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Regalo di Compleanno/2 (racconto di Diabolik1)
Dopo avervi narrato del mio incontro con Laura, permettetemi di raccontarvi dei giorni trascorsi in compagnia di Olga.
Come vi avevo già detto, Laura sparì dalla mia vita quel lunedì mattina, e per circa due anni non ebbi più notizia alcuna di lei.
E’ necessario fare un veloce passo indietro.
Quando Laura mi salutò, di fronte alla scuola, aveva detto alle mie compagne di classe di quanto io mi fossi rivelato un amante a dir poco fantastico, e di come loro fossero fortunate a potermi avere a disposizione tutti i giorni, mentre lei aveva dovuto concentrare tutto in poco più di quarantotto ore di sesso sfrenato con il sottoscritto.
Quelle parole, dette da una donna assolutamente affascinante, ebbero la piacevole conseguenza di assicurarmi un’intensa e gratificante vita sessuale: e, una volta terminata la scuola, anche all’università non ebbi di certo grandi problemi a fare sesso con le ragazze che più mi piacevano.
Tutto questo fino al giorno in cui, un paio di anni dopo quell’indimenticabile fine settimana con Laura, proprio all’inizio della primavera, mi vidi arrivare, per posta, una busta con un biglietto: riconobbi all’istante la calligrafia, ed avvertii un’improvvisa e forte emozione che mi fece tremare le gambe ed accelerare i battiti del cuore.
Non mi aspettavo più di ricevere notizie da quella fantastica donna che aveva sconvolto la mia vita di adolescente.
Il biglietto di Laura recitava così:
“Ciao tesoro mio,
ti ricordi ancora di me? Avrei piacere di farti conoscere una mia cara amica: è sulla quarantina, e ti posso garantire che non ti lascerà insoddisfatto. Se vuoi ci vediamo mercoledì a mezzogiorno, in aeroporto, di fronte all’entrata delle partenze internazionali.”
Può apparire incredibile, in effetti, ma Laura sembrava conoscere, e alla perfezione, gli esatti movimenti dei miei genitori: infatti, proprio quel mercoledì, i miei partirono per un weekend lungo a Parigi, lasciandomi libero da impegni familiari per il mio incontro con l’amica di Laura.
Non abitavo più con i miei, ma, di fatto, ero spessissimo da loro.
Fu così che accompagnai i miei genitori all’aeroporto, aspettai una buona oretta, e poi mi misi in attesa delle due donne.
Ormai mezzogiorno era passato da un pezzo, e iniziavo a temere che Laura e l’amica non si sarebbero presentate all’appuntamento, quando mi avvicinò una cortesissima hostess che, una volta accertato che io fossi la persona giusta, mi consegnò una busta.
L’aprii, decisamente sorpreso dagli sviluppi della situazione, e lessi le poche righe che erano state scritte sullo stretto biglietto: Laura mi diceva di raggiungerle al mare, presso un noto ristorante della zona che conoscevo da tempo.
Quando partii dall’aeroporto, con il cellulare feci una rapida ricerca del numero telefonico e chiamai il ristorante verso il quale ero diretto: mi confermarono subito che le due donne erano effettivamente da loro, e che in quel momento si trovavano al mare. Prima di chiudere la comunicazione chiesi di tenermi in fresco una bottiglia di vino bianco e una di champagne.
Le avrei portate io stesso sulla spiaggia.
L’immagine che mi si presentò quando arrivai sulla spiaggia, praticamente deserta vista la stagione ancora agli inizi, fu a dir poco sensazionale: due corpi slanciati ed elegantemente vestiti, seduti su un pedalò ancora in disarmo, strettamente abbracciati e che si scambiavano tenerezze, e forse anche qualcosa di più.
Quella che chiaramente era una donna, perché indossava una stretta gonna di pelle e una camicetta bianca, non appena mi vide, si alzò venendomi incontro correndo e mi baciò sulla bocca: era la mia Laura, ed il cazzo mi divenne subito duro nello stesso istante in cui la vidi e non appena le sue labbra si posarono sulle mie.
Poi, dopo i convenevoli di rito, insieme ci dirigemmo verso la sua amica.
Al contrario di Laura, la donna indossava dei pantaloni di pelle molto attillati (e quei pantaloni mi avevano fatto pensare, inizialmente, che si trattasse di un uomo), con degli stivaletti dal tacco di almeno una decina di centimetri; anche lei, come Laura, indossava una camicetta bianca che a stento tratteneva gli splendidi seni, mentre i capelli, di un magnifico biondo naturale, erano tagliati corti a coprirle il collo, e pettinati tutti all’indietro con abbondanza di gel.
La donna aveva gli occhi verdi, e le morbide labbra, impreziosite dal rossetto, erano di un voluttuoso color rosso acceso, come, del resto, anche le unghie delle mani.
Così mi apparve Olga per la prima volta.
Andando verso di lei, Laura mi aveva subito detto che Olga attraversava un difficile momento, ed era appena uscita da una relazione che sembrava aver compromesso il suo rapporto con gli uomini; anzi, Laura mi disse che la sua amica aveva cercato in lei l’affetto ed il sesso, coinvolgendola in un torrido rapporto saffico.
Laura era però convinta che Olga dovesse, e al più presto, recuperare il piacere di stare con un uomo, di concedersi a lui senza timori e di farci del sano e arrapatissimo sesso.
Ed io ero la persona prescelta per questo.
Appena arrivati accanto ad Olga, Laura mi presentò all’amica, descrivendole con dovizia di particolari le mie doti amatorie, e quindi le comunicò che la lasciava in mia compagnia, perchè se non si fosse affrettata avrebbe perso l’aereo, e che questo non sarebbe potuto assolutamente accadere per sconosciuti e misteriosi suoi motivi di lavoro.
Olga non sembrava per niente contenta della situazione venutasi a creare: mi guardava con aria interrogativa, e chiaramente avrebbe preferito continuare ad accarezzare Laura, evidentemente appagata da quell’interludio lesbico.
Ma Laura era di tutt’altra opinione.
Io, e solo io, mi sarei dovuto occupare di Olga.
Laura guardò un’ultima volta l’orologio, e poi ci disse che sarebbe partita alla volta di una non meglio identificata località d’Europa e che ci saremmo rivisti non prima di domenica sera.
Olga ed io, entrambi imbarazzati, la guardammo andar via.
Durante il pranzo, Olga cominciò a sentirsi più a suo agio e ad accettare la possibilità di stare da sola con me.
Finito di pranzare la portai di nuovo sulla spiaggia: sarà stata l’atmosfera, sarà stato la brezza carica di salsedine di quel pomeriggio, fatto sta che, per la prima volta, abbracciai Olga e percepii il suo fantastico profumo.
La sua pelle, così eroticamente abbronzata e pervasa di una fragranza che mi faceva girare la testa, rappresentava per me un’incredibile attrazione.
Tornati al ristorante, prendemmo la sua valigia, salimmo in macchina e ci dirigemmo verso casa mia; come vi dicevo non abitavo più fuori città con i miei, e la casa, sia pure più piccolina di quella dei miei genitori, era però soltanto mia.
Una volta entrati in casa, Olga non disse una parola per alcuni lunghi secondi: poi, all’improvviso, mi chiese dove si poteva fare una doccia per rinfrescarsi.
Io, già discretamente eccitato, le mostrai il bagno, le diedi un accappatoio e degli asciugamani, e feci per uscire e andare ad aspettarla nel piccolo salone.
Ma lei, tenendo i suoi occhi fissi nei miei, prese immediatamente a spogliarsi.
Fu così che vidi Olga nuda per la prima volta.
Il suo corpo era splendido, e tutto quello che avevo solamente intravisto attraverso i vestiti mi si confermava in pieno: i seni di quella fantastica donna erano grandi e sodi, e i capezzoli perfettamente proporzionati alla grandezza delle tette.
La fica era perfettamente depilata, e il culetto prometteva un intero mondo di lussuria e passione.
Una volta che si fu completamente svestita, Olga entrò sotto la doccia, e subito per tutta casa si avvertì un intenso profumo di muschio bianco che mi apparve subito erotico in maniera incredibile. Più sentivo quel profumo e più i miei sensi si andavano eccitando; resistetti per circa cinque minuti (e furono minuti dolorosamente lunghi), ma poi mi spogliai ed entrai nella doccia con lei.
Avevo il cazzo in piena erezione.
Olga non si scompose minimamente: anzi, potrei giurare che mi stesse aspettando.
Mi osservò per un istante e poi prese a strusciarsi addosso a me, con l’aria di chi aveva atteso quel momento anche troppo a lungo.
Prendemmo ad accarezzarci sempre con maggiore sensualità: le mie mani indugiavano sempre di più sui suoi capezzoli incredibilmente turgidi.
Con le mani mi dedicai a massaggiarle e ad accarezzarle sia le natiche che la fica, mentre per le tette ci sarebbero state le mie labbra e la mia lingua.
Olga non faceva altro che ansimare e mugolare con sempre maggiore intensità, divorata da un’eccitazione incontrollabile: fu allora che la donna s’inginocchiò e, senza dire una parola, mi prese il cazzo in bocca, cominciando un fantastico pompino.
Mi sembrava di morire: Olga era incredibilmente dolce, ma, allo stesso tempo, diabolicamente decisa ed esperta. Con consumata abilità lambiva con la lingua l’intera asta, scavando nel piacere e facendomi rabbrividire: poi, sempre con la bocca, mi scappellò con forza, leccando e succhiando con intensità crescente.
Non resistevo più a quella deliziosa tortura: le mormorai, sconvolto dal desiderio, che volevo entrare in lei.
Olga non mi fece attendere: mi lasciò il cazzo e, appoggiandosi alla parete della doccia, mi salì praticamente in braccio, facendosi penetrare a fondo nella fica.
Quando lei iniziò a muoversi su di me, sentii che l’orgasmo era prossimo, e la sua incredibile carica erotica mi stava facendo diventare letteralmente matto; venimmo quasi in contemporanea, e allora lei mi abbracciò ancora più stretto, e poi mi disse che aveva ancora voglia del mio cazzo.
Non ci asciugammo nemmeno.
Bagnati, andammo a sdraiarci sul letto, sicuri che ci saremmo ben presto asciugati col calore della passione dei nostri corpi frementi.
Olga mi chiese, anzi quasi mi supplicò, di baciarle il seno e di accarezzarla tutta.
E io obbedii subito a quell’erotico comando, e mi dedicai ai suoi seni, mentre con le mani le accarezzavo il ventre incredibilmente teso, e poi scendevo sul suo pube, sfiorandole appena la parte superiore di quell’eccitante parte del suo corpo.
Fu Olga a implorarmi di masturbarla: ormai aveva perso il controllo di se stessa.
Mi disse che la dovevo far urlare dal piacere e che voleva essere penetrata: la baciai sulle labbra e, malgrado volessi essere delicato, lo giuro, quando le mie labbra si posarono sulle sue e le nostre lingue s’intrecciarono in un lungo e appassionato bacio non riuscii più a controllarmi.
Il desiderio di possedere ancora quella fantastica donna ebbe la meglio sui miei buoni propositi: le allargai le cosce e senza alcuna esitazione la penetrai con un solo colpo.
Olga esplose in un urlo di piacere, ed io iniziai a scoparla con una frenesia fino ad allora sconosciuta.
Lei mi strinse tra le sue cosce e assecondò il mio ritmo, rabbrividendo e sussultando sotto le mie spinte.
Dopo qualche minuto di quella ginnastica uscii da lei e la feci voltare, mettendola a pecora: la volevo penetrare da dietro, prenderla in quel modo e godere della sua pelle e del suo corpo.
Fu fantastico quando il mio pene entrò in lei: Olga cominciò ad ansimare sempre con maggiore frequenza e proruppe in un primo orgasmo, al quale poi ne seguirono molti altri, fino a quando anche io venni gridando.
L’avevo avvertita che stavo per esplodere, ma lei non volle sentire ragioni: Olga desiderava sentire il mio sperma caldo dentro il suo corpo.
Placato quel primo momento di pazzia sessuale, ci sdraiammo uno di fianco all’altra, e cominciammo a baciarci teneramente.
Mi chiese scusa per l’inizio un pò imbarazzante del nostro rapporto, poche ore prima sulla spiaggia.
Ben presto, però, riprendemmo ad accarezzarci, ora senza più desiderio, ma solo con la dolcezza che segue la grande passione appena consumata.
La sera uscimmo, proprio per ricaricare le pile, ma almeno per me fu un lungo supplizio, Olga era vestita in maniera a dir poco sensuale: indossava una minigonna di pelle color prugna e sopra portava un piccolo corpetto di pelle nera. Data la stagione ormai primaverile, ai piedi calzava sandali con il tacco altissimo, alla schiava, e non aveva messo le mutandine.
Era un attentato per le mie coronarie, naturalmente, ma avevo ricevuto ordine di non toccarla fino al momento di tornare a casa ed io, ubbidiente, avevo eseguito gli ordini che la donna mi aveva dato.
Passammo tutta la sera a parlare del più e del meno, sempre senza fare alcun accenno alla nostra attrazione fisica.
Ad un certo momento Olga mi disse che aveva bisogno di sentire le mie mani sul suo corpo e visto che suonavano dei lenti, ed in quel locale si poteva ballare, andammo sulla pista da ballo.
La sua pelle.
Il ricordo più vivido che ho di Olga è la sua pelle, liscia e perfetta: quella sera profumava ancora di muschio bianco, e quando iniziammo a ballare mi persi in quel suo profumo, iniziando a baciarla delicatamente sul collo.
Dopo pochi minuti Olga mi disse che non resisteva più e che voleva essere posseduta da me, e che voleva che lo facessimo lì, in pubblico.
La sua idea mi stuzzicò moltissimo: cercammo un angolo del locale appartato, il più distante e buio, e la feci sedere su di me, tirando subito fuori il mio cazzo che era già in completa erezione.
Non appena il mio cazzo s’insinuò tra le morbide pareti della fica di Olga divenne come di marmo: la penetrai con desiderio crescente e negli occhi della donna vidi la felicità assoluta. Furono momenti indimenticabili con Olga che si muoveva su di me in modo ritmico e sinuoso: l’orgasmo arrivò prepotente e quasi liberatorio, ma ad Olga questo non poteva di certo bastare.
Lei voleva avere di più da me e quando tornammo a casa lo ottenne.
Ormai la mia storia d’amore con Olga stava per giungere alla fine: era il sabato pomeriggio e l’indomani avrei dovuto riaccompagnarla all’aeroporto dove avrei rivisto anche Laura.
Mentre stavo pensando a cosa poter fare per quel sabato sera sentii suonare alla porta e quando aprii c’era Laura con in dosso un trench e in mano champagne, caviale e ostriche: il sabato sera sarebbe stato perfetto.
Quando Olga vide la sua amica ebbe paura di dover andare via, ma Laura si tolse il trench e rimase in biancheria intima, come aveva fatto già due anni prima, e le sue prime attenzioni, invece di essere rivolte a me, furono tutte per Olga.
Le si avvicinò e, con sguardo dolce e sognante, le accarezzò una guancia e poi la baciò sulle labbra, dicendole che le era mancata molto in quei giorni; poi, vedendomi sempre più perplesso, mi abbracciò, mi prese una mano e se la portò su un seno, per poi baciarmi sulle labbra.
Olga allora si alzò in piedi e disse a Laura che io meritavo un trattamento migliore, essendomi io dedicato a darle il piacere più assoluto e totale.
Allora Laura, sorridendo, tirò fuori la lingua e l’ avvicinò alla mia: a quel punto anche Olga unì la sua lingua alle nostre, e da quel momento, fra noi, fu solo sesso, per la prima volta fu sesso a tre.
Mi sentivo come in paradiso:
Ci sedemmo sul divano e chiesi a Laura e Olga di baciarsi davanti a me.
Le loro lingue si muovevano e s’intrecciavano, ed io pensai che fosse lo spettacolo più erotico a cui avevo mai assistito in vita mia.
Laura vide la mia potente erezione e volle che Olga mi scopasse davanti a lei:
E così avvenne.
Quando Olga ebbe goduto, fra gemiti e sospiri, fu il momento di Laura di avvolgermi il cazzo con la sua fica bollente e grondante del più intenso piacere.
Verso mezzanotte Laura disse che voleva andare in centro in un locale dove ci saremmo potuti divertire, un locale dove saremmo stati liberi di continuare nei nostri giochi erotici.
Tornati a casa a notte fonda, Laura chiese ad Olga di lasciarci soli e si venne a sdraiare vicino a me e facemmo di nuovo l’amore.
Il giorno dopo le mie due amanti non c’erano più.
In bagno trovai le loro due mutandine e un foglio sul quale era scritto che era stato tutto magnifico, ma che non sarebbero mai più tornate da me.
Lessi che, dopo che io mi ero addormentato, le due donne avevano fatto sesso e che avevano definitivamente capito quale fosse il loro reale desiderio.
Olga e Laura.
Due splendide dee del sesso.
Forse lesbiche.
O forse no.
FINE
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Regalo di Compleanno/3 (racconto di Diabolik1)
La mia è una città assolutamente fantastica, dove si vive in maniera divina.
Dopo la mia parentesi di sesso con Olga, per alcuni anni ebbi le normali relazioni sentimentali e sessuali tipiche dei ragazzi della mia età.
Fino a quando…
Un giorno di gennaio ero andato in centro per farmi una passeggiata, anche per vincere la noia di quel periodo; camminavo per le strade da solo, e il vedere tutte quelle coppiette che amoreggiavano mi metteva una certa tristezza.
Dopo che la mia breve storia con Olga era finita, devo ammettere che non m’impegnai troppo nella ricerca di una ragazza con la quale costruire una relazione stabile: e così, ben presto, la classica scopata e via mi aveva decisamente stancato.
Di Laura, ovviamente, più nessuna traccia: dopo quei giorni non l’ho mai più vista.
Credo che lei ed Olga siano andate a vivere insieme da qualche parte, probabilmente o a Parigi o a Londra, godendosi quel loro straordinario ed intenso rapporto saffico.
Visto che non avevo nessuno che mi aspettasse e che l’idea di tornare a casa mia, così tristemente vuota, mi metteva malinconia, pensai di andarmi a prendere un aperitivo in un elegante locale del centro, dove in genere si assiste sempre a siparietti molto carini tra dongiovanni di vario genere e donne in cerca di facili avventure.
Ma quella sera sembrava che tutto dovesse essere monotono e vagamente triste.
Il locale, seppur discretamente affollato, era pervaso da una calma irreale.
Stavo per andarmene, rassegnato a rientrare a casa, quando dalla porta principale fece la sua comparsa un vero e proprio ciclone mulatto. Samantha (ma lei voleva essere chiamata solamente Sam) era alta circa un metro e settantacinque, portava lunghi e curatissimi capelli lisci e neri su un corpo statuario, definito da ore e ore di palestra: la ragazza aveva due glutei perfetti, fasciati e modellati da un paio di jeans così stretti che definire attillati era a dir poco un eufemismo.
E anche il resto del suo corpo non era da meno.
Sotto il giubbetto di pelliccia, Sam indossava un maglioncino nero, di quelli abbottonati sotto il seno, e una camicetta bianca generosamente aperta che evidenziava due tette a dir poco magnifiche, trattenute da un delizioso reggiseno di pizzo nero che faceva maliziosamente capolino dalla scollatura della camicetta.
Il viso era dolce, ma determinato, e i lineamenti regolari erano esaltati dalle labbra carnose e da un nasino piccolo e perfetto; gli occhi della ragazza erano di un azzurro intenso e carichi di una luce irresistibile e misteriosa.
Perfettamente e sapientemente truccata, la donna si era applicata sulle labbra un rossetto marrone scuro.
Le mani erano perfette, dalle dita lunghe e sottili, e le unghie erano laccate di un intenso color prugna.
Il quadro di quella straordinaria bellezza si chiudeva con un paio di stivali neri, dal tacco a spillo di almeno una decina centimetri.
Il suo incedere era deciso e flessuoso, e chiaramente era conscia alla perfezione dell’effetto che faceva su noi maschietti, perché non sembrava minimamente infastidita dagli sguardi, il più delle volte lascivi, di alcuni dei presenti.
Sam, insomma, era una splendida donna, consapevole del suo straripante fascino.
Gli occhi di tutti gli uomini vennero calamitati da questo ciclone, e anche io non rimasi indifferente a quella meraviglia.
In pochi istanti almeno cinque uomini cominciarono ad andarle dietro e a farle la corte, mentre lei li sopportava tra il divertito e l’annoiato: io, per mia scelta, decisi di non avvicinarmi a lei, ma di seguire i suoi movimenti solo con lo sguardo.
Non volevo confondermi con tutti gli altri, e non volevo che credesse che anche io non cadessi subito ai suoi piedi: e poi pensavo che magari mi avrebbe notato di più se, alzando gli occhi, avesse visto un ragazzo seduto al banco e non a farle la corte.
Le mie supposizioni si rivelarono corrette.
Lasciando tutti con un palmo di naso Sam si alzò di scatto e, esibendo il suo più dolce sorriso, venne verso di me e mi disse: “ Tesoro, sei arrivato ! Scusami se non ti ho visto prima… “
Io, di rimando, le risposi prontamente e con un tono divertito: “ Amore… certo che non mi hai visto… con tutte queste persone attorno non ti potevi accorgere del mio arrivo… ” Sam mi fece un grande sorriso pieno di ringraziamento perché finalmente lo stuolo di maschi arrapati si era dissolto nel nulla dopo il mio miracoloso intervento.
Dissi subito alla ragazza che, non appena lei lo avesse voluto, io me ne sarei andato, perché non era mia intenzione infastidirla come avevano fatto tutti gli altri avventori.
Ma lei, tutta allegra, mi rispose che per il momento non aveva nessuna intenzione di liberarsi di me.
Ci prendemmo dunque il nostro aperitivo e poi, come se nulla fosse, ci alzammo dagli sgabelli: quando feci l’atto di salutarla Sam mi chiese il motivo per il quale io mi volessi liberare così presto di lei, e io le risposi che avevo pensato che la sua fosse stata soltanto una scusa per liberarsi da tutti coloro che l’avevano importunata.
Sam, al contrario, mi disse che era da tre giorni a Roma e che era stata avvicinata solo da personaggi improponibili e che ora che aveva finalmente trovato un bel ragazzo non aveva più la minima intenzione di lasciarselo scappare: quindi, a meno che io non avessi impegni per il resto della serata, a lei avrebbe fatto piacere restare in mia compagnia.
Io non me lo feci ripetere due volte, naturalmente, la invitai subito a cena.
La condussi in un locale rinomato per il pesce, dove mangiammo aragoste e ostriche bevendo un ottimo vino bianco ghiacciato, e trascorremmo quelle ore in allegria e con la voglia di continuare a godere della reciproca compagnia.
Arrivati intorno alla mezzanotte, lei si fece riaccompagnare in albergo: Sam mi diede un bacio sulla guancia e mi salutò, restando però d’intesa che ci saremmo rivisti l’indomani mattina verso le dieci.
Devo ammettere, in tutta onestà, che ci rimasi male: speravo di chiudere la serata in altro modo.
Il giorno dopo, all’ora stabilita, mi presentai nell’elegantissimo albergo in cui soggiornava la mia amica, e quando chiesi di Sam alla reception mi consegnarono una copia della chiave della sua camera, dicendomi che lei mi stava aspettando.
Emozionato da quell’inatteso sviluppo, salii al piano dove si trovava la sua camera ed entrai: pensavo di trovarla ancora semiaddormentata ma il letto era quasi intatto.
Indeciso sul da farsi, mi giunse però la sua voce dal bagno: Sam che mi disse di mettermi comodo e che lei sarebbe arrivata prestissimo per la colazione.
Obbedii e mi sedetti in una poltroncina: dopo pochi minuti lei apparve, completamente nuda, con in mano un flacone d’olio per il corpo.
A quella vista restai letteralmente senza fiato.
Guardandomi maliziosamente, Sam mi chiese perché non mi fossi messo comodo e se lei mi piacesse: a quelle parole mi alzai di scatto e le mostrai tutta la mia eccitazione, sempre più evidente sotto i pantaloni; subito mi spogliai anch’io, e quando lei vide il mio uccello completamente eretto, un sorriso distese le sue labbra, dicendomi che sarebbe stata una colazione veramente gustosa.
Dal tavolino apparecchiato per la prima colazione, lei afferrò una bomboletta di panna e mi chiese di iniziare io a fare la colazione, visto che gli ospiti si devono servire per primi. Afferrai dalla sua mano la bomboletta, agitai la panna montata e la sparai su un seno di Sam: la guardai e le dissi sorridendo che adoravo lo zuccotto alla panna e quindi le sparai altra panna sulla fica, cominciando poi a leccarla tutta.
Sam era perdutamente eccitata: volle ricoprire il cazzo di panna e poi iniziò a leccarlo, regalandomi un pompino da urlo. Quando le venni in bocca, riempiendola del mio seme, con aria compiaciuta lei mi disse che solo i cannoli migliori alla fine tirano fuori lo strato di crema calda che hanno al loro interno.
Sam mi disse che le avrebbe fatto piacere andare in giro per la città con me e andò in bagno. Al suo ritorno si era fatta un’affascinante coda di cavallo e si era perfettamente truccata: sceglieva sempre dei colori che esaltassero i suoi occhi blu e che mettessero in evidenza il colore della sua pelle, così scuro da sembrare perennemente abbronzata. Mancavano solo il rossetto e lo smalto alle unghie: Sam mi chiese quali colori mi avrebbero eccitato di più, e allora per le mani scelsi uno sconvolgente blu, mentre per le labbra le dissi di applicare un rossetto rosso che, a suo dire. avrebbe anche risvegliato i morti. Mi disse anche che voleva che tutti m’invidiassero e così indossò una minigonna nera e un corpetto di pelle rossa lucida e un bolerino anch’esso nero, sopra una specie di spolverino rosso: mi disse che il rosso rappresentava il suo grado di passione per me e il colore nero il grado di depravazione in cui l’avevo gettata.
Andammo in giro tutta la mattina, e appena potevamo ci accarezzavamo, e una volta le chiesi di andare in un bagno di un bar, perché volevo da lei un pompino: Sam fu ben felice di accontentarmi e fu semplicemente fantastico.
Nel primo pomeriggio Sam ricevette una telefonata ed il suo umore cambiò repentinamente.
Seppi in seguito che il marito, da cui lei era scappata, aveva scoperto dove si era andata a rifugiare e aveva preso un aereo alle quattordici da Londra per venirsi a riprendere la moglie: allora lei mi supplicò di portarla via, ovunque fosse, ma lontano dall’albergo in cui alloggiava.
Fu così che le proposi subito il mio appartamento: lei accettò senza alcuna esitazione, non so se più contenta dell’idea di venire a casa mia o se più terrorizzata dal pensiero che il marito la trovasse.
Tornammo di corsa all’albergo e lei pagò in contanti, fece rapidamente la valigia e, con la mia macchina, partimmo alla volta di casa mia.
Mentre mi allontanavo dal marciapiede, Sam vide il marito scendere da un taxi: per evitare che lui la vedesse lei si abbassò su di me: lo confesso, a quel contatto mi eccitai all’istante.
Sam mi disse con aria falsamente sorpresa che ce lo avevo duro, e con sguardo sognante cominciò ad accarezzarmi; le comunicai che c’eravamo allontanati e che il marito non ci poteva più vedere, ma lei rimase su di me, mi sbottonò i pantaloni e prese il cazzo in bocca, facendomi un pompino mentre guidavo la macchina.
All’improvviso si tirò su e proseguì con una sega: arrivati sotto casa non volle aspettare e mi venne sopra e lo facemmo lì in macchina. Senza pudore, Sam aveva deciso di ringraziarmi perché, senza chiederle nulla, le avevo proposto di venire a stare da me.
Lei voleva stare in città solo tre giorni e poi trasferirsi da qualche altra parte, ma io la convinsi a stare da me ancora per un giorno e che poi l’avrei accompagnata alla stazione per farla andare verso Parigi.
Quando entrammo nel portone di casa lei mi superò e salì le scale prima di me: ad ogni gradino la sua gonna saliva un pochino, rivelandomi panorami strepitosi.
Giunti al mio appartamento le diedi le chiavi e lei si piegò per aprire la porta, offrendo ai miei occhi e alle mi mani il suo fenomenale culo.
Non ebbi un attimo d’esitazione: le afferrai le natiche, quasi schiaffeggiandole e poi mi tirai fuori il cazzo e glielo appoggiai sullo spacco. Allora Sam si sbrigò ad aprire la porta di casa, e quando entrammo lei si andò a sistemare su un divano, offrendomi in maniera ancora più provocante il suo culo.
Mentre la scopavo alla pecorina, con le dita le massaggiavo il buchetto del culo, e devo dire che non mi ci volle troppo per renderlo disponibile ad essere penetrato.
Quando ormai era tutto pronto, lei mi disse, con l’aria più eroticamente sognante che si possa immaginare: “ dai tesoro… inculami… “.
Non me lo feci ripetere due volte e la penetrai con un solo colpo: lei cacciò un urlo, ma quando le chiesi se voleva che uscissi mi disse di no, e che anzi desiderava che io cominciassi a muovermi.
Incularla fu una cosa assolutamente fantastica: le dissi che, però, volevo venirle ancora una volta nella fica, e lei mi rispose che era anche quello il suo desiderio e che potevo uscire dal suo culo per rientrare nel suo corpo a pochi centimetri di distanza.
Dopo pochi minuti dall’averle affondato il cazzo nella fica le venni dentro in modo copioso, come uno che non scopa da mesi e che ha le palle rigonfie di sborra pronta ad esplodere.
Dopo essere venuto la presi in braccio e la portai in camera da letto e le dissi che quello era il suo regno incantato dove nessuno le avrebbe potuto fare del male: le dissi anche che quello era il regno del piacere e del sesso, fatto e goduto nei modi più strani, perversi, se così a lei andava, e nello stesso tempo dolci, come la regina del sesso poteva desiderare.
Il pomeriggio lo passammo a letto, a parlare del suo passato, di suo marito e della voglia che aveva di scappare da quell’uomo. Più tardi le proposi di andare a fare l’amore al mare, non in una casa ma proprio sulla spiaggia: lei mi rispose che ero un pazzo, ma poi accettò, dicendomi che voleva prima farsi una doccia bollente e solitaria, e poi prepararsi in modo adeguato.
Nel frattempo, io dovevo scegliere lo smalto per le unghie delle mani e dei piedi e il rossetto, e l’abbigliamento che la ragazza avrebbe dovuto indossare.
Per la serata che ci si prospettava scelsi il colore rosso scuro, perchè lo trovavo tremendamente erotico: quindi uscii di casa e andai a comprarle in una erboristeria una crema profumata al biancospino, e in un altro negozio acquistai degli stivali di vernice nera che arrivavano fino all’inguine, un reggiseno di pizzo nero push up, un tanga nero e delle calze autoreggenti, sempre nere, e che arrivassero all’altezza degli stivali.
Quando rientrai in casa lo spettacolo che mi si parò davanti fu sublime: Sam aveva acceso tutte le candele che avevo in casa e ed era già truccata. Volle che mi andassi a fare una doccia e che mi vestissi come lei aveva deciso per me; sul letto c’erano un paio di boxer, calze, un paio di jeans strappati, una camicia da sera e sopra mi dovevo mettere un giubbetto di pelle.
In bagno trovai il gel che anche la mia Sam si era messa nei capelli per acconciarseli in quel modo così sensuale.
Quando uscii dalla camera da letto Sam era lì ad aspettarmi, bella più che mai: indossava le cose che le avevo comprato. Sopra la biancheria intima si era messa un abitino di maglia nero e cortissimo, che le copriva solo il sedere: mi chiese di aiutarla ad indossare lo spolverino e così fummo pronti ad uscire di casa.
Non dicemmo una parola per tutto il viaggio.
La tensione erotica che ci avvolgeva non ci permise di dire assolutamente nulla. Aspettavamo solo di poter sfogare tutto il desiderio che avevamo l’uno nei confronti dell’altra.
Arrivati al mare, Sam ed io prenotammo un tavolo nel più romantico dei ristoranti e poi andammo a farci una prima passeggiata sulla spiaggia.
Ad un certo punto le dissi che avevo la mano destra fredda e che me la volevo riscaldare: prima l’appoggiai sotto lo spolverino e poi lentamente, molto lentamente, scesi fino al suo sedere, quindi tirai su il vestitino e cominciai ad accarezzarle le natiche; poi spostai il filo delle mutandine, e iniziai a titillarle il buchetto del culo.
Sam era come impazzita dal desiderio: lì vicino, ma non troppo al ristorante, si trovava un capanno di pescatori; entrammo, e lei volle che io la inculassi, e questa volta pretese che le venissi nel culo.
Prima lei mi regalò uno dei suoi mitici pompini, in modo che io avessi il cazzo duro e umido per penetrarla senza difficoltà: appena dentro di lei, presi anche a masturbarle la fica, e Sam perse completamente il controllo di se e iniziò ad avere continui orgasmi sempre più forti e dirompenti.
Il suo corpo era come impazzito dal desiderio, stravolto dalle mie attenzioni sempre più pressanti.
Quando le venni dentro i suoi orgasmi non si contavano più e una luce nuova le pervadeva lo sguardo sempre più luminoso e carico d’erotismo.
La sera al ristorante fu una sola e continua allusione al sesso e a quanto fosse bello scoparci.
Ad un certo momento le dissi che non ce la facevo più e che avevo un bisogno immediato di fare sesso: Sam mi disse che anche per lei valeva la stessa cosa e che sarebbe stato meglio pagare il conto, perché lei quel vestito di maglina non lo sopportava più e che lo voleva gettare via.
Usciti dal ristorante ci andammo a nascondere sotto una barca e lì le sfilai il vestitino di maglia e le strappai di dosso le mutandine, e quindi fu lei a spogliarmi: a quel punto iniziai a leccarle la fica fino a farla mugolare, poi le chiesi di farmi un pompino per agevolare la penetrazione del mio cazzo ormai teso e duro fino all’inverosimile.
Il cazzo, infatti, la penetrò senza difficoltà: una volta dentro cominciammo a muoverci e a godere di quei momenti così belli ed intensi.
Sam era un diavolo assatanato di sesso: completamente nuda uscì da sotto la barca e corse verso il capanno.
Io la raggiunsi, anche io nudo, e lì rifacemmo l’amore senza vergogna e senza pudore. Sam volle che la inculassi ancora, ed io la penetrai nel culo, con una dolcezza mai provata in quei due giorni in cui la libidine aveva raggiunto livelli inimmaginabili. Le venni dentro e lei ebbe vari violentissimi orgasmi, accentuati dal fatto che io le masturbavo di continuo la fica.
Più tardi l’accompagnai a casa e aspettai di sotto mentre lei infilava nel borsone le quattro cose che si era portata via quando era fuggita dal marito; poi l’accompagnai alla stazione, la portai al suo treno e con un grande sforzo me ne andai.
Non le dissi quanto i miei sentimenti per lei stessero diventando profondi e sinceri, non mi pareva il caso.
Sam mi disse che se mai fosse passata per la mia città mi sarebbe venuta a trovare per farci una rimpatriata, ma come sapevamo tutti e due non ci saremmo mai più rivisti.
Ma da lì a pochi giorni ricevetti una telefonata che risvegliò in me vecchie e nuove emozioni, e di cui appena possibile vi narrerò.
FINE
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Regalo di compleanno/3 (racconto di Diabolik1)
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IL VOYEUR (hard)
L’avevo adocchiata nella tenue penombra della sera incipiente, in quella magica ora in cui gli ultimi raggi del sole estivo sono spariti da un pezzo ed i lampioni stradali restano ancora spenti.
Seduto su una panchina del lungomare di Loutsa, mentre osservavo con sguardo distratto i turisti a passeggio, gli occhi mi erano scivolati improvvisamente su di lei.
I lunghi e lisci capelli neri, gli occhi incredibilmente azzurri, il viso cesellato e così attraente, una spessa catena di bigiotteria a circondarle il collo, un corto e attillato top nero a lasciarle scoperte parti della schiena e della pancia, pantaloncini di jeans ad evidenziarle le lunghe e tornite gambe nude, i sandali dal tacco alto a slanciarle meravigliosamente la figura.
Ventidue, ventitrè anni.
Non di più.
Bella e affascinante. A dir poco.
Forse una straniera.
Di certo una puttana alla ricerca del prossimo cliente.
Ero rimasto a guardarla con insistenza, studiandone le fattezze, cercando un qualunque difetto che potesse farmela apparire meno bella: l’avevo scrutata così a lungo che lei si era ovviamente accorta del mio sguardo, ricambiandomelo e valutandomi come un potenziale cliente.
La ragazza, però, non lo poteva sapere.
Ma con me sarebbe caduta male.
Erano ben altre le emozioni che stavo cercando in quel momento.
Era soltanto questione di attendere gli sviluppi di quella serata che, grazie a lei, si era fatta di colpo molto promettente.
Considerata la sua straordinaria bellezza, ero sicuro che l’attesa sarebbe stata breve.
E non mi sbagliavo, perché avevo dovuto aspettare solo pochi minuti.
I due, sulla trentina, elegantemente vestiti e di bell’aspetto, arrivavano con passo annoiato, lentamente, guardandosi attorno, alla evidente ricerca di quello che la ragazza poteva offrire loro.
E, infatti, giunti alla sua altezza, si erano fermati, rivolgendole subito la parola e intessendo con lei la trattativa sul prezzo della prestazione.
Dai sorrisi dei tre, avevo ben presto intuito come l’accordo tra loro fosse stato rapidamente raggiunto.
Alzandomi dalla panchina, mi ero dunque diretto verso la mia auto, parcheggiata poche decine di metri più indietro.
Quindi, seduto al volante, avevo atteso le loro successive mosse.
Erano passati solo un paio di minuti, quando i tre si erano avviati sul marciapiede del lungomare, la ragazza in mezzo ai due uomini: misi in moto e lentamente presi a seguirli, gli occhi sul fondoschiena ancheggiante e provocante della donna.
Nel momento in cui, finalmente, li vidi salire sull’auto dei due uomini, capii all’istante che la meta più probabile sarebbe stata la vicina pineta di Klepa, un luogo di certo isolato a quell’ora della sera per quello che i tre avevano in animo di fare, e perfetto per quello che, invece, avevo in mente io.
Lasciai che un paio d’auto s’interponessero tra la mia e la loro, e presi a seguirli.
La pineta di Klepa era a solo due chilometri di distanza dal lungomare, ed in pochi minuti eravamo già arrivati. Li osservai parcheggiare in uno spiazzo, scendere dalla macchina e quindi inoltrarsi nel bosco, fino a scomparire nella fitta vegetazione.
Superai la loro auto ferma e, duecento metri dopo, accostai sul margine della strada, inoltrandomi di qualche metro tra i pini, e celando così quasi completamente la mia macchina agli sguardi dei passanti: scesi, chiusi le portiere, e m’infilai tra i cespugli, tornando silenziosamente indietro.
La luce del giorno era ormai scarsa e, nel bosco, le ombre si allungavano ogni istante di più, ma conoscevo la zona come le mie tasche, vista la mia assidua frequentazione di quei luoghi, e non avevo alcuna difficoltà a muovermi e ad orientarmi.
Facendo estrema attenzione mi avvicinai furtivamente alla zona in cui presumevo i tre si fossero diretti; e, infatti, ben presto la voce di uno dei due uomini, anche se solamente per un attimo, mi giunse in modo chiaro alle orecchie.
Ora sapevo esattamente dove dirigermi.
Raddoppiando le precauzioni, e cercando di evitare qualsiasi rumore che potesse metterli in allarme, giunsi alla fine a vederli, in tempo per godermi lo spettacolo che stava per andare in scena.
I due uomini e la ragazza si erano appartati in una piccola radura, circondata quasi su ogni lato da fittissimi cespugli spinosi; muovendomi con circospezione, mi appostai, a loro insaputa, a non più di cinque metri dalla donna e dai suoi due clienti.
Anche se la luce non era delle migliori, quella posizione mi consentiva di vedere più che a sufficienza il gioco che i tre avevano preso a fare.
I due uomini si trovavano in piedi, i pantaloni abbassati alle caviglie, i cazzi in erezione e protesi verso la donna: lei, in ginocchio tra loro, il top nero rialzato a scoprirle i seni abbondanti e dai larghi capezzoli rosa, impugnava le due verghe, carezzandole e lisciandole con le dita dalle lunghe unghie senza smalto.
Tra il frinire dei grilli, mi giungevano i primi sospiri e gemiti di piacere dei suoi due clienti.
Le mani della ragazza scivolavano esperte ed erotiche sulle erezioni, solleticando le cappelle con delicatezza e sfiorando i testicoli rigonfi, in un andirivieni tremendamente sensuale e lussurioso.
Silenziosamente mi aprii i pantaloni, liberai il pene, duro e fremente per la crescente eccitazione, e presi a masturbarmi, gli occhi incollati a quelle dita fatate al lavoro su quei due cazzi.
I secondi che passavano mi sembravano interminabili, nella spasmodica attesa che la ragazza si spingesse più oltre.
Finalmente, e quando la mia eiaculazione già premeva impetuosa per esplodere, la vidi accostare le labbra ad uno dei due cazzi, sfiorarne la cappella con la punta della lingua, sempre impugnando saldamente i due membri tesi allo spasimo.
Quando avevo visto la ragazza per la prima volta sul lungomare, naturalmente avevo sperato di assistere ad un qualcosa d’eccitante, ma quello che i miei occhi vedevano in quel momento andava oltre la più rosea delle speranze.
Le labbra circondarono la cappella, ed una buona metà del cazzo dell’uomo sparì nella bocca della ragazza.
La vidi iniziare a succhiare abilmente quel palo di carne che le scivolava tra le labbra, strappando intensi mugolii di piacere all’uomo che riceveva quelle splendide attenzioni, mentre l’altro, anch’esso eccitato al parossismo, si accontentava ancora del caldo contatto con la mano della donna.
Il pompino non durò a lungo: sfilandosi il pene dalla bocca, la donna voltò il viso verso la sua sinistra e, con un unico e fluido movimento, ingoiò il secondo cazzo, riservandogli da subito le stesse cure elargite al primo.
Accelerando il ritmo della sega, schizzai violentemente sugli aghi di pino che ricoprivano il terreno, godendo in maniera straordinariamente intensa.
Con il petto ansante rimasi ad osservare quella fantastica bocca al lavoro.
Ora la ragazza passava di continuo da un cazzo all’altro, riempiendosi completamente la bocca di quelle carni frementi, e conducendo, in modo inesorabile, i due uomini verso l’orgasmo.
Ad un tratto la vidi accostare entrambe le cappelle alle sue labbra, per poi leccarle contemporaneamente, le mani strette a pugno sulle aste sensibili.
Sollecitati da quella favolosa bocca, i due uomini vennero quasi contemporaneamente, gridando senza ritegno il loro piacere, e inondandole il viso con i loro getti densi e bollenti.
Nella quasi totale oscurità della sera, lo sperma bianco, che colava dalle labbra e sulle guance della ragazza, aveva assunto una tonalità così chiara da apparire quasi fosforescente, rendendo indimenticabile quell’erotica immagine ai miei attenti occhi.
Con estrema cautela mi allontanai dal mio posto d’osservazione, tornando silenziosamente alla mia auto.
Mentre tornavo verso casa, mi congratulai con me stesso per l’ottima scelta che avevo fatto: alla fine si era rivelata essere una serata eccezionale, una di quelle serate da incorniciare nel personalissimo album di ricordi della mia vita da voyeur.
FINE
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IL VOYEUR (hard)
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SEXY DREAMS – 4th (hard)
Quando, solamente tre ore fa, sono arrivato con la macchina al parcheggio del motel, lei si era appena registrata alla reception, e, tenendo in mano le chiavi della camera che le era stata assegnata, era passata davanti a me.
Io l’avevo guardata con interesse, e anche lei non mi aveva di certo ignorato, ricambiando il mio sguardo senza alcun imbarazzo.
Con passo sicuro e andatura elegante, un nero borsone da viaggio nella destra, la coda di capelli biondi ondeggiante sulla schiena, la donna si era diretta alla porta della camera a lei riservata, aprendola rapidamente e sparendovi in un attimo all’interno.
Una donna veramente attraente, avevo subito pensato, mentre anch’io mi registravo per la notte, ancora ignaro degli straordinari sviluppi di quell’insolita serata.
La mia camera era tre porte dopo la sua.
Il tempo di una rapida doccia ed un altrettanto veloce cambio d’abiti, ed ero uscito alla ricerca di qualcosa da mettere sotto i denti.
Cento metri dopo il motel, lungo la grande strada statale, l’insegna illuminata di una rosticceria mi aveva immediatamente attirato: esattamente come una farfalla notturna è attratta dalla luce di un lampione.
Avevo aperto la porta del locale e…
E lei era lì, in un tavolo d’angolo, nell’attesa di essere servita.
Per la seconda volta in quella serata i nostri sguardi si erano incrociati all’istante, gli occhi dell’uno magneticamente attratti da quelli dell’altra.
Il locale era in pratica deserto, a parte un paio di tavoli occupati da camionisti di passaggio e diretti verso l’ancora lontana Salonicco.
Senza alcun’incertezza, mi ero diretto verso il tavolo occupato della donna, scostando la sedia e sedendomi di fronte a lei.
In silenzio c’eravamo guardati per lunghi istanti, e nei suoi occhi avevo letto la mia stessa curiosità ed il mio stesso desiderio.
Un’attrazione reciproca.
Di questo si trattava, dunque.
Un’attrazione fisica improvvisa, tanto irrazionale quanto irrefrenabile.
Avevamo quindi mangiato, quasi in assoluto silenzio, le poche frasi intessute di banalità: ma gli occhi… i nostri occhi non si erano lasciati un attimo soltanto, iniziando loro a fare l’amore prima dei nostri corpi frementi.
Dopo la cena, lei era venuta direttamente in camera mia, come si trattasse della cosa più logica e scontata.
Avevo chiuso a chiave la porta della camera, l’avevo baciata inebriandomi del suo profumo, e l’avevo lentamente spogliata, scoprendo un corpo di una grazia e di un’armonia assolutamente fuori del comune.
Quindi l’avevo accarezzata a lungo, riempiendomi le mani della sua pelle liscia e vellutata.
Alla fine era stata lei stessa a togliermi gli abiti, restituendomi tutte le carezze che io le avevo appena regalato.
Completamente nudi, eravamo crollati sul letto, travolti dalla passione e dal desiderio: in un attimo ero entrato in lei, penetrandola e riempiendola della mia eccitazione e della mia voglia di sesso.
Avevamo scopato a lungo, in una girandola di sensazioni e di posizioni, in un’esplosione continua d’orgasmi senza fine.
Ora, seduto su questo consunto e vetusto divano, dall’improponibile color aragosta, la schiena comodamente appoggiata alla spalliera e le gambe divaricate, la osservo con compiacimento, meravigliandomi ancora una volta del suo splendido corpo.
Siamo entrambi ancora completamente nudi.
Lei è sdraiata accanto a me, distesa sull’altra seduta del divano, le gambe appoggiate di traverso sulle mie: la bottiglia di vino gelato che avevo comprato prima di uscire dalla rosticceria è quasi vuota, ed i bicchieri sono appoggiati sul pavimento.
Nuda, rilassata, e così abbandonata dopo il sesso appena consumato, lei è semplicemente stupenda.
E la sola vista del suo sensuale corpo mi accende ancora una volta il desiderio.
Ho il cazzo nuovamente in erezione, così duro e pulsante come non mi succedeva da troppo tempo.
Sento ancora un’incontenibile voglia di lei, di sdraiarmi e di perdermi su quel corpo invitante che sembra solo aspettarmi.
Faccio scorrere gli occhi su di lei, gettando altra benzina sul fuoco ardente del desiderio.
I biondi capelli, ora sciolti, le incorniciano il volto dai tratti regolari, quasi cesellati dalla mano di un artista: gli occhi, grigi e profondi, le labbra, piene e sensuali, a circondare denti piccoli e così meravigliosamente candidi.
I lunghi orecchini dorati che terminano in un ciondolo azzurro, lo stesso ciondolo della collana che lei indossa: sembra essere quasi una pallina azzurra, che ora è appoggiata nell’incavo tra i generosi seni.
La sua mano sinistra è abbandonata sul divano: una mano elegante, dalle dita snelle e dalle lunghe unghie laccate di rosso molto scuro.
La destra, invece, circonda delicatamente un seno, mentre le dita pizzicano in modo malizioso il capezzolo eretto.
Scendo con lo sguardo lungo il suo corpo, sul ventre e sulla fica, appena velata da una rada peluria chiara: per un attimo penso di masturbarmi di fronte a lei, eccitandomi al solo guardarla.
Godrei intensamente, affascinato e turbato dalla sua bellezza.
Ma è il pensiero di un solo istante.
Perché è lei che vuole continuare a donarmi il piacere.
La vedo muovere le gambe: le sue cosce si allargano, mostrandomi il sesso aperto e grondante d’umori, mentre, dalle ginocchia in giù, le gambe si piegano e tornano ad avvicinarsi, fino a che i suoi piedi mi abbracciano il cazzo, in una stretta leggera e di un erotismo sconvolgente.
Ora la sua mano ha lasciato il seno, è scesa al sesso che sembra offrirsi ancora più invitante di prima, e l’indice ha preso a premere sul clitoride, con delicatezza ma senza esitazione.
Immediatamente il suo respiro torna a farsi affannoso, carico di desiderio e di libidine.
I suoi piedi sono bellissimi: affascinanti e seducenti, mi accarezzano, e quello smalto rosso così scuro, lo stesso che ha sulle unghie delle mani, e che contrasta meravigliosamente con il rosa della pelle del mio cazzo, è l’ultimo tocco che mi proietta verso il delirio finale.
Volto il viso e inizio a leccarle il ginocchio, e con la mano le accarezzo il seno.
Mentre lei si masturba, i suoi piedi scivolano esperti sul mio pene fremente, scappellandomelo sempre più a fondo, gli alluci a strofinarmi la pelle sensibile della punta.
La vedo sussultare all’intima carezza della sua mano sulla fica, preda dell’ennesimo orgasmo di quell’incredibile notte.
I piedi hanno aumentato il ritmo, masturbandomi deliziosamente: provo a resistere, ma ben presto capitolo di fronte a quel dolce supplizio.
Dalla punta del mio cazzo esplode tutta la mia eccitazione, in un fiotto di sperma, denso, bianco e bollente, e che cola eroticamente sulle dita e sulle unghie di quei due piedi da favola.
Senza fiato, svuotato d’ogni energia, resto immobile ad osservare le sue fantastiche estremità, ancora strette attorno al mio cazzo.
Mi porto un suo piede alla bocca e inizio a leccarle le dita, lentamente, accuratamente, ripulendo del mio sperma le sue unghie laccate; e, solo in quel momento di folle passione, mi accorgo di non conoscere nemmeno il nome di questa splendida creatura, meravigliosa ed unica amante di una notte qualunque.
FINE
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SEXY DREAMS – 4th (hard)
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SEXY DREAMS – 5th (hard)
Fino a quel momento la festa si era rivelata mortalmente noiosa, e non avevo più alcuna speranza che la serata potesse cambiare in meglio.
Gli invitati, quasi tutti colleghi dell’ufficio dove da anni io lavoravo, avevano fatto a gara per renderla la più classica ed ammorbante delle feste aziendali, non smettendo un solo minuto di parlare del lavoro o di spettegolare sul collega che, povero disgraziato, proprio in quell’istante si era allontanato per andare a prendersi da bere, o magari della collega che si era andata a chiudere nel bagno per rifarsi il trucco.
Malignità e maldicenze, battute pesanti e di pessimo gusto, cattiverie in quantità industriale, e quel falso senso d’allegria che in quelle occasioni sembrava non poter mai mancare.
Insomma, mi ero pentito quasi subito dall’aver accettato l’invito a quella riunione di emeriti cazzari e di idiote segretarie tirate a lucido, neanche fosse quello il ballo delle debuttanti.
D’altronde, a Patrasso c’illudiamo di essere cittadini evoluti e smaliziati, ma, in realtà, siamo più gretti e ignoranti dei contadini che vivono nel più sperduto paese del Peloponneso.
Quell’invito, però, non avevo potuto proprio evitarlo: la festa era stata organizzata dal mio collega di stanza, che voleva festeggiare (udite ! udite !) nientemeno che i dieci anni di matrimonio con quell’arpia segaligna e antipatica della moglie.
Ma questi erano affari suoi: se l’era sposata e ora se la teneva, volente o nolente.
Contento lui…
Di certo, però, si sarebbe offeso se proprio io avessi declinato quell’invito.
E la pacifica convivenza, in un ufficio, è alla base della stessa sopravvivenza impiegatizia.
- Una gran noia, vero ? -
Agnes era la segretaria personale di uno dei direttori più importanti dell’area tecnica.
Era pur vero che entrambi lavoravamo da tempo nella stessa azienda, operando, però, in settori completamente diversi: di conseguenza non avevo molta familiarità con la donna che mi stava rivolgendo la parola.
Le rarissime volte che c’era capitato di mangiare insieme alla mensa, allo stesso tavolo, la nostra conversazione era rimasta sempre a livelli di estrema formalità, non addentrandosi mai in confidenze particolarmente intime.
Insomma, fra noi non vi era una particolare conoscenza.
- Già… una vera e propria serata a dir poco ammorbante… – le risposi, azzannando l’ennesima tartina al salmone.
Agnes era sicuramente oltre la quarantina, dunque non più giovanissima, anche se bisognava riconoscere che la donna portava magnificamente la sua età.
Sposata con un pilota dell’Olympic, Agnes lavorava nell’azienda da moltissimi anni, e da sei era diventata segretaria personale di quell’alto dirigente di cui vi accennavo prima.
Malgrado lei avesse almeno una decina d’anni più di me, da un punto di vista fisico la donna non mi era di certo indifferente: notevolmente più alta della media, aveva un corpo slanciato e dalle forme decisamente provocanti, permeato di un fascino latente, quell’erotismo che solo le belle donne di una certa età possono irradiare.
L’unica parte di lei che non mi faceva impazzire, e che consideravo non proprio all’altezza del resto, era il suo viso, dalla forma un pò troppo allungata e dalla bocca eccessivamente grande.
I lunghi e lisci capelli castani le ricadevano sulle spalle, accentuando, se possibile, le caratteristiche così particolari del suo volto.
Nel complesso, però, la donna non passava di certo inosservata, e considerandone anche l’età, non era difficile ammettere che desse dei punti a molte delle più giovani e intraprendenti colleghe.
Fu così che rimasi ad osservarla, forse per la prima volta con maggiore attenzione, mentre sorseggiava il bicchiere pieno di succo d’arancia che teneva nella mano, una mano dalle dita ornate di anelli e dalle lunghe unghie smaltate di un rosso scurissimo.
- Non partecipi anche tu alla fiera del pettegolezzo ? – le chiesi, guardando la confusione che ci circondava.
- No… grazie… sopporto già a fatica tutti quelli che girano in ufficio tutto il giorno… adesso, poi… che sono quasi tutti ubriachi… -.
- Già… in effetti potresti anche togliere il quasi… tra poco vedremo qualcuno addormentarsi su un divano… -.
- Senti… ti va di fare un giro in giardino ? Ho le orecchie che mi dolgono per tutto questo vociare senza senso… -.
- Perché no ? – le risposi, contento di potermi allontanare per qualche minuto dal vuoto pneumatico di quella festa.
Uscimmo da una delle grandi portefinestre che davano sull’ampia veranda della casa del mio collega
Ci trovavamo in un quartiere periferico di Patrasso, e le ville, anche se non particolarmente grandi, erano però circondate da un ampio giardino.
Agnes camminava davanti a me, e le forme del suo corpo calamitavano in modo indiscutibile tutta la mia attenzione.
La donna indossava un pantalone blu di cotone leggero ed un top bianco, che le lasciava interamente scoperte le spalle: sandali neri dal tacco alto ne slanciavano divinamente la sensuale figura.
Forse, in altre occasioni, non mi sarei attardato a guardarla con così grande interesse, anche in considerazione del fatto che lei era notevolmente più grande di me, e molto di rado mi era successo di provare un qualche interesse per donne che avessero superato la quarantina.
Ma quella sera, complice la monotonia di quella dannata festa, i miei occhi erano magneticamente attratti da quella seducente signora.
Scendemmo i gradini della veranda e c’inoltrammo nel grande giardino: mi ricordai che qualcuno mi aveva detto che si estendeva per oltre duemila metri quadrati attorno alla casa.
Appassionati di giardinaggio, il mio collega e la moglie avevano creato un vero e proprio parco, con tratti di prato verdissimo, cespugli di fiori colorati e alberi d’alto fusto.
Era un giardino da vivere di giorno, perché a quell’ora della sera risultava essere troppo buio, a parte la zona circostante la casa, che veniva illuminata dalle luci della stessa e da alcuni bassi lampioncini.
Mi affiancai ad Agnes, e ci avviammo sul prato, l’aria fresca della sera a stemperare il caldo dell’interno della casa, raggiungendo, dopo poche decine di metri, i primi alberi di quello che voleva essere un piccolo boschetto.
Mi accesi una sigaretta, rischiarando così la fitta oscurità che in quel momento ci circondava.
- Quanto pensi che andrà avanti ancora la festa ? – mi chiese Agnes, inoltrandosi sotto gli alberi e tra i rigogliosi cespugli di sempreverdi.
- Sicuramente ancora troppo per i miei gusti – le dissi, soffiando via il fumo e la nicotina.
Adesso ci trovavamo ad una settantina di metri dalla casa, ed i rumori ci giungevano finalmente più attutiti, sostituiti, in gran parte, dal debole fruscio delle foglie, agitate da una lieve brezza notturna.
Dietro un fitto cespuglio di rose, in un angolo, intravidi la forma di una panchina in legno.
- Vieni… mettiamoci seduti un istante… – le proposi, avviandomi in quella direzione.
Lei mi seguì senza parlare, i suoi sandali che facevano scricchiolare le foglie cadute in terra.
Il buio che ci circondava era pressoché assoluto.
Schiacciai il mozzicone sotto la suola della scarpa e… improvvisamente mi accorsi della vicinanza di Agnes.
Potrà apparire curioso, ma fino a quel momento non avevo avvertito come la situazione si fosse fatta, d’un tratto, notevolmente imbarazzante.
Da soli, al buio, seduti su quella panchina nascosta, Agnes ed io sembravamo proprio una coppietta alla ricerca di un posto dove…
Sentii la mano di Agnes sfiorarmi una coscia.
Sorpreso da quella sua iniziativa, mi voltai a guardarla.
I miei occhi si erano finalmente abituati all’oscurità, e quello che mi era sembrato come un buio impenetrabile fino a poco prima, ora mi appariva come una gradevole e complice penombra.
- Agnes, io… -.
Le mie parole furono interrotte dal contatto delle sue morbide labbra, che mi baciarono, dapprima esitanti, poi con sempre maggior trasporto.
Quella che avevo al mio fianco era una donna non più giovane, certo, ma ancora bellissima e affascinante, e la mia reazione a quella sua chiara proposta fu immediata: ricambiai, e senza indugi, il suo inatteso bacio.
Quando le nostre labbra alla fine si staccarono, senza la necessità di dire una sola parola, ci alzammo dalla panchina e, rapidamente, io le abbassai il top, scoprendole le tette, grandi e dai larghi capezzoli, e ancora sicuramente toniche per la sua non più giovane età.
Le accarezzai per alcuni lunghi secondi, indugiando sensualmente con le mani sulla sua pelle, fino a quando i capezzoli si inturgidirono, mostrandomi, se mai ce ne fosse stato bisogno, lo stato di estrema eccitazione di Agnes.
Mentre i rumori della festa mi giungevano sempre più lontani e indistinti, mi appoggiai con la schiena al tronco di una quercia che si trovava lì accanto.
Cercai di attirare a me la donna, afferrandola per la vita, con l’intenzione di riprendere a baciarla e di godere del contatto con quelle sue morbide e sensuali labbra.
Ma Agnes era di tutt’altro avviso: inginocchiandosi di fronte a me, iniziò ad allentarmi la cinta dei pantaloni, fissandomi in volto con sguardo torbido e occhi maliziosi.
Nella poca luce, che debolmente rischiarava quella parvenza di bosco nella quale ci trovavamo, riuscivo però a vedere i movimenti delle sue mani, belle ed eleganti, dalle dita snelle e dalle lunghe unghie laccate di quella scura tonalità di smalto rosso che, a causa della scarsa illuminazione, mi dava l’impressione di essere quasi nero.
Con gesti abili e decisi, Agnes mi sbottonò i pantaloni, facendomeli scivolare, insieme ai boxer, all’altezza delle ginocchia: quindi, sospirando eccitata, lasciò vagare le mani sulla mia erezione, spasmodicamente protesa verso di lei, lisciandomi la verga e palpandomi i testicoli.
Il solo contatto delle sue dita mi aveva fatto rabbrividire e sussultare di piacere: socchiusi gli occhi, godendomi le sue meravigliose e delicate carezze.
Agnes iniziò a masturbarmi, in maniera lenta ed esasperante: sapeva usare le mani in modo fantastico, sfiorando abilmente i punti più sensibili del mio cazzo, dimostrandomi quanto lei fosse una donna esperta e smaliziata.
Ripensai a quello che si diceva di lei in ufficio, di quanto Agnes apparisse schiva ed estremamente seria agli occhi dei colleghi, di come si mormorasse che nessuno ci avesse mai provato veramente proprio per quel suo carattere freddo e un pò scontroso: sotto quella parvenza di distacco, però, ardeva intenso il fuoco della passione, come la situazione in cui mi ero venuto a trovare ampiamente dimostrava.
Tutti quei miei pensieri vennero spazzati via nel momento stesso in cui la bocca della donna s’impossessò della mia cappella.
Sentii le sue soffici labbra schiudersi e scivolare bollenti sulla mia carne, prendendo a succhiarmi l’asta in maniera divina.
Una mano posata sui miei testicoli, la bocca di Agnes iniziò quello che poi si sarebbe rivelato il miglior pompino che una donna mi avesse mai fatto.
Di tanto in tanto la vedevo sfilarselo dalla bocca, per farselo scorrere lungo la pelle delle guance, alternando questo erotico trattamento con sapienti carezze della lingua, e con torride leccate della cappella, strappandomi ansiti e sospiri sempre crescenti.
Le labbra di Agnes mi trascinarono in paradiso, istante dopo istante, scatenando in me un vero e proprio delirio dei sensi.
Tutto si era verificato in maniera così rapida e inaspettata che le mie deboli difese ne risultarono travolte: sentii l’orgasmo salire irrefrenabile, mentre gli occhi di Agnes si fissavano nei miei, quasi a non voler perdere un solo istante della mia esplosiva eccitazione.
L’ultimo e fugace pensiero che mi attraversò la mente, prima di abbandonarmi definitivamente alla sua bocca ed alle sue mani, fu d’assoluta meraviglia per quanto lei fosse erotica ed affascinante in quel momento, in ginocchio davanti a me, il mio cazzo nella sua bocca, la pelle chiara del suo seno che debolmente risaltava nell’oscurità.
Nel momento in cui schizzai tutto il mio orgasmo, Agnes si sfilò il pene dalla bocca, lasciandovi però le labbra posate sensualmente sulla cappella: con la mano mi strinse il pene e accelerò il movimento, masturbandomi divinamente.
Esplosi la mia eiaculazione in lunghi e bianchi schizzi, inondandole le labbra ed il mento: lo sperma, denso e caldo, iniziò a colarle sui seni ed Agnes, preda di un’eccitazione senza confini, con le sue erotiche mani se lo spalmò sulla pelle, regalandomi un’ultima e straordinariamente eccitante immagine di quella serata indimenticabile…
Sono tre anni che Agnes ed io, all’insaputa di tutti i colleghi dell’azienda, e ovviamente anche del marito di lei, spesso assente per qualche volo all’altro capo del mondo, siamo diventati amanti.
Il nostro rapporto si basa esclusivamente sul sesso, che ci regaliamo senza inibizioni e in assoluta complicità; il fatto che Agnes si avvii verso i cinquanta contribuisce, ai miei occhi, ad accrescere ancor di più il mio desiderio di lei.
E, a volerla dire tutta fino in fondo, è stata Agnes a farmi conoscere i più remoti luoghi della lussuria, i giochi erotici più intriganti e coinvolgenti, e le fantasie sessuali più estreme ed appaganti.
Credo proprio che a questo punto della mia vita, io non potrei fare a meno di lei, e tanto meno della sua dirompente ed eccezionale carica erotica.
FINE
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SEXY DREAMS – 5th (hard)
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I FREDDI RAGGI DEL SOLE – capitolo 03
Monastero di Clusy (Alpi francesi) – 24 ottobre 1981
Questa notte è caduta la prima neve dell’inverno.
Sento il vento ululare all’esterno, e spifferi di aria gelida s’insinuano in questa piccola stanzetta che i frati mi hanno concesso di occupare sin da quei giorni in cui arrivai al convento.
Quando giunsi qui con l’ancora sfavillante Mercedes, ultimo ricordo che avevo portato con me di quella vita scellerata, sedici anni or sono, era mia intenzione fermarmi per qualche settimana, al massimo qualche mese, per cercare di superare, nel silenzio di queste montagne, la terribile crisi esistenziale che stavo vivendo.
I frati mi accolsero benevolmente nella loro comunità, chiedendomi solamente di adeguarmi e di rispettare le loro regole e le loro abitudini, e di non turbare, con la mia presenza, la loro vita di meditazione dedicata interamente al Signore.
Ogni giorno che trascorreva mi dicevo che era giunto il momento di partire, di non approfittare oltre dell’ospitalità che mi era stata così caritatevolmente concessa: io, un peccatore, e che peccatore, tra quei santi e venerabili uomini, ecco come mi sentivo in quei lontani giorni.
Ma poi, ogni mattina rinviavo la mia partenza, anche per le cortesi insistenze a rimanere di quella piccola comunità che mi stava ospitando, ma soprattutto perché non sapevo proprio dove altro sarei potuto andare.
E così i giorni divennero settimane, poi mesi, e infine si trasformarono in anni.
Pur non essendo io un frate, di fatto sono diventato uno di loro: lavoro per il monastero, partecipo a tutte le funzioni religiose a cui, da laico, mi è concesso di presenziare, e vivo la mia vita rispettando gli orari e le consuetudini dell’intero convento.
Frate Liborio, uomo gioviale e d’animo straordinariamente caritatevole, mi ha soprannominato “quasifrate Aris”.
Questo simpatico soprannome mi fa sentire ancor più parte di questa comunità.
Ormai dal Monastero di Clusy non andrò più via.
Solo la morte mi strapperà a queste mura sperdute tra le vette alpine.
Ho trovato qui il mio rifugio terreno.
Atene (Grecia) – 26 settembre 1965
Erano ormai sette anni, precisamente dal 1958, anno in cui avevo inciso il mio primo quarantacinque giri, che dominavo le classifiche di vendita dei dischi, e per un ex-impiegato di banca, nemmeno troppo brillante sul lavoro, e che un tempo cantava solo per divertimento nelle serate trascorse con gli amici, era stato un bel passo in avanti.
Potrei raccontarvi che come cantante ero bravissimo, che la mia prestanza fisica era decisamente superiore alla media, che il mio fascino di uomo tenebroso ammaliava la quasi totalità delle donne, che la mia voce era unica ed indimenticabile: e sarebbe tutto vero, assolutamente vero, e non starei certo mentendo su alcuna cosa, perché quella era la sacrosanta verità.
Quello era Aris Theopulos, il grande cantante.
Un uomo che si era fatto dal nulla, passando dall’anonimato di una vita da travet alla notorietà del personaggio da copertina, da una condizione economica tranquilla e modesta ad una ricchezza ai più sconosciuta, da una vita regolare e spesso monotona ad un’esistenza sregolata e piena di eccessi.
Potrei dirvi che mi ero conquistato la celebrità e la fama solo con il lavoro e lo spirito di sacrificio, dedicando tutto me stesso al raggiungimento di quel traguardo finale che mi ero prefisso: il successo.
Potrei raccontarvi mille altre cose per sottolineare le mie straordinarie capacità.
E sarebbe tutto assolutamente vero.
Ma in realtà, scavando al di sotto della superficie, ero stato anche molto fortunato.
Il mondo è sempre stato affollato, oggi come allora, di persone dotate di abilità eccezionali, fuori della norma, indiscutibilmente versate nel campo artistico, e in quello canoro in modo particolare.
Ma per raggiungere il successo, quello vero, quello che ti cambia la vita in modo definitivo, non sono di certo sufficienti soltanto il talento e l’abilità: occorre anche una buona dose di fortuna, e che il destino ti sia favorevole e benevolo, come il trovarsi al posto giusto nel momento giusto o incontrare le persone che ti guideranno per mano verso l’apice della notorietà, che ti insegnino, passo dopo passo, a scalare il successo, persone il cui conto in banca si accrescerà a dismisura solamente se riusciranno a fare di te una perfetta e oliata macchina da soldi.
E, nel mio caso, nella mia impetuosa crescita artistica, il concorso casuale e fortuito di tutti questi fattori messi insieme aveva contribuito in maniera decisiva alla nascita e all’affermazione del fenomeno musicale che era divenuto, in quegli anni, Aris Theopulos.
Quando, nel corso della nostra esistenza, ci accade qualche avvenimento improvviso e assolutamente inaspettato, molto di frequente si tratta di un evento traumatico, doloroso, un qualcosa che trasforma, in maniera radicale ed irreversibile, il tranquillo scorrere della vita in un qualcosa di certamente peggiore.
Può trattarsi di un incidente. O magari di una malattia. O ancora di un lutto in famiglia.
E’ raro, molto raro, che ci accada un qualcosa di così incredibilmente sconvolgente da rivoluzionare, ma in positivo, il nostro futuro.
Certo, a qualcuno di noi capita pure di vincere alla lotteria, di diventare miliardario e di risolvere tutti i problemi quotidiani della vita: ma la nostra esistenza tende a riservare, per lo più, sgradite sorprese.
Ma ad Aris Theopulos era accaduto di vincere una lotteria molto particolare, quella con i premi più ricchi ed ambiti: Aris Theopulos, con le sue canzoni, aveva letteralmente sbancato la lotteria del successo, della fama e della ricchezza.
Il biglietto vincente di quella lotteria lo avevo staccato ad una festa organizzata in onore della figlia di uno dei più alti dirigenti della banca presso la quale lavoravo da alcuni anni, festa nel corso della quale la ragazza avrebbe annunciato il suo prossimo matrimonio: al padre della futura sposa serviva un cantante dilettante che intrattenesse gli ospiti, sia durante che dopo la cena.
In ufficio tutti erano a conoscenza della mia passione per la musica e per il canto, a tal punto che un collega, a mia insaputa, aveva fatto giungere il mio nome a quell’alto dirigente che doveva organizzare quella serata per lui così importante.
Per farla breve, questo intraprendente collega mi fece una tale pubblicità che il giorno stesso fui convocato nell’ufficio del dirigente, dove mi fu chiesto se avessi voluto esibirmi in quella particolare circostanza; anche se assolutamente sbalordito per quella inattesa proposta, accettai però prontamente di cantare a quella festa, rifiutando per di più qualsiasi compenso in denaro, che pure mi fu generosamente offerto a più riprese.
Potrà sembrare strano, ma ero talmente contento ed eccitato all’idea di cantare in pubblico, anche se solamente di fronte ad un centinaio di persone, che quel giorno non avrei accettato soldi per nessun motivo al mondo.
La musica è sempre stata parte integrante della mia vita.
Sin da bambino, le note musicali erano state la mia più grande passione: alle lezioni a scuola e ai compiti a casa preferivo, e di gran lunga, perdermi per ore tra gli spartiti, con comprensibile preoccupazione da parte dei miei genitori, che si ritrovavano a rigirarsi tra le mani, anno dopo anno, pagelle con votazioni drammaticamente scarse.
Malgrado i disperati tentativi di mio padre e di mia madre, tra lusinghe e minacce, io continuai ad assecondare quella mia passione, dedicando sempre più tempo alla musica, e trascurando alla grande la geografia e la matematica.
Alla fine i miei genitori se ne fecero una ragione, e, sia pure a malincuore, si rassegnarono ad un figlio perso nel suo mondo di svolazzanti note musicali.
In conseguenza a tutto ciò, nei giorni di cui vado narrando, visti i miei trascorsi, e malgrado lavorassi a tempo pieno in un ufficio e di tempo libero ne avessi ben poco, suonavo perfettamente chitarra e pianoforte, cantavo, per me e per pochi amici, e scrivevo musica e testi di canzoni che mai e poi mai avrei pensato in futuro potessero riscuotere un così grande successo.
Ero convintissimo che il tutto restasse per sempre una mia passione, un hobby come tanti altri ve ne sono e nient’altro.
Per cui, quel giorno che doveva a posteriori rappresentare la svolta della mia vita, accettai di cantare a quella festa perché l’idea mi divertiva e solleticava il mio ego, ma anche perché il compiacere uno dei miei diretti superiori mi sarebbe potuto tornare utile in futuro, magari in un avanzamento di carriera all’interno della banca stessa.
Una motivazione come un’altra, in effetti, anche se non propriamente nobile e disinteressata.
Ovviamente, abituato a cantare e suonare da solo o per qualche compagnia ristretta di conoscenti, ricordo perfettamente che la sera della festa m’impegnai in modo particolare, cercando di mettercela tutta per dare il meglio di me stesso, per evitare critiche e brutte figure, e ciò contribuì in modo decisivo a fare la mia fortuna.
Fra i tanti invitati a quella serata, tutte persone di quella parte di Atene ricca e alla moda, vi era anche Mavros Logotethis, il più importante produttore discografico della Grecia di allora.
Dopo aver suonato e cantato tutte le canzoni internazionali che furoreggiavano in quegli anni, creando la colonna sonora ideale per far ballare e divertire tutti gli ospiti, mi feci coraggio e iniziai a proporre i testi e le musiche che avevo scritto io nel corso degli anni, e che nessuno, di fatto, aveva mai ascoltato.
Emozionato, dopo la prima canzone ne cantai una seconda, e quindi una terza in rapida successione.
Visto che nessuno protestava per questo cambio di genere (dal rock internazionale al melodico greco), invece di ritornare alle canzoni più conosciute, con una buona dose d’incoscienza, continuai a cantare le mie.
Non tornai più, di fatto, alle musiche ed ai testi scritti da altri: conclusi la serata sfoggiando, con sempre maggior sicurezza e disinvoltura, l’intero mio repertorio.
Per farla breve, Mavros Logotethis mi ascoltò attentamente cantare e, una settimana dopo quella fortunata serata, avevo già firmato il mio primo contratto con la sua società.
E sei mesi dopo quel giorno avevo già scalato le classifiche dei quarantacinque giri con il mio primo successo, “Kalì epitichìa”.
E così, da allora, non mi ero più fermato, incidendo dischi uno dietro l’altro, con sempre maggior consenso di pubblico e di critica.
Vista la nuova carriera che avevo intrapreso, e lo straordinario successo che me ne derivava, mi licenziai dalla banca, tra gli sguardi di ammirazione e d’invidia di molti colleghi e quelli di aperto scetticismo di pochi altri.
La relazione sentimentale che avevo iniziato, sia pure da pochi mesi, con una segretaria che lavorava nel mio stesso ufficio, fu da me ben presto dimenticata, travolto ed eccitato dagli incredibili avvenimenti che si susseguivano in un crescendo a dir poco parossistico.
Passare dalle carte di una scrivania ad una sala d’incisione… bè… il passo non era stato certo breve: quella nuova vita iniziava a farmi girare la testa, e più i mesi passavano, più mi sentivo diverso, proiettato in una dimensione nemmeno mai immaginata.
E fu così che iniziai a vivere quella mia nuova vita, gettandomi rapidamente alle spalle il passato e scrutando con sempre maggiore ambizione e desiderio il radioso futuro che mi si prospettava.
Un futuro fatto di sale d’incisione, di concerti, di tournee, d’interviste, di vita notturna, di lussi e di stravizi, di feste mondane e di donne.
E di dracme.
Di una vera e propria montagna di dracme che mi arrivavano da ogni parte, e che per quanto spendessi a piene mani, sembravano non dover finire mai.
Comprai interi guardaroba di vestiti firmati, valanghe di scarpe e accessori vari: guidavo auto lussuose e sempre nuove, e acquistai una casa più spaziosa e in un quartiere altamente esclusivo di Atene.
Mi sembrava incredibile tutto quello che mi stava capitando, ed ero stato catturato da una sorta di frenesia, di smania incontrollabile, di ansia ingestibile, come se quello che mi era accaduto potesse finire da un momento all’altro, senza alcun preavviso, riportandomi alla vita di quando ero un semplice ed onesto impiegato dal futuro quantomeno incerto.
Era un vortice senza fine, una centrifuga che mi risucchiava sempre più velocemente, una giostra incantata dalla quale non volevo più scendere per nessuna ragione, una giostra che non volevo si fermasse mai, ma che, anzi, continuasse a girare e girare, in modo ancora più frenetico, ancora più vorticoso e convulso.
E poi, oltre a tutto il benessere materiale di cui mi circondavo a profusione, c’erano le donne.
Ero sempre stato particolarmente sensibile al fascino femminile, e il più che piacevole aspetto fisico, che la natura mi aveva così generosamente regalato, mi aveva senza alcun dubbio agevolato nell’avere sempre successo con le donne.
Non avevo faticato mai molto per trovare una compagnia femminile, e la mia vita sessuale non era stata certo avara di soddisfazioni.
Ma poi, raggiunta così d’improvviso la notorietà e la popolarità, le rappresentanti del gentil sesso erano arrivate al punto da cadermi letteralmente tra le braccia: me ne ritrovavo sempre una nuova nel letto, senza fare neppure lo sforzo di cercarla e, tanto meno, di corteggiarla.
Dopo i concerti, alle trasmissioni televisive o radiofoniche, alle feste di questo o di quello, feste che si svolgevano senza soluzione di continuità nell’Atene gaudente e scellerata di quegli anni, le ragazze facevano a gara per farsi notare dal sottoscritto, per avere un’avventura, anche solo per una notte, con il celeberrimo, desiderato ed affascinante Aris Theopulos.
Ed io ne approfittavo alla grande di questa loro generosa disponibilità, non lasciandomi sfuggire nessuna delle più belle donne che frequentavano gli ambienti mondani e notturni della capitale greca.
Le donne e la bella vita, le amicizie importanti e altolocate, la fama e la notorietà, ed i soldi, i tanti soldi che guadagnavo (e che guadagnavo cantando, per di più, la cosa che maggiormente mi piaceva fare nella vita) fecero si che il vecchio Aris, un uomo disponibile e gioviale, sempre cordiale e generoso, alla fine scomparve, lentamente ma inesorabilmente, sostituito da un nuovo Aris, egoista, cinico, calcolatore ed arrivista.
Lo straordinario successo e la popolarità erano diventate le mie droghe quotidiane, e tutto quello che nella mia vita di anonimo impiegato di banca mi era apparso grottesco ed eccessivo, in quel momento aveva iniziato ad apparirmi del tutto normale e scontato, quasi si trattasse di un tributo che mi spettasse di diritto per la nuova posizione sociale che credevo di aver conquistato.
Sempre alla ricerca di nuove sensazioni e di nuove avventure, e sempre pronto ad andare oltre il limite della morale e della decenza, mi gettai alle spalle tutto quello in cui avevo fermamente creduto fino ad allora, trasformandomi, senza quasi accorgermene, o facendo finta di non accorgermene, nell’esatto contrario di me stesso.
L’incredibile successo che avevo raggiunto, la notorietà, i soldi, le donne, le nottate folli e dissolute… tutto questo mi aveva dato definitivamente alla testa, e l’intera mia esistenza venne ad esserne rivoluzionata, travolta da quel fiume in piena che era il benessere, cancellata in maniera irreversibile dal richiamo suadente e accattivante di quelle maledette sirene che sono la fama e la celebrità.
Quello era diventato Aris Theopulos in quell’afoso giorno di settembre del 1965.
E ancora oggi, a distanza di tutti questi anni, mi vergogno al solo ricordarlo.
A volte, nei giorni peggiori, nelle ore in cui il buio della disperazione mi assale senza che io vi possa porre argine alcuno, quando il rimorso mi stringe il cuore nella sua terribile morsa, e l’angoscia mi tormenta l’anima, mi sembra impossibile che quell’uomo gretto e superficiale fossi proprio io; è come se mi guardassi in uno di quegli specchi che distorcono le immagini, che ti fanno apparire buffo o sgraziato, che alterano le proporzioni e le dimensioni del tuo corpo.
Ma in uno specchio puoi decidere di non guardarti, puoi passare oltre senza fermarti, mentre con il tuo passato non puoi fare altrettanto: rimane lì, immobile, nella tua memoria, irraggiungibile ed immodificabile, a rammentarti, se mai ce ne fosse bisogno, le tue colpe e i tuoi peccati, e a rinvigorire, e questo è ancora più orribile, le tue pene e il tuo strazio.
Non so se, come si è soliti dire, il tempo sia galantuomo.
Di certo, non è un bugiardo.
- continua -
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I FREDDI RAGGI DEL SOLE – capitolo 03
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VORTICE EROTICO (hard)
La piccola imbarcazione navigava lenta in alto mare, la costa ormai lontana e ridotta ad una linea confusa ed indistinta all’orizzonte.
Il rumore dell’ansimante motore riempiva l’aria, confondendosi con lo sciabordio dell’acqua, schiaffeggiata quasi con delicatezza dallo scafo della barca.
Si trattava di una vecchia imbarcazione, un tempo usata dai pescatori dell’isola, ed ora sommariamente riadattata per ospitare i turisti in gita: una piccola cabina con il timone e gli antiquati strumenti per la navigazione, ed un ponte in tavole di legno consunte, con qualche lettino per prendere il sole e alcune sedie di plastica, e coperto, per metà, da stuoie di bambù che facevano un pò d’ombra, sostenute da tubolari di ferro che, per quanto riverniciati di continuo, mostravano evidenti i segni della corrosione della salsedine.
Non era di certo una barca di lusso, ma per il lavoro giornaliero d’escursioni alle isole vicine, andava più che bene.
La giornata era splendida ed il mare una tavola azzurra, liscia ed invitante.
Ed anche il vento, quel giorno, era poco più di una brezza leggera.
Eravamo partiti da circa mezz’ora, lasciando il piccolo porto di Livadia, il principale villaggio dell’isola greca di Tilos, ed ora navigavamo in direzione nord, verso quel tratto di mare che divide Tilos da Nissiros, l’isola più vicina, quasi gemella della prima.
Avremmo dovuto, quindi, attraversare il braccio di mare per arrivare ad Avlaki, il porticciolo di Nissiros, splendidamente caratteristico, con le sue casette bianche e dalle imposte e porte azzurre.
Era una rotta che facevo, di fatto, tutti i giorni, una tra le tante escursioni che gli stranieri gradivano maggiormente.
I due turisti mi avevano contattato la sera precedente, quando, al porto di Livadia, seduto su uno sgabello davanti alla mia barca ormeggiata, attendevo con ansia che qualcuno prenotasse una gita per il giorno successivo.
Era una serata calda e afosa, ed anche il meltemi, il vento che soffia da nord e che mitiga il calore delle nostre interminabili estati, sembrava essersi preso una pausa.
Fino a quell’ora, a parte un paio di persone che si erano informate sugli orari e sui prezzi delle gite, ero ancora desolatamente senza lavoro per l’indomani.
E non lavorare a pieno ritmo nella stagione estiva era un problema non di poco conto: quelli erano gli unici mesi in cui si poteva guadagnare bene, ed andavano sfruttati al massimo.
Insomma, avevo visti arrivare i due turisti lungo la banchina: camminavano lentamente, mano nella mano, guardando le barche e rifiutando gli inviti di tutti gli altri miei concorrenti che, come avvoltoi alla ricerca di un pasto, volteggiavano attorno ai villeggianti di passaggio offrendo gite ed escursioni.
Poi, giunti alla mia altezza, i due si erano soffermati ed erano rimasti ad osservare la barca, parlando tra loro in una lingua che non aveva capito quale fosse.
Avevano parlottato per un paio di minuti, per poi avvicinarsi alla mia barca e a me che, seduto, attendevo speranzoso gli eventi.
I due turisti, un uomo ed una donna, erano una coppia che non passava di certo inosservata.
Lei, sui trentacinque anni, era di una bellezza veramente fuori del comune.
D’altezza media, calzava dei sandali dal tacco alto che le slanciavano divinamente le gambe, rendendole ancor più snelle e tornite di quanto già non fossero; un corto abito estivo bianco le fasciava il corpo dalle curve dirompenti ed armoniose, e la pelle, scurita dall’intensa abbronzatura, appariva morbida e liscia.
Il viso, dai tratti regolari e delicati, mostrava occhi scuri e profondi, naso piccolo e dritto, e due labbra piene, generose ed invitanti.
Una cascata di capelli corvini mossi le incorniciava il volto, quasi a far da cornice allo splendore di quella donna.
Era di una bellezza così rara e completa che gli occhi di tutti gli uomini che passavano erano inesorabilmente calamitati su di lei.
Lui era più anziano, almeno di una ventina d’anni.
Capelli bianchi, tagliati quasi a spazzola, un viso attraente, solcato da rughe sottili che aumentavano il suo fascino d’uomo maturo.
Alto, e con un fisico sicuramente prestante per l’età, indossava una camicia azzurra e dei pantaloni di cotone blu; ai piedi, delle comode scarpe da barca completavano il suo ricercato abbigliamento sportivo.
Una coppia sicuramente bella e, quasi certamente, anche facoltosa.
Per me, che ancora non avevo trovato nemmeno un turista per il giorno successivo, i due sarebbero stati dei clienti ideali, la classica manna caduta improvvisa dal cielo.
Rimasi ad osservarli confabulare tra loro, sperando che alla fine si decidessero per la mia barca.
Dopo qualche minuto ancora, l’uomo mi fece un cenno con la mano.
Subito mi avvicinai a loro con il mio migliore sorriso, deciso a non farmeli assolutamente scappare: ero quasi certo che, se avessero scelto la mia barca, mi avrebbero dato anche un supplemento sulla cifra che avremmo pattuito.
I turisti danarosi lo facevano molto spesso.
Niente a che vedere con le famiglie in vacanza che venivano dai paesi del nord dell’Europa: con loro non c’era mai da aspettarsi un euro in più.
Ma, d’altronde, a parte i soldi contati per la vacanza, sapevo perfettamente che anche loro, nelle rispettive nazioni, avevano i miei stessi problemi per arrivare alla fine del mese.
Tutto il mondo è paese, in definitiva.
Se i due si fossero decisi per la gita con la mia barca, avrei però dovuto rimediare un’altra decina di persone almeno per non lavorare in perdita: e, visto come stava andando la serata, anche questo non era un problema di secondo ordine.
Una cosa alla volta, mi dissi, aspettando che i due si prenotassero per il giorno seguente.
Osservandoli ora da vicino, mi accorsi che l’uomo aveva almeno cinque o sei anni in più di quanto mi era inizialmente sembrato: una sottile ragnatela di rughe segnava il suo volto abbronzato, ma gli occhi, vivaci e di un verde intenso, contribuivano a farlo apparire decisamente più giovane e affascinante.
Ma era la donna, come voi potete ben immaginare, a catturare tutta la mia attenzione.
Sensuale e seducente, sembrava fasciata da quel suo corto abito bianco, e le sue forme prorompenti apparivano ancora più evidenziate da quello stretto vestito.
Le mie supposizioni sull’agiatezza di quella coppia vennero confermate dalla quantità d’oro che lei sfoggiava: un girocollo, piatto e largo, gli orecchini a pendaglio, i braccialetti ai polsi e gli anelli alle dita delle mani.
Tutti questi gioielli la rendevano ancora più bella, impreziosendo il suo naturale e straordinario fascino.
Le gambe, dritte ed impertinenti, erano slanciate dai sandali dal tacco vertiginoso, ed una catenina, anch’essa d’oro, le ornava la caviglia destra.
Il viso truccato in maniera discreta, la ragazza aveva le unghie delle mani e dei piedi laccate di un rosso molto scuro, un color prugna che solo a vederlo su di lei mi provocava intensi fremiti di desiderio.
L’uomo mi chiese, in inglese, se avevo ancora dei posti liberi per il giorno dopo: gli risposi che erano fortunati, e che l’imbarcazione non aveva ancora nessuna prenotazione.
Non volendo con loro ammettere che mi si prospettava una giornata senza lavoro, mi avventurai in una complicatissima spiegazione sul perché loro fossero i primi a prenotare i posti per la gita ad Avlaki.
Lui si rivolse nuovamente alla sua compagna in quella lingua per me incomprensibile: si scambiarono poche battute e, quindi, tornando all’inglese, lui mi disse che potevo chiudere le prenotazioni perché affittavano la barca per intero, e per tutta la giornata.
Alla mia espressione certamente sorpresa, l’uomo mi spiegò che non amavano la confusione, e che preferivano pagare una cifra più alta in cambio di una giornata d’assoluta tranquillità.
Gli risposi che per me non c’erano problemi ad affittare loro l’intera imbarcazione, ma che la cosa si sarebbe rivelata molto costosa.
L’uomo mi rispose che quello non era un problema, e mi chiese quanto volevo.
Feci rapidamente due calcoli: a pieno carico, una giornata mi fruttava trecento euro, tolte le spese per il carburante: se avessi rifiutato la loro proposta, era quasi certo che a quell’ora non avrei trovato neppure un turista o, peggio ancora, magari ne avrei trovati solo quattro o cinque e sarei dovuto uscire per l’intera giornata rimettendoci un sacco di soldi.
Mi conveniva accettare senza indugi.
Gli chiesi duecentocinquanta euro, prontissimo a scendere sul prezzo se ai due la cifra fosse sembrato eccessivamente cara.
Ma l’uomo non fece alcuna rimostranza e mi mise nel palmo della mano una banconota da cento euro, come acconto per il noleggio della barca.
La mia modesta imbarcazione sarebbe stata tutta per loro, ed io avevo salvato alla grande la mia giornata di lavoro.
Ci accordammo sull’orario di partenza e quindi i due se ne andarono, confondendosi con la folla serale che passeggiava sul lungomare.
Mancavano ancora quasi due ore di navigazione per Avlaki.
La gita prevedeva una sosta di tre ore nel villaggio, tre ore nelle quali i turisti potevano dedicarsi a girare per le strette vie gremite di negozietti, o anche andare a visitare un piccolo santuario in cima ad una collina, o, più semplicemente, farsi un bagno nelle acque cristalline di Nissiros, pranzando sulla spiaggia in qualche piccola taverna.
Quindi ci sarebbe stato il viaggio di ritorno a Livadia, con arrivo al porto nel tardo pomeriggio.
I miei due passeggeri si erano sistemati sul piccolo ponte a prendere il sole.
Di tanto in tanto, lui, con un secchio in mano, si sporgeva oltre la bassa fiancata dell’imbarcazione, e prendeva l’acqua del mare, con la quale entrambi poi si rinfrescavano la pelle riarsa dal sole.
In piedi, nella piccola cabina, io tenevo la rotta: ma il mare calmo e l’assenza di altre imbarcazioni nella zona mi permettevano di stare totalmente rilassato, e mi lasciavano tutto il tempo di voltarmi a guardare cosa i miei due ospiti stessero facendo.
Era insolito avere due soli passeggeri, abituato com’ero a compagnie chiassose e piene di bambini scatenati; per questa ragione non avevo altro da fare che osservare l’uomo e la donna mentre si godevano il sole ed il caldo.
A dire proprio tutta la verità, l’attività che più mi assorbiva era quella di mangiarmi con gli occhi la splendida donna che si trovava a pochi metri da me.
Adagiata su un lettino bianco, la ragazza si crogiolava al sole, in un costume giallo così ridotto e striminzito da non lasciar nulla alla mia pur fervida e maliziosa immaginazione.
Le gambe meravigliose, il ventre piatto, il seno abbondante, così magnificamente rilassata, la donna era uno spettacolo assolutamente fantastico per i miei famelici occhi.
Il suo compagno, ora che si era messo in costume, mostrava più evidenti i segni dell’età: un accenno di pancetta, i peli del petto bianchi, la pelle un pò cadente sui fianchi, i muscoli non più tonici.
Certo, per la sua età non se la passava male, ma faceva sicuramente più figura vestito che non seminudo.
Mi chiesi come una donna così bella potesse stare con lui se non per una questione di soldi: doveva trattarsi di un uomo molto ricco, un uomo forse affermato e di potere, e a queste sirene molte donne non sanno di certo resistere.
La cosa, in ogni modo, non mi riguardava, e mi accontentai di divorare con lo sguardo quella splendida bellezza: era molto raro che, sulla mia barca, mi capitasse di ammirare una donna così sensuale ed erotica.
In lontananza vidi il traghetto della Blue Star Ferries che dal Pireo, e dopo lo scalo a Kos, andava a Rodi.
La sua rotta era molto lontana dalla mia e non avrebbe creato alcun problema alla mia navigazione.
La giornata era assolutamente tranquilla sotto ogni punto di vista, e la barca avrebbe potuto navigare anche da sola.
L’uomo, nel frattempo, aveva tirato fuori una macchina fotografica digitale e, in piedi, scattava fotografie al panorama circostante, controllando, di tanto in tanto, come queste fossero venute, e scartando senza alcun’esitazione tutte quelle che non lo soddisfacevano a pieno.
Riportai lo sguardo verso la prua, controllando annoiato e per l’ennesima volta che nessun’altra imbarcazione incrociasse la mia rotta.
Quando tornai a girarmi verso i due, vidi che lui si era messo a scattare fotografie alla sua compagna che, immobile e forse ignara di essere immortalata, continuava a prendere il sole con evidente piacere.
Poi l’uomo le disse qualcosa e, dopo un attimo, molto lentamente, lei si rialzò, mettendosi seduta sul lettino, ed iniziando ad assumere pose sempre diverse in modo che l’uomo si potesse sbizzarrire a scattare foto su foto.
Dal mio punto d’osservazione, un pò rialzato ma a pochi metri da loro, potevo vedere la schiena della donna, dritta ed abbronzata, percorsa dalla sottile striscia gialla di stoffa che le teneva su la parte superiore del bikini.
Non ci volle molto tempo perché mi rendessi conto di come lei avesse iniziato ad assumere atteggiamenti e posizioni sempre più provocanti, evidentemente coinvolta dal suo compagno in quel gioco solo apparentemente innocente.
Le mani tra i capelli, lo sguardo verso l’orizzonte, il busto proteso all’infuori, le gambe prima divaricate e poi accavallate e, nei primi piani, gli occhi che, pur non potendo io vederli dal punto in cui mi trovavo, immaginavo torbidi e sensuali, lei si faceva fotografare assumendo le pose che lui, di continuo, le suggeriva.
Restai a guardarla, rapito dalla sua incredibile bellezza, coinvolto da quello che vedevo, e, inutile nasconderlo, con un inizio d’eccitazione che mi costava estrema fatica dissimulare.
E quando la ragazza s’iniziò a slacciare la parte superiore del costume, mostrando i seni pieni e meravigliosamente sodi all’obiettivo della macchina fotografica, mi fu finalmente chiaro il perché i miei due passeggeri avessero voluto la barca tutta per loro.
La mia presenza era, per entrambi, evidentemente irrilevante, o forse solamente necessaria affinché potessero fare i loro giochi erotici in alto mare con tutta tranquillità: si erano di certo accorti di come il sottoscritto li stesse guardando, di come i miei occhi si fossero incollati al corpo della donna.
Ma la cosa non li turbava per nulla e mi chiedevo, sempre più eccitato da quell’inaspettata situazione, fino a dove si sarebbero spinti: iniziavo a preoccuparmi, perché se i due avessero cominciato a fare del sesso, la mia posizione si sarebbe fatta sicuramente imbarazzante, e quella giornata si sarebbe rivelata molto lunga e difficile.
Le mani sui fantastici ed erotici seni, i capezzoli eretti e che apparivano come piccoli chiodi, la ragazza continuava a farsi fotografare in pose sempre più esplicite e sensuali.
I capezzoli si erano fatti così turgidi che lei, alternativamente, se li leccava con sempre maggior trasporto, sospingendosi quelle magnifiche tette verso la bocca, verso la lingua guizzante che li stuzzicava maliziosamente.
Ormai la barca andava in pratica da sola, come se io avessi inserito il pilota automatico, che naturalmente, però, non avevo: i miei occhi erano fissi su di lei, e avvertivo un’erezione incredibile che mi premeva, ogni istante di più, nei pantaloncini da mare che indossavo.
Passarono forse cinque o sei minuti, e poi lei, con movimenti veloci ma estremamente aggraziati, si tolse anche le mutandine, restando così completamente nuda di fronte alla macchina fotografica che continuava a scattare una foto dietro l’altra.
L’uomo si spostava da ogni lato, a destra e a sinistra, si metteva di fronte alla ragazza, in piedi o in ginocchio, immortalandola in decine d’inquadrature e dicendole in quali pose lei si dovesse mettere; ed entrambi, come vi dicevo, si erano resi conto di avere uno spettatore particolarmente interessato.
Per nulla imbarazzati o infastiditi dalla mia presenza, continuavano nel loro gioco come se io non esistessi nemmeno.
I minuti che passavano si andavano facendo sempre più torbidi e bollenti.
La ragazza, di fatto, non ascoltava nemmeno più quello che l’uomo le stava dicendo, le direttive che lui le impartiva perché le foto riuscissero nel modo migliore: ormai si era eccitata e, nuovamente sdraiata sul lettino, si faceva scorrere le mani sul corpo statuario, carezzandosi la pelle abbronzata e iniziando a masturbarsi con sempre maggiore voluttà.
Dai seni alle cosce, dalle spalle al ventre, fino a sfiorare la fica depilata, le sue dita, con quelle stupende unghie color prugna, correvano impazzite su ogni centimetro del suo corpo.
E il suo compagno continuava a scattare le foto, fissando per l’eternità la bellezza ed il travolgente erotismo di quella fantastica donna.
Controllai ancora una volta che nessun’altra imbarcazione potesse creare problemi alla nostra tranquilla navigazione, ma quando tornai a voltarmi verso di loro decisi all’istante di fermare i motori e di gettare l’ancora: sarebbe stato troppo pericoloso continuare ad andare per mare quando la mia attenzione sarebbe stata totalmente assorbita da quello che la donna si accingeva a fare.
I motori si spensero con un borbottio e l’ancora scivolò in acqua con il suo consueto stridore di metallo.
Ora che il rumore dei motori era cessato, il silenzio si era fatto totale, quasi opprimente, a parte il debole sussurro del mare che accarezzava lo scafo immobile ed i gemiti di piacere che la ragazza non riusciva più a contenere.
Se i due si fossero accorti che avevo spento i motori, e che eravamo fermi in mezzo al mare, non lo mostrarono in alcun modo: lui continuava a stare dietro l’obiettivo, mentre lei aveva tirato fuori della borsa da mare un fallo di gomma rosso, lungo e lievemente arcuato, e se lo faceva passare tra i seni e sui capezzoli, ansimando e sospirando, preda di una libidine sempre più incontenibile.
M’infilai la mano nei pantaloncini, impugnai il cazzo in piena erezione e presi a masturbarmi lentamente, eccitato come poche volte mi era accaduto: quella ragazza, con il suo corpo da favola, che si masturbava con quel lungo cazzo di gomma, era una visione che mi avrebbe fatto impazzire dal desiderio se, a mia volta, non mi fossi masturbato guardando lei.
Per un attimo pensai a come faceva a resistere il suo compagno che, imperterrito, come se nulla fosse, continuava ad impugnare la sua stramaledetta macchina digitale; al suo posto l’avrei gettata in mare, e avrei dimostrato alla ragazza come un cazzo vero fosse mille volte meglio di quel giocattolo erotico.
Ma evidentemente lui era abituato da tempo a simili esibizioni.
Immobile, nella piccola cabina dell’imbarcazione, il sudore che mi colava a rivoli dalla fronte, per il caldo e per la tensione erotica che mi divorava, vidi la ragazza allargare le gambe ed iniziare a strofinarsi la fica con il rosso fallo di gomma; ancora non si penetrava, ma se lo faceva scorrere tra le grandi labbra e sul clitoride, rabbrividendo sempre più per il piacere crescente.
L’uomo, alla fine, si decise a smettere di scattare foto e, velocemente, si sfilò il costume con una mano, restando nudo e con il cazzo svettante, un cazzo che, malgrado l’età del suo proprietario, appariva duro e fremente.
La situazione ora non era più sotto il controllo di nessuno.
L’aria stessa sembrava essersi fatta densa d’attese.
Se loro si volevano divertire, bè… che facessero pure… avevano noleggiato l’intera barca… ma anche io volevo partecipare a quel gioco così sensuale: la parte del guardone non mi si addiceva proprio e, anche se avessi voluto, mi sarebbe risultato impossibile resistere oltre.
Rapidamente, mi sfilai la maglietta, i pantaloncini ed il costume e, completamente nudo anche io, presi a menarmelo con rinnovato vigore, accelerando e rallentando i movimenti della mano, per cercare di non raggiungere l’orgasmo troppo velocemente.
Nonostante l’eccitazione, non riuscivo a prendere la decisione di scendere accanto a loro, e di provare a partecipare in prima persona a quel diabolico gioco che i due avevano imbastito: temevo che il mio ruolo, nei loro piani, fosse solo passivo, che mi fosse consentito di guardare e di masturbarmi, senza però partecipare attivamente a quell’orgia di passione che stavano vivendo.
In un altro momento mi sarei sentito incredibilmente ridicolo a stare nella cabina della mia barca, in mezzo al mare, nudo come un verme, e con il cazzo duro in mano; ma in quei minuti la cosa mi apparve normalissima e mi augurai che la situazione evolvesse nel senso da me auspicato e a me favorevole: volevo assolutamente scopare quella ragazza, e qualunque cosa in meno avessi ottenuto l’avrei vissuta come una cocente delusione.
Lui, intanto, aveva finalmente appoggiato la macchina fotografica sul ponte e, inginocchiatosi davanti a lei, con le mani aveva preso a massaggiarle i piedi, perfetti e dalle lunghe dita, e con le unghie smaltate di quel fantastico color prugna: l’erotica catenina d’oro che cingeva la caviglia destra della ragazza, riflettendo i raggi del sole a picco, creava un’immagine di un erotismo sublime.
Ero letteralmente senza fiato.
La donna, nel frattempo, le gambe completamente divaricate, si era infilata il fallo rosso nella fica, spingendolo sempre più a fondo: le sue grida di piacere mi rimbombavano nelle orecchie, portando la mia eccitazione verso vette mai raggiunte.
Sentivo di non potermi trattenere a lungo.
La mia mano quasi si fermò sul cazzo pulsante, così pericolosamente prossimo all’eiaculazione.
Mi accorsi con un attimo di ritardo che lui aveva detto un qualcosa alla ragazza, in quella lingua a me sconosciuta.
E lei, anche se travolta da quella frenesia di lussuria che la divorava, aveva fatto un rapido cenno affermativo, pur continuando a masturbarsi con quel finto cazzo in lattice.
Allora il suo compagno, guardando nella mia direzione, mi fece con la testa il cenno di avvicinarmi a loro: era il via libera che aspettavo, e che temevo non dovesse mai arrivare.
L’eccitazione che mi soffocava, il cuore che mi batteva in gola, scesi con gambe malferme i tre gradini che dalla cabina di pilotaggio conducevano al ponte, e subito mi ritrovai accanto a loro.
Eravamo tutti e tre completamente nudi.
La ragazza voltò il viso verso di me, o, per meglio dire, fissò il suo sguardo sul mio cazzo duro e congestionato, continuando a masturbarsi con quel dildo rosso, ora inserito per tutta la sua lunghezza in lei.
Incrociai gli occhi dell’uomo ed ebbi la conferma che quello che speravo sarebbe effettivamente accaduto.
Eccitato, stordito da quella straordinaria situazione, m’inginocchiai anch’io davanti ai piedi della ragazza, presi tra le mani il destro e iniziai a carezzarlo come stava facendo con il sinistro il suo compagno.
Feci scivolare le mani sul dorso e sulla pianta arcuata, sulle dita e sulle unghie, quindi risalii verso la caviglia, sfiorando la catenina d’oro, e poi ancora più su, carezzando il polpaccio liscio e tornito.
Ma ormai ero partito per la tangente, e non mi sarei di certo accontentato di toccare quella pelle da favola: accostai le labbra al suo alluce, alla sua unghia meravigliosamente smaltata, e presi a leccarlo, assaporando finalmente il suo caldo profumo di donna.
Quindi, mentre lei godeva senza più alcun ritegno, travolta da ondate di orgasmi ancora più intense, mi feci scivolare le sue dita del piede, una ad una, tra le labbra, nella bocca, succhiandole come fossero piccoli cazzi.
Anche l’uomo stava facendo lo stessa cosa con il piede sinistro, gettando la ragazza in un tale stato d’eccitazione, travolta dalle nostre bocche e dal fallo che la penetrava, che gli spasimi del suo piacere si fondevano in un unico momento di folle esaltazione sessuale.
Mentre io continuavo a leccare e a succhiare le sue erotiche dita del piede, il suo compagno si era invece rialzato e, ripresa in mano la macchina fotografica digitale, si era messo nuovamente a scattare foto su foto; sicuramente le avrebbero riviste più tardi, magari sul letto della loro camera d’albergo, prima di rifare l’amore, eccitandosi nuovamente alla vista di quelle istantanee, nelle quali il sesso dilagava impetuoso dai nostri corpi surriscaldati dalla passione erotica.
Quasi a malincuore, ma costretto dall’urgenza di averla, lasciai le sue dita e, con la lingua, risalii lungo lo snello piede, attorno alla caviglia, giocai con la catenina per alcuni istanti, e proseguii lungo la gamba abbronzata, sul ginocchio e poi ancora più in su, verso la coscia, morbida e perfettamente depilata.
Davanti ai miei occhi, il cazzo di gomma continuava ad entrare ed uscire, anche se più lentamente, dalla sua fica, completamente bagnato dall’eccitazione della ragazza.
Le afferrai la mano, facendole estrarre il cazzo rosso dal suo corpo: poi accostai la bocca alla sua fica, leccandole le grandi labbra ed inebriandomi del loro indimenticabile aroma. Quindi, con la punta della lingua, presi a tormentarle il clitoride, mentre le sue mani mi s’infilavano tra i capelli, spingendo la mia testa verso di lei ed il suo sesso.
Con la coda dell’occhio vidi l’uomo protendersi su noi, accostare la macchina digitale alla mia bocca e alla fica della sua compagna, ed immortalare la mia lingua scorrere sul sesso aperto della donna.
Il cazzo mi doleva per l’incredibile tensione, e sentivo lo sperma premere per uscire, impaziente di esplodere su quella carne fremente e vellutata che mi si offriva.
La ragazza, all’improvviso, allontanò la mia testa dalla sua fica e, spalancando ancor di più le gambe, m’invitò con lo sguardo a prenderla.
Percorsi con le labbra il suo ventre, mi soffermai a stuzzicarle con i denti i capezzoli resi così sensibili dall’eccitazione, e quindi mi allungai su di lei, penetrandola in un colpo solo, riempiendola fino in fondo con tutta la mia erezione; e mentre lei allacciava le gambe dietro la mia schiena, quasi imprigionandomi, io presi a montarla con forza, affondando in lei, tra le sue morbide e calde pareti, con colpi sempre più potenti.
Cercai la sua bocca ed incollai le mie labbra alle sue.
Nel frattempo l’uomo si era messo di fianco al lettino, il cazzo a pochi centimetri dalle nostre bocche unite in quel bacio profondo ed intenso.
E quando le nostre labbra si separarono, la ragazza, che stavo così fantasticamente scopando, prese in mano il cazzo del suo uomo, lo scappellò completamente e se lo infilò in bocca, succhiandolo con foga e con passione.
Avevo resistito anche troppo e, con un grido liberatorio, mi lasciai finalmente andare.
Con un ultimo e violento affondo mi sollevai da lei, e, ritraendomi appena in tempo, venni copiosamente, schizzando tutto il mio piacere così a lungo trattenuto, inondandole la pancia con caldi e densi getti di sperma.
Anche il suo compagno era nel frattempo venuto, riempiendole la bocca e schizzandole le labbra ed il viso; nonostante l’eccitazione, continuava però ad immortalare la scena con la sua inseparabile macchina fotografica (anche se dubitavo che la sua mano potesse essere tanto ferma) e a fissare in fotogrammi quei momenti di puro delirio erotico.
Mi rimisi in ginocchio, ai piedi del lettino, per riprendere fiato.
Gli occhi mi trasmisero l’immagine della ragazza che si spargeva il mio seme sul ventre, massaggiandosi con le mani e con le dita dalle lunghe unghie laccate, mentre dalle labbra le colava lo sperma del suo uomo che, con un sorriso soddisfatto a distendergli le rughe sul volto, la guardava affascinato…
Una mezz’ora più tardi, non appena ci fummo ricomposti, i due mi chiesero di riportarli indietro, a Livadia.
Evidentemente avevano raggiunto il loro fine: il resto della gita era diventato un qualcosa di scarso interesse.
Ma, di certo, i giochi erotici che avevano fatto sulla mia barca erano risultati loro molto graditi, ed il mio coinvolgimento, sicuramente non frutto del caso, aveva regalato loro sensazioni molto piacevoli: infatti, una volta giunti in porto, mentre lui mi saldava l’importo dovuto (mi sentii in imbarazzo ad accettare quei soldi, visto che ero già stato pagato abbondantemente in natura!), fu proprio la ragazza a chiedermi in inglese (e quella fu forse la prima volta che mi parlò direttamente) e con un sorriso che diceva tutto, se la mia imbarcazione fosse libera anche per il giorno successivo, per una nuova gita in mare.
Il suo compagno mi guardava divertito, forse perché la mia espressione doveva risultare a dir poco comica !
E’ facile immaginare quale fu la mia risposta.
E applicai loro anche uno sconto veramente eccezionale.
In quel momento, i soldi, non mi sembravano più così importanti.
FINE
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– Finito! Dai, mollalo! – e subito il gatto andò a grattare la porta per voler uscire, e mentre noi ridevamo, mi resi conto che Luca si era completamente bagnato dalla felpa in giù, infatti mia madre ci rimproverò appena usciti, mandandoci subito a cambiare. Per la seconda volta noi due chiusi dentro la stessa stanza con lui che si cambiava…, mi sentivo un tantino agitato, però, con mia madre in casa, anche se in fondo era stata lei a dirci di andarci a cambiare e anche se quella volta era stata lei a spingermi a cambiarmi con Luca dentro lo stesso spogliatoio: quindi, in teoria, lei non doveva avere nulla in contrario al fatto che due maschi si cambiassero dentro la stessa stanza e a vista, ma chissà perché avevo l’impressione che non l’avrebbe presa così bene se ci avesse beccati col suo pene dentro la mia bocca: ma allora perché due maschi potevano cambiarsi insieme e fare sesso no? Mah…, le madri…! – Che facciamo? – mi chiese visto che avevamo ancora gran parte del pomeriggio davanti. – Boh, non so… chiudi la porta… – ci tentai, e Luca colse subito l’invio, mentre io mi distendevo sul letto e lui corse poi tra le mie braccia. Su mio invito si adagiò con la guancia sul mio letto, e poi si fece ancora più stretto, cosicché io potessi stringerlo, ma questa volta c’era qualcosa di differente dalle altre volte e non solo perché il suo pene era tecnicamente fuori uso, ma anche perché nell’aria c’era proprio una voglia di tenerezze da parte di entrambi. Passammo parecchi minuti sonnecchiando, mentre io mi divertivo a carezzargli la capigliatura, che scorgevo come un’indistinta massa bionda; però ora mi sentivo anche un sottofondo di senso di colpa, che mi avrebbe spinto a baciarlo sulla nuca, ma potendo scomodarlo, lo strinsi più forte. A un certo punto mi sentii una mano scorrermi lungo la vita e poi infilarsi sotto: Luca mi stava palpeggiando il pacco, e poi il suo palpeggio si fece una sega vera e propria, man mano che il mio soldatino prendeva vita, anche se avevo il giogo delle mutande. – Aspetta, che mi libero! – mi calai i pantaloni, così che fosse bello libero di masturbarmi: non capitava molto spesso che fosse Luca a volermi segare, solitamente ero io, com’era anche giusto che fosse, essendo io quello più grande e anche quello più predisposto a dare e lui a ricevere piacere, eppoi lui il mio primino! Sfortunatamente usava la mancina, però, forse non voleva solo segarmi, perché di tanto in tanto lo stringeva: lo teneva e rimirava, tirandolo verso l’alto, come io facevo quando guardavo il suo lungo; oppure lo prendeva alla radice e stringeva, come se volesse provare piacere di sentire la resistenza del pene allo stringimento: si vede che gli piaceva! poi riprese a segarmi, ma dopo tutto quello stringere, mi era venuta anche voglia di sentirmelo scappellare. – Scappellamelo…– gli dissi: – se vuoi… – ma Luca mi guardò subito strano: si vede che a lui non tornava la mia richiesta di sentirmi la cappella snudata, visto che a lui dava fastidio, ma a me piaceva sentirmi la pellicina scorrermi lungo il glande, sentirmelo aprire – mi dava l’idea che il pene s’ossigenasse – , ma lo scoprì ugualmente, soffermandosi a guardalo, poi capì per farmi sentire qualcosa doveva anche toccarmelo, e allora iniziò a stuzzicarmelo. A un certo punto ricevetti un messaggio: «Stas da me alle 9». – I tuoi amici? – chiese. – Mh! Per l’appuntamento di stasera… – ma Luca s’intristì come se non facesse parte pienamente della mia vita: – Dai, una volta vedrò d’organizzare qualcosa… – recuperai, solo che io avevo delle serie remore a presentarlo ai miei amici del sabato sera, non mi sembravano adatti per lui: lui era abituato ai miei compagni di scuola, ma quelli erano quelli del paese, quelli delle medie, con cui uscivo la sera, e ultimamente mi sembra di non riconoscerli più neanche a me. Luca si alzò allora gattoni e scese portandosi sulla verticale del mio pene con l’evidente intenzione di succhiarlo: – Non ce ne bisogno… – tentai di fermarlo. – Lo faccio lo stesso! – disse quasi con indifferenza alzando le spallucce, e iniziò. non capivo bene perché lo faceva, c’era qualcosa di diverso però: non era alimentato dalla sacra passione come al suo solito, aveva quasi un che di redentorio; subito pensai che lo facesse per attestarsi ai miei occhi come di un amico di cui non potevo fare a meno, per convincermi a farlo uscire con noi il sabato sera, un incentivo insomma, ma poi mi resi contro che c’era un qualcosa di più consolatorio, quasi volesse definitivamente farsi perdonare per l’altro giorno. Mi sentivo strano però: non era pompino gioioso come al solito e mi veniva difficile venire, anche se per accontentare il mio amico dovevo farlo, visto che serviva per renderlo conscio de mio perdono; allora mi misi con le mani sopra la sua dolce testolina e iniziai a pensate a tutti i bei momenti erotici ch’avevamo passato insieme, e tutte quelle eiaculate che lui aveva fatto dentro la mia bocca e da lì a poco venni, mentre lui lungamente mi continuava a succhiare quasi non fosse ancora sazio, né pago del mio perdono.
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Lavaggio di Niki
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Oggi gli avevo detto che non avevo tempo: che dovevo studiare e che io non ero come lui… (così intelligente, insomma – da “ ottimo, naturalmente!” in uscita dalle Medie –: per cui mi bastavano due lette, per poter poi spararmi le marlette tutto il giorno e sapere la lezione); e che, anche, la terza non era come la prima…, ma implicitamente, tra quelle parole, c’era anche che tutto quello che non avremmo fatto quel giorno lo avremmo recuperato la prossima, e con gli interessi per giunta, salatissimi interessi… Ma Luca, finito di studiare, cominciò subito a giocherellare con tutto ciò che gli capitava a tiro, manifestando irreprimibilmente la sua cinnica 1 impazienza; poi prese un compasso, lo divaricò al massimo, e se lo confrontò con l’apertura delle dita, quindi se lo portò tra le gambe enunciandomi: – Mmh! ci siamo… –. Io lo guardai con benevolenza: mi faceva tenerezza quando faceva così per attirare la mia attenzione con quegli stratagemmi che denotavano il suo chiodo fisso; poi tornai ai miei compiti, ma davanti agli occhi avevo ancora quella stanghetta brillante e lui lo sapeva…: mi portò a tradimento il compasso fra le gambe, e io agitato replicai: – Ma sei scemo! –. – Tranquillo, non c’è la punta… – sdrammatizzò. – E ci mancherebbe altro! – tanto non era il suo… dovevo immaginarmelo che, prima o poi, la sua anima pestifera e segaiola sarebbe saltata fuori.
Passarono venti minuti e Luca mi propose un massaggio; – Mmm? – io avevo capito “messaggio”. – Un massaggio! – mi fece segno con le mani: ricordavo quant’era bravo coi massaggi quando al mare mi passò la lozione solare. – Sì! – e quel primino prese posto dietro me, attaccando, però, subito un discorso su quanto fossi teso nella zona dietro le spalle, e di quanto lui la sapesse lunga in tema, visto che da piccolino (sic!) faceva i massaggi a sua madre e lei a lui; il “cocco di mamma” mi venne subito in mente, ma dovetti tenermi per me quella battutaccia o si sarebbe scatenato un putiferio, finché, poi, non si zittì da solo per mancanza di un contr’oratore, lasciandomi finalmente studiare. Col tempo i suoi massaggi si fecero tenere carezze sulla mia schiena curva, ma io al suo posto non sarei stato così buono con lui: gli avrei subito fatto del solletico, e invece lui niente, non sgarrava mica; poi smise di massaggiarmi e disse: – Indovina che cosa scrivo? –. – Ma devo studiare… – – Ma puoi farlo anche se studi! – e incominciò a scrivermi contro la schiena: «A», «L», «E», «S»… – ALES-sandro – – Bravo! Adesso è più difficile: è una frase intera; incomincio! – «L», «U»… – LU-ca – – Poi… – «E’». – È – «U» «N» – UN. «Luca è un…»… –. – “Un”…? – «C». – C-inno! «Luca è un cinno»! Giusto? – mi divertivo troppo a prenderlo in giro. – Noo! Gi… – «G» rimarcò. – Vabbè, «Luca è un g…»? – continuò: «R», «A», «N» – …GRAN. «Luca è un gran cinnazzo»! Vabbè, ma non cambia poi molto… –. – Mmm! – pestò anche i piedi per terra dandomi una dolorosa pacca sulla schiena, come per mandarmi a quel paese. – Dai, continua… – – Effe! …i! …gi! …o! – scrisse a grandi lettere sulla mia schiena sottolineandole tre volte, come volesse imprimermele a fuoco, poi riprese a massaggiarmi ma più scazzatamente. Luca è un gran figo: …e bella scoperta, lo sapevo già! ma probabilmente lui voleva sentirselo dire dalla voce di uno che (forse) stimava, sentirselo sancire da un terzo, perché, se anche “verba volant e scripta manent”, una confermazione esterna è sempre meglio di un’auto-illusione, e poi sulla mia schiena c’era pur sempre bene incisa quella scripta che manent nella mia memoria della percezione.Dopo di un po’ lo sentii poggiarsi con la testa sulla mia schiena, come un ercolino a riposo dalle sue dodici fatiche, e pareva quasi essersi sopito, ma, purtroppo per lui, io avevo quasi finito i miei compiti, così provocatoriamente lo rimproverai: – Allora, hai finito di farmi il koala! – lo scossi dalla mia schiena. – Ma perché… – si destò. – Perché quando fai così, mi sembri appiccicato come un koala! – – E allora cosa devo fare? – mi chiese come per dire «se voglio un coccolino, cosa devo fare?». – Vieni qua davanti… – Luca capì subito cosa intendevo e infatti mi strinse fortemente, prima di sedersi a cavallo delle mie ginocchia. Che bel biondino…, mi sembrava quasi un bambino appena sveglio dalla sua pennichella, e incominciai a toccarlo sul davanti come per instaurare un contatto con quella roba bella, ma lui mi abbracciò inaspettatamente; mmm… che bello averlo fra le braccia: lo sentivo materializzarsi come un mio bisogno d’affetto, e mi rilassava come quando ci si ridesta da una lunga dormita. Dopo un po’ d’abbracci, Luca si rifece indietro nuovamente e mi guardò con uno sguardo voglioso. – …e Gianluca come sta? – gli portai una mano sulla patta. – Sta bene! – e te lo credo: lo sentivo già duro! Scattai in piedi, e Luca si alzò poggiandosi alla tavola sotto la mia guida, mentre ci scambiavamo sguardi concupiscenti; gli slacciai la cinta, ed eccola, finalmente, quella roba dura! la tenevo come un’Excalibur pronta da estrarre dalla roccia più dura, e senza averla ancora guardata la masturbavo, perché troppo attratto da quel volto biondo. Mi abbassai, sempre tenendo gli occhi su quel volto, e poi…: mamma che sventola! comparve davanti ai miei occhi: una torre di carne sovrana in tutta la sua grandezza; andai cogli occhi su quel compasso lì a fianco, e la lunghezza ci stava tutta! poi l’infilai direttamente in bocca. – Ahh! – Luca gemette per il mio primo risucchio di scappellamento e intanto io mi davo a quella che mi sembrava una gran scena porno: lui in piedi contro il mio tavolo e io seduto a fellarlo. Dopo di un po’, mi passò quella scarica d’adrenalina che mi teneva assoggettato al suo tumido cazzo e tornai su da lui a masturbarlo; Luca era così bello, e oggi ancora di più, come un raggio di sole nella mia sala da pranzo, anzi il Sole stesso, poi guardai l’orologio. – Arrivano i tuoi… – mi chiese dolcemente come per consigliarmi di non rischiare, ma io volevo farlo ugualmente: sgombrai la tavola dietro di lui e lo feci distendere: – Ops…! – trovò un vaso dietro la sua testa. – Dammi! Com’è ora? – intendevo il tavolo. – È duro! – lamentò, ma con la stessa cosa poteva dirsi anche al suo durissimo cazzo! Lo strinsi e poi gli passai un libro da porre sotto il capo per cuscinetto, e iniziai a masturbarlo di gran lena. Mamma che lungo quell’uccello nella mia mano… e che bello quel primino disteso sul mio tavolo… di certo stava scomodo perché lo vedevo muoversi con dolenza, ma l’eccitazione di quel momento lo ricompensava abbondantemente. Luca godeva e io non potevo far altro che masturbarlo appassionatamente, poi gli riprovai anche uno svibraduro, per il solo piacere di vederlo dimenarsi su quel tavolo duro e quindi mi ributtai avidamente sulla sua turgida cappella. Luca godeva, e io ero giunto al momento di voler farlo venire a ogni costo, anche a costo di essere beccato dai miei, e dopo tre secondi mi venne: non molto per la verità, ma abbastanza da farmi sentire il suo acre e spronarmi a continuare fino in fondo nella speranza di risentire un altro po’.
Guardai quel primino svigorito sul mio tavolo con l’uccello ancora al vento, e lo lasciai rinvenire un paio di minuti, giocando col suo gioiello nel frattempo: da mollo non era di poco più corto di un’asta del compasso; poi lo spronai: – Dai Luca che è ora di andare! –. – Mmm – mugugnò per farsi aiutare a essere alzato. – No! fai da te… – lo avevo già viziato troppo per oggi, e poi se avessi iniziato ancora con le coccole, non se ne sarebbe più andato via, dunque mi voltai, ma appena feci un passo sentii un fracasso di vetro alle mie spalle; guardai Luca: mi guardava terrorizzato… e il vaso…? No, il vaso di zia Cristina! quel mangiapolvere inusato cui mia madre, però, ci teneva tanto: – Ma come hai fatto? –. – Eh…! – mi mostrò il gesto col polso, da cui capii che, mentre si alzava, colpì inavvertitamente il vaso: – Dai, te lo ripago… – disse amareggiato; ma ancora con questa fola dei soldi! Io noi non avevamo bisogno dei suoi soldi, o della sua paghetta! – Su, Luca, è meglio che vai… – – Ma tu come fai? – – Tu non ti preoccupare: ci penso io, come la volta scorsa! – ora avevo soltanto fretta che se ne andasse, tanto la colpa me la sarei presa io, o meglio, Niki alla fine se la prese, anche se mia madre ci credette poco alla storia del gatto che saliva sul tavolo buttando giù il vaso, visto che non era solito farlo, ma quella verità era pur sempre meglio di quello che ci avevamo fatto veramente io e lui su quel tavolo.
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Il koala
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Da qualche minuto vedevo Luca decisamente smanioso, continuava a puntarmi incessantemente come se avesse qualcosa d’impellente da dirmi, e poi finalmente trovò il coraggio: – Alle, – mi chiamò: – ma, secondo te…, io sono bello? – mi disse a bruciapelo.– Cs…! cs…! – la sua uscita mi fece andare di traverso un cracker che stavo sgranocchiando: – ma che domande mi fai! mrrw… cs! – a momenti stramazzavo, certamente ero paonazzo, ma non per il singhiozzo asfissia, ma per l’imbarazzo. – Vabbè, ma puoi rispondermi, anche se siamo maschi… – anche se…!? – Behhh… insomma… – tergiversavo nell’attesa di trovare una scusa: – …certamente non posso dire che sei brutto, …ecco! – ma Luca mi guardava come se, in realtà, avesse capito le parole che veramente stavano dietro quella litote, e tentasse di cavarmele di bocca: – … altrimenti, cosa dovrebbero dire di me…? – la buttai sul ridere per stemperare la tensione e rompere quell’incantesimo creato dai suoi occhi che altrimenti mi avrebbe costretto a confessare la verità: la verità che lui era un figo pazzesco, ma non di quelli truzzetti e griffati come piacciono tanto alle ragazzine, ma di quelli autentici, veri, che ti stregano al primo sguardo con la loro ammaliante magneticità, che ti sanno muovere un moto interno verso di loro, per cui gli fioccheresti tre metri di lingua in bocca, prima di buttarti ai loro piedi e supplicarli di lasciarti fargli un pompino. – Beh… sì, in effetti… – rispose scherzoso, ma io la presi male ugualmente, perché per me ogni suo commento era prezioso. – Ah… grazie! – – Dai, che sto scherzando… sei bello anche tu, su! – mi disse con tono concessivo, come a darmi una pacca sulla spalla, di quelle che non ci credi neanche tu; poi si girò con la seggiola e si appoggiò al tavolo di schiena, come fosse al bancone di un bar: – Hai finito? –. – No, mi manca ancora un po’! – allorché Luca allungò la sua mano infilandola dentro la mia tuta. – Che fai… – – … tanto tu finisci! – disse con sicumera iniziandomi un seghino, come per dirmi «tanto qui ci penso io!»; lo adoravo quanto faceva così: un primino spavaldo e sicuro, che mi diceva di farmi gli affari miei, mentre prendeva possesso del mio corpo.
Chiusi i libri e Luca mi chiese: – Finito? –. – Sì – – Allora andiamo a farmi una sega? – ah! a fargli… – Vabbè… andiamo! – Luca mi mollò l’uccello, ma io avrei voluto tanto essere traghettato da lui, per quello, fino al divano per sentirmi totalmente in suo possesso, e invece no; durante il tragitto m’immaginai anche di cadergli addosso, di svenire aggrappandomi ai suoi vestiti per sentirmi finalmente trattenuto da lui, almeno una volta… ma invece niente. Questa volta Luca era veramente in vena di rivolgimenti: volle a tutti i costi mettersi con la testa sul bracciolo e io seduto tra le sue gambe chiudentemi a forbice, una sulle cosce e l’altra dietro la schiena: – Beh… puoi almeno tirarlo fuori, Gianluca! – dissi, volendo che anche lui facesse qualcosa, per non sentirmi totalmente il suo servetto; ma lui no: – Fallo tu! – mi disse, come se fossi stato io a volere tutto quello. Gli slacciai delicatamente la cintura, come avessi avuto per le mani un antico reperto, e intanto gli accarezzavo il fagotto, poi aprii la patta come se stessi sconfezionando un pacchetto-dono, e in fine eccola: la cosa meravigliosa! là, lunga, in tutta la sua rosea bellezza: veniva voglia di baciarla; mi abbassai per sfiorarla, ma lui: – No, la sega! – eccheccazzo! manco un attimo di poesia, che subito voleva la sega … il signorino! – Toh! allora… – incominciai a smanazzarglielo rudemente, ma lui si lamentò ancora. – No, più giù! – – E che cosa vuoi ancora! – dissi mezzo irritato: che palle d’un primino rompicazzo, ma non riuscivo a dirgli «arrangiati!». – Non voglio venire adesso…, prendilo più in basso! – – Toh… contento adesso! – lo ripresi sotto la cappella così da non farlo “venire adesso”…, intanto quel primino si era impadronito anche del telecomando e stava dirigendo pure la televisione adesso, e invece a me non restava altro che quel fallo da sferzare, per non impazzire. Era incredibile come la mia salute mentale fosse legata a quel randello da masturbare, ma in fondo era rilassante farlo: presto quel ritmico gesto divenne solo un monotono riflesso, che partiva non appena avvertivo qualcosa di tumido e caldo in mano, e quel piccichìo di marletta un ipnotico rumore che andava confondendosi col sottofondo ciancioso del televisore. Ogni tanto guardavo il suo volto, che non mi degnava di uno sguardo, ma era così simpatico il suo profilo, che non riuscivo ad arrabbiarmi con lui; andai con la mano sotto il risvolto del pantalone a solleticargli la caviglia, e Luca mi sorrise complicemente: in fondo era solo un corto quattordicenne, di poco più d’un metro e mezzo, con un lungo fallo; il mio primino tutto pene…; poi Luca mosse il piede per scansare il mio solletichio. – Mi sta venendo male al braccio… – dissi. – Cambia! – rispose lui molto pragmaticamente; io l’avevo preso per un suo via libera a iniziargli un pompino, così lo scappellai, ma Luca mi fermò. – E cosa devo fare allora!? – – Boh, inventa… – disse facendo spallucce, scaricando tutta l’incombenza su di me; allora ne approfittai per inumidirmi tre dita e parlargliele sulla scappellatura, ma Luca mi contestò: – Lo sai che non mi piace! – contraendo le spalle, come se gli facesse schermira, come un graffio d’unghie sulla lavagna. – Strano, vuol dire che sei ancora molto sensibile! – eppure gliene avevo fatti di pompini: – Comunque ti piace questo? –. – Mmm… sìì… – assentì con sufficienza: gli stavo facendo il tunnel… praticamente glielo prendevo alla base e poi salivo con la mano ben aderente per tutta la lunghezza dell’organo, così che sentisse il moto della mano, poi giunto alla fine partivo con l’altra in modo da dagli un senso di continuità per tutto il tempo della manipolazione, proprio come dentro a un tunnel, appunto! e lui, invece, con quella sufficienza aveva sminuito la mia così grande genialata! – Veh, che ti chiamo la tua Pamela… – dissi canzonandolo, ma Luca mi prese in contropiede sul serio. – Magari…! così me le fa lei le seghe! – sembrava che gli avessi fatto chissà quale grande offerta, così con un misto d’orgoglio ferito e gelosia reagii prontamente scotendo la testa, in segno di commiserazione: – Perché…? – mi disse come se gli avessi fatto avere sentore di aver detto un’immane cazzata. – Che non lo sai che le ragazze sono negate per questo! – – E tu che ne sai? – polemizzò – È risaputo! – antica saggezza popolare! – e poi, pensaci bene, è logico: che cazzo ne sanno le ragazze come gode un uomo? – – E quando ci vai a letto… – – Ma che c’entra! lì è praticamente tutto automatico! – lo dicevo così tanto convincentemente, che glielo leggevo negli occhi che mi stava credendo sul serio: – quel che senti, è praticamente quel che sentivi quando ti passavo le dita! – era praticamente venuto il momento di smontarli il sesso con le ragazze, se volevo conservarmelo bello verginello ancora un po’! o alla fine, con tutte quelle troiette in giro, l’avrebbe fatto veramente prima me! – Adesso scendo, che sennò mi s’indolenzisce il braccio! – e tutto questo per uno che mi rispondeva «magari» alla proposta una sega fatta da una racchia incapace! M’inginocchiai sul tappeto davanti al suo pube, quella oramai era diventata la mia postazione di lavoro, e ricominciai. – Aiutami a tirarti giù un po’ i pantaloni! –; oh… finalmente, a disposizione, i suoi bei maroni! li massaggiai, e poi furtivamente baciai la sua verga avvenente, prima di riprendere a segarla, intanto che Luca meditava sulle mie parole…; su come poteva una primina far godere al meglio un ragazzetto come lui…, una che, semmai, non sapeva neanche com’era fatto…: mancava senz’altro d’esperienza! e poi, come poteva trovare la giusta motivazione una per cui il fallo era soltanto uno strumento per procurarsi piacere; un ninnolo tappabuchi per turarsi in mezzo alle gambe e godere? non sapeva certamente dargli il suo gusto valore, né tantomeno al suo, che era così lungo…, non potendo sapere l’orgoglio d’avercelo in mezzo le gambe o trovarselo davanti! per loro, l’erezione era soltanto una questione di volgare idraulica alzabandiera, non sapendo tutto il meraviglioso meccanismo che ci stava dietro: se gliel’avessero menato, lo avrebbero certamente fatto con sufficienza; se glielo avessero succhiato, lo avrebbero certamente fatto con schifo, o, comunque, senza la dovuta devozione che serve dinnanzi a un fallo del genere! Ma dopotutto, cosa ne potevano sapere coloro che ti dicono «…che non conta è la lunghezza della mazza, ma il saperlo usare…»? come poteva debitamente adorarlo, o strusciarlo a sé, con timor reverenziale, come stavo facendo io in quel momento, contro le gote? che ne sapevano loro, per cui il pene era solo un’appendice tra le gambe di un altro da usare per il loro egoistico piacimento? – Luca, senti questo! – gli dissi prendendolo tra le mani e iniziando a fregarlo come si farebbe con due legnetti per accendere un fuoco: – Si chiama svibraduro! – e Luca incominciò subito a godere sguaiatamente; non avevo mai visto nulla del genere: gridava e si dimenava come un indemoniato; pensai quasi che stesse male, ma appena feci per rallentare il suo «Continua! Continua!», vociato tra un gemito e l’altro, m’impose subito di continuare. Sembrava d’assistere a un porno amatoriale talmente godeva smodatamente a ogni torsione del pene, era arrivato anche a cercare il mio da masturbare talmente era elettrizzato; inizialmente il suo smodato godimento stava iniziando a divertirmi, ma poi incominciò a crearmi un po’ di frustrazione, perché io ci mettevo sempre tutto il mio impegno per farlo godere, e ora, con quel semplice divertissement, tutto sembrava vanificato. – O Luca se vuoi smetto per sempre di farti dell’altro… – intendevo i pompini e tutto il resto… – Ma no, dai… – disse capendo il mio tono, ma continuò gridando. A un certo punto non ce la feci più a sopportare quella situazione, e lo misi direttamente in bocca; non ci fu praticamente discontinuità trai suoi gridi: io mi diedi subito da fare per farlo venire, e dopo pochi minuti Luca mi venne. Gli afferrai i testicoli e cominciai allora a succhiarlo forte a ogni sgorgata, e poi a ciucciarlo profondamente per allungargli quella sensazione d’orgasmo; mi chiedevo quale primina l’avrebbe mai fatto per lui? Quale avrebbe mai colto il suo succo verginale e prolungati il suo orgasmo con tanto entusiasmo? quale ragazzina l’avrebbe trovato gustoso, o ingoiato per non sputarlo, capendo qual gran dono fosse in realtà? Nessuna! perché nessuna avrebbe capito che cosa significava il suo orgasmo nel mondo; ma io sì! Quel primino poi mi guardò, mentre gli accarezzavo il suo tumido fallo, e mi sorrise, con quel sorriso che significava tutto per me.
– Adesso faccio io! – disse alzandosi per prendermi il posto: io intanto mi coricai in direzione opposta alla sua e lui scese. Luca incominciò a masturbarmi, mentre presi il suo pene, e poi davvero inaspettatamente mi chiese: – Alle, ma è vero che le ragazze hanno due buchi? –. Inizialmente non afferrai gli estremi del suo discorso, anche perché mi ero come appena risvegliato scosso dal suo improvviso interesse per l’anatomia femminile: – Dove? – chiesi preoccupato. – Davanti! – – Ah… Sì! – finalmente avevo focalizzato le coordinate del suo interrogativo. – E perché? Cioè perché due… – – Beh… uno è la figa, dove lo metti dentro! – il “buco” insomma: – l’altro è per la pipì! –. – E sono vicini? – – Beh, sono tutti e due lì! – – Ma come fai allora? – – Allora cosa… – – A sapere quello giusto! – – Beh… uno è sopra e l’altro è sotto! – – Sì, ma al buio… – – Oh…, te ne accorgi! – e che cazzo ne sapevo io, che manco ne avevo vista una nella mia via! tutto quello che sapevo, era solo per sentito dire… – E se prendi quello sbagliato… – – Oh… lì in fondo c’è la vescica! quindi se la stimoli… – era venuto il momento di fare un po’ terrorismo psicologico su quel primino, così almeno per qualche mese ci sarebbe stato lontano da quelle tentazioni…, tanto, prima o poi, ci avrebbero pensato l’educazione sessuale e l’ormone a fargli tornate grilli per la testa! – Se la stimoli…? – aveva capito cosa intendevo, ma era meglio esplicitarglielo. – …potrebbe fartela addosso! – – Che schifo! – esclamò con lo sguardo disgustato; ma meglio così! più cose negative vi avrebbe associato, più ci sarebbe stato lontano… e se avessi potuto dirgli che la figa aveva i denti, gliel’avrei pure quello, ma non m’avrebbe creduto. Luca mi bloccò il pene tra le mani e poi mi disse: –…adesso ti faccio vedere io! – e m’iniziò a rollare il pene. – Sembra di fare la salciccia! – disse ridendo, ma era tremendo! ora capivo perché di prima il suo piacere sguaiato: a ogni torsione, a ogni girata di cappella avvertivo come una stilettata di piacere scorrermi nel pene, una frazione d’orgasmo che andava e veniva, e a ognuna non riuscivo a trattenermi dal gridare e dal segare il suo membro. Man mano che strillavo, Luca cominciò a rotearmelo sempre più velocemente, finché la percezione di quelle piccole frazioni d’orgasmo non divenne continua, allora gridai: – Luca! sto venendo… sto venendo… – e quel piccoletto s’apprestò ad accogliere il mio seme. Portai subito le mani sulla testa di quel biondino e pigiai: normalmente non mi sarei mai permesso di farlo, ma l’eccitazione di quel momento era così alta, che una dispensa poteva anche concedermela; e così Luca mi stette chino con le mie mani sulla sua testa per tutto il pompino. In fine mi sgusciò, secondo il solito copione, sopra la pancia e, prima di poggiarsi per il nostro solito coccolino, mi chiese: – Alle, ma quanto è che non vieni? –. – Boh… un po’! – 5 giorni! solo che se non era lui ad offrirsi, io non avevo il coraggio di chiedergli di essere soddisfatto: mi sembrava troppo nobile perché potesse diventare lui attore di un mio sollievo, ero io che dovevo essere oggetto del suo capriccio! e poi ora avevo il privilegio di stringerlo, che cosa potevo chiedere di più dalla vita…
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Le ragazze…
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