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QUELL’ANGOLO DI PARADISO (hard)

Una curva dietro l’altra, la strada si stendeva sinuosa, dispiegandosi lungo il fianco della bassa e arida collina completamente priva di vegetazione, come si trattasse di un enorme serpente nero adagiato ai caldi raggi del sole.
Malgrado i continui saliscendi, con lo scassato e rumoroso motorino (noleggiato dopo un’estenuante trattativa con un greco, tanto simpatico quanto invadente) impiegavamo pochi minuti a percorrere i sei chilometri che separavano la nostra pensione da quel luogo che avevamo definitivamente scelto quale sede ultima per le nostre sedute abbronzanti, decisione che avevamo preso dopo aver girato in lungo e in largo la piccola isola greca nei primissimi giorni di quelle nostre vacanze.
Martina ed io avevamo allora entrambe ventiquattro anni, ed eravamo grandi amiche sin dai tempi della scuola: la nostra era una di quelle amicizie impermeabili a qualunque avvenimento e, malgrado i nostri rispettivi lavori ci lasciassero ben poco tempo libero, l’intesa e la confidenza fra noi erano rimaste intatte esattamente come quando eravamo sedute dietro un banco di scuola.
Quell’anno, poi, eravamo riuscite a combinare le ferie nello stesso periodo, in modo da poterci regalare quella vacanza al mare che sognavamo da sempre: tramite un’agenzia di viaggi, avevamo prenotato in una piccola ed economica pensione su quella remota isola dell’Egeo, scegliendo di viaggiare con mezzi propri (treni e traghetti, perché l’aereo ci sarebbe costato troppo), tutto pur di prolungare il più possibile quel nostro desiderato e sospirato viaggio. Insomma, eravamo partite all’avventura, per goderci una vacanza da sogno, magari senza grandi pretese ed eccessive comodità, ma assolutamente indimenticabile.
Quel giorno di cui vado raccontando, Martina ed io eravamo in piena esaltazione da vacanze, consapevoli del fatto che avevamo davanti ancora ben nove giorni di spensierato divertimento prima dell’inevitabile rientro in Italia, e quindi con il ritorno al lavoro e alla vita di tutti i giorni.

- Manca poco… siamo quasi arrivate… – disse Martina, indicando un gigantesco cespuglio di ibiscus un centinaio di metri davanti a noi, sul limitare dell’ennesima curva.
Quella rigogliosa pianta (quasi un miracolo nel brullo panorama circostante) era diventata il nostro punto di riferimento, il segnale che c’indicava l’inizio del piccolo sentiero che, terribilmente scosceso e polveroso, scendeva a precipizio fino alla minuscola e solitaria baia.

Era stato un vero e proprio colpo di fortuna, tre giorni prima, a farci scoprire quel fantastico angolo di paradiso.
Avevamo trascorso l’intera giornata in giro su quell’asmatico motorino, e nel tardo pomeriggio
c’eravamo ritrovate, sia Martina che io, stanche e accaldate; al mattino avevamo visitato alcune spiagge della costa più orientale dell’isola, e, subito dopo aver ingurgitato un panino e una fetta d’anguria, c’eravamo avventurate per le strette stradine di un caratteristico villaggio di pescatori, affollate all’inverosimile, però, da comitive vocianti di vacanzieri, e da non pochi ragazzi, infoiati come mandrilli e alla disperata ricerca di fanciulle da rimorchiare.
Tutta quella confusione ed il caldo micidiale ci avevano letteralmente stravolte, a tal punto che rifiutammo, e per di più in maniera perentoria e un tantino maleducata, anche le avances fatteci da due ragazzi francesi, decisamente carini e assolutamente gentili.
Ma eravamo troppo stanche anche per quello e, risalite sul motorino, c’eravamo avviate per tornare alla nostra pensione.

La fortuna volle che la strada, in quel punto, tendeva a salire, ed il motorino, gravato del nostro peso, non poteva di certo raggiungere velocità eccessive: così, quando Martina, per evitare un sasso rotolato nel mezzo della strada, perse il controllo del mezzo all’uscita della curva, ci limitammo ad andare dritte e ad infilarci in quel grosso cespuglio, cavandocela con un rovinoso e ridicolo capitombolo, qualche escoriazione di poco conto a braccia e gambe ed una grande spavento.
- Ma che cavolo hai fatto ? Ti eri addormentata per caso… ? – urlai alla mia amica, tirandomi su in piedi e controllando ansiosamente di non avere nulla di rotto.
- Scusa, Viola… non so come sia potuto accadere… ho avuto paura di colpire con la ruota quel sasso… – mi rispose lei, massaggiandosi un gomito sbucciato.
- Come no… è successo perché credi di essere un’esperta guidatrice, ecco perché… quante volte ti ho detto di andare piano e di fare attenzione ? -
- Dai, Viola… non ci siamo fatte nulla di grave, per fortuna… -
Ero ancora arrabbiata con la mia amica quando ci avvicinammo al cespuglio per recuperare il motorino, e, mentre cercavamo di disincastrarlo dai rami della pianta, scorgemmo uno stretto e ripido sentiero che scompariva dopo solo pochi metri, curvando sulla destra, dietro la parete rocciosa quasi a picco sul mare.
Una delle caratteristiche principali del carattere di Martina era proprio la curiosità.
Difficilmente poteva resistere all’ignoto.
Ed un sentiero misterioso rappresentava per lei un richiamo a dir poco irresistibile.
Prima che potessi dire una sola parola, Martina si era già addentrata sul sentiero ed era scomparsa in un attimo dietro la parete di roccia.
- Torna indietro, Martina… dai… ho voglia di una doccia… e sono stanchissima… -
Fu come parlare al vento.
L’esploratrice era entrata in azione.
Rassegnata, attesi che lei tornasse.

Dopo una decina di minuti la vidi sbucare dal sentiero, tutta sudata e con il fiato grosso.
- Finalmente. Andiamo alla pensione, forza, che questa giornata è stata anche troppo lunga… -
- Fantastico ! Semplicemente favoloso ! – disse Martina, mostrandomi di non avere nemmeno sentito le mie parole.
- Di che diavolo stai parlando ? Guarda come ti sei ridotta per fare la pioniera ! -
Martina sbuffava e ansimava, piegata sulle ginocchia, nei suoi occhi una gioia a stento repressa.
- Alla fine sono riuscita a trovarlo… -
- Che cosa ? – le chiesi, per nulla contagiata dalla sua allegria.
- Un vero e proprio angolo di paradiso. Vieni a vedere anche tu. -
Mi prese per mano e mi trascinò giù per il sentiero, malgrado le mie veementi proteste.

Fu così che la seguii, riluttante e infastidita da quel fuori programma, soltanto per porre fine a quella sua improvvisa e infantile esaltazione, sperando che anche lei, alla fine, si decidesse a rientrare alla pensione dopo quella faticosa giornata.

La cosa che maggiormente mi colpì, una volta superata la prima svolta dello scosceso sentiero, fu la fitta e rigogliosa vegetazione: non so se per la particolare direzione dei venti, o per l’umidità trasportata dal mare sottostante, fatto sta che, sul costone di quella scogliera, alberi e cespugli crescevano in quantità, creando un fitto ed inestricabile sottobosco, in netto contrasto con gli aridi e assetati terreni sovrastanti.
Scendendo e scivolando per un centinaio di metri (ero atterrita al solo pensiero della successiva e difficoltosa risalita) giungemmo ad una piccolissima insenatura, incastonata tra le erte pareti di roccia quasi bianca.
La caletta, larga non più di una quindicina di metri, aveva una spiaggia di sabbia finissima, bianca e impalpabile al tatto, neanche fosse stato borotalco; il lato sinistro era chiuso dall’alta scogliera (il proseguimento naturale di quella che avevamo appena discesa), mentre sulla destra enormi massi, franati chissà quando, creavano una barriera di un’altezza di almeno tre o quattro metri, e delimitavano quello che Martina aveva già battezzato come un angolo di paradiso.
Effettivamente il posto era meraviglioso, esposto al sole da mattina a sera, e assolutamente deserto: il mare aveva una tonalità di un verde turchese da cartolina, ed il fondale, contrariamente a quelli di altre spiagge che avevamo visitato quel giorno, era abbastanza basso per una buona decina di metri.
– Allora… – fece Martina, il viso radioso – … avevo ragione o no ? -
La mia amica sembrava una rappresentante di enciclopedie, intenta a decantare i fantastici pregi dei dodici e pesanti volumi che doveva appioppare all’incauto acquirente.
- Sembra proprio di sì… è strano, però, che non ci sia nessuno… -
- E’ troppo nascosta questa insenatura… anche noi, se non avessimo avuto quel piccolo incidente con il motorino, non l’avremmo mai scoperta… -
- Probabilmente è come dici tu… – le risposi.
Ero ancora arrabbiata con lei, e non volevo darle ragione senza fargliela pesare almeno un po’.
Ma Martina era impermeabile a queste sottigliezze.

- Allora… è già deciso… da domani mattina si viene qui. Sole e mare a non finire… ci piazziamo qui e facciamo quello che ci pare… senza rompiscatole tra i piedi… fantastico… assolutamente fantastico… -
Come al solito era inutile farle notare che la vacanza era di entrambe, e che le decisioni avremmo dovuto prenderle insieme: con Martina non c’era mai stato nulla da fare, perché lei partiva in quarta e quello che decideva doveva andare bene a tutti.
Comunque, anch’io mi ero convinta che quella piccola spiaggia fosse il massimo che potessimo trovare.
- E va bene – bofonchiai, il pensiero di una doccia rigenerante sempre più presente nella mia mente.

Tornammo su per il sentiero, i polmoni in fiamme per lo sforzo della salita, e riprendemmo la strada della pensione, il motorino, dopo le acrobazie della mia amica, ancora più ammaccato e rumoroso di prima.

La notte, prima di prendere sonno, sentii Martina sproloquiare sul nostro angolo di paradiso, e stabilire, irrevocabilmente, che stava per iniziare quella che lei definì “la nostra vera vacanza”.
Stava ancora parlando tutta eccitata quando mi addormentai con un sospiro di rassegnazione.

E “la nostra vera vacanza” andava avanti ormai da tre giorni, caratterizzati da meravigliosi bagni di mare, da caldo e sole, da libri e pettegolezzi a non finire.
Tutto questo, languidamente adagiate nel nostro piccolo paradiso personale.

Quella mattina, dunque, dopo aver parcheggiato il motorino dietro il grande cespuglio di ibiscus (al quale, con il nostro incidente, avevamo dato una discreta potata), eravamo scese per l’impervio sentiero fino alla stretta striscia di sabbia.
L’estrema tranquillità di quel luogo, e soprattutto il fatto che, in quei tre giorni, non si fosse vista mai anima viva, ci aveva rese piuttosto intraprendenti: avevamo così deciso d’indossare i costumi che avevamo acquistato in un negozio vicino alla pensione, sostituendo così quelli che c’eravamo portate da casa.
I due costumi nuovi erano a dir poco provocanti e costavano poco, anche perché la quantità di stoffa necessaria a produrli era veramente minima !!
- Se non indossiamo ora costumi così, è molto probabile che non potremo indossarli mai più, non credi ? – aveva osservato Martina, frugando nella montagna di due pezzi alla ricerca del colore che desiderava.
“Pensa alle amiche in palestra… avranno un travaso di bile quando vedranno il segno dell’abbronzatura… – le avevo risposto ridendo, e tenendo ben stretto nella mano il costume che mi ero scelta, onde evitare che potesse cadere nelle grinfie della mia pericolosa amica.

Poggiati gli zaini sulla sabbia e allargati i due grandi teli da mare, Martina ed io ci spogliammo rapidamente delle magliette e dei calzoncini, restando con i nostri minuscoli perizoma “brasiliani”, ed io anche con la parte superiore del costume che, in pratica, era composta da sottili nastri, con soltanto delle stelline di stoffa appena più larghe a coprire i .
Io non ho mai avuto un grosso seno da esibire, e quindi, tutto sommato, non ero indecente più di tanto.
Le natiche erano chiaramente scoperte (un tanga non può fare miracoli…), ma l’effetto non era proprio male da osservare: d’altronde eravamo sole sulla spiaggia, e la mia amica conosceva bene ogni parte del mio corpo, forse meglio di me, così come io sapevo tutto del suo.
Eravamo amiche da tanti anni, condividevamo tutto delle nostre vite e non c’erano segreti tra noi.
Ai tempi della scuola, avevamo perfino condiviso il nostro primo amore: anzi, in realtà, io avevo ereditato da Martina un ragazzo molto carino, di qualche anno più grande di noi, che si era messo prima con lei (e non poteva essere diversamente…) e quindi, una volta ottenuto il suo scopo, aveva deciso che anche l’amica non era poi così male (e alla faccia di chi dice beati gli ultimi…).
Il ragazzo in questione aveva chiaramente raggiunto quello che voleva anche con me, ed era poi scomparso nel nulla, volatilizzato, in definitiva neanche tanto rimpianto, anche se, stando ai delle prime esperienze delle nostre compagne di scuola, a noi due non era andata poi tanto male.
Anzi.

Il corpo di Martina, molto più formoso del mio, era decisamente più complicato da contenere all’interno dei nostri azzardati acquisti vacanzieri; e così, il primo giorno che eravamo andate nel nostro angolo di paradiso, dopo un’ora abbondante di disperati tentativi di ricondurre entro i limiti della decenza i suoi straripanti seni, la mia amica aveva deciso che poteva fare a meno, e senza problemi di sorta, della parte superiore di quel benedetto costume.
Di conseguenza, quello era il terzo giorno di tintarella praticamente integrale per entrambe.

Dopo esserci abbondantemente spalmate di olio solare, trascorremmo le successive ore in assoluto relax, alternando freschi bagni in mare (per sfuggire al caldo micidiale di quella piccola insenatura) a brevi pisolini sdraiate sulla sabbia.
E fu proprio in uno di quei momenti, in cui entrambe c’eravamo appisolate, che i due fecero il loro arrivo.

Le mie orecchie avvertirono uno scalpiccio, un rotolare di piccole pietre, e alcune fragorose risate.
Mi risvegliai di soprassalto e, quando aprii gli occhi, loro erano già a pochi metri da me.
Trasalii alla vista del ragazzo e della ragazza, e lanciai quasi un grido, più per la sorpresa che per lo spavento.
Martina sollevò la testa di scatto, anche lei destata dal suo dormiveglia.
- Ma cosa ti sta succedendo ? -
- Nulla… nulla… è che non mi aspettavo l’arrivo di qualcuno… – le risposi, facendomi ombra con la mano per vedere meglio nell’accecante riverbero del sole.

Se fossero sbarcati omini verdi da un’astronave, di sicuro avrei avuto una faccia meno sorpresa.
M’infastidiva, e non poco, il solo pensare che in quel posto, nel “nostro” paradiso, potesse arrivare qualcun altro.
I due nuovi arrivati si guardarono attorno, chiaramente indecisi, poi presero a confabulare tra loro.
Ora ero definitivamente sveglia e li osservai con attenzione.

Il ragazzo doveva essere all’incirca sui trent’anni, la carnagione, di certo in origine molto chiara, era intensamente abbronzata dal sole, ed aveva raggiunto una tonalità che, nella luce delle prime ore del pomeriggio, sembrava rilucere come l’oro.
Le masse muscolari erano ben evidenziate dalla canottiera senza maniche che indossava, esplicita testimonianza di una qualche pratica sportiva da lui praticata: il viso aveva dei tratti somatici inconfondibilmente nordici, una spruzzata di lentiggini sul naso e sulle guance, ed una cascata di capelli biondi lunghi fin sulle spalle, e che incorniciavano i due occhi più azzurri che avessi mai visto.
Sia io che Martina lo fissammo estasiate, forse a bocca aperta, ammirando quell’apparizione simile a qualche sconosciuta divinità dell’Olimpo.
Quando lui, sorridente, ci rivolse la parola, solo in quell’istante noi sembrammo tornare in vita.
Martina si coprì d’istinto i seni con le mani, mentre io cercavo disperatamente di assumere un qualche contegno, rendendomi ancora più ridicola in quello striminzito costume da ninfetta di Copacabana.
Il ragazzo si rivolse a noi in inglese, lingua che però noi parlavamo solo a livello scolastico: lui si accorse immediatamente delle nostre difficoltà, e iniziò a scandire lentamente ogni singola parola.

Mettendoci tutte noi stesse, la mia amica ed io riuscimmo comunque a capire che l’intenzione di quella meraviglia maschile era quella di poter utilizzare la caletta insieme alla ragazza, senza per questo volerci dare troppo fastidio.
Credemmo anche di comprendere che se noi non fossimo state d’accordo, loro si sarebbero ritirati in buon ordine.
La ragazza, nel frattempo, si era allontanata, scalando agilmente le rocce che chiudevano la piccola spiaggia sulla destra, e sparendo quindi alla nostra vista.

Forse fu per non apparire maleducate, più probabilmente perché quello che avevamo davanti era un gran bel ragazzo e ci sarebbe dispiaciuto non approfittare dell’occasione per averlo sotto gli occhi qualche ora, fatto sta che gli facemmo intendere che per noi non era un problema, e che lo spazio, sia pur ristretto, sarebbe stato sufficiente per tutti.
Anzi, fui proprio io a dirglielo, cogliendo di sorpresa Martina, che non era abituata ad essere scavalcata da nessuno in fatto di iniziative e decisioni.
Il ragazzo ci ricompensò della nostra cortesia sfoggiando un meraviglioso e solare sorriso, che evidentemente doveva riservarsi per le occasioni migliori, pronunciò quello che si rivelò essere, ad una successiva e approfondita analisi, un “thank you”, e si voltò verso la parete di rocce, cercando con lo sguardo la sua compagna.
In effetti, lei stava ora tornando dalla sua esplorazione e, dall’alto di uno scoglio ed in una lingua per noi ancor più sconosciuta dell’inglese, gridò un qualcosa al suo ragazzo.
Lui annuì e, accompagnando le parole con i gesti, ci fece capire che si sarebbero andati a sistemare oltre le rocce, probabilmente in una successiva caletta.
E così la privacy di tutti sarebbe stata salva.

Entrambe un pò depresse per quella loro decisione (addio ore passate a rimirare addominali e bicipiti…) lo vedemmo scalare gli scogli e, una volta in cima e raggiunta la sua compagna, farci ciao ciao con la manina.
A questo suo saluto si unì anche la ragazza che, con ogni stramaledetta certezza, aveva l’esclusiva su quegli addominali e su quei bicipiti.
Pur con tutta l’esperienza accumulata negli anni, e cioè la capacità che Martina ed io avevamo nello smontare e criticare tutte le belle donne che ci capitava d’incontrare, in quell’occasione ci dovemmo arrendere all’evidenza.
La donna era davvero bellissima, un viso forse addirittura troppo perfetto e incantevole, con due labbra carnose, un nasino all’insù che era tutto un programma e grandi occhi verdi, il tutto incorniciato da lunghissimi e lisci capelli castani, dalle sfumature quasi ramate sotto i raggi del sole.
E non parliamo poi del resto.
Il suo corpo era una specie di inno nazionale alla bellezza femminile.
Seno generoso, fianchi morbidi, sedere da urlo e gambe lunghe e tornite.
Dura da ammettere, ma per me e la mia amica sarebbe stata una battaglia persa in partenza.
La ragazza indossava solo una mutandina, composta da due minuscoli triangoli di stoffa blu oceano, tenuti insieme da una stringa celeste legata alta sui fianchi.
I seni, sodi e sfrontati, erano scoperti, ed il loro colore, così uniforme all’abbronzatura del resto del corpo, testimoniava la consolidata abitudine della proprietaria ad andarsene lungamente in giro in topless.
Piccoli , dalla tonalità leggermente più scura della pelle, guarnivano, come invitanti ciliegine, quelle due meraviglie, sulle quali gli uomini avrebbero potuto discorrere, con aria beata e sognante, per intere settimane.

Dopo un ultimo saluto, i due si allontanarono mano nella mano, scendendo sull’altro lato della parte di scogli, sparendo alla nostra vista e dirigendosi verso il successivo tratto di spiaggia.
- Accidenti – esclamai – mi è venuto quasi un colpo quando li ho sentiti arrivare… -
- Certo che è proprio carino, eh, Viola ? – mi rispose Martina con voce pericolosamente sognante.
- Per la miseria se è carino… ma a me, uno così bello, quando mai mi capiterà ? – dissi a voce alta, pensando a Vittorio, il ragazzo che mi veniva appresso da qualche mese, e neanche lontanamente paragonabile al biondo vichingo.
Ci rimettemmo a prendere il sole, turbate, inutile negarlo, dal sapere così vicino quel ragazzo così bello.

Era ormai pomeriggio inoltrato, quando mi girai sulla schiena per abbronzarmi anche sul davanti, decidendo all’istante di non rimettere il reggiseno (le famose stelline…) del costume.
In definitiva ero l’unica donna nei paraggi ad indossarlo ancora, ed avevo la netta sensazione di essere stranamente fuori luogo.
Continuammo così per un altra mezzora a prendere il sole ed a bagnarci con brevi immersioni in quelle acque meravigliose.
La presenza dei nostri due vicini non era praticamente avvertibile: la scogliera c’impediva di sentirli e di vederli.

Martina rientrò in acqua, iniziando a nuotare e seguendo un percorso ormai divenuto familiare, visto che lo avevamo stabilito sin dal primo giorno: si andava dalla stretta spiaggia fino ad una punta di roccia affiorante sul pelo dell’acqua, dove l’insenatura si apriva sul blu scuro del mare profondo. Una volta che arrivavamo a toccarla, si ritornava indietro, spesso agevolate e sospinte dalle piccole onde. Nelle nuotate dei giorni precedenti avevo stabilito una specie di record personale, e del quale andavo sommamente fiera, anche se nelle nuotate in coppia con Martina lei arrivava regolarmente davanti a me.
Sdraiata sulla spiaggia, seguii con lo sguardo il bagno della mia amica.
La vidi iniziare a muoversi in acqua lentamente, senza aumentare, come era solita fare, la frequenza delle bracciate.
Si spostava silenziosamente, evitando spruzzi e rumori, e non riuscivo a capire cosa stesse facendo, ne il perché di quel suo muoversi con così tanta circospezione.
Ad un tratto, però, tutto mi fu chiaro, e la ragione di quel suo strano comportamento mi apparve nella sua assoluta semplicità.
Invece di toccare la piccola sporgenza affiorante, Martina rallentò ulteriormente il moto delle sue bracciate, superò la roccia, si afferrò saldamente alla stessa sul lato del mare aperto, e si sporse con la testa al di là, guardando con curiosità cosa stessero facendo i nostri vicini di spiaggia.

Rimase circa un paio di minuti a spiare i due così nascosta, poi rapidamente tornò indietro.
Quando arrivò di fronte a me, Martina aveva le guance arrossate.
- Non ci crederai… ha un… cavoli, non ne ho mai visto uno così ! -
- Ma di che cosa stai parlando ? – le chiesi, adesso curiosa anch’io come una scimmia.
- Allora… sentimi bene… sono nudi, tutti e due… e stanno prendendo il sole… -
- E…? -
- E nulla. Prendono solamente il sole… ma lui… lui ha un’erezione da far paura… mai visto un arnese di quella portata… -
- Non che tu ne abbia visti poi molti, diciamolo… – le risposi, cercando di alleviare quell’emozione che le sue parole mi avevano fatto sentire.
- Ma sentila… ha parlato la donna vissuta… – mi canzonò lei.
In effetti avevamo avuto entrambe le nostre brave esperienze sessuali, ma onestamente non erano state poi così numerose come ci piaceva credere: tre o quattro ragazzi per lei, ed un paio per me.
Le mangiatrici di uomini abitavano da un’altra parte.

- Comunque è davvero… davvero… -
Martina cercava la parola adatta.
Poi, d’improvviso, la trovò.
- E’ davvero bello. Bello. Non c’è altro termine per descriverlo -
- Cosa può esserci di così bello, scusa… in fondo è solo un… beh, insomma, mi hai capito, no ? -
Martina non mi rispose nemmeno, e si distese a pancia in giù sul suo asciugamano.
Passarono cinque minuti, durante i quali strani vuoti allo stomaco avevano preso a tormentarmi.
Avevo, ed ho sempre avuto, un normale appetito sessuale, nulla di esagerato, intendiamoci, ed in quel momento iniziai a dare la colpa di quei vuoti allo stomaco al fatto che non avevo avuto più un rapporto completo da molto tempo.
L’ultima volta che avevo accarezzato un ragazzo era stato circa un mese e mezzo prima, un lungo e piacevolissimo petting durante una festa in discoteca.
E, in verità, mi ero anche masturbata un paio di volte da allora.
Poi nulla più.
I vuoti allo stomaco salivano e scendevano, con un ben noto languore che si andava concentrando, sempre più spesso, in quella zona particolare che noi donne abbiamo tra le gambe.

La voce di Martina mi fece sussultare, riportandomi alla realtà.
- Magari ora stanno scopando… – disse con un tono che non era il suo.
Doveva avere anche lei i suoi vuoti allo stomaco.
Mi voltai e la guardai, indecisa su cosa risponderle.
Con un brivido di eccitazione (perché, ormai, mi ero chiaramente eccitata) notai che le natiche di Martina non riuscivano a stare ferme, percorse da un appena accennato e ritmico movimento, come se la mia amica le stringesse e le rilasciasse, premendo con il ventre sulla sabbia.
Non ci voleva un genio a capire che, se Martina fosse stata sola su quella spiaggia, si sarebbe apertamente masturbata.
E la capivo benissimo, perché anch’io avrei voluto fare lo stesso.
L’arrivo della coppia, la descrizione fattami da Martina del pene del ragazzo e la possibilità che i due stessero ora facendo del , tutto questo aveva gettato anche me in uno stato di esaltazione sessuale assolutamente inatteso.
Mi alzai per entrare in acqua e, inutile negarlo, per andare a vedere con i miei occhi quello che la mia amica aveva già visto.

- Viola… andiamo a dare una sbirciatina insieme ? Che ne dici ? -
Martina si era voltata e mi guardava, attendendo una mia reazione.
- Ci siamo ridotte a fare le guardone… proprio una vacanza da andarne fiere… – le risposi, in un patetico tentativo di porre fine a quella difficile situazione venutasi a creare.
- Dai, Viola… o andiamo a dare un’occhiata ai due, oppure leviamo le tende e torniamo alla pensione. E’ inutile far finta di nulla… sei eccitata, esattamente come me… e restare qui, con questo chiodo infilato nella testa sarebbe soltanto una tortura… decidi tu… per me va bene in ogni caso… -
Martina aveva perfettamente ragione.
Era inutile mentire ancora a noi stesse.

- E va bene… entriamo in acqua insieme, facciamo finta di fare il bagno e andiamo a vedere che cosa stanno facendo… – le risposi, sapendo di prendere l’unica decisione che entrambe desideravamo.
- Aspetta Viola… ho un’idea migliore… – mi disse Martina, alzandosi e guardandosi attorno.
- Guarda… se noi risaliamo per un breve tratto il sentiero… c’infiliamo nel sottobosco, a sinistra, per una decina di metri… ci dovremmo trovare esattamente sopra di loro… -
Avevo ormai perfettamente metabolizzato l’idea di andare a spiare la coppia, e la proposta della mia amica mi apparve assolutamente razionale.
- Andiamo, dai… – le dissi, mettendomi le infradito.
E così, completamente nude se non per i minuscoli tanga, ci avviammo su per il sentiero.

Percorremmo soltanto qualche metro dell’impossibile salita: poi, approfittando di un varco nella fitta vegetazione, c’inoltrammo nel sottobosco, tra cespugli in fiore e bassi e frondosi alberi, dai tronchi ritorti dal vento.
Camminando piegate, a volte quasi strisciando, tra mille acrobazie e centomila acuminate spine, cercando disperatamente di non fare alcun rumore, giungemmo, poco dopo, ad una sorta di stretta terrazza naturale, che affacciava direttamente sulla caletta occupata dalla coppia di stranieri.
La fitta vegetazione ricadeva oltre il bordo della terrazza, nascondendoci alla vista di chiunque si fosse trovato sulla minuscola spiaggia.
Martina ed io ci mettemmo in ginocchio, una accanto all’altra, e spingemmo lo sguardo verso il basso.

I due erano a non più di cinque o sei metri sotto di noi, completamente nudi, sdraiati fianco a fianco, in posizione obliqua rispetto al nostro punto di osservazione.
Notai subito come il pezzo di stoffa, che doveva essere la mutandine del costume della ragazza, fosse appallottolato accanto a loro, insieme al pantaloncino multicolore che indossava il ragazzo quando era arrivato dove noi stavamo prendendo il sole.
Erano entrambi sdraiati sulla schiena, e si tenevano per mano, crogiolandosi al sole e con gli occhi sicuramente chiusi.
La respirazione faceva lentamente alzare e abbassare i loro petti.
Seguii con lo sguardo, e per qualche secondo, il movimento dei seni della donna, quindi percorsi con gli occhi il suo ventre piatto, fino ad incontrare il pube perfettamente rasato, le grandi labbra appena visibili tra le cosce dischiuse.
Subito dopo, però, spostai lo sguardo sul corpo del ragazzo.
Non persi tempo, e puntai gli occhi direttamente lì.
Ed era impossibile non farlo.
Ora capivo la straordinaria eccitazione di cui Martina era stata preda.

Quel pene sembrava essere dotato di una sua vita autonoma, quasi costretto a seguire il corpo del ragazzo solo perché unito a lui.
Era… grandioso, quello il termine che mi sembrava meglio si adattasse a quella meraviglia.
Ma anche bello, in fondo, come aveva detto Martina, rendeva bene l’idea.
Lungo, ma non in modo sproporzionato, si ergeva teso dal ventre di quello splendido ragazzo, senza la minima tendenza ad andarsi ad appoggiare sulla pelle della pancia.
Se lo avesse fatto, probabilmente con la punta avrebbe superato, e non di poco, l’ombelico.
Era turgido e magnifico, rigonfio, e la circonferenza si mostrava costante, dalla base all’estremità superiore.
Solo verso la fine tendeva a restringersi, appena sotto il violaceo e splendido glande, parte terminale di quell’asta da favola.
Per tutta la sua lunghezza era percorso dai rigonfiamenti delle vene, alcune piccole, altre decisamente più grandi, che ne disegnavano armoniosamente la splendida linea.
Bello.
Si, a ripensarci bene, forse era proprio quella la parola più adatta a descriverlo.

- Avevo ragione, no ? – mormorò estasiata la mia amica.
- Sì… non hai per nulla esagerato… – le risposi in un roco bisbiglio.

Provai ad immaginare la sensazione che avrei provato nel toccarlo, nell’accarezzarlo, il suo meraviglioso scorrere sotto le mie dita.
Ne percepii quasi il calore, la delicatezza della pelle così tesa su quel turgore da favola.
Lo sognai alle prese con il suo naturale obiettivo, la cappella a scorrere lungo le mie grandi labbra bagnate, a sfiorare il clitoride, a ridiscendere malizioso fino all’ano… e poi, guidato da un istinto naturale e antico come il mondo, a riempire interamente il mio corpo, senza difficoltà, meravigliosamente, fino a strapparmi gemiti e sospiri d’intensa passione…
I vuoti allo stomaco non erano più tali.
Al loro posto si erano andati sostituendo enormi buchi neri, che inghiottivano inesorabilmente tutti quei miei folli pensieri.
Se fossi stata in piedi, le gambe mi avrebbero ceduto, ma in ginocchio, e con Martina vicina a me, mi era più facile mantenere un atteggiamento ancora composto e dignitoso.
Con la coda dell’occhio guardai Martina, e la sua espressione mi confermò che quei miei erotici pensieri erano gli stessi che passavano nella sua mente.

Quelle mie riflessioni furono interrotte dalla donna che disse un qualcosa, in quella sua lingua a me sconosciuta, al ragazzo disteso al suo fianco.
Vidi lui sorriderle.
Lei parlò di nuovo, e lui girò il volto nella sua direzione, guardandola per alcuni istanti.
Quindi annuì con la testa, accompagnando quel movimento con un mormorio.
A quel punto la ragazza si girò sul fianco e si alzò, dirigendosi poi verso l’acqua, e, di conseguenza, allontanandosi dal punto in cui noi li stavamo osservando.
In quegli attimi cercai una qualunque scusa che fosse adatta a giustificare la nostra presenza tra quei cespugli, inevitabilmente non trovandone però nessuna.

La bionda sirena nuotò agilmente verso il mare aperto: quindi, con una perfetta e armoniosa capriola, invertì la direzione e tornò verso riva.
La vidi uscire dall’acqua, nuda e bellissima, e avvicinarsi al suo ragazzo.
Sorridendo, si posizionò su di lui, in piedi e a gambe larghe, iniziando a far scolare l’acqua fredda e salata sul corpo del giovane, utilizzando i lunghi capelli castani come fossero una spugna.
Al contatto con l’acqua, il giovane lanciò un grido, inarcando il corpo, ed il svettò ancora più imperioso di prima.
Repressi a stento un mugolio d’eccitazione, mentre Martina si mordeva il labbro inferiore, anche lei chiaramente turbata da quei momenti.

La ragazza scavalcò il corpo del compagno e si andò a sistemare in ginocchio dietro di lui, le sue ginocchia a toccargli la testa, offrendo a noi spettatrici la visuale del suo sensuale profilo.
La vedemmo chinare lentamente il capo verso il ventre di lui, ed io mi sorpresi ad aprire inconsapevolmente la bocca, come se avessi dovuto accogliere tra le labbra l’erezione dell’uomo. Malgrado i miei torbidi pensieri, la ragazza non prese in bocca il suo uomo.
Si limitò ad appoggiare la punta dei suoi lunghi capelli sul ventre del ragazzo, ed iniziò a farli scorrere sul quel perfetto corpo maschile, secondo un metodo evidentemente già sperimentato.
La sua testa si muoveva da una parte all’altra, lambendo deliziosamente con i lunghi capelli la pelle del giovane, che dal canto suo rabbrividiva visibilmente, sia per il solletico procuratogli da quel lento sfiorare, sia per la sensazione di freddo dell’acqua del mare.
Il gioco della ragazza ebbe l’effetto di far diventare, se possibile, il pene ancora più grande e fremente.
All’improvviso lei smise di giocare col compagno e gli chiese un qualcosa, ricevendo come risposta un mugolio sommesso.
Allora le mani della donna presero ad accarezzare il petto dell’uomo, scorrendo su di lui come se lo stesse modellando, lievi come piume, delicate come un alito di vento primaverile, ma abili e decise, con movimenti aggraziati e carichi di un senza confini.
In punta di dita la vedevo disegnare i contorni della muscolatura del petto, e poi accarezzare le spalle, e quindi sfiorare i del ragazzo.
Subito dopo si dedicò agli addominali, percorrendoli uno per uno, con una lentezza quasi esasperante.
Io ero ormai fuori di me per l’eccitazione che quello spettacolo mi provocava.
Non capivo letteralmente più nulla, perché non mi era mai capitato di assistere ad una scena così erotica e sensuale.
Mi voltai verso Martina.
I suoi occhi erano fissi sulla coppia, la lingua guizzava ad umettare le labbra ed i dei suoi grandi seni erano turgidi e svettanti.
Eravamo entrambe letteralmente divorate dall’eccitazione.
Tornai con lo sguardo alla spiaggia sottostante e, con un gemito quasi di dolore e mordendomi il labbro, vidi che la mano della ragazza aveva abbandonato gli addominali del compagno, per appoggiarsi, senza esitazione, su quel svettante.
Rimase immobile per qualche secondo, e poi le dita iniziarono a scorrere sull’asta.
Fu quello l’esatto momento in cui smisi di ragionare, abbandonandomi all’istinto e alle impellenti esigenze del mio corpo.

In un attimo di assoluta follia erotica tirai i fiocchi dei laccetti che sorreggevano il tanga, me lo sfilai e, ora completamente nuda anch’io, mi misi seduta per terra, divaricando all’istante le gambe.
Martina era ancora in ginocchio, e con le mani si accarezzava e si stringeva voluttuosamente i seni.
Era fantastico spiare quella ragazza che aveva preso a masturbare il suo uomo, come era stupendo vedere Martina così eccitata: ed anche la mia nudità, in quei momenti, mi appariva stranamente e terribilmente erotica.

La mano destra della bionda scivolava leggera sul , e la sinistra accarezzava il petto, pizzicava i dell’uomo, segnava il contorno della sua bocca.
Mentre anche Martina si sfilava il tanga, mettendosi seduta, anche lei nuda, accanto a me, pensai a quanto mi sarebbe piaciuto trovarmi al posto di quella donna, con quello stupendo fra le mani, poterlo stringere e sentirlo sussultare sotto le dita per il crescente desiderio.
Senza alcuna esitazione, feci scivolare la mia mano destra sul ventre, e poi ancora più in giù, fino ad incontrare le grandi labbra, già abbondantemente bagnate di umori.
Anche Martina aveva preso a masturbarsi apertamente, premendo con le dita sul clitoride eccitato.
Eravamo state ormai definitivamente travolte da quella folle esperienza.

La destra della ragazza continuava inesorabile in quell’affascinante sega, in un ipnotico e straordinario andirivieni: su e giù, su e giù… lenta, continua, inarrestabile.
Iniziai a respirare affannosamente, quasi seguendo il ritmo che la ragazza imprimeva alla sua erotica mano.
Il ragazzo si muoveva appena sotto il tocco abile della sua donna.
E lei non aveva altro pensiero che il piacere da donare a lui.

Fu un attimo, e di cui ancora oggi non riesco a fissare gli esatti contorni.
Credo, però, che ci voltammo nello stesso preciso istante, leggendoci reciprocamente negli occhi la straripante eccitazione che ci consumava.
Poi la mia bocca e quella di Martina s’incontrarono in un leve sfiorarsi di labbra, dischiudendosi subito dopo alla ricerca delle lingue impazzite.
Ci baciammo con una frenesia sconosciuta, e staccandoci l’una dall’altra solo quando il respiro ci venne a mancare.
Stordite da quanto appena accaduto, la mia guancia appoggiata a quella di Martina, tornammo con gli occhi alla spiaggia e alla coppia al centro delle nostre attenzioni.

La mano della ragazza continuava ad andare nel suo fantastico movimento, ora decisamente più vigoroso e rapido, esponendo ogni volta che scendeva la larga cappella congestionata.
Ad un tratto il suo compagno aprì le gambe, e la mano della ragazza fu veloce nello spostarsi sullo scroto, palpandolo, accarezzandolo, stringendolo con delicatezza.
Poi scivolò ancora più in giù, alla evidente ricerca dell’ano del suo compagno.
Ebbi la certezza di quanto stava accadendo quando, con un gesto deciso, lei infilò un dito in quel corpo adagiato sulla sabbia, penetrandolo a fondo e facendolo sussultare: aveva interrotto quella fantastica sega, e lo stava inculando.
Ora erano immobili, il suo dito infilato nel culo del ragazzo.

Stavo anch’io per penetrarmi con le dita, quando la mano di Martina iniziò ad accarezzarmi fra le gambe, stuzzicandomi meravigliosamente il clitoride: senza un attimo di esitazione, allungai il braccio, trovai la sua fica straordinariamente fradicia e, priva di alcuna incertezza, la penetrai con l’indice ed il medio.
Subito Martina incollò la bocca alla mia, non solo per il desiderio di baciarmi ma, e soprattutto, per evitare di gridare tutto il suo dirompente piacere.

Poi la scena sulla spiaggia riprese vita, come se non si fosse mai interrotta.
La mano della ragazza tornò ad impugnare il , per riprendere a masturbarlo con crescente velocità.
Su e giù, su e giù…
Anche le dita di Martina mi avevano penetrata, ed ora ci masturbavamo a vicenda con frenesia, gli occhi incollati a quel vicinissimo al momento di esplodere…

Su e giù, su e giù: il ritmo di quelle dita infernali accelerò ancora…
I nostri respiri ed i nostri sospiri erano l’inequivocabile segnale dei dirompenti orgasmi che squassavano il mio corpo e quello di Martina.

Su e giù, su e giù, ora senza sosta e freneticamente…

Venimmo insieme, io nella mano di Martina, e lei nella mia, le nostre dita inzuppate dei rispettivi liquidi dell’eccitazione…

E all’improvviso, finalmente, accadde.
Il ragazzo venne, eiaculando un lungo e potente getto di sperma, talmente abbondante e violento che raggiunse la ragazza sulla spalla e sui capelli.
Ne seguirono altri due, solo di poco meno grandiosi, per poi tramutarsi in un lento sgorgare sulla mano della sua compagna…

Tutto si era svolto in un silenzio irreale.
Cercai di nuovo le labbra di Martina e la baciai con straordinaria intensità.
Mi separai dalle sue labbra solamente quando vidi la ragazza alzarsi e avvicinarsi all’acqua del mare, per lavarsi via tutto quello sperma che aveva addosso…

In tutta fretta, Martina ed io, ci rimettemmo i tanga e, evitando accuratamente ogni rumore, tornammo alla nostra caletta.
Il sole era ormai quasi tramontato.
Raccogliemmo gli zaini, c’infilammo magliette e pantaloncini, e tornammo alla pensione, ancora scombussolate, ma anche notevolmente eccitate, per quanto accaduto.

Quella sera Martina ed io parlammo a lungo dei sorprendenti eventi della giornata, giungendo alla conclusione che quello che era accaduto tra noi, quel rapporto lesbico nel quale eravamo precipitate, era stato di certo causato solo dall’incontrollabile eccitazione di quei momenti.
E, con ogni probabilità, era assolutamente vero.
Ma l’ossessione per quella coppia di stranieri c’impedì quasi di chiudere occhio, al punto che all’alba avevamo deciso, e in modo del tutto irrazionale, di dare una nuova svolta a quella nostra vacanza.
Avremmo cercato di rintracciare i due per tutta l’isola, convinte che, se li avessimo nuovamente incontrati, questa volta non ci saremmo limitate a spiare le loro effusioni.

E fu così che, il giorno successivo, partimmo in sella al motorino alla ricerca del ragazzo e della sua splendida compagna, dimenticando, di fatto, il nostro angolo di paradiso che tanto avevamo amato.

Ma, come spesso succede, i sorprendenti eventi dei giorni successivi andarono ben oltre le mie aspettative, a tal punto che di quella vacanza mi è rimasto un ricordo struggente e incancellabile.
Un po’di pazienza, e vi racconterò per filo e per segno quello che poi accadde in quegli ultimi giorni di quell’indimenticabile estate greca.

FINE

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QUELL’ANGOLO DI PARADISO (hard)

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DIAPASON (hard)

A ripensarci, quella era stata la prima volta in vita mia che avevo deciso di passare la serata in un locale del genere.
Lussuoso e raffinato come mi era stato detto, un ambiente adatto a rendere più facile quel tipo di esperienza ad una neofita come me.
Malgrado mi sentissi abbastanza tranquilla, c’era però un qualcosa nell’aria che solleticava maliziosamente la mia mente di nuove ed insolite sensazioni.
Avevo scelto la serata riservata alle sole donne, la serata lesbo, come avevo letto su internet, anche se la cosa un po’ mi dava fastidio, certa di perdermi altre emozioni che la presenza di uomini mi avrebbe garantito; ma non volevo iniziare dalla fine, almeno non quella prima volta che mi accingevo a provare il allo stato puro, senza coinvolgimenti sentimentali e implicazioni affettive.

Mi resi conto sin dal primo momento che il fine ultimo delle donne e delle ragazze presenti era fondamentalmente quello di trovare una compagna di giochi da coinvolgere con il marito o fidanzato di turno.
a tre, insomma, con implicazioni saffiche solo complementari.
Ed infatti la conferma a quei miei sospetti venne da Monike, una bionda dal fisico prorompente e sensuale, simpatica ed estroversa al punto da incuriosirmi all’istante.
Con il pretesto della gran confusione e della musica, che in verità avrebbero impedito una qualunque chiacchiera, la donna mi convinse a seguirla in uno dei salottini situati nel retro del locale, dove, una volta seduta sullo stretto divano di fronte al mio, evitò però accuratamente ogni approccio fisico.
Passarono così lunghi minuti di futili discorsi prima che la donna si decidesse ad invitarmi nel suo appartamento alla periferia di Salonicco, facendomi chiaramente intendere che sarebbe stato presente anche il marito, e che entrambi avrebbero gradito la mia presenza nel loro letto, magari anche soltanto come spettatrice delle loro evoluzioni sessuali.
Quell’improvvisa proposta mi era apparsa subito molto intrigante: Monike era di una bellezza unica, e la presenza anche di un maschio avrebbe dissolto quelle perplessità che un po’ mi avevano turbata all’inizio della serata.

Era da poco passata l’una di notte quando entrai con Monike nell’ascensore del suo palazzo.
Fu solo in quel momento che, accorgendosi di un mio attimo d’indecisione, lei mi si accostò con fare volutamente sensuale, sfiorandomi il lobo dell’orecchio con le labbra umide: mi sussurrò che sarei stata libera di andarmene quando avrei voluto, e che non c’era proprio nulla di cui aver paura.
Aveva ragione lei, ovviamente.
Era stata una mia libera scelta ritrovarmi con lei in quell’ascensore.
Ma l’imbarazzo e il turbamento mi assalirono nuovamente nel momento stesso in cui entrammo in un lussuoso salone dalla luce calda e rarefatta: Dimitri, il marito di Monike, mi venne incontro sorridente, cercando in ogni modo di mettermi a mio agio, offrendomi da bere e trattandomi come fossi una loro vecchia amica.
Malgrado ciò, l’atmosfera restava permeata di una intensa tensione erotica, che si avvertiva palpabile in ogni sguardo o movimento.
Il cuore mi andava a mille, e le spiegazioni, fra me e la coppia che mi aveva rimorchiata, erano francamente inutili: sapevamo tutti e tre quello che volevamo.

Monike e Dimitri, un bell’uomo sulla quarantina, dal fisico prestante e atletico, si sedettero su un divano di pelle bianca, ed io mi accomodai su una poltrona dello stesso colore, proprio di fronte a loro, con in mano un calice di vino bianco, fresco e appena frizzante.
La musica di sottofondo aiutava a calmare i miei sensi, mentre la donna si stringeva, in maniera decisamente provocante, al suo uomo.

La osservai slacciare con esasperante lentezza i bottoni dei pantaloni del marito, e poi la mano di Monike, una mano snella e dalle lunghe unghie smaltate di rosso, scomparve tra le pieghe della stoffa, mostrando subito dopo ai miei occhi il di Dimitri, finalmente libero dalla prigione degli indumenti.
La vidi far scorrere le dita su quel membro pulsante: pochi attimi appena, quindi Monike si chinò su di esso, stringendolo tra le umide labbra.

La mia eccitazione, fino a quel momento velata dall’imbarazzo, esplose dirompente come le acque di un fiume in piena.
Mi ritrovai d’improvviso fradicia dei miei umori, e il desiderio di masturbarmi di fronte ai loro sguardi si fece quasi insopportabile, anche se un briciolo d’indecisione continuava ad affacciarsi alla mia mente.

Dimitri teneva gli occhi fissi su di me, divorandomi con lo sguardo, mentre i miei si alternavano far lui e il movimento della testa di Monike, che di frequente si girava verso di me, per consentirmi una vista migliore di quel suo da favola.

Sul basso tavolino in cristallo, che separava la mia poltrona dal loro divano, c’era una coppa colma di fragole: lui me la indicò con un movimento del capo, invitandomi ad uscire da quello stato d’inerzia dal quale non mi riusciva di liberarmi.
E le labbra di Monike m’indicarono quale fosse la strada.
Forse per analogia, ma in quella rossa cappella che spariva e riappariva dalla bocca di Monike, lucida e bagnata di saliva, rivedevo quei frutti che avevo davanti ai miei occhi: presi tra le dita una grossa fragola e l’assaporai, la leccai, la succhiai, come se nella mia bocca entrasse davvero quello splendido eccitato.

Ora lo volevo per me, tutto per me, e mi sarei gettata tra di loro rubando a Monike il piacere di gustare sino in fondo alla gola quella verga affamata di piacere; marito e moglie lo sapevano, e prolungavano di proposito la mia dolce agonia, aumentando a dismisura il desiderio che pulsava sempre più intenso nel mio ventre.

Alla fine le mia mano abbandonò ogni timore e raggiunse fremente quel calore che s’irradiava tra le mie cosce: scostai appena le mutandine e avvertii sotto le dita il bagnato dei miei umori che fuoriuscivano abbondanti dalla mia fica bollente.
Il clitoride, teso allo spasimo, era sensibile alla minima carezza: stavo letteralmente impazzendo per il folle desiderio, e di certo Dimitri e Monike erano consapevoli della cosa.

In un attimo fummo tutti e tre nudi.
La donna si distese con il busto sul basso tavolino, le tette premute sul cristallo: prese ad accarezzarmi le gambe, mentre Dimitri la penetrava, iniziando a scoparla con frenesia.
Presi a masturbarmi velocemente, ma Monike bloccò quasi subito la mia mano, sostituendola con la sua lingua guizzante: allargai al massimo le gambe e mi abbandonai a quella straordinaria carezza.
Il clitoride, le grandi labbra, l’interno delle cosce… la bocca di Monike mi aveva proiettato in paradiso, e lo spettacolo dei muscoli di Dimitri, tesi allo spasimo nell’atto sessuale, rappresentava la classica goccia che faceva traboccare il vaso.

Godetti in pochi secondi, in un delirio di oscenità che mai avrei pensato di pronunciare, mentre Monike si agitava sotto i colpi possenti del di Dimitri.
Ma ora lo desideravo io quel : volevo sentirlo che mi riempisse la bocca, che scorresse tra le mie labbra, volevo accarezzarlo e lambirlo con la lingua, ancora bagnato del piacere della moglie.
Mi divincolai da Monike, inginocchiandomi di fianco a loro: Dimitri non mi fece attendere troppo, uscendo rapidamente dalla moglie, rialzandosi e offrendomi quella meraviglia congestionata.
Afferrai con le mani le natiche muscolose dell’uomo, stringendole e quasi graffiandole con le unghie. Ingoiai quel che mi si offriva, quasi per intero, e Dimitri si abbandonò alla mia bocca, assecondando il ritmo che dettavo al .

Monike, nel frattempo, aveva preso a leccarmi le tette, a tormentarmi i con i denti, mentre la sua elegante ed erotica mano s’intrufolava diabolica tra le mie gambe.
Scossa da brividi di puro piacere, sentii tra le labbra che anche Dimitri stava per esplodere.
Leccai la cappella e quindi strinsi ancor di più le labbra attorno al di Dimitri, aumentando l’intensità del , stringendo nella mano i suoi testicoli, quasi a voler contrastare la spinta dello sperma che pulsava come il sangue nelle arterie.
L’orgasmo di Dimitri si liberò con un vero e proprio urlo, proiettandomi oltre i miei stessi limiti del piacere, mentre le dita di Monike continuavano a penetrarmi sempre più a fondo: mi riempii la bocca di quel getto denso e caldo, bevendo avidamente l’eiaculazione dell’uomo…

Pochi secondi, il tempo di lasciare il di Dimitri, e la lingua di Monike s’insinuò nella mia bocca, mischiando la sua saliva allo sperma del marito
Fu un bacio lungo e profondo.
Dolce promessa di una notte indimenticabile.

FINE

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RITORNO A PAVLOS (hard)

Erano dieci anni, ormai, che, per una ragione o per l’altra, non ero più riuscito a tornare a Pavlos, il grande paese a nord di Atene dove ero nato trentotto anni prima.
A dire proprio tutta la verità, non solo non avevo trovato il momento adatto, ma anche il desiderio di rivedere i luoghi dell’infanzia e dell’adolescenza mi aveva abbandonato da molto tempo.
L’ultima volta che ero ritornato a Pavlos era stata per il funerale di mia madre, una circostanza di certo non piacevole: e con la sua scomparsa si era definitivamente spezzato il legame con la terra natia e con quei pochi lontani parenti che ancora mi erano rimasti.
Vivere e lavorare in Australia mi aveva inesorabilmente allontanato da Pavlos e dalla Grecia.
Non che io avessi rinnegato le mie origini, per carità, ma la mia esistenza e i miei affetti erano ben radicati, e da tempo, a Sidney.

Stranamente pero’, quell’anno, il desiderio di tornare a respirare l’aria e i ricordi del paese che mi aveva dato i natali mi aveva ronzato sempre più insistente nella testa, al punto che, in giugno, avevo deciso all’improvviso di prendermi le ferie dalla ditta dove lavoravo come contabile e di volare verso il mio passato.
Ero curioso di vedere se Pavlos fosse cambiato, se i miei amici di allora fossero ancora lì, se l’intera Grecia, come si sentiva dire, fosse veramente cambiata in meglio, avvicinandosi, con il passare degli anni, alle nazioni dell’Europa più evoluta.
E, sopra ogni altra cosa, volevo portare un fiore sulla tomba dei miei genitori, per ringraziarli ancora una volta di tutti quei sacrifici che avevano fatto per farmi studiare e permettermi così un futuro migliore e più agiato rispetto a quello che i miei nonni avevano potuto dare loro.
Era il richiamo del sangue che, dopo molti anni, era prepotentemente tornato a farsi sentire, riportandomi finalmente a Pavlos.

L’aereo era atterrato ad Atene, al Venizelos, il mattino presto, in una radiosa e già calda giornata d’inizio estate, ed io, anche se scombussolato per il cambio di fuso orario, avevo subito noleggiato una macchina alla Hertz, ed ero quindi partito alla volta del mio paesello natio.
Ma, dopo pochi chilometri nel caotico traffico della capitale greca, mi ero immediatamente reso conto che, se non avessi dormito al più presto qualche ora, a Pavlos non sarei mai arrivato vivo: gli occhi mi si chiudevano e la concentrazione necessaria alla guida mi era assolutamente impossibile.

Di fatto, mi trovavo ancora alla periferia settentrionale di Atene quando vidi il parcheggio di un motel aprirsi invitante sulla mia destra.
Senza ulteriori indugi fermai l’auto, mi presentai alla reception, presi una camera, mi feci una rapida doccia nello striminzito bagno e m’infilai a letto, crollando all’istante in un lungo sonno, profondo e senza sogni.

Quando mi risvegliai, stiracchiandomi e sbadigliando come una foca, era già quasi sera.
Sorpreso per quanto fosse stato lungo il mio sonno, capii all’istante che a Pavlos sarei potuto arrivare soltanto il giorno successivo: anche se fossi partito subito, sarei giunto in paese solo a notte fonda, visti i molti chilometri che dovevo ancora percorrere.
Non avevo alcuna intenzione, però, di restare in quella camera d’albergo a rigirarmi i pollici e ad attendere l’alba: volevo uscire qualche ora, approfittando di quel tempo che avevo a disposizione per rivedere la cara e vecchia Atene.
Indossai dunque un paio di jeans e una maglietta, salii in macchina ed andai a passare la serata nel centro della capitale, passeggiando per le strade come un turista (cosa che ormai in definitiva ero a tutti gli effetti) e cenando in un ottimo ristorante ai piedi del Partenone.
Quando, a tarda sera, rientrai al motel, chiesi al portiere di notte di essere svegliato molto presto: non vedevo l’ora di partire per Pavlos, e di vedere l’effetto che mi avrebbe fatto rientrare in paese a distanza di ben dieci anni.

Superai l’ultima curva sulla cima della bassa collina, emozionato come non mai.
Pavlos mi apparve all’improvviso. adagiato in quell’ampia conca che così bene ricordavo.
Il grande villaggio, che avevo impresso in modo indelebile nella memoria, si era andato trasformando in una vera e propria cittadina: anche da quella distanza potevo vedere con estrema chiarezza i nuovi edifici costruiti nelle zone periferiche, schiere di graziose villette residenziali dalle moderne linee architettoniche.
Anche il centro storico di Pavlos risaltava nettamente nel panorama cittadino per le sue vecchie costruzioni in pietra: il contrasto tra l’antico degli edifici storici ed il moderno delle nuove costruzioni non disturbava più di tanto l’occhio dell’osservatore, inserendosi quasi alla perfezione nel caotico panorama urbanistico della Grecia moderna.
Il campanile della chiesa di Agios Nikolaus, sulla piazza principale di Pavlos, svettava imperioso al di sopra delle basse costruzioni circostanti.
La mia prima visita di quella giornata sarebbe stata proprio lì vicino, alla taverna di fronte alla chiesa, taverna che avevo frequentato assiduamente fino a quando non ero andato via: avrei di certo incontrato qualcuno di mia conoscenza, ed il mio ritorno a Pavlos sarebbe stato così consacrato dalla prima bevuta di quel giorno.

Parcheggiai l’auto nelle vicinanze della chiesa e, proseguendo a piedi, raggiunsi la piazza principale del paese.
Dieci anni erano passati, eppure tutto mi appariva uguale al giorno in cui ero partito: i negozi, l’asfalto delle strade, gli sconnessi marciapiedi, i passanti… tutto contribuiva a riportarmi indietro nel tempo, e la nostalgia per quella mia vita irrimediabilmente passata iniziò ben presto a struggermi l’anima.

La taverna aveva la stessa insegna scolorita di allora, i medesimi tavolini sgangherati e traballanti, ed il medesimo proprietario, il vecchio e arcigno Tassos.
Vecchio, arcigno e scostante.
Così l’uomo era sempre stato, e così sarebbe morto.
Ma l’abbraccio che Tassos mi riservò fu così intenso e carico d’affetto da meravigliarmi non poco e spingermi quasi alla commozione.
Altri avventori mi riconobbero, ed io riconobbi loro, ed in pochi minuti l’intera taverna festeggiava, a base di birra e di ouzo, il ritorno dall’Australia del figliol prodigo.
Il riprendere a parlare greco, dopo tanti anni d’inglese, mi apparve curioso e strano, ma allo stesso tempo naturale e piacevole.
Ormai ero diventato il centro dell’attenzione generale, sommerso da domande d’ogni tipo, e quando Dimitri fece il suo ingresso nell’ampio locale io nemmeno me ne accorsi, tutto preso com’ero a narrare della mia nuova vita in Australia ai vecchi paesani di Pavlos.

La mano, che ad un tratto si posò sulla mia spalla, era calda e ferma.
- Guarda un pò chi si rivede da queste parti… il vecchio Costas… credevamo tutti tu fossi diventato un canguro… -.
Sorpreso, mi voltai, e Dimitri era lì, un gran sorriso ad illuminargli il volto e gli occhi.
Mi alzai e ci abbracciammo, fra le risate e gli applausi di tutti i presenti, rinnovando quella stretta amicizia che ci aveva unito sin dall’infanzia.
- Potevi almeno avvisarci che saresti tornato… ti avremmo organizzato un vero e proprio comitato di ricevimento, con tanto di banda e fuochi d’artificio !! – proseguì il mio amico di sempre.
- E’ stata una decisione improvvisa, Dimitri. Un fulmineo attacco di nostalgia. Un giorno sei in Australia, e due giorni dopo brindi con i tuoi compaesani all’altro capo della terra… -.
Tornammo ad abbracciarci, entrambi con le lacrime agli occhi, felici di esserci ritrovati a distanza di tanti anni.

L’amicizia con Dimitri era nata sui banchi di scuola, ed era proseguita, sempre più stretta e complice, durante gli anni dell’adolescenza, fino al giorno in cui io ero emigrato in Australia.
Dopo la mia partenza, avevamo continuato a sentirci per telefono abbastanza di frequente, ma poi la lontananza si era fatta inevitabilmente sentire, ed erano ormai più di sette anni che di Dimitri non avevo avuto più notizie dirette.
Anzi, a voler essere più precisi, circa tre anni prima ero venuto a sapere da un mio lontano parente che il mio vecchio amico si stava per sposare, e con una ragazza italiana per giunta: allora, qualche giorno prima del matrimonio, lo avevo chiamato per fargli gli auguri , ma era stata una telefonata decisamente formale, sbrigativa e piuttosto fredda, senza alcuna traccia di quel trasporto che ci aveva unito in gioventù.
Quella era stata l’ennesima prova che la lontananza aveva indiscutibilmente spento la nostra amicizia.
Ora, invece, nella taverna della piazza principale di Pavlos, sembrava che il tempo non fosse passato, e lo straordinario rapporto d’amicizia di un tempo fra me e Dimitri tornava a farsi sentire in tutta la sua intensità.

- Voglio sperare che ti fermerai almeno qualche settimana, Costas… -.
- Sì… certo… una quindicina di giorni… di più non posso… ma sono appena arrivato da Atene, e devo ancora trovare una camera d’albergo dove sistemarmi… -.
A Pavlos un vero e proprio hotel non c’era mai stato, e non sapevo se ne fosse stato aperto uno durante la mia assenza: ma ricordavo che nel centro storico del paese esistevano un paio di piccole pensioni, nelle quali confidavo di trovare una stanza.
- Vuoi scherzare, Costas ? Un albergo ? Vieni a stare da me, ovviamente. Oltretutto sono in ferie anch’io, e così avremo tutto il tempo per stare insieme. Capisco che i tuoi parenti ci potrebbero restare un tantino male, ma… tu vieni a casa mia !! -.
- Oh… i parenti… figurati… dopo la morte di mia madre non ho sentito quasi più nessuno… ti ringrazio, Dimitri, ma non voglio disturbare troppo… tua moglie nemmeno mi conosce, e avere un estraneo fra i piedi non è il massimo… l’albergo è la soluzione migliore, credimi. Avremo lo stesso tutto il tempo per stare insieme e ricordare il passato… -.
- Non dire sciocchezze, Costas. Guarda che mi offendo… – mi rispose sorridendo Dimitri -… per quanto le ho parlato di te e della nostra amicizia, Monica sarà sicuramente curiosa e felice d’incontrarti… e poi lei, da buona italiana, adora avere compagnia… tu vieni a stare da noi… non se ne parla nemmeno… -.
Dimitri era assolutamente irremovibile riguardo al suo invito.
Accettai, dunque, la sua generosa offerta, anche perché faceva veramente piacere anche a me passare le vacanze in sua compagnia, a raccontarci le nostre vite e a ricordare con lui i tempi passati.
Ci attardammo alla taverna ancora un po’, nell’ilarità generale; quindi andai a recuperare la mia auto e seguii Dimitri, che con la sua mi faceva strada, fino alla casa dove abitava con la moglie.
In effetti, non ci sarebbe stato bisogno alcuno che lui mi guidasse, perché conoscevo a memoria la strada per casa sua.

La casa di Dimitri, ora, sorgeva poco fuori Pavlos.
Dico ora perché, con la costruzione delle zone periferiche, il confine tra il centro abitato e la casa si era avvicinato, e anche di parecchio: dieci anni prima l’abitazione del mio amico sorgeva in piena campagna, a sei o sette chilometri dal paese, mentre adesso la distanza si era notevolmente accorciata, i campi sostituiti da strade ed edifici.
Ciononostante, quando arrivammo, la sensazione di essere isolati dal resto del mondo restava immutata.

L’abitazione di Dimitri era una grande e solida costruzione in pietra, dove la famiglia del mio amico viveva ininterrottamente da molte generazioni: circondata su tutti i lati da campi coltivati a vite (come poi venni a sapere, la produzione del vino era il passatempo preferito da Dimitri), la casa era divisa su due piani, con il classico tetto spiovente fatto di tegole rosse e di vecchi camini.
In quei giorni di cui vado raccontando, Dimitri, figlio unico, era l’ultimo erede della sua famiglia: alla morte dei genitori aveva ovviamente ereditato la casa, ed ora l’abitava con la moglie.
Il solo pensiero di vendere e di trasferirsi altrove era, per lui, assolutamente inconcepibile.
Io, invece, dopo la scomparsa di mia madre, anche se con molta amarezza, avevo venduto quasi subito la casa dove ero nato: vivevo in Australia, non dietro l’angolo, e l’idea di tornare un giorno a Pavlos mi era apparsa ormai irrealizzabile.
Inoltre, i soldi che avevo ricavato da quella vendita, mi erano tornati molto utili per sistemarmi definitivamente a Sidney.
Dimitri, per contro, era rimasto a Pavlos, con il suo lavoro in Comune, la sua vita tranquilla e soddisfacente, ed ora anche con una moglie.
In parte sentivo d’invidiare questa sua scelta di vita, per lui così appagante: forse aveva rinunciato a molte cose, ma il restare a vivere sulla sua terra e nella sua casa lo ricompensava alla grande di questa sua decisione.

Parcheggiammo le auto nell’ampio piazzale davanti all’abitazione, il caldo afoso di quel giorno di giugno che già si faceva sentire nell’aria.
Mentre scaricavo i bagagli dalla macchina, la porta principale della casa si aprì, ed una donna dalla straordinaria e raffinata bellezza ci venne incontro sorridente.
- Guarda un pò chi ho incontrato in paese stamattina, Monica ! Fresco fresco dall’Australia… ti presento il mitico Costas… e questa è Monica, mia moglie… – fece Dimitri, presentandoci.
Con lo zaino buttato su una spalla e due borsoni nelle mani, rimasi imbambolato a guardare l’affascinante moglie del mio amico.
Una cosa era sapere che Dimitri si era sposato, un’altra vedere che aveva sposato una delle più belle donne che mi fosse mai capitato d’incontrare.
- Benvenuto, Costas… – mi disse Monica, riportandomi alla realtà, un meraviglioso sorriso ad illuminarle il volto – … sapessi quanto mi ha parlato di te Dimitri in questi anni… a tal punto che mi sembra di conoscerti da sempre… -.
Ci abbracciammo, ed il profumo delicato della donna mi fece quasi girare la testa.
La moglie di Dimitri era una ragazza dalla bellezza assolutamente unica.

Sulla trentina, una cascata di biondi capelli, lisci e lunghi fino alla vita, era lo straordinario contorno di un viso a dir poco perfetto, dagli occhi azzurri e lievemente a mandorla, dal naso piccolo e impertinente, dalle labbra sensuali e accattivanti, dai denti così bianchi da renderle il sorriso fulgido e smagliante, messo in risalto ancor di più della lieve abbronzatura che impreziosiva la pelle della donna.
Inutile girarci attorno, ma ero rimasto letteralmente senza fiato di fronte a Monica, una vera e propria apparizione ai miei occhi, imbarazzato e intimidito dalle prorompenti forme del suo corpo: seno generoso, vita stretta, fianchi perfettamente modellati, natiche e gambe fasciate in pantaloni di cotone bianchi talmente aderenti che la vestivano come una seconda pelle.
La ragazza calzava scarpe da ginnastica senza calze, eppure era alta quasi come me, di certo più del marito.
Dove diavolo Dimitri l’avesse incontrata ancora non lo sapevo, ma di certo i due mi avrebbero presto raccontato tutta la loro storia.

- Finalmente il nostro Costas ha deciso di fare questo tuffo nel passato. Passerà qui le sue vacanze e ho pensato che potremmo ospitarlo per il periodo che si tratterrà a Pavlos… sarà bello riparlare della nostra infanzia… -.
Dal tono di voce di Dimitri si capiva che la decisione era già stata presa, e che il parere della moglie, riguardo la presenza del sottoscritto in casa loro, non era di certo per lui vincolante.
Rimasi infastidito da questo suo comportamento, e mi sentii in dovere di giustificare in qualche modo il mio arrivo improvviso.
- Monica… non ti devi sentire in obbligo… io sarei andato tranquillamente in albergo senza problemi… è Dimitri che ha insistito… non vorrei in alcun modo importi la mia presenza… -.
Ma Monica m’interruppe subito.
- Costas… vuoi scherzare ? Io sono felicissima che tu stia qui da noi. La casa è grande, come ben sai, e un pò di compagnia mi è proprio gradita… non ti devi assolutamente preoccupare di nulla… -.
- Grazie, Monica. Sei veramente molto gentile. Mi meraviglio che tu riesca ancora a sopportare un troglodita come Dimitri… -.
Scoppiarono entrambi a ridere alla mia battuta, ed io fui molto sollevato nel constatare che anche Monica era felice di ospitarmi.

Li seguii, dunque, all’interno della casa, ancora incantato e stordito dal fascino della moglie di Dimitri.
Monica era una donna così sensuale da lasciare tramortito qualunque uomo che si possa definire tale: non solo era bella e attraente, ma era circondata da un alone di inimmaginabile.
Tutto, in lei, risultava essere sexy: l’aspetto fisico era la caratteristica che più balzava agli occhi, ovviamente, ma la sua stessa voce, calda e profonda, e con quell’inflessione particolarissima della donna straniera che parla il greco, risultava terribilmente eccitante.
Quella punta d’invidia, che avevo provato poco prima per il mio amico Dimitri, andò aumentando in modo esponenziale.
Incontrare una donna simile era stata, per lui, una straordinaria fortuna, una lotteria che a pochi uomini capita di vincere nella vita.

Mi riservarono un’ampia camera da letto al primo piano, con annesso un bagno spazioso e rifinito d’ogni comodità.
La casa era stata completamente ristrutturata dall’ultima volta che c’ero stato, ma ricordavo benissimo che quella stanza era stata da sempre la camera riservata agli ospiti.
Sistemai rapidamente i miei bagagli, mi detti una rinfrescata e raggiunsi i miei amici al pianoterra.

Dopo un pranzo veloce (con Monica che si era scusata, ma non sapendo del mio arrivo non aveva avuto tempo di dedicarsi ai fornelli), un po’ per lasciare tranquilli Dimitri e Monica, e un po’ perché volevo fare una visita ai miei genitori al cimitero, mi accomiatai da loro, con la promessa di rientrare nel tardo pomeriggio: Monica mi disse che avrebbe preparato una cena speciale, ovviamente in mio onore e per festeggiare il mio ritorno a Pavlos.
Ringraziai entrambi per la loro squisita ospitalità, salii in macchina e, nel caldo del primo pomeriggio, tornai verso il paese; non mi vergogno nel dire che in quelle ore il pensiero di Monica non mi abbandonò un istante, unitamente al senso di colpa che provavo nei confronti di Dimitri.
Lui mi aveva voluto ospitare ad ogni costo, dimostrandomi, se mai ce ne fosse stato bisogno, come ancora tenesse alla mia amicizia, ed io lo stavo ripagando in quel modo, desiderando con la mente sua moglie, la bellissima e seducente Monica.
M’imposi di abbandonare l’irrazionalità di quei miei pensieri, e di tornare ad essere la persona posata ed equilibrata che sempre ero stato nella vita.
Constatare l’oggettiva bellezza della moglie di Dimitri era una cosa, ma desiderare la compagna del mio amico andava oltre l’educazione ed il buongusto.
Vi giuro che tutto sarebbe rientrato nella normalità se fosse dipeso esclusivamente da me, ma la realtà fu che rimasi travolto dai sorprendenti eventi che si verificarono in quei giorni: e, in definitiva, oggi sono più che felice che le cose mi siano sfuggite di mano in quel modo.

Il cimitero di Pavlos era esattamente come lo ricordavo: piccolo e molto curato, ombreggiato da fitti cipressi e grandi querce, le tombe ordinate in lunghe file circondate dal verde e dai fiori di mille colori, un’oasi di fresco nella calura opprimente.
Rimasi una buona mezz’ora in raccoglimento sulle tombe dei miei genitori, con la certezza che sarebbero passati ancora molti anni prima che io potessi tornare a far loro visita.
Quando uscii dal cimitero, mi ripromisi di tornare in quel luogo una seconda volta, magari il giorno prima di prendere l’aereo per l’Australia.

Passai il resto del pomeriggio alla ricerca di quei pochi parenti che mi erano rimasti in paese, convincendomi quasi subito, però, che quello che pensavo da tempo corrispondeva alla realtà: la mia partenza aveva definitivamente spezzato quei pochi legami di sangue che avevo ancora a Pavlos, e l’accoglienza che ricevetti, da lontani cugini e ancor più lontani zii, risultò essere formale, al limite della freddezza; è sufficiente dire dell’espressione di sollievo che avevo letto nei loro occhi quando venivano a sapere che avevo già una sistemazione in paese, con questo liberandoli dal fastidio di dovermi offrire ospitalità.
Me lo aspettavo, comunque, e la cosa non m’infastidì più di tanto.
Mi rimaneva Dimitri, il mio amico di sempre, e questa consapevolezza mi fece ancora più apprezzare il suo caldo e disinteressato benvenuto.
Si stava avvicinando la sera, ormai, quando rientrai a casa di Monica e Dimitri.

Cenammo sull’ampia veranda posteriore della casa, con lo sguardo che spaziava sulla campagna e sui lunghi filari di viti, avvolti, ogni minuto di più, dall’oscurità della notte incipiente.
La conversazione procedeva in un’atmosfera d’allegria e di spensieratezza, e Dimitri era un vero e proprio fiume in piena di ricordi: Monica ed io ridevamo a crepapelle ai suoi lunghi e divertenti , mangiando di gusto le ottime pietanze preparate dalla ragazza, e bevendo il delizioso vino bianco della loro proprietà.
Prima era stata Monica a raccontarmi di come si erano conosciuti, complice una vacanza in Grecia della ragazza, e di come, in pochi mesi, loro avessero deciso di sposarsi.
Lei sentiva ancora molto la mancanza dell’Italia e della sua famiglia, ma a Pavlos si era ambientata benissimo, e la nostalgia per la sua terra era comunque mitigata dalla vita gradevole che conduceva con il marito.
Poi aveva attaccato Dimitri: aveva voluto sapere tutto dell’Australia, sul mio lavoro, sulla casa dove vivevo, sulle mie conquiste femminili (nulla da tramandare ai posteri, credetemi… a quel tempo avevo una relazione, questo sì, ma non era di certo una cosa impegnativa e che mi facesse immaginare un futuro matrimonio), per poi lanciarsi in interminabili monologhi che iniziavano, invariabilmente, con “Costas, ti ricordi quella volta che…”.
Insomma, tutto andava per il meglio e la serata si stava rivelando sempre più piacevole, quando, forse a causa dell’eccessivo vino bevuto, Dimitri iniziò ad avventurarsi su argomenti per me un po’ troppo delicati, considerata la presenza della moglie.

“Adesso senti questa, Monica… ti ricordi, Costas, di quella ragazza che piaceva ad entrambi… si chiamava… si chiamava… ora il nome mi sfugge… parlo di quella ragazza scura di capelli e di carnagione, e che avevamo conosciuto quell’anno a Patmos… dai… non fare quella faccia… non puoi non ricordarla anche tu… -.
Improvvisamente mi sembrava di aver iniziato a camminare su una scivolosissima lastra di ghiaccio, e di dover fare molta attenzione alla mia risposta.
- La ricordo, Dimitri… certo… Caterina si chiamava, ma non credo che sia questo il momento adatto per rinvangare quella storia… -.
Così dicendo accennai di sfuggita con gli occhi alla moglie, cercando di far capire al mio amico che era sicuramente meglio se lui avesse cambiato discorso.
Ma Dimitri era ormai inarrestabile.
- Tranquillo, Costas… Monica non è certo gelosa del mio passato… come io non lo sono del suo… e poi sono convintissimo di quanto lei sia curiosa di sapere quello che ci accadde quell’estate… -.
E, infatti, fu proprio la moglie di Dimitri a confermare subito quelle sue parole.
- E’ vero. La curiosità è proprio una delle mie caratteristiche… raccontatemi la vostra avventura, ragazzi. Non sono certo il tipo di donna che si scandalizza… -.

Fu in quel preciso momento che iniziai a sentirmi in imbarazzo.
Conoscevo Monica solo da poche ore, e il portarla a conoscenza di dettagli così intimi del mio passato mi sembrava non solo di cattivo gusto, ma anche assolutamente prematuro e fuor di luogo.
Ma questo problema Dimitri non mostrava minimamente di averlo.
Con ogni probabilità era abituato ad avere una gran confidenza con la moglie, e l’argomento che si apprestava a toccare non gli sembrava essere imbarazzante nemmeno per me.
Invece io mi sarei volentieri astenuto dall’andare oltre.
Ma…
Mi versai l’ennesimo bicchiere di vino e attesi che lui continuasse a parlare.

- Allora… avevamo incontrato quella ragazza, Caterina si chiamava, come ha ricordato Costas… insomma, l’avevamo conosciuta in un locale dell’isola dove eravamo andati in vacanza quell’anno. Era talmente bella che entrambi ce ne innamorammo all’istante… dico bene, Costas ? -.
- Sì… è vero… fu proprio così… eravamo ragazzi, e anche alle prime esperienze… – risposi, sempre più a disagio, e cercando di far apparire la cosa, agli occhi di Monica, per quello che, in effetti, era stata: una vera e propria ragazzata, dove il testosterone era stato l’assoluto ed incontrastato protagonista.
Dimitri riprese il suo racconto.
- Che noi due potessimo arrivare a litigare per una donna era assolutamente escluso, visto il livello di amicizia che ci univa. Ma Caterina la desideravamo entrambi, questo era il problema: e fu così che decidemmo di lasciare la scelta a lei, a Caterina stessa, in modo da non avere rimpianti su quella storia… -.
- E Caterina, alla fine, chi scelse tra i due ? – chiese Monica, guardando con sguardo divertito prima me e poi il marito.
- Nessuno – le risposi in tutta fretta, augurandomi di cuore che la questione finisse così.
Ma Dimitri, accidenti a lui, non era di certo dello stesso mio parere.
- Dire nessuno non è propriamente corretto. Caterina la sua scelta la fece, eccome… scelse di non scegliere, diciamo così. Perché lei ci voleva entrambi… ed entrambi, in effetti, c’ebbe… -.
A quel punto ero pronto per sprofondare in qualche buco sottoterra: mi augurai che il calore che sentivo in volto fosse dovuto al troppo vino bevuto, e non alla vergogna che mi faceva avvampare le guance.
- Una sera con te ed una con Costas, eh ? Non male, soprattutto per lei… – fece Monica con un sorriso, sorseggiando il suo bicchiere di vino.

Guardai fisso Dimitri negli occhi, in un muto e disperato appello al silenzio.
Lui sostenne tranquillo il mio sguardo, ridendo del mio evidentissimo imbarazzo.
Capii all’istante che non si sarebbe fermato per nessuna ragione.
- No, Monica… non mi sono spiegato bene… Caterina non uscì una sera con Costas e quella dopo con me… accadde che, una notte, sulla spiaggia, Costas ed io ce la siamo scopata insieme… -.
Dimitri aveva superato il limite della mia sopportazione, ed ora ero decisamente arrabbiato.
- Basta, Dimitri… stai andando troppo oltre… – gli dissi, senza alcuna traccia di gentilezza nella mia voce.
Il silenzio che seguì a quelle mie parole fu lungo e fastidioso.
Mi dispiaceva di essere stato scortese con il mio amico, e mi dispiaceva molto, ma ritenevo che la presenza della moglie avrebbe dovuto sicuramente consigliargli un po’ più di tatto.

Fu proprio Monica a porre fine a quei secondi di silenzio che si erano fatti insopportabili.
- Dai, Costas… non te la prendere… capisco perfettamente il tuo imbarazzo, ma… conosci Dimitri da sempre, e sai com’è fatto il tuo amico… e poi… e poi… beata questa Caterina, no ? -.
Li guardai entrambi e scoppiammo finalmente tutti e tre in una risata liberatoria.
Il momento di difficoltà era fortunatamente passato, ed era passato grazie alle parole di quella splendida donna che era la moglie di Dimitri, a quella sua battuta che aveva sdrammatizzato e rasserenato l’atmosfera attorno alla tavola.

La conversazione, dunque, tornò ad essere più leggera, ed il buonumore aleggiava nuovamente tra noi.
Ma non mi era sfuggita quella scintilla d’interesse che era apparsa, anche se solo per un attimo, negli occhi di Monica, quando aveva capito che io ed il marito avevamo fatto l’amore in tre con quella ragazza, a Patmos: la moglie di Dimitri non era rimasta di certo insensibile a quell’immagine che le si era formata nella mente, ed ero sicuro che se il marito si fosse avventurato a raccontare particolari ancora più intimi di quella notte sulla spiaggia (e ci sarebbe stato molto da dire, credetemi), lei si sarebbe certamente eccitata.
In quei minuti non sapevo quale fosse la loro vita sessuale, ma gli occhi di Monica e la mancanza di pudore di Dimitri mi avrebbero dovuto far intuire quanto il loro rapporto di coppia fosse, a dir poco, singolare; e, in verità, non mi ci volle troppo tempo per capire come stessero realmente le cose…
Ero convintissimo che la ragazza sarebbe andata su di giri se fosse venuta a conoscenza dei dettagli di quella scopata in tre…
Ed il pensiero di vedere Monica eccitata aveva fatto sì che mi fossi eccitato, e sul serio, anche io: avvertii chiaramente i primi sintomi di una potente erezione tendermi la stoffa dei pantaloni.
Cercai di dominare queste mie reazioni, non volendo in alcun modo offendere Dimitri e la sua compagna.

Per mia fortuna, la fine della cena scivolò via in maniera più tranquilla.
La sera si era andata trasformando in notte, e la luce della veranda era l’unica fonte luminosa che si poteva vedere nella campagna buia.
I grilli avevano iniziato a cantare il loro assordante concerto, e una miriade d’insetti volteggiava impazzito attorno alle lampade accese.
Dimitri ed io continuavamo a chiacchierare, sicuramente un po’ brilli per il troppo vino bevuto, mentre Monica era andata in cucina a prendere il dessert.
La moglie del mio amico tornò con tre coppe piene di fragole: usando una bomboletta di panna, Monica guarnì i rossi frutti con una generosa dose della stessa.
Quel lampo che le avevo visto passare negli occhi poco prima era ora del tutto scomparso, al punto che ero arrivato a credere di aver immaginato un qualcosa che non era mai esistito.
Probabilmente era stato il vino a confondere le mie idee.
Meglio così, mi dissi, sollevato dal fatto che quei momenti d’imbarazzo fossero passati.

Avevo appena iniziato a mangiare le fragole, quando Dimitri riprese a parlare: – Adoro le fragole… e adoro anche la panna… anche se il modo in cui più mi piace mangiarla è questo… -.
Incuriosito, sollevai lo sguardo e vidi il mio amico intingere un dito nella sua coppa, raccogliere una quantità notevole di panna e, sporgendosi verso la moglie, cospargerle il collo con la bianca sostanza.
Monica indossava una scollata camicetta gialla senza maniche, ed il suo collo era così completamente scoperto: rimasi immobile a guardarla, bellissima ed affascinante con la sua pelle abbronzata macchiata del bianco della panna.

A quel punto Dimitri avvicinò le labbra al collo di Monica e, con una sensuale leccata, portò via quasi tutta la panna dalla pelle della moglie.
Osservai Monica chiudere gli occhi e rabbrividire percettibilmente di piacere al contatto con la lingua di Dimitri.
L’atmosfera fra noi tre era d’improvviso nuovamente cambiata, la goliardia di quella serata che si stava trasformando in un qualcosa di completamente diverso, in un’eccitante miscela di sensualità ed , ed il gesto di Dimitri ne era stato il più chiaro dei segnali.
Ancora oggi non ho capito fino in fondo quando i due avessero scelto di coinvolgermi in quella notte folle che stava iniziando: forse si trattò di una decisione improvvisa, alimentata dal vino e dalla calda serata estiva, ma io sospetto che i miei due ospiti avessero lungamente premeditato le loro mosse durante la giornata, entrambi eccitati all’idea di ritrovarsi il sottoscritto nel loro letto.
Non ho avuto occasione di chiedere a Dimitri quale fosse la verità, anche perché, dopo quella mia vacanza, non sono più tornato a Pavlos, temendo di scivolare di nuovo in quel pozzo di lussuria e di libidine nel quale mi ritrovai a precipitare in quei quindici giorni.

Il mio amico allontanò le labbra dalla calda pelle della moglie, un ambiguo sorriso a distendergli ora le labbra ancora macchiate di panna.
E anche Monica, seduta immobile al suo posto, mi osservava con uno sguardo divertito: era più che evidente come i due stessero valutando le mie reazioni alla loro esplicita proposta.
Onestamente la situazione si era fatta per me molto difficile, non sapendo con certezza se i due mi stessero soltanto provocando, o se, invece, mi stessero mettendo alla prova, sondando quale potesse essere la mia risposta a quel loro chiaro invito a partecipare ai loro giochi erotici.
Evidentemente, però, l’espressione del mio viso parlava da sola, perché non ci vollero più di trenta secondi a convincerli di avermi definitivamente invischiato nella loro diabolica trappola erotica.
Infatti Dimitri allungò un braccio e, con le dita, prese a sbottonare la camicetta di Monica.
- Mio caro Costas, ora ti faremo vedere il modo in cui noi siamo soliti giocare… -.
La voce di Dimitri sembrò venire da molto lontano.
Le mie debolissime difese d’ordine morale erano state definitivamente spazzate via, ed i miei occhi erano fissi su quella mano che aveva preso a spogliare Monica: ero prontissimo a partecipare a quella festa del che andava ad iniziare, e gli eventuali rimpianti e rimorsi per quella mia decisione avrebbero dovuto attendere il giorno successivo.

Bottone dopo bottone, la camicetta si aprì completamente, ed i seni di Monica, tonici e perfettamente modellati, mi apparvero come una straordinaria visione: la ragazza non indossava il reggiseno, non so se per una sua consolidata abitudine o perché i due avessero effettivamente previsto l’incredibile conclusione di quella cena.

Dimitri afferrò la bomboletta, la accostò ai seni di Monica e ricoprì i della moglie di candida panna, mentre lei si mordeva sensualmente il labbro inferiore.
- Dai, Costas… facciamo come ai vecchi tempi… lo so perfettamente che anche tu non aspetti altro… – mi disse Dimitri, accostando le labbra al seno sinistro della moglie.
- Sì… leccami anche tu… – m’invitò Monica, con il suo sguardo sempre più torbido ed ambiguo.
Gli ultimi residui di perplessità e d’incertezza che ancora provavo si dileguarono all’istante, sostituiti da una travolgente e dilagante eccitazione: mi chinai verso Monica, avvicinando la bocca al suo seno destro e, in punta di lingua, leccai la panna ed il capezzolo, già meravigliosamente duro e sporgente.
Fu una sensazione straordinaria quella di sentire la ragazza rabbrividire di piacere al contatto delle nostre lingue: ed il suo respiro, subito fattosi affannoso, contribuì ad accrescere, e di tanto, le mie emozioni di quegli istanti.
Dimitri ed io le ripulimmo rapidamente i seni dalla panna, godendoci quei così eccezionalmente eretti: quindi, senza pronunciare nemmeno una parola, ci alzammo tutti e tre dal tavolo dove avevamo cenato e rientrammo in casa, salendo al piano superiore e dirigendoci verso la loro camera da letto.
La serata aveva preso una direzione per me assolutamente inaspettata, ma l’idea di poter avere la moglie di Dimitri, di vederla nuda e desiderabile, di godere del suo corpo che rasentava la perfezione, di perdermi con la donna che avevo conosciuto solo quella stessa mattina, ma che avevo desiderato sin dal primo momento in cui i miei occhi si erano posati su di lei, mi aveva proiettato in una dimensione in cui l’eccitazione aveva travolto qualunque freno inibitore.
Ero pronto a dare tutto quello che loro desideravano, e a prendermi tutto il piacere che Monica mi avrebbe regalato.

Monica accese una piccola lampada posta sul comodino di fianco al letto: quindi, con movimenti sinuosi ed aggraziati, si liberò velocemente degli abiti, andandosi a mettere poi, completamente nuda, in ginocchio sull’ampio letto matrimoniale.
La donna era di una bellezza a dir poco sconvolgente: la pelle, liscia e morbida, appena colorata da quella lieve abbronzatura che faceva risaltare magicamente i segni del ridotto costume a due pezzi che evidentemente lei era solita indossare per prendere il sole, era un richiamo assolutamente irresistibile.
I lunghi capelli biondi sembravano riflettere la tenue luce della lampada, e le fantastiche forme del suo corpo mi strapparono un fremito di puro ed incontrollabile desiderio animale.

Anche Dimitri ed io, in silenzio e con gli occhi fissi su quella straordinaria bellezza, ci togliemmo rapidamente i vestiti di dosso e, nudi, ci sdraiammo sul letto, lei ancora in ginocchio tra noi.
Monica, visibilmente eccitata, guardò per alcuni lunghi secondi i due cazzi in piena erezione che si offrivano alle sue attenzioni: quindi, dalla mano del marito prese la bomboletta della panna che lui aveva portato sul letto, iniziando ad agitarla, negli occhi un pozzo di libidine senza fine.
Immobile, lo sguardo puntato su di lei, attesi, con il cuore che mi batteva furioso in gola, le sue prossime mosse.

Monica allungò la mano, una mano dalle snelle ed eleganti dita, dalle lunghe unghie laccate con un delicato smalto trasparente, la fece scivolare lieve sul mio , scappellandomelo del tutto: poi la stessa mano riservò il medesimo trattamento al pene del marito, scoprendone per intero la larga e violacea cappella.
Quindi la donna accostò la bomboletta alle due erezioni, ricoprendole completamente con la panna: con il respiro reso difficoltoso dalla violenta eccitazione, Dimitri ed io la osservammo lasciar cadere la bomboletta ai piedi del letto.

Monica (e in quel momento mi passò per la testa la curiosa idea che, anche in quei frangenti, la ragazza si dimostrava una perfetta padrona di casa, riservando per primo all’ospite le sue attenzioni) chinò la testa su di me e lasciò finalmente guizzare la lingua sul mio , iniziando a ripulirlo con cura della panna.
A quell’improvviso contatto, un’impetuosa scossa di desiderio dilagò nel mio corpo, insinuandosi in ogni più remota terminazione nervosa.
Affondai le mani tra i biondi e morbidi capelli della donna, e guidai la sua testa su di me.

Intanto che Dimitri, affascinato ed eccitato dalla scena, guardava la moglie all’opera sul mio pene, Monica leccò via tutta la panna, strappandomi dall’anima fremiti e sospiri sempre più intensi.
Poi la ragazza circondò delicatamente con le labbra la cappella, per poi ingoiare il mio per più di metà, iniziando a succhiare l’asta in un da favola.
La moglie di Dimitri si rivelò veramente diabolica nella sua straordinaria abilità: le dita delle sue erotiche mani a carezzarmi la base e lo scroto, con la bocca mi trascinò verso il paradiso, facendomi esplodere in pochi minuti: spingendo con le mani la sua testa sul mio , le inondai la bocca di sperma, scaricando tra le sue labbra tutto il mio orgasmo.
Nel momento in cui Monica risollevò il viso, vidi un rivolo bianco di seme colarle lentamente sul mento…

Svuotato di ogni energia, osservai la ragazza lasciare la verga ancora pulsante, voltare il viso verso il marito ed iniziare subito a ripulire dalla panna quel che, spasmodicamente, attendeva le sue straordinarie attenzioni.
E così anche Dimitri ebbe il mio stesso trattamento, venendo alla fine anche lui nella bocca della moglie, e gridando tutto il suo piacere, troppo a lungo trattenuto.

Dopo averci regalato quell’indimenticabile e fantastico orgasmo, Monica ci accarezzò a lungo, un in ogni mano, restituendoci il vigore assopito da quella prima e così intensa eiaculazione.
Poi la donna si sdraiò tra noi, l’eccitazione a livelli per lei non più tollerabili, offrendo il suo erotico corpo alle nostre amorevoli cure.

Dimitri ed io, anche noi nuovamente eccitati, non la facemmo attendere un istante di più.

Mentre il mio amico aveva accostato le labbra a quelle della moglie, iniziando a baciarla con passione, io presi ad accarezzarle i seni ed il ventre, provando un immenso piacere dal contatto delle mie mani con la vellutata pelle della ragazza.
Scivolai con una mano lungo quel corpo vibrante per la straordinaria tensione erotica di quegli istanti, sfiorando appena i radi peli del pube di Monica, e quindi l’interno delle sue cosce divaricate, bagnandomi le dita nei suoi caldi e profumati umori, già abbondantemente fuoriusciti per la dilagante e irrefrenabile eccitazione della donna.
Insieme al marito, le percorremmo l’intero corpo con le lingue, leccandole i e l’ombelico, e inumidendole con la nostra saliva il collo e le spalle, le gambe ed i piedi.
Intanto che Dimitri indugiava sapientemente con le labbra sul clitoride della moglie, io dedicai le mie attenzioni ai piedi della ragazza, baciando le agili caviglie e succhiando, una ad una, le splendide dita, eccitandomi come non mai al contatto e alla vista delle sue unghie, voluttuosamente laccate dello stesso smalto lucido che Monica aveva su quelle delle mani.
Quindi, nel momento in cui la mia tensione erotica aveva raggiunto l’apice del sopportabile, accostai uno dei suoi piedi al mio , premendolo sull’asta congestionata: subito le dita del piede della ragazza presero a masturbarmi, scoprendomi la cappella con crescente rapidità.

Ancora preda della bocca di Dimitri, che ora aveva lasciato il clitoride della moglie per leccarle le grandi labbra, Monica si sciolse nel suo primo orgasmo, inarcandosi e gridando tutta la sua incontenibile eccitazione.
Fu allora che allontanai il suo piede dal mio pene, non volendo godere in quel modo, anche se l’idea di sporcarle le dita e le unghie con il mio sperma mi affascinava terribilmente: ma io volevo penetrarla, entrare subito in lei e scoparla fino allo sfinimento.
Dimitri, però, mi prevenne: si sdraiò sul letto a gambe divaricate e Monica fu lesta a salirgli sopra.
Con la destra la ragazza afferrò il del marito, lo guidò fino al punto in cui la cappella fu a contatto con la sua fica dischiusa, e quindi, in un solo colpo, s’impalò su quell’asta che così bene conosceva.
Con una punta di delusione, mi presi il pene con la mano e iniziai a masturbarmi, gli occhi fissi su quei due corpi uniti, non resistendo alla visione della schiena eretta della donna, dei suoi lunghi capelli biondi che si agitavano al ritmo della scopata, delle sue magnifiche natiche, armoniose e perfette, e che si muovevano con seducenti movimenti verticali.
Rimasi ipnotizzato dalla bellezza del corpo di Monica.
Allungai la mano libera e le accarezzai lentamente la schiena, dal collo fino alle reni, per poi insinuare le mie dita nel solco che si apriva tra le due superbe natiche.

- Puttana… sei la mia puttana… la mia troia… una grandissima e meravigliosa troia… -.
La voce di Dimitri, resa roca dall’eccitazione e rotta dall’intenso desiderio, contribuiva a rendere ancora più torridi e carichi di libidine quei momenti di folle lussuria.
- Sì… sono la tua troia… continua ad insultarmi… adoro essere scopata così… -.
Quelle parole volgari, quelle oscenità che i due si rivolgevano in continuazione mi portarono ad un tale livello d’eccitazione da farmi quasi star male.
In ginocchio, alle spalle di Monica, smisi di masturbarmi e, con le mani, le allargai le natiche, prendendo quindi a stuzzicarle l’ano con le dita.
Lentamente infilai l’indice della destra nel suo culo, strappandole ancora più intense grida di piacere.

A distanza di tanti anni, rivedo ancora nella mente quelle straordinarie immagini con estrema nitidezza,
Monica, seduta sul di Dimitri, la sua fica piena della carne bollente del marito, che lentamente volta il viso verso di me, i suoi lunghi capelli biondi in una splendida cascata dai riflessi del grano, la sua mano destra, dalle meravigliose e lunghe unghie, appoggiata sulla natica, ad allargarla ed a mostrarmi l’ano, e la sua sensuale voce ad accarezzarmi l’udito.
- Prendimi, Costas… entrami di dietro… inculami… e fammi godere… -.
Mi sembrava di vivere in un sogno, in una dimensione sconosciuta e sconvolgente.

Mi accostai ancor di più a lei, a Monica, a quella donna che, malgrado fosse la moglie del mio migliore amico, avevo desiderato sin dal primo momento in cui l’avevo incontrata: il mio petto sulla sua schiena, e le mie mani a stringerle i seni.
Portai il mio incredibilmente duro a contatto con il suo ano, e spinsi senza alcuna esitazione, entrandole nel culo completamente e fino in fondo, riempiendola della mia straordinaria eccitazione.
Avvertii nettamente come le sue pareti interne già fossero pronte alla penetrazione, segno inequivocabile di come Monica fosse abituata a farsi prendere da dietro, ad offrire il suo culo a quelle indelicate intrusioni.
Così, mentre il marito continuava a scoparla, io la inculai con sempre maggior vigore.
Monica urlava i suoi orgasmi, senza un attimo di sosta, stretta fra noi due, e così riempita dalle potenti erezioni che le scavavano le viscere, unica e meravigliosa dispensatrice del piacere più sfrenato…

Nell’esatto momento in cui il marito le esplodeva dentro tutto il suo orgasmo, anche io venni, allagandole il culo con nuovi e potenti getti di caldo sperma…

Inutile dire che il mio ritorno a Pavlos, dopo dieci anni di assenza dal paese natale, fu segnato da quell’esperienza sconcertante.
Nei giorni in cui fui ospitato in casa di Dimitri e Monica, il esplose in tutta la sua dirompente magnificenza: non passò notte, in pratica, che io non fossi ospitato nel loro letto, e le straordinarie arti erotiche di Monica ebbero modo di rivelarsi in tutta la loro incredibile sensualità.
In quei giorni venni a conoscenza, tra l’altro, della loro folle passione per i rapporti sessuali a tre: nei fine settimana, o quando i due partivano in vacanza per periodi più lunghi, il mio amico d’infanzia e la moglie andavano sempre alla ricerca di forti emozioni: uomini e donne (Monica non disdegnava di certo anche le compagnie femminili, come una notte mi raccontò mentre Dimitri ed io le spalmavamo il corpo di olio abbronzante)) si alternavano con loro tra le lenzuola, in un girotondo sessuale che entrambi desideravano vivere fino in fondo.
In paese, ovviamente, risultavano essere una coppia assolutamente normale, e Monica in particolare era considerata una ragazza schiva e di poche parole: e loro, proprio per evitare chiacchiere e pettegolezzi, stavano molto attenti ad incontrare il partner o la partner di turno sempre lontano da Pavlos e dagli occhi dei compaesani.
Ho la quasi matematica certezza che io, in quei giorni, rappresentai la classica eccezione alla regola.

Malgrado siano passati tanti anni da quei giorni, con Monica e Dimitri mi sento regolarmente per telefono.
A Pavlos, però, non sono più tornato da allora, malgrado loro mi abbiano invitato più volte.
E difficilmente prevedo di ritornarci.
Quello che accadde in quelle due settimane lo ricordo sempre con piacere ed emozione, ma voglio che il tutto resti solo un ricordo; aver capito di essere stato soltanto uno fra i tanti uomini che allietano le loro bollenti avventure sessuali mi mette chiaramente a disagio.
In definitiva, per loro, io sono stato solamente un giocattolo da usare per qualche notte di piacere e di passione.

FINE

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RITORNO A PAVLOS (hard)

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Avvocati e ingegneri (racconto di Paola C.)

Era buio, erano in un parcheggio sotterraneo. Martina era appoggiata contro il cofano di una macchina e lui era dietro di lei, dentro di lei e si muoveva ondeggiando, facendola gemere piano, estasiata. “Sì, ancora, sì…”
Dio, era meraviglioso. Ed era da tanto tempo che non provava qualcosa di simile. Il piacere le cresceva dentro sempre più immenso e insostenibile. Non smettere ti prego, no…
E mentre stava per venire si svegliò. Spalancò gli occhioni nel buio e non c’era proprio niente da fare: era in camera sua, nel suo letto, non c’erano né parcheggio né misterioso amante al buio. Come aveva potuto lasciarla a metà così? Lei ne voleva ancora…
Si infilò delicatamente una mano tra le gambe, dentro gli slip. Era completamente bagnata. Allungò l’indice sul clitoride, che era già gonfio e palpitante. Lo accarezzò delicatamente col polpastrello e sentì già il respiro venirle meno. Spinse e sfregò piano, spostando il bacino lentamente avanti e indietro, verso quella fonte di piacere, scivolandoci contro e cominciando a mugolare sommessamente, senza riuscire a trattenersi. Continuò ad accarezzarsi ritmicamente, fino a che non sentì l’estasi scoppiarle dentro, allora accelerò i movimenti, sia della mano che del bacino, fino a che i muscoli di tutto il suo corpo si contrassero autonomamente nell’orgasmo pieno che si era provocata. Anche allora Martina non smise di accarezzarsi, ma continuò a godersi quel piacere e mentre stava per calmarsi si inserì direttamente il dito dentro le pareti scivolose della vagina, a percepire le ultime contrazioni muscolari, a rafforzare l’orgasmo che non ne voleva sapere di spegnersi.
Quando finalmente la tempesta si fu esaurita Martina se ne rimase immobile, senza ancora spostare la mano, a fissare nel buio. Solo lei sapeva quanto ne aveva avuto bisogno. Da quando usciva con Paolo, l’avvocato, non aveva più avuto un vero orgasmo.
Lui era così metodico, serio e organizzato!
Per carità, era carino con lei. Le regalava fiori, la portava a cena in ristoranti romantici e di classe, aveva una bella macchina e una bella casa ordinata. Guadagnava bene. Aveva trentadue anni. Martina sapeva che se si fosse “comportata bene”, da brava bambina giudiziosa, dopo che si fosse laureata avrebbe potuto sperare in un “buon matrimonio”. Del resto uscivano insieme solo da due mesi, ma lui sembrava animato dalle migliori intenzioni. Era un bel ragazzo, si vestiva bene, non aveva difetti insopportabili. Non aveva alle sue spalle ex fidanzate gelose che avrebbero potuto infilargli il coniglio nella pentola, aveva avuto una lunga storia chiusa ormai da un paio d’anni, era insomma il classico buon partito.
Ma, a prescindere dal fatto che a ventitré anni Martina non era ancora alla ricerca del classico buon partito, cominciava a chiedersi quanto a lungo sarebbe riuscita a sopportare una relazione anorgasmica. Una come lei!
Adesso, non che Martina fosse la ninfomane dell’università. Però le piaceva farlo. E le piaceva farlo bene. Aveva avuto degli amanti validi in passato e non si adattava facilmente ad un amante mediocre. Anche se quest’ultimo aveva un sacco di altre qualità. Del resto non poteva mica arrangiarsi da sola tutte le volte! Si girò a guardare l’ora, la sveglia luminosa segnava le tre del mattino. Martina si girò su un fianco e si addormentò placidamente, finalmente placata nei desideri più urgenti.

“Certo che se hai problemi di insoddisfazione sessuale già dopo due mesi la cosa è grave”, le stava dicendo il suo vicino di casa Michele. Avevano tutti e due dato un esame da poco e si stavano godendo la meritata settimana di riposo. Il che, nella fattispecie, consisteva nel bersi il caffelatte alle undici del mattino, ancora avvolti nel pigiama a quadretti.
Michele era per Martina il telefono amico della situazione. Gli riversava addosso senza pietà tutti i crucci di ogni genere, dalla smagliatura nelle calze (”Erano nuove! Quindicimila lire al paio!”) alle ansie frustranti del “cosafaròdagrande”, ovvero dopo la laurea. E lui ascoltava pazientemente e a volte dispensava consigli, che venivano puntualmente ignorati da quella testaccia dura avvolta nei riccioli rossi.
Uno dei pochi uomini al mondo che non provava attrazione fisica per lei. La considerava una simpatica bambola di plastica, ma non una donna vera, di carne, con la quale avere rapporti fisici. Certo che le voleva bene. Era una delle sue migliori amiche. Forse era per quello. Lui non andava a letto con le sue amiche. Soprattutto quelle di pizzo nero.
Martina gli era grata di questo: se fosse andata a letto con lui, poi a chi l’avrebbe raccontato?
“Tu allora dici che devo lasciarlo?”
La solita drastica. E il fatto era che la risposta esatta sarebbe stata: “Conoscendoti, sì.” Ma Michele non se la sentiva di essere così avventato.
“Be’, no, perché non provi a proporgli qualcosa di alternativo, nel tuo stile? Che ne so, prova a fartelo in ascensore!”
“Lascia stare. Avrebbe paura che lo spettino.”

Perché Martina non era una che tradiva. Quindi l’ipotesi di continuare con l’avvocato e di tanto in tanto farsi uno “stallone” non si prendeva neanche in considerazione. Oltretutto era assolutamente sicura che dopo aver fatto con un sopraccitato stallone, l’avvocato non l’avrebbe più voluto nemmeno sentire al telefono. E lui era uno che la chiamava tre volte al giorno!
Appunto.
“Ciao. Va bene, vediamoci a pranzo. Sì, vengo io dalle parti del tribunale. Ma certo, una e mezza, ciao, ciao. Sì, anch’io.”
E poi rivolta a Michele: “Lo vedo a pranzo, cosa mi metto?”
“Sei la solita.”

Mentre era fuori a pranzo con l’avvocato la chiamò la sua amica Silvia. Era per proporle un aperitivo con alcuni amici. Naturalmente l’avvocato non ce l’avrebbe fatta a raggiungerli: lui a quell’ora lavorava ancora come un matto, ma Martina ci sarebbe andata volentieri da sola. Anche perché, da quando era fidanzata con l’avvocato, non faceva più niente con gli amici.
Oh, sì, moriva dalla voglia di uscire con Silvia.
Così si preparò con gran cura, scegliendo un abitino corto, nero, con un’ampia scollatura sul seno e per sicurezza si portò via anche un golfino grigio chiaro, perché era maggio e si stava bene la sera, ma magari rimanevano fuori fino a tardi e avrebbe avuto bisogno di coprirsi. Si mise le scarpe col tacco più alto: era quasi più entusiasta di quando andava al primo appuntamento con un uomo!
C’è quindi da capire la sua delusione quando arrivò sul luogo d’incontro e si rese conto che non era una vera uscita tra amici, con lei, Silvia e alcuni compagni d’università. Era piuttosto un’uscita a quattro, nella quale l’avvocato assente era stato sostituito da un amico del fidanzato di Silvia!
Ora, Martina lo sapeva che mentre lei frequentava l’avvocato Silvia non se ne era stata con le mani in mano. Si era trovata un fidanzato del Politecnico, un promettente futuro ingegnere, del quale le aveva parlato per telefono e in rari incontri nei corridoi dell’università. Ma invece di presentarglielo così a tradimento, poteva almeno avvisarla! Anche perché lei si era prospettata una seratina di pettegolezzi, civetterie con gli abbordatori del locale, risate e insomma, cose da donna.
Invece adesso si ritrovava lì, presa in trappola da un’uscita a quattro con annesso appuntamento al buio non programmato (altrimenti sta’ pur sicura che non si sarebbe infighettata a quel modo), in compagnia della sua amica e di ben due futuri promettenti ingegneri informatici, che, come tutti sanno, sono la specie peggiore, perché per loro il lavoro è praticamente un divertimento, quindi ne parlano in continuazione anche nel tempo libero.
Non bastasse, Silvia e il suo fidanzato Francesco erano proprio carini, tutti picci picci, bacini sul naso e carezzine, si chiamavano rispettivamente Fragolina e Orsetto e a Martina stava per venire un attacco di bile e/o di vomito. Per il nervoso era pronta a divorarsi tutto l’ampio buffet a disposizione.
Per fortuna il “quarto uomo” era carino e gradevole. Si chiamava Mauro, aveva un bel paio di occhi chiari, i capelli corti e un fisico proporzionato. Era vestito bene, come un promettente ingegnere alla moda, non troppo appariscente e aveva un bel sorriso da denti perfetti. Le aveva pagato da bere, atto peraltro superfluo e si era gentilmente adattato a parlare di banalità mentre gli altri due si isolavano come due cuoricini di zucchero sul divanetto.
E così, mentre conversavano amabilmente del nulla, Martina si rese conto che l’ingegnere aveva una bocca interessante, lei l’avrebbe quasi definita appetitosa e mentre sorseggiava il suo secondo Screwdriver si rendeva conto che non le sarebbe dispiaciuto un assaggio. Ma lei era già fidanzata, anche se infelicemente. Per non dire del fatto che probabilmente Mauro era stato “tirato in mezzo” più o meno come lei e quindi non era interessato ad approfondire la conoscenza.
In fondo anche l’avvocato era sembrato interessante al primo incontro e solo in seguito si era rivelato un noioso scaldaletto.
Forse alla fine sono tutti solo dei noiosi scaldaletto, constatò pessimisticamente Martina fissando il ghiaccio nel bicchiere.
Erano ormai quasi le nove e gli argomenti inutili si stavano esaurendo, mentre Fragolina e Orsetto continuavano a guardarsi teneramente negli occhi, dimentichi del mondo attorno a loro.
Vorrei proprio sapere perché hanno fatto venire anche noi due, se poi non ci considerano nemmeno, pensò Martina e c’era da scommettere che anche Mauro la pensava più o meno allo stesso modo.
“Sentite, io a questo punto me ne andrei” suggerì, cercando di non dare l’impressione di quella che vuole tagliare la corda al più presto.
“Be’, ma che ore sono?” s’informò Silvia. “Perché non venite a mangiare qualcosa da me? Vi tiro fuori due spaghetti, un risotto, non so…”
Martina non era per niente per la quale. Se ne voleva andare a casa il più in fretta possibile e porre fine a quello strazio in men che non si dica. Invece alla fine la tirarono in mezzo, non capiva mai come facevano a convincerla tutte le volte a trascinarla in quelle situazioni pacco clamorose, nelle quali si annoiava a morte e si malediceva per essere stata così cretina. Oltretutto, mentre erano già in macchina, la chiamò l’avvocato, che stava per uscire dallo studio.
“No, senti, sto andando a casa di Silvia, non posso, ci vediamo un’altra volta. Sì, magari domani, ciao. Sì, anch’io, ciao.”
Non bastando, Silvia era famosa per essere totalmente incapace anche solo di avvicinarsi ai fornelli. I suoi spaghetti crudi in sugo acquoso e la sua colla di riso erano rinomati in tutta l’università. Martina si sentiva già male.
Questa è la punizione per tutte le volte che sono stata cattiva, la sto pagando anche per le mie sette vite precedenti, pensò, camminando dietro ai due zuccherosi innamorati verso la casa di Silvia, mentre Mauro cercava parcheggio nella zona.
Invece fu fortunata. Mentre Fragolina e Orsetto continuavano a guardarsi teneramente negli occhi fingendo pietosamente di apparecchiare la tavola, Mauro si impadronì dell’angolo cottura e con i residui non scaduti di ciò che riuscì a rinvenire nel frigorifero improvvisò un delizioso sugo alle verdure per gli spaghetti, la cui cottura fu attentamente monitorata da Martina stessa.
Mentre Mauro si dava da fare tra le pentole, Martina poté inoltre osservargli comodamente la rotondità perfetta del sedere, cosa che le provocò un languore profondo allo stomaco che non aveva proprio niente a che fare con la fame. O sì?
Fortunatamente quando riuscirono a sedersi a tavola la conversazione prese una piega interessante e i due riuscirono a parlarsi normalmente e piacevolmente, mentre, come il lettore avrà già intuito, Fragolina e Orsetto continuavano a guardarsi teneramente negli occhi.
Martina si era accorta che Mauro le aveva sbirciato la scollatura. Si era accorta anche che le aveva sbirciato le gambe. Naturalmente non si era potuta accorgere che le aveva sbirciato anche il sedere, ma si accontentava. E mentre il vino bianco gelato le entrava in circolo, considerava che in fondo la fedeltà non è poi una virtù fondamentale alle soglie del nuovo millennio e che ci sono altri valori e del genere e quando si offrì di lavare i piatti era già pronta ad una nuova esperienza.
Dopo aver lavato i piatti, Mauro le propose di accompagnarla a casa. Del resto non aveva senso stare lì, di fronte a Fragolina e Orsetto che continuavano a guardarsi teneramente negli occhi: li faceva sentire semplicemente di troppo. Oltretutto erano sicuri che anche loro non ne potevano più di guardarsi semplicemente negli occhi e volevano passare a qualcosa di più concreto.
“Ciao Fragolina, ci sentiamo domani”, salutò Martina uscendo e ringraziando il Cielo perché finalmente la serata era conclusa.
Ma non appena le porte dell’ascensore si furono richiuse dietro di lei, Mauro la prese tra le braccia e la baciò. Fu un bacio tenero e possessivo insieme: un morbido intreccio di lingue dentro un abbraccio serrato. Quando arrivarono al pian terreno fu normale premere nuovamente il pulsante di salita, verso il settimo piano. Si fermarono a baciarsi per un po’ dentro l’ascensore, poi Mauro trascinò Martina verso le scale, dove con buona probabilità potevano starsene da soli. La fece appoggiare contro il muro e cominciò ad accarezzarle un seno, mentre la baciava sul collo. Martina rimase per un attimo senza fiato, quasi stupita dalla piacevolezza di quel tocco, alla cui maestria non era più abituata. Il vino la faceva sentire leggera e incorporea, per contro amplificava le sensazioni sulla pelle e gliele rimbombava dentro, come se le scorressero nel sangue.
Si lasciò toccare per un attimo senza reagire, poi cominciò ad accarezzare la schiena di Mauro, infilandogli le mani sotto il maglione e premendolo contro di sé. Un attimo dopo gli stava tirando la camicia fuori dai pantaloni, in modo da passargli direttamente le mani sulla pelle. Come per un segnale, anche Mauro le infilò le mani nella scollatura, per toccarle il seno nudo con i eretti e duri. Il vestito era talmente scollato che Mauro riuscì a farne uscire un seno e prese a leccarlo e succhiarlo con impeto, mentre Martina gli premeva contro la testa e respirava affannosamente.
Continuando a succhiarle un capezzolo, Mauro le infilò una mano sotto il vestito, le accarezzò il sedere sodo e libero per via delle ridotte dimensioni dello slip. Martina si sentiva sempre più persa e bagnata, mentre la sconvolgevano emozioni quasi dimenticate. Anche lei gli infilò una mano nei pantaloni, ad accarezzargli il sedere avvolto nei boxer, ma subito la ritrasse, per cominciare ad armeggiare con la cintura e la cerniera. Lo liberò quel tanto che bastava da potergli prendere in mano il membro eretto, duro come marmo, liscio e caldo. Lo accarezzò dapprima delicatamente, poi lo prese saldamente in mano e cominciò a scivolare su e giù a ritmo costante. Allo stesso tempo Mauro le aveva infilato un dito tra le cosce bagnate e scivolose, poi due, dentro di lei, a ricercare le profondità recondite del suo piacere. Martina piegò le ginocchia appena appena, per permettere alle dita di Mauro di entrare ancor meglio dentro di lei, tutto questo senza smettere di tenergli il membro tra le mani.
Al contempo Mauro continuava a succhiare un capezzolo di Martina, che per contro stringeva il ragazzo verso di sé con la mano libera. I movimenti si rincorsero tra di loro sempre più veloci e affannosi, come i loro respiri, che ormai non riuscivano più a controllare e che si erano trasformati in gemiti sommessi. Entrambi sapevano di non poter fare troppo rumore, per non destare i sospetti dei vicini di Silvia-Fragolina, ma facevano fatica a trattenersi. Così si baciarono convulsamente mentre l’orgasmo esplodeva tra le reciproche mani, lasciando entrambi senza fiato.
Oh mio Dio, pensò Martina ritraendo delicatamente la mano impiastricciata. Immagino che questo equivalga ad un tradimento. Povero Paolo…
L’ingegnere la stava baciando sul collo con aria soddisfatta e lei lo lasciò fare per un po’, poi accennò a prendere un fazzolettino dalla borsetta per pulirsi la mano.
“Andiamo?” propose lui con un sorriso e Martina non poté far altro che annuire, piena di riconoscenza.
Così si incamminarono per strada abbracciati, ridendo di Fragolina e Orsetto.

Mauro aveva lasciato la macchina in un parcheggio custodito sotterraneo. Era quasi mezzanotte e il parcheggio era terribilmente buio.
Martina stava per dirigersi verso la portiera dell’auto, ma Mauro la bloccò trattenendola per un polso e ricominciò a baciarla, spingendola verso il cofano. Martina vi si adagiò agevolmente, lasciandosi trascinare da Mauro e dal turbine di emozioni che si ridestavano in lei.
Le mani di Mauro le scorrevano lungo tutto il corpo, dal seno ai fianchi, alle gambe, mentre lui continuava a baciarla, sulle labbra e sul collo, senza che lei potesse in qualche modo reagire. Lui si era infilato tra le sue gambe divaricate e Martina sentiva già premere contro di sé il membro indurito dentro la stoffa dei pantaloni. Voleva chinarsi a prenderglielo in bocca fino a riempirsi, ma era immobilizzata contro il cofano. Arrivava a malapena a toccargli il sedere con i polpastrelli.
“Sei bellissima”, le sussurrò lui tra un sospiro e l’altro, provocando l’effetto di schiacciarla abbandonata ancora di più contro il cofano bombato. Poi le infilò una mano dentro gli slip, accarezzando delicatamente. A Martina sfuggì un gemito sommesso di piacere. In questo modo aveva più spazio, riuscì allora ad avvicinarsi alla cintura di Mauro per slacciargliela, anche se con una mano sola. Anche lui aveva il fiato corto adesso e i baci erano sempre più brevi.
“Ti prego”, sussurrò lei quasi senza sapere come, “voglio prendertelo in bocca…”
Mauro la lasciò andare e Martina si chinò davanti a lui, in ginocchio, a slacciargli la cintura. Gli abbassò i pantaloni e i boxer e gli si avvicinò con le labbra dischiuse.
Cominciò dapprima a posargli dei baci leggeri sulla punta e a passargli appena la lingua intorno, come una piuma. Mauro era incerto, stordito dal piacere e dal desiderio non riusciva nemmeno a muoversi.
La lingua di Martina si faceva sempre più decisa e presente, finché infine non aprì del tutto la bocca e vi fece sparire il membro intero, quasi volesse inghiottirlo. Mauro si sentì quasi mancare per la sensazione di morbidezza e calore intenso. Martina rimase immobile per alcuni interminabili secondi, poi cominciò a muovere le labbra lentamente con ritmo sicuro.
“Ti prego, fermati…”, implorò Mauro dopo che alcune potenti ondate di piacere lo avevano invaso. Martina non accennava a smettere, le piaceva sentire i ragazzi che la pregavano. Allora lui le prese il viso tra le mani per fermarla e la attirò a sé: “Ti prego, voglio venirti dentro…” E la baciò con forza, intrecciando la propria lingua alla sua.
Mentre la baciava riuscì ad appoggiarle le mani sui fianchi, sotto il vestito e a sfilarle le mutandine leggere. Giocherellò con il clitoride bagnato con dita di piuma e a Martina mancava il respiro sotto quelle carezze e quel bacio ossessivo, le veniva da mordere, ansimare, le pareva di impazzire.
Quando Mauro capì che era pronta chiuse il bacio e le sollevò il vestito. Con le mani salde sui suoi fianchi la appoggiò a sedere sul cofano ed entrò dentro di lei.
Sconvolta da tanta pienezza Martina intrecciò le gambe intorno ai fianchi di Mauro per permettergli di entrare completamente dentro di lei.
Oddio… era tutto così piacevolmente perfetto… una completezza di cui aveva perso il ricordo… ma non l’istinto. “Scopami”, incitò, mentre Mauro le affondava dentro ritmicamente, appoggiandosi contro di lei.
E Mauro se la scopò, fino a portarla sull’orlo dell’orgasmo, fino a farle perdere coscienza del mondo, di tutto, tranne che di loro due impazziti, e mentre la sentiva gemere le sussurrò all’orecchio: “Vuoi venire? Vuoi che ti faccia venire?”
“Dio, sì, ti prego, fammi venire, fammi quello che vuoi…”
Allora lui uscì da lei lentamente, provocandole un immenso doloroso senso di perdita, ma fu solo un attimo.
La prese e la voltò, facendola appoggiare con le mani sul cofano ed entrò in lei da dietro. Sulle prime questo ingresso violento e inaspettato le tolse il respiro dal dolore, ma Mauro rimase immobile dentro di lei per non farle troppo male, mentre con le mani la toccava davanti, sfiorandole il clitoride e penetrandola con le dita, fino a che il piacere si sostituì al dolore.
Cominciarono a muoversi insieme, l’uno contro l’altra: Mauro spingeva sempre più forte e Martina gli andava incontro contraendosi di piacere, fino a venire in un orgasmo esplosivo, sconvolgente e totale che la fece gridare.
Anche Mauro venne allora, dentro di lei, tenendosela stretta per non perdere nessun movimento, nessuna deliziosa contrazione dei muscoli.
Ci volle tempo prima che entrambi riaffiorassero alla coscienza di ciò che li circondava e riprendessero a respirare normalmente.
E solo allora Martina spalancò gli occhi nel rendersene conto.
Mio Dio, il sogno! Era il suo sogno della notte precedente, che si era avverato nel modo più meraviglioso e inaspettato possibile. Fin troppo bello per essere vero.
Mai più avvocati, pensò Martina voltandosi per baciare Mauro piena di riconoscenza. Era ora di aprirsi alle nuove opportunità offerte dall’ingegneria informatica.

FINE

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Avvocati e ingegneri (racconto di Paola C.)

Era buio, erano in un parcheggio sotterraneo. Martina era appoggiata contro il cofano di una macchina e lui era dietro di lei, dentro di lei e si muoveva ondeggiando, facendola gemere piano, estasiata. “Sì, ancora, sì…”
Dio, era meraviglioso. Ed era da tanto tempo che non provava qualcosa di simile. Il piacere le cresceva dentro sempre più immenso e insostenibile. Non smettere ti prego, no…
E mentre stava per venire si svegliò. Spalancò gli occhioni nel buio e non c’era proprio niente da fare: era in camera sua, nel suo letto, non c’erano né parcheggio né misterioso amante al buio. Come aveva potuto lasciarla a metà così? Lei ne voleva ancora…
Si infilò delicatamente una mano tra le gambe, dentro gli slip. Era completamente bagnata. Allungò l’indice sul clitoride, che era già gonfio e palpitante. Lo accarezzò delicatamente col polpastrello e sentì già il respiro venirle meno. Spinse e sfregò piano, spostando il bacino lentamente avanti e indietro, verso quella fonte di piacere, scivolandoci contro e cominciando a mugolare sommessamente, senza riuscire a trattenersi. Continuò ad accarezzarsi ritmicamente, fino a che non sentì l’estasi scoppiarle dentro, allora accelerò i movimenti, sia della mano che del bacino, fino a che i muscoli di tutto il suo corpo si contrassero autonomamente nell’orgasmo pieno che si era provocata. Anche allora Martina non smise di accarezzarsi, ma continuò a godersi quel piacere e mentre stava per calmarsi si inserì direttamente il dito dentro le pareti scivolose della vagina, a percepire le ultime contrazioni muscolari, a rafforzare l’orgasmo che non ne voleva sapere di spegnersi.
Quando finalmente la tempesta si fu esaurita Martina se ne rimase immobile, senza ancora spostare la mano, a fissare nel buio. Solo lei sapeva quanto ne aveva avuto bisogno. Da quando usciva con Paolo, l’avvocato, non aveva più avuto un vero orgasmo.
Lui era così metodico, serio e organizzato!
Per carità, era carino con lei. Le regalava fiori, la portava a cena in ristoranti romantici e di classe, aveva una bella macchina e una bella casa ordinata. Guadagnava bene. Aveva trentadue anni. Martina sapeva che se si fosse “comportata bene”, da brava bambina giudiziosa, dopo che si fosse laureata avrebbe potuto sperare in un “buon matrimonio”. Del resto uscivano insieme solo da due mesi, ma lui sembrava animato dalle migliori intenzioni. Era un bel ragazzo, si vestiva bene, non aveva difetti insopportabili. Non aveva alle sue spalle ex fidanzate gelose che avrebbero potuto infilargli il coniglio nella pentola, aveva avuto una lunga storia chiusa ormai da un paio d’anni, era insomma il classico buon partito.
Ma, a prescindere dal fatto che a ventitré anni Martina non era ancora alla ricerca del classico buon partito, cominciava a chiedersi quanto a lungo sarebbe riuscita a sopportare una relazione anorgasmica. Una come lei!
Adesso, non che Martina fosse la ninfomane dell’università. Però le piaceva farlo. E le piaceva farlo bene. Aveva avuto degli amanti validi in passato e non si adattava facilmente ad un amante mediocre. Anche se quest’ultimo aveva un sacco di altre qualità. Del resto non poteva mica arrangiarsi da sola tutte le volte! Si girò a guardare l’ora, la sveglia luminosa segnava le tre del mattino. Martina si girò su un fianco e si addormentò placidamente, finalmente placata nei desideri più urgenti.

“Certo che se hai problemi di insoddisfazione sessuale già dopo due mesi la cosa è grave”, le stava dicendo il suo vicino di casa Michele. Avevano tutti e due dato un esame da poco e si stavano godendo la meritata settimana di riposo. Il che, nella fattispecie, consisteva nel bersi il caffelatte alle undici del mattino, ancora avvolti nel pigiama a quadretti.
Michele era per Martina il telefono amico della situazione. Gli riversava addosso senza pietà tutti i crucci di ogni genere, dalla smagliatura nelle calze (”Erano nuove! Quindicimila lire al paio!”) alle ansie frustranti del “cosafaròdagrande”, ovvero dopo la laurea. E lui ascoltava pazientemente e a volte dispensava consigli, che venivano puntualmente ignorati da quella testaccia dura avvolta nei riccioli rossi.
Uno dei pochi uomini al mondo che non provava attrazione fisica per lei. La considerava una simpatica bambola di plastica, ma non una donna vera, di carne, con la quale avere rapporti fisici. Certo che le voleva bene. Era una delle sue migliori amiche. Forse era per quello. Lui non andava a letto con le sue amiche. Soprattutto quelle di pizzo nero.
Martina gli era grata di questo: se fosse andata a letto con lui, poi a chi l’avrebbe raccontato?
“Tu allora dici che devo lasciarlo?”
La solita drastica. E il fatto era che la risposta esatta sarebbe stata: “Conoscendoti, sì.” Ma Michele non se la sentiva di essere così avventato.
“Be’, no, perché non provi a proporgli qualcosa di alternativo, nel tuo stile? Che ne so, prova a fartelo in ascensore!”
“Lascia stare. Avrebbe paura che lo spettino.”

Perché Martina non era una che tradiva. Quindi l’ipotesi di continuare con l’avvocato e di tanto in tanto farsi uno “stallone” non si prendeva neanche in considerazione. Oltretutto era assolutamente sicura che dopo aver fatto con un sopraccitato stallone, l’avvocato non l’avrebbe più voluto nemmeno sentire al telefono. E lui era uno che la chiamava tre volte al giorno!
Appunto.
“Ciao. Va bene, vediamoci a pranzo. Sì, vengo io dalle parti del tribunale. Ma certo, una e mezza, ciao, ciao. Sì, anch’io.”
E poi rivolta a Michele: “Lo vedo a pranzo, cosa mi metto?”
“Sei la solita.”

Mentre era fuori a pranzo con l’avvocato la chiamò la sua amica Silvia. Era per proporle un aperitivo con alcuni amici. Naturalmente l’avvocato non ce l’avrebbe fatta a raggiungerli: lui a quell’ora lavorava ancora come un matto, ma Martina ci sarebbe andata volentieri da sola. Anche perché, da quando era fidanzata con l’avvocato, non faceva più niente con gli amici.
Oh, sì, moriva dalla voglia di uscire con Silvia.
Così si preparò con gran cura, scegliendo un abitino corto, nero, con un’ampia scollatura sul seno e per sicurezza si portò via anche un golfino grigio chiaro, perché era maggio e si stava bene la sera, ma magari rimanevano fuori fino a tardi e avrebbe avuto bisogno di coprirsi. Si mise le scarpe col tacco più alto: era quasi più entusiasta di quando andava al primo appuntamento con un uomo!
C’è quindi da capire la sua delusione quando arrivò sul luogo d’incontro e si rese conto che non era una vera uscita tra amici, con lei, Silvia e alcuni compagni d’università. Era piuttosto un’uscita a quattro, nella quale l’avvocato assente era stato sostituito da un amico del fidanzato di Silvia!
Ora, Martina lo sapeva che mentre lei frequentava l’avvocato Silvia non se ne era stata con le mani in mano. Si era trovata un fidanzato del Politecnico, un promettente futuro ingegnere, del quale le aveva parlato per telefono e in rari incontri nei corridoi dell’università. Ma invece di presentarglielo così a tradimento, poteva almeno avvisarla! Anche perché lei si era prospettata una seratina di pettegolezzi, civetterie con gli abbordatori del locale, risate e insomma, cose da donna.
Invece adesso si ritrovava lì, presa in trappola da un’uscita a quattro con annesso appuntamento al buio non programmato (altrimenti sta’ pur sicura che non si sarebbe infighettata a quel modo), in compagnia della sua amica e di ben due futuri promettenti ingegneri informatici, che, come tutti sanno, sono la specie peggiore, perché per loro il lavoro è praticamente un divertimento, quindi ne parlano in continuazione anche nel tempo libero.
Non bastasse, Silvia e il suo fidanzato Francesco erano proprio carini, tutti picci picci, bacini sul naso e carezzine, si chiamavano rispettivamente Fragolina e Orsetto e a Martina stava per venire un attacco di bile e/o di vomito. Per il nervoso era pronta a divorarsi tutto l’ampio buffet a disposizione.
Per fortuna il “quarto uomo” era carino e gradevole. Si chiamava Mauro, aveva un bel paio di occhi chiari, i capelli corti e un fisico proporzionato. Era vestito bene, come un promettente ingegnere alla moda, non troppo appariscente e aveva un bel sorriso da denti perfetti. Le aveva pagato da bere, atto peraltro superfluo e si era gentilmente adattato a parlare di banalità mentre gli altri due si isolavano come due cuoricini di zucchero sul divanetto.
E così, mentre conversavano amabilmente del nulla, Martina si rese conto che l’ingegnere aveva una bocca interessante, lei l’avrebbe quasi definita appetitosa e mentre sorseggiava il suo secondo Screwdriver si rendeva conto che non le sarebbe dispiaciuto un assaggio. Ma lei era già fidanzata, anche se infelicemente. Per non dire del fatto che probabilmente Mauro era stato “tirato in mezzo” più o meno come lei e quindi non era interessato ad approfondire la conoscenza.
In fondo anche l’avvocato era sembrato interessante al primo incontro e solo in seguito si era rivelato un noioso scaldaletto.
Forse alla fine sono tutti solo dei noiosi scaldaletto, constatò pessimisticamente Martina fissando il ghiaccio nel bicchiere.
Erano ormai quasi le nove e gli argomenti inutili si stavano esaurendo, mentre Fragolina e Orsetto continuavano a guardarsi teneramente negli occhi, dimentichi del mondo attorno a loro.
Vorrei proprio sapere perché hanno fatto venire anche noi due, se poi non ci considerano nemmeno, pensò Martina e c’era da scommettere che anche Mauro la pensava più o meno allo stesso modo.
“Sentite, io a questo punto me ne andrei” suggerì, cercando di non dare l’impressione di quella che vuole tagliare la corda al più presto.
“Be’, ma che ore sono?” s’informò Silvia. “Perché non venite a mangiare qualcosa da me? Vi tiro fuori due spaghetti, un risotto, non so…”
Martina non era per niente per la quale. Se ne voleva andare a casa il più in fretta possibile e porre fine a quello strazio in men che non si dica. Invece alla fine la tirarono in mezzo, non capiva mai come facevano a convincerla tutte le volte a trascinarla in quelle situazioni pacco clamorose, nelle quali si annoiava a morte e si malediceva per essere stata così cretina. Oltretutto, mentre erano già in macchina, la chiamò l’avvocato, che stava per uscire dallo studio.
“No, senti, sto andando a casa di Silvia, non posso, ci vediamo un’altra volta. Sì, magari domani, ciao. Sì, anch’io, ciao.”
Non bastando, Silvia era famosa per essere totalmente incapace anche solo di avvicinarsi ai fornelli. I suoi spaghetti crudi in sugo acquoso e la sua colla di riso erano rinomati in tutta l’università. Martina si sentiva già male.
Questa è la punizione per tutte le volte che sono stata cattiva, la sto pagando anche per le mie sette vite precedenti, pensò, camminando dietro ai due zuccherosi innamorati verso la casa di Silvia, mentre Mauro cercava parcheggio nella zona.
Invece fu fortunata. Mentre Fragolina e Orsetto continuavano a guardarsi teneramente negli occhi fingendo pietosamente di apparecchiare la tavola, Mauro si impadronì dell’angolo cottura e con i residui non scaduti di ciò che riuscì a rinvenire nel frigorifero improvvisò un delizioso sugo alle verdure per gli spaghetti, la cui cottura fu attentamente monitorata da Martina stessa.
Mentre Mauro si dava da fare tra le pentole, Martina poté inoltre osservargli comodamente la rotondità perfetta del sedere, cosa che le provocò un languore profondo allo stomaco che non aveva proprio niente a che fare con la fame. O sì?
Fortunatamente quando riuscirono a sedersi a tavola la conversazione prese una piega interessante e i due riuscirono a parlarsi normalmente e piacevolmente, mentre, come il lettore avrà già intuito, Fragolina e Orsetto continuavano a guardarsi teneramente negli occhi.
Martina si era accorta che Mauro le aveva sbirciato la scollatura. Si era accorta anche che le aveva sbirciato le gambe. Naturalmente non si era potuta accorgere che le aveva sbirciato anche il sedere, ma si accontentava. E mentre il vino bianco gelato le entrava in circolo, considerava che in fondo la fedeltà non è poi una virtù fondamentale alle soglie del nuovo millennio e che ci sono altri valori e del genere e quando si offrì di lavare i piatti era già pronta ad una nuova esperienza.
Dopo aver lavato i piatti, Mauro le propose di accompagnarla a casa. Del resto non aveva senso stare lì, di fronte a Fragolina e Orsetto che continuavano a guardarsi teneramente negli occhi: li faceva sentire semplicemente di troppo. Oltretutto erano sicuri che anche loro non ne potevano più di guardarsi semplicemente negli occhi e volevano passare a qualcosa di più concreto.
“Ciao Fragolina, ci sentiamo domani”, salutò Martina uscendo e ringraziando il Cielo perché finalmente la serata era conclusa.
Ma non appena le porte dell’ascensore si furono richiuse dietro di lei, Mauro la prese tra le braccia e la baciò. Fu un bacio tenero e possessivo insieme: un morbido intreccio di lingue dentro un abbraccio serrato. Quando arrivarono al pian terreno fu normale premere nuovamente il pulsante di salita, verso il settimo piano. Si fermarono a baciarsi per un po’ dentro l’ascensore, poi Mauro trascinò Martina verso le scale, dove con buona probabilità potevano starsene da soli. La fece appoggiare contro il muro e cominciò ad accarezzarle un seno, mentre la baciava sul collo. Martina rimase per un attimo senza fiato, quasi stupita dalla piacevolezza di quel tocco, alla cui maestria non era più abituata. Il vino la faceva sentire leggera e incorporea, per contro amplificava le sensazioni sulla pelle e gliele rimbombava dentro, come se le scorressero nel sangue.
Si lasciò toccare per un attimo senza reagire, poi cominciò ad accarezzare la schiena di Mauro, infilandogli le mani sotto il maglione e premendolo contro di sé. Un attimo dopo gli stava tirando la camicia fuori dai pantaloni, in modo da passargli direttamente le mani sulla pelle. Come per un segnale, anche Mauro le infilò le mani nella scollatura, per toccarle il seno nudo con i eretti e duri. Il vestito era talmente scollato che Mauro riuscì a farne uscire un seno e prese a leccarlo e succhiarlo con impeto, mentre Martina gli premeva contro la testa e respirava affannosamente.
Continuando a succhiarle un capezzolo, Mauro le infilò una mano sotto il vestito, le accarezzò il sedere sodo e libero per via delle ridotte dimensioni dello slip. Martina si sentiva sempre più persa e bagnata, mentre la sconvolgevano emozioni quasi dimenticate. Anche lei gli infilò una mano nei pantaloni, ad accarezzargli il sedere avvolto nei boxer, ma subito la ritrasse, per cominciare ad armeggiare con la cintura e la cerniera. Lo liberò quel tanto che bastava da potergli prendere in mano il membro eretto, duro come marmo, liscio e caldo. Lo accarezzò dapprima delicatamente, poi lo prese saldamente in mano e cominciò a scivolare su e giù a ritmo costante. Allo stesso tempo Mauro le aveva infilato un dito tra le cosce bagnate e scivolose, poi due, dentro di lei, a ricercare le profondità recondite del suo piacere. Martina piegò le ginocchia appena appena, per permettere alle dita di Mauro di entrare ancor meglio dentro di lei, tutto questo senza smettere di tenergli il membro tra le mani.
Al contempo Mauro continuava a succhiare un capezzolo di Martina, che per contro stringeva il ragazzo verso di sé con la mano libera. I movimenti si rincorsero tra di loro sempre più veloci e affannosi, come i loro respiri, che ormai non riuscivano più a controllare e che si erano trasformati in gemiti sommessi. Entrambi sapevano di non poter fare troppo rumore, per non destare i sospetti dei vicini di Silvia-Fragolina, ma facevano fatica a trattenersi. Così si baciarono convulsamente mentre l’orgasmo esplodeva tra le reciproche mani, lasciando entrambi senza fiato.
Oh mio Dio, pensò Martina ritraendo delicatamente la mano impiastricciata. Immagino che questo equivalga ad un tradimento. Povero Paolo…
L’ingegnere la stava baciando sul collo con aria soddisfatta e lei lo lasciò fare per un po’, poi accennò a prendere un fazzolettino dalla borsetta per pulirsi la mano.
“Andiamo?” propose lui con un sorriso e Martina non poté far altro che annuire, piena di riconoscenza.
Così si incamminarono per strada abbracciati, ridendo di Fragolina e Orsetto.

Mauro aveva lasciato la macchina in un parcheggio custodito sotterraneo. Era quasi mezzanotte e il parcheggio era terribilmente buio.
Martina stava per dirigersi verso la portiera dell’auto, ma Mauro la bloccò trattenendola per un polso e ricominciò a baciarla, spingendola verso il cofano. Martina vi si adagiò agevolmente, lasciandosi trascinare da Mauro e dal turbine di emozioni che si ridestavano in lei.
Le mani di Mauro le scorrevano lungo tutto il corpo, dal seno ai fianchi, alle gambe, mentre lui continuava a baciarla, sulle labbra e sul collo, senza che lei potesse in qualche modo reagire. Lui si era infilato tra le sue gambe divaricate e Martina sentiva già premere contro di sé il membro indurito dentro la stoffa dei pantaloni. Voleva chinarsi a prenderglielo in bocca fino a riempirsi, ma era immobilizzata contro il cofano. Arrivava a malapena a toccargli il sedere con i polpastrelli.
“Sei bellissima”, le sussurrò lui tra un sospiro e l’altro, provocando l’effetto di schiacciarla abbandonata ancora di più contro il cofano bombato. Poi le infilò una mano dentro gli slip, accarezzando delicatamente. A Martina sfuggì un gemito sommesso di piacere. In questo modo aveva più spazio, riuscì allora ad avvicinarsi alla cintura di Mauro per slacciargliela, anche se con una mano sola. Anche lui aveva il fiato corto adesso e i baci erano sempre più brevi.
“Ti prego”, sussurrò lei quasi senza sapere come, “voglio prendertelo in bocca…”
Mauro la lasciò andare e Martina si chinò davanti a lui, in ginocchio, a slacciargli la cintura. Gli abbassò i pantaloni e i boxer e gli si avvicinò con le labbra dischiuse.
Cominciò dapprima a posargli dei baci leggeri sulla punta e a passargli appena la lingua intorno, come una piuma. Mauro era incerto, stordito dal piacere e dal desiderio non riusciva nemmeno a muoversi.
La lingua di Martina si faceva sempre più decisa e presente, finché infine non aprì del tutto la bocca e vi fece sparire il membro intero, quasi volesse inghiottirlo. Mauro si sentì quasi mancare per la sensazione di morbidezza e calore intenso. Martina rimase immobile per alcuni interminabili secondi, poi cominciò a muovere le labbra lentamente con ritmo sicuro.
“Ti prego, fermati…”, implorò Mauro dopo che alcune potenti ondate di piacere lo avevano invaso. Martina non accennava a smettere, le piaceva sentire i ragazzi che la pregavano. Allora lui le prese il viso tra le mani per fermarla e la attirò a sé: “Ti prego, voglio venirti dentro…” E la baciò con forza, intrecciando la propria lingua alla sua.
Mentre la baciava riuscì ad appoggiarle le mani sui fianchi, sotto il vestito e a sfilarle le mutandine leggere. Giocherellò con il clitoride bagnato con dita di piuma e a Martina mancava il respiro sotto quelle carezze e quel bacio ossessivo, le veniva da mordere, ansimare, le pareva di impazzire.
Quando Mauro capì che era pronta chiuse il bacio e le sollevò il vestito. Con le mani salde sui suoi fianchi la appoggiò a sedere sul cofano ed entrò dentro di lei.
Sconvolta da tanta pienezza Martina intrecciò le gambe intorno ai fianchi di Mauro per permettergli di entrare completamente dentro di lei.
Oddio… era tutto così piacevolmente perfetto… una completezza di cui aveva perso il ricordo… ma non l’istinto. “Scopami”, incitò, mentre Mauro le affondava dentro ritmicamente, appoggiandosi contro di lei.
E Mauro se la scopò, fino a portarla sull’orlo dell’orgasmo, fino a farle perdere coscienza del mondo, di tutto, tranne che di loro due impazziti, e mentre la sentiva gemere le sussurrò all’orecchio: “Vuoi venire? Vuoi che ti faccia venire?”
“Dio, sì, ti prego, fammi venire, fammi quello che vuoi…”
Allora lui uscì da lei lentamente, provocandole un immenso doloroso senso di perdita, ma fu solo un attimo.
La prese e la voltò, facendola appoggiare con le mani sul cofano ed entrò in lei da dietro. Sulle prime questo ingresso violento e inaspettato le tolse il respiro dal dolore, ma Mauro rimase immobile dentro di lei per non farle troppo male, mentre con le mani la toccava davanti, sfiorandole il clitoride e penetrandola con le dita, fino a che il piacere si sostituì al dolore.
Cominciarono a muoversi insieme, l’uno contro l’altra: Mauro spingeva sempre più forte e Martina gli andava incontro contraendosi di piacere, fino a venire in un orgasmo esplosivo, sconvolgente e totale che la fece gridare.
Anche Mauro venne allora, dentro di lei, tenendosela stretta per non perdere nessun movimento, nessuna deliziosa contrazione dei muscoli.
Ci volle tempo prima che entrambi riaffiorassero alla coscienza di ciò che li circondava e riprendessero a respirare normalmente.
E solo allora Martina spalancò gli occhi nel rendersene conto.
Mio Dio, il sogno! Era il suo sogno della notte precedente, che si era avverato nel modo più meraviglioso e inaspettato possibile. Fin troppo bello per essere vero.
Mai più avvocati, pensò Martina voltandosi per baciare Mauro piena di riconoscenza. Era ora di aprirsi alle nuove opportunità offerte dall’ingegneria informatica.

FINE

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