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Regalo di Compleanno/2 (racconto di Diabolik1)
Dopo avervi narrato del mio incontro con Laura, permettetemi di raccontarvi dei giorni trascorsi in compagnia di Olga.
Come vi avevo già detto, Laura sparì dalla mia vita quel lunedì mattina, e per circa due anni non ebbi più notizia alcuna di lei.
E’ necessario fare un veloce passo indietro.
Quando Laura mi salutò, di fronte alla scuola, aveva detto alle mie compagne di classe di quanto io mi fossi rivelato un amante a dir poco fantastico, e di come loro fossero fortunate a potermi avere a disposizione tutti i giorni, mentre lei aveva dovuto concentrare tutto in poco più di quarantotto ore di sesso sfrenato con il sottoscritto.
Quelle parole, dette da una donna assolutamente affascinante, ebbero la piacevole conseguenza di assicurarmi un’intensa e gratificante vita sessuale: e, una volta terminata la scuola, anche all’università non ebbi di certo grandi problemi a fare sesso con le ragazze che più mi piacevano.
Tutto questo fino al giorno in cui, un paio di anni dopo quell’indimenticabile fine settimana con Laura, proprio all’inizio della primavera, mi vidi arrivare, per posta, una busta con un biglietto: riconobbi all’istante la calligrafia, ed avvertii un’improvvisa e forte emozione che mi fece tremare le gambe ed accelerare i battiti del cuore.
Non mi aspettavo più di ricevere notizie da quella fantastica donna che aveva sconvolto la mia vita di adolescente.
Il biglietto di Laura recitava così:
“Ciao tesoro mio,
ti ricordi ancora di me? Avrei piacere di farti conoscere una mia cara amica: è sulla quarantina, e ti posso garantire che non ti lascerà insoddisfatto. Se vuoi ci vediamo mercoledì a mezzogiorno, in aeroporto, di fronte all’entrata delle partenze internazionali.”
Può apparire incredibile, in effetti, ma Laura sembrava conoscere, e alla perfezione, gli esatti movimenti dei miei genitori: infatti, proprio quel mercoledì, i miei partirono per un weekend lungo a Parigi, lasciandomi libero da impegni familiari per il mio incontro con l’amica di Laura.
Non abitavo più con i miei, ma, di fatto, ero spessissimo da loro.
Fu così che accompagnai i miei genitori all’aeroporto, aspettai una buona oretta, e poi mi misi in attesa delle due donne.
Ormai mezzogiorno era passato da un pezzo, e iniziavo a temere che Laura e l’amica non si sarebbero presentate all’appuntamento, quando mi avvicinò una cortesissima hostess che, una volta accertato che io fossi la persona giusta, mi consegnò una busta.
L’aprii, decisamente sorpreso dagli sviluppi della situazione, e lessi le poche righe che erano state scritte sullo stretto biglietto: Laura mi diceva di raggiungerle al mare, presso un noto ristorante della zona che conoscevo da tempo.
Quando partii dall’aeroporto, con il cellulare feci una rapida ricerca del numero telefonico e chiamai il ristorante verso il quale ero diretto: mi confermarono subito che le due donne erano effettivamente da loro, e che in quel momento si trovavano al mare. Prima di chiudere la comunicazione chiesi di tenermi in fresco una bottiglia di vino bianco e una di champagne.
Le avrei portate io stesso sulla spiaggia.
L’immagine che mi si presentò quando arrivai sulla spiaggia, praticamente deserta vista la stagione ancora agli inizi, fu a dir poco sensazionale: due corpi slanciati ed elegantemente vestiti, seduti su un pedalò ancora in disarmo, strettamente abbracciati e che si scambiavano tenerezze, e forse anche qualcosa di più.
Quella che chiaramente era una donna, perché indossava una stretta gonna di pelle e una camicetta bianca, non appena mi vide, si alzò venendomi incontro correndo e mi baciò sulla bocca: era la mia Laura, ed il cazzo mi divenne subito duro nello stesso istante in cui la vidi e non appena le sue labbra si posarono sulle mie.
Poi, dopo i convenevoli di rito, insieme ci dirigemmo verso la sua amica.
Al contrario di Laura, la donna indossava dei pantaloni di pelle molto attillati (e quei pantaloni mi avevano fatto pensare, inizialmente, che si trattasse di un uomo), con degli stivaletti dal tacco di almeno una decina di centimetri; anche lei, come Laura, indossava una camicetta bianca che a stento tratteneva gli splendidi seni, mentre i capelli, di un magnifico biondo naturale, erano tagliati corti a coprirle il collo, e pettinati tutti all’indietro con abbondanza di gel.
La donna aveva gli occhi verdi, e le morbide labbra, impreziosite dal rossetto, erano di un voluttuoso color rosso acceso, come, del resto, anche le unghie delle mani.
Così mi apparve Olga per la prima volta.
Andando verso di lei, Laura mi aveva subito detto che Olga attraversava un difficile momento, ed era appena uscita da una relazione che sembrava aver compromesso il suo rapporto con gli uomini; anzi, Laura mi disse che la sua amica aveva cercato in lei l’affetto ed il sesso, coinvolgendola in un torrido rapporto saffico.
Laura era però convinta che Olga dovesse, e al più presto, recuperare il piacere di stare con un uomo, di concedersi a lui senza timori e di farci del sano e arrapatissimo sesso.
Ed io ero la persona prescelta per questo.
Appena arrivati accanto ad Olga, Laura mi presentò all’amica, descrivendole con dovizia di particolari le mie doti amatorie, e quindi le comunicò che la lasciava in mia compagnia, perchè se non si fosse affrettata avrebbe perso l’aereo, e che questo non sarebbe potuto assolutamente accadere per sconosciuti e misteriosi suoi motivi di lavoro.
Olga non sembrava per niente contenta della situazione venutasi a creare: mi guardava con aria interrogativa, e chiaramente avrebbe preferito continuare ad accarezzare Laura, evidentemente appagata da quell’interludio lesbico.
Ma Laura era di tutt’altra opinione.
Io, e solo io, mi sarei dovuto occupare di Olga.
Laura guardò un’ultima volta l’orologio, e poi ci disse che sarebbe partita alla volta di una non meglio identificata località d’Europa e che ci saremmo rivisti non prima di domenica sera.
Olga ed io, entrambi imbarazzati, la guardammo andar via.
Durante il pranzo, Olga cominciò a sentirsi più a suo agio e ad accettare la possibilità di stare da sola con me.
Finito di pranzare la portai di nuovo sulla spiaggia: sarà stata l’atmosfera, sarà stato la brezza carica di salsedine di quel pomeriggio, fatto sta che, per la prima volta, abbracciai Olga e percepii il suo fantastico profumo.
La sua pelle, così eroticamente abbronzata e pervasa di una fragranza che mi faceva girare la testa, rappresentava per me un’incredibile attrazione.
Tornati al ristorante, prendemmo la sua valigia, salimmo in macchina e ci dirigemmo verso casa mia; come vi dicevo non abitavo più fuori città con i miei, e la casa, sia pure più piccolina di quella dei miei genitori, era però soltanto mia.
Una volta entrati in casa, Olga non disse una parola per alcuni lunghi secondi: poi, all’improvviso, mi chiese dove si poteva fare una doccia per rinfrescarsi.
Io, già discretamente eccitato, le mostrai il bagno, le diedi un accappatoio e degli asciugamani, e feci per uscire e andare ad aspettarla nel piccolo salone.
Ma lei, tenendo i suoi occhi fissi nei miei, prese immediatamente a spogliarsi.
Fu così che vidi Olga nuda per la prima volta.
Il suo corpo era splendido, e tutto quello che avevo solamente intravisto attraverso i vestiti mi si confermava in pieno: i seni di quella fantastica donna erano grandi e sodi, e i capezzoli perfettamente proporzionati alla grandezza delle tette.
La fica era perfettamente depilata, e il culetto prometteva un intero mondo di lussuria e passione.
Una volta che si fu completamente svestita, Olga entrò sotto la doccia, e subito per tutta casa si avvertì un intenso profumo di muschio bianco che mi apparve subito erotico in maniera incredibile. Più sentivo quel profumo e più i miei sensi si andavano eccitando; resistetti per circa cinque minuti (e furono minuti dolorosamente lunghi), ma poi mi spogliai ed entrai nella doccia con lei.
Avevo il cazzo in piena erezione.
Olga non si scompose minimamente: anzi, potrei giurare che mi stesse aspettando.
Mi osservò per un istante e poi prese a strusciarsi addosso a me, con l’aria di chi aveva atteso quel momento anche troppo a lungo.
Prendemmo ad accarezzarci sempre con maggiore sensualità: le mie mani indugiavano sempre di più sui suoi capezzoli incredibilmente turgidi.
Con le mani mi dedicai a massaggiarle e ad accarezzarle sia le natiche che la fica, mentre per le tette ci sarebbero state le mie labbra e la mia lingua.
Olga non faceva altro che ansimare e mugolare con sempre maggiore intensità, divorata da un’eccitazione incontrollabile: fu allora che la donna s’inginocchiò e, senza dire una parola, mi prese il cazzo in bocca, cominciando un fantastico pompino.
Mi sembrava di morire: Olga era incredibilmente dolce, ma, allo stesso tempo, diabolicamente decisa ed esperta. Con consumata abilità lambiva con la lingua l’intera asta, scavando nel piacere e facendomi rabbrividire: poi, sempre con la bocca, mi scappellò con forza, leccando e succhiando con intensità crescente.
Non resistevo più a quella deliziosa tortura: le mormorai, sconvolto dal desiderio, che volevo entrare in lei.
Olga non mi fece attendere: mi lasciò il cazzo e, appoggiandosi alla parete della doccia, mi salì praticamente in braccio, facendosi penetrare a fondo nella fica.
Quando lei iniziò a muoversi su di me, sentii che l’orgasmo era prossimo, e la sua incredibile carica erotica mi stava facendo diventare letteralmente matto; venimmo quasi in contemporanea, e allora lei mi abbracciò ancora più stretto, e poi mi disse che aveva ancora voglia del mio cazzo.
Non ci asciugammo nemmeno.
Bagnati, andammo a sdraiarci sul letto, sicuri che ci saremmo ben presto asciugati col calore della passione dei nostri corpi frementi.
Olga mi chiese, anzi quasi mi supplicò, di baciarle il seno e di accarezzarla tutta.
E io obbedii subito a quell’erotico comando, e mi dedicai ai suoi seni, mentre con le mani le accarezzavo il ventre incredibilmente teso, e poi scendevo sul suo pube, sfiorandole appena la parte superiore di quell’eccitante parte del suo corpo.
Fu Olga a implorarmi di masturbarla: ormai aveva perso il controllo di se stessa.
Mi disse che la dovevo far urlare dal piacere e che voleva essere penetrata: la baciai sulle labbra e, malgrado volessi essere delicato, lo giuro, quando le mie labbra si posarono sulle sue e le nostre lingue s’intrecciarono in un lungo e appassionato bacio non riuscii più a controllarmi.
Il desiderio di possedere ancora quella fantastica donna ebbe la meglio sui miei buoni propositi: le allargai le cosce e senza alcuna esitazione la penetrai con un solo colpo.
Olga esplose in un urlo di piacere, ed io iniziai a scoparla con una frenesia fino ad allora sconosciuta.
Lei mi strinse tra le sue cosce e assecondò il mio ritmo, rabbrividendo e sussultando sotto le mie spinte.
Dopo qualche minuto di quella ginnastica uscii da lei e la feci voltare, mettendola a pecora: la volevo penetrare da dietro, prenderla in quel modo e godere della sua pelle e del suo corpo.
Fu fantastico quando il mio pene entrò in lei: Olga cominciò ad ansimare sempre con maggiore frequenza e proruppe in un primo orgasmo, al quale poi ne seguirono molti altri, fino a quando anche io venni gridando.
L’avevo avvertita che stavo per esplodere, ma lei non volle sentire ragioni: Olga desiderava sentire il mio sperma caldo dentro il suo corpo.
Placato quel primo momento di pazzia sessuale, ci sdraiammo uno di fianco all’altra, e cominciammo a baciarci teneramente.
Mi chiese scusa per l’inizio un pò imbarazzante del nostro rapporto, poche ore prima sulla spiaggia.
Ben presto, però, riprendemmo ad accarezzarci, ora senza più desiderio, ma solo con la dolcezza che segue la grande passione appena consumata.
La sera uscimmo, proprio per ricaricare le pile, ma almeno per me fu un lungo supplizio, Olga era vestita in maniera a dir poco sensuale: indossava una minigonna di pelle color prugna e sopra portava un piccolo corpetto di pelle nera. Data la stagione ormai primaverile, ai piedi calzava sandali con il tacco altissimo, alla schiava, e non aveva messo le mutandine.
Era un attentato per le mie coronarie, naturalmente, ma avevo ricevuto ordine di non toccarla fino al momento di tornare a casa ed io, ubbidiente, avevo eseguito gli ordini che la donna mi aveva dato.
Passammo tutta la sera a parlare del più e del meno, sempre senza fare alcun accenno alla nostra attrazione fisica.
Ad un certo momento Olga mi disse che aveva bisogno di sentire le mie mani sul suo corpo e visto che suonavano dei lenti, ed in quel locale si poteva ballare, andammo sulla pista da ballo.
La sua pelle.
Il ricordo più vivido che ho di Olga è la sua pelle, liscia e perfetta: quella sera profumava ancora di muschio bianco, e quando iniziammo a ballare mi persi in quel suo profumo, iniziando a baciarla delicatamente sul collo.
Dopo pochi minuti Olga mi disse che non resisteva più e che voleva essere posseduta da me, e che voleva che lo facessimo lì, in pubblico.
La sua idea mi stuzzicò moltissimo: cercammo un angolo del locale appartato, il più distante e buio, e la feci sedere su di me, tirando subito fuori il mio cazzo che era già in completa erezione.
Non appena il mio cazzo s’insinuò tra le morbide pareti della fica di Olga divenne come di marmo: la penetrai con desiderio crescente e negli occhi della donna vidi la felicità assoluta. Furono momenti indimenticabili con Olga che si muoveva su di me in modo ritmico e sinuoso: l’orgasmo arrivò prepotente e quasi liberatorio, ma ad Olga questo non poteva di certo bastare.
Lei voleva avere di più da me e quando tornammo a casa lo ottenne.
Ormai la mia storia d’amore con Olga stava per giungere alla fine: era il sabato pomeriggio e l’indomani avrei dovuto riaccompagnarla all’aeroporto dove avrei rivisto anche Laura.
Mentre stavo pensando a cosa poter fare per quel sabato sera sentii suonare alla porta e quando aprii c’era Laura con in dosso un trench e in mano champagne, caviale e ostriche: il sabato sera sarebbe stato perfetto.
Quando Olga vide la sua amica ebbe paura di dover andare via, ma Laura si tolse il trench e rimase in biancheria intima, come aveva fatto già due anni prima, e le sue prime attenzioni, invece di essere rivolte a me, furono tutte per Olga.
Le si avvicinò e, con sguardo dolce e sognante, le accarezzò una guancia e poi la baciò sulle labbra, dicendole che le era mancata molto in quei giorni; poi, vedendomi sempre più perplesso, mi abbracciò, mi prese una mano e se la portò su un seno, per poi baciarmi sulle labbra.
Olga allora si alzò in piedi e disse a Laura che io meritavo un trattamento migliore, essendomi io dedicato a darle il piacere più assoluto e totale.
Allora Laura, sorridendo, tirò fuori la lingua e l’ avvicinò alla mia: a quel punto anche Olga unì la sua lingua alle nostre, e da quel momento, fra noi, fu solo sesso, per la prima volta fu sesso a tre.
Mi sentivo come in paradiso:
Ci sedemmo sul divano e chiesi a Laura e Olga di baciarsi davanti a me.
Le loro lingue si muovevano e s’intrecciavano, ed io pensai che fosse lo spettacolo più erotico a cui avevo mai assistito in vita mia.
Laura vide la mia potente erezione e volle che Olga mi scopasse davanti a lei:
E così avvenne.
Quando Olga ebbe goduto, fra gemiti e sospiri, fu il momento di Laura di avvolgermi il cazzo con la sua fica bollente e grondante del più intenso piacere.
Verso mezzanotte Laura disse che voleva andare in centro in un locale dove ci saremmo potuti divertire, un locale dove saremmo stati liberi di continuare nei nostri giochi erotici.
Tornati a casa a notte fonda, Laura chiese ad Olga di lasciarci soli e si venne a sdraiare vicino a me e facemmo di nuovo l’amore.
Il giorno dopo le mie due amanti non c’erano più.
In bagno trovai le loro due mutandine e un foglio sul quale era scritto che era stato tutto magnifico, ma che non sarebbero mai più tornate da me.
Lessi che, dopo che io mi ero addormentato, le due donne avevano fatto sesso e che avevano definitivamente capito quale fosse il loro reale desiderio.
Olga e Laura.
Due splendide dee del sesso.
Forse lesbiche.
O forse no.
FINE
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Regalo di Compleanno/3 (racconto di Diabolik1)
La mia è una città assolutamente fantastica, dove si vive in maniera divina.
Dopo la mia parentesi di sesso con Olga, per alcuni anni ebbi le normali relazioni sentimentali e sessuali tipiche dei ragazzi della mia età.
Fino a quando…
Un giorno di gennaio ero andato in centro per farmi una passeggiata, anche per vincere la noia di quel periodo; camminavo per le strade da solo, e il vedere tutte quelle coppiette che amoreggiavano mi metteva una certa tristezza.
Dopo che la mia breve storia con Olga era finita, devo ammettere che non m’impegnai troppo nella ricerca di una ragazza con la quale costruire una relazione stabile: e così, ben presto, la classica scopata e via mi aveva decisamente stancato.
Di Laura, ovviamente, più nessuna traccia: dopo quei giorni non l’ho mai più vista.
Credo che lei ed Olga siano andate a vivere insieme da qualche parte, probabilmente o a Parigi o a Londra, godendosi quel loro straordinario ed intenso rapporto saffico.
Visto che non avevo nessuno che mi aspettasse e che l’idea di tornare a casa mia, così tristemente vuota, mi metteva malinconia, pensai di andarmi a prendere un aperitivo in un elegante locale del centro, dove in genere si assiste sempre a siparietti molto carini tra dongiovanni di vario genere e donne in cerca di facili avventure.
Ma quella sera sembrava che tutto dovesse essere monotono e vagamente triste.
Il locale, seppur discretamente affollato, era pervaso da una calma irreale.
Stavo per andarmene, rassegnato a rientrare a casa, quando dalla porta principale fece la sua comparsa un vero e proprio ciclone mulatto. Samantha (ma lei voleva essere chiamata solamente Sam) era alta circa un metro e settantacinque, portava lunghi e curatissimi capelli lisci e neri su un corpo statuario, definito da ore e ore di palestra: la ragazza aveva due glutei perfetti, fasciati e modellati da un paio di jeans così stretti che definire attillati era a dir poco un eufemismo.
E anche il resto del suo corpo non era da meno.
Sotto il giubbetto di pelliccia, Sam indossava un maglioncino nero, di quelli abbottonati sotto il seno, e una camicetta bianca generosamente aperta che evidenziava due tette a dir poco magnifiche, trattenute da un delizioso reggiseno di pizzo nero che faceva maliziosamente capolino dalla scollatura della camicetta.
Il viso era dolce, ma determinato, e i lineamenti regolari erano esaltati dalle labbra carnose e da un nasino piccolo e perfetto; gli occhi della ragazza erano di un azzurro intenso e carichi di una luce irresistibile e misteriosa.
Perfettamente e sapientemente truccata, la donna si era applicata sulle labbra un rossetto marrone scuro.
Le mani erano perfette, dalle dita lunghe e sottili, e le unghie erano laccate di un intenso color prugna.
Il quadro di quella straordinaria bellezza si chiudeva con un paio di stivali neri, dal tacco a spillo di almeno una decina centimetri.
Il suo incedere era deciso e flessuoso, e chiaramente era conscia alla perfezione dell’effetto che faceva su noi maschietti, perché non sembrava minimamente infastidita dagli sguardi, il più delle volte lascivi, di alcuni dei presenti.
Sam, insomma, era una splendida donna, consapevole del suo straripante fascino.
Gli occhi di tutti gli uomini vennero calamitati da questo ciclone, e anche io non rimasi indifferente a quella meraviglia.
In pochi istanti almeno cinque uomini cominciarono ad andarle dietro e a farle la corte, mentre lei li sopportava tra il divertito e l’annoiato: io, per mia scelta, decisi di non avvicinarmi a lei, ma di seguire i suoi movimenti solo con lo sguardo.
Non volevo confondermi con tutti gli altri, e non volevo che credesse che anche io non cadessi subito ai suoi piedi: e poi pensavo che magari mi avrebbe notato di più se, alzando gli occhi, avesse visto un ragazzo seduto al banco e non a farle la corte.
Le mie supposizioni si rivelarono corrette.
Lasciando tutti con un palmo di naso Sam si alzò di scatto e, esibendo il suo più dolce sorriso, venne verso di me e mi disse: “ Tesoro, sei arrivato ! Scusami se non ti ho visto prima… “
Io, di rimando, le risposi prontamente e con un tono divertito: “ Amore… certo che non mi hai visto… con tutte queste persone attorno non ti potevi accorgere del mio arrivo… ” Sam mi fece un grande sorriso pieno di ringraziamento perché finalmente lo stuolo di maschi arrapati si era dissolto nel nulla dopo il mio miracoloso intervento.
Dissi subito alla ragazza che, non appena lei lo avesse voluto, io me ne sarei andato, perché non era mia intenzione infastidirla come avevano fatto tutti gli altri avventori.
Ma lei, tutta allegra, mi rispose che per il momento non aveva nessuna intenzione di liberarsi di me.
Ci prendemmo dunque il nostro aperitivo e poi, come se nulla fosse, ci alzammo dagli sgabelli: quando feci l’atto di salutarla Sam mi chiese il motivo per il quale io mi volessi liberare così presto di lei, e io le risposi che avevo pensato che la sua fosse stata soltanto una scusa per liberarsi da tutti coloro che l’avevano importunata.
Sam, al contrario, mi disse che era da tre giorni a Roma e che era stata avvicinata solo da personaggi improponibili e che ora che aveva finalmente trovato un bel ragazzo non aveva più la minima intenzione di lasciarselo scappare: quindi, a meno che io non avessi impegni per il resto della serata, a lei avrebbe fatto piacere restare in mia compagnia.
Io non me lo feci ripetere due volte, naturalmente, la invitai subito a cena.
La condussi in un locale rinomato per il pesce, dove mangiammo aragoste e ostriche bevendo un ottimo vino bianco ghiacciato, e trascorremmo quelle ore in allegria e con la voglia di continuare a godere della reciproca compagnia.
Arrivati intorno alla mezzanotte, lei si fece riaccompagnare in albergo: Sam mi diede un bacio sulla guancia e mi salutò, restando però d’intesa che ci saremmo rivisti l’indomani mattina verso le dieci.
Devo ammettere, in tutta onestà, che ci rimasi male: speravo di chiudere la serata in altro modo.
Il giorno dopo, all’ora stabilita, mi presentai nell’elegantissimo albergo in cui soggiornava la mia amica, e quando chiesi di Sam alla reception mi consegnarono una copia della chiave della sua camera, dicendomi che lei mi stava aspettando.
Emozionato da quell’inatteso sviluppo, salii al piano dove si trovava la sua camera ed entrai: pensavo di trovarla ancora semiaddormentata ma il letto era quasi intatto.
Indeciso sul da farsi, mi giunse però la sua voce dal bagno: Sam che mi disse di mettermi comodo e che lei sarebbe arrivata prestissimo per la colazione.
Obbedii e mi sedetti in una poltroncina: dopo pochi minuti lei apparve, completamente nuda, con in mano un flacone d’olio per il corpo.
A quella vista restai letteralmente senza fiato.
Guardandomi maliziosamente, Sam mi chiese perché non mi fossi messo comodo e se lei mi piacesse: a quelle parole mi alzai di scatto e le mostrai tutta la mia eccitazione, sempre più evidente sotto i pantaloni; subito mi spogliai anch’io, e quando lei vide il mio uccello completamente eretto, un sorriso distese le sue labbra, dicendomi che sarebbe stata una colazione veramente gustosa.
Dal tavolino apparecchiato per la prima colazione, lei afferrò una bomboletta di panna e mi chiese di iniziare io a fare la colazione, visto che gli ospiti si devono servire per primi. Afferrai dalla sua mano la bomboletta, agitai la panna montata e la sparai su un seno di Sam: la guardai e le dissi sorridendo che adoravo lo zuccotto alla panna e quindi le sparai altra panna sulla fica, cominciando poi a leccarla tutta.
Sam era perdutamente eccitata: volle ricoprire il cazzo di panna e poi iniziò a leccarlo, regalandomi un pompino da urlo. Quando le venni in bocca, riempiendola del mio seme, con aria compiaciuta lei mi disse che solo i cannoli migliori alla fine tirano fuori lo strato di crema calda che hanno al loro interno.
Sam mi disse che le avrebbe fatto piacere andare in giro per la città con me e andò in bagno. Al suo ritorno si era fatta un’affascinante coda di cavallo e si era perfettamente truccata: sceglieva sempre dei colori che esaltassero i suoi occhi blu e che mettessero in evidenza il colore della sua pelle, così scuro da sembrare perennemente abbronzata. Mancavano solo il rossetto e lo smalto alle unghie: Sam mi chiese quali colori mi avrebbero eccitato di più, e allora per le mani scelsi uno sconvolgente blu, mentre per le labbra le dissi di applicare un rossetto rosso che, a suo dire. avrebbe anche risvegliato i morti. Mi disse anche che voleva che tutti m’invidiassero e così indossò una minigonna nera e un corpetto di pelle rossa lucida e un bolerino anch’esso nero, sopra una specie di spolverino rosso: mi disse che il rosso rappresentava il suo grado di passione per me e il colore nero il grado di depravazione in cui l’avevo gettata.
Andammo in giro tutta la mattina, e appena potevamo ci accarezzavamo, e una volta le chiesi di andare in un bagno di un bar, perché volevo da lei un pompino: Sam fu ben felice di accontentarmi e fu semplicemente fantastico.
Nel primo pomeriggio Sam ricevette una telefonata ed il suo umore cambiò repentinamente.
Seppi in seguito che il marito, da cui lei era scappata, aveva scoperto dove si era andata a rifugiare e aveva preso un aereo alle quattordici da Londra per venirsi a riprendere la moglie: allora lei mi supplicò di portarla via, ovunque fosse, ma lontano dall’albergo in cui alloggiava.
Fu così che le proposi subito il mio appartamento: lei accettò senza alcuna esitazione, non so se più contenta dell’idea di venire a casa mia o se più terrorizzata dal pensiero che il marito la trovasse.
Tornammo di corsa all’albergo e lei pagò in contanti, fece rapidamente la valigia e, con la mia macchina, partimmo alla volta di casa mia.
Mentre mi allontanavo dal marciapiede, Sam vide il marito scendere da un taxi: per evitare che lui la vedesse lei si abbassò su di me: lo confesso, a quel contatto mi eccitai all’istante.
Sam mi disse con aria falsamente sorpresa che ce lo avevo duro, e con sguardo sognante cominciò ad accarezzarmi; le comunicai che c’eravamo allontanati e che il marito non ci poteva più vedere, ma lei rimase su di me, mi sbottonò i pantaloni e prese il cazzo in bocca, facendomi un pompino mentre guidavo la macchina.
All’improvviso si tirò su e proseguì con una sega: arrivati sotto casa non volle aspettare e mi venne sopra e lo facemmo lì in macchina. Senza pudore, Sam aveva deciso di ringraziarmi perché, senza chiederle nulla, le avevo proposto di venire a stare da me.
Lei voleva stare in città solo tre giorni e poi trasferirsi da qualche altra parte, ma io la convinsi a stare da me ancora per un giorno e che poi l’avrei accompagnata alla stazione per farla andare verso Parigi.
Quando entrammo nel portone di casa lei mi superò e salì le scale prima di me: ad ogni gradino la sua gonna saliva un pochino, rivelandomi panorami strepitosi.
Giunti al mio appartamento le diedi le chiavi e lei si piegò per aprire la porta, offrendo ai miei occhi e alle mi mani il suo fenomenale culo.
Non ebbi un attimo d’esitazione: le afferrai le natiche, quasi schiaffeggiandole e poi mi tirai fuori il cazzo e glielo appoggiai sullo spacco. Allora Sam si sbrigò ad aprire la porta di casa, e quando entrammo lei si andò a sistemare su un divano, offrendomi in maniera ancora più provocante il suo culo.
Mentre la scopavo alla pecorina, con le dita le massaggiavo il buchetto del culo, e devo dire che non mi ci volle troppo per renderlo disponibile ad essere penetrato.
Quando ormai era tutto pronto, lei mi disse, con l’aria più eroticamente sognante che si possa immaginare: “ dai tesoro… inculami… “.
Non me lo feci ripetere due volte e la penetrai con un solo colpo: lei cacciò un urlo, ma quando le chiesi se voleva che uscissi mi disse di no, e che anzi desiderava che io cominciassi a muovermi.
Incularla fu una cosa assolutamente fantastica: le dissi che, però, volevo venirle ancora una volta nella fica, e lei mi rispose che era anche quello il suo desiderio e che potevo uscire dal suo culo per rientrare nel suo corpo a pochi centimetri di distanza.
Dopo pochi minuti dall’averle affondato il cazzo nella fica le venni dentro in modo copioso, come uno che non scopa da mesi e che ha le palle rigonfie di sborra pronta ad esplodere.
Dopo essere venuto la presi in braccio e la portai in camera da letto e le dissi che quello era il suo regno incantato dove nessuno le avrebbe potuto fare del male: le dissi anche che quello era il regno del piacere e del sesso, fatto e goduto nei modi più strani, perversi, se così a lei andava, e nello stesso tempo dolci, come la regina del sesso poteva desiderare.
Il pomeriggio lo passammo a letto, a parlare del suo passato, di suo marito e della voglia che aveva di scappare da quell’uomo. Più tardi le proposi di andare a fare l’amore al mare, non in una casa ma proprio sulla spiaggia: lei mi rispose che ero un pazzo, ma poi accettò, dicendomi che voleva prima farsi una doccia bollente e solitaria, e poi prepararsi in modo adeguato.
Nel frattempo, io dovevo scegliere lo smalto per le unghie delle mani e dei piedi e il rossetto, e l’abbigliamento che la ragazza avrebbe dovuto indossare.
Per la serata che ci si prospettava scelsi il colore rosso scuro, perchè lo trovavo tremendamente erotico: quindi uscii di casa e andai a comprarle in una erboristeria una crema profumata al biancospino, e in un altro negozio acquistai degli stivali di vernice nera che arrivavano fino all’inguine, un reggiseno di pizzo nero push up, un tanga nero e delle calze autoreggenti, sempre nere, e che arrivassero all’altezza degli stivali.
Quando rientrai in casa lo spettacolo che mi si parò davanti fu sublime: Sam aveva acceso tutte le candele che avevo in casa e ed era già truccata. Volle che mi andassi a fare una doccia e che mi vestissi come lei aveva deciso per me; sul letto c’erano un paio di boxer, calze, un paio di jeans strappati, una camicia da sera e sopra mi dovevo mettere un giubbetto di pelle.
In bagno trovai il gel che anche la mia Sam si era messa nei capelli per acconciarseli in quel modo così sensuale.
Quando uscii dalla camera da letto Sam era lì ad aspettarmi, bella più che mai: indossava le cose che le avevo comprato. Sopra la biancheria intima si era messa un abitino di maglia nero e cortissimo, che le copriva solo il sedere: mi chiese di aiutarla ad indossare lo spolverino e così fummo pronti ad uscire di casa.
Non dicemmo una parola per tutto il viaggio.
La tensione erotica che ci avvolgeva non ci permise di dire assolutamente nulla. Aspettavamo solo di poter sfogare tutto il desiderio che avevamo l’uno nei confronti dell’altra.
Arrivati al mare, Sam ed io prenotammo un tavolo nel più romantico dei ristoranti e poi andammo a farci una prima passeggiata sulla spiaggia.
Ad un certo punto le dissi che avevo la mano destra fredda e che me la volevo riscaldare: prima l’appoggiai sotto lo spolverino e poi lentamente, molto lentamente, scesi fino al suo sedere, quindi tirai su il vestitino e cominciai ad accarezzarle le natiche; poi spostai il filo delle mutandine, e iniziai a titillarle il buchetto del culo.
Sam era come impazzita dal desiderio: lì vicino, ma non troppo al ristorante, si trovava un capanno di pescatori; entrammo, e lei volle che io la inculassi, e questa volta pretese che le venissi nel culo.
Prima lei mi regalò uno dei suoi mitici pompini, in modo che io avessi il cazzo duro e umido per penetrarla senza difficoltà: appena dentro di lei, presi anche a masturbarle la fica, e Sam perse completamente il controllo di se e iniziò ad avere continui orgasmi sempre più forti e dirompenti.
Il suo corpo era come impazzito dal desiderio, stravolto dalle mie attenzioni sempre più pressanti.
Quando le venni dentro i suoi orgasmi non si contavano più e una luce nuova le pervadeva lo sguardo sempre più luminoso e carico d’erotismo.
La sera al ristorante fu una sola e continua allusione al sesso e a quanto fosse bello scoparci.
Ad un certo momento le dissi che non ce la facevo più e che avevo un bisogno immediato di fare sesso: Sam mi disse che anche per lei valeva la stessa cosa e che sarebbe stato meglio pagare il conto, perché lei quel vestito di maglina non lo sopportava più e che lo voleva gettare via.
Usciti dal ristorante ci andammo a nascondere sotto una barca e lì le sfilai il vestitino di maglia e le strappai di dosso le mutandine, e quindi fu lei a spogliarmi: a quel punto iniziai a leccarle la fica fino a farla mugolare, poi le chiesi di farmi un pompino per agevolare la penetrazione del mio cazzo ormai teso e duro fino all’inverosimile.
Il cazzo, infatti, la penetrò senza difficoltà: una volta dentro cominciammo a muoverci e a godere di quei momenti così belli ed intensi.
Sam era un diavolo assatanato di sesso: completamente nuda uscì da sotto la barca e corse verso il capanno.
Io la raggiunsi, anche io nudo, e lì rifacemmo l’amore senza vergogna e senza pudore. Sam volle che la inculassi ancora, ed io la penetrai nel culo, con una dolcezza mai provata in quei due giorni in cui la libidine aveva raggiunto livelli inimmaginabili. Le venni dentro e lei ebbe vari violentissimi orgasmi, accentuati dal fatto che io le masturbavo di continuo la fica.
Più tardi l’accompagnai a casa e aspettai di sotto mentre lei infilava nel borsone le quattro cose che si era portata via quando era fuggita dal marito; poi l’accompagnai alla stazione, la portai al suo treno e con un grande sforzo me ne andai.
Non le dissi quanto i miei sentimenti per lei stessero diventando profondi e sinceri, non mi pareva il caso.
Sam mi disse che se mai fosse passata per la mia città mi sarebbe venuta a trovare per farci una rimpatriata, ma come sapevamo tutti e due non ci saremmo mai più rivisti.
Ma da lì a pochi giorni ricevetti una telefonata che risvegliò in me vecchie e nuove emozioni, e di cui appena possibile vi narrerò.
FINE
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Regalo di compleanno/3 (racconto di Diabolik1)
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SEXY DREAMS – 4th (hard)
Quando, solamente tre ore fa, sono arrivato con la macchina al parcheggio del motel, lei si era appena registrata alla reception, e, tenendo in mano le chiavi della camera che le era stata assegnata, era passata davanti a me.
Io l’avevo guardata con interesse, e anche lei non mi aveva di certo ignorato, ricambiando il mio sguardo senza alcun imbarazzo.
Con passo sicuro e andatura elegante, un nero borsone da viaggio nella destra, la coda di capelli biondi ondeggiante sulla schiena, la donna si era diretta alla porta della camera a lei riservata, aprendola rapidamente e sparendovi in un attimo all’interno.
Una donna veramente attraente, avevo subito pensato, mentre anch’io mi registravo per la notte, ancora ignaro degli straordinari sviluppi di quell’insolita serata.
La mia camera era tre porte dopo la sua.
Il tempo di una rapida doccia ed un altrettanto veloce cambio d’abiti, ed ero uscito alla ricerca di qualcosa da mettere sotto i denti.
Cento metri dopo il motel, lungo la grande strada statale, l’insegna illuminata di una rosticceria mi aveva immediatamente attirato: esattamente come una farfalla notturna è attratta dalla luce di un lampione.
Avevo aperto la porta del locale e…
E lei era lì, in un tavolo d’angolo, nell’attesa di essere servita.
Per la seconda volta in quella serata i nostri sguardi si erano incrociati all’istante, gli occhi dell’uno magneticamente attratti da quelli dell’altra.
Il locale era in pratica deserto, a parte un paio di tavoli occupati da camionisti di passaggio e diretti verso l’ancora lontana Salonicco.
Senza alcun’incertezza, mi ero diretto verso il tavolo occupato della donna, scostando la sedia e sedendomi di fronte a lei.
In silenzio c’eravamo guardati per lunghi istanti, e nei suoi occhi avevo letto la mia stessa curiosità ed il mio stesso desiderio.
Un’attrazione reciproca.
Di questo si trattava, dunque.
Un’attrazione fisica improvvisa, tanto irrazionale quanto irrefrenabile.
Avevamo quindi mangiato, quasi in assoluto silenzio, le poche frasi intessute di banalità: ma gli occhi… i nostri occhi non si erano lasciati un attimo soltanto, iniziando loro a fare l’amore prima dei nostri corpi frementi.
Dopo la cena, lei era venuta direttamente in camera mia, come si trattasse della cosa più logica e scontata.
Avevo chiuso a chiave la porta della camera, l’avevo baciata inebriandomi del suo profumo, e l’avevo lentamente spogliata, scoprendo un corpo di una grazia e di un’armonia assolutamente fuori del comune.
Quindi l’avevo accarezzata a lungo, riempiendomi le mani della sua pelle liscia e vellutata.
Alla fine era stata lei stessa a togliermi gli abiti, restituendomi tutte le carezze che io le avevo appena regalato.
Completamente nudi, eravamo crollati sul letto, travolti dalla passione e dal desiderio: in un attimo ero entrato in lei, penetrandola e riempiendola della mia eccitazione e della mia voglia di sesso.
Avevamo scopato a lungo, in una girandola di sensazioni e di posizioni, in un’esplosione continua d’orgasmi senza fine.
Ora, seduto su questo consunto e vetusto divano, dall’improponibile color aragosta, la schiena comodamente appoggiata alla spalliera e le gambe divaricate, la osservo con compiacimento, meravigliandomi ancora una volta del suo splendido corpo.
Siamo entrambi ancora completamente nudi.
Lei è sdraiata accanto a me, distesa sull’altra seduta del divano, le gambe appoggiate di traverso sulle mie: la bottiglia di vino gelato che avevo comprato prima di uscire dalla rosticceria è quasi vuota, ed i bicchieri sono appoggiati sul pavimento.
Nuda, rilassata, e così abbandonata dopo il sesso appena consumato, lei è semplicemente stupenda.
E la sola vista del suo sensuale corpo mi accende ancora una volta il desiderio.
Ho il cazzo nuovamente in erezione, così duro e pulsante come non mi succedeva da troppo tempo.
Sento ancora un’incontenibile voglia di lei, di sdraiarmi e di perdermi su quel corpo invitante che sembra solo aspettarmi.
Faccio scorrere gli occhi su di lei, gettando altra benzina sul fuoco ardente del desiderio.
I biondi capelli, ora sciolti, le incorniciano il volto dai tratti regolari, quasi cesellati dalla mano di un artista: gli occhi, grigi e profondi, le labbra, piene e sensuali, a circondare denti piccoli e così meravigliosamente candidi.
I lunghi orecchini dorati che terminano in un ciondolo azzurro, lo stesso ciondolo della collana che lei indossa: sembra essere quasi una pallina azzurra, che ora è appoggiata nell’incavo tra i generosi seni.
La sua mano sinistra è abbandonata sul divano: una mano elegante, dalle dita snelle e dalle lunghe unghie laccate di rosso molto scuro.
La destra, invece, circonda delicatamente un seno, mentre le dita pizzicano in modo malizioso il capezzolo eretto.
Scendo con lo sguardo lungo il suo corpo, sul ventre e sulla fica, appena velata da una rada peluria chiara: per un attimo penso di masturbarmi di fronte a lei, eccitandomi al solo guardarla.
Godrei intensamente, affascinato e turbato dalla sua bellezza.
Ma è il pensiero di un solo istante.
Perché è lei che vuole continuare a donarmi il piacere.
La vedo muovere le gambe: le sue cosce si allargano, mostrandomi il sesso aperto e grondante d’umori, mentre, dalle ginocchia in giù, le gambe si piegano e tornano ad avvicinarsi, fino a che i suoi piedi mi abbracciano il cazzo, in una stretta leggera e di un erotismo sconvolgente.
Ora la sua mano ha lasciato il seno, è scesa al sesso che sembra offrirsi ancora più invitante di prima, e l’indice ha preso a premere sul clitoride, con delicatezza ma senza esitazione.
Immediatamente il suo respiro torna a farsi affannoso, carico di desiderio e di libidine.
I suoi piedi sono bellissimi: affascinanti e seducenti, mi accarezzano, e quello smalto rosso così scuro, lo stesso che ha sulle unghie delle mani, e che contrasta meravigliosamente con il rosa della pelle del mio cazzo, è l’ultimo tocco che mi proietta verso il delirio finale.
Volto il viso e inizio a leccarle il ginocchio, e con la mano le accarezzo il seno.
Mentre lei si masturba, i suoi piedi scivolano esperti sul mio pene fremente, scappellandomelo sempre più a fondo, gli alluci a strofinarmi la pelle sensibile della punta.
La vedo sussultare all’intima carezza della sua mano sulla fica, preda dell’ennesimo orgasmo di quell’incredibile notte.
I piedi hanno aumentato il ritmo, masturbandomi deliziosamente: provo a resistere, ma ben presto capitolo di fronte a quel dolce supplizio.
Dalla punta del mio cazzo esplode tutta la mia eccitazione, in un fiotto di sperma, denso, bianco e bollente, e che cola eroticamente sulle dita e sulle unghie di quei due piedi da favola.
Senza fiato, svuotato d’ogni energia, resto immobile ad osservare le sue fantastiche estremità, ancora strette attorno al mio cazzo.
Mi porto un suo piede alla bocca e inizio a leccarle le dita, lentamente, accuratamente, ripulendo del mio sperma le sue unghie laccate; e, solo in quel momento di folle passione, mi accorgo di non conoscere nemmeno il nome di questa splendida creatura, meravigliosa ed unica amante di una notte qualunque.
FINE
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SEXY DREAMS – 4th (hard)
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SEXY DREAMS – 5th (hard)
Fino a quel momento la festa si era rivelata mortalmente noiosa, e non avevo più alcuna speranza che la serata potesse cambiare in meglio.
Gli invitati, quasi tutti colleghi dell’ufficio dove da anni io lavoravo, avevano fatto a gara per renderla la più classica ed ammorbante delle feste aziendali, non smettendo un solo minuto di parlare del lavoro o di spettegolare sul collega che, povero disgraziato, proprio in quell’istante si era allontanato per andare a prendersi da bere, o magari della collega che si era andata a chiudere nel bagno per rifarsi il trucco.
Malignità e maldicenze, battute pesanti e di pessimo gusto, cattiverie in quantità industriale, e quel falso senso d’allegria che in quelle occasioni sembrava non poter mai mancare.
Insomma, mi ero pentito quasi subito dall’aver accettato l’invito a quella riunione di emeriti cazzari e di idiote segretarie tirate a lucido, neanche fosse quello il ballo delle debuttanti.
D’altronde, a Patrasso c’illudiamo di essere cittadini evoluti e smaliziati, ma, in realtà, siamo più gretti e ignoranti dei contadini che vivono nel più sperduto paese del Peloponneso.
Quell’invito, però, non avevo potuto proprio evitarlo: la festa era stata organizzata dal mio collega di stanza, che voleva festeggiare (udite ! udite !) nientemeno che i dieci anni di matrimonio con quell’arpia segaligna e antipatica della moglie.
Ma questi erano affari suoi: se l’era sposata e ora se la teneva, volente o nolente.
Contento lui…
Di certo, però, si sarebbe offeso se proprio io avessi declinato quell’invito.
E la pacifica convivenza, in un ufficio, è alla base della stessa sopravvivenza impiegatizia.
- Una gran noia, vero ? -
Agnes era la segretaria personale di uno dei direttori più importanti dell’area tecnica.
Era pur vero che entrambi lavoravamo da tempo nella stessa azienda, operando, però, in settori completamente diversi: di conseguenza non avevo molta familiarità con la donna che mi stava rivolgendo la parola.
Le rarissime volte che c’era capitato di mangiare insieme alla mensa, allo stesso tavolo, la nostra conversazione era rimasta sempre a livelli di estrema formalità, non addentrandosi mai in confidenze particolarmente intime.
Insomma, fra noi non vi era una particolare conoscenza.
- Già… una vera e propria serata a dir poco ammorbante… – le risposi, azzannando l’ennesima tartina al salmone.
Agnes era sicuramente oltre la quarantina, dunque non più giovanissima, anche se bisognava riconoscere che la donna portava magnificamente la sua età.
Sposata con un pilota dell’Olympic, Agnes lavorava nell’azienda da moltissimi anni, e da sei era diventata segretaria personale di quell’alto dirigente di cui vi accennavo prima.
Malgrado lei avesse almeno una decina d’anni più di me, da un punto di vista fisico la donna non mi era di certo indifferente: notevolmente più alta della media, aveva un corpo slanciato e dalle forme decisamente provocanti, permeato di un fascino latente, quell’erotismo che solo le belle donne di una certa età possono irradiare.
L’unica parte di lei che non mi faceva impazzire, e che consideravo non proprio all’altezza del resto, era il suo viso, dalla forma un pò troppo allungata e dalla bocca eccessivamente grande.
I lunghi e lisci capelli castani le ricadevano sulle spalle, accentuando, se possibile, le caratteristiche così particolari del suo volto.
Nel complesso, però, la donna non passava di certo inosservata, e considerandone anche l’età, non era difficile ammettere che desse dei punti a molte delle più giovani e intraprendenti colleghe.
Fu così che rimasi ad osservarla, forse per la prima volta con maggiore attenzione, mentre sorseggiava il bicchiere pieno di succo d’arancia che teneva nella mano, una mano dalle dita ornate di anelli e dalle lunghe unghie smaltate di un rosso scurissimo.
- Non partecipi anche tu alla fiera del pettegolezzo ? – le chiesi, guardando la confusione che ci circondava.
- No… grazie… sopporto già a fatica tutti quelli che girano in ufficio tutto il giorno… adesso, poi… che sono quasi tutti ubriachi… -.
- Già… in effetti potresti anche togliere il quasi… tra poco vedremo qualcuno addormentarsi su un divano… -.
- Senti… ti va di fare un giro in giardino ? Ho le orecchie che mi dolgono per tutto questo vociare senza senso… -.
- Perché no ? – le risposi, contento di potermi allontanare per qualche minuto dal vuoto pneumatico di quella festa.
Uscimmo da una delle grandi portefinestre che davano sull’ampia veranda della casa del mio collega
Ci trovavamo in un quartiere periferico di Patrasso, e le ville, anche se non particolarmente grandi, erano però circondate da un ampio giardino.
Agnes camminava davanti a me, e le forme del suo corpo calamitavano in modo indiscutibile tutta la mia attenzione.
La donna indossava un pantalone blu di cotone leggero ed un top bianco, che le lasciava interamente scoperte le spalle: sandali neri dal tacco alto ne slanciavano divinamente la sensuale figura.
Forse, in altre occasioni, non mi sarei attardato a guardarla con così grande interesse, anche in considerazione del fatto che lei era notevolmente più grande di me, e molto di rado mi era successo di provare un qualche interesse per donne che avessero superato la quarantina.
Ma quella sera, complice la monotonia di quella dannata festa, i miei occhi erano magneticamente attratti da quella seducente signora.
Scendemmo i gradini della veranda e c’inoltrammo nel grande giardino: mi ricordai che qualcuno mi aveva detto che si estendeva per oltre duemila metri quadrati attorno alla casa.
Appassionati di giardinaggio, il mio collega e la moglie avevano creato un vero e proprio parco, con tratti di prato verdissimo, cespugli di fiori colorati e alberi d’alto fusto.
Era un giardino da vivere di giorno, perché a quell’ora della sera risultava essere troppo buio, a parte la zona circostante la casa, che veniva illuminata dalle luci della stessa e da alcuni bassi lampioncini.
Mi affiancai ad Agnes, e ci avviammo sul prato, l’aria fresca della sera a stemperare il caldo dell’interno della casa, raggiungendo, dopo poche decine di metri, i primi alberi di quello che voleva essere un piccolo boschetto.
Mi accesi una sigaretta, rischiarando così la fitta oscurità che in quel momento ci circondava.
- Quanto pensi che andrà avanti ancora la festa ? – mi chiese Agnes, inoltrandosi sotto gli alberi e tra i rigogliosi cespugli di sempreverdi.
- Sicuramente ancora troppo per i miei gusti – le dissi, soffiando via il fumo e la nicotina.
Adesso ci trovavamo ad una settantina di metri dalla casa, ed i rumori ci giungevano finalmente più attutiti, sostituiti, in gran parte, dal debole fruscio delle foglie, agitate da una lieve brezza notturna.
Dietro un fitto cespuglio di rose, in un angolo, intravidi la forma di una panchina in legno.
- Vieni… mettiamoci seduti un istante… – le proposi, avviandomi in quella direzione.
Lei mi seguì senza parlare, i suoi sandali che facevano scricchiolare le foglie cadute in terra.
Il buio che ci circondava era pressoché assoluto.
Schiacciai il mozzicone sotto la suola della scarpa e… improvvisamente mi accorsi della vicinanza di Agnes.
Potrà apparire curioso, ma fino a quel momento non avevo avvertito come la situazione si fosse fatta, d’un tratto, notevolmente imbarazzante.
Da soli, al buio, seduti su quella panchina nascosta, Agnes ed io sembravamo proprio una coppietta alla ricerca di un posto dove…
Sentii la mano di Agnes sfiorarmi una coscia.
Sorpreso da quella sua iniziativa, mi voltai a guardarla.
I miei occhi si erano finalmente abituati all’oscurità, e quello che mi era sembrato come un buio impenetrabile fino a poco prima, ora mi appariva come una gradevole e complice penombra.
- Agnes, io… -.
Le mie parole furono interrotte dal contatto delle sue morbide labbra, che mi baciarono, dapprima esitanti, poi con sempre maggior trasporto.
Quella che avevo al mio fianco era una donna non più giovane, certo, ma ancora bellissima e affascinante, e la mia reazione a quella sua chiara proposta fu immediata: ricambiai, e senza indugi, il suo inatteso bacio.
Quando le nostre labbra alla fine si staccarono, senza la necessità di dire una sola parola, ci alzammo dalla panchina e, rapidamente, io le abbassai il top, scoprendole le tette, grandi e dai larghi capezzoli, e ancora sicuramente toniche per la sua non più giovane età.
Le accarezzai per alcuni lunghi secondi, indugiando sensualmente con le mani sulla sua pelle, fino a quando i capezzoli si inturgidirono, mostrandomi, se mai ce ne fosse stato bisogno, lo stato di estrema eccitazione di Agnes.
Mentre i rumori della festa mi giungevano sempre più lontani e indistinti, mi appoggiai con la schiena al tronco di una quercia che si trovava lì accanto.
Cercai di attirare a me la donna, afferrandola per la vita, con l’intenzione di riprendere a baciarla e di godere del contatto con quelle sue morbide e sensuali labbra.
Ma Agnes era di tutt’altro avviso: inginocchiandosi di fronte a me, iniziò ad allentarmi la cinta dei pantaloni, fissandomi in volto con sguardo torbido e occhi maliziosi.
Nella poca luce, che debolmente rischiarava quella parvenza di bosco nella quale ci trovavamo, riuscivo però a vedere i movimenti delle sue mani, belle ed eleganti, dalle dita snelle e dalle lunghe unghie laccate di quella scura tonalità di smalto rosso che, a causa della scarsa illuminazione, mi dava l’impressione di essere quasi nero.
Con gesti abili e decisi, Agnes mi sbottonò i pantaloni, facendomeli scivolare, insieme ai boxer, all’altezza delle ginocchia: quindi, sospirando eccitata, lasciò vagare le mani sulla mia erezione, spasmodicamente protesa verso di lei, lisciandomi la verga e palpandomi i testicoli.
Il solo contatto delle sue dita mi aveva fatto rabbrividire e sussultare di piacere: socchiusi gli occhi, godendomi le sue meravigliose e delicate carezze.
Agnes iniziò a masturbarmi, in maniera lenta ed esasperante: sapeva usare le mani in modo fantastico, sfiorando abilmente i punti più sensibili del mio cazzo, dimostrandomi quanto lei fosse una donna esperta e smaliziata.
Ripensai a quello che si diceva di lei in ufficio, di quanto Agnes apparisse schiva ed estremamente seria agli occhi dei colleghi, di come si mormorasse che nessuno ci avesse mai provato veramente proprio per quel suo carattere freddo e un pò scontroso: sotto quella parvenza di distacco, però, ardeva intenso il fuoco della passione, come la situazione in cui mi ero venuto a trovare ampiamente dimostrava.
Tutti quei miei pensieri vennero spazzati via nel momento stesso in cui la bocca della donna s’impossessò della mia cappella.
Sentii le sue soffici labbra schiudersi e scivolare bollenti sulla mia carne, prendendo a succhiarmi l’asta in maniera divina.
Una mano posata sui miei testicoli, la bocca di Agnes iniziò quello che poi si sarebbe rivelato il miglior pompino che una donna mi avesse mai fatto.
Di tanto in tanto la vedevo sfilarselo dalla bocca, per farselo scorrere lungo la pelle delle guance, alternando questo erotico trattamento con sapienti carezze della lingua, e con torride leccate della cappella, strappandomi ansiti e sospiri sempre crescenti.
Le labbra di Agnes mi trascinarono in paradiso, istante dopo istante, scatenando in me un vero e proprio delirio dei sensi.
Tutto si era verificato in maniera così rapida e inaspettata che le mie deboli difese ne risultarono travolte: sentii l’orgasmo salire irrefrenabile, mentre gli occhi di Agnes si fissavano nei miei, quasi a non voler perdere un solo istante della mia esplosiva eccitazione.
L’ultimo e fugace pensiero che mi attraversò la mente, prima di abbandonarmi definitivamente alla sua bocca ed alle sue mani, fu d’assoluta meraviglia per quanto lei fosse erotica ed affascinante in quel momento, in ginocchio davanti a me, il mio cazzo nella sua bocca, la pelle chiara del suo seno che debolmente risaltava nell’oscurità.
Nel momento in cui schizzai tutto il mio orgasmo, Agnes si sfilò il pene dalla bocca, lasciandovi però le labbra posate sensualmente sulla cappella: con la mano mi strinse il pene e accelerò il movimento, masturbandomi divinamente.
Esplosi la mia eiaculazione in lunghi e bianchi schizzi, inondandole le labbra ed il mento: lo sperma, denso e caldo, iniziò a colarle sui seni ed Agnes, preda di un’eccitazione senza confini, con le sue erotiche mani se lo spalmò sulla pelle, regalandomi un’ultima e straordinariamente eccitante immagine di quella serata indimenticabile…
Sono tre anni che Agnes ed io, all’insaputa di tutti i colleghi dell’azienda, e ovviamente anche del marito di lei, spesso assente per qualche volo all’altro capo del mondo, siamo diventati amanti.
Il nostro rapporto si basa esclusivamente sul sesso, che ci regaliamo senza inibizioni e in assoluta complicità; il fatto che Agnes si avvii verso i cinquanta contribuisce, ai miei occhi, ad accrescere ancor di più il mio desiderio di lei.
E, a volerla dire tutta fino in fondo, è stata Agnes a farmi conoscere i più remoti luoghi della lussuria, i giochi erotici più intriganti e coinvolgenti, e le fantasie sessuali più estreme ed appaganti.
Credo proprio che a questo punto della mia vita, io non potrei fare a meno di lei, e tanto meno della sua dirompente ed eccezionale carica erotica.
FINE
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SEXY DREAMS – 5th (hard)
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VORTICE EROTICO (hard)
La piccola imbarcazione navigava lenta in alto mare, la costa ormai lontana e ridotta ad una linea confusa ed indistinta all’orizzonte.
Il rumore dell’ansimante motore riempiva l’aria, confondendosi con lo sciabordio dell’acqua, schiaffeggiata quasi con delicatezza dallo scafo della barca.
Si trattava di una vecchia imbarcazione, un tempo usata dai pescatori dell’isola, ed ora sommariamente riadattata per ospitare i turisti in gita: una piccola cabina con il timone e gli antiquati strumenti per la navigazione, ed un ponte in tavole di legno consunte, con qualche lettino per prendere il sole e alcune sedie di plastica, e coperto, per metà, da stuoie di bambù che facevano un pò d’ombra, sostenute da tubolari di ferro che, per quanto riverniciati di continuo, mostravano evidenti i segni della corrosione della salsedine.
Non era di certo una barca di lusso, ma per il lavoro giornaliero d’escursioni alle isole vicine, andava più che bene.
La giornata era splendida ed il mare una tavola azzurra, liscia ed invitante.
Ed anche il vento, quel giorno, era poco più di una brezza leggera.
Eravamo partiti da circa mezz’ora, lasciando il piccolo porto di Livadia, il principale villaggio dell’isola greca di Tilos, ed ora navigavamo in direzione nord, verso quel tratto di mare che divide Tilos da Nissiros, l’isola più vicina, quasi gemella della prima.
Avremmo dovuto, quindi, attraversare il braccio di mare per arrivare ad Avlaki, il porticciolo di Nissiros, splendidamente caratteristico, con le sue casette bianche e dalle imposte e porte azzurre.
Era una rotta che facevo, di fatto, tutti i giorni, una tra le tante escursioni che gli stranieri gradivano maggiormente.
I due turisti mi avevano contattato la sera precedente, quando, al porto di Livadia, seduto su uno sgabello davanti alla mia barca ormeggiata, attendevo con ansia che qualcuno prenotasse una gita per il giorno successivo.
Era una serata calda e afosa, ed anche il meltemi, il vento che soffia da nord e che mitiga il calore delle nostre interminabili estati, sembrava essersi preso una pausa.
Fino a quell’ora, a parte un paio di persone che si erano informate sugli orari e sui prezzi delle gite, ero ancora desolatamente senza lavoro per l’indomani.
E non lavorare a pieno ritmo nella stagione estiva era un problema non di poco conto: quelli erano gli unici mesi in cui si poteva guadagnare bene, ed andavano sfruttati al massimo.
Insomma, avevo visti arrivare i due turisti lungo la banchina: camminavano lentamente, mano nella mano, guardando le barche e rifiutando gli inviti di tutti gli altri miei concorrenti che, come avvoltoi alla ricerca di un pasto, volteggiavano attorno ai villeggianti di passaggio offrendo gite ed escursioni.
Poi, giunti alla mia altezza, i due si erano soffermati ed erano rimasti ad osservare la barca, parlando tra loro in una lingua che non aveva capito quale fosse.
Avevano parlottato per un paio di minuti, per poi avvicinarsi alla mia barca e a me che, seduto, attendevo speranzoso gli eventi.
I due turisti, un uomo ed una donna, erano una coppia che non passava di certo inosservata.
Lei, sui trentacinque anni, era di una bellezza veramente fuori del comune.
D’altezza media, calzava dei sandali dal tacco alto che le slanciavano divinamente le gambe, rendendole ancor più snelle e tornite di quanto già non fossero; un corto abito estivo bianco le fasciava il corpo dalle curve dirompenti ed armoniose, e la pelle, scurita dall’intensa abbronzatura, appariva morbida e liscia.
Il viso, dai tratti regolari e delicati, mostrava occhi scuri e profondi, naso piccolo e dritto, e due labbra piene, generose ed invitanti.
Una cascata di capelli corvini mossi le incorniciava il volto, quasi a far da cornice allo splendore di quella donna.
Era di una bellezza così rara e completa che gli occhi di tutti gli uomini che passavano erano inesorabilmente calamitati su di lei.
Lui era più anziano, almeno di una ventina d’anni.
Capelli bianchi, tagliati quasi a spazzola, un viso attraente, solcato da rughe sottili che aumentavano il suo fascino d’uomo maturo.
Alto, e con un fisico sicuramente prestante per l’età, indossava una camicia azzurra e dei pantaloni di cotone blu; ai piedi, delle comode scarpe da barca completavano il suo ricercato abbigliamento sportivo.
Una coppia sicuramente bella e, quasi certamente, anche facoltosa.
Per me, che ancora non avevo trovato nemmeno un turista per il giorno successivo, i due sarebbero stati dei clienti ideali, la classica manna caduta improvvisa dal cielo.
Rimasi ad osservarli confabulare tra loro, sperando che alla fine si decidessero per la mia barca.
Dopo qualche minuto ancora, l’uomo mi fece un cenno con la mano.
Subito mi avvicinai a loro con il mio migliore sorriso, deciso a non farmeli assolutamente scappare: ero quasi certo che, se avessero scelto la mia barca, mi avrebbero dato anche un supplemento sulla cifra che avremmo pattuito.
I turisti danarosi lo facevano molto spesso.
Niente a che vedere con le famiglie in vacanza che venivano dai paesi del nord dell’Europa: con loro non c’era mai da aspettarsi un euro in più.
Ma, d’altronde, a parte i soldi contati per la vacanza, sapevo perfettamente che anche loro, nelle rispettive nazioni, avevano i miei stessi problemi per arrivare alla fine del mese.
Tutto il mondo è paese, in definitiva.
Se i due si fossero decisi per la gita con la mia barca, avrei però dovuto rimediare un’altra decina di persone almeno per non lavorare in perdita: e, visto come stava andando la serata, anche questo non era un problema di secondo ordine.
Una cosa alla volta, mi dissi, aspettando che i due si prenotassero per il giorno seguente.
Osservandoli ora da vicino, mi accorsi che l’uomo aveva almeno cinque o sei anni in più di quanto mi era inizialmente sembrato: una sottile ragnatela di rughe segnava il suo volto abbronzato, ma gli occhi, vivaci e di un verde intenso, contribuivano a farlo apparire decisamente più giovane e affascinante.
Ma era la donna, come voi potete ben immaginare, a catturare tutta la mia attenzione.
Sensuale e seducente, sembrava fasciata da quel suo corto abito bianco, e le sue forme prorompenti apparivano ancora più evidenziate da quello stretto vestito.
Le mie supposizioni sull’agiatezza di quella coppia vennero confermate dalla quantità d’oro che lei sfoggiava: un girocollo, piatto e largo, gli orecchini a pendaglio, i braccialetti ai polsi e gli anelli alle dita delle mani.
Tutti questi gioielli la rendevano ancora più bella, impreziosendo il suo naturale e straordinario fascino.
Le gambe, dritte ed impertinenti, erano slanciate dai sandali dal tacco vertiginoso, ed una catenina, anch’essa d’oro, le ornava la caviglia destra.
Il viso truccato in maniera discreta, la ragazza aveva le unghie delle mani e dei piedi laccate di un rosso molto scuro, un color prugna che solo a vederlo su di lei mi provocava intensi fremiti di desiderio.
L’uomo mi chiese, in inglese, se avevo ancora dei posti liberi per il giorno dopo: gli risposi che erano fortunati, e che l’imbarcazione non aveva ancora nessuna prenotazione.
Non volendo con loro ammettere che mi si prospettava una giornata senza lavoro, mi avventurai in una complicatissima spiegazione sul perché loro fossero i primi a prenotare i posti per la gita ad Avlaki.
Lui si rivolse nuovamente alla sua compagna in quella lingua per me incomprensibile: si scambiarono poche battute e, quindi, tornando all’inglese, lui mi disse che potevo chiudere le prenotazioni perché affittavano la barca per intero, e per tutta la giornata.
Alla mia espressione certamente sorpresa, l’uomo mi spiegò che non amavano la confusione, e che preferivano pagare una cifra più alta in cambio di una giornata d’assoluta tranquillità.
Gli risposi che per me non c’erano problemi ad affittare loro l’intera imbarcazione, ma che la cosa si sarebbe rivelata molto costosa.
L’uomo mi rispose che quello non era un problema, e mi chiese quanto volevo.
Feci rapidamente due calcoli: a pieno carico, una giornata mi fruttava trecento euro, tolte le spese per il carburante: se avessi rifiutato la loro proposta, era quasi certo che a quell’ora non avrei trovato neppure un turista o, peggio ancora, magari ne avrei trovati solo quattro o cinque e sarei dovuto uscire per l’intera giornata rimettendoci un sacco di soldi.
Mi conveniva accettare senza indugi.
Gli chiesi duecentocinquanta euro, prontissimo a scendere sul prezzo se ai due la cifra fosse sembrato eccessivamente cara.
Ma l’uomo non fece alcuna rimostranza e mi mise nel palmo della mano una banconota da cento euro, come acconto per il noleggio della barca.
La mia modesta imbarcazione sarebbe stata tutta per loro, ed io avevo salvato alla grande la mia giornata di lavoro.
Ci accordammo sull’orario di partenza e quindi i due se ne andarono, confondendosi con la folla serale che passeggiava sul lungomare.
Mancavano ancora quasi due ore di navigazione per Avlaki.
La gita prevedeva una sosta di tre ore nel villaggio, tre ore nelle quali i turisti potevano dedicarsi a girare per le strette vie gremite di negozietti, o anche andare a visitare un piccolo santuario in cima ad una collina, o, più semplicemente, farsi un bagno nelle acque cristalline di Nissiros, pranzando sulla spiaggia in qualche piccola taverna.
Quindi ci sarebbe stato il viaggio di ritorno a Livadia, con arrivo al porto nel tardo pomeriggio.
I miei due passeggeri si erano sistemati sul piccolo ponte a prendere il sole.
Di tanto in tanto, lui, con un secchio in mano, si sporgeva oltre la bassa fiancata dell’imbarcazione, e prendeva l’acqua del mare, con la quale entrambi poi si rinfrescavano la pelle riarsa dal sole.
In piedi, nella piccola cabina, io tenevo la rotta: ma il mare calmo e l’assenza di altre imbarcazioni nella zona mi permettevano di stare totalmente rilassato, e mi lasciavano tutto il tempo di voltarmi a guardare cosa i miei due ospiti stessero facendo.
Era insolito avere due soli passeggeri, abituato com’ero a compagnie chiassose e piene di bambini scatenati; per questa ragione non avevo altro da fare che osservare l’uomo e la donna mentre si godevano il sole ed il caldo.
A dire proprio tutta la verità, l’attività che più mi assorbiva era quella di mangiarmi con gli occhi la splendida donna che si trovava a pochi metri da me.
Adagiata su un lettino bianco, la ragazza si crogiolava al sole, in un costume giallo così ridotto e striminzito da non lasciar nulla alla mia pur fervida e maliziosa immaginazione.
Le gambe meravigliose, il ventre piatto, il seno abbondante, così magnificamente rilassata, la donna era uno spettacolo assolutamente fantastico per i miei famelici occhi.
Il suo compagno, ora che si era messo in costume, mostrava più evidenti i segni dell’età: un accenno di pancetta, i peli del petto bianchi, la pelle un pò cadente sui fianchi, i muscoli non più tonici.
Certo, per la sua età non se la passava male, ma faceva sicuramente più figura vestito che non seminudo.
Mi chiesi come una donna così bella potesse stare con lui se non per una questione di soldi: doveva trattarsi di un uomo molto ricco, un uomo forse affermato e di potere, e a queste sirene molte donne non sanno di certo resistere.
La cosa, in ogni modo, non mi riguardava, e mi accontentai di divorare con lo sguardo quella splendida bellezza: era molto raro che, sulla mia barca, mi capitasse di ammirare una donna così sensuale ed erotica.
In lontananza vidi il traghetto della Blue Star Ferries che dal Pireo, e dopo lo scalo a Kos, andava a Rodi.
La sua rotta era molto lontana dalla mia e non avrebbe creato alcun problema alla mia navigazione.
La giornata era assolutamente tranquilla sotto ogni punto di vista, e la barca avrebbe potuto navigare anche da sola.
L’uomo, nel frattempo, aveva tirato fuori una macchina fotografica digitale e, in piedi, scattava fotografie al panorama circostante, controllando, di tanto in tanto, come queste fossero venute, e scartando senza alcun’esitazione tutte quelle che non lo soddisfacevano a pieno.
Riportai lo sguardo verso la prua, controllando annoiato e per l’ennesima volta che nessun’altra imbarcazione incrociasse la mia rotta.
Quando tornai a girarmi verso i due, vidi che lui si era messo a scattare fotografie alla sua compagna che, immobile e forse ignara di essere immortalata, continuava a prendere il sole con evidente piacere.
Poi l’uomo le disse qualcosa e, dopo un attimo, molto lentamente, lei si rialzò, mettendosi seduta sul lettino, ed iniziando ad assumere pose sempre diverse in modo che l’uomo si potesse sbizzarrire a scattare foto su foto.
Dal mio punto d’osservazione, un pò rialzato ma a pochi metri da loro, potevo vedere la schiena della donna, dritta ed abbronzata, percorsa dalla sottile striscia gialla di stoffa che le teneva su la parte superiore del bikini.
Non ci volle molto tempo perché mi rendessi conto di come lei avesse iniziato ad assumere atteggiamenti e posizioni sempre più provocanti, evidentemente coinvolta dal suo compagno in quel gioco solo apparentemente innocente.
Le mani tra i capelli, lo sguardo verso l’orizzonte, il busto proteso all’infuori, le gambe prima divaricate e poi accavallate e, nei primi piani, gli occhi che, pur non potendo io vederli dal punto in cui mi trovavo, immaginavo torbidi e sensuali, lei si faceva fotografare assumendo le pose che lui, di continuo, le suggeriva.
Restai a guardarla, rapito dalla sua incredibile bellezza, coinvolto da quello che vedevo, e, inutile nasconderlo, con un inizio d’eccitazione che mi costava estrema fatica dissimulare.
E quando la ragazza s’iniziò a slacciare la parte superiore del costume, mostrando i seni pieni e meravigliosamente sodi all’obiettivo della macchina fotografica, mi fu finalmente chiaro il perché i miei due passeggeri avessero voluto la barca tutta per loro.
La mia presenza era, per entrambi, evidentemente irrilevante, o forse solamente necessaria affinché potessero fare i loro giochi erotici in alto mare con tutta tranquillità: si erano di certo accorti di come il sottoscritto li stesse guardando, di come i miei occhi si fossero incollati al corpo della donna.
Ma la cosa non li turbava per nulla e mi chiedevo, sempre più eccitato da quell’inaspettata situazione, fino a dove si sarebbero spinti: iniziavo a preoccuparmi, perché se i due avessero cominciato a fare del sesso, la mia posizione si sarebbe fatta sicuramente imbarazzante, e quella giornata si sarebbe rivelata molto lunga e difficile.
Le mani sui fantastici ed erotici seni, i capezzoli eretti e che apparivano come piccoli chiodi, la ragazza continuava a farsi fotografare in pose sempre più esplicite e sensuali.
I capezzoli si erano fatti così turgidi che lei, alternativamente, se li leccava con sempre maggior trasporto, sospingendosi quelle magnifiche tette verso la bocca, verso la lingua guizzante che li stuzzicava maliziosamente.
Ormai la barca andava in pratica da sola, come se io avessi inserito il pilota automatico, che naturalmente, però, non avevo: i miei occhi erano fissi su di lei, e avvertivo un’erezione incredibile che mi premeva, ogni istante di più, nei pantaloncini da mare che indossavo.
Passarono forse cinque o sei minuti, e poi lei, con movimenti veloci ma estremamente aggraziati, si tolse anche le mutandine, restando così completamente nuda di fronte alla macchina fotografica che continuava a scattare una foto dietro l’altra.
L’uomo si spostava da ogni lato, a destra e a sinistra, si metteva di fronte alla ragazza, in piedi o in ginocchio, immortalandola in decine d’inquadrature e dicendole in quali pose lei si dovesse mettere; ed entrambi, come vi dicevo, si erano resi conto di avere uno spettatore particolarmente interessato.
Per nulla imbarazzati o infastiditi dalla mia presenza, continuavano nel loro gioco come se io non esistessi nemmeno.
I minuti che passavano si andavano facendo sempre più torbidi e bollenti.
La ragazza, di fatto, non ascoltava nemmeno più quello che l’uomo le stava dicendo, le direttive che lui le impartiva perché le foto riuscissero nel modo migliore: ormai si era eccitata e, nuovamente sdraiata sul lettino, si faceva scorrere le mani sul corpo statuario, carezzandosi la pelle abbronzata e iniziando a masturbarsi con sempre maggiore voluttà.
Dai seni alle cosce, dalle spalle al ventre, fino a sfiorare la fica depilata, le sue dita, con quelle stupende unghie color prugna, correvano impazzite su ogni centimetro del suo corpo.
E il suo compagno continuava a scattare le foto, fissando per l’eternità la bellezza ed il travolgente erotismo di quella fantastica donna.
Controllai ancora una volta che nessun’altra imbarcazione potesse creare problemi alla nostra tranquilla navigazione, ma quando tornai a voltarmi verso di loro decisi all’istante di fermare i motori e di gettare l’ancora: sarebbe stato troppo pericoloso continuare ad andare per mare quando la mia attenzione sarebbe stata totalmente assorbita da quello che la donna si accingeva a fare.
I motori si spensero con un borbottio e l’ancora scivolò in acqua con il suo consueto stridore di metallo.
Ora che il rumore dei motori era cessato, il silenzio si era fatto totale, quasi opprimente, a parte il debole sussurro del mare che accarezzava lo scafo immobile ed i gemiti di piacere che la ragazza non riusciva più a contenere.
Se i due si fossero accorti che avevo spento i motori, e che eravamo fermi in mezzo al mare, non lo mostrarono in alcun modo: lui continuava a stare dietro l’obiettivo, mentre lei aveva tirato fuori della borsa da mare un fallo di gomma rosso, lungo e lievemente arcuato, e se lo faceva passare tra i seni e sui capezzoli, ansimando e sospirando, preda di una libidine sempre più incontenibile.
M’infilai la mano nei pantaloncini, impugnai il cazzo in piena erezione e presi a masturbarmi lentamente, eccitato come poche volte mi era accaduto: quella ragazza, con il suo corpo da favola, che si masturbava con quel lungo cazzo di gomma, era una visione che mi avrebbe fatto impazzire dal desiderio se, a mia volta, non mi fossi masturbato guardando lei.
Per un attimo pensai a come faceva a resistere il suo compagno che, imperterrito, come se nulla fosse, continuava ad impugnare la sua stramaledetta macchina digitale; al suo posto l’avrei gettata in mare, e avrei dimostrato alla ragazza come un cazzo vero fosse mille volte meglio di quel giocattolo erotico.
Ma evidentemente lui era abituato da tempo a simili esibizioni.
Immobile, nella piccola cabina dell’imbarcazione, il sudore che mi colava a rivoli dalla fronte, per il caldo e per la tensione erotica che mi divorava, vidi la ragazza allargare le gambe ed iniziare a strofinarsi la fica con il rosso fallo di gomma; ancora non si penetrava, ma se lo faceva scorrere tra le grandi labbra e sul clitoride, rabbrividendo sempre più per il piacere crescente.
L’uomo, alla fine, si decise a smettere di scattare foto e, velocemente, si sfilò il costume con una mano, restando nudo e con il cazzo svettante, un cazzo che, malgrado l’età del suo proprietario, appariva duro e fremente.
La situazione ora non era più sotto il controllo di nessuno.
L’aria stessa sembrava essersi fatta densa d’attese.
Se loro si volevano divertire, bè… che facessero pure… avevano noleggiato l’intera barca… ma anche io volevo partecipare a quel gioco così sensuale: la parte del guardone non mi si addiceva proprio e, anche se avessi voluto, mi sarebbe risultato impossibile resistere oltre.
Rapidamente, mi sfilai la maglietta, i pantaloncini ed il costume e, completamente nudo anche io, presi a menarmelo con rinnovato vigore, accelerando e rallentando i movimenti della mano, per cercare di non raggiungere l’orgasmo troppo velocemente.
Nonostante l’eccitazione, non riuscivo a prendere la decisione di scendere accanto a loro, e di provare a partecipare in prima persona a quel diabolico gioco che i due avevano imbastito: temevo che il mio ruolo, nei loro piani, fosse solo passivo, che mi fosse consentito di guardare e di masturbarmi, senza però partecipare attivamente a quell’orgia di passione che stavano vivendo.
In un altro momento mi sarei sentito incredibilmente ridicolo a stare nella cabina della mia barca, in mezzo al mare, nudo come un verme, e con il cazzo duro in mano; ma in quei minuti la cosa mi apparve normalissima e mi augurai che la situazione evolvesse nel senso da me auspicato e a me favorevole: volevo assolutamente scopare quella ragazza, e qualunque cosa in meno avessi ottenuto l’avrei vissuta come una cocente delusione.
Lui, intanto, aveva finalmente appoggiato la macchina fotografica sul ponte e, inginocchiatosi davanti a lei, con le mani aveva preso a massaggiarle i piedi, perfetti e dalle lunghe dita, e con le unghie smaltate di quel fantastico color prugna: l’erotica catenina d’oro che cingeva la caviglia destra della ragazza, riflettendo i raggi del sole a picco, creava un’immagine di un erotismo sublime.
Ero letteralmente senza fiato.
La donna, nel frattempo, le gambe completamente divaricate, si era infilata il fallo rosso nella fica, spingendolo sempre più a fondo: le sue grida di piacere mi rimbombavano nelle orecchie, portando la mia eccitazione verso vette mai raggiunte.
Sentivo di non potermi trattenere a lungo.
La mia mano quasi si fermò sul cazzo pulsante, così pericolosamente prossimo all’eiaculazione.
Mi accorsi con un attimo di ritardo che lui aveva detto un qualcosa alla ragazza, in quella lingua a me sconosciuta.
E lei, anche se travolta da quella frenesia di lussuria che la divorava, aveva fatto un rapido cenno affermativo, pur continuando a masturbarsi con quel finto cazzo in lattice.
Allora il suo compagno, guardando nella mia direzione, mi fece con la testa il cenno di avvicinarmi a loro: era il via libera che aspettavo, e che temevo non dovesse mai arrivare.
L’eccitazione che mi soffocava, il cuore che mi batteva in gola, scesi con gambe malferme i tre gradini che dalla cabina di pilotaggio conducevano al ponte, e subito mi ritrovai accanto a loro.
Eravamo tutti e tre completamente nudi.
La ragazza voltò il viso verso di me, o, per meglio dire, fissò il suo sguardo sul mio cazzo duro e congestionato, continuando a masturbarsi con quel dildo rosso, ora inserito per tutta la sua lunghezza in lei.
Incrociai gli occhi dell’uomo ed ebbi la conferma che quello che speravo sarebbe effettivamente accaduto.
Eccitato, stordito da quella straordinaria situazione, m’inginocchiai anch’io davanti ai piedi della ragazza, presi tra le mani il destro e iniziai a carezzarlo come stava facendo con il sinistro il suo compagno.
Feci scivolare le mani sul dorso e sulla pianta arcuata, sulle dita e sulle unghie, quindi risalii verso la caviglia, sfiorando la catenina d’oro, e poi ancora più su, carezzando il polpaccio liscio e tornito.
Ma ormai ero partito per la tangente, e non mi sarei di certo accontentato di toccare quella pelle da favola: accostai le labbra al suo alluce, alla sua unghia meravigliosamente smaltata, e presi a leccarlo, assaporando finalmente il suo caldo profumo di donna.
Quindi, mentre lei godeva senza più alcun ritegno, travolta da ondate di orgasmi ancora più intense, mi feci scivolare le sue dita del piede, una ad una, tra le labbra, nella bocca, succhiandole come fossero piccoli cazzi.
Anche l’uomo stava facendo lo stessa cosa con il piede sinistro, gettando la ragazza in un tale stato d’eccitazione, travolta dalle nostre bocche e dal fallo che la penetrava, che gli spasimi del suo piacere si fondevano in un unico momento di folle esaltazione sessuale.
Mentre io continuavo a leccare e a succhiare le sue erotiche dita del piede, il suo compagno si era invece rialzato e, ripresa in mano la macchina fotografica digitale, si era messo nuovamente a scattare foto su foto; sicuramente le avrebbero riviste più tardi, magari sul letto della loro camera d’albergo, prima di rifare l’amore, eccitandosi nuovamente alla vista di quelle istantanee, nelle quali il sesso dilagava impetuoso dai nostri corpi surriscaldati dalla passione erotica.
Quasi a malincuore, ma costretto dall’urgenza di averla, lasciai le sue dita e, con la lingua, risalii lungo lo snello piede, attorno alla caviglia, giocai con la catenina per alcuni istanti, e proseguii lungo la gamba abbronzata, sul ginocchio e poi ancora più in su, verso la coscia, morbida e perfettamente depilata.
Davanti ai miei occhi, il cazzo di gomma continuava ad entrare ed uscire, anche se più lentamente, dalla sua fica, completamente bagnato dall’eccitazione della ragazza.
Le afferrai la mano, facendole estrarre il cazzo rosso dal suo corpo: poi accostai la bocca alla sua fica, leccandole le grandi labbra ed inebriandomi del loro indimenticabile aroma. Quindi, con la punta della lingua, presi a tormentarle il clitoride, mentre le sue mani mi s’infilavano tra i capelli, spingendo la mia testa verso di lei ed il suo sesso.
Con la coda dell’occhio vidi l’uomo protendersi su noi, accostare la macchina digitale alla mia bocca e alla fica della sua compagna, ed immortalare la mia lingua scorrere sul sesso aperto della donna.
Il cazzo mi doleva per l’incredibile tensione, e sentivo lo sperma premere per uscire, impaziente di esplodere su quella carne fremente e vellutata che mi si offriva.
La ragazza, all’improvviso, allontanò la mia testa dalla sua fica e, spalancando ancor di più le gambe, m’invitò con lo sguardo a prenderla.
Percorsi con le labbra il suo ventre, mi soffermai a stuzzicarle con i denti i capezzoli resi così sensibili dall’eccitazione, e quindi mi allungai su di lei, penetrandola in un colpo solo, riempiendola fino in fondo con tutta la mia erezione; e mentre lei allacciava le gambe dietro la mia schiena, quasi imprigionandomi, io presi a montarla con forza, affondando in lei, tra le sue morbide e calde pareti, con colpi sempre più potenti.
Cercai la sua bocca ed incollai le mie labbra alle sue.
Nel frattempo l’uomo si era messo di fianco al lettino, il cazzo a pochi centimetri dalle nostre bocche unite in quel bacio profondo ed intenso.
E quando le nostre labbra si separarono, la ragazza, che stavo così fantasticamente scopando, prese in mano il cazzo del suo uomo, lo scappellò completamente e se lo infilò in bocca, succhiandolo con foga e con passione.
Avevo resistito anche troppo e, con un grido liberatorio, mi lasciai finalmente andare.
Con un ultimo e violento affondo mi sollevai da lei, e, ritraendomi appena in tempo, venni copiosamente, schizzando tutto il mio piacere così a lungo trattenuto, inondandole la pancia con caldi e densi getti di sperma.
Anche il suo compagno era nel frattempo venuto, riempiendole la bocca e schizzandole le labbra ed il viso; nonostante l’eccitazione, continuava però ad immortalare la scena con la sua inseparabile macchina fotografica (anche se dubitavo che la sua mano potesse essere tanto ferma) e a fissare in fotogrammi quei momenti di puro delirio erotico.
Mi rimisi in ginocchio, ai piedi del lettino, per riprendere fiato.
Gli occhi mi trasmisero l’immagine della ragazza che si spargeva il mio seme sul ventre, massaggiandosi con le mani e con le dita dalle lunghe unghie laccate, mentre dalle labbra le colava lo sperma del suo uomo che, con un sorriso soddisfatto a distendergli le rughe sul volto, la guardava affascinato…
Una mezz’ora più tardi, non appena ci fummo ricomposti, i due mi chiesero di riportarli indietro, a Livadia.
Evidentemente avevano raggiunto il loro fine: il resto della gita era diventato un qualcosa di scarso interesse.
Ma, di certo, i giochi erotici che avevano fatto sulla mia barca erano risultati loro molto graditi, ed il mio coinvolgimento, sicuramente non frutto del caso, aveva regalato loro sensazioni molto piacevoli: infatti, una volta giunti in porto, mentre lui mi saldava l’importo dovuto (mi sentii in imbarazzo ad accettare quei soldi, visto che ero già stato pagato abbondantemente in natura!), fu proprio la ragazza a chiedermi in inglese (e quella fu forse la prima volta che mi parlò direttamente) e con un sorriso che diceva tutto, se la mia imbarcazione fosse libera anche per il giorno successivo, per una nuova gita in mare.
Il suo compagno mi guardava divertito, forse perché la mia espressione doveva risultare a dir poco comica !
E’ facile immaginare quale fu la mia risposta.
E applicai loro anche uno sconto veramente eccezionale.
In quel momento, i soldi, non mi sembravano più così importanti.
FINE
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Luca si lasciò trasportare tranquillamente, come un bambino condotto per mano incapace d’esprimere una propria autonoma volontà; non l’avevo mai visto così mansueto: mi pareva recasse la scritta: «fai di me quel che vuoi», e io lo feci: – Dai spogliati! –. – Perché…? – – Devo farti vedere cosa m’ha fatto…, allora spogliati: io ero in mutande! – e il bello è che lui non mi aveva chiesto un bel niente, ma iniziò ugualmente a spogliarsi. Bravo, bravissimo, mi piaceva troppo vederlo seminudo, specie che ora quella mise gli s’addiceva così bene alla sua docilità: – No, lascia! La canottiera ce l’avevo… – perfetto, ora esattamente com’ero io allora, solo che lui era più carino di me. Senz’obiettare seguì i miei consigli di mettersi sul divano e mentre m’ubbidiva, gli sarei saltato addosso mordicchiandogli quella spallina nuda, che sembrava spoglia apposta per me. – Mmm… bene! dunque…, – rimasi incantato dalla sua beltà. – Allora…? – fu lui a spronarmi. – Dunque! va beh…, lei prima mi ha pesato e misurato… – ma questo l’avevamo già fatto… – …poi mi ha fatto stendere, come te adesso, e (a tradimento) m’ha tirato giù le mutande! – che a pensarci bene non dovevo essere tanto diverse dalle sue di adesso, solo che io allora avevo undic’anni, non quattordici! Poi notai che il suo bel randazzo s’evidenziava già vistosamente duro sotto la canottiera, che per fortuna lo ricopriva, ma la sua sagoma mi creò ugualmente imbarazzo, forse perché m’immedesimavo troppo, col lui d’adesso, nel me d’allora; poi Luca m’acconsentì ad abbassargli le mutandine e così con un brivido di libidine, fu come se scoprissi lui adesso e me allora. Rimasi un’altra volta incantato dalla sua nudità, o per meglio dire dalla sua genitalità, anche se ora era soltanto quella dei maroni: ma dov’altro lo trovavo un più bel paio di maroni di quei due penduli testicoli! – Poi mi ha toccato i maroni! – gli dissi, e glieli presi proprio come lei allora, per fargli sentire lo stesso senso di fastidio che mi diede, isolandogli per bene una gonade fra le dita: – Ricordo che mi diede un fastidio tremendo… – commentai, infatti, anche lui movette la gamba infastidito. – Sì! dai… – – Aspetta, mi ha fatto anche l’altro… – e gl’isolai anche quell’altro testicolo: mi piaceva troppo sentire quella fava dura dentro il suo sacco scrotale, e poi io ero un patito delle “ricostruzioni”e se le facevo, le facevo per bene… – Dai…! – ripeté infastidito: – Poi che ha fatto? –. – Mi sono sentito toccare il cazzo! – e finalmente svelai il pezzo da novanta: mamma che cannone! era già duro in canna! – Vabbè, il mio poi non era così duro… – e neanche così lungo! – Mmm! poi… – a lui interessava solo ch’io arrivassi al dunque. – …me l’ha preso qua(sotto la cappella) e ha tirato su e giù per veder se scorreva! – e io per mostrargli quella cretinata, avevo fatto tutta quella pantomima… -_-’ ! poi presi a masturbarlo. – Beh, e non te l’ha misurato?! – chiese Luca quasi stupito. – Ma Luca…, era una dottoressa, mica una maniaca! – ma che razza di visite s’immaginava lui… con dottoresse in guêpière e calze a rete? – e non credo che l’abbiano fatto neppure a te… –. – No…, però mi ha commentato… – disse con lo sguardo furbettino, come a lasciarmi intendere chissà quali apprezzamenti per le sue misurine intime. – Ma che cazzo vuoi ch’abbia commentato! – replicai io. – Niente…, però ha detto che “c’ero”… – continuò. – “c’eri”…!? …a nove anni?! – – Veh, ch’ero così…! – mi mostrò la sua mano. – E allora, quelli saranno, sì e no, otto – nove centimetri al massimo… – gli ridimensionai il suo grand’affarino, poi ripresi a masturbarlo lungo tutti quei centimetri; ora sì, che si poteva dire che, in effetti, c’era…: sembrava di scorrere la mano lungo un tondino di ferro, duro e caldo, oltreché lungo! inoltre, era impressionante vederlo con quell’affare così saldamente innervato al suo figurino, propri ora che dalla nudezza traspariva tutta la sua esilità. Gli poggiai una mano sul ventre per seguitarlo respirare, e che bello sentire tutto quel corpicino indaffararsi alla meta dell’orgasmo: doveva essere decisamente l’attività naturale più completa che il nostro organismo potesse fare: tutti i muscoli contratti in attesa dello spasmo, la circolazione in fermento, la mente rivolta a un unico traguardo e quelle manine, le sue manine, in vano cercare qualcosa d’afferrare; gli misi in mano l’uccello e subito Luca lo strinse. Incominciò a masturbarmi, ma l’impulso di vigore che mi diede, lo riversai immediatamente sul suo pene, di lui che ora iniziava ad ansimare. Vidi il suo fisico tendersi, la schiena inarcarsi, e lo svibradurai, e Luca vociò il suo primo gemito di godimento. Mentre glielo rollavo, mi chiedevo come mai sua madre non avvertisse proprio adesso, a quattordici anni – che si avvicinava all’età giusta per fare sesso – , la necessità di portarlo a un’altra bella visita andrologica il suo bell’ometto; anzi, mi sarei offerto io stesso di fargliela, persino davanti a lei: gli avrei controllato io la discesa dei testicoli, la loro dimensione, l’evaginazione del glande, e pure la sensibilità balanica alla stimolazione orale, in luogo di quella vaginale, cosa che immediatamente feci. Mi tuffai su quella cappella affusolata e riflettei su quanto una donna, pur toccandoglielo con dovizia, non avrebbe mai potuto regalargli quello ch’io, in quel momento, gli donavo con la mia devozione: iniziai con profondi risucchi di gola e a maneggiargli i testicoli nel mentre coll’altra gli brandivo saldamente l’asta; e al terzo quasi mio colpo di singhiozzo, per via del suo pene fino in gola, sentii finalmente la sua fontana.
Luca smise pian piano di gemere e di stringermi pene, e io il suo ormai snerbo; era incredibile per me come un coso così grosso e duro potesse restringersi e divenire quella cosina così umile e tenera, che poggiandomi sul suo ventre, chiudendo un occhio, mi pareva ora terminare con una breve proboscidina rughettata, ora che fosse essa stessa una lunga proboscide liscia, e là in fondo la peluria bionda che io tanto amavo carezzare. Mi levai per baciarlo su quella tremenda pisellessa, ma quando mi alzai, Luca mi trattenne: – Dove vai? – mi disse: – adesso tocca a me! –. – Cosa? – – Afarti vedere quello m’ha fatto! – – Va be’… però io non mi spoglio! – precisai fin da subito. – Va bene… – – …al massimo mi tiro giù le mutande, fino alle caviglie… – – Va be’, tanto anch’io ero così! – – Ma come…! – l’aveva visitato con la camicia e tutto il resto indosso?: – scusa, ma come ha fatto a visitarti? –. – Ma non mi ha visitato; ero andato là apposta per quello! – cioè per farselo scappellare…? no, basta! di quella vicenda non volevo più sapere nient’altro! – Beh… toh! allora… – mi tirai giù la tuta, ma quando venne il momento delle mutande… – No,’ spetta! faccio io; me le ha tirate giù lei… – argh! Luca…basta! Mi veniva voglia di piangere: come avrei voluto far parte di quel capitolo della sua vita; magari, essere anche solo l’assistente di quella dottoressa per potergli stare vicino…; poi mi abbassò le mutande col mio cazzo che a banderuola gli puntò subito contro. Su suo invito mi distesi sul divano di sghimbescio, e Luca lamentò che quella non era la posizione giusta. – Luca se ti va bene è così, se no è lo stesso… – m’impuntai: gli dovevo pur far vedere,ogni tanto, ch’ero io il più grande! – Okay… – disse Luca smorzando subito i toni, poi mi prese i maroni brandendoli con gran soddisfazione; ma non di quella che hai quanto fai a qualcun altro quello che lui t’ha fatto prima, ma proprio di quelle che ti prendono quando gremisci un gran bel paio di maroni che ti riempiono il palmo. – Allora, è adesso che t’ha detto che “c’eri”…? – provocai. – No, prima! quando mi ha tirato giù le mutande… – mannaggia…! avrei voluto saltargli addosso! – Va bene allora cosa t’ha fatto? – – E… me la scappellato! – – Così…, subito!? – – Yesss! – e me lo prese in procinto di scappellarlo. – E tu hai gridato… – ricordai. – Sì! – ricordavo bene! – Allora inizio… – e appena mi aprì di poco il pene, iniziai: – uè… uè… uè… – imitando il verso del neonato. – Non è vero! Non ho fatto così! – – E invece sì! – continuai: – gnueh… gnueh… – allora Luca me lo scappellò di colpo infilandolo mezzo in bocca. – No, aspetta! Menamelo prima! – protestai, allora iniziò a sferzarmelo rudemente, stringendomi quasi al limite del dolore e scappellandolo a ogni discesa; era veramente eccitante così irruente: mi ricordava tanto il primino che avevo conosciuto al mare…, e poi mi chiese: – Te lo scappello anche? –. – Sì, certo! – e con una scappellatina e una leccatina alle dita, i suoi polpastrelli si trovarono presto a strusciare sul mio glande. – Ahh… Luca… – gemetti volgendo lo sguardo indietro e quando reclinai di nuovo il capo, lo vidi girarmi attorno al solco balanico con la lingua libidinoso: – Dai… Luca vai! – l’incitai, ma Luca continuò a leccarmi, a svibradurarmi, a tocchicchiarmi nuovamente sulla punta; insomma, di tutto tranne farmi venire. Continuò con quelle pratiche sado-erotiche fino a farmi implorare per venire, e solo allora decise magnanimante di concedermi l’orgasmo. Mi sentivo umiliato, ma, mentre colle mani gli tenevo il capo, a ogni affondo gridavo il suo nome: guardavo quella cucuzza bionda muoversi su e giù e intanto lo ringraziavo fino all’orgasmo. Luca continuò a ciucciarmi anche quand’era finita; sembrava quasi volersi divertire a ballonzolarmi il pene con la bocca, come un cane che non voleva mollare il suo osso, poi finalmente smollò il boccone. – Non sei venuto molto! – mi criticò com’ultimo atto d’umiliazione, quasi m’avesse voluto far capire che m’aveva colto in flagrante dopo una masturbazione. – Eh… sono venuto l’altro ieri… – mi scusai, oramai era come se fosse doverosissimo venire insieme, come una coppia d’usitati amanti, soltanto l’un per man dell’altro; e quindi s’accoccolò sul mio corpo gentile, dop’essersi ricomposto, giochicchiando col mio pene sino all’arrivo di mia madre.
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Tags: bocca, cazzo, dicembre 2003, duro, eros, fica, mani, martedì, masturbazione, mostra, msn, prima volta, racconti, sesso, successo
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– Alle, ma si può sapere che cos’hai oggi? – brontolò mia madre nel vedermi girare avanti e indietro per la casa ansiosamente, perché lei non sopportava di vedermi gironzolare il sabato pomeriggio quando sfaccendava – cosa che difficilmente io e mio padre contribuivamo a fare ;-P –, ma io avevo Luca d’aspettare. – Sto aspettando Luca… – risposi, affacciandomi alla finestra. – Luca…? – – Sì, per lavare Niki! – – Alle…, ma il gatto non è un giocattolo! – lamentò mia madre, ma in quel momento arrivò Luca in motorino. – Sì… sì… c’è Luca! – scappai letteralmente via. – Beh, io non pulisco, lo pulite poi voi il bagno! – decretò la mia punizione, mentre fuggivo; chissà come l’aveva presa questa mia fuga entusiasta per l’arrivo di Luca: manco fossi stata una ragazzina entusiasta per l’arrivo del fidanzatino…
Oggi, non so perché, ma mi sentivo un’agitazione incredibile in corpo: da quando l’avevo lasciato, nel suo abitacolo, avevo iniziato a maturare un’aspettativa tale, nella sua attesa, da non riuscirmi più a controllare, tanto che, appena parcheggiò, mi avvicinai a lui per toccarlo e scaricare così su di lui tutta la mia tensione:– Ciao… – dissi. – Ciao – mi salutò sospettoso, guardando con diffidenza a questo mio caloroso saluto, quasi temesse, dietro, una vendetta per ieri, ma io l’avevo già del tutto perdonato, e come si faceva a non perdonare un faccino così! – Dai, che andiamo… – incalzati, e salimmo le scale. – Ma Niki dov’è? – domandò appena entrato in cucina. – È in bagno! L’ho chiuso in bagno! – sennò col cacchio che lo beccavi, poi! Stranamente mia madre non era in cucina…, forse si era allontanata apposta per non doverci riprendere e farci quella sua solita faccia da biasmo, che poi io le avrei rinfacciato. Luca si liberò del giubbotto e poi entrammo in bagno; Niki quando ci vide fece subito due occhi sgranati da civetta, anticipando già da lì a poco quello che gli sarebbe capitato. Mmm…, due maschi chiusi dentro il mio bagno…, se non ci fosse stato anche il gatto, dopo avrei avuto qualcosa di cui giustificarmi; intanto Luca si guardava intorno incerto: – Allora…, cosa facciamo? –. – Niente! ci mettiamo qui, in ginocchio… – e m’inginocchiai davanti alla vasca per mostrargli, ma quando Luca tentò, si fermò a mezz’aria rendendosi conto di avere indosso i pantaloni buoni, e balbettò:– Eehh… –. – Già…, vero! – serviva qualcosa da mettergli addosso: – Vieni! –. Uscimmo dal bagno e incontrammo mia madre che aveva ripreso dominio in cucina: – Ciao Luca… – disse. – Mamma, hai qualcosa da fargli mettere ché sennò si sporca! – – Sì, c’è una vecchia tuta tua in camera tua: nel secondo cassetto a destra… gli starà un pochino larga… – spiegò, ma anche questa volta scappai via prima che finisse, trascinandomi Luca.
– Toh, prendi! – buttai la mia vecchia tuta grigia sul letto, riconoscendo in quella non certamente quella che indossavo quando avevo quattordic’anni, quindi gli sarebbe stata di sicuro larga. Aspettai che si cambiasse con intento assolutamente non erotico, ma mi godetti ugualmente la vista del suo fisichino asciutto in canottiera e quelle mutandine pingui, che scomparivano dentro il tessuto morbido della mia tuta; poi scendemmo. Mia madre ci guardò come se avesse appena scorto una tribù d’indiani in assetto di guerra in salotto, poi guardò lui, gli sorrise, e ci fece una faccia accondiscendente, come se avesse appena approvato quello che stavamo andando a fare: che rabbia quando esercitava il suo ascendente magnetico su mia madre! Finalmente ci trovammo tête-à-tête col gatto, che indietreggiava sulla difensiva:– Che dobbiamo fare, allora? –. – Niente…, tu ti metti lì, che io lo prendo! – Luca s’inginocchiò, quasi fiero finalmente di poterlo fare, e io presi il gatto per riporlo, rigido come un mattone, dentro la vasca miagolante:– Mau… mau-mau-mauu! – lo presi in giro. – Adesso… – – Adesso passami la cornetta… – davanti a Niki mescetti l’acqua fredda con la calda, mentre Luca già se la rideva; poi, pronto, m’incantai a guardarlo. – Beh, che c’è? – – Niente… – mi ero incantato per la sua bellezza: – Ehm…, – mi cadde l’occhio sul suo pube:– Gianluca come sta? – chiesi per rompere l’imbarazzo. – Adesso va meglio, però non sento ancora niente… – lo sfilò fuori puntandomelo contro per mostrandomi il rossore sul suo glande scappellato. Io avevo una paura matta ch’entrasse mia madre, e lui invece se ne stava lì tranquillamente con estrema naturalità; quasi automaticamente mi chinai verso quella cappella, che attirò le mie labbra, poi lecchicchiai. Per una decina di secondi mi sentii in paradiso, poi per paura di mia madre mi staccai:– Eh, già…! – dissi salendo, mentre Luca mi guardava come un bambino a cui avevo appena dato un bacino sulla bua. Incominciammo a lavare Niki e tra schizzi e schiamazzi il buonumore tornò per la stanza, scacciando via quella cappa turbida che prima vi aleggiava: bastava il miagolio d’un micio bagnato per farlo sorridere. Finito il risciacquo, il volume di Niki era la metà di quello fiero che di solito gli donava un aspetto altezzoso: – Sì, mauuuu… – lo ripresi in giro: – Dai, Luca, stendi l’asciugamano! –. – Perché? – – Perché adesso l’asciughiamo! – – Pronto! – disse tutto orgoglioso del suo operato. – Bene! allora…. ecco che arriva il micio volante! – e con un movimento roteante lo portai sull’asciugamano, pronto per essere avvolto tra sette panni di carezze:– Tu asciugalo, che io intanto pulisco! – o mia madre dopo mi avrebbe fatto il mazzo. – Dai… Niki sta’ fermo! – lo sentii tribolare col gatto. – Ora arrivo… – ma appena mi voltai, mi prese come un moto di tenerezza nel vederlo così goffamente trattare con quel fagotto ribelle e, invece d’aiutarlo, lo brancai. – Dai…! – mi sgridò, perché l’avevo sbilanciato nel mio avvinghio, rendendolo ancora più ingoffito, ma cosa ci potevo fare se sentivo il bisogno d’abbracciarlo! Invece di coadiuvarlo, affettuosamente mi strusciavo – e chissene… s’entrava mia madre! – grato per essere venuto anche oggi nonostante l’accaduto di ieri, ma Luca mi disse: – Ora che si fa? – per dissuadermi dal mio abbraccio. – Ora lo foniamo! – e Luca si sedette sul bordo vasca col gatto in braccio, infagottato come un bambino, anche se Niki sembrava di più un re col fon in faccia che gli soffiava il vento caldo e Luca che l’accarezzava.
– Finito! Dai, mollalo! – e subito il gatto andò a grattare la porta per voler uscire, e mentre noi ridevamo, mi resi conto che Luca si era completamente bagnato dalla felpa in giù, infatti mia madre ci rimproverò appena usciti, mandandoci subito a cambiare. Per la seconda volta noi due chiusi dentro la stessa stanza con lui che si cambiava…, mi sentivo un tantino agitato, però, con mia madre in casa, anche se in fondo era stata lei a dirci di andarci a cambiare e anche se quella volta era stata lei a spingermi a cambiarmi con Luca dentro lo stesso spogliatoio: quindi, in teoria, lei non doveva avere nulla in contrario al fatto che due maschi si cambiassero dentro la stessa stanza e a vista, ma chissà perché avevo l’impressione che non l’avrebbe presa così bene se ci avesse beccati col suo pene dentro la mia bocca: ma allora perché due maschi potevano cambiarsi insieme e fare sesso no? Mah…, le madri…! – Che facciamo? – mi chiese visto che avevamo ancora gran parte del pomeriggio davanti. – Boh, non so… chiudi la porta… – ci tentai, e Luca colse subito l’invio, mentre io mi distendevo sul letto e lui corse poi tra le mie braccia. Su mio invito si adagiò con la guancia sul mio letto, e poi si fece ancora più stretto, cosicché io potessi stringerlo, ma questa volta c’era qualcosa di differente dalle altre volte e non solo perché il suo pene era tecnicamente fuori uso, ma anche perché nell’aria c’era proprio una voglia di tenerezze da parte di entrambi. Passammo parecchi minuti sonnecchiando, mentre io mi divertivo a carezzargli la capigliatura, che scorgevo come un’indistinta massa bionda; però ora mi sentivo anche un sottofondo di senso di colpa, che mi avrebbe spinto a baciarlo sulla nuca, ma potendo scomodarlo, lo strinsi più forte. A un certo punto mi sentii una mano scorrermi lungo la vita e poi infilarsi sotto: Luca mi stava palpeggiando il pacco, e poi il suo palpeggio si fece una sega vera e propria, man mano che il mio soldatino prendeva vita, anche se avevo il giogo delle mutande. – Aspetta, che mi libero! – mi calai i pantaloni, così che fosse bello libero di masturbarmi: non capitava molto spesso che fosse Luca a volermi segare, solitamente ero io, com’era anche giusto che fosse, essendo io quello più grande e anche quello più predisposto a dare e lui a ricevere piacere, eppoi lui il mio primino! Sfortunatamente usava la mancina, però, forse non voleva solo segarmi, perché di tanto in tanto lo stringeva: lo teneva e rimirava, tirandolo verso l’alto, come io facevo quando guardavo il suo lungo; oppure lo prendeva alla radice e stringeva, come se volesse provare piacere di sentire la resistenza del pene allo stringimento: si vede che gli piaceva! poi riprese a segarmi, ma dopo tutto quello stringere, mi era venuta anche voglia di sentirmelo scappellare. – Scappellamelo…– gli dissi: – se vuoi… – ma Luca mi guardò subito strano: si vede che a lui non tornava la mia richiesta di sentirmi la cappella snudata, visto che a lui dava fastidio, ma a me piaceva sentirmi la pellicina scorrermi lungo il glande, sentirmelo aprire – mi dava l’idea che il pene s’ossigenasse – , ma lo scoprì ugualmente, soffermandosi a guardalo, poi capì per farmi sentire qualcosa doveva anche toccarmelo, e allora iniziò a stuzzicarmelo. A un certo punto ricevetti un messaggio: «Stas da me alle 9». – I tuoi amici? – chiese. – Mh! Per l’appuntamento di stasera… – ma Luca s’intristì come se non facesse parte pienamente della mia vita: – Dai, una volta vedrò d’organizzare qualcosa… – recuperai, solo che io avevo delle serie remore a presentarlo ai miei amici del sabato sera, non mi sembravano adatti per lui: lui era abituato ai miei compagni di scuola, ma quelli erano quelli del paese, quelli delle medie, con cui uscivo la sera, e ultimamente mi sembra di non riconoscerli più neanche a me. Luca si alzò allora gattoni e scese portandosi sulla verticale del mio pene con l’evidente intenzione di succhiarlo: – Non ce ne bisogno… – tentai di fermarlo. – Lo faccio lo stesso! – disse quasi con indifferenza alzando le spallucce, e iniziò. non capivo bene perché lo faceva, c’era qualcosa di diverso però: non era alimentato dalla sacra passione come al suo solito, aveva quasi un che di redentorio; subito pensai che lo facesse per attestarsi ai miei occhi come di un amico di cui non potevo fare a meno, per convincermi a farlo uscire con noi il sabato sera, un incentivo insomma, ma poi mi resi contro che c’era un qualcosa di più consolatorio, quasi volesse definitivamente farsi perdonare per l’altro giorno. Mi sentivo strano però: non era pompino gioioso come al solito e mi veniva difficile venire, anche se per accontentare il mio amico dovevo farlo, visto che serviva per renderlo conscio de mio perdono; allora mi misi con le mani sopra la sua dolce testolina e iniziai a pensate a tutti i bei momenti erotici ch’avevamo passato insieme, e tutte quelle eiaculate che lui aveva fatto dentro la mia bocca e da lì a poco venni, mentre lui lungamente mi continuava a succhiare quasi non fosse ancora sazio, né pago del mio perdono.
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Lavaggio di Niki
Tags: bocca, fica, gianluca, mani, mia-madre, mostra, msn, niki, novembre 2003, orge, piacere, pompino, racconti, sabato, sesso
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Oggi Niki non doveva assolutamente uscire (perché io avevo deciso così!), così andai a prendere Luca direttamente in garage, cosa che lui trovò immediatamente strana: – Come mai qui? –. – Beh, non ho capito…, non posso stare qui? – polemizzai: – e non posso venire a prenderti? –. – No… no…, fai pure… – ah, ecco! e senza replicare salì le scale dietro di me. Non so perché ma la sua reazione stupita mi aveva infastidito, quasi che io – secondo il suo pensiero – non fossi padrone, in casa mia, di andarlo a prendere in garage; e al momento di sedersi, trovò pure un’inattesa sorpresa: – Mah…; Niki! –. – Cosa c’è? – – C’è Niki sulla mia sedia! – sua…? – Su…! su…! – tentò di scacciare via il gatto, che giustamente non si muoveva. – Scusa…, ma lascialo lì! – – E io dove mi siedo? – – Ma cazzo, Luca, non ci sono altre sedie…, vero!? – dissi indicandogli intorno la tavola; era questo suo atteggiamento imbranato delle volte che mi faceva incavolare, perché lo teneva soltanto con me! – e poi, Niki…, – accarezzai il micio: – vero che domani ne passerai già delle belle, eh? –. – Perché? – chiese incuriosito quel primino sedutosi, intanto, autonomamente alla mia sinistra. – Perché domani gli farò un bel bagnetto! – gli arruffai tutto il pelo. – Il bagno…? – – Sì, il bagno! – riaffermai risoluto al suo tono incredulo. – Al gatto!? – – Sì, il bagno al gatto! – perché, che c’era di strano…: – Visto che ora sta di più in casa, è giusto fargli il bagno! –. – Ma…, come fai? – – …fai che lo metti nella vasca e poi, scihhhh…, doccia! – – E ci sta? – chiese perplesso. – Sì, Si lamenta, ma ci sta: fa mau-au-au-au…, ma una volta che è dentro, ci sta! – e poi iniziai a mostrargli come risciacquavo quel micio, che intanto tentava di mordermi la mano, finché mi chiese di potermi aiutare a lavare il gatto l’indomani, divertito alla sola idea di vedere Niki fradicio disperarsi nella vasca da bagno, come un piccolo sadico cui brillavano di già gli occhi. – Certo, sennò mi tocca chiederlo a mia madre… – e lei non era molto d’accordo nel lavare il gatto “a umido”: diceva che mi divertivo troppo e che lo facevo solo per vederlo gnaulare, anche se alla fine ammetteva che, dopo tre stagioni passate a zonzo, un bel lavaggio se lo meritava; poi iniziammo a fare i compiti, perché oggi, gli avevo promesso, avremmo poi avuto altro da fare, molto altro da fare…
A un certo punto incominciai ad avere una certa voglia di bega, mentre Luca leggeva, così allungai la mano verso i suoi pantaloni e lui stette fermo, come un piccolo uomo sicuro di sé e di avere il bel giochino che a me piaceva tanto; scivolai con la mano sotto il suo maglioncino, a sbottonargli la camicia, e mi c’intrufolai dentro: che bello trovare il suo bell’amichetto, già bell’e che pronto, con la testa rialzata e sotto la canottiera, come un velo a proteggerla! Continuavo a massaggiarlo e quel primino a lasciarmi fare stando fermo: vacca s’era esaltante! Poi ci alzammo insieme, tacitamente, e mentre io continuavo a stuzzicarlo, lui si poggiò al tavolo, guardandomi provocante: com’era bello! lo guardai in faccia quel primino tutto biondo, e gli slacciai i pantaloni con quella cosa magnifica che mi attendeva. – Facciamo come l’altra volta? – disse buttandosi all’indietro sulla tavola: strano che proprio lui volesse riprovarlo, visto che ci stava scomodo. – No! – lui meritava di meglio! – Andiamo sul divano! – e lo accompagnai per l’uccello allo schienale del divano poggiandovelo sopra, come prima sullo spigolo del tavolo; sballottarlo così, avanti e indietro, mi dava l’illusione di comandarlo temporaneamente, ma in realtà sapevo che era lui a dominare la situazione. Lo smanazzai per bene quell’uccellone, poi scesi coll’intento famelico di leccarlo tutto quanto, ma, per fortuna, ci pensò un briciolo d’amor proprio a dissuadermi dall’intento una volta giuntoci davanti; lo guardai con ossequio devozionale, e poi fu la mia memoria ad andarmi autonomamente a quella volta, a quella sagoma, che vidi nella sua palestra, coi puntini dell’agopuntura stampati sopra e la promessa, di allora, di ricercarglieli sopra, su quella tanta parte di lui che stranamente ne sembrava priva. – Ehm… – come dirglielo…: – posso cercarti una cosa? –. – Cosa? – – Mmm, faccio prima a farlo che a spiegartelo! – bypassai la spiegazione e così anche l’eventuale attimo d’imbarazzo: – Posso? –. – Mmm… – meditò, poi disse sì: evvai, carta bianca! – Bene, aspetta qui! – e corsi subito in camera dei miei a frugare nei cassetti di mio padre in cerca dell’apparecchio per l’elettro-agopuntora, che puntualmente trovai nella sua vecchia scatola nera. Era quello un baracchino comprato lui, tempo fa da un vucumprà, ai tempi in cui soffriva ancora di un tremendo mal di schiena, intrattabile coi mezzi della medicina tradizionale e che, nel frattempo, aveva tentato di curare con ogni sorta di medicina alternativa nella ricerca di una cura autarchica assoluta, usando pure me e mia madre come cavie. Scesi, che Luca si era già ricoperto pudibondo con il maglioncino: ma perché occultava al mondo quella parte di lui che, invece, avrebbe dovuto ostentare con tanta fierezza? – Ecco, vedi… è questo che voglio fare! – scartai l’apparecchio. – Cos’è? – – È un affare… per l’elettro-agopuntura – lessi testualmente sulla confezione; e non so bene se per quell’«elettro», o per quell’«ago», o per quel «puntura», ma la sua faccia si fece piuttosto intimorita: – No, tranquillo! io voglio solo usarlo per cercarteli… –. – Ma cosa…? – già, non gli avevo ancora spiegato niente… – Ecco, li vedi questi punti? – stirai un foglietto sullo schienale con sopra i diagrammi dell’agopuntura: – …sono i punti dell’agopuntura? –. – Mh! – – Ecco, io te li voglio cercare su Gianluca! – sfiorai la sua verga, e poi mostrai come il led lampeggiava più veloce nella vicinanza teorica dei punti segnalati dallo schema sulla mia mano, anche se i falsi positivi erano numerosissimi. Per tutto il tempo Luca rimase a fissarmi, mordicchiandosi il labbro inferiore, vezzo per cui l’avrei violentato immediatamente, ma poi con tacito assenso presi Gianluca e iniziai la ricerca. O che bello, quel randello di carne! non ci potevo credere che su tutta quella parte di lui non ci fosse assolutamente nulla, niente, nemmeno un puntino, quando invece io me lo sentivo vibrare tra le mani. L’entusiasmo di Luca crebbe man mano che la sua collezione privata di puntini aumentava sul suo fier’amico, e praticamente m’imponeva di continuare: ora sopra, ora sotto, ora di lato, perfino le palle si fece mappare, per completare la sua personale costellazione di punti…; a un certo punto mi venne pure in mente di dargli una scarica, azionando la rotella posta sull’aggeggio, ma non lo feci: perché ero buono! Ormai con Luca potevo fare quel che volevo, così gli scappellai la punta e dissi: – Ora proviamo qui! – – Ma poi come funziona con quel coso? – mi chiese. – Cioè? – – Cioè, cosa fai quando li trovi… – – Ah… beh, normalmente, si dovrebbe stimolare con la corrente. Vedi questa rotella? – – Con la corrente…! – sussultò. – Eh… sì, se è “elettro-”…; comunque si sente pochissimo: è pur sempre la scossa di una pila! Dammi, che ti faccio sentire! – presi il suo braccio con un po’ di resistenza, e dopo aver chiuso gli occhi fece il ganassetta: – Sì, è vero non si sente niente! – peccato che fosse solo la scossa minima. – Beh, c’è anche più forte! – ma su di lui non avrei mai provato, era troppo bello come primino per me! – Dai… ora te li cerco io! – mi prese l’apparecchio. Ci scambiamo di ruolo e mi lasciai spogliare da Luca fin dapprincipio perché era più eccitante, anche se lui aveva già messo via il suo Gianluca, così che io non vedessi più. Con Luca la ricerca prese inevitabilmente più i toni di un gioco: si divertì dapprima a seguirmi la venuzza che caratterizzava il mio dorso, e poi la bordatura del glande che emergeva da sottopelle; io, invece, con quel suo sorrisino, gli avrei stampato un bel bacio sulle labbra e mi sarei adagiato assieme a lui sulla seduta per stringerlo e abbracciarlo più forte per l’intera giornata; poi Luca mi fece una preoccupante proposta puntandomi la vena: – Do la scossa… –. – Lucaaa…! – lo ripresi: va bene ch’era la scossetta d’una pila, ma sul braccio è un conto, sul genitale un altro. – Dai, solo un pizzico… – – Uuh! – avverti un profondo pizzico sul pene. – Scusa… – mi chiese col faccino ruffiano: – Ora guardiamo la cappella! – e mi scappellò puntandomi il glande in modo piuttosto losco, come se stesse cercando soltanto un preteso, poi… – AAAAHHHH!! – una fitta tremenda lungo la verga e tutta la zona pelvica, mi fece chinare su me stesso dal dolore. – Scusa! Scusa! – chiese subito scusa concitato, preoccupato d’averla fatta grossa. – UHH! LUCA fottiti! – lo spintonai. – Ti fa male? – si riavvicinò. – VATTENE! – gli gridai, ma se avessi potuto gli avrei sputato foco. – Scusa… Mi spiace… Non volevo farlo apposta! – continuava a petularmi intorno. – Luca… vattene! – non lo sopportavo intorno, così corsi in cucina, bestemmiando lui e il giorno in cui l’avevo incontrato: quello stramaledetto primino! L’odiavo dal più profondo del mio cuore, non solo per quello che m’aveva fatto, ma anche per l’avermi fatto lacrimare dal dolore davanti a lui. Mi sedetti sofferente sulla seggiola ancora chino su me stesso: non sentivo più il mio genitale, che prima avvertivo pulsare, ma solo un’indistinta dolia che non riuscivo a individuare. Dopo cinque minuti Luca si rifece vivo: – Alle, scusa! ti prego…, ho sbagliato…, perdonami! –; c’aveva un bel coraggio! ma anche la faccia mortificata di chi, a momenti, si metteva a piangere. – No! Vattene! Perché sei uno STRONZO! – l’apostrofai e Luca accusò la tutta veemenza di quello «stronzo», urlatogli contro, ma continuò ugualmente: – Come va? – si avvicinò accorato. – Prima lo sentivo pulsare… ora neanche quello! – l’accusai. – C’hai messo del ghiaccio? – – Ma vaffanculo, vah! Luca… – pure i consigli ora mi dava! la surrealtà di quell’incontro stava sfiorando il ridicolo, e rincominciavo a non sopportarlo più: così mi alzai. – Andiamo di là? – domandò fiducioso. – No, tu adesso te ne vai! – – NO! – – E invece SÌ! – – No! finché non abbiamo risolto la questione! – ma quale questione!? – Ma che CAZZO vuoi…! – gli sbraitai contro. – Non voglio perdere la tua amicizia! – alzò la voce. – … dopo quello che m’hai fatto…! – – Ho sbagliato, lo so! e mi dispiace…, ma non me ne vado finché non mettiamo le cose in pari! – – Luca, vattene! – – NO!! – ribadì. – LUCA!! – caricai immediatamente la mano per dargli uno schiaffo, adirato dalla sua insistenza, e Luca chiuse gli occhi intimorito; da quella scena, da quella smorfia, capii che cosa stavo facendo: stavo per picchiare Luca, e quella parte di me che davanti a lui s’inteneriva mi fece riavere, terminando il tutto con un’intimazione fredda ad andarsene, ma lui mi si parò davanti. – Tirami un pugno, se vuoi… se ti fa sentire meglio! – dichiarò, e di nuovo quella scena di lui che chiudeva gli occhi mi si mostrò davanti. – No! – dissi ancora più seccato. – Fammi quello che t’ho fatto prima, allora… – insistette. – NO! – la sola idea di fargli del male, mi faceva star male! – E io non me ne vado! – gridò quasi sull’orlo del pianto. Non si poteva che ammirare il suo spirito di sacrificio e la sua determinazione nel salvare la nostra amicizia, ma sapevo anche che non sarei mai riuscito perdonarlo senza prima essermi vendicato, ma non potevo neanche fargli del male direttamente, così l’idea: – Vuoi veramente mettere le cose in pari? – gli offrii una via d’uscita e lui annuì; – Allora seguimi! –. Presi dell’alcol e mi avvicinai al tavolo in sala: – Mettiti lì! – gli indicai l’angolo: – e tiralo fuori! –; e Luca tirò fuori il suo pene già duro, come un soldatino ligio al suo dovere: – Scappellalo! – gli dissi. – Ma cosa vuoi fare? – – Ci verserò sopra dell’alcol… – – Ma brucia…? – obbiettò giustamente preoccupato. – Vuoi mettere le cose a posto… – lo rimproverai e Luca deglutì, chiudendo gli occhi, preparandosi a ciò che doveva essere fatto; caricai il braccio, guardai quei venti centimetri scappellati sul mio tavolo (ma non li bloccai come feci con Robertino dandogli un maggiore trauma al momento del salto) e schizzai. Luca immediatamente fece un balzo all’indietro gridando dal dolore e piegandosi su se stesso si voltò, quasi non volesse farsi vedere; io pensavo che dopo mi sarei sentito subito meglio, e invece mi sorse subito un atroce dolore nel vederlo rannicchiato e trattenere ogni lacrimazione, quasi non si confacesse alla sua dignità. Corsi subito da lui a coccolarlo e farfugliargli: – Scusa Luca… scusa… Luca – in una litania che divenne quasi un’omofonia; mi sentivo il cuore a pezzi…: lo trascinai sul divano e gli accesi la televisione, poi tornai da lui ad abbracciarlo, ma senza guardarlo e senza parlare, perché non ne ero degno. Che cosa avevo fatto? lui si era detto disposto a immolare la parte più importante di sé per salvare la nostra amicizia, e io mi ero vendicato…; non ero degno di lui; ero un verme! man mano che il suo corpicino si fece meno contratto, lo adagiai insieme a me sul divano e silenziosamente lo accarezzai: dovevo farmi perdonare, dovevo. Piano Luca si fece sempre men teso e il suo corpicino incominciò a rilassarsi, mentre lui guardava la tivvù, e io non potevo far altro che osservarlo dall’alto acquietarsi; ripensai a quella scena, alla sua vivacità: l’effetto dell’alcol doveva essere più caustico di quello del limone – pensai –, povero Gianluca! e andai con la mano a cercar di tastarlo, ma vi trovai ancora le sue mani sopra. – Posso? – gli dissi accostandomi con la guancia in un momento di tenerezza, e Luca mi guardò diffidente, ma poi allentò le mani permettendomi di prendere il posto della sua conchiglia protettiva, che custodiva il suo genitale. Lo baciai sulla guancia e poi tornai al mio posto: grazie Luca! grazie di avermi dato un altro segno della tua magnanimità! se solo avessi potuto piangere lo avrei fatto, ma poi avvertii il suo Gianluca riacquisire volume, e diventare bello barzotto, così incominciai a segarlo. Luca doveva avermi perdonato, perché mi prese il braccio e l’abbracciò comunicandomi tenerezza, così gli chiesi riaffacciandomi alla sua guancia: – Come va, allora? –. – Mah… adesso va meglio, non mi brucia come prima… – glielo scappellati per osservare la sua cappella viola, poverino: – ma prima mi sembrava un puntaspilli! –. La vivacità di quell’immagine, mi suonò d’accusa: – Oh, anche tu prima mi hai fatto male…; comunque non preoccuparti! passerà nel giro di due o tre giorni… –. – …e il tuo come sta? – – Bene, oramai non mi fa più male! – però mi vergognavo a confessargli che quasi non sentivo più niente, mentre a lui avevo appena predetto due o tre giorni di conseguenze; poi ritornò tutto come prima: io a segarlo e lui a ricevere le mie coccole, come non fosse accaduto niente.
***
– Luca…, dai, che è ora di alzarsi! – avvertimmo la macchina di mia madre entrare nel cortile. – Sì, hai ragione! – o che bravo… si alzò e poi cominciò a sistemarsi, mentre io mi voltai per non veder il suo amico scomparire, ché mi rattristava, ma appena mi avviai sentii Luca chiamarmi: – Oh… oh! –. Cosa c’è? Mi voltai vedendo la sua mano insanguinata e il naso sanguinare: – Ma che fai…? copriti! Che mi stai sanguinando sul pavimento! – poi presi velocemente un fazzoletto e gli tappai il naso: – Toh! Tieni… ma perché non ti sei turato? – – Eeeh… – lo vedetti impacciato: non sapeva con quale mano tenere il fazzoletto: – Da, reclina la testa! – gliela buttai indietro io e così mi trovai con la sua cavezza bionda tra le mani, mentre mia madre entrava. – Oh, mioddio! Che hai fatto? – esclamò allarmata: come che ho fatto!? semmai era lui ad aver fatto prima qualcosa a me! cos’era questa accusatio preventiva? – Ma gli sta sanguinando il naso… – mi discolpai gridando: possibile che doveva essere sempre colpa mia, soltanto perché, nelle sue fottute convinzioni, io ero quello prepotente? – Ma dagli del cotone emostatico? – disse frettolosamente, avvicinandosi per costatarlo come se temesse non le avessi detto la verità: ora Luca sembrava un bambolotto con la testa tra le nostre mani, finché lei si mosse per portargli il cotone emostatico: – Tieni! – disse con dolcezza, ma perché non glielo metteva direttamente nel naso, già che c’era! Finito di rubarmi mia madre, lo accompagnai in garage, anche se non ce la facevo proprio ad avercela con lui con quello sbuffetto giallo che gli usciva dal naso: – Allora a domani… – mi scappò ridendo. – Sì, per lavare Niki – mi ricordò con la voce lievemente nasalizzata. – Beh, prima domattina! – e alla fine tornai su finalmente sollevato, perché mi aveva ricordato quella cosa, che io davo ormai per tramontata.
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L’agopuntura
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Terz’ora in palestra: ora di supplenza; mancava solo da due giorni il nostro prof di mate e le teste d’uovo della presidenza avranno pensato che quest’oggi saremmo stati più quieti sotto gli occhi vigili di un insegnate di nostra conoscenza, piuttosto che del solito sconosciuto: sì, perché col passaggio al triennio avevamo cambiato tutti i professori, tranne quello di ginnastica. Ci accingemmo ad entrare dagli spalti (della nostra palestrina che aveva due belle gradinate, capaci d’ospitare una discreta platea), ma io, a differenza di tutti gli altri, sapevo già cosa ci attendeva… ed infatti, eccolo là: il mio piccolo Luca con la casacca arancione, la sua chioma bionda e i pantaloncini rossi, giocare a pallone. La classe di Luca aveva, infatti, l’ora prima della nostra a ridosso dell’intervallo, così che non c’incontravamo mai nello spogliatoio, anche se le nostre ore erano virtualmente contigue; ma meglio così! perché non mi sarei mai abituato all’idea di vederlo, sempre passivamente, mentre si cambiava nella stessa stanza con tutti gli altri lo guardavano, seppur con le mutande indosso. Mi sedetti abbastanza in disparte per non farmi notare, ma poterlo ugualmente vedere di nascosto mentre si divertiva assieme ai suoi amici; i miei, invece, erano andati in palestra, in sala pesi, a pomparsi un pochettino, come si usa fare a sedic’anni un po’ per vantarsi, un po’ per pavoneggiarsi poi davanti alle ragazze; io invece no! io sarei restato lì con lui, a guardarlo divertirsi assieme alla sua classe, altrimenti sarei andato con loro. Lo vedevo scorazzare avanti e indietro a centrocampo e ogni tanto azzardarsi anche in attacco: sospettavo gli piacesse pure quel ruolo, a un leader naturale come lui…, ma la cosa che più mi appassionava era il suo entusiasmo nel correre sempre con la palla attaccata al piede, e se avesse fatto goal, sarei volentieri sceso in campo, facendo invasione di campo, per correre ad abbracciarlo e festeggiare con lui il suo gollonzo. Mi piaceva troppo vederlo correre nella sua esilità: i suoi pantaloncini rossi e le gambette sottili, mi davano tutti il senso della sua priminità; anche se notavo, tra tutta quella torma, dei primini che sembravano tutto fuorché tali: alti, forse, più di me e grossi anche il doppio di lui. Ma quelli non erano primini! un primino doveva essere carino, piccolino e minutino: insomma facile da sopraffare e tenero da coccolare; che all’occorrenza te lo potevi mettere comodamente in valigia e potartelo in vacanza da spupazzare; quelli erano primini! non quegli energumeni là; come il mio Luca insomma! A un certo punto lo vidi scattare: dribblare un avversario, scartare un’imbranata ed entrare in area di rigore, poi imbattersi inesorabilmente contro uno di quei colossi, e patapunfete… il mio Luca a terra, mentre quell’altro continuava la partita. Un triplice fischio fermò il gioco e un crocchio di quattordicenni s’adunò attorno al mio Luca, che da quel momento non vidi più; mi alzai per vedere oltre quelle teste e anche gli altri dagli spalti, incuriositi da quel trambusto, si alzarono, ma poi tornarono tutti quanti ordinatamente al loro posto, io invece rimasi in piedi col cuore palpitante ancora in gola. Poi vidi da uno spiraglio Luca trattenersi il ginocchio, e in disparte quello scemo, che gli aveva cagionato il danno, starsene fermo con l’aria colpevole a fissare il gruppo: sarei sceso in campo a corcarlo di botte, fino a donargli un’estetica facciale migliore di quella che non gli aveva donato sua madre alla nascita! Quindi il gruppo si aprì e vidi Luca uscirne zoppicante, accompagnato verso gli spalti, e tutta la rabbia scemò in mesta preoccupazione. Per tutto il tempo ero rimasto celato, ma finalmente presi coraggio e m’incamminai andare a conformarlo; quando mi fermai poi, vedendo una primina dall’aria melensa – quella stessa imbranata di prima – avvicinarsi porgendogli un sacchetto di ghiaccio, così che mi sedetti a una manciata di metri dal mio Luca. La vidi sedersi vicino, praticamente appiccicata, e poi tutt’e due chini sulla medesima busta a confabulare: quindi lei cercò di pigiare il sacchetto sdraiandolo sul gradino, e poi Luca lo sbatté con violenza contro lo spigolo vivo: ma niente… qualcosa sembrava non funzionare… ed erano vicini, troppo vivici, per che io lo potessi accettare! – Pst! Luca… – lo chiamai: – Ohh… Luca! – ma niente: il mio richiamo sembrava non giungere a destinazione; e intanto quel primino stava prendendo a pugni strizzo quel sacchetto, brandito a mezz’aria: – Ehi! Luca! – finalmente si girò: – Hai bisogno? –. – Sì… – scesi subito invitato da un suo cenno. – Cosa c’è? – – Eh… questo, non fa freddo! C’è scritto di schiacciare qui, vedi, ma non fa niente! – Rilessi le istruzioni e poi tirai un pugno secco al centro – nel punto contrassegnato dal “premere qui” –, e finalmente il freddo ebbe inizio: – Tieni! –. Che bello stare accanto al mio primino! se non gli fosse stata quella, lo avrei perfino abbracciato per dargli il mio caloroso e terapeutico effetto. – Che ci fai qui? – chiese. – Eh… il prof di mate manca… – ma il nostro discorso venne interrotto da quella primina, che gli chieda inopportunamente come stava; ma come ti permetti! ma pussa via…, vah, che sei pure cessa! l’hai fatta la tua parte? che vi fai ancora qua? Tornatene dai tuoi amichetti, là in campo…, che qui non c’hai più nulla da fare! ma niente: lei continuava a stare lì, e per giunta attaccata a lui. Mi poggiai all’indietro, seccato, coi gomiti sul gradone alle mie spalle, fingendo di godermi la partita, ma in realtà li tenevo d’occhio, perché insospettito dal loro stare troppo chini e troppo vicini; era incredibile delle volte vedere come delle ragazzine, tanto banalotte, ci potessero provare così spudoratamente con dei ragazzini, tanto carini, come il mio Luca – e delle volte perfino riuscendo a starci! –, benché fossero manifestamente ben oltre le loro realistiche possibilità! Mi buttai, poi, in avanti per ascoltare le sue avance, e la vidi poggiargli una mano sopra la gamba, come per instaurare subdolamente un rapporto di condivisione del dolore; non ci vidi più: ma cazzo vuoi primina di merda! leva subito quella manaccia, o te l’avrei torta! Per fortuna che la gamba dolorante era dalla mia parte, o gli si sarebbe certamente proposta di praticargli un bel massaggio rilassante, magari con l’intento, non recondito, di scivolargli con la mano verso quel promontorio di lussuria scarlatto: ti avevo visto come glielo sbirciavi! Già il rosso esaltava la sua naturale abbondanza, poi quella posizione aumentava la sua pubica prominenza; ti sarebbe piaciuto, eh…, allungare la tua laida mano verso quel pacco mostruoso, eh? ma lui no! Luca era mio, e gli avrei tirato giù perfino le braghe per mostrarglielo, e gridatole: «La vedi questa nerchia! ti piacerebbe menargliela così, vero? ma questa è mia! mia! e soltanto mia!» e le avrei pure sborrato in faccia la sua pioggia di sperma; no, quella no! perché se la sarebbe certamente legata come una Cicciolina, e invece io non potevo permettere che il suo prezioso succo venisse goduto da una racozza del genere; allora me lo sarei ciucciato tutto io per dimostrarle, ancora una volta, che era tutto mio! ma poi il prof fortunatamente la richiamò in campo: – Pamela, su…, vieni! –. Pamela? Strano…, perché c’aveva la fisionomia da Samira! con quella faccia schiacciata, non grossa, ma chiatta; le lentiggini e quel taglio alla cretinetta da simil-Cleopatra, che non avevo mai visto state peggio su una ragazza. Ma quando fu abbastanza lontana per non sentire, Luca mi disse: – Oh, visto…– facendomi l’occhiolino: – secondo me mi viene dietro! Che ne pensi? – chiese tutto sorridente… – Boh! – non potevo certo dirgli che era brutta, o sarei sembrato geloso; ma era la pura verità! Comunque con quelle sue parole caddi in depressione e cercai di cambiare discorso: – Ma la gamba? –. – Mah… – sollevò il sacchetto: – secondo me si sta gonfiando! –. – No dai… che adesso tutto passa! – strofinai confortante la mano sul ginocchio come se avessi un tocco scaccia malanni. – Dici…! – rispose Luca con una faccia dubbiosa: – Secondo me, invece, mi porti sfiga! –. – Perché? – – Perché quando ci sei tu, mi faccio sempre male: una volta testa, questa la gamba… – ma ora mi dava pure del portasfiga? Avevo una voglia di piangere internamente che non aveva confini, e poi m’immaginavo quella smorfiosa che in classe ne approfittava per importunare il mio Luca… mi salvò da questo genere di tristi pensieri la richiesta del prof di andargli a prendere dei cerchi e la palla medica. Gli attrezzi stavano in un magazzino, che era poi semplicemente il vano sotto le gradinate, a cui si accedeva attraverso un corridoio, da dietro, come stavamo percorrendo noi in quel momento; avrei voluto tanto accelerare il mio passo: affiancarmi al mio Luca, ma proprio non ce la facevo a stare al suo pari; era come se una soprannaturale forza mi riconducesse al mio posto naturale dietro di lui, a contemplarlo mirando il profilo delle sue spalle magno. Comunque dovevo arrendermi all’evidenza… presto Luca l’avrebbe fatto: avrebbe fatto sesso con una ragazza e prima di me! mi avrebbe battuto sia sull’età che sul tempo; ma dopotutto era inevitabile: con tutte quelle smorfiose, in giro, pronte a darla ai tipini carini come lui… era inevitabile! E io non potevo far altro che aspettarlo, attendere sulla soglia che tornasse da me, per dargli quelle coccole che solo io sapevo darli! Entrando nell’oscuro della nuova stanza, lo persi per un attimo di vista, e poi lo sfiorai sulla nuca col dorso delle dita, come per dirgli: «ti sono vicino», e Luca repentinamente mi abbracciò, buttandomi contro l’interruttore, che già stavo cercando. Ma come… prima mi parlava di ragazze e ora mi stava abbracciando? ma come faceva, quel primino, a sapere sempre di cosa avevo bisogno? quasi quasi me lo sarei fatto lì sopra quella vecchia cattedra che avevo davanti…; ma no, no! ma cosa mi passava per la testa!? a scuola no! avevamo giurato di no: troppo rischioso! e poi, a momenti, sarebbero venuti a cercarci, se non ci avessero visto tornare indietro immediatamente: – Dai, Luca, continuiamo questo pomeriggio! – così tornammo dal prof con tutte le attrezzature.
Era la prima volta che ci cambiavamo contemporaneamente nello spogliatoio della scuola: suonata la campanella, i miei amici avevano deciso di andarsi a cambiare immediatamente, avendo in pratica già fatto la ricreazione, e io mi accodai a loro per tener d’occhio il mio Luca. Presi posto davanti a lui sulla panchina antistante dall’altro lato della stanza; per fortuna che quelli di prima erano meno ingombranti di noi del terzo, o almeno avendo meno confidenza con l’ambiente, stavano meno sparpagliati e quindi tutti sulla medesima panchina: in fondo non erano neppure poi così tanti, forse una decina, e potevo vederli tutti quanti. Luca si era già tolto i pantaloncini, così potevo vedergli, tra le sue gambette sottili, gli slippini da primino puntinato fantasia, anche se da quella distanza parevano quasi bianchi; a dir la verità ne avevo adocchiati un paio veramente bianchi tra quella biancheria, e un paio era proprio indossato da quel roscio che gli si stava avvicinando. Luca si era accorto del mio sbirciare, ma stranamente non mi guardava con malizia, anzi sembrava che l’aspettativa del pomeriggio lo tenesse temporaneamente sedato; io invece mi ero già dato a un pazzo safari di mutande priminiche, e ne avevo già individuato un paio, di suoi tìpotipi, che mi sconfinferavano particolarmente…: uno era proprio quel pel di carota vicino a lui. Riccardo – mi pareva – si chiamasse: era appena più altino di Luca, segaligno, ma più sportivo a vedere dal polpaccino, specie quando indossava quel completino arancino di prima; aveva però un atteggiamento antipatico, da ganassetta alla giostra dell’autoscontro con quel cipiglio da capetto altezzoso, ma parlava, però, con lui da pari, non riusciva a fargli abbassare lo sguardo, e forse subiva la sua naturale magnificenza. L’altro, invece, era quel moretto, laggiù in fondo, taciturno, che guardava basso: aveva un che d’intrinsecamente tenero e mite, ma al contempo malinconico; era più bassino di lui – avevo notato in campo – e con l’occhio azzurrino, ma che mi ricordava ugualmente Robertino, muovendomi a un sentimento compassionevole. Luca si era alzato, e ora, senza essersi chiuso la patta, parlava con Riccardo, facendomi intravedere dalla zip semiaperta la mutanda: se fossimo stati solo noi in quella stanza, io e loro, me li sarei fatti tutti quanti. Il primo sarebbe stato proprio quel Rosso Malpelo, che all’inizio si sarebbe dimenato, ma poi l’avrei costretto al muro a subire un mio pompino: gli avrei prima scoperto quel fulvo ciuffetto e poi la sua giusta verghetta; mmm… quanto ce l’avrà avuto lungo? Poco non direi, a vedere da quella bozzetta, ma neanche come il mio Luca! 17, toh! sì, un numero sfigato… e poi il 7 mi è sempre stato un numero antipatico…. Poi sarebbe venuto il turno di quel docile moretto, su quella panchina blu; neanche lui ce l’aveva corto… 16 o 18, per non essere uguale a quell’altro… 16 toh! tanto per non stare troppo vicini al mio Luca! e poi sarebbe venuto il suo turno. Avrei mostrato loro la sua splendida ventina (che tanto avrebbe suscitato in loro invidia e rispetto…) e come godeva; quindi Luca mi salutò, uscendo dalla stanza, lasciandomi solo con la sensazione del suo fallo da stringere nella mano.
***
Per tutto il tempo non avevo fatto cenno ad alcunché di erotico, ma Luca sembrava decisamente intenzionato a cominciare, quando, facendosi indietro con la sedia, mi chiamò aprendo le gambe e assumendo una posa decisamente provocatoria, che attirò la mia attenzione. – Ma perché mi guardi sempre il pacco? – disse provocatoriamente. – Ma va… vah! – in suo tono mi aveva fortemente indispettito. – Ma è vero…! – – Ma se mi chiami, è logico che ti guardo! – – Sì! ma il pacco… – insistette. – Ma se ti devo guardare, quanto ti guardo: ti guardo tutto… – poi mi girai perché capii che era inutile giustificarmi con primino provocatore; e poi… di che avrei dovuto giustificarmi! – Alle… – mi richiamò, e questa volta fu il suo vistoso ravanare a catturare il mio sguardo sulla sua parte bassa: – visto! – mi disse come se avesse avuto la riprova della sua tesi. – Ma se ti stai toccando! – – Sì, ma tu hai guardato! – – Toh, allora… – risposi prendendolo fuori: – visto che anche tu me lo guardi! – adesso l’avrebbe finita di fare questo gioco al massacro a chi doveva sentirsi più finocchio, soltanto perché guardava il pacco dell’altro! – Sì, ma tu ce l’hai duro! – lo disse come se per lui fosse una giustificazione. – Sff! Luca! – gli soffiai contro con tono minaccioso e facendomi avanti come per avventarmi, ma afferrandogli, in realtà, soltanto il ginocchio. – Ahia! – gridò con un vero grido di dolore. – Oh, scusa! È questa la gamba…? – – Sìì…! – disse prendendosela, ma io lo accarezzai. – Dai, scusa! Ma da stamattina…? – – Sì! – e cominciò a trattenersi tragicamente il ginocchio: – è ancora gonfio! – – Ancora…! Mi fai vedere, per piacere? – annuì: – Ma non qui, su divano! – lo accompagnai e l’aiutai a calarsi i pantaloni; mammamia che libidine calare la zip a un primino dolorante… – In effetti, è ancora gonfio… – gli tastai il ginocchio, poiché s’era già seduto; poi lo baciai, come si fa con la bua dei bambini: – Dai, che adesso ti passa! –; e poi, già che c’ero, ne approfittai per sbirciare il bozzetto tra le sue gambe e inevitabilmente allungai la mano: – È gonfio! Ti fa male? –. – No! – disse; ma no! sì doveva dire… testa d’un primino! – e qui è duro, invece… – salii lungo la sua verga: – è come l’altra volta! –. – Sì, ma a me fa male qua! – indicò il ginocchio. – Eh, ma è tutta una questione riflessologia: ti fa male lì, ma la causa è sempre qui! – – e si può fare qualcosa? – – Certo! La cosa migliore sarebbe tagliare, ma siccome so già che sei contrario, allora passiamo pure alle cure palliative… – e con un solo gesto gli sfilai le mutandine, aiutato da un saltino del suo sedere, per portargliele fino alle caviglie, assieme ai pantaloni. Ora, sì che avevo più spazio per manovrare! afferrai quell’amena verga e la scappellai per mirarla nella sua forma più godibile, così come se la sarebbe voluta infilare stamattina, certamente, quella primina in vagina, e infine aprii la bocca; quello sì che era il suo astuccio naturale! e poi scivolai con le mani dietro la sua schiena, a intrecciare appena sopra il sedere, per poterlo spingere verso me mentre succhiavo: questa volta gli avrei fatto un pompino solo di bocca. Luca intanto incominciava a godere, mentre il suo pene penetrava dentro la mia bocca come un lungo pugnale senza ferire: segno che quella era come la guaina originale; e poi, a un certo punto, mi resi conto che si stava ricappellando, così presi fiato e lo succhiai più forte riscappellarglielo, facendolo gemere. Sentivo quel membro virile, di lui che quasi si era steso sotto di me, scivolando con le gambe per la distensione e premermi con le ginocchia contro il mio cazzo duro, vibrarmi dentro la bocca, finché non venne; mammamia quanto venne! non ce la feci a trattenere tutto il suo sperma nella bocca e quindi, un filo misto a saliva, mi scivolò lungo la sua infinita verga, che recuperai finito di succhiare. – Sei venuto, eh? – mi congratulai, ancora ansimando, tenendo la sua verga, e poi mi poggiai, a braccia conserte e la testa sopra le sue ginocchia, a riposare. Non potevo chiedere di meglio che riposare sopra le ginocchia del mio primino e intanto pensare se fosse stato il mio Sire…: io sarei stato il suo Scappellano di Corte o, meglio, il suo Glande Succhiatore; ma in quel caso il mio compito sarebbe stato soltanto quello di stuzzicargli la reale cappella, e per toccarlo, anche solo con un dito, o prenderne in bocca un centimetro in più, avrei dovuto chiedergli permesso: sincerarmi se Sua Maestà gradiva… e poi mi sentii carezzare sulla nuca. Luca mi guardava languido, e io con la mano andai a masturbare la sua tumida verga e con l’altra a saggiare il suo ginocchio dolorante: – Ti fa ancora male? – chiesi e al suo cenno rimisi di nuovo tutto quanto nella bocca; ma questa l’avrei tenuto ben saldo con la mano anche, perché sentire la sensazione della sua manualità e dell’oralità del pene contemporaneamente, era più bello! Luca continuava a tenermi le mani sulla testa, e mannaggia s’era bello fellare uno più piccolo di me, seduto mio divano, mentre io mi prostravo e lui con la mano mi dava il giusto ritmo: il mio piccolo sire! Certamente a Luca sarà piaciuto vedermi così prostrato, senza un briciolo di dignità! o Luca…! Fu veramente lunga quella seconda fellatio: Luca sembrava non giungere mai…, finché m’accorsi che era venuto, pero senza venire…, dall’improvviso decontrarsi del suo corpo e dallo smettere d’ansimare. – Guardiamo la tv, adesso, eh? –. Non conoscevo ancora approfonditamente le abitudini masturbatorie del mio Luca e credevo fosse abituato a farsi due marlette dietro fila – io ci riuscivo! –, e pensavo dunque non avesse avuto problemi a venire una seconda volta in così poco tempo, avendo anche due anni in meno di me! e invece mi sembrava di aver appena terminato una lunga maratona; poi lo ricoprii col panno, e quindi mi sedetti accanto a abbracciarlo e masturbarlo, perché proprio non riuscivo a farne a meno di lui quel giorno. Lo stringevo e intanto lo segavo, il mio primino… vacca s’era bello! lo volevo stringere a più non posso, finché – Ahia! – mi disse. – Oh, scusami! – lo baciai sulla fronte per farmi perdonare: ma proprio non ce la facevo a sapermi regolare; poi mi ricordai che dovevo ancora finire i compiti: ma come fare con lui ch’era così bello… e Gianluca che sembrava ancora una volta da sfogare? e poi ne avevo soltanto esauditi due dei tre pompini sognati stamattina, e mi mancava proprio quello dedicato a lui! – Come va il ginocchio adesso? – m’interessa pretestuosamente con l’intento di succhiarglielo una terza volta. – Va bene! – uffa! ma io volevo ancora rifarglielo il pompino… – A me pare ancora gonfio! – e ci scivolai tra le sue gambe a leccargli quella lunga canna, poi lo guardai. – Ti piace, eh… – mi disse con un fare sfrontato: aveva lo stesso sguardo che avrebbe potuto quel suo amico Malpelo se fosse stato nei suoi panni; ma a me non fregava più niente, e iniziai l’ultimo pompino per il nostro duplice piacere.
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L’ora di ginnastica
Tags: bocca, cazzo, Cicciolina, duro, festa, fica, gianluca, mani, martedì, matteo, mostra, msn, novembre 2003, orge, pamela, piacere, pompino, prima volta, racconti, riccardo, sesso, sperma
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Mi risvegliai con un certo senso d’umidore al cazzo: ma Luca dov’era? non percepivo il suo ingombro di fianco, né le coperte mi parevano tese; ma mi girai, e non c’era… notai però un certo subbuglio là più in basso, come una sorta di muraglia ertasi attorno mio pube; – Mah… Luca!? – gridai beccandolo col mio pene ancora in bocca, sotto le coperte. – Ho voluto darti il buongiorno! –disse salendo lungo il mio corpo e poi si poggiò: – Ti è piaciuto? – chiese dolcemente, mentre mi stringeva; ma cosa potevo rispondere a un primino così? certo che mi era piaciuto: un mattino iniziato con un bel biondino che ti fella, non poteva certo che essere un buon mattino; ma ora – mi rendevo – era tempo per un altro nostro coccolino.
Dopo una mezzoretta ci svegliammo insieme, ma molto lentamente: – Luca non hai fame? –. – Sì! – biascicò. – Alziamoci allora… – – Mhmm! – si lamentò per non volersi alzare. – Sû…! – o mio pigro, pigrissimo primino. Luca pigramente si alzò e rimase a gattoni guardandomi con lo sguardo voglioso di coccole, così m’accostai con la mano a graffiargli quella flanella ciondolante, che pendeva dal suo corpicino, scivolando verso il suo pube; era lì, lo sentivo: quell’organo grandioso! ne percepivo la forza e la possanza provenire da quelle mutande pingui, così v’entrai. Luca mi guardava ancora con lo sguardo sonnacchioso, mentre gli massaggiavo i testicoli; poi m’aggrappai e m’alzai assieme a lui per metterci finalmente a sedere e uscire così da quel talamo di coccole. Prima d’aprire la porta, Luca mi si accostò e abbracciò strettamente: – Dai, che andiamo… –. – Mhmm così…! – disse dolciotto, facendomi intendere che voleva ci andassimo così in bagno: insieme e abbracciati, ed ebbe iniziò il nostro walzer sonnambulo verso la porta del bagno; ma che aveva quel primino stamattina da essere così coccoloso?
– Te lo tengo io? – dissi avvicinandomi a lui, già vicino alla tazza. – Certo! – rispose contento della mia proposta abbassandosi le mutande; ma sempre duro ce l’aveva! Glielo abbassai verso la tazza, poi lui s’inclinò ulteriormente per puntarlo meglio, appoggiandosi alla parete. – Ma come fai? – gli chiesi. – Beh, mica è sempre così! – ma allora solo io avevo la “sfiga” di beccarglielo sempre duro! Aspettammo secondi, ma non usciva ancora niente: – Beh, allora…? –. – Eh… devi pompettarlo un pochettino! – disse mimando. – Dai muoviti! – o gliel’avrei data io la pompatina, ma non come se l’attendeva lui…! poi il flusso fluì; non so perché, ma mi dava una gran bella sensazione sentire quel fluido scorrergli dentro: le vibrazioni, il fluire, mi comunicava un gran senso d’energia; poi sgocciolò: – Scrollalo! – mi disse. – Beh, non solo…! – glielo scappellai per tamponarlo sulla punta con la carta igienica. – Ma fai sempre così? – – Certo! – non era vero… – E adesso me lo lavi? – – Certamente! – quello sì, che lo facevo sempre quando lui veniva. Lo accompagnai sul bidè e mi abbassai su di lui; mi piaceva troppo tenerlo così: tutto rannicchiato in me, e vedere il suo lungo bigolo stagliarsi sul lucido bianco della ceramica e, se era possibile, sembrare ancora più lungo. Ormai il suo coso, la mia mano e io eravamo una sol cosa, e invece di lavarlo, lo masturbavo; ma non mi sarei mai permesso di farlo venire: perché non mi sarei mai perdonato di sprecare il suo prezioso liquido bianco giù lo scarico del gabinetto; così mi fermai. A glande scoperto lo lavai in punta di dita, mentre Luca godeva: – Dai, basta! – purtroppo toccava a me porre fine al suo godimento. – Tu non fai pipì? – mi chiese. Ti sarebbe piaciuto, eh…? ma in tutti i modi non sarei mai riuscito a mingere con lui che me lo teneva.
Scendendo, trovammo Ronfone rannicchiato sul divano e ci tuffammo a coccolarlo: o meglio lui lo coccolava, io mi limitavo a guardarlo mentre lo accarezzava, ammaliato dalla sua splendida personalità mattutina, che risaltava in quel completino azzurrino; poi li lasciai soli sul divano: – Io vado a farmi un caffelatte! – dissi. – E io? – chiese Luca sopraggiungendo con la voce da primino abbandonato. – …e per te ho preparato dell’Orzo Bimbo in biberon! – risposi provocatoriamente con quell’immagine che mi suggeriva il suo aspetto in quel momento; ma Luca non obbiettò: si mise a tavola e mi guardò con lo sguardo d’attesa. Lì per lì pensai che veramente s’aspettasse dell’orzo bimbo in biberon, e già me lo fantasticavo la domenica mattina sul divano di casa col biberon e l’orsacchiotto nell’altra mano, ma rifiutai l’ipotesi: – Allora… cosa vuoi? –. – Mah…, non ho molta fame stamattina! – – C’è dello yogurt… – – Va bene! – annuì per farmi contento. – Al cocco… – annuì nuovamente, e così portai il suo yogurt e la mia tazza in tavola. Non me ne ero reso conto, ma ero diventato estremamente servizievole verso quel primino, alla faccia del suo monito materno…, ma che ci potevo fare se a me piaceva così? a me sembrava una specie di fratellino, e mi veniva spontaneo occuparmi di lui amorevolmente; vedendo, però, Luca mangiare quella quantità bianca entrargli in bocca, mi venne in mente un’insolita idea. Misi da parte la scodella e presi un altro yogurt, sempre al cocco: – Mangi ancora? – mi chiese lui, che già aveva finito la sua colazione. – L’hai mai fatto “alimentare”… – gli feci intendere maliziosamente cosa, leccando la copertura alluminica del vasetto; Luca immediatamente si alzò in piedi e s’irrigidì di fianco a me con un cipiglio che sembrava dire: «fai di me, ciò che vuoi!». Gli abbassai le mutande, mostrando quella banderuola in forza dura, e poi gli carezzai le palline: aveva un’erezione degna del miglior alzabandiera in prima mattina; e poi presi quella cappella nuda e la immersi dentro quel cremoso liquido bianco con fare da chef. Luca subito emise un grido per il freddo, ma dentro la mia bocca… il caldo, il freddo, il granulare, il liscio del glande: tutto era sublime, persino il caldo della sua asta nella mia mano contribuiva a quel mix d’antitetiche emozioni nel formare la formula alchemica del gusto perfetto; e poi ricominciai: ahm… Ogni volta che l’intingevo il suo corpo fremeva di un brivido di freddo, e poi lo riacclimatavo ospitando nella mia gola come un lungo termometro penieno; quando lo yogurt scemò, lo strusciai contro le pareti circolari del vasetto dando al suo corpo un altro tipo di riverbero di godimento. Finito quell’ennesimo gioco erotico, Luca parve non farcela più a trattenere il suo sperma in corpo, e chiedeva a me tacitamente di toglierglielo; – Dai, vatti a mettere sul divano! – gli suggerii, che presto sarei arrivato. Sparecchiai la tavola, ma sistemando le sedie notai però una strana macchia di sporco per terra a forma del suo sperma, ma era soltanto yogurt; non c’era tempo, però, per pulire: il mio primino era di là che m’invocava, segretamente…, ma m’invocava; Luca arrivo… o mio piccolo primino! Corsi subito da lui, che già si stava stuzzicando quella turgida mazza con la sua mano; gli diedi il cambio: – Ti piace, eh… –. – Quando me la fai tu, è più bello… – commentò. – Eh… certo, è la mano di un altro! – in realtà era perché ero io bravo. – Mm…? – non capì. – …è come quando ti fai solletico da solo; non ci riesci! – – Io ci riesco! – disse– proprio qui! – e m’indicò il suo inguine. – Sì, va be’…, – incominciai allora a carezzarlo proprio lì: – diciamo, allora, che è come quando cerchi di farti le carezze da solo: non ci riesci; ci vuole la mano di un altro! – e così era per una sega… – Comunque era meglio prima! – disse. – Quando? – – Sul bidè… – – Aah! Beh… lì perché te lo tenevo, come te lo tieni tu solitamente! sei destro, no? Voltati! –e quel primino col fallo sempre in tiro si voltò: – Vedi! così è come te lo meni tu! – fra l’altro anch’io mi trovavo meglio a masturbarlo così: con la parte ventrale nel palmo e la dorsale a favore del pollice. – Però, io lo prendo più su! – – Come… così? – l’agguantai al glande. – No, un po’ più di prima! – – Così? – – Sì! – – È come me lo meno io! – col pollice appena sopra la corona del glande: così da stimolarla sia in andata che in ritorno, e intanto lui stragodeva! dopo d’un po’ però mi stancai di masturbarlo solamente: quell’odore di maschietto che m’invitava a metterlo in bocca: – Se vuoi andiamo oltre… – dissi per tentarlo, ma Luca mi disse che ancora non voleva venire (?), così decisi di salire: – No, voltati di là! –. – Ma c’ho il coso! – indicò lo schienale che avrebbe a ostruirgli la visuale davanti. – Ma fa lo stesso… – tanto ero io che dovevo coccolarlo, abbracciandolo in quella insolita posizione. Incominciai a stringerlo, a respirarlo sui suoi capelli biondi, che ancora sapevano di balsamo, e poi, per avere un maggior contatto con lui, andai sotto la sua canottiera a carezzarlo, ma sentii subito un brivido di freddo: – Luca hai freddo? – – No! – disse lesto, come se non volesse farmi preoccupare, ma io lo strinsi ancora di più; era in quei momenti che sentivo che sarei potuto diventare una belva, se solo gli fosse accaduto qualcosa, e quasi temevo quella parte di me.
Mi risvegliai con Luca addormentato sul mio braccio e un cruccio per la testa: dovevo far sparire quelle tracce di lui, della sua permanenza; così mi alzai: – Dove vai? – mi chiese lui con la voce da primino in timore d’abbandono. – Tu sta qui, che io devo fare delle cose… – lo accarezzai ulteriormente sulla schiena, gli sistemai il colletto, e quasi gli avrei dato un bacino prima di lisciarlo, se solo la timidezza non mi avesse impedito anche quel casto bacio sulla tempia. Andai in cucina a cancellare quelle tracce in simil-sperma di lui, e poi mi ritrovai a spazzare tutta la casa per fare anche bella figura coi miei, ma notai che tutte quelle tracce briciolose di lui dal tappeto non volevano andarsene; come se non bastasse, pensai anche che in giro potesse esserci qualche pelo pubico di lui, dopo tutte le seghe che gli avevo fatto: e il biondo di Luca è inconfondibilissimo; così pensai di passare l’aspirapolvere. Davanti a quel primino dormiente, montai l’arnese aspiratutto e, anche se di schiena era carino, pensai più volte tampinarlo mentre aspirarlo, ma, non appena mi muovevo mosso da quell’intento molesto, desistevo: intenerito da quell’aspetto indifeso, conferitogli dalle pieghe morbide del suo pigiama azzurrino. Nel frattempo si era pure voltato e ora dava a me la sua prospettiva genitale migliore, che io non potevo fare a meno di guardare: ma che ci potevo fare io, se quella zona di lui era più appariscente d’una ruota di pavone! tutta l’attenzione del mondo circostante, sembrava gravitata da quel punto fisso; e lui, secondo me, se n’era accorto, perché non perdeva tempo per metterlo in mostra mentre si stiracchiava. Mi avvicinai a lui per smontare l’aspirapolvere, e mi sentii pizzicare sul gluteo: – Ma allora non stai dormendo! – gli dissi voltandomi e beccandolo con l’occhietto socchiuso: – Ah, sì… – faceva finta di niente, e riaccesi l’aspirapolvere: wo… wo… wo… faceva il bocchettone tappandosi col suo pube: – Allora, ti svegli? – continuavo a tamponarlo: – Veh, che te lo aspiro…! – lo minacciai tirandoglielo fuori. – Meglio! Così me lo allunghi! – disse scaltramente; ma non ti basta mai! Allora quel lungo pene finì interamente nel tubo aspiratutto: lo ciurlai, lo menai, lo vibrai e quando finii Luca mi disse che era meglio la sega; ma cosa dovevo fare per sottomettere un primino del genere? Subito mi abbattei su di lui con crisi semisterica, poi lo spompinai selvaggiamente con una foga spompinatrice che mi sembra di essere un’idrovora di bega, così come lui lo era stato di coccole; ma mi resi conto in quel momento che gli stavo dando l’ennesima vittoria…, però era contato succhiare quella verga fino in gola: era come se il suo pene avesse resettato il mio animo toccando il mio punto nevralgico. Quando mi calmai, mi sdraiai accanto a lui a masturbarlo; ma mi tirò subito fuori l’uccello per confrontarselo col suo: – No… non è cresciuto! – disse con sicumera, poi iniziammo insieme una masturbazione vicendevole. Ero affascinato da quella personalità incrollabile, da quel primino inossidabile che quasi guardavo negli occhi e mi sentivo proiettato verso di lui, verso le sue labbra, ma la timidezza mi frenava: – Scusa, se t’ho svegliato prima… –mi scusai. – Fa niente… tanto mi piaceva! –. – Cosa? – – Il rumore dell’aspirapolvere…, mi piace! da piccolo dormivo sul divano quando mia mamma passava l’aspirapolvere o la lucidatrice… e lo faccio anche adesso… – – Sei tutto matto! – gli dissi, ma io dovevo solo stare zitto, che a e piaceva dormire la domenica mattina d’estate quando mio padre passava il tosaerba in giardino.
– Luca, allora… andiamo a mangiare? – dissi dopo un bel po’ che oramai ci spupazzavamo. – No, dai… non ho fame, stiamo ancora un po’ qui! – disse con la voce da primino voglioso si coccole, ma doveva rendersi conto che presto avrebbe dovuto andarsene a casa. – Però alle 3:00 vai, eh… – – Perché? – – Perché arrivano i miei! – – Non devono sapere che sono stato qui… – così mi piaceva: perspicace! – Eh…! – – È per quello che facciamo? – disse, poi cadendo in un silenzioso imbarazzo anche con gli occhi; non mi sarei mai aspettato che fosse arrivato a una domanda del genere. – Eh… sì! – farfugliai. – Però non c’è niente di male… – chiese col tono vagamente interrogativo, come se chiedesse una rassicurazione morale. – No! – – Ma tu cosa provi? – disse ancora senza trovare il coraggio di guardarmi. – Cosa… – – Quando lo metti in bocca…. – eh…, bella domanda! – Eh… eh…, …e tu? – che prima di chiedere, rispondesse lui! – Boh! – fece un boh di circostanza ancora con lo sguardo mesto. – Ti piace… – tentai d’imboccarlo. – Mm…? – finalmente mi guardò. – Cioè non ti spiace, non ti fa schifo… – – Beh, no! – – Ti piace, insomma… – mammamia, che fatica per fargli dire quella benedetta parola! – Sì…, – evviva, l’aveva ammesso!: – perché so di farti star bene… – ma che caruccio…: lui mica mi succhiava perché gli piaceva, ma perché mi faceva «star bene»… basta! toccava a me porre fine a tutta questa ipocrisia. – A me invece no, a me piace proprio! – Luca mi guardò stranito, come se avessi finalmente scardinato un tabù proibito. – Ti piace… – ripeté disorientato. – Sì, sentirlo in bocca, quel senso di pieno… intendi? – insomma, e poi anche lui l’aveva provato: – A te no? – – Beh… sì! – ammise: – …ma lo sperma? – aggiunse dopo un po’. – Anche quello! – affermai io. – Sì, vabbé…, allora anche la piscia…! – disse col tono polemico come se non avesse voluto sentire anche quell’ultima ammissione così chiaramente, per non far sembrare tutto la discussione fin troppo scontato e autoassolvente. – Ma che c’entra…, mica puoi paragonare un prodotto con uno scarto! – – Un prodotto… – – Sì, un prodotto! – – E che differenza c’è? – – Che la piscia la scarti, perché se no ti fa male, lo sperma no! il tuo fisico lo produce, è come il sangue, …è un prodotto nobile! – e su quel nobile Luca mi guardò un po’ perplesso, poi tacque come se le mie parole lo avessero in parte convinto, ma stette ugualmente meditabondo a fissare il soffitto. Nella mia mente le parole “scarto” e “sperma” continuavano ad associarsi inconciliabilmente: ma come avrebbe potuto essermi dannoso una cosa prodotta da lui nel momento del suo miglior godimento? certamente non poteva ch’essermi da toccasana per il fisico e lo spirito. Luca non pronunciò più parola, ma io lo diressi verso l’alto per cominciare a carezzarlo su quell’addome piatto: lo trovavo intrigante quel ventre liscio, così morbido al tatto, ma sotto tutta la sua salda sostanza quell’essere aikidoka; poi Luca mi chiese di carezzarlo più in basso… così finii per “carezzare” nuovamente quella doppia decina. Che bello tenere quel membro quattordicenne in mano: era quasi rilassante segarlo mentre guardavo il suo nobile profilo concentrato per non venire e poi quel pinnacolo di carne rivolto verso l’alto con la sua forma stagliata e quella cappella affusolata, che ben si distaccava come forma dell’asta; sembrava quasi di tenere in mano il comando delle sue emozioni: ma come si faceva a non masturbarlo? – Luca, ma tuo cugino non ti ha mai segato veramente? – chiesi di quell’aspetto che ancora mi sembrava sorprendente nella sua vita! – No! – – Come mai? – – Diceva che gli facevo impressione! – – Perché!? – – Perché diceva che ce l’avevo già lungo come il suo ed ero più piccolo! – che stupida scusa! – Tu però gliele facevi? – – Non più! – disse per sottolineare che ormai era un fatto passato; però ora bisognava farlo venire. – Sei bagnato! – assodai scappellandolo. – Non sono mica una femmina! – ribatté, alzandosi ugualmente a guardarlo. – Ma anche i maschi si bagnano, sai… è lubrificante! Dai, che ti faccio venire! – «No!» stette per dire, ma lo fermai subito; i primini sono fatti per godere e venire, e anche Luca non poteva sottrarsi a questo dovere. M’inginocchiai giù dal divano e, come un sacerdote intento nella sua liturgia, lo riscappellai infilandolo tutto in bocca; non mi capacitavo di come il cugino si fosse sempre rifiutato: per me era inverosimile, anzi tra cugini mi sembrava quasi scontato, io non avevo cugini, ma se mi fosse capitavo, non mi sarei di certo rifiutato, perché nella logica familistica spetta al più grande istruire i più piccoli. Luca godeva e i suoi gemiti sottili si diffondevano per l’aria costruendo un leggero sottofondo, ma c’era qualcosa di diverso da ieri: i suoi versetti mi sembravano più tenui, eppure godeva… perché presto del suo siero mi sentii riempire. Continuai a ciucciarlo fino all’ultima stilla, poi guardai il suo volto beo: era dolce, veniva voglia di baciarlo oltreché accarezzarlo, ma con tutta quella luce proprio non ce la facevo, così mi posai sul suo sterno, a dormire come lui desiderava dall’altra sera.
Mi svegliai, con Luca che m’arricciolava i capelli: – Che fai… – dissi: – mi fai i tirabaci!? –. – Mm…? – m’interrogo lui – I tirabaci…; questi! – gliene feci uno con una ciocca della sua fronte; che bello carezzarlo con quei pretesti diversi, poi chiese se poteva farmi venire e ci scambiamo di posto. Luca, invece di scendere in ginocchio, si mise tra le mie gambe a segarmi: – Dai, Luca, non c’è tempo! –. – Uffa…! – disse scocciato per la fretta che gli avevo messo. – Ma guarda! – l’orologio segnava un’ora che era ormai già troppo tarda per venire, e per giunta noi eravamo ancora tutt’e due in pigiama, ma Luca cominciò a fellarmi. Sentivo il suo succhio, la sua testa gli tenevo, ma la mia mente era occupata dai pensieri dei miei che presto sarebbero arrivati, già me li vedevo: entrare da quella porta e beccarmi con quel biondino che mi fellava in pigiama; non ci riuscivo a concentrarmi, non ci riuscivo a venire: mi sentivo in ansia; poi Luca mi disse polemico: – Sì…, ma se anche tu non ti applichi! –. Dovevo applicarmi…, adesso l’orgasmo era questione di “applicazione”! e poi che cosa avrebbe fatto: mi avrebbe dato i voti!? – Dai, Luca è meglio che vai! – gli dissi scomparendo il mio pene, scocciato per la sua affermazione! Luca restò in ginocchio a squadrarmi, mentre mi ricomponevo il pigiama: – Aspetta! fammi almeno vedere Niki prima! – cercò di riguadagnare la situazione; andai a recuperare il gatto come al solito, raggomitolato in una scatola sulla via della cantina in una forma dalla rotondità perfetta. – Toh! Guarda il micio bello! – dissi ricomparendo. – Ciao Niki! – lo vezzeggiò subito: – Ma fa le fusa! –. – Eh certo, se gli fai le carezze… – – Mah, bello! – cominciò di nuovo coi suoi acuti che m’infastidivano le orecchie: – Mi dai i bacini, eh… – gli porse la guancia. – No! non li dà i bacini! – gli sottrassi il gatto: – Glieli devi fare tu! – e glielo riporsi come se fosse una gentile concessione, visto che Niki era mio! così Luca incominciò a sboffonchiarlo simpaticamente sulle gote, ma io, ingelosito da tutte quelle coccole prestate al gatto, lo lasciai andare con la scusa che voleva scappare; Luca nel frattempo mi aveva riacceso un’eccitazione pazzesca! Brrrr… ma che cosa stavo pensando: presto sarebbero arrivati i miei! – Dai… che ti accompagno! – decidi in quel momento di riaccompagnarlo, per affrettare il suo ritorno a casa.
***
– Ma dov’è! – disse Luca rovistando nella sua cartella: era divertente vederlo con indosso solo quella canottierina sottile, che gli faceva un fisichino che ancora non aveva; improvvisamente mi era venuta voglia di saltargli addosso, ma ancora resistevo. Poi s’infilò i pantaloni e parve come rendersi conto, solo allora, d’avervi ancora dentro il portafogli nella tasca posteriore: – Spetta… ti pago la pizza! – disse portandosi la mano dietro. – No, lascia! – lo fermai prontamente: non saranno mica stati i suoi 5 euro della prosciutto e funghi a mandarmi in rovina… ma già che c’ero ne approfittai per infilargli la mano nella sua patta, lasciata aperta: – Però, fammi prima salutare Gianluca! – gli dissi, visto che lui mi aveva chiesto di salutare Niki. – E non solo… – alluse Luca con la faccia furbettina al fatto che mi stavo addentrando piuttosto in profondità… – Eh, bisogna! – – Come si chiamano? – chiese un ripasso – Mmm… – non me lo ricordavo: – Leoluca e Pierluca…? – – Sììì… vero! Leoluca quello destro… – – Eh… seh! Ernesto e Callisto! – – Mm…? – non conosceva la citazione. – Lascia stare… – non avevo voglia di spiegarla, lo spinsi contro il mio letto e lo sdraiai, sfilandogli poi quel magnifico uccello. Lo menai, lo sferzai, lo scappellai, e infine l’infilai tutto in bocca: il bello di avere a che fare con un uccello così lungo, era che potevi afferrarlo con entrambe le mani e avere ancora quella cappella da ciucciare comodamente. Luca vociava il suo godimento; – Bravo! Bravo! – l’incitai: – Grida! – e poi ripresi a ciucciarlo; Luca allora buttò indietro la testa e cominciò a urlare con tutto il fiato che aveva in corpo: sembrava che avesse trovato nuova vita e presto riirrorò la mia bocca con nuova linfa. Continuai a ciucciarlo sino in fondo, questa volta per sentire i suoi veri gemiti d’orgasmo, perché quelli di prima non mi avevano convinto, e poi mi sdraiai accanto a lui a carezzarlo sul suo pene tumescente. Era stato bello: finalmente l’avevo liberato, perché il suo grido ora mi aveva convinto; ma che voleva fare…: Luca mi accostò, buttandomi la mano sul pacco, e mi sorrise: – Adesso tocca a me! – disse e con un balzo scattò in piedi, liberandomi freneticamente l’uccello. Cosa dovevo dirgli… era strabello sentirsi sbottonare la patta da un primino violentatore, che ora mi stava già succhiando l’uccello! Capii, in quel momento, che non potevo più sottrarmi dalle sue grinfie, o meglio dalla sua bocca, e che dovevo per forza farmi venire: cancellai dalla mia mente tutte le preoccupazioni di prima, e riuscii finalmente a immaginarmi la sua lingua sul mio glande che mi succhiava, ed ecco venire… ecco quell’orgasmo anche se frettoloso, comunque stupendo; e urlai a Luca di non smettere di farmi venire se voleva veramente farmi “star bene”, doveva darsi da fare…
***
Guardavo Luca felice per il garino appena fatto nello specchietto retrovisore: mammamia, com’era bello! stasera sarebbe stato difficile ad addormentarsi senza lui con me nel letto…, senza il suo tenero corpicino da stropicciare. Mi sentivo melanconico ora, che andavamo per quelle vie di campagna, per allungare la via di casa; ma mi fermai… – Io mi fermo qui! – dissi arrestando il motore. – Perché…, vieni a casa con me! – – No, voglio fare un giro da solo… – dissi volgendo lo sguardo da un’altra parte – Va bene… a domanti! – disse Luca salutandomi; io inizia a singhiozzare, mentre lui si allontanava: sentivo che quel lungo week-end sarebbe stato difficilmente replicabile, sentivo che dopo quei tre giorni magici mai saremmo riusciti a ripetere un’esperienza simile, perché qualcosa tra noi era cambiato…; in meglio… in peggio… non saprei proprio dirlo, sapevo solo che mentre diventava un puntino lontano nell’orizzonte della Padana che oramai andava all’imbrunire, avevo soltanto voglia di piangere nel ricordo di quei tre giorni passati insieme correndo solo verso il tramonto.
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Il pigrone
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