tutto ciò che gli capitava a tiro, manifestando irreprimibilmente la sua cinnica1 impazienza; poi prese un compasso, lo divaricò al massimo, e se lo confrontò con l’apertura delle dita, quindi se lo portò tra le gambe enunciandomi: – Mmh! ci siamo… –.
Io lo guardai con benevolenza: mi faceva tenerezza quando faceva così per attirare la mia attenzione con quegli stratagemmi che denotavano il suo chiodo fisso; poi tornai ai miei compiti, ma davanti agli occhi avevo ancora quella stanghetta brillante e lui lo sapeva…: mi portò a tradimento il compasso fra le gambe, e io agitato replicai: – Ma sei scemo! –. – Tranquillo, non c’è la punta… – sdrammatizzò. – E ci mancherebbe altro! – tanto non era il suo… dovevo immaginarmelo che, prima o poi, la sua anima pestifera e segaiola sarebbe saltata fuori. Passarono venti minuti e Luca mi propose un massaggio; – Mmm? – io avevo capito “messaggio”. Guardai quel primino svigorito sul mio tavolo con l’uccello ancora al vento, e lo lasciai rinvenire un paio di minuti, giocando col suo gioiello nel frattempo: da mollo non era di poco più corto di un’asta del compasso; poi lo spronai: – Dai Luca che è ora di andare! –. 1 Da cinno Per segnalarmi eventuali errori, usare l’apposito modulo. Consulta l’Indice per l’elenco cronologico dei racconti.
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Terz’ora in palestra: ora di supplenza; mancava solo da due giorni il nostro prof di mate e le teste d’uovo della presidenza avranno pensato che quest’oggi saremmo stati più quieti sotto gli occhi vigili di un insegnate di nostra conoscenza, piuttosto che del solito sconosciuto: sì, perché col passaggio al triennio avevamo cambiato tutti i professori, tranne quello di ginnastica. Ci accingemmo ad entrare dagli spalti (della nostra palestrina che aveva due belle gradinate, capaci d’ospitare una discreta platea), ma io, a differenza di tutti gli altri, sapevo già cosa ci attendeva… ed infatti, eccolo là: il mio piccolo Luca con la casacca arancione, la sua chioma bionda e i pantaloncini rossi, giocare a pallone. La classe di Luca aveva, infatti, l’ora prima della nostra a ridosso dell’intervallo, così che non c’incontravamo mai nello spogliatoio, anche se le nostre ore erano virtualmente contigue; ma meglio così! perché non mi sarei mai abituato all’idea di vederlo, sempre passivamente, mentre si cambiava nella stessa stanza con tutti gli altri lo guardavano, seppur con le mutande indosso.
Mi sedetti abbastanza in disparte per non farmi notare, ma poterlo ugualmente vedere di nascosto mentre si divertiva assieme ai suoi amici; i miei, invece, erano andati in palestra, in sala pesi, a pomparsi un pochettino, come si usa fare a sedic’anni un po’ per vantarsi, un po’ per pavoneggiarsi poi davanti alle ragazze; io invece no! io sarei restato lì con lui, a guardarlo divertirsi assieme alla sua classe, altrimenti sarei andato con loro. Lo vedevo scorazzare avanti e indietro a centrocampo e ogni tanto azzardarsi anche in attacco: sospettavo gli piacesse pure quel ruolo, a un leader naturale come lui…, ma la cosa che più mi appassionava era il suo entusiasmo nel correre sempre con la palla attaccata al piede, e se avesse fatto goal, sarei volentieri sceso in campo, facendo invasione di campo, per correre ad abbracciarlo e festeggiare con lui il suo gollonzo. Mi piaceva troppo vederlo correre nella sua esilità: i suoi pantaloncini rossi e le gambette sottili, mi davano tutti il senso della sua priminità; anche se notavo, tra tutta quella torma, dei primini che sembravano tutto fuorché tali: alti, forse, più di me e grossi anche il doppio di lui. Ma quelli non erano primini! un primino doveva essere carino, piccolino e minutino: insomma facile da sopraffare e tenero da coccolare; che all’occorrenza te lo potevi mettere comodamente in valigia e potartelo in vacanza da spupazzare; quelli erano primini! non quegli energumeni là; come il mio Luca insomma! A un certo punto lo vidi scattare: dribblare un avversario, scartare un’imbranata ed entrare in area di rigore, poi imbattersi inesorabilmente contro uno di quei colossi, e patapunfete… il mio Luca a terra, mentre quell’altro continuava la partita. Un triplice fischio fermò il gioco e un crocchio di quattordicenni s’adunò attorno al mio Luca, che da quel momento non vidi più; mi alzai per vedere oltre quelle teste e anche gli altri dagli spalti, incuriositi da quel trambusto, si alzarono, ma poi tornarono tutti quanti ordinatamente al loro posto, io invece rimasi in piedi col cuore palpitante ancora in gola. Poi vidi da uno spiraglio Luca trattenersi il ginocchio, e in disparte quello scemo, che gli aveva cagionato il danno, starsene fermo con l’aria colpevole a fissare il gruppo: sarei sceso in campo a corcarlo di botte, fino a donargli un’estetica facciale migliore di quella che non gli aveva donato sua madre alla nascita! Quindi il gruppo si aprì e vidi Luca uscirne zoppicante, accompagnato verso gli spalti, e tutta la rabbia scemò in mesta preoccupazione. Per tutto il tempo ero rimasto celato, ma finalmente presi coraggio e m’incamminai andare a conformarlo; quando mi fermai poi, vedendo una primina dall’aria melensa – quella stessa imbranata di prima – avvicinarsi porgendogli un sacchetto di ghiaccio, così che mi sedetti a una manciata di metri dal mio Luca. La vidi sedersi vicino, praticamente appiccicata, e poi tutt’e due chini sulla medesima busta a confabulare: quindi lei cercò di pigiare il sacchetto sdraiandolo sul gradino, e poi Luca lo sbatté con violenza contro lo spigolo vivo: ma niente… qualcosa sembrava non funzionare… ed erano vicini, troppo vivici, per che io lo potessi accettare! – Pst! Luca… – lo chiamai: – Ohh… Luca! – ma niente: il mio richiamo sembrava non giungere a destinazione; e intanto quel primino stava prendendo a pugni strizzo quel sacchetto, brandito a mezz’aria: – Ehi! Luca! – finalmente si girò: – Hai bisogno? –. – Sì… – scesi subito invitato da un suo cenno. – Cosa c’è? – – Eh… questo, non fa freddo! C’è scritto di schiacciare qui, vedi, ma non fa niente! – Rilessi le istruzioni e poi tirai un pugno secco al centro – nel punto contrassegnato dal “premere qui” –, e finalmente il freddo ebbe inizio: – Tieni! –. Che bello stare accanto al mio primino! se non gli fosse stata quella, lo avrei perfino abbracciato per dargli il mio caloroso e terapeutico effetto. – Che ci fai qui? – chiese. – Eh… il prof di mate manca… – ma il nostro discorso venne interrotto da quella primina, che gli chieda inopportunamente come stava; ma come ti permetti! ma pussa via…, vah, che sei pure cessa! l’hai fatta la tua parte? che vi fai ancora qua? Tornatene dai tuoi amichetti, là in campo…, che qui non c’hai più nulla da fare! ma niente: lei continuava a stare lì, e per giunta attaccata a lui. Mi poggiai all’indietro, seccato, coi gomiti sul gradone alle mie spalle, fingendo di godermi la partita, ma in realtà li tenevo d’occhio, perché insospettito dal loro stare troppo chini e troppo vicini; era incredibile delle volte vedere come delle ragazzine, tanto banalotte, ci potessero provare così spudoratamente con dei ragazzini, tanto carini, come il mio Luca – e delle volte perfino riuscendo a starci! –, benché fossero manifestamente ben oltre le loro realistiche possibilità! Mi buttai, poi, in avanti per ascoltare le sue avance, e la vidi poggiargli una mano sopra la gamba, come per instaurare subdolamente un rapporto di condivisione del dolore; non ci vidi più: ma cazzo vuoi primina di merda! leva subito quella manaccia, o te l’avrei torta! Per fortuna che la gamba dolorante era dalla mia parte, o gli si sarebbe certamente proposta di praticargli un bel massaggio rilassante, magari con l’intento, non recondito, di scivolargli con la mano verso quel promontorio di lussuria scarlatto: ti avevo visto come glielo sbirciavi! Già il rosso esaltava la sua naturale abbondanza, poi quella posizione aumentava la sua pubica prominenza; ti sarebbe piaciuto, eh…, allungare la tua laida mano verso quel pacco mostruoso, eh? ma lui no! Luca era mio, e gli avrei tirato giù perfino le braghe per mostrarglielo, e gridatole: «La vedi questa nerchia! ti piacerebbe menargliela così, vero? ma questa è mia! mia! e soltanto mia!» e le avrei pure sborrato in faccia la sua pioggia di sperma; no, quella no! perché se la sarebbe certamente legata come una Cicciolina, e invece io non potevo permettere che il suo prezioso succo venisse goduto da una racozza del genere; allora me lo sarei ciucciato tutto io per dimostrarle, ancora una volta, che era tutto mio! ma poi il prof fortunatamente la richiamò in campo: – Pamela, su…, vieni! –. Pamela? Strano…, perché c’aveva la fisionomia da Samira! con quella faccia schiacciata, non grossa, ma chiatta; le lentiggini e quel taglio alla cretinetta da simil-Cleopatra, che non avevo mai visto state peggio su una ragazza. Ma quando fu abbastanza lontana per non sentire, Luca mi disse: – Oh, visto…– facendomi l’occhiolino: – secondo me mi viene dietro! Che ne pensi? – chiese tutto sorridente… – Boh! – non potevo certo dirgli che era brutta, o sarei sembrato geloso; ma era la pura verità! Comunque con quelle sue parole caddi in depressione e cercai di cambiare discorso: – Ma la gamba? –. – Mah… – sollevò il sacchetto: – secondo me si sta gonfiando! –. – No dai… che adesso tutto passa! – strofinai confortante la mano sul ginocchio come se avessi un tocco scaccia malanni. – Dici…! – rispose Luca con una faccia dubbiosa: – Secondo me, invece, mi porti sfiga! –. – Perché? – – Perché quando ci sei tu, mi faccio sempre male: una volta testa, questa la gamba… – ma ora mi dava pure del portasfiga? Avevo una voglia di piangere internamente che non aveva confini, e poi m’immaginavo quella smorfiosa che in classe ne approfittava per importunare il mio Luca… mi salvò da questo genere di tristi pensieri la richiesta del prof di andargli a prendere dei cerchi e la palla medica. Gli attrezzi stavano in un magazzino, che era poi semplicemente il vano sotto le gradinate, a cui si accedeva attraverso un corridoio, da dietro, come stavamo percorrendo noi in quel momento; avrei voluto tanto accelerare il mio passo: affiancarmi al mio Luca, ma proprio non ce la facevo a stare al suo pari; era come se una soprannaturale forza mi riconducesse al mio posto naturale dietro di lui, a contemplarlo mirando il profilo delle sue spalle magno. Comunque dovevo arrendermi all’evidenza… presto Luca l’avrebbe fatto: avrebbe fatto sesso con una ragazza e prima di me! mi avrebbe battuto sia sull’età che sul tempo; ma dopotutto era inevitabile: con tutte quelle smorfiose, in giro, pronte a darla ai tipini carini come lui… era inevitabile! E io non potevo far altro che aspettarlo, attendere sulla soglia che tornasse da me, per dargli quelle coccole che solo io sapevo darli! Entrando nell’oscuro della nuova stanza, lo persi per un attimo di vista, e poi lo sfiorai sulla nuca col dorso delle dita, come per dirgli: «ti sono vicino», e Luca repentinamente mi abbracciò, buttandomi contro l’interruttore, che già stavo cercando. Ma come… prima mi parlava di ragazze e ora mi stava abbracciando? ma come faceva, quel primino, a sapere sempre di cosa avevo bisogno? quasi quasi me lo sarei fatto lì sopra quella vecchia cattedra che avevo davanti…; ma no, no! ma cosa mi passava per la testa!? a scuola no! avevamo giurato di no: troppo rischioso! e poi, a momenti, sarebbero venuti a cercarci, se non ci avessero visto tornare indietro immediatamente: – Dai, Luca, continuiamo questo pomeriggio! – così tornammo dal prof con tutte le attrezzature. Era la prima volta che ci cambiavamo contemporaneamente nello spogliatoio della scuola: suonata la campanella, i miei amici avevano deciso di andarsi a cambiare immediatamente, avendo in pratica già fatto la ricreazione, e io mi accodai a loro per tener d’occhio il mio Luca. Presi posto davanti a lui sulla panchina antistante dall’altro lato della stanza; per fortuna che quelli di prima erano meno ingombranti di noi del terzo, o almeno avendo meno confidenza con l’ambiente, stavano meno sparpagliati e quindi tutti sulla medesima panchina: in fondo non erano neppure poi così tanti, forse una decina, e potevo vederli tutti quanti. ***
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Quanti sguardi birichini, quante occhiate maliziose durante quei compiti di scuola che non avrebbero mai dovuto esserci… troppe volte le nostre mani si erano incontrate tra quei quaderni scarabocchiati nella consapevolezza che avrebbero mai dovuto essersi toccate, se volevamo resistere; solo due giorni mancavano… non potevamo sciuparli così! Se tutto quel subbuglio, tutto quel parapiglia era frutto di soltanto così pochi giorni d’astinenza, venerdì sarebbe stata una cosa fantastica! anche se ora era veramente difficile resistergli, a quel biondino incredibile; ogni suo effluvio era un profluvio d’ormoni ch’empivano l’aere. Per l’ennesima volta Luca mi chiese intervento sui compiti di scuola come pretesto per toccarmi la mano, e come d’incanto calammo in un erotico torpore che piano ci portava ad avvicinarci: sapevamo ambedue benissimo che tra poco avremmo finito entrambi e che allora sarebbe stato alquanto più difficile resistere, ma per fortuna in quel momento entrò Niki; con la sua intrusione felpata, quasi per similarità alla nostra cognizione ovattata, s’insinuò sotto il sub-limite cosciente della nostra percezione assonnata a distarci, di rientro dalle sue penultime uscite autunnali. – Pc’… pc’… vieni qua… dai! –, ma il quadrupede non mi cagò di striscio e continuò la sua strada imperterrito verso il divano, la sua prossima dimora invernale per la quale presto avremmo litigato, sulla quale salì scomparendo dalla vista. – Oh, non ho capito! – andai a molestare il gatto accompagnato dal mio vice. Niki si toelettava bellamente sul cuscino, mentre noi due restavamo ginocchioni a guardarlo nel suo gesto sinuoso, finché non lo interruppi con la mano: – Oh, quando ti chiamo, mi devi cagare, hai capito? – atterrai il felino. – Ma lascialo stare! – mi rimproverò Luca, si vedeva che non era suo il felide: – ma ciao Niki! … ma come sei bello! – disse con la voce stridula, portata all’estremo limite del suo registro vocale come sempre quando si rivolgeva al gatto, tanto che mi trapanava il timpano: – Niki… – poi lo vidi alzarsi: – tienilo lì che torno subito! – e scappò via; subito pensai che dovesse recarsi al bagno, ma lo sentii aprire la cerniera della sua cartella e poi un tintinnio. Ma cos’era? Luca tornò: – Niki guarda…– gli sbandierò davanti al muso un collarino, che lui annusò: – ti piace, eh? – muoveva quel campanellino freneticamente. – Che cos’è? Fa vedere… – – E’ un collarino; l’ho preso per Niki… – ma che roba: neanche a dodic’anni avrei fatto una cosa del genere per il mio gatto… – Ma no… – – Perché… – – Ma non lo indossa, non è abituato! – un po’, in realtà, ero geloso perché quel presente non era per me. – Ma aspetta! Aiutami a metterglielo – fui costretto a bloccare quel morbido ammasso di pelo che come al solito al brandimento s’agitò. – Ma come ti è venuto in mente? – – L’altro giorno, mentre giravo, l’ho visto e mi è venuto in mente Niki… – ero felice di sapere che un qualcosa di me fosse sempre presente nella sua mente, perché in fondo ora era come se quel regalo lo avesse fatto implicitamente anche a me. – Ma quanto hai speso? – gli chiesi: non volevo certamente saper da quella cifra la valuta del suo pensiero per me, anche perché non è mai lecito misurar col pecuniato il valore d’un pensiero; ma il semplice sapere che si era separato di un qualcosa di suo, il danaro, per dare qualcos’altro a me, relativamente alle sue disponibilità di quattordicenne, mi era sufficiente per sentirmelo e acquisire lo stesso sapore di un “ti amo”. – Boh, uno, due euro… – disse finendo di allacciarlo, invece io l’avrei sommerso di coccole; poi lasciammo Niki che andò via tintinnando per nulla soddisfatto. – Guarda, gli piace! – disse Luca forse antropomorfizzando un po’ troppo il gatto; ma io in quel momento, in quella sua manifestazione di dolcezza, io gli sarei saltato addosso: sentivo un intenso bisogno di stringerlo, di abbracciarlo a più non posso, ma non potevo! Una crisi d’astinenza per la di lui corporeità mi prese; ma dovevo sedarmi, calmarmi, impedirmi d’abbracciarlo o tutto sarebbe finito lì, e mancavano soltanto due giorni… – Luca, vai a seguirlo! –. Intanto io mi buttai sul divano, occupando tutto lo spazio disponibile e portandomi le mani sotto il petto per vincolare a me, ma Luca tornò: – Oh, che fai? – non gli risposi, guardavo dall’altra parte e gridavo dentro: – dai lasciami venire… –. – No! – – Perché? – – Lo sai! – – Dai, non facciamo niente… voglio solo sedermi! – E sì, solo sedersi… come se non lo conoscessi. – No! – – Dai… – – T’ho detto di no! – – Beh, allora mi ti metto sopra! – Non gli risposi, ero troppo preso dal lottare con me stesso, con la mia astinenza, ma lo sentii salirmi sopra. – Ma che fai!? – – Mi metto sopra di te! – – No…– – Eh, prova a fermarmi! – maledetto! Sapeva benissimo che non potevo voltarmi o in quell’attimo sarebbe finito tutto. – AHIA! – – Che c’è? – si tolse subito. – Tu e quella cazzo di cintura! – mi voltai con testa, ma non portando, violentandomi, la mano sulla parte fitta: – Me la sono sentito nella carne!! –. – Scusa… – e poi lo vidi metter mano alla cintura. – E adesso…? – – Me la levo, così non ti faccio male! – – Perché tu pensi ancora di risalire … – – Se non mi fermi.. – ma non si stava solo togliendo la cinta: assieme a quella si stava levando pure i pantaloni. – Ma non ti dovevi levare solo la cintura? – – Lo sai che mi stanno larghi… dopo scendono e mi danno fastidio! Dov’è il panno? – e si voltò intorno con disinvoltura trovandolo sulla sedia, ormai si muoveva – pure in mutante – come fosse a casa sua; nel movimento scorsi sotto la camicia le sue mutande, a tratti comparire come una chiazza bianca tra le sue gambe; che voglia di violentarlo… poi con quell’insolito pastrano addotto ritornò: – Mi fai posto? – chiese retoricamente. – No! – – E allora risalgo! – disse col tono di ripicca di un bambino: «non mi fai venire, allora ti salgo sopra» sembrava dire, che proprio non era un vero dispetto, anzi avevo finalmente occasione di toccarlo, ma per me era una vera e propria tortura, averlo intorno e non poterlo abbracciare… ma Luca non si limitò soltanto a salirmi addosso, dopo avermi detto scherzosamente che ero comodo si infilò con le mani sotto le mie mutande, afferrandomi il genitale. – Luca, no! – – Ma dai non posso farti niente, sono sotto di te… – intendeva le mani; inutile discutere con uno così: con lui la logica e la diplomazia non servivano a niente;quanto voleva qualcosa, l’otteneva sempre! Iniziò a palparmi i testicoli e poi disse: – Come sei morbido! Sembrano di velluto… –. – Grazie… – cos’altro potevo rispondere a quel primino-peste. Passarono cinque minuti di silenzioso abbraccio: Luca mi stringeva forte come in cerca anche lui di un libidico riempitivo del suo bisogno incolmabile di affetto, lo stesso per cui sentivo quel turgido pene premermi contro la schiena; passò quindi un’auto proiettando il suo riflesso sulla parete interna: – I tuoi.. –. – No… è troppo presto! – Luca mi strinse trasmettendomi il suo senso di imbarazzo e poi disse: – Pensa se entrassero ora … – non capii bene il nesso tra il detto e il suo gesto di prima. – Cioè? – – e…se entrassero ora, se ci beccassero… – – Mmm, e dunque… – – Eh, che cosa penserebbero? – ecco, proprio il classico discorso che non volevo sentire, quel pensiero che mi ero ripromesso non avrei mai affrontato: perché io avevo tacitamente accettato la mia situazione con lui, ma a patto che non avrei mai pensato alle sue eventuali conseguenze, e lui invece andò proprio a tirarlo fuori; allora risposi aspramente: – Penserebbero di che: di tu che stai in mutande nella mia sala… di tu che stai in mutande sulla mia schiena… o di tu che stai in mutande sulla mia schiena e con le mani dentro le mie… Eh! – volevo fargli notare come proprio non gli convenisse affrontare in quel momento la questione, rappresentando proprio lui l’unica anomalia evidente nella stanza: – e comunque non voglio pensarci! – chiusi perentoriamente il periodo. Luca si fece piccolo piccolo sulla mia schiena, come se fosse un capo in ammollo in procinto di ritirarsi durante il lavaggio: – Ma se… –. – Luca non voglio parlarne! – – Va bene… – finalmente aveva capito: – ma allora facciamo qualcosina… – mi strofinò il genitale. – Nooo… – che testardo. – Ma senza venire…! – – Luca, ma, can… mancano solo due giorni, si può sapere che fretta hai! – L’odiavo quando insisteva così: io avevo già i miei problemi a resistere con lui sulla mia schiena e quella canna turgida dietro il sedere e lui mi provocava… – Beh, anche mia mamma dice che io ho sempre fretta… – disse sdrammatizzando – sono nato persino di fretta! – – Cioè… – non capivo come c’entrassero con la fretta le circostanze del suo parto. – Sono nato prima, io! – – Prima de che? – – Di quando dovevo nascere! Sono nato di sette mesi, io… – me lo disse come se fosse una cosa per cui, solo per quella, dovesse essere considerato del tutto speciale. – A sì… – mi fece immediatamente tenerezza immaginarmelo come un piccolo fagottino: – dunque sei un settimino! – e un ennesimo -ino si andava ad aggiungere alla mia collezione di vezzeggiativi per lui: il mio Luchino, il mio primino, ed ora anche il mio settimino; in quel momento avrei strinto forte pure il cuscino per resistere a quella matta voglia di coccolarlo… – Mmm… – fece il mugolio impreciso di chi non aveva capito. – …che sei nato di sette mesi: setti – mino; almeno cosi ho sentito dire… – poi Luca mi rinnovò l’abbraccio intuendo il mio senso d’affetto per lui, e sussurrò con nostalgia: – Ti ricordi il mare? –. – Certo… – e come scordarlo… poi Luca tacque: – A proposito del mare… – – Yes… – – Tu avevi detto di non aver mai baciato una ragazza… – – Mmm, sì! – – …e allora perché mi avevi detto che bacio meglio!? – quella sua affermazione d’allora, pronunciata con quel tono sicuro, ancora non l’avevo digerita, e ancora non capivo se fosse verità o pura canzonatura. Rise: – Era solo per prenderti in giro… – disse ridendo, ma in quel momento lo avrei strozzato: – …ma lo senti ancora quel coso?– disse poi cambiando argomento. – Chi? – – Quel bimboccio…! – – Ah, Robertino…, no non lo sento più! – e perché mai avrei dovuto…? – Robertino…? – disse col tono improvvisamente ingelosito dal mio simil-vezzeggiativo. – Era il suo soprannome; lo chiamavamo tutti così! Il suo soprannome completo era “Robertino il cretino”, ma ovviamente non potevamo dirglielo! – – Ah, ecco! – disse proprio approvando appieno il soprannome – e scusa, ma… perché mai dovrei risentirlo? – – Beh, visto quello che facevate… – come se con lui non avessi mai fatto niente… – Innanzitutto era soltanto lui a fare… – meglio tenere nascosta l’altra parte della verità – …e poi mi sembra che anche con te non scherzavi! – come metteva adesso – Va be’, mai io ero soltanto curioso, volevo provare… – – Provare…? – per lui farmi tre pompini, era soltanto provare… – Sì, volevo provare a farmi fare una sega da qualcun altro, provare cosa si provasse… mio cugino non me l’ha mai voluto fare! – – E coi tuoi amici di scuola? – – Mi vergognavo, mica è una che si può chiedere così! –. – Invece con me vergogna non l’avevi… – – Era diverso, non ti conoscevo! E poi ero sicuro che ci saresti stato… – ma… mi stava forse dando implicitamente del finocchio? – E come facevi a essere così sicuro che ci sarei stato… – – Beh…in spiaggia mi fissavi sempre il pacco! – improvvisamente mi vergognai, anche retroattivamente, per quel me stesso d’allora: – e poi vi ho visti… – – Chi?– – Te e Robertino! In spiaggia… la sera della festa… e poi a casa mia… – capito, meglio cambiare discorso! – Ma non potevi comunque chiederlo a tuo cugino? – dopotutto era lui che si faceva fare le seghe dal cuginetto… quel bastardo! Se solo ci pensavo sarei andato da lui e gli avrei mozzato l’uccello; però forse doveva accadere, o Luca non si sarebbe mai fatto avanti con me per quella voglia… – Non ha mai voluto toccarmelo! Forse si vergognava che ce l’avevo quasi grosso come il suo, pur essendo più piccolo… e poi tu c’è l’hai di più di lui… – come a dire se lo devo fare, voglio farlo bene! Però, finora, si era soltanto riferito alla sega, dimenticando tutta l’altra parte di quello che avevamo fatto; se l’era forse dimenticata? – E la bocca… anche quella sei stato tu a cominciare! – e lì volevo proprio vedere come se la cavava: ora non poteva più la scusa preconfezionata dell’innocente curiosità… ora doveva ammetterlo, e rimangiarsi pure quell’implicita accusa di prima! – Stessa cosa… – – Come! – quella non gliela aveva fatta al cugino… – Eh, dopo la sega, mi aveva chiesto di fargli anche quello… – – E tu? – stavo già iniziando a preoccuparmi di non essere stato il primo. – e io ho rifiutato! – bravo Luca! – solo che poi, a furia di insistere, mi aveva convinto e ma quella volta che stavo… siamo stati interrotti! – – Come? – Non li avranno mica beccati? M’immaginavo già quella porta spalancarsi mentre Luca lo impugnava in direzione della bocca… – … ci hanno chiamati… e poi per ballazze varie ci siamo più rivisti! Adesso c’ha pure la ragazza! – allora pericolo scampato, in tutti i sensi. – E che c’entra però con te al mare?– – Eh, dopo quella volta mancata con mio cugino mi è rimasta la curiosità … e già che c’ero, ho provato con te! – ma che piccolo grazioso animaletto curioso che era Luca… dunque per lui dovevo bermi che fosse soltanto frutto della sua curiosità, e non invece che della sua atavica voglia di prenderlo… – Ma dunque tu con tuo cugino non c’hai mai… – – No, tu sei stato il primo, sei l’unico! – mi strinse forte affettuosamente – come te d’altronde… – sottolineò. – Beh… – lui proprio l’unico…. – Chi? – aveva già intuito, e fattosi improvvisamente geloso. – Ehm… Robertino! – dissi a mezza voce come quelle parole non dovessero da lui farsi sentire. – Robertino…! Ma mi avevi detto che era soltanto lui a… – e ci credeva pure…? Sembra più scandalizzato di una fidanzatina gelosa, solo perché avevo fatto un pompino al suo rivale; dopotutto che c’era di male: lui l’aveva fatto delle seghe al cugino, io spompinato Robertino! solo che l’avevo ben fatto anche prima di conoscerlo, ma questi erano soltanto dettagli: – Luca dopo quel giorno con te mi è piaciuto da matti, è ho voluto riprovarlo, solo che tu non c’eri … – Dunque, in fondo era colpa sua, era lui che mi aveva sedotto e abbandonato; Luca tacque, e di dopo di un po’ riemise: – Allora chi è meglio? –. – Chi? – – Tra me e Roberto… – – E cosa? – – Insomma ci hai bevuti entrambi, o no? – – Sì… – anche se mi vergognavo ad ammetterlo. – Eh, appunto… allora chi è meglio? – non ci potevo credere, voleva sapere chi dei due trovassi di sperma più buono! Da una parte sembrava anche averla presa con filosofia: disposto persino a mettersi in gioco; ma non sapevo se avrebbe preso altrettanto sportivamente una sua eventuale bocciatura: – Ma non lo so, come faccio a dirlo! – e francamente mi trovavo ridicolo a paragonare i loro spermi. – Ma dai… – mi esortò nuovamente; sembrava quasi che, nonostante il tempo trascorso, il suo residuo di competizione con Robertino non fosse per lui ancora risolto, tanto da voler sapere chi fra loro preferissi. – Ma cosa ti posso dire… – non sapevo che cacchio inventarmi: – diciamo, che tu sei più liquido, ecco! – speravo almeno di avergli fatto una specie di complimento, tanto per placarlo. – Come più liquido! – disse però come se gli avessi evidenziato un difetto. – Eh, più liquido… si vede che, essendo più grande, ne produci di più! – mi toccava pure rivisitargli l’affermazione, come se fosse un moccioso troppo cresciuto che si offende con niente! Certo che da quel punto di vista tra lui e Robertino non c’era poi molta differenza, avevo pure dovuto mentirgli: a memoria ricordavo,infatti, che quest’ultimo ne producesse molto più abbondantemente di lui, forse per quegli enormi maroni che aveva e che in lui non avevo invece ritrovato, ma Luca, in compenso, aveva dell’altro che molto più mi piaceva. – Quanti anni aveva? – mi chiese insofferente. – Tredici… – speravo in fondo di averlo placato: lui era più grande, l’aveva più lungo, era più liquido; insomma, lo batteva su tutti i fronti… e difatti ricadde in un silenzio cogitabondo per poi riemergerne con uno strano sbuffo, quasi sovrappensiero. – Mmm? – – Puah… a tredici anni aveva già fatto un pompino! – disse con sprezzante tono di superiorità, quasi a voler schernire quell’invisibile presenza di Robertino ormai andata concretizzandosi al nostro fianco; ma che passava per quella testa di primino… – Beh, tecnicamente anche tu ne avevi tredici la prima volta… – – Sì, ma io ero già verso i 14! – come se a quattordici anni fosse differente fare un pompino! – E allora! che cazzo c’entra, scusa? E poi quando li compi gli anni che non ricordo? – – Il 18! – – Il 18, già! – una data che avrebbero dovuto far festa nazionale – …e il segno? – – Leone, non ricordi? Lo sono di nome e di fatto… – – Mhmm – cos’era questo oscuro proverbio. – Leone – Leoni… il mio segno, il mio cognome…, e poi, comunque, io ne avevo già quattordici! Perché, come t’ho detto, sono nato prima! – – E no, bello… ti prendi un bel granchio! Tu non sei nato prima, se nato in anticipo, che è diverso!… tu sei nato prima di quando dovevi nascere, ma questo significa, semmai, che gli anni dovresti contarli dopo, e no prima! … anzi, due mesi… settembre ,ottobre… dunque tu avresti quattordic’anni da nemmeno un mese, forse…! E ti dirò di più: tra te e Roberto non ci sarebbero più di sei mesi! – ora volevo proprio infierire visto che lui ci teneva tanto a rimarcare la sua differenza, che invece non era affatto molta. – Beh, fatto sta che io sono comunque nato prima di lui! e ce l’ho pure più lungo! – cos’era tutto questo bisogno di sottolineare la sua pretestuosa superiorità, qualche tacca in più di bega, o di data o di altezza lo rendevano forse migliore? Per me lui era meglio perché era lui nella sua interezza ad esserlo; ma possibile che conservasse ancora un astio così profondo, verso quella scomoda presenza con cui ancora si sentiva in concorrenza? Dopo un quarto d’ora sbrandai l’incomodo ospite dalla mia schiena, che ancora vestiva in deshabillé e mia madre stava arrivando: – Su che è tardi! – Di malavoglia scese lento come un bradipo, poi si fermò davanti a me avvolto in quella coperta a mo’ di mantella sulle spalle; per curiosità alzai la camicia e vidi l’illustre inquilino ergersi oltre la soglia dello slip: l’afferrai tra le dita massaggiandogli la cappella mentre lui si scioglieva teneramente in un brodo di giuggiole traspirando voglia di venire dai suoi pori: – Dai Luca, a venerdì – lo licenziai con una pacca sul sedere – e mi raccomando! – – Va bene… – – Piuttosto inventati qualcosa! – – Cioè? – – Un qualcosa di divertente da fare visto che abbiamo due giorni! – e anche due notti… – Ci proverò – in quell’attimo l’auto di mia madre si infilò nel cortile; Luca si rivestì in fretta e furia e quando lei entrò, diligentemente svicolò via, incrociandola il meno possibile. – Ciao! Ma che ha Luca che è scapato via? – che palle, temeva sempre che gli avessi fatto qualcosa, ma se non gli avrei torto nemmeno un capello, al massimo un pelo pubico… – Aveva fretta, gli han detto di tornare prima che faccia buio! – poi Niki si mosse come al solito per reclamare la pappa, scampanellando fino in cucina. – Ma cos’è? – – È Niki! – lo presi in braccio. – Ma cosa gli avete messo? – – È stato Luca, gli ha fatto un regalo, guarda! – mia madre scosse la testa sorridendo condiscendente … sapevo benissimo cosa stava pensando: che Luca era veramente un bambino, perché solo un bambino poteva pensare a fare un regalo a un gatto… ma a me Luca in fondo piaceva proprio per questo. – Dai togliglielo che dopo lo sai che quanto va fuori s’ impiglia nella siepe … – e lo sapevo bene, ma solo che non potevo farlo finché era in casa, sarebbe stato un affronto, e poi ora avevo almeno la scusante che si trattava di una direttiva materna e non di una mia decisione. Tolsi il collarino e lo riposi in un cassetto a fianco dei suoi slip, altro ricordo di che ritrovai dopo quella volta vicino ad un piede del letto, e che dopo una segreta lavatura riposi in attesa di momenti propizi. Consulta l’Indice per l’elenco cronologico dei racconti.
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Piombò in casa buttando con sgarbo lo zaino nell’angolo, e dirigendosi verso al divano senza neanche salutarmi. – Eh i compiti… non li fai? – - NO! – vociò laconico e categorico, senza ammissione di replica, poi soggiunse: - Li ho fatti ieri!-, come dovesse giustificarsi con me; ma il tono certo quello del perdono e il fatto che non avesse neanche mostrato la testa da dietro il divano, non mi dava speranze… - Beh, allora che sei venuto a fare? – - Perché mia mamma mi ci costretto, ma non ho nessuna intenzione di parlare con te! – - E allora non potevi andartene da un’altra parte! – che bisogno aveva di rompermi le palle! - No! Perché ho promesso che sarei venuto qui… – ma che bravo bambino! – e poi non so dove altro andare… quindi ci sto … e ci rimango quanto mi pare! – terminò perentorio; contento lui… lo avrebbe spiegato lui a mia madre perché sarebbe rimasto a cena senza neanche essere stato invitato, visto che ci sarebbe rimasto «quanto gli pare» in casa mia… ma che potevo pretendere da una testa di primino… Mi avevano detto di non preoccuparmi, che intanto gli sarebbe passata: perché se è passata a Napoleone, come si dice e lui ne aveva da esserne incazzato , sarebbe passata anche a lui; evidentemente ignoravano, sia sua madre che i miei, che era a sua volta un piccolo Napoleone. Dopo un’intera settimana non mi aveva perdonato; e per tutta la scorsa, e sia ieri che oggi, non mi aveva parlato, neanche in macchina davanti a sua madre, che gli diceva costantemente di smettere; oramai non sapevo più che pesce pigliare, sapevo solo che mi era difficile perderlo, e che in quella condizione non sapevo dividere la stessa stanza e studiare contemporaneamente. Non lo sopportavo quando faceva il moccioso e poi zappingava da un canale all’altro, peggio del suo repentino umore; era una situazione davvero irritante, da prenderlo a schiaffi, ma per fortuna smise da solo, perché non avrei potuto alzare le mani su di lui. Sospettavo dormisse dal gran che non lo vedevo: da tempo aveva spento il televisore e nemmeno l’onore di adocchiare la cima la sua bella cavezza avevo, mi mancava quella sua tonda testolina; probabilmente s’era sopito, annoiato dal nulla pomeridiano in TV, però io non c’è la facevo a stare lì, come lui, senza far niente… senza neanche tentare un rappacificamento. Mi avvicinai circospetto, da dietro, silenziosamente, sorgendo dallo schienale per vederlo dormire, ma senza svegliarlo, non volevo rischiare di peggiorar la situazione. Com’era bello vederlo dormire, coi lineamenti gentili, come un puttino: veniva voglia di carezzarlo sulle guance per poi scivolargli dietro l’orecchio, a sistemargli le ciocche bionde. Allungai la mano, quasi sfiorando la sua chioma morbida, ma poi la ritirai in fretta avendo paura di svegliarlo, ma come un sorrisetto vidi sparirgli dal volto, l’osservai meglio e di nuovo scorsi quell’accenno malandrino: – Ma allora non stai dormendo!… – iniziai freneticamente a solleticarlo sul fianco; Luca s’agitò nel dimenamento per ripararsi dai miei attacchi, ma non riusciva e lo facevo contorcesi a crepapelle: – Ma che piccolo bastardo: fa finta di dormire, di essere incazzato, e mi prende in giro… e io che sto a preoccuparmi… -. - Arimo! …pace! …basta! – invocava a tratti tra le risa; ma gli avrei concesso una pausa soltanto dopo essere sceso e abbracciato. Ora era Luca a solleticarmi, o a tentare, mentre io lo ribattevo: – …e io che mi preoccupo… e tu… sei un piccolo bastardo!– - …E tu uno stronzo! – - …un bastardo! - - …uno stronzo!… – quello era il nomignolo che m’ero meritato per non averlo aiutato, o difeso, come diceva lui, e dopo quell’innocuo sproloquio finimmo per calmarci; mi rincuorava sapere di non averlo perso, o forse non c’era mai stato il rischio: chissà da quanto andata avanti quella farsa? e nemmeno sapevo come chiederglielo, perché, allora, avrei anche dovuto chiedergli le scuse: scuse che non era nel mio carattere fare, e né, forse, in lui in quel momento ricevere, dato che scrutava basso per non incrociare il mio sguardo; per fortuna che fu lui a rompere l’indugio proponendo di riguardare la TV. Era meglio riconciliarci col nostro usuale sistema, senza parole, soltanto coi gesti, coccole e carezze, e tutto sarebbe tornato magicamente al suo posto. Lui governava il telecomando e io lo accarezzavo: il più piccolo, ma anche Piccolo Principe della situazione, colui cui in fondo tutto è dovuto per naturale condiscendenza; e come negargli ciò che anch’io per lui volevo! Coccolarlo era il mio modo per chiedergli scusa, l’unico che conoscessi, in quella nostra strana relazione di silenzi e profondi sottintendimenti; ripensando a tutto, a come l’avevi conosciuto, non avrei mai più saputo vivere senza, senza il mio primino. L’odoravo, accarezzandolo per farlo rilassare; e pensare che sotto quei panni conoscevo bene ogni centimetro del suo giovane corpo, eppur sentivo che in quel frangente sarebbe stato eccessivo l’intimità della pelle nuda, foss’anche solo quella del pene, poiché una precognizione m’invitava a cautela. Capitò per caso su forum dei ragazzi e le prime esperienze, con tanto d’inchieste, testimonianze e storie, con belle ragazze e tamarri un po’ brufolosi, tutti approcci con l’altro sesso: ovviamente, in tv, il sesso fra ragazzi non esiste, anche se in altre circostanze, io e lui, saremmo probabilmente stati su quel divano con il suo cazzo in mano. Venne poi uno stacco pubblicitario e Luca inspiegabilmente galvanizzato mi disse: – Alle, ma tu l’hai mai fatto… – e col braccio fece esplicito gesto della chiavata. - Ma che domande sono? – gli risposi imbarazzato:; che bisogno aveva di chiedermelo, lo sapeva che anch’io, come lui, con una ragazza non c’ero mai stato; perché lo chiedeva? – … tu allora? Che mi dici di te?– non potevo far altro che incalzarlo. - Io… Che c’entra?- - Come che c’entra! Hai fatto la domanda, rispondi!… – doveva pur prendersi le responsabilità di quello che chiedeva, ma ora che era lui a dover rispondere si trovava a sua volta in imbarazzo; sedici o quattordic’anni non fa differenza… quella domanda è sempre una brutta bestia. - Eh… io… io… no! Ma che c’entra, io sono più giovane… - non coglievo il ragionamento. - …e allora? – - eh! C’è che te, a sedic’anni, non hai ancora avuto la ragazza…– neanche mia madre mi faceva questi ragionamenti. - e allora, neanche tu se è per questo! – e fra l’altro era pure più bello di me. - Sì, ma io sono giustificato… - - Cioè, non ho capito! … a sedic’anni è obbligatorio avere la ragazza, a quattordici no! Per due anni in meno sei giustificato, che cazzo di logica è! – no, proprio non ci stavo a passare per il frocio della situazione mentre lui si tergeva bellamente la coscienza sulle mie spalle; come se lui avesse ancora l’attenuante di poter avere la ragazza per l’età, mentre io avrei dovuto già averla avuta talaltro mentre si trovava tra le mie braccia! - Oh, stai calmo! Insomma sono più giovane, … ho vissuto meno tempo di te. – forse mi stavo sbagliando. - Questo non vuol dir nulla! e poi più giovane? …più piccolo, semmai! – - Più giovane! – - Più piccolo! - - Più giovane! Più piccolo…che differenza c’è? – disse infastidito dal sentirsi dare del piccolo. - C’è che prima sei più piccolo e poi più giovane! – - … e quand’è che si è “più giovani”?- - …quando si smette di essere più piccoli! – - Mmm …e quand’è che si smette di essere “più piccoli”… – - …quando diventi più giovani! – mi divertivo a prenderlo in giro con le parole. - Mmm… allora! – si stava indispettendo - … allora diciamo che sei più piccolo finché non smetti di crescere… – e lo strinsi forte, volevo solo capisse che il mio considerarlo più piccolo non era per sminuirlo o ma un vezzeggiativo; poi poggiai la testa sulla sua nuca in cerca di tenerezza; mammamia quanto m’era mancato… non avrei più lasciato tornare a casa dopo quella lunga settimana d’assenza cui temetti di perderlo. Dopo qualche minuto di silenzio, mi prese la mano che lo sorreggeva e se la portò al petto intrecciandovi le sua alle mie dita, e: – Alle … non voglio più che litighiamo…–; disse con quella voce quasi immagonita; Luca, pensai, bastasse solo volere per poi potere… ma, forse, a questo mondo soltanto gli dei possono tutto ciò che vogliono: a noi non resta altro che volere soltanto ciò che possiamo! Lo portai sotto di me mettendomi su di lui a quattro zampe, e lo guardai fisso negli occhi: il suo tenero viso mi guardava attraverso quelle immense luci castane; chissà se anche lui provava quello che provavo io in quel momento per lui? un sentimento misto d’amore e d’affetto; una cosa che andava ben oltre il semplice gesto, che adesso avrei fatto, e noi due, malgrado trovasse in quello il sua più alto manifesto. Mi alzai sulle sue ginocchia, slacciandogli a poco a poco i pantaloni: il primo, il secondo, il terzo, l’ultimo bottone, contavo guardandolo in faccia, poi quello lembo d’indumento biancò iridescente l’intera penombra della stanza dall’ali aperte della fessa. Vi appoggiai la mano: era lì, bel duro, già scoperto in tutta la sua metà superiore, sotto la canottiera, diretto come al solito al suo ombelico. Un piccolo massaggio col palmo a quel bel bindello, e Luca si rinfrescava già le labbra sottili. Abbassai; stupendo! Passai la mano per carezzare quella bella duo-decimetrica a me sì tanto cara, poi m’avvicinai: – Quant’è che non… - - Tre! – Fantastico! Ammiravo la sua resistenza:io non passava giorno che non mi masturbavo, da quando l’avevo conosciuto, perlomeno la sera prima di andare a letto. Era ora riprendermi ciò che m’aspettava e senza altro indugio… scesi a volo raso; finite le sue vesti una vampata di caldo m’infuoco il mio volto irradiata dal quel magnifico coso. In quel momento non mi andava altro che il suo cazzo, il suo odore…e allora dentro, scappellandolo direttamente, mentre Luca cominciava il suo concerto. Ma come feci una settimana senza? senz’ospitarlo dentro la mia bocca; non so se per il connubio che creava tra me e lui, o per il semplice fatto che mi strapiacesse un lungo cazzo o per quello che di lì a poco mi avrebbe regalato, ma sta di fatto che ora, sol ora, mi sentivo bene, soddisfatto; in pace con me stesso. Lo ingoiai un po’, come sempre, fin dove potei, poi nuovamente solo la cappella; su quella cosa rossa o rossastra, o rossiccia – non riuscivo a distinguere il colore -, e il suo taglietto centrale che si complanava così bene alla mia lingua, mentre una goccia saporita n’usciva; quel succo, quel sapor di seme e forse unico e solo di ragazzo, e non del suo semplice cazzo, m’indicava che c’era… che lui ora c’era e dopo, e per sempre, e in me e dentro me. Lo succhiai col suo ansimo che toccò le stelle, e poi ancora venire; lo succhiai, strusciando la lingua e quel liquido vischioso contro il suo glande; lo succhiai e lui ancora veniva a non finire, una cornucopia di seme per la mia impura delizia e assieme dannazione di lui che gocciava. Buttai giù qualche flutto ponderandone il sapere, non potendomene dopo l’astinenza arrischiare anche un sol boccone inassaggiato: oro bianco, era per me, oro liquido non men prezioso della sua amicizia o della suo presenza in quella stanza. Salii lentamente per guardarlo nelle pupille, l’abbraccia da dietro prendendone le scapole nella mano; tenere quell’ossuta consistenza nel palmo mi davano vivida essenza della sua fragilità e assieme senso di tenerezza: – Scusa.. – bisbigliai e lo baciai sul naso nella penombra della stanza. Sembrava starci ora un lieve distacco di coccole e abbracci, ma: – Cazzo! … mia madre! – sentii il suo rumore per le scale; doveva essere arrivata appena quand’eravamo troppo presi per essercene accorti, e ora saliva. Presto avrebbe aperto quella porta: – Dai vestiti… – lo imboccai shockato, alzandomi mentre la luce si accendeva; corsi subito alla cucina per farne scudo col mio corpo e dargli il tempo di rivestire. - Ciao mamma! – recava già le borse della spesa. - A eccoti! È tutto spento… – allorché Luca riemerse dal buio – a, ci sei anche tu; finalmente ti rivedo! - - ‘giorno… eh ‘sera! – salutò diligente. - Cosa fai, resti a cena? – lei si sentiva sempre in debito per il fatto che la sua mi accompagnasse a scuola, i genitori… perché noi non ci facciamo mai così tante menate ad accettare una gentilezza? - No, devo andare… – e prese la cartella –mi accompagni? – mi si riaccostò; aveva nel tono un qualcosa di sottinteso a cui non potevo dir no. Accompagnai l’ospite in garage, oramai rimessa abituale anche del suo motorino, da quando la stagione si era fatta peggiore; lo vedevo in smarcato turbamento: una parte di lui sembrava dover andare, ma un’altra ancora voler rimanere. Riprese il casco due o tre volte farfugliando qualcosa sul domani, poi lo ripose sulla sella e si riavvicinò ruffiano: – allora vado… – sembrava voler sentirsi dire “no resta”. - Dai, ci vediamo domani… - - Sì, però… – mi agguanto il fallo – posso ricambiarti prima… - Già, il ricambiare… gli si leggeva in faccia che aveva voglia di succhiare; – Dai, vieni! – lo condussi nel ripostiglio, o forse nel cantinino; boh? Per me era solo il luogo dove mio padre teneva gli attrezzi. Lo prese subito in bocca; mi piaceva così, chino e piccino, da tenergli la mano sulla morbida cavezza alla giusta altezza, dopo tutte quelle volte che io m’ero prostrato per lui. Si sentiva che lo stava gustando, dopotutto era pure lui reduce da una settimana d’astinenza, e andava su e giù spingendo e mugolando, avrei resistito anche un quarantacinquina di minuti pur di godermelo così se non avessimo sentito nuovamente dei passi per le scale: – Alle, va tutto bene?- - Presto prendi questi! – gli allungai i primi attrezzi a tiro, poi uscimmo in fretta mentre lei entrava. - tutto bene? – - Sì, stiamo solo controllando il motorino… – e mentre io mi fingevo meccanico Luca reggeva martello e chiave inglese, come fossero coltello e forchetta, con l’aria di chi non sapeva cosa farsene; non poi un cosi gran attore. - Beh, non è guasto… – - No, va tutto bene, ciao – fortuna le donne ne sanno poco di motori, perché come squadra eravamo davvero malmessa, e quel motorino non era manco stato aperto. Mia madre andò via, pericolo scampato! Ma ora era proprio momento di andare: – Dai Luca alla prossima! - - Sì, è meglio! – prese il casco, poi mi ritornò vicino con lo sguardo malandrino: – Però me lo fai vedere un’ultima volta… – che insaziabile… però era anche giusto: nello scuro dello stanzino non l’aveva visto, l’aveva succhiato, ma non visto. Lo guardò bene, lo strinse forte, mi diede tre colpi di sega contati e se ne andò via felice come una pasqua, mentre a me non restava altro che arrangiarmi da me. Consulta l’Indice per l’elenco cronologico dei racconti.
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