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SEXY DREAMS – 4th (hard)

Quando, solamente tre ore fa, sono arrivato con la macchina al parcheggio del motel, lei si era appena registrata alla reception, e, tenendo in mano le chiavi della camera che le era stata assegnata, era passata davanti a me.
Io l’avevo guardata con interesse, e anche lei non mi aveva di certo ignorato, ricambiando il mio sguardo senza alcun imbarazzo.
Con passo sicuro e andatura elegante, un nero borsone da viaggio nella destra, la coda di capelli biondi ondeggiante sulla schiena, la donna si era diretta alla porta della camera a lei riservata, aprendola rapidamente e sparendovi in un attimo all’interno.
Una donna veramente attraente, avevo subito pensato, mentre anch’io mi registravo per la notte, ancora ignaro degli straordinari sviluppi di quell’insolita serata.

La mia camera era tre porte dopo la sua.
Il tempo di una rapida doccia ed un altrettanto veloce cambio d’abiti, ed ero uscito alla ricerca di qualcosa da mettere sotto i denti.
Cento metri dopo il motel, lungo la grande strada statale, l’insegna illuminata di una rosticceria mi aveva immediatamente attirato: esattamente come una farfalla notturna è attratta dalla luce di un lampione.
Avevo aperto la porta del locale e…
E lei era lì, in un tavolo d’angolo, nell’attesa di essere servita.
Per la seconda volta in quella serata i nostri sguardi si erano incrociati all’istante, gli occhi dell’uno magneticamente attratti da quelli dell’altra.
Il locale era in pratica deserto, a parte un paio di tavoli occupati da camionisti di passaggio e diretti verso l’ancora lontana Salonicco.

Senza alcun’incertezza, mi ero diretto verso il tavolo occupato della donna, scostando la sedia e sedendomi di fronte a lei.
In silenzio c’eravamo guardati per lunghi istanti, e nei suoi occhi avevo letto la mia stessa curiosità ed il mio stesso desiderio.
Un’attrazione reciproca.
Di questo si trattava, dunque.
Un’attrazione fisica improvvisa, tanto irrazionale quanto irrefrenabile.

Avevamo quindi mangiato, quasi in assoluto silenzio, le poche frasi intessute di banalità: ma gli occhi… i nostri occhi non si erano lasciati un attimo soltanto, iniziando loro a fare l’amore prima dei nostri corpi frementi.
Dopo la cena, lei era venuta direttamente in camera mia, come si trattasse della cosa più logica e scontata.
Avevo chiuso a chiave la porta della camera, l’avevo baciata inebriandomi del suo profumo, e l’avevo lentamente spogliata, scoprendo un corpo di una grazia e di un’armonia assolutamente fuori del comune.
Quindi l’avevo accarezzata a lungo, riempiendomi le della sua pelle liscia e vellutata.
Alla fine era stata lei stessa a togliermi gli abiti, restituendomi tutte le carezze che io le avevo appena regalato.
Completamente nudi, eravamo crollati sul letto, travolti dalla passione e dal desiderio: in un attimo ero entrato in lei, penetrandola e riempiendola della mia eccitazione e della mia voglia di .
Avevamo scopato a lungo, in una girandola di sensazioni e di posizioni, in un’esplosione continua d’orgasmi senza fine.

Ora, seduto su questo consunto e vetusto divano, dall’improponibile color aragosta, la schiena comodamente appoggiata alla spalliera e le gambe divaricate, la osservo con compiacimento, meravigliandomi ancora una volta del suo splendido corpo.
Siamo entrambi ancora completamente nudi.
Lei è sdraiata accanto a me, distesa sull’altra seduta del divano, le gambe appoggiate di traverso sulle mie: la bottiglia di vino gelato che avevo comprato prima di uscire dalla rosticceria è quasi vuota, ed i bicchieri sono appoggiati sul pavimento.
Nuda, rilassata, e così abbandonata dopo il appena consumato, lei è semplicemente stupenda.
E la sola vista del suo sensuale corpo mi accende ancora una volta il desiderio.
Ho il nuovamente in erezione, così e pulsante come non mi succedeva da troppo tempo.
Sento ancora un’incontenibile voglia di lei, di sdraiarmi e di perdermi su quel corpo invitante che sembra solo aspettarmi.

Faccio scorrere gli occhi su di lei, gettando altra benzina sul fuoco ardente del desiderio.
I biondi capelli, ora sciolti, le incorniciano il volto dai tratti regolari, quasi cesellati dalla mano di un artista: gli occhi, grigi e profondi, le labbra, piene e sensuali, a circondare denti piccoli e così meravigliosamente candidi.
I lunghi orecchini dorati che terminano in un ciondolo azzurro, lo stesso ciondolo della collana che lei indossa: sembra essere quasi una pallina azzurra, che ora è appoggiata nell’incavo tra i generosi seni.
La sua mano sinistra è abbandonata sul divano: una mano elegante, dalle dita snelle e dalle lunghe unghie laccate di rosso molto scuro.
La destra, invece, circonda delicatamente un seno, mentre le dita pizzicano in modo malizioso il capezzolo eretto.
Scendo con lo sguardo lungo il suo corpo, sul ventre e sulla , appena velata da una rada peluria chiara: per un attimo penso di masturbarmi di fronte a lei, eccitandomi al solo guardarla.
Godrei intensamente, affascinato e turbato dalla sua bellezza.
Ma è il pensiero di un solo istante.
Perché è lei che vuole continuare a donarmi il .

La vedo muovere le gambe: le sue cosce si allargano, mostrandomi il aperto e grondante d’umori, mentre, dalle ginocchia in giù, le gambe si piegano e tornano ad avvicinarsi, fino a che i suoi piedi mi abbracciano il , in una stretta leggera e di un sconvolgente.
Ora la sua mano ha lasciato il seno, è scesa al che sembra offrirsi ancora più invitante di prima, e l’indice ha preso a premere sul clitoride, con delicatezza ma senza esitazione.
Immediatamente il suo respiro torna a farsi affannoso, carico di desiderio e di libidine.

I suoi piedi sono bellissimi: affascinanti e seducenti, mi accarezzano, e quello smalto rosso così scuro, lo stesso che ha sulle unghie delle , e che contrasta meravigliosamente con il rosa della pelle del mio , è l’ultimo tocco che mi proietta verso il delirio finale.
Volto il viso e inizio a leccarle il ginocchio, e con la mano le accarezzo il seno.
Mentre lei si masturba, i suoi piedi scivolano esperti sul mio pene fremente, scappellandomelo sempre più a fondo, gli alluci a strofinarmi la pelle sensibile della punta.
La vedo sussultare all’intima carezza della sua mano sulla , preda dell’ennesimo orgasmo di quell’incredibile notte.

I piedi hanno aumentato il ritmo, masturbandomi deliziosamente: provo a resistere, ma ben presto capitolo di fronte a quel dolce supplizio.
Dalla punta del mio esplode tutta la mia eccitazione, in un fiotto di sperma, denso, bianco e bollente, e che cola eroticamente sulle dita e sulle unghie di quei due piedi da favola.
Senza fiato, svuotato d’ogni energia, resto immobile ad osservare le sue fantastiche estremità, ancora strette attorno al mio .

Mi porto un suo piede alla e inizio a leccarle le dita, lentamente, accuratamente, ripulendo del mio sperma le sue unghie laccate; e, solo in quel momento di folle passione, mi accorgo di non conoscere nemmeno il nome di questa splendida creatura, meravigliosa ed unica amante di una notte qualunque.

FINE

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SEXY DREAMS – 4th (hard)

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Luca era più bello e assorto del solito stamane, e la mia animella dispettosa non poteva far a meno di tramargli dietro, perché in fondo a me dava fastidio vedermi intorno della gente tranquilla – fosse essa persona o animale –; e forse per questo che quando vedevo Niki sopire tranquillo, tutto rotondo, lo stigavo sempre: perché la sua tranquillità mi faceva invidia!
Allora, Luca hai finito di farci il rodaggio al tuo trabiccolo? – guardò interrogativo: – quando vuoi, dimmi, che lo portiamo a truccare! –.
Si,che ho finito! – disse acidosetto: – e già da un mese! –.
E hai tolto i fermi?
No! – continuò come prima: – e comunque sarà il tuo un catorcio! e pure vecchio!
Oh, ma che hai!?
Ah, fai tu…, mi hai detto che ho un “trabiccolo”!
Ma ve’ che non è mica offensivo!
Ah no…!
No! vuol dire:… ‘aggeggio’! – e si tacque – quindi taci se non sai le parole! o chiedi… – l’incalzai: – e poi il mio non è neanche così vecchio come credi, …bello! – dissi ora io acidosetto.
No…?
No, saranno sì e no… dieci mesi che ce l’ho!
Davvero?
Certo! Io non ho mica mamma e papà che me lo comprano appena l’ho chiesto! a quattrodic’anni… – sottolinea, spargendo veleno da tutt’i pori: – Io per un anno sono andato col Ciao, carino! – ma finita la mia filippica, Luca mi guardava cogli occhi lucidi.
Ma perché mi tratti così!? – disse: – delle volte sembra quasi che io ti stia sul ! – e fece come per andarsene, ma io lo fermai.
No…! no…! dai Luca… scusa! – e l’abbracciai.
Eh, prima mi tratti male, e poi mi abbracci! – disse tentando ancora di scappare.
Dai, Luca scusa… scusami – lo strinsi ancora più forte; non l’avrei dovuto trattare così: come un ragazzino viziato non lo era affatto, ma l’invidia certe volte fa dire cose irragionevoli. – …lo sai che delle volte sono un po’ stronzo! –.
Un po’…? Un po’ molto! – mi disse, ma me lo meritavo tutto.
Scusami dai…, hai ragione!
Sì, va be’, ma lasciami!
No, dai…, resta qua!
Devo finire! – s’impuntò.
Dai, fallo qua! – lo trascinai tra le mie gambe, sulla mia sedia: non potevo lasciarlo andare, o sarebbe scappato.
Senza dir niente si rimise a studiare con me che l’abbracciavo, così – per me – mi diede anche l’implicito assenso ad accarezzarlo in ogni suo dove, su tutto il suo corpo. Per tutto il tempo non lo lasciai andare: sempre un braccio cinto intorno alla vita, sempre una mano sulla schiena o la chioma, volevo essere per lui l’ideale guscio di tartaruga entro cui rifugiarsi, ma sentivo che ancora mi resisteva: – Luchino che fai? – lo accarezzai lungo i fianchi affacciandomi alla sua spalla.
Non chiamarmi così! – disse stizzoso.
Dai… – lo accarezzai ancora per ricever risposta, ma non rispondeva: – Perché? –.
Perché no!
Va be’, allora Luchetto…
No! neanche quello! – ma che aveva contro gl’ipocoristici? Fors’era per il mio stesso motivo che non amavo di sentir pronunziare il mio nome per intero, ma lui era per gli alterativi.
Allora Cinnazzo… – provocai.
Mhmm!
Ma allora come ti debbo chiamare…?
Luca! anzi non chiamarmi affatto!
Ma si può sapere cos’hai oggi? – gli strofinai i capelli.
È che domani ho un compito… – s’accasciò disperato: – …e non ci riesco! –.
Oh Luca, a cosa?
A impararlo… – e dopo un po’ d’insistenza mi spiegò che quel periodo di storia proprio non riusciva ad entragli nella testa, o meglio ad uscirgli, perché quando ne aveva bisogno che non riusciva a rammentarlo, tipo durante le interrogazioni, fin dalle medie; insomma una sorta di sua nemesi storica. Ma la cosa che più, sentivo, lo disperava era l’idea dell’insuccesso che proprio non digeriva; e strano perché i suoi, mi sembrava, non lo pressassero affatto, ma forse era la sua predisposizione innata all’eccellenza a impedirglielo.
Dai Luca…, scommettiamo che la sai? – gli accarezzai la sua testolina bionda, ma Luca emise solo un muggito sconfortato. – Oh… facciamo una pausa… – proposi: – dai che ti faccio una bella sega! –, e dopo un po’ di moine cedette alla mia sega rilassatrice.

Lo accompagnai al divano con la testa poggiata al braccio e le gambe in centro, poi ne sollevai una per mettermi a sedere.
Perché? – mi chiese.
Perché così sto comodo anch’io, permetti? – o solo lui primino doveva star comodo mentre io gli facevo la mia sega rilassatrice? così m’infilai tra le sue gambe, una davanti e l’altra dietro, e incominciai a sbottonarlo. O che dolce! mentre se ne stava buono buonino a farsi slacciare i pantaloni, poi gli presi il suo notevole fallo: non , ma già abbastanza barzotto per poterlo segare.
Dove metto? – mi chiese.
Ma metti dove vuoi! – ma cosa vuoi che me n’importi a me di dove metteva la televisione, ché mi stavo godendo la sua bella bega, ormai più famigliare nella mia mano del manubrio della bici o della manopola del motorino.

***

Allora, sei più rilassato? – gli chiesi dopo un bel po’ di masturbazione ma senza alcun intento di libiditorio, perché io volevo rilassarlo, non stimolarlo: infatti l’avevo preso appena sotto la cappella.
Sì! però ora devo continuare… – disse alzandosi sui gomiti.
No! stai…
Ma…
Stai qui, lo facciamo insieme!
Ma…
Stai lì! – lo bloccai con risolutezza: – Torno subito! – e lo ripoggiai con una mano sul petto. – Allora dov’è? – ritornai col libro.
Ma devo studiare! – ribadì alzando il tono, come io se non avessi capito.
E adesso lo facciamo… stai tranquillo! Dimmi la pagina! – lo calmai: – L’hai studiato? –.
Sì!
E allora, dai… che ripassiamo insieme… – poi mi rimisi tra le sue gambe, riprendendone l’uccello: – Bene, inizia! –.
Mahhh… – mi guardò perplesso mentre tenevo il suo uccello; ma era proprio quello il bello!
Tu inizia, che io continuo! – continuai la sega e dop’ancora un po’ di titubanza Luca incominciò a ripetere. Io lo masturbavo e lui ripassava, e quando sbagliava gli stringevo il fallo in modo ch’associasse l’idea del dolore all’errore, e poi correggevo e quindi lui ripeteva; e se diceva tutt’esatto, ogni tanto, scendevo e gli baciavo quella carminia cappella.

***

Bene! Allora, visto che sai tutto!? – gli cominciai un’energica sferzatina.
Sì, però dammi che voglio controllare!
No! – allontanai il libro: – Luca, sai tutto! – e dopo averlo messo via velocemente, gli salii sopra.
E adesso…? – mi chiese con malizia.
Adesso ti do il voto! – mi fiondai sul suo pene. Quel di primino mi aveva fatto perdere l’intero pomeriggio per il suo ripasso, e ora mi doveva per lo meno una ricompensa: quel contentino che solo lui mi poteva dare; già il sentire il suo lungo nel mio cavo orale era per me una rimunerazione più che degna, poi, se mi faceva partecipe anche del suo orgasmo, come sinora sempre aveva fatto, eravamo definitivamente a posto.
Luca gridò: un gridolino acuto pervase l’aere e un saporino acre il mio palato: come sperato.
Luca… – volevo chiedergli; ma mi fermai, perché mi sembrava blasfemo chiedergli se il voto che gli avevo dato gli era piaciuto, data l’estasi sul suo volto. – Vieni sù! – allora lo tirai in piedi, per coricarmelo addosso, ma vista l’ora preferii abbracciarmelo e accoccolarmi con lui a guardare la tivù.
Che bello stropicciarsi un primino guardando la tivì, era un po’ come avere un orsacchiotto tutto per me e anche d’una discreta consistenza visto che non si sfaldava come certi pupazzi al primo strapazzo; poi a un certo punto sentii la sua faccia vicina: un bacio m’aspettavo, casto, sulla guancia; ma mi sentii leccarmi a fianco dell’orecchio.
Beh, mah!… Luca…! – esclamai portandomi la mano su quell’impronta d’umido che m’aveva lasciato quasi come una basetta d’acqua.
Mm… così! – disse con nonchalance in risposta alla mia implicita richiesta di spiegazioni.
Cosììì…?! Te lo do io così! – gli saltai addosso eccitato dalla sua trovata, mentre lui rideva. Io lo sovrastavo e lui rideva: iniziammo una giocosa lotta fatta di risate e solletico, e quel biondino stava avendo la peggio, quando sentii commentare alle spalle: – Dunque è così che studiate! – disse mia madre apparendo dalla cucina.
Oh oh! – bisbigliò subito Luca portandosi le a chiudere la patta, per fortuna che lo schienale lo nascondeva.
Dai, muoviti! – intanto io andai. – Allora ma’… – dissi come riempitivo per prendere tempo.
Cosa?
Niente…! – tanto era solo per perdere tempo, e dare modo a lui di sistemarsi, infatti arrivò d’improvviso tutto puntino
Ciao allora… io vado! Ci vediamo domani! Ciao! – saluto anche mia madre, per la prima volta, con un «ciao» per la fretta, scomparendo poi per la tromba delle scale.

***

Stavo bevendo a collo ribeccandomi l’ennesima la romanzina da mia madre, quanto Luca rientrò dalle scale con la faccia sconvolta. – Beh…? – esclamò lei vedendolo che sembrava appena aver visto un fantasma; a me invece la sua espressione suscitava un sacco di risa.
C’è… c’è Niki sul mio scooter… – balbettò; benedetto d’un gatto: ce l’aveva quel brutto vizio!
Subito mi misi le tra i capelli per assumere anch’io una faccia sconvolta: – Beh…, caccialo via! – gli risposi con ovvietà.
Ma ho paura che me lo graffi…! – sembrandomi così pìcciolo, che subito cercai lo sguardo di mia madre per irriderlo, ma lei si raccomandò: – Dai aiutalo! – con fare compassionevole; in fondo c’aveva ragione: un primino andava aiutato, non deriso, e così lo accompagnai per un braccio a vedere il motorino.
Era un amore vederlo scendere le scale così timidamente preoccupato, mi faceva una tenerezza assurda, specie se pensavo alla nullezza del suo cruccio ch’eppure gli faceva uno sguardo così dolcemente turbato da non potermi però esimere dallo spauricchiarlo! Aprii la porta; ed eccola là la vendetta di Niki, che per averlo lavato ora si toelettava, per una legge del contrappasso, fieramente sul suo scooter, quasi fosse su di un piedistallo.
Luca, mi raccomando, non muoverti! – lo vidi impietrirsi.
Perché?
Perché dopo, se si spaventa, scappa e ti graffia la sella… – il suo sguardo si fece d’un bianco che pareva svenirsi all’idea di trovarsi uno squarcio sul motorino (nuovo): – lascia fare a me! –.
Lemme mi avvicinai per aumentare la tensione e facendogli cenno di tanto in tanto di non fiatare, così da vederlo col groppo in gola, poi giunto in prossimità di Niki l’afferrai ratto, mentre ancora si lavava. – Preso! – gridai esibendolo come un trofeo, e Luca subito s’avvicinò per fargli un «veeehh» che suonava di tutte le raccomandazioni del mondo, poi si chinò a controllare lo scooter.
Ma no…! – lamentò mentre crogiolavo Niki.
Che c’è?
M’ha graffiato lo scooter! – disse indicando le carene, avendo come un moto stizza in cui non sapeva quasi se prendersela con quel batuffolo in fusa tra le mie o se perdonarlo per la sua incoscienza.
Dove?
Qui! – m’indicò sotto la sella.
Vidi un piccolo rigo sottile un fil di capello: – Hai ragione! hai fatto bene a dirmelo: così ora lo picchio! – alzai la mano, ma lui: – NOO!!! – mi fermò il braccio: – Ma poverino!! –.
Ma poverino de che!? T’ha graffiato lo scooter!
Sì…, ma non è colpa sua! non l’ha fatto apposta! – sì, in fondo era solo un gatto…, non avrebbe potuto farlo con intenzionalità (o no?); tanto, comunque, non avrei picchiato il mio micio: non era mica il mio scooter quello …; poi Luca tornò a ridisperarsi come un primino lagnoso.
Uffa… ma ! – continuava a guardare il suo motorino “graffiato”, mentre io mollavo il gatto.
Fa’ vedere, vah! – intanto lui continuava calpestare come un Paperino inocato: – …ma questo non te l’ha fatto un gatto! – dissi.
Ah no…! –.
Luca, il gatto non fa free climb per salirti sul motorino; ci salta! – lo ammutolii immediatamente.
Ma allora cos’è? – non voleva però arrendersi ad attribuire la colpa a qualcun altro.
Mah… l’avrai fatto tu… – l’imbeccai.
E come!?
Luca… queste carene sono belle, ma si graffiano con niente! guarda il mio…, ch’è solo lavato! – e si precipitò a osservarlo tutto micrograffiato da graffiature circolari. – Comunque, dai…, con un po’ di Polish va via tutto! –.
Come…
È un prodotto per levare i graffi! lo usa mio padre lava l’auto! – Luca mi guardò come per chiedermi di non dargli false speranze: – Dai, faccio così: un giorno di questi, quando vieni, li laviamo e ce lo diamo… – dissi per confortarlo, ma lui…
Ehm… – mormorò, ciondolando come un bimbetto vergognato: – non è che si potrebbe fare domani? – domandò velocemente.
Va be’, dai… facciamolo domani! – l’accontentai…

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Link:
La vendetta di Niki

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Beh, almeno a me una donna me l’ha toccato in vita mia! – replicò Luca vendicativo in risposta a una mia provocazione giocosa, mandandomi diritto nel panico (manco m’avesse fatto una sua mossa d’aikido!). Chi? Come? Quando? subito mi venne in mente sua madre che gli toccava il pisellino da piccolo mentre gli faceva il bagnetto, ma poi compresi ch’era inverosimile, persino per lui, ch’elevasse quella figura materna a icona femminile, per di più in accezione erotica, di “donna”; ma allora chi era quella sciagurata? – Chi scusa? – domandai con pacatezza per celare il mio rovello interno.
La dottoressa! – esclamò, scontando ch’io conoscessi ogni minuto della sua vita – quella che me l’ha scappellato! – precisò: aaha… ‘quella’ dottoressa…
Ah, beh…, ma, se è per quello, allora anche a me una dottoressa me l’ha toccato in vita mia! – e a differenza sua non c’era mia madre con me nella stanza!
Quando?
Boh, sarà stato in prima media…, durante la visita credo… – Cacchio! ma allora anche a lui l’avranno fatta … – realizzai – quindi non eravamo affatto pari quanto a toccatine da quelle parti…
Come!? – esclamò stupito.
In prima media! Non ve l’hanno fatta la visita?o forse eri ammalato…
Sì…, forse…, – smozzicò rammentando: – ma a me non l’ha toccato! – beh, meglio! comunque non avrebbe potuto dimenticarselo se fosse successo, visto che si ricordava quella volta in cui aveva nove anni! Probabilmente, allora, era soltanto la nostra dottoressa, la pervertita che si divertiva a toccare i pistoletti di noi ragazzini delle medie. – Ma che ti ha fatto? – mi chiese interessato: avevo acceso la sua curiosità pruriginosa.
Niente, – mi atteggiai a figo: – più o meno quello che ha fatto a te! – e mi fece segno dello scappellamento – Beh…, a me non l’ha aperto, e poi prima mi ha toccato le palle! – specificai.
Ma allora te l’ha toccato o no? – a lui interessava solo sapere se l’avessero toccato anche a me o se era soltanto lui l’unico detentore di quell’insolito primato.
Sì! ma non come a te!
Cioè?
Cioè me l’ha scappellato…
…pure a me!
Mhmm, ma lasciami finire! A te l’hanno “aperto”, nel senso di ‘scappellato per la prima volta’; a me no, invece! e poi io non ce l’avevo – e questo per me era motivo d’orgoglio, perché significava che io, al contrario di lui, non ero un ragazzetto che non andava in eccitazione per ogni nonnulla, compresa una dottoressa racchia! e poi c’era la questione della madre anche: che nel mio caso non era dentro con me nello studiolo a guardare, ma forse su questo aspetto era meglio sorvolare se non volevo farlo incazzare, come spesso succedeva se gli si sottolineava un qualcosa che, secondo lui, potesse farlo sembrare ‘piccolo’. Ma l’attenzione di Luca era incentrata tutta s’un unico aspetto: – Ma allora perché te l’ha fatto? – mi chiese con la faccia che sembrava un punto interrogativo.
Per controllarmi se s’apriva! Vieni, che ti mostro! – lo presi per un braccio e lo trascinai con me sino al divano; non c’entrava un cacchio, ma dopo tutto quel parolare di scappellature e toccamenti, mi era venuto voglia di toccarglielo, solo che non sapevo che pretesto trovare.

Luca si lasciò trasportare tranquillamente, come un bambino condotto per mano incapace d’esprimere una propria autonoma volontà; non l’avevo mai visto così mansueto: mi pareva recasse la scritta: «fai di me quel che vuoi», e io lo feci: – Dai spogliati! –.
Perché…?
Devo farti vedere cosa m’ha fatto…, allora spogliati: io ero in mutande! – e il bello è che lui non mi aveva chiesto un bel niente, ma iniziò ugualmente a spogliarsi. Bravo, bravissimo, mi piaceva troppo vederlo seminudo, specie che ora quella mise gli s’addiceva così bene alla sua docilità: – No, lascia! La canottiera ce l’avevo… – perfetto, ora esattamente com’ero io allora, solo che lui era più carino di me.
Senz’obiettare seguì i miei consigli di mettersi sul divano e mentre m’ubbidiva, gli sarei saltato addosso mordicchiandogli quella spallina nuda, che sembrava spoglia apposta per me. – Mmm… bene! dunque…, – rimasi incantato dalla sua beltà.
Allora…? – fu lui a spronarmi.
Dunque! va beh…, lei prima mi ha pesato e misurato… – ma questo l’avevamo già fatto… – …poi mi ha fatto stendere, come te adesso, e (a tradimento) m’ha tirato giù le mutande! – che a pensarci bene non dovevo essere tanto diverse dalle sue di adesso, solo che io allora avevo undic’anni, non quattordici! Poi notai che il suo bel randazzo s’evidenziava già vistosamente sotto la canottiera, che per fortuna lo ricopriva, ma la sua sagoma mi creò ugualmente imbarazzo, forse perché m’immedesimavo troppo, col lui d’adesso, nel me d’allora; poi Luca m’acconsentì ad abbassargli le mutandine e così con un brivido di libidine, fu come se scoprissi lui adesso e me allora. Rimasi un’altra volta incantato dalla sua nudità, o per meglio dire dalla sua genitalità, anche se ora era soltanto quella dei maroni: ma dov’altro lo trovavo un più bel paio di maroni di quei due penduli testicoli! – Poi mi ha toccato i maroni! – gli dissi, e glieli presi proprio come lei allora, per fargli sentire lo stesso senso di fastidio che mi diede, isolandogli per bene una gonade fra le dita: – Ricordo che mi diede un fastidio tremendo… – commentai, infatti, anche lui movette la gamba infastidito.
Sì! dai…
Aspetta, mi ha fatto anche l’altro… – e gl’isolai anche quell’altro testicolo: mi piaceva troppo sentire quella fava dura dentro il suo sacco scrotale, e poi io ero un patito delle “ricostruzioni”e se le facevo, le facevo per bene…
Dai…! – ripeté infastidito: – Poi che ha fatto? –.
Mi sono sentito toccare il ! – e finalmente svelai il pezzo da novanta: mamma che cannone! era già in canna! – Vabbè, il mio poi non era così – e neanche così lungo!
Mmm! poi… – a lui interessava solo ch’io arrivassi al dunque.
…me l’ha preso qua(sotto la cappella) e ha tirato su e giù per veder se scorreva! – e io per mostrargli quella cretinata, avevo fatto tutta quella pantomima… -_-’ ! poi presi a masturbarlo.
Beh, e non te l’ha misurato?! – chiese Luca quasi stupito.
Ma Luca…, era una dottoressa, mica una maniaca! – ma che razza di visite s’immaginava lui… con dottoresse in guêpière e calze a rete? – e non credo che l’abbiano fatto neppure a te… –.
No…, però mi ha commentato… – disse con lo sguardo furbettino, come a lasciarmi intendere chissà quali apprezzamenti per le sue misurine intime.
Ma che vuoi ch’abbia commentato! – replicai io.
Niente…, però ha detto che “c’ero”… – continuò.
“c’eri”…!? …a nove anni?!
Veh, ch’ero così…! – mi mostrò la sua mano.
E allora, quelli saranno, sì e no, otto – nove centimetri al massimo… – gli ridimensionai il suo grand’affarino, poi ripresi a masturbarlo lungo tutti quei centimetri; ora sì, che si poteva dire che, in effetti, c’era…: sembrava di scorrere la mano lungo un tondino di ferro, e caldo, oltreché lungo! inoltre, era impressionante vederlo con quell’affare così saldamente innervato al suo figurino, propri ora che dalla nudezza traspariva tutta la sua esilità.
Gli poggiai una mano sul ventre per seguitarlo respirare, e che bello sentire tutto quel corpicino indaffararsi alla meta dell’orgasmo: doveva essere decisamente l’attività naturale più completa che il nostro organismo potesse fare: tutti i muscoli contratti in attesa dello spasmo, la circolazione in fermento, la mente rivolta a un unico traguardo e quelle manine, le sue manine, in vano cercare qualcosa d’afferrare; gli misi in mano l’uccello e subito Luca lo strinse. Incominciò a masturbarmi, ma l’impulso di vigore che mi diede, lo riversai immediatamente sul suo pene, di lui che ora iniziava ad ansimare. Vidi il suo fisico tendersi, la schiena inarcarsi, e lo svibradurai, e Luca vociò il suo primo gemito di godimento. Mentre glielo rollavo, mi chiedevo come mai sua madre non avvertisse proprio adesso, a quattordici anni – che si avvicinava all’età giusta per fare – , la necessità di portarlo a un’altra bella visita andrologica il suo bell’ometto; anzi, mi sarei offerto io stesso di fargliela, persino davanti a lei: gli avrei controllato io la discesa dei testicoli, la loro dimensione, l’evaginazione del glande, e pure la sensibilità balanica alla stimolazione orale, in luogo di quella vaginale, cosa che immediatamente feci. Mi tuffai su quella cappella affusolata e riflettei su quanto una donna, pur toccandoglielo con dovizia, non avrebbe mai potuto regalargli quello ch’io, in quel momento, gli donavo con la mia devozione: iniziai con profondi risucchi di gola e a maneggiargli i testicoli nel mentre coll’altra gli brandivo saldamente l’asta; e al terzo quasi mio colpo di singhiozzo, per via del suo pene fino in gola, sentii finalmente la sua fontana.

Luca smise pian piano di gemere e di stringermi pene, e io il suo ormai snerbo; era incredibile per me come un coso così grosso e potesse restringersi e divenire quella cosina così umile e tenera, che poggiandomi sul suo ventre, chiudendo un occhio, mi pareva ora terminare con una breve proboscidina rughettata, ora che fosse essa stessa una lunga proboscide liscia, e là in fondo la peluria bionda che io tanto amavo carezzare. Mi levai per baciarlo su quella tremenda pisellessa, ma quando mi alzai, Luca mi trattenne: – Dove vai? – mi disse: – adesso tocca a me! –.
Cosa?
Afarti vedere quello m’ha fatto!
Va be’… però io non mi spoglio! – precisai fin da subito.
Va bene…
…al massimo mi tiro giù le mutande, fino alle caviglie…
Va be’, tanto anch’io ero così!
Ma come…! – l’aveva visitato con la camicia e tutto il resto indosso?: – scusa, ma come ha fatto a visitarti? –.
Ma non mi ha visitato; ero andato là apposta per quello! – cioè per farselo scappellare…? no, basta! di quella vicenda non volevo più sapere nient’altro!
Beh… toh! allora… – mi tirai giù la tuta, ma quando venne il momento delle mutande…
No,’ spetta! faccio io; me le ha tirate giù lei… – argh! Luca…basta! Mi veniva voglia di piangere: come avrei voluto far parte di quel capitolo della sua vita; magari, essere anche solo l’assistente di quella dottoressa per potergli stare vicino…; poi mi abbassò le mutande col mio che a banderuola gli puntò subito contro. Su suo invito mi distesi sul divano di sghimbescio, e Luca lamentò che quella non era la posizione giusta.
Luca se ti va bene è così, se no è lo stesso… – m’impuntai: gli dovevo pur far vedere,ogni tanto, ch’ero io il più grande!
Okay… – disse Luca smorzando subito i toni, poi mi prese i maroni brandendoli con gran soddisfazione; ma non di quella che hai quanto fai a qualcun altro quello che lui t’ha fatto prima, ma proprio di quelle che ti prendono quando gremisci un gran bel paio di maroni che ti riempiono il palmo.
Allora, è adesso che t’ha detto che “c’eri”…? – provocai.
No, prima! quando mi ha tirato giù le mutande… – mannaggia…! avrei voluto saltargli addosso!
Va bene allora cosa t’ha fatto?
E… me la scappellato!
Così…, subito!?
Yesss! – e me lo prese in procinto di scappellarlo.
E tu hai gridato… – ricordai.
Sì! – ricordavo bene!
Allora inizio… – e appena mi aprì di poco il pene, iniziai: – uè… uè… uè… – imitando il verso del neonato.
Non è vero! Non ho fatto così!
E invece sì! – continuai: – gnueh… gnueh… – allora Luca me lo scappellò di colpo infilandolo mezzo in .
No, aspetta! Menamelo prima! – protestai, allora iniziò a sferzarmelo rudemente, stringendomi quasi al limite del dolore e scappellandolo a ogni discesa; era veramente eccitante così irruente: mi ricordava tanto il primino che avevo conosciuto al mare…, e poi mi chiese: – Te lo scappello anche? –.
Sì, certo! – e con una scappellatina e una leccatina alle dita, i suoi polpastrelli si trovarono presto a strusciare sul mio glande.
Ahh… Luca… – gemetti volgendo lo sguardo indietro e quando reclinai di nuovo il capo, lo vidi girarmi attorno al solco balanico con la lingua libidinoso: – Dai… Luca vai! – l’incitai, ma Luca continuò a leccarmi, a svibradurarmi, a tocchicchiarmi nuovamente sulla punta; insomma, di tutto tranne farmi venire. Continuò con quelle pratiche sado-erotiche fino a farmi implorare per venire, e solo allora decise magnanimante di concedermi l’orgasmo. Mi sentivo umiliato, ma, mentre colle gli tenevo il capo, a ogni affondo gridavo il suo nome: guardavo quella cucuzza bionda muoversi su e giù e intanto lo ringraziavo fino all’orgasmo.
Luca continuò a ciucciarmi anche quand’era finita; sembrava quasi volersi divertire a ballonzolarmi il pene con la , come un cane che non voleva mollare il suo osso, poi finalmente smollò il boccone. – Non sei venuto molto! – mi criticò com’ultimo atto d’umiliazione, quasi m’avesse voluto far capire che m’aveva colto in flagrante dopo una masturbazione.
Eh… sono venuto l’altro ieri… – mi scusai, oramai era come se fosse doverosissimo venire insieme, come una coppia d’usitati amanti, soltanto l’un per man dell’altro; e quindi s’accoccolò sul mio corpo gentile, dop’essersi ricomposto, giochicchiando col mio pene sino all’arrivo di mia madre.

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Mi risvegliai con un certo senso d’umidore al : ma Luca dov’era? non percepivo il suo ingombro di fianco, né le coperte mi parevano tese; ma mi girai, e non c’era… notai però un certo subbuglio là più in basso, come una sorta di muraglia ertasi attorno mio pube; – Mah… Luca!? – gridai beccandolo col mio pene ancora in , sotto le coperte.
Ho voluto darti il buongiorno! –disse salendo lungo il mio corpo e poi si poggiò: – Ti è piaciuto? – chiese dolcemente, mentre mi stringeva; ma cosa potevo rispondere a un primino così? certo che mi era piaciuto: un mattino iniziato con un bel biondino che ti fella, non poteva certo che essere un buon mattino; ma ora – mi rendevo – era tempo per un altro nostro coccolino.

Dopo una mezzoretta ci svegliammo insieme, ma molto lentamente: – Luca non hai fame? –.
Sì! – biascicò.
Alziamoci allora…
Mhmm! – si lamentò per non volersi alzare.
Sû…! – o mio pigro, pigrissimo primino. Luca pigramente si alzò e rimase a gattoni guardandomi con lo sguardo voglioso di coccole, così m’accostai con la mano a graffiargli quella flanella ciondolante, che pendeva dal suo corpicino, scivolando verso il suo pube; era lì, lo sentivo: quell’organo grandioso! ne percepivo la forza e la possanza provenire da quelle mutande pingui, così v’entrai. Luca mi guardava ancora con lo sguardo sonnacchioso, mentre gli massaggiavo i testicoli; poi m’aggrappai e m’alzai assieme a lui per metterci finalmente a sedere e uscire così da quel talamo di coccole.
Prima d’aprire la porta, Luca mi si accostò e abbracciò strettamente: – Dai, che andiamo… –.
Mhmm così…! – disse dolciotto, facendomi intendere che voleva ci andassimo così in bagno: insieme e abbracciati, ed ebbe iniziò il nostro walzer sonnambulo verso la porta del bagno; ma che aveva quel primino stamattina da essere così coccoloso?

Te lo tengo io? – dissi avvicinandomi a lui, già vicino alla tazza.
Certo! – rispose contento della mia proposta abbassandosi le mutande; ma sempre ce l’aveva! Glielo abbassai verso la tazza, poi lui s’inclinò ulteriormente per puntarlo meglio, appoggiandosi alla parete.
Ma come fai? – gli chiesi.
Beh, mica è sempre così! – ma allora solo io avevo la “sfiga” di beccarglielo sempre ! Aspettammo secondi, ma non usciva ancora niente: – Beh, allora…? –.
Eh… devi pompettarlo un pochettino! – disse mimando.
Dai muoviti! – o gliel’avrei data io la pompatina, ma non come se l’attendeva lui…! poi il flusso fluì; non so perché, ma mi dava una gran bella sensazione sentire quel fluido scorrergli dentro: le vibrazioni, il fluire, mi comunicava un gran senso d’energia; poi sgocciolò: – Scrollalo! – mi disse.
Beh, non solo…! – glielo scappellai per tamponarlo sulla punta con la carta igienica.
Ma fai sempre così?
Certo! – non era vero…
E adesso me lo lavi?
Certamente! – quello sì, che lo facevo sempre quando lui veniva. Lo accompagnai sul bidè e mi abbassai su di lui; mi piaceva troppo tenerlo così: tutto rannicchiato in me, e vedere il suo lungo bigolo stagliarsi sul lucido bianco della ceramica e, se era possibile, sembrare ancora più lungo. Ormai il suo coso, la mia mano e io eravamo una sol cosa, e invece di lavarlo, lo masturbavo; ma non mi sarei mai permesso di farlo venire: perché non mi sarei mai perdonato di sprecare il suo prezioso liquido bianco giù lo scarico del gabinetto; così mi fermai. A glande scoperto lo lavai in punta di dita, mentre Luca godeva: – Dai, basta! – purtroppo toccava a me porre fine al suo godimento.
Tu non fai pipì? – mi chiese. Ti sarebbe piaciuto, eh…? ma in tutti i modi non sarei mai riuscito a mingere con lui che me lo teneva.

Scendendo, trovammo Ronfone rannicchiato sul divano e ci tuffammo a coccolarlo: o meglio lui lo coccolava, io mi limitavo a guardarlo mentre lo accarezzava, ammaliato dalla sua splendida personalità mattutina, che risaltava in quel completino azzurrino; poi li lasciai soli sul divano: – Io vado a farmi un caffelatte! – dissi.
E io? – chiese Luca sopraggiungendo con la voce da primino abbandonato.
– …e per te ho preparato dell’Orzo Bimbo in biberon! – risposi provocatoriamente con quell’immagine che mi suggeriva il suo aspetto in quel momento; ma Luca non obbiettò: si mise a tavola e mi guardò con lo sguardo d’attesa. Lì per lì pensai che veramente s’aspettasse dell’orzo bimbo in biberon, e già me lo fantasticavo la domenica mattina sul divano di casa col biberon e l’orsacchiotto nell’altra mano, ma rifiutai l’ipotesi: – Allora… cosa vuoi? –.
Mah…, non ho molta fame stamattina!
C’è dello yogurt…
– Va bene! – annuì per farmi contento.
Al cocco… – annuì nuovamente, e così portai il suo yogurt e la mia tazza in tavola. Non me ne ero reso conto, ma ero diventato estremamente servizievole verso quel primino, alla faccia del suo monito materno…, ma che ci potevo fare se a me piaceva così? a me sembrava una specie di fratellino, e mi veniva spontaneo occuparmi di lui amorevolmente; vedendo, però, Luca mangiare quella quantità bianca entrargli in , mi venne in mente un’insolita idea. Misi da parte la scodella e presi un altro yogurt, sempre al cocco: – Mangi ancora? – mi chiese lui, che già aveva finito la sua colazione.
L’hai mai fatto “alimentare”… – gli feci intendere maliziosamente cosa, leccando la copertura alluminica del vasetto; Luca immediatamente si alzò in piedi e s’irrigidì di fianco a me con un cipiglio che sembrava dire: «fai di me, ciò che vuoi!». Gli abbassai le mutande, mostrando quella banderuola in forza dura, e poi gli carezzai le palline: aveva un’erezione degna del miglior alzabandiera in prima mattina; e poi presi quella cappella nuda e la immersi dentro quel cremoso liquido bianco con fare da chef. Luca subito emise un grido per il freddo, ma dentro la mia … il caldo, il freddo, il granulare, il liscio del glande: tutto era sublime, persino il caldo della sua asta nella mia mano contribuiva a quel mix d’antitetiche emozioni nel formare la formula alchemica del gusto perfetto; e poi ricominciai: ahm… Ogni volta che l’intingevo il suo corpo fremeva di un brivido di freddo, e poi lo riacclimatavo ospitando nella mia gola come un lungo termometro penieno; quando lo yogurt scemò, lo strusciai contro le pareti circolari del vasetto dando al suo corpo un altro tipo di riverbero di godimento. Finito quell’ennesimo gioco erotico, Luca parve non farcela più a trattenere il suo sperma in corpo, e chiedeva a me tacitamente di toglierglielo; – Dai, vatti a mettere sul divano! – gli suggerii, che presto sarei arrivato. Sparecchiai la tavola, ma sistemando le sedie notai però una strana macchia di sporco per terra a forma del suo sperma, ma era soltanto yogurt; non c’era tempo, però, per pulire: il mio primino era di là che m’invocava, segretamente…, ma m’invocava; Luca arrivo… o mio piccolo primino! Corsi subito da lui, che già si stava stuzzicando quella turgida mazza con la sua mano; gli diedi il cambio: – Ti piace, eh… –.
Quando me la fai tu, è più bello… – commentò.
Eh… certo, è la mano di un altro! – in realtà era perché ero io bravo.
Mm…? – non capì.
…è come quando ti fai solletico da solo; non ci riesci!
Io ci riesco! – disse– proprio qui! – e m’indicò il suo inguine.
Sì, va be’…, – incominciai allora a carezzarlo proprio lì: – diciamo, allora, che è come quando cerchi di farti le carezze da solo: non ci riesci; ci vuole la mano di un altro! – e così era per una sega…
Comunque era meglio prima! – disse.
Quando?
Sul bidè…
Aah! Beh… lì perché te lo tenevo, come te lo tieni tu solitamente! sei destro, no? Voltati! –e quel primino col fallo sempre in tiro si voltò: – Vedi! così è come te lo meni tu! – fra l’altro anch’io mi trovavo meglio a masturbarlo così: con la parte ventrale nel palmo e la dorsale a favore del pollice.
Però, io lo prendo più su!
Come… così? – l’agguantai al glande.
No, un po’ più di prima!
Così?
Sì!
È come me lo meno io! – col pollice appena sopra la corona del glande: così da stimolarla sia in andata che in ritorno, e intanto lui stragodeva! dopo d’un po’ però mi stancai di masturbarlo solamente: quell’odore di maschietto che m’invitava a metterlo in : – Se vuoi andiamo oltre… – dissi per tentarlo, ma Luca mi disse che ancora non voleva venire (?), così decisi di salire: – No, voltati di là! –.
Ma c’ho il coso! – indicò lo schienale che avrebbe a ostruirgli la visuale davanti.
Ma fa lo stesso… – tanto ero io che dovevo coccolarlo, abbracciandolo in quella insolita posizione. Incominciai a stringerlo, a respirarlo sui suoi capelli biondi, che ancora sapevano di balsamo, e poi, per avere un maggior contatto con lui, andai sotto la sua canottiera a carezzarlo, ma sentii subito un brivido di freddo: – Luca hai freddo?
No! – disse lesto, come se non volesse farmi preoccupare, ma io lo strinsi ancora di più; era in quei momenti che sentivo che sarei potuto diventare una belva, se solo gli fosse accaduto qualcosa, e quasi temevo quella parte di me.

Mi risvegliai con Luca addormentato sul mio braccio e un cruccio per la testa: dovevo far sparire quelle tracce di lui, della sua permanenza; così mi alzai: – Dove vai? – mi chiese lui con la voce da primino in timore d’abbandono.
Tu sta qui, che io devo fare delle cose… – lo accarezzai ulteriormente sulla schiena, gli sistemai il colletto, e quasi gli avrei dato un bacino prima di lisciarlo, se solo la timidezza non mi avesse impedito anche quel casto bacio sulla tempia. Andai in cucina a cancellare quelle tracce in simil-sperma di lui, e poi mi ritrovai a spazzare tutta la casa per fare anche bella figura coi miei, ma notai che tutte quelle tracce briciolose di lui dal tappeto non volevano andarsene; come se non bastasse, pensai anche che in giro potesse esserci qualche pelo pubico di lui, dopo tutte le seghe che gli avevo fatto: e il biondo di Luca è inconfondibilissimo; così pensai di passare l’aspirapolvere. Davanti a quel primino dormiente, montai l’arnese aspiratutto e, anche se di schiena era carino, pensai più volte tampinarlo mentre aspirarlo, ma, non appena mi muovevo mosso da quell’intento molesto, desistevo: intenerito da quell’aspetto indifeso, conferitogli dalle pieghe morbide del suo pigiama azzurrino. Nel frattempo si era pure voltato e ora dava a me la sua prospettiva genitale migliore, che io non potevo fare a meno di guardare: ma che ci potevo fare io, se quella zona di lui era più appariscente d’una ruota di pavone! tutta l’attenzione del mondo circostante, sembrava gravitata da quel punto fisso; e lui, secondo me, se n’era accorto, perché non perdeva tempo per metterlo in mostra mentre si stiracchiava.
Mi avvicinai a lui per smontare l’aspirapolvere, e mi sentii pizzicare sul gluteo: – Ma allora non stai dormendo! – gli dissi voltandomi e beccandolo con l’occhietto socchiuso: – Ah, sì… – faceva finta di niente, e riaccesi l’aspirapolvere: wo… wo… wo… faceva il bocchettone tappandosi col suo pube: – Allora, ti svegli? – continuavo a tamponarlo: – Veh, che te lo aspiro…! – lo minacciai tirandoglielo fuori.
Meglio! Così me lo allunghi! – disse scaltramente; ma non ti basta mai! Allora quel lungo pene finì interamente nel tubo aspiratutto: lo ciurlai, lo menai, lo vibrai e quando finii Luca mi disse che era meglio la sega; ma cosa dovevo fare per sottomettere un primino del genere? Subito mi abbattei su di lui con crisi semisterica, poi lo spompinai selvaggiamente con una foga spompinatrice che mi sembra di essere un’idrovora di bega, così come lui lo era stato di coccole; ma mi resi conto in quel momento che gli stavo dando l’ennesima vittoria…, però era contato succhiare quella verga fino in gola: era come se il suo pene avesse resettato il mio animo toccando il mio punto nevralgico. Quando mi calmai, mi sdraiai accanto a lui a masturbarlo; ma mi tirò subito fuori l’uccello per confrontarselo col suo: – No… non è cresciuto! – disse con sicumera, poi iniziammo insieme una masturbazione vicendevole. Ero affascinato da quella personalità incrollabile, da quel primino inossidabile che quasi guardavo negli occhi e mi sentivo proiettato verso di lui, verso le sue labbra, ma la timidezza mi frenava: – Scusa, se t’ho svegliato prima… –mi scusai.
Fa niente… tanto mi piaceva! –.
Cosa?
Il rumore dell’aspirapolvere…, mi piace! da piccolo dormivo sul divano quando mia mamma passava l’aspirapolvere o la lucidatrice… e lo faccio anche adesso…
Sei tutto matto! – gli dissi, ma io dovevo solo stare zitto, che a e piaceva dormire la domenica mattina d’estate quando mio padre passava il tosaerba in giardino.

Luca, allora… andiamo a mangiare? – dissi dopo un bel po’ che oramai ci spupazzavamo.
No, dai… non ho fame, stiamo ancora un po’ qui! – disse con la voce da primino voglioso si coccole, ma doveva rendersi conto che presto avrebbe dovuto andarsene a casa.
Però alle 3:00 vai, eh…
Perché?
Perché arrivano i miei!
Non devono sapere che sono stato qui… – così mi piaceva: perspicace!
Eh…!
È per quello che facciamo? – disse, poi cadendo in un silenzioso imbarazzo anche con gli occhi; non mi sarei mai aspettato che fosse arrivato a una domanda del genere.
Eh… sì! – farfugliai.
Però non c’è niente di male… – chiese col tono vagamente interrogativo, come se chiedesse una rassicurazione morale.
No!
Ma tu cosa provi? – disse ancora senza trovare il coraggio di guardarmi.
Cosa…
Quando lo metti in …. – eh…, bella domanda!
Eh… eh…,e tu? – che prima di chiedere, rispondesse lui!
Boh! – fece un boh di circostanza ancora con lo sguardo mesto.
Ti piace… – tentai d’imboccarlo.
Mm…? – finalmente mi guardò.
Cioè non ti spiace, non ti fa schifo…
Beh, no!
Ti piace, insomma… – mammamia, che fatica per fargli dire quella benedetta parola!
Sì…, – evviva, l’aveva ammesso!: – perché so di farti star bene… – ma che caruccio…: lui mica mi succhiava perché gli piaceva, ma perché mi faceva «star bene»… basta! toccava a me porre fine a tutta questa ipocrisia.
A me invece no, a me piace proprio! – Luca mi guardò stranito, come se avessi finalmente scardinato un tabù proibito.
Ti piace… – ripeté disorientato.
Sì, sentirlo in , quel senso di pieno… intendi? – insomma, e poi anche lui l’aveva provato: – A te no?
Beh… sì! – ammise: – …ma lo sperma? – aggiunse dopo un po’.
Anche quello! – affermai io.
Sì, vabbé…, allora anche la piscia…! – disse col tono polemico come se non avesse voluto sentire anche quell’ultima ammissione così chiaramente, per non far sembrare tutto la discussione fin troppo scontato e autoassolvente.
Ma che c’entra…, mica puoi paragonare un prodotto con uno scarto!
Un prodotto…
Sì, un prodotto!
E che differenza c’è?
Che la piscia la scarti, perché se no ti fa male, lo sperma no! il tuo fisico lo produce, è come il sangue, …è un prodotto nobile! – e su quel nobile Luca mi guardò un po’ perplesso, poi tacque come se le mie parole lo avessero in parte convinto, ma stette ugualmente meditabondo a fissare il soffitto. Nella mia mente le parole “scarto” e “sperma” continuavano ad associarsi inconciliabilmente: ma come avrebbe potuto essermi dannoso una cosa prodotta da lui nel momento del suo miglior godimento? certamente non poteva ch’essermi da toccasana per il fisico e lo spirito. Luca non pronunciò più parola, ma io lo diressi verso l’alto per cominciare a carezzarlo su quell’addome piatto: lo trovavo intrigante quel ventre liscio, così morbido al tatto, ma sotto tutta la sua salda sostanza quell’essere aikidoka; poi Luca mi chiese di carezzarlo più in basso… così finii per “carezzare” nuovamente quella doppia decina. Che bello tenere quel membro quattordicenne in mano: era quasi rilassante segarlo mentre guardavo il suo nobile profilo concentrato per non venire e poi quel pinnacolo di carne rivolto verso l’alto con la sua forma stagliata e quella cappella affusolata, che ben si distaccava come forma dell’asta; sembrava quasi di tenere in mano il comando delle sue emozioni: ma come si faceva a non masturbarlo?
Luca, ma tuo cugino non ti ha mai segato veramente? – chiesi di quell’aspetto che ancora mi sembrava sorprendente nella sua vita!
No!
Come mai?
Diceva che gli facevo impressione!
Perché!?
Perché diceva che ce l’avevo già lungo come il suo ed ero più piccolo! – che stupida scusa!
Tu però gliele facevi?
Non più! – disse per sottolineare che ormai era un fatto passato; però ora bisognava farlo venire.
Sei bagnato! – assodai scappellandolo.
Non sono mica una femmina! – ribatté, alzandosi ugualmente a guardarlo.
Ma anche i maschi si bagnano, sai… è lubrificante! Dai, che ti faccio venire!
«No!» stette per dire, ma lo fermai subito; i primini sono fatti per godere e venire, e anche Luca non poteva sottrarsi a questo dovere. M’inginocchiai giù dal divano e, come un sacerdote intento nella sua liturgia, lo riscappellai infilandolo tutto in ; non mi capacitavo di come il cugino si fosse sempre rifiutato: per me era inverosimile, anzi tra cugini mi sembrava quasi scontato, io non avevo cugini, ma se mi fosse capitavo, non mi sarei di certo rifiutato, perché nella logica familistica spetta al più grande istruire i più piccoli. Luca godeva e i suoi gemiti sottili si diffondevano per l’aria costruendo un leggero sottofondo, ma c’era qualcosa di diverso da ieri: i suoi versetti mi sembravano più tenui, eppure godeva… perché presto del suo siero mi sentii riempire. Continuai a ciucciarlo fino all’ultima stilla, poi guardai il suo volto beo: era dolce, veniva voglia di baciarlo oltreché accarezzarlo, ma con tutta quella luce proprio non ce la facevo, così mi posai sul suo sterno, a dormire come lui desiderava dall’altra sera.

Mi svegliai, con Luca che m’arricciolava i capelli: – Che fai… – dissi: – mi fai i tirabaci!? –.
Mm…? – m’interrogo lui
I tirabaci…; questi! – gliene feci uno con una ciocca della sua fronte; che bello carezzarlo con quei pretesti diversi, poi chiese se poteva farmi venire e ci scambiamo di posto. Luca, invece di scendere in ginocchio, si mise tra le mie gambe a segarmi: – Dai, Luca, non c’è tempo! –.
Uffa…! – disse scocciato per la fretta che gli avevo messo.
Ma guarda! – l’orologio segnava un’ora che era ormai già troppo tarda per venire, e per giunta noi eravamo ancora tutt’e due in pigiama, ma Luca cominciò a fellarmi. Sentivo il suo succhio, la sua testa gli tenevo, ma la mia mente era occupata dai pensieri dei miei che presto sarebbero arrivati, già me li vedevo: entrare da quella porta e beccarmi con quel biondino che mi fellava in pigiama; non ci riuscivo a concentrarmi, non ci riuscivo a venire: mi sentivo in ansia; poi Luca mi disse polemico: – Sì…, ma se anche tu non ti applichi! –.
Dovevo applicarmi…, adesso l’orgasmo era questione di “applicazione”! e poi che cosa avrebbe fatto: mi avrebbe dato i voti!? – Dai, Luca è meglio che vai! – gli dissi scomparendo il mio pene, scocciato per la sua affermazione!
Luca restò in ginocchio a squadrarmi, mentre mi ricomponevo il pigiama: – Aspetta! fammi almeno vedere Niki prima! – cercò di riguadagnare la situazione; andai a recuperare il gatto come al solito, raggomitolato in una scatola sulla via della cantina in una forma dalla rotondità perfetta.
Toh! Guarda il micio bello! – dissi ricomparendo.
Ciao Niki! – lo vezzeggiò subito: – Ma fa le fusa! –.
Eh certo, se gli fai le carezze…
Mah, bello! – cominciò di nuovo coi suoi acuti che m’infastidivano le orecchie: – Mi dai i bacini, eh… – gli porse la guancia.
No! non li dà i bacini! – gli sottrassi il gatto: – Glieli devi fare tu! – e glielo riporsi come se fosse una gentile concessione, visto che Niki era mio! così Luca incominciò a sboffonchiarlo simpaticamente sulle gote, ma io, ingelosito da tutte quelle coccole prestate al gatto, lo lasciai andare con la scusa che voleva scappare; Luca nel frattempo mi aveva riacceso un’eccitazione pazzesca! Brrrr… ma che cosa stavo pensando: presto sarebbero arrivati i miei! – Dai… che ti accompagno! – decidi in quel momento di riaccompagnarlo, per affrettare il suo ritorno a casa.

***

Ma dov’è! – disse Luca rovistando nella sua cartella: era divertente vederlo con indosso solo quella canottierina sottile, che gli faceva un fisichino che ancora non aveva; improvvisamente mi era venuta voglia di saltargli addosso, ma ancora resistevo. Poi s’infilò i pantaloni e parve come rendersi conto, solo allora, d’avervi ancora dentro il portafogli nella tasca posteriore: – Spetta… ti pago la pizza! – disse portandosi la mano dietro.
No, lascia! – lo fermai prontamente: non saranno mica stati i suoi 5 euro della prosciutto e funghi a mandarmi in rovina… ma già che c’ero ne approfittai per infilargli la mano nella sua patta, lasciata aperta: – Però, fammi prima salutare Gianluca! – gli dissi, visto che lui mi aveva chiesto di salutare Niki.
E non solo… – alluse Luca con la faccia furbettina al fatto che mi stavo addentrando piuttosto in profondità…
Eh, bisogna!
Come si chiamano? – chiese un ripasso
Mmm… non me lo ricordavo: – Leoluca e Pierluca…?
Sììì… vero! Leoluca quello destro…
Eh… seh! Ernesto e Callisto!
Mm…? – non conosceva la citazione.
Lascia stare… – non avevo voglia di spiegarla, lo spinsi contro il mio letto e lo sdraiai, sfilandogli poi quel magnifico uccello. Lo menai, lo sferzai, lo scappellai, e infine l’infilai tutto in : il bello di avere a che fare con un uccello così lungo, era che potevi afferrarlo con entrambe le e avere ancora quella cappella da ciucciare comodamente. Luca vociava il suo godimento; – Bravo! Bravo! – l’incitai: – Grida! – e poi ripresi a ciucciarlo; Luca allora buttò indietro la testa e cominciò a urlare con tutto il fiato che aveva in corpo: sembrava che avesse trovato nuova vita e presto riirrorò la mia con nuova linfa. Continuai a ciucciarlo sino in fondo, questa volta per sentire i suoi veri gemiti d’orgasmo, perché quelli di prima non mi avevano convinto, e poi mi sdraiai accanto a lui a carezzarlo sul suo pene tumescente.
Era stato bello: finalmente l’avevo liberato, perché il suo grido ora mi aveva convinto; ma che voleva fare…: Luca mi accostò, buttandomi la mano sul pacco, e mi sorrise: – Adesso tocca a me! – disse e con un balzo scattò in piedi, liberandomi freneticamente l’uccello. Cosa dovevo dirgli… era strabello sentirsi sbottonare la patta da un primino violentatore, che ora mi stava già succhiando l’uccello! Capii, in quel momento, che non potevo più sottrarmi dalle sue grinfie, o meglio dalla sua , e che dovevo per forza farmi venire: cancellai dalla mia mente tutte le preoccupazioni di prima, e riuscii finalmente a immaginarmi la sua lingua sul mio glande che mi succhiava, ed ecco venire… ecco quell’orgasmo anche se frettoloso, comunque stupendo; e urlai a Luca di non smettere di farmi venire se voleva veramente farmi “star bene”, doveva darsi da fare…

***

Guardavo Luca felice per il garino appena fatto nello specchietto retrovisore: mammamia, com’era bello! stasera sarebbe stato difficile ad addormentarsi senza lui con me nel letto…, senza il suo tenero corpicino da stropicciare. Mi sentivo melanconico ora, che andavamo per quelle vie di campagna, per allungare la via di casa; ma mi fermai…
Io mi fermo qui! – dissi arrestando il motore.
Perché…, vieni a casa con me!
No, voglio fare un giro da solo… – dissi volgendo lo sguardo da un’altra parte
Va bene… a domanti! – disse Luca salutandomi; io inizia a singhiozzare, mentre lui si allontanava: sentivo che quel lungo week-end sarebbe stato difficilmente replicabile, sentivo che dopo quei tre giorni magici mai saremmo riusciti a ripetere un’esperienza simile, perché qualcosa tra noi era cambiato…; in meglio… in peggio… non saprei proprio dirlo, sapevo solo che mentre diventava un puntino lontano nell’orizzonte della Padana che oramai andava all’imbrunire, avevo soltanto voglia di piangere nel ricordo di quei tre giorni passati insieme correndo solo verso il tramonto.

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Prima puntata
Terza puntata
Quarta puntata

 

Erano trascorsi due giorni da quando S. l’aveva sedotta. Laura gli aveva permesso di insinuarsi nel suo intimo, di toccarla, di allargarle le cosce sul bancone della reception leccandola con avidità. Chiunque avrebbe potuto vederli e spiattellare ai quattro venti la loro avventura. Al solo pensiero delle sue labbra morbide, della sua lingua umida, delle sue dita forti e decise, Laura si sentiva rabbrividire e l’impulso a provare ricordando quegli attimi era forte, talmente forte da costringerla a prendersi numerose pause nel corso della giornata per masturbarsi. Con una scusa qualsiasi si faceva coprire alla reception, si chiudeva nel lussuossimo bagno dello spazio adibito alle riunioni e in piedi davanti allo specchio iniziava il suo rituale. Amava slacciarsi la camicetta, abbassare il reggiseno, accarezzarsi i seni titillandone i capezzoli, per poi alzarsi la gonna sfiorando le calze autoreggenti. Si ammirava per alcuni minuti immaginando che fosse lui a toccarla, sfiorarla, desiderarla e possederla. Chiudeva gli occhi ed erano le dita di S. a spostarle il perizoma e a giocare con il suo clitoride. Lo immaginava mentre la prendeva da dietro tutta bagnata, lo immaginava ansimante e desideroso, tutto nella sua voglia di possederla. Dio come avrebbe voluto che entrasse in quel momento, mentre il stava per percorrerle ogni fibra del suo essere donna e anche un po’ puttana. Adorava sentirsi la più troia di tutte in quegli attimi di intensi che avrebbe voluto durassero un’eternità. Era con la masturbazione che Laura coronava i suoi sogni più perversi, triangoli, orge, feticismo e sentiva che con lui tutto ciò si sarebbe potuto concretizzare un giorno. Lui era l’uomo con cui avrebbe fatto di tutto purché la facesse godere rendendola schiava dei suoi istinti più animaleschi. Dopo l’orgasmo la voglia si sopiva per poi risvegliarsi ad ogni minimo movimento quando sentiva gli slip bagnati a contatto con la pelle nuda perfettamente depilata. Read the rest of this entry »

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