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RITORNO A PAVLOS (hard)

Erano dieci anni, ormai, che, per una ragione o per l’altra, non ero più riuscito a tornare a Pavlos, il grande paese a nord di Atene dove ero nato trentotto anni prima.
A dire proprio tutta la verità, non solo non avevo trovato il momento adatto, ma anche il desiderio di rivedere i luoghi dell’infanzia e dell’adolescenza mi aveva abbandonato da molto tempo.
L’ultima volta che ero ritornato a Pavlos era stata per il funerale di mia madre, una circostanza di certo non piacevole: e con la sua scomparsa si era definitivamente spezzato il legame con la terra natia e con quei pochi lontani parenti che ancora mi erano rimasti.
Vivere e lavorare in Australia mi aveva inesorabilmente allontanato da Pavlos e dalla Grecia.
Non che io avessi rinnegato le mie origini, per carità, ma la mia esistenza e i miei affetti erano ben radicati, e da tempo, a Sidney.

Stranamente pero’, quell’anno, il desiderio di tornare a respirare l’aria e i ricordi del paese che mi aveva dato i natali mi aveva ronzato sempre più insistente nella testa, al punto che, in giugno, avevo deciso all’improvviso di prendermi le ferie dalla ditta dove lavoravo come contabile e di volare verso il mio passato.
Ero curioso di vedere se Pavlos fosse cambiato, se i miei amici di allora fossero ancora lì, se l’intera Grecia, come si sentiva dire, fosse veramente cambiata in meglio, avvicinandosi, con il passare degli anni, alle nazioni dell’Europa più evoluta.
E, sopra ogni altra cosa, volevo portare un fiore sulla tomba dei miei genitori, per ringraziarli ancora una volta di tutti quei sacrifici che avevano fatto per farmi studiare e permettermi così un futuro migliore e più agiato rispetto a quello che i miei nonni avevano potuto dare loro.
Era il richiamo del sangue che, dopo molti anni, era prepotentemente tornato a farsi sentire, riportandomi finalmente a Pavlos.

L’aereo era atterrato ad Atene, al Venizelos, il mattino presto, in una radiosa e già calda giornata d’inizio estate, ed io, anche se scombussolato per il cambio di fuso orario, avevo subito noleggiato una macchina alla Hertz, ed ero quindi partito alla volta del mio paesello natio.
Ma, dopo pochi chilometri nel caotico traffico della capitale greca, mi ero immediatamente reso conto che, se non avessi dormito al più presto qualche ora, a Pavlos non sarei mai arrivato vivo: gli occhi mi si chiudevano e la concentrazione necessaria alla guida mi era assolutamente impossibile.

Di fatto, mi trovavo ancora alla periferia settentrionale di Atene quando vidi il parcheggio di un motel aprirsi invitante sulla mia destra.
Senza ulteriori indugi fermai l’auto, mi presentai alla reception, presi una camera, mi feci una rapida doccia nello striminzito bagno e m’infilai a letto, crollando all’istante in un lungo sonno, profondo e senza sogni.

Quando mi risvegliai, stiracchiandomi e sbadigliando come una foca, era già quasi sera.
Sorpreso per quanto fosse stato lungo il mio sonno, capii all’istante che a Pavlos sarei potuto arrivare soltanto il giorno successivo: anche se fossi partito subito, sarei giunto in paese solo a notte fonda, visti i molti chilometri che dovevo ancora percorrere.
Non avevo alcuna intenzione, però, di restare in quella camera d’albergo a rigirarmi i pollici e ad attendere l’alba: volevo uscire qualche ora, approfittando di quel tempo che avevo a disposizione per rivedere la cara e vecchia Atene.
Indossai dunque un paio di jeans e una maglietta, salii in macchina ed andai a passare la serata nel centro della capitale, passeggiando per le strade come un turista (cosa che ormai in definitiva ero a tutti gli effetti) e cenando in un ottimo ristorante ai piedi del Partenone.
Quando, a tarda sera, rientrai al motel, chiesi al portiere di notte di essere svegliato molto presto: non vedevo l’ora di partire per Pavlos, e di vedere l’effetto che mi avrebbe fatto rientrare in paese a distanza di ben dieci anni.

Superai l’ultima curva sulla cima della bassa collina, emozionato come non mai.
Pavlos mi apparve all’improvviso. adagiato in quell’ampia conca che così bene ricordavo.
Il grande villaggio, che avevo impresso in modo indelebile nella memoria, si era andato trasformando in una vera e propria cittadina: anche da quella distanza potevo vedere con estrema chiarezza i nuovi edifici costruiti nelle zone periferiche, schiere di graziose villette residenziali dalle moderne linee architettoniche.
Anche il centro storico di Pavlos risaltava nettamente nel panorama cittadino per le sue vecchie costruzioni in pietra: il contrasto tra l’antico degli edifici storici ed il moderno delle nuove costruzioni non disturbava più di tanto l’occhio dell’osservatore, inserendosi quasi alla perfezione nel caotico panorama urbanistico della Grecia moderna.
Il campanile della chiesa di Agios Nikolaus, sulla piazza principale di Pavlos, svettava imperioso al di sopra delle basse costruzioni circostanti.
La mia prima visita di quella giornata sarebbe stata proprio lì vicino, alla taverna di fronte alla chiesa, taverna che avevo frequentato assiduamente fino a quando non ero andato via: avrei di certo incontrato qualcuno di mia conoscenza, ed il mio ritorno a Pavlos sarebbe stato così consacrato dalla prima bevuta di quel giorno.

Parcheggiai l’auto nelle vicinanze della chiesa e, proseguendo a piedi, raggiunsi la piazza principale del paese.
Dieci anni erano passati, eppure tutto mi appariva uguale al giorno in cui ero partito: i negozi, l’asfalto delle strade, gli sconnessi marciapiedi, i passanti… tutto contribuiva a riportarmi indietro nel tempo, e la nostalgia per quella mia vita irrimediabilmente passata iniziò ben presto a struggermi l’anima.

La taverna aveva la stessa insegna scolorita di allora, i medesimi tavolini sgangherati e traballanti, ed il medesimo proprietario, il vecchio e arcigno Tassos.
Vecchio, arcigno e scostante.
Così l’uomo era sempre stato, e così sarebbe morto.
Ma l’abbraccio che Tassos mi riservò fu così intenso e carico d’affetto da meravigliarmi non poco e spingermi quasi alla commozione.
Altri avventori mi riconobbero, ed io riconobbi loro, ed in pochi minuti l’intera taverna festeggiava, a base di birra e di ouzo, il ritorno dall’Australia del figliol prodigo.
Il riprendere a parlare greco, dopo tanti anni d’inglese, mi apparve curioso e strano, ma allo stesso tempo naturale e piacevole.
Ormai ero diventato il centro dell’attenzione generale, sommerso da domande d’ogni tipo, e quando Dimitri fece il suo ingresso nell’ampio locale io nemmeno me ne accorsi, tutto preso com’ero a narrare della mia nuova vita in Australia ai vecchi paesani di Pavlos.

La mano, che ad un tratto si posò sulla mia spalla, era calda e ferma.
- Guarda un pò chi si rivede da queste parti… il vecchio Costas… credevamo tutti tu fossi diventato un canguro… -.
Sorpreso, mi voltai, e Dimitri era lì, un gran sorriso ad illuminargli il volto e gli occhi.
Mi alzai e ci abbracciammo, fra le risate e gli applausi di tutti i presenti, rinnovando quella stretta amicizia che ci aveva unito sin dall’infanzia.
- Potevi almeno avvisarci che saresti tornato… ti avremmo organizzato un vero e proprio comitato di ricevimento, con tanto di banda e fuochi d’artificio !! – proseguì il mio amico di sempre.
- E’ stata una decisione improvvisa, Dimitri. Un fulmineo attacco di nostalgia. Un giorno sei in Australia, e due giorni dopo brindi con i tuoi compaesani all’altro capo della terra… -.
Tornammo ad abbracciarci, entrambi con le lacrime agli occhi, felici di esserci ritrovati a distanza di tanti anni.

L’amicizia con Dimitri era nata sui banchi di scuola, ed era proseguita, sempre più stretta e complice, durante gli anni dell’adolescenza, fino al giorno in cui io ero emigrato in Australia.
Dopo la mia partenza, avevamo continuato a sentirci per telefono abbastanza di frequente, ma poi la lontananza si era fatta inevitabilmente sentire, ed erano ormai più di sette anni che di Dimitri non avevo avuto più notizie dirette.
Anzi, a voler essere più precisi, circa tre anni prima ero venuto a sapere da un mio lontano parente che il mio vecchio amico si stava per sposare, e con una ragazza italiana per giunta: allora, qualche giorno prima del matrimonio, lo avevo chiamato per fargli gli auguri , ma era stata una telefonata decisamente formale, sbrigativa e piuttosto fredda, senza alcuna traccia di quel trasporto che ci aveva unito in gioventù.
Quella era stata l’ennesima prova che la lontananza aveva indiscutibilmente spento la nostra amicizia.
Ora, invece, nella taverna della piazza principale di Pavlos, sembrava che il tempo non fosse passato, e lo straordinario rapporto d’amicizia di un tempo fra me e Dimitri tornava a farsi sentire in tutta la sua intensità.

- Voglio sperare che ti fermerai almeno qualche settimana, Costas… -.
- Sì… certo… una quindicina di giorni… di più non posso… ma sono appena arrivato da Atene, e devo ancora trovare una camera d’albergo dove sistemarmi… -.
A Pavlos un vero e proprio hotel non c’era mai stato, e non sapevo se ne fosse stato aperto uno durante la mia assenza: ma ricordavo che nel centro storico del paese esistevano un paio di piccole pensioni, nelle quali confidavo di trovare una stanza.
- Vuoi scherzare, Costas ? Un albergo ? Vieni a stare da me, ovviamente. Oltretutto sono in ferie anch’io, e così avremo tutto il tempo per stare insieme. Capisco che i tuoi parenti ci potrebbero restare un tantino male, ma… tu vieni a casa mia !! -.
- Oh… i parenti… figurati… dopo la morte di mia madre non ho sentito quasi più nessuno… ti ringrazio, Dimitri, ma non voglio disturbare troppo… tua moglie nemmeno mi conosce, e avere un estraneo fra i piedi non è il massimo… l’albergo è la soluzione migliore, credimi. Avremo lo stesso tutto il tempo per stare insieme e ricordare il passato… -.
- Non dire sciocchezze, Costas. Guarda che mi offendo… – mi rispose sorridendo Dimitri -… per quanto le ho parlato di te e della nostra amicizia, Monica sarà sicuramente curiosa e felice d’incontrarti… e poi lei, da buona italiana, adora avere compagnia… tu vieni a stare da noi… non se ne parla nemmeno… -.
Dimitri era assolutamente irremovibile riguardo al suo invito.
Accettai, dunque, la sua generosa offerta, anche perché faceva veramente piacere anche a me passare le vacanze in sua compagnia, a raccontarci le nostre vite e a ricordare con lui i tempi passati.
Ci attardammo alla taverna ancora un po’, nell’ilarità generale; quindi andai a recuperare la mia auto e seguii Dimitri, che con la sua mi faceva strada, fino alla casa dove abitava con la moglie.
In effetti, non ci sarebbe stato bisogno alcuno che lui mi guidasse, perché conoscevo a memoria la strada per casa sua.

La casa di Dimitri, ora, sorgeva poco fuori Pavlos.
Dico ora perché, con la costruzione delle zone periferiche, il confine tra il centro abitato e la casa si era avvicinato, e anche di parecchio: dieci anni prima l’abitazione del mio amico sorgeva in piena campagna, a sei o sette chilometri dal paese, mentre adesso la distanza si era notevolmente accorciata, i campi sostituiti da strade ed edifici.
Ciononostante, quando arrivammo, la sensazione di essere isolati dal resto del mondo restava immutata.

L’abitazione di Dimitri era una grande e solida costruzione in pietra, dove la famiglia del mio amico viveva ininterrottamente da molte generazioni: circondata su tutti i lati da campi coltivati a vite (come poi venni a sapere, la produzione del vino era il passatempo preferito da Dimitri), la casa era divisa su due piani, con il classico tetto spiovente fatto di tegole rosse e di vecchi camini.
In quei giorni di cui vado raccontando, Dimitri, figlio unico, era l’ultimo erede della sua famiglia: alla morte dei genitori aveva ovviamente ereditato la casa, ed ora l’abitava con la moglie.
Il solo pensiero di vendere e di trasferirsi altrove era, per lui, assolutamente inconcepibile.
Io, invece, dopo la scomparsa di mia madre, anche se con molta amarezza, avevo venduto quasi subito la casa dove ero nato: vivevo in Australia, non dietro l’angolo, e l’idea di tornare un giorno a Pavlos mi era apparsa ormai irrealizzabile.
Inoltre, i soldi che avevo ricavato da quella vendita, mi erano tornati molto utili per sistemarmi definitivamente a Sidney.
Dimitri, per contro, era rimasto a Pavlos, con il suo lavoro in Comune, la sua vita tranquilla e soddisfacente, ed ora anche con una moglie.
In parte sentivo d’invidiare questa sua scelta di vita, per lui così appagante: forse aveva rinunciato a molte cose, ma il restare a vivere sulla sua terra e nella sua casa lo ricompensava alla grande di questa sua decisione.

Parcheggiammo le auto nell’ampio piazzale davanti all’abitazione, il caldo afoso di quel giorno di giugno che già si faceva sentire nell’aria.
Mentre scaricavo i bagagli dalla macchina, la porta principale della casa si aprì, ed una donna dalla straordinaria e raffinata bellezza ci venne incontro sorridente.
- Guarda un pò chi ho incontrato in paese stamattina, Monica ! Fresco fresco dall’Australia… ti presento il mitico Costas… e questa è Monica, mia moglie… – fece Dimitri, presentandoci.
Con lo zaino buttato su una spalla e due borsoni nelle , rimasi imbambolato a guardare l’affascinante moglie del mio amico.
Una cosa era sapere che Dimitri si era sposato, un’altra vedere che aveva sposato una delle più belle donne che mi fosse mai capitato d’incontrare.
- Benvenuto, Costas… – mi disse Monica, riportandomi alla realtà, un meraviglioso sorriso ad illuminarle il volto – … sapessi quanto mi ha parlato di te Dimitri in questi anni… a tal punto che mi sembra di conoscerti da sempre… -.
Ci abbracciammo, ed il profumo delicato della donna mi fece quasi girare la testa.
La moglie di Dimitri era una ragazza dalla bellezza assolutamente unica.

Sulla trentina, una cascata di biondi capelli, lisci e lunghi fino alla vita, era lo straordinario contorno di un viso a dir poco perfetto, dagli occhi azzurri e lievemente a mandorla, dal naso piccolo e impertinente, dalle labbra sensuali e accattivanti, dai denti così bianchi da renderle il sorriso fulgido e smagliante, messo in risalto ancor di più della lieve abbronzatura che impreziosiva la pelle della donna.
Inutile girarci attorno, ma ero rimasto letteralmente senza fiato di fronte a Monica, una vera e propria apparizione ai miei occhi, imbarazzato e intimidito dalle prorompenti forme del suo corpo: seno generoso, vita stretta, fianchi perfettamente modellati, natiche e gambe fasciate in pantaloni di cotone bianchi talmente aderenti che la vestivano come una seconda pelle.
La ragazza calzava scarpe da ginnastica senza calze, eppure era alta quasi come me, di certo più del marito.
Dove diavolo Dimitri l’avesse incontrata ancora non lo sapevo, ma di certo i due mi avrebbero presto raccontato tutta la loro storia.

- Finalmente il nostro Costas ha deciso di fare questo tuffo nel passato. Passerà qui le sue vacanze e ho pensato che potremmo ospitarlo per il periodo che si tratterrà a Pavlos… sarà bello riparlare della nostra infanzia… -.
Dal tono di voce di Dimitri si capiva che la decisione era già stata presa, e che il parere della moglie, riguardo la presenza del sottoscritto in casa loro, non era di certo per lui vincolante.
Rimasi infastidito da questo suo comportamento, e mi sentii in dovere di giustificare in qualche modo il mio arrivo improvviso.
- Monica… non ti devi sentire in obbligo… io sarei andato tranquillamente in albergo senza problemi… è Dimitri che ha insistito… non vorrei in alcun modo importi la mia presenza… -.
Ma Monica m’interruppe subito.
- Costas… vuoi scherzare ? Io sono felicissima che tu stia qui da noi. La casa è grande, come ben sai, e un pò di compagnia mi è proprio gradita… non ti devi assolutamente preoccupare di nulla… -.
- Grazie, Monica. Sei veramente molto gentile. Mi meraviglio che tu riesca ancora a sopportare un troglodita come Dimitri… -.
Scoppiarono entrambi a ridere alla mia battuta, ed io fui molto sollevato nel constatare che anche Monica era felice di ospitarmi.

Li seguii, dunque, all’interno della casa, ancora incantato e stordito dal fascino della moglie di Dimitri.
Monica era una donna così sensuale da lasciare tramortito qualunque uomo che si possa definire tale: non solo era bella e attraente, ma era circondata da un alone di erotismo inimmaginabile.
Tutto, in lei, risultava essere sexy: l’aspetto fisico era la caratteristica che più balzava agli occhi, ovviamente, ma la sua stessa voce, calda e profonda, e con quell’inflessione particolarissima della donna straniera che parla il greco, risultava terribilmente eccitante.
Quella punta d’invidia, che avevo provato poco prima per il mio amico Dimitri, andò aumentando in modo esponenziale.
Incontrare una donna simile era stata, per lui, una straordinaria fortuna, una lotteria che a pochi uomini capita di vincere nella vita.

Mi riservarono un’ampia camera da letto al primo piano, con annesso un bagno spazioso e rifinito d’ogni comodità.
La casa era stata completamente ristrutturata dall’ultima volta che c’ero stato, ma ricordavo benissimo che quella stanza era stata da sempre la camera riservata agli ospiti.
Sistemai rapidamente i miei bagagli, mi detti una rinfrescata e raggiunsi i miei amici al pianoterra.

Dopo un pranzo veloce (con Monica che si era scusata, ma non sapendo del mio arrivo non aveva avuto tempo di dedicarsi ai fornelli), un po’ per lasciare tranquilli Dimitri e Monica, e un po’ perché volevo fare una visita ai miei genitori al cimitero, mi accomiatai da loro, con la promessa di rientrare nel tardo pomeriggio: Monica mi disse che avrebbe preparato una cena speciale, ovviamente in mio onore e per festeggiare il mio ritorno a Pavlos.
Ringraziai entrambi per la loro squisita ospitalità, salii in macchina e, nel caldo del primo pomeriggio, tornai verso il paese; non mi vergogno nel dire che in quelle ore il pensiero di Monica non mi abbandonò un istante, unitamente al senso di colpa che provavo nei confronti di Dimitri.
Lui mi aveva voluto ospitare ad ogni costo, dimostrandomi, se mai ce ne fosse stato bisogno, come ancora tenesse alla mia amicizia, ed io lo stavo ripagando in quel modo, desiderando con la mente sua moglie, la bellissima e seducente Monica.
M’imposi di abbandonare l’irrazionalità di quei miei pensieri, e di tornare ad essere la persona posata ed equilibrata che sempre ero stato nella vita.
Constatare l’oggettiva bellezza della moglie di Dimitri era una cosa, ma desiderare la compagna del mio amico andava oltre l’educazione ed il buongusto.
Vi giuro che tutto sarebbe rientrato nella normalità se fosse dipeso esclusivamente da me, ma la realtà fu che rimasi travolto dai sorprendenti eventi che si verificarono in quei giorni: e, in definitiva, oggi sono più che felice che le cose mi siano sfuggite di mano in quel modo.

Il cimitero di Pavlos era esattamente come lo ricordavo: piccolo e molto curato, ombreggiato da fitti cipressi e grandi querce, le tombe ordinate in lunghe file circondate dal verde e dai fiori di mille colori, un’oasi di fresco nella calura opprimente.
Rimasi una buona mezz’ora in raccoglimento sulle tombe dei miei genitori, con la certezza che sarebbero passati ancora molti anni prima che io potessi tornare a far loro visita.
Quando uscii dal cimitero, mi ripromisi di tornare in quel luogo una seconda volta, magari il giorno prima di prendere l’aereo per l’Australia.

Passai il resto del pomeriggio alla ricerca di quei pochi parenti che mi erano rimasti in paese, convincendomi quasi subito, però, che quello che pensavo da tempo corrispondeva alla realtà: la mia partenza aveva definitivamente spezzato quei pochi legami di sangue che avevo ancora a Pavlos, e l’accoglienza che ricevetti, da lontani cugini e ancor più lontani zii, risultò essere formale, al limite della freddezza; è sufficiente dire dell’espressione di sollievo che avevo letto nei loro occhi quando venivano a sapere che avevo già una sistemazione in paese, con questo liberandoli dal fastidio di dovermi offrire ospitalità.
Me lo aspettavo, comunque, e la cosa non m’infastidì più di tanto.
Mi rimaneva Dimitri, il mio amico di sempre, e questa consapevolezza mi fece ancora più apprezzare il suo caldo e disinteressato benvenuto.
Si stava avvicinando la sera, ormai, quando rientrai a casa di Monica e Dimitri.

Cenammo sull’ampia veranda posteriore della casa, con lo sguardo che spaziava sulla campagna e sui lunghi filari di viti, avvolti, ogni minuto di più, dall’oscurità della notte incipiente.
La conversazione procedeva in un’atmosfera d’allegria e di spensieratezza, e Dimitri era un vero e proprio fiume in piena di ricordi: Monica ed io ridevamo a crepapelle ai suoi lunghi e divertenti racconti, mangiando di gusto le ottime pietanze preparate dalla ragazza, e bevendo il delizioso vino bianco della loro proprietà.
Prima era stata Monica a raccontarmi di come si erano conosciuti, complice una vacanza in Grecia della ragazza, e di come, in pochi mesi, loro avessero deciso di sposarsi.
Lei sentiva ancora molto la mancanza dell’Italia e della sua famiglia, ma a Pavlos si era ambientata benissimo, e la nostalgia per la sua terra era comunque mitigata dalla vita gradevole che conduceva con il marito.
Poi aveva attaccato Dimitri: aveva voluto sapere tutto dell’Australia, sul mio lavoro, sulla casa dove vivevo, sulle mie conquiste femminili (nulla da tramandare ai posteri, credetemi… a quel tempo avevo una relazione, questo sì, ma non era di certo una cosa impegnativa e che mi facesse immaginare un futuro matrimonio), per poi lanciarsi in interminabili monologhi che iniziavano, invariabilmente, con “Costas, ti ricordi quella volta che…”.
Insomma, tutto andava per il meglio e la serata si stava rivelando sempre più piacevole, quando, forse a causa dell’eccessivo vino bevuto, Dimitri iniziò ad avventurarsi su argomenti per me un po’ troppo delicati, considerata la presenza della moglie.

“Adesso senti questa, Monica… ti ricordi, Costas, di quella ragazza che piaceva ad entrambi… si chiamava… si chiamava… ora il nome mi sfugge… parlo di quella ragazza scura di capelli e di carnagione, e che avevamo conosciuto quell’anno a Patmos… dai… non fare quella faccia… non puoi non ricordarla anche tu… -.
Improvvisamente mi sembrava di aver iniziato a camminare su una scivolosissima lastra di ghiaccio, e di dover fare molta attenzione alla mia risposta.
- La ricordo, Dimitri… certo… Caterina si chiamava, ma non credo che sia questo il momento adatto per rinvangare quella storia… -.
Così dicendo accennai di sfuggita con gli occhi alla moglie, cercando di far capire al mio amico che era sicuramente meglio se lui avesse cambiato discorso.
Ma Dimitri era ormai inarrestabile.
- Tranquillo, Costas… Monica non è certo gelosa del mio passato… come io non lo sono del suo… e poi sono convintissimo di quanto lei sia curiosa di sapere quello che ci accadde quell’estate… -.
E, infatti, fu proprio la moglie di Dimitri a confermare subito quelle sue parole.
- E’ vero. La curiosità è proprio una delle mie caratteristiche… raccontatemi la vostra avventura, ragazzi. Non sono certo il tipo di donna che si scandalizza… -.

Fu in quel preciso momento che iniziai a sentirmi in imbarazzo.
Conoscevo Monica solo da poche ore, e il portarla a conoscenza di dettagli così intimi del mio passato mi sembrava non solo di cattivo gusto, ma anche assolutamente prematuro e fuor di luogo.
Ma questo problema Dimitri non mostrava minimamente di averlo.
Con ogni probabilità era abituato ad avere una gran confidenza con la moglie, e l’argomento che si apprestava a toccare non gli sembrava essere imbarazzante nemmeno per me.
Invece io mi sarei volentieri astenuto dall’andare oltre.
Ma…
Mi versai l’ennesimo bicchiere di vino e attesi che lui continuasse a parlare.

- Allora… avevamo incontrato quella ragazza, Caterina si chiamava, come ha ricordato Costas… insomma, l’avevamo conosciuta in un locale dell’isola dove eravamo andati in vacanza quell’anno. Era talmente bella che entrambi ce ne innamorammo all’istante… dico bene, Costas ? -.
- Sì… è vero… fu proprio così… eravamo ragazzi, e anche alle prime esperienze… – risposi, sempre più a disagio, e cercando di far apparire la cosa, agli occhi di Monica, per quello che, in effetti, era stata: una vera e propria ragazzata, dove il testosterone era stato l’assoluto ed incontrastato protagonista.
Dimitri riprese il suo racconto.
- Che noi due potessimo arrivare a litigare per una donna era assolutamente escluso, visto il livello di amicizia che ci univa. Ma Caterina la desideravamo entrambi, questo era il problema: e fu così che decidemmo di lasciare la scelta a lei, a Caterina stessa, in modo da non avere rimpianti su quella storia… -.
- E Caterina, alla fine, chi scelse tra i due ? – chiese Monica, guardando con sguardo divertito prima me e poi il marito.
- Nessuno – le risposi in tutta fretta, augurandomi di cuore che la questione finisse così.
Ma Dimitri, accidenti a lui, non era di certo dello stesso mio parere.
- Dire nessuno non è propriamente corretto. Caterina la sua scelta la fece, eccome… scelse di non scegliere, diciamo così. Perché lei ci voleva entrambi… ed entrambi, in effetti, c’ebbe… -.
A quel punto ero pronto per sprofondare in qualche buco sottoterra: mi augurai che il calore che sentivo in volto fosse dovuto al troppo vino bevuto, e non alla vergogna che mi faceva avvampare le guance.
- Una sera con te ed una con Costas, eh ? Non male, soprattutto per lei… – fece Monica con un sorriso, sorseggiando il suo bicchiere di vino.

Guardai fisso Dimitri negli occhi, in un muto e disperato appello al silenzio.
Lui sostenne tranquillo il mio sguardo, ridendo del mio evidentissimo imbarazzo.
Capii all’istante che non si sarebbe fermato per nessuna ragione.
- No, Monica… non mi sono spiegato bene… Caterina non uscì una sera con Costas e quella dopo con me… accadde che, una notte, sulla spiaggia, Costas ed io ce la siamo scopata insieme… -.
Dimitri aveva superato il limite della mia sopportazione, ed ora ero decisamente arrabbiato.
- Basta, Dimitri… stai andando troppo oltre… – gli dissi, senza alcuna traccia di gentilezza nella mia voce.
Il silenzio che seguì a quelle mie parole fu lungo e fastidioso.
Mi dispiaceva di essere stato scortese con il mio amico, e mi dispiaceva molto, ma ritenevo che la presenza della moglie avrebbe dovuto sicuramente consigliargli un po’ più di tatto.

Fu proprio Monica a porre fine a quei secondi di silenzio che si erano fatti insopportabili.
- Dai, Costas… non te la prendere… capisco perfettamente il tuo imbarazzo, ma… conosci Dimitri da sempre, e sai com’è fatto il tuo amico… e poi… e poi… beata questa Caterina, no ? -.
Li guardai entrambi e scoppiammo finalmente tutti e tre in una risata liberatoria.
Il momento di difficoltà era fortunatamente passato, ed era passato grazie alle parole di quella splendida donna che era la moglie di Dimitri, a quella sua battuta che aveva sdrammatizzato e rasserenato l’atmosfera attorno alla tavola.

La conversazione, dunque, tornò ad essere più leggera, ed il buonumore aleggiava nuovamente tra noi.
Ma non mi era sfuggita quella scintilla d’interesse che era apparsa, anche se solo per un attimo, negli occhi di Monica, quando aveva capito che io ed il marito avevamo fatto l’amore in tre con quella ragazza, a Patmos: la moglie di Dimitri non era rimasta di certo insensibile a quell’immagine che le si era formata nella mente, ed ero sicuro che se il marito si fosse avventurato a raccontare particolari ancora più intimi di quella notte sulla spiaggia (e ci sarebbe stato molto da dire, credetemi), lei si sarebbe certamente eccitata.
In quei minuti non sapevo quale fosse la loro vita sessuale, ma gli occhi di Monica e la mancanza di pudore di Dimitri mi avrebbero dovuto far intuire quanto il loro rapporto di coppia fosse, a dir poco, singolare; e, in verità, non mi ci volle troppo tempo per capire come stessero realmente le cose…
Ero convintissimo che la ragazza sarebbe andata su di giri se fosse venuta a conoscenza dei dettagli di quella scopata in tre…
Ed il pensiero di vedere Monica eccitata aveva fatto sì che mi fossi eccitato, e sul serio, anche io: avvertii chiaramente i primi sintomi di una potente erezione tendermi la stoffa dei pantaloni.
Cercai di dominare queste mie reazioni, non volendo in alcun modo offendere Dimitri e la sua compagna.

Per mia fortuna, la fine della cena scivolò via in maniera più tranquilla.
La sera si era andata trasformando in notte, e la luce della veranda era l’unica fonte luminosa che si poteva vedere nella campagna buia.
I grilli avevano iniziato a cantare il loro assordante concerto, e una miriade d’insetti volteggiava impazzito attorno alle lampade accese.
Dimitri ed io continuavamo a chiacchierare, sicuramente un po’ brilli per il troppo vino bevuto, mentre Monica era andata in cucina a prendere il dessert.
La moglie del mio amico tornò con tre coppe piene di fragole: usando una bomboletta di panna, Monica guarnì i rossi frutti con una generosa dose della stessa.
Quel lampo che le avevo visto passare negli occhi poco prima era ora del tutto scomparso, al punto che ero arrivato a credere di aver immaginato un qualcosa che non era mai esistito.
Probabilmente era stato il vino a confondere le mie idee.
Meglio così, mi dissi, sollevato dal fatto che quei momenti d’imbarazzo fossero passati.

Avevo appena iniziato a mangiare le fragole, quando Dimitri riprese a parlare: – Adoro le fragole… e adoro anche la panna… anche se il modo in cui più mi piace mangiarla è questo… -.
Incuriosito, sollevai lo sguardo e vidi il mio amico intingere un dito nella sua coppa, raccogliere una quantità notevole di panna e, sporgendosi verso la moglie, cospargerle il collo con la bianca sostanza.
Monica indossava una scollata camicetta gialla senza maniche, ed il suo collo era così completamente scoperto: rimasi immobile a guardarla, bellissima ed affascinante con la sua pelle abbronzata macchiata del bianco della panna.

A quel punto Dimitri avvicinò le labbra al collo di Monica e, con una sensuale leccata, portò via quasi tutta la panna dalla pelle della moglie.
Osservai Monica chiudere gli occhi e rabbrividire percettibilmente di piacere al contatto con la lingua di Dimitri.
L’atmosfera fra noi tre era d’improvviso nuovamente cambiata, la goliardia di quella serata che si stava trasformando in un qualcosa di completamente diverso, in un’eccitante miscela di sensualità ed erotismo, ed il gesto di Dimitri ne era stato il più chiaro dei segnali.
Ancora oggi non ho capito fino in fondo quando i due avessero scelto di coinvolgermi in quella notte folle che stava iniziando: forse si trattò di una decisione improvvisa, alimentata dal vino e dalla calda serata estiva, ma io sospetto che i miei due ospiti avessero lungamente premeditato le loro mosse durante la giornata, entrambi eccitati all’idea di ritrovarsi il sottoscritto nel loro letto.
Non ho avuto occasione di chiedere a Dimitri quale fosse la verità, anche perché, dopo quella mia vacanza, non sono più tornato a Pavlos, temendo di scivolare di nuovo in quel pozzo di lussuria e di libidine nel quale mi ritrovai a precipitare in quei quindici giorni.

Il mio amico allontanò le labbra dalla calda pelle della moglie, un ambiguo sorriso a distendergli ora le labbra ancora macchiate di panna.
E anche Monica, seduta immobile al suo posto, mi osservava con uno sguardo divertito: era più che evidente come i due stessero valutando le mie reazioni alla loro esplicita proposta.
Onestamente la situazione si era fatta per me molto difficile, non sapendo con certezza se i due mi stessero soltanto provocando, o se, invece, mi stessero mettendo alla prova, sondando quale potesse essere la mia risposta a quel loro chiaro invito a partecipare ai loro giochi erotici.
Evidentemente, però, l’espressione del mio viso parlava da sola, perché non ci vollero più di trenta secondi a convincerli di avermi definitivamente invischiato nella loro diabolica trappola erotica.
Infatti Dimitri allungò un braccio e, con le dita, prese a sbottonare la camicetta di Monica.
- Mio caro Costas, ora ti faremo vedere il modo in cui noi siamo soliti giocare… -.
La voce di Dimitri sembrò venire da molto lontano.
Le mie debolissime difese d’ordine morale erano state definitivamente spazzate via, ed i miei occhi erano fissi su quella mano che aveva preso a spogliare Monica: ero prontissimo a partecipare a quella festa del che andava ad iniziare, e gli eventuali rimpianti e rimorsi per quella mia decisione avrebbero dovuto attendere il giorno successivo.

Bottone dopo bottone, la camicetta si aprì completamente, ed i seni di Monica, tonici e perfettamente modellati, mi apparvero come una straordinaria visione: la ragazza non indossava il reggiseno, non so se per una sua consolidata abitudine o perché i due avessero effettivamente previsto l’incredibile conclusione di quella cena.

Dimitri afferrò la bomboletta, la accostò ai seni di Monica e ricoprì i capezzoli della moglie di candida panna, mentre lei si mordeva sensualmente il labbro inferiore.
- Dai, Costas… facciamo come ai vecchi tempi… lo so perfettamente che anche tu non aspetti altro… – mi disse Dimitri, accostando le labbra al seno sinistro della moglie.
- Sì… leccami anche tu… – m’invitò Monica, con il suo sguardo sempre più torbido ed ambiguo.
Gli ultimi residui di perplessità e d’incertezza che ancora provavo si dileguarono all’istante, sostituiti da una travolgente e dilagante eccitazione: mi chinai verso Monica, avvicinando la bocca al suo seno destro e, in punta di lingua, leccai la panna ed il capezzolo, già meravigliosamente duro e sporgente.
Fu una sensazione straordinaria quella di sentire la ragazza rabbrividire di piacere al contatto delle nostre lingue: ed il suo respiro, subito fattosi affannoso, contribuì ad accrescere, e di tanto, le mie emozioni di quegli istanti.
Dimitri ed io le ripulimmo rapidamente i seni dalla panna, godendoci quei capezzoli così eccezionalmente eretti: quindi, senza pronunciare nemmeno una parola, ci alzammo tutti e tre dal tavolo dove avevamo cenato e rientrammo in casa, salendo al piano superiore e dirigendoci verso la loro camera da letto.
La serata aveva preso una direzione per me assolutamente inaspettata, ma l’idea di poter avere la moglie di Dimitri, di vederla nuda e desiderabile, di godere del suo corpo che rasentava la perfezione, di perdermi con la donna che avevo conosciuto solo quella stessa mattina, ma che avevo desiderato sin dal primo momento in cui i miei occhi si erano posati su di lei, mi aveva proiettato in una dimensione in cui l’eccitazione aveva travolto qualunque freno inibitore.
Ero pronto a dare tutto quello che loro desideravano, e a prendermi tutto il piacere che Monica mi avrebbe regalato.

Monica accese una piccola lampada posta sul comodino di fianco al letto: quindi, con movimenti sinuosi ed aggraziati, si liberò velocemente degli abiti, andandosi a mettere poi, completamente nuda, in ginocchio sull’ampio letto matrimoniale.
La donna era di una bellezza a dir poco sconvolgente: la pelle, liscia e morbida, appena colorata da quella lieve abbronzatura che faceva risaltare magicamente i segni del ridotto costume a due pezzi che evidentemente lei era solita indossare per prendere il , era un richiamo assolutamente irresistibile.
I lunghi capelli biondi sembravano riflettere la tenue luce della lampada, e le fantastiche forme del suo corpo mi strapparono un fremito di puro ed incontrollabile desiderio animale.

Anche Dimitri ed io, in silenzio e con gli occhi fissi su quella straordinaria bellezza, ci togliemmo rapidamente i vestiti di dosso e, nudi, ci sdraiammo sul letto, lei ancora in ginocchio tra noi.
Monica, visibilmente eccitata, guardò per alcuni lunghi secondi i due cazzi in piena erezione che si offrivano alle sue attenzioni: quindi, dalla mano del marito prese la bomboletta della panna che lui aveva portato sul letto, iniziando ad agitarla, negli occhi un pozzo di libidine senza fine.
Immobile, lo sguardo puntato su di lei, attesi, con il cuore che mi batteva furioso in gola, le sue prossime mosse.

Monica allungò la mano, una mano dalle snelle ed eleganti dita, dalle lunghe unghie laccate con un delicato smalto trasparente, la fece scivolare lieve sul mio , scappellandomelo del tutto: poi la stessa mano riservò il medesimo trattamento al pene del marito, scoprendone per intero la larga e violacea cappella.
Quindi la donna accostò la bomboletta alle due erezioni, ricoprendole completamente con la panna: con il respiro reso difficoltoso dalla violenta eccitazione, Dimitri ed io la osservammo lasciar cadere la bomboletta ai piedi del letto.

Monica (e in quel momento mi passò per la testa la curiosa idea che, anche in quei frangenti, la ragazza si dimostrava una perfetta padrona di casa, riservando per primo all’ospite le sue attenzioni) chinò la testa su di me e lasciò finalmente guizzare la lingua sul mio , iniziando a ripulirlo con cura della panna.
A quell’improvviso contatto, un’impetuosa scossa di desiderio dilagò nel mio corpo, insinuandosi in ogni più remota terminazione nervosa.
Affondai le tra i biondi e morbidi capelli della donna, e guidai la sua testa su di me.

Intanto che Dimitri, affascinato ed eccitato dalla scena, guardava la moglie all’opera sul mio pene, Monica leccò via tutta la panna, strappandomi dall’anima fremiti e sospiri sempre più intensi.
Poi la ragazza circondò delicatamente con le labbra la cappella, per poi ingoiare il mio per più di metà, iniziando a succhiare l’asta in un da favola.
La moglie di Dimitri si rivelò veramente diabolica nella sua straordinaria abilità: le dita delle sue erotiche a carezzarmi la base e lo scroto, con la bocca mi trascinò verso il paradiso, facendomi esplodere in pochi minuti: spingendo con le la sua testa sul mio , le inondai la bocca di sperma, scaricando tra le sue labbra tutto il mio orgasmo.
Nel momento in cui Monica risollevò il viso, vidi un rivolo bianco di seme colarle lentamente sul mento…

Svuotato di ogni energia, osservai la ragazza lasciare la verga ancora pulsante, voltare il viso verso il marito ed iniziare subito a ripulire dalla panna quel che, spasmodicamente, attendeva le sue straordinarie attenzioni.
E così anche Dimitri ebbe il mio stesso trattamento, venendo alla fine anche lui nella bocca della moglie, e gridando tutto il suo piacere, troppo a lungo trattenuto.

Dopo averci regalato quell’indimenticabile e fantastico orgasmo, Monica ci accarezzò a lungo, un in ogni mano, restituendoci il vigore assopito da quella prima e così intensa eiaculazione.
Poi la donna si sdraiò tra noi, l’eccitazione a livelli per lei non più tollerabili, offrendo il suo erotico corpo alle nostre amorevoli cure.

Dimitri ed io, anche noi nuovamente eccitati, non la facemmo attendere un istante di più.

Mentre il mio amico aveva accostato le labbra a quelle della moglie, iniziando a baciarla con passione, io presi ad accarezzarle i seni ed il ventre, provando un immenso piacere dal contatto delle mie con la vellutata pelle della ragazza.
Scivolai con una mano lungo quel corpo vibrante per la straordinaria tensione erotica di quegli istanti, sfiorando appena i radi peli del pube di Monica, e quindi l’interno delle sue cosce divaricate, bagnandomi le dita nei suoi caldi e profumati umori, già abbondantemente fuoriusciti per la dilagante e irrefrenabile eccitazione della donna.
Insieme al marito, le percorremmo l’intero corpo con le lingue, leccandole i capezzoli e l’ombelico, e inumidendole con la nostra saliva il collo e le spalle, le gambe ed i piedi.
Intanto che Dimitri indugiava sapientemente con le labbra sul clitoride della moglie, io dedicai le mie attenzioni ai piedi della ragazza, baciando le agili caviglie e succhiando, una ad una, le splendide dita, eccitandomi come non mai al contatto e alla vista delle sue unghie, voluttuosamente laccate dello stesso smalto lucido che Monica aveva su quelle delle .
Quindi, nel momento in cui la mia tensione erotica aveva raggiunto l’apice del sopportabile, accostai uno dei suoi piedi al mio , premendolo sull’asta congestionata: subito le dita del piede della ragazza presero a masturbarmi, scoprendomi la cappella con crescente rapidità.

Ancora preda della bocca di Dimitri, che ora aveva lasciato il clitoride della moglie per leccarle le grandi labbra, Monica si sciolse nel suo primo orgasmo, inarcandosi e gridando tutta la sua incontenibile eccitazione.
Fu allora che allontanai il suo piede dal mio pene, non volendo godere in quel modo, anche se l’idea di sporcarle le dita e le unghie con il mio sperma mi affascinava terribilmente: ma io volevo penetrarla, entrare subito in lei e scoparla fino allo sfinimento.
Dimitri, però, mi prevenne: si sdraiò sul letto a gambe divaricate e Monica fu lesta a salirgli sopra.
Con la destra la ragazza afferrò il del marito, lo guidò fino al punto in cui la cappella fu a contatto con la sua fica dischiusa, e quindi, in un solo colpo, s’impalò su quell’asta che così bene conosceva.
Con una punta di delusione, mi presi il pene con la mano e iniziai a masturbarmi, gli occhi fissi su quei due corpi uniti, non resistendo alla visione della schiena eretta della donna, dei suoi lunghi capelli biondi che si agitavano al ritmo della scopata, delle sue magnifiche natiche, armoniose e perfette, e che si muovevano con seducenti movimenti verticali.
Rimasi ipnotizzato dalla bellezza del corpo di Monica.
Allungai la mano libera e le accarezzai lentamente la schiena, dal collo fino alle reni, per poi insinuare le mie dita nel solco che si apriva tra le due superbe natiche.

- Puttana… sei la mia puttana… la mia troia… una grandissima e meravigliosa troia… -.
La voce di Dimitri, resa roca dall’eccitazione e rotta dall’intenso desiderio, contribuiva a rendere ancora più torridi e carichi di libidine quei momenti di folle lussuria.
- Sì… sono la tua troia… continua ad insultarmi… adoro essere scopata così… -.
Quelle parole volgari, quelle oscenità che i due si rivolgevano in continuazione mi portarono ad un tale livello d’eccitazione da farmi quasi star male.
In ginocchio, alle spalle di Monica, smisi di masturbarmi e, con le , le allargai le natiche, prendendo quindi a stuzzicarle l’ano con le dita.
Lentamente infilai l’indice della destra nel suo culo, strappandole ancora più intense grida di piacere.

A distanza di tanti anni, rivedo ancora nella mente quelle straordinarie immagini con estrema nitidezza,
Monica, seduta sul di Dimitri, la sua fica piena della carne bollente del marito, che lentamente volta il viso verso di me, i suoi lunghi capelli biondi in una splendida cascata dai riflessi del grano, la sua mano destra, dalle meravigliose e lunghe unghie, appoggiata sulla natica, ad allargarla ed a mostrarmi l’ano, e la sua sensuale voce ad accarezzarmi l’udito.
- Prendimi, Costas… entrami di dietro… inculami… e fammi godere… -.
Mi sembrava di vivere in un sogno, in una dimensione sconosciuta e sconvolgente.

Mi accostai ancor di più a lei, a Monica, a quella donna che, malgrado fosse la moglie del mio migliore amico, avevo desiderato sin dal primo momento in cui l’avevo incontrata: il mio petto sulla sua schiena, e le mie a stringerle i seni.
Portai il mio incredibilmente duro a contatto con il suo ano, e spinsi senza alcuna esitazione, entrandole nel culo completamente e fino in fondo, riempiendola della mia straordinaria eccitazione.
Avvertii nettamente come le sue pareti interne già fossero pronte alla penetrazione, segno inequivocabile di come Monica fosse abituata a farsi prendere da dietro, ad offrire il suo culo a quelle indelicate intrusioni.
Così, mentre il marito continuava a scoparla, io la inculai con sempre maggior vigore.
Monica urlava i suoi orgasmi, senza un attimo di sosta, stretta fra noi due, e così riempita dalle potenti erezioni che le scavavano le viscere, unica e meravigliosa dispensatrice del piacere più sfrenato…

Nell’esatto momento in cui il marito le esplodeva dentro tutto il suo orgasmo, anche io venni, allagandole il culo con nuovi e potenti getti di caldo sperma…

Inutile dire che il mio ritorno a Pavlos, dopo dieci anni di assenza dal paese natale, fu segnato da quell’esperienza sconcertante.
Nei giorni in cui fui ospitato in casa di Dimitri e Monica, il esplose in tutta la sua dirompente magnificenza: non passò notte, in pratica, che io non fossi ospitato nel loro letto, e le straordinarie arti erotiche di Monica ebbero modo di rivelarsi in tutta la loro incredibile sensualità.
In quei giorni venni a conoscenza, tra l’altro, della loro folle passione per i rapporti sessuali a tre: nei fine settimana, o quando i due partivano in vacanza per periodi più lunghi, il mio amico d’infanzia e la moglie andavano sempre alla ricerca di forti emozioni: uomini e donne (Monica non disdegnava di certo anche le compagnie femminili, come una notte mi raccontò mentre Dimitri ed io le spalmavamo il corpo di olio abbronzante)) si alternavano con loro tra le lenzuola, in un girotondo sessuale che entrambi desideravano vivere fino in fondo.
In paese, ovviamente, risultavano essere una coppia assolutamente normale, e Monica in particolare era considerata una ragazza schiva e di poche parole: e loro, proprio per evitare chiacchiere e pettegolezzi, stavano molto attenti ad incontrare il partner o la partner di turno sempre lontano da Pavlos e dagli occhi dei compaesani.
Ho la quasi matematica certezza che io, in quei giorni, rappresentai la classica eccezione alla regola.

Malgrado siano passati tanti anni da quei giorni, con Monica e Dimitri mi sento regolarmente per telefono.
A Pavlos, però, non sono più tornato da allora, malgrado loro mi abbiano invitato più volte.
E difficilmente prevedo di ritornarci.
Quello che accadde in quelle due settimane lo ricordo sempre con piacere ed emozione, ma voglio che il tutto resti solo un ricordo; aver capito di essere stato soltanto uno fra i tanti uomini che allietano le loro bollenti avventure sessuali mi mette chiaramente a disagio.
In definitiva, per loro, io sono stato solamente un giocattolo da usare per qualche notte di piacere e di passione.

FINE

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RITORNO A PAVLOS (hard)

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Regalo di Compleanno/2 (racconto di Diabolik1)

Dopo avervi narrato del mio incontro con Laura, permettetemi di raccontarvi dei giorni trascorsi in compagnia di Olga.
Come vi avevo già detto, Laura sparì dalla mia vita quel lunedì mattina, e per circa due anni non ebbi più notizia alcuna di lei.
E’ necessario fare un veloce passo indietro.
Quando Laura mi salutò, di fronte alla scuola, aveva detto alle mie compagne di classe di quanto io mi fossi rivelato un amante a dir poco fantastico, e di come loro fossero fortunate a potermi avere a disposizione tutti i giorni, mentre lei aveva dovuto concentrare tutto in poco più di quarantotto ore di sfrenato con il sottoscritto.
Quelle parole, dette da una donna assolutamente affascinante, ebbero la piacevole conseguenza di assicurarmi un’intensa e gratificante vita sessuale: e, una volta terminata la scuola, anche all’università non ebbi di certo grandi problemi a fare con le ragazze che più mi piacevano.

Tutto questo fino al giorno in cui, un paio di anni dopo quell’indimenticabile fine settimana con Laura, proprio all’inizio della primavera, mi vidi arrivare, per posta, una busta con un biglietto: riconobbi all’istante la calligrafia, ed avvertii un’improvvisa e forte emozione che mi fece tremare le gambe ed accelerare i battiti del cuore.
Non mi aspettavo più di ricevere notizie da quella fantastica donna che aveva sconvolto la mia vita di adolescente.
Il biglietto di Laura recitava così:

“Ciao tesoro mio,
ti ricordi ancora di me? Avrei piacere di farti conoscere una mia cara amica: è sulla quarantina, e ti posso garantire che non ti lascerà insoddisfatto. Se vuoi ci vediamo mercoledì a mezzogiorno, in aeroporto, di fronte all’entrata delle partenze internazionali.”

Può apparire incredibile, in effetti, ma Laura sembrava conoscere, e alla perfezione, gli esatti movimenti dei miei genitori: infatti, proprio quel mercoledì, i miei partirono per un weekend lungo a Parigi, lasciandomi libero da impegni familiari per il mio incontro con l’amica di Laura.
Non abitavo più con i miei, ma, di fatto, ero spessissimo da loro.
Fu così che accompagnai i miei genitori all’aeroporto, aspettai una buona oretta, e poi mi misi in attesa delle due donne.

Ormai mezzogiorno era passato da un pezzo, e iniziavo a temere che Laura e l’amica non si sarebbero presentate all’appuntamento, quando mi avvicinò una cortesissima hostess che, una volta accertato che io fossi la persona giusta, mi consegnò una busta.
L’aprii, decisamente sorpreso dagli sviluppi della situazione, e lessi le poche righe che erano state scritte sullo stretto biglietto: Laura mi diceva di raggiungerle al mare, presso un noto ristorante della zona che conoscevo da tempo.
Quando partii dall’aeroporto, con il cellulare feci una rapida ricerca del numero telefonico e chiamai il ristorante verso il quale ero diretto: mi confermarono subito che le due donne erano effettivamente da loro, e che in quel momento si trovavano al mare. Prima di chiudere la comunicazione chiesi di tenermi in fresco una bottiglia di vino bianco e una di champagne.
Le avrei portate io stesso sulla spiaggia.

L’immagine che mi si presentò quando arrivai sulla spiaggia, praticamente deserta vista la stagione ancora agli inizi, fu a dir poco sensazionale: due corpi slanciati ed elegantemente vestiti, seduti su un pedalò ancora in disarmo, strettamente abbracciati e che si scambiavano tenerezze, e forse anche qualcosa di più.
Quella che chiaramente era una donna, perché indossava una stretta gonna di pelle e una camicetta bianca, non appena mi vide, si alzò venendomi incontro correndo e mi baciò sulla bocca: era la mia Laura, ed il cazzo mi divenne subito duro nello stesso istante in cui la vidi e non appena le sue labbra si posarono sulle mie.
Poi, dopo i convenevoli di rito, insieme ci dirigemmo verso la sua amica.
Al contrario di Laura, la donna indossava dei pantaloni di pelle molto attillati (e quei pantaloni mi avevano fatto pensare, inizialmente, che si trattasse di un uomo), con degli stivaletti dal tacco di almeno una decina di centimetri; anche lei, come Laura, indossava una camicetta bianca che a stento tratteneva gli splendidi seni, mentre i capelli, di un magnifico biondo naturale, erano tagliati corti a coprirle il collo, e pettinati tutti all’indietro con abbondanza di gel.
La donna aveva gli occhi verdi, e le morbide labbra, impreziosite dal rossetto, erano di un voluttuoso color rosso acceso, come, del resto, anche le unghie delle mani.
Così mi apparve Olga per la prima volta.
Andando verso di lei, Laura mi aveva subito detto che Olga attraversava un difficile momento, ed era appena uscita da una relazione che sembrava aver compromesso il suo rapporto con gli uomini; anzi, Laura mi disse che la sua amica aveva cercato in lei l’affetto ed il , coinvolgendola in un torrido rapporto saffico.
Laura era però convinta che Olga dovesse, e al più presto, recuperare il piacere di stare con un uomo, di concedersi a lui senza timori e di farci del sano e arrapatissimo .
Ed io ero la persona prescelta per questo.
Appena arrivati accanto ad Olga, Laura mi presentò all’amica, descrivendole con dovizia di particolari le mie doti amatorie, e quindi le comunicò che la lasciava in mia compagnia, perchè se non si fosse affrettata avrebbe perso l’aereo, e che questo non sarebbe potuto assolutamente accadere per sconosciuti e misteriosi suoi motivi di lavoro.

Olga non sembrava per niente contenta della situazione venutasi a creare: mi guardava con aria interrogativa, e chiaramente avrebbe preferito continuare ad accarezzare Laura, evidentemente appagata da quell’interludio lesbico.
Ma Laura era di tutt’altra opinione.
Io, e solo io, mi sarei dovuto occupare di Olga.
Laura guardò un’ultima volta l’orologio, e poi ci disse che sarebbe partita alla volta di una non meglio identificata località d’Europa e che ci saremmo rivisti non prima di domenica sera.
Olga ed io, entrambi imbarazzati, la guardammo andar via.

Durante il pranzo, Olga cominciò a sentirsi più a suo agio e ad accettare la possibilità di stare da sola con me.
Finito di pranzare la portai di nuovo sulla spiaggia: sarà stata l’atmosfera, sarà stato la brezza carica di salsedine di quel pomeriggio, fatto sta che, per la prima volta, abbracciai Olga e percepii il suo fantastico profumo.
La sua pelle, così eroticamente abbronzata e pervasa di una fragranza che mi faceva girare la testa, rappresentava per me un’incredibile attrazione.
Tornati al ristorante, prendemmo la sua valigia, salimmo in macchina e ci dirigemmo verso casa mia; come vi dicevo non abitavo più fuori città con i miei, e la casa, sia pure più piccolina di quella dei miei genitori, era però soltanto mia.

Una volta entrati in casa, Olga non disse una parola per alcuni lunghi secondi: poi, all’improvviso, mi chiese dove si poteva fare una doccia per rinfrescarsi.
Io, già discretamente eccitato, le mostrai il bagno, le diedi un accappatoio e degli asciugamani, e feci per uscire e andare ad aspettarla nel piccolo salone.
Ma lei, tenendo i suoi occhi fissi nei miei, prese immediatamente a spogliarsi.
Fu così che vidi Olga nuda per la prima volta.
Il suo corpo era splendido, e tutto quello che avevo solamente intravisto attraverso i vestiti mi si confermava in pieno: i seni di quella fantastica donna erano grandi e sodi, e i perfettamente proporzionati alla grandezza delle tette.
La era perfettamente depilata, e il culetto prometteva un intero mondo di lussuria e passione.
Una volta che si fu completamente svestita, Olga entrò sotto la doccia, e subito per tutta casa si avvertì un intenso profumo di muschio bianco che mi apparve subito erotico in maniera incredibile. Più sentivo quel profumo e più i miei sensi si andavano eccitando; resistetti per circa cinque minuti (e furono minuti dolorosamente lunghi), ma poi mi spogliai ed entrai nella doccia con lei.
Avevo il cazzo in piena erezione.
Olga non si scompose minimamente: anzi, potrei giurare che mi stesse aspettando.

Mi osservò per un istante e poi prese a strusciarsi addosso a me, con l’aria di chi aveva atteso quel momento anche troppo a lungo.
Prendemmo ad accarezzarci sempre con maggiore sensualità: le mie mani indugiavano sempre di più sui suoi incredibilmente turgidi.
Con le mani mi dedicai a massaggiarle e ad accarezzarle sia le natiche che la , mentre per le tette ci sarebbero state le mie labbra e la mia lingua.
Olga non faceva altro che ansimare e mugolare con sempre maggiore intensità, divorata da un’eccitazione incontrollabile: fu allora che la donna s’inginocchiò e, senza dire una parola, mi prese il cazzo in bocca, cominciando un fantastico pompino.
Mi sembrava di morire: Olga era incredibilmente dolce, ma, allo stesso tempo, diabolicamente decisa ed esperta. Con consumata abilità lambiva con la lingua l’intera asta, scavando nel piacere e facendomi rabbrividire: poi, sempre con la bocca, mi scappellò con forza, leccando e succhiando con intensità crescente.
Non resistevo più a quella deliziosa tortura: le mormorai, sconvolto dal desiderio, che volevo entrare in lei.
Olga non mi fece attendere: mi lasciò il cazzo e, appoggiandosi alla parete della doccia, mi salì praticamente in braccio, facendosi penetrare a fondo nella .
Quando lei iniziò a muoversi su di me, sentii che l’ era prossimo, e la sua incredibile carica erotica mi stava facendo diventare letteralmente matto; venimmo quasi in contemporanea, e allora lei mi abbracciò ancora più stretto, e poi mi disse che aveva ancora voglia del mio cazzo.
Non ci asciugammo nemmeno.
Bagnati, andammo a sdraiarci sul letto, sicuri che ci saremmo ben presto asciugati col calore della passione dei nostri corpi frementi.

Olga mi chiese, anzi quasi mi supplicò, di baciarle il seno e di accarezzarla tutta.
E io obbedii subito a quell’erotico comando, e mi dedicai ai suoi seni, mentre con le mani le accarezzavo il ventre incredibilmente teso, e poi scendevo sul suo pube, sfiorandole appena la parte superiore di quell’eccitante parte del suo corpo.
Fu Olga a implorarmi di masturbarla: ormai aveva perso il controllo di se stessa.
Mi disse che la dovevo far urlare dal piacere e che voleva essere penetrata: la baciai sulle labbra e, malgrado volessi essere delicato, lo giuro, quando le mie labbra si posarono sulle sue e le nostre lingue s’intrecciarono in un lungo e appassionato bacio non riuscii più a controllarmi.
Il desiderio di possedere ancora quella fantastica donna ebbe la meglio sui miei buoni propositi: le allargai le cosce e senza alcuna esitazione la penetrai con un solo colpo.
Olga esplose in un urlo di piacere, ed io iniziai a scoparla con una frenesia fino ad allora sconosciuta.
Lei mi strinse tra le sue cosce e assecondò il mio ritmo, rabbrividendo e sussultando sotto le mie spinte.
Dopo qualche minuto di quella ginnastica uscii da lei e la feci voltare, mettendola a pecora: la volevo penetrare da dietro, prenderla in quel modo e godere della sua pelle e del suo corpo.
Fu fantastico quando il mio pene entrò in lei: Olga cominciò ad ansimare sempre con maggiore frequenza e proruppe in un primo , al quale poi ne seguirono molti altri, fino a quando anche io venni gridando.
L’avevo avvertita che stavo per esplodere, ma lei non volle sentire ragioni: Olga desiderava sentire il mio sperma caldo dentro il suo corpo.

Placato quel primo momento di pazzia sessuale, ci sdraiammo uno di fianco all’altra, e cominciammo a baciarci teneramente.
Mi chiese scusa per l’inizio un pò imbarazzante del nostro rapporto, poche ore prima sulla spiaggia.
Ben presto, però, riprendemmo ad accarezzarci, ora senza più desiderio, ma solo con la dolcezza che segue la grande passione appena consumata.

La sera uscimmo, proprio per ricaricare le pile, ma almeno per me fu un lungo supplizio, Olga era vestita in maniera a dir poco sensuale: indossava una minigonna di pelle color prugna e sopra portava un piccolo corpetto di pelle nera. Data la stagione ormai primaverile, ai piedi calzava sandali con il tacco altissimo, alla schiava, e non aveva messo le mutandine.
Era un attentato per le mie coronarie, naturalmente, ma avevo ricevuto ordine di non toccarla fino al momento di tornare a casa ed io, ubbidiente, avevo eseguito gli ordini che la donna mi aveva dato.
Passammo tutta la sera a parlare del più e del meno, sempre senza fare alcun accenno alla nostra attrazione fisica.
Ad un certo momento Olga mi disse che aveva bisogno di sentire le mie mani sul suo corpo e visto che suonavano dei lenti, ed in quel locale si poteva ballare, andammo sulla pista da ballo.
La sua pelle.
Il ricordo più vivido che ho di Olga è la sua pelle, liscia e perfetta: quella sera profumava ancora di muschio bianco, e quando iniziammo a ballare mi persi in quel suo profumo, iniziando a baciarla delicatamente sul collo.
Dopo pochi minuti Olga mi disse che non resisteva più e che voleva essere posseduta da me, e che voleva che lo facessimo lì, in pubblico.
La sua idea mi stuzzicò moltissimo: cercammo un angolo del locale appartato, il più distante e buio, e la feci sedere su di me, tirando subito fuori il mio cazzo che era già in completa erezione.
Non appena il mio cazzo s’insinuò tra le morbide pareti della di Olga divenne come di marmo: la penetrai con desiderio crescente e negli occhi della donna vidi la felicità assoluta. Furono momenti indimenticabili con Olga che si muoveva su di me in modo ritmico e sinuoso: l’ arrivò prepotente e quasi liberatorio, ma ad Olga questo non poteva di certo bastare.
Lei voleva avere di più da me e quando tornammo a casa lo ottenne.

Ormai la mia storia d’ con Olga stava per giungere alla fine: era il sabato pomeriggio e l’indomani avrei dovuto riaccompagnarla all’aeroporto dove avrei rivisto anche Laura.
Mentre stavo pensando a cosa poter fare per quel sabato sera sentii suonare alla porta e quando aprii c’era Laura con in dosso un trench e in mano champagne, caviale e ostriche: il sabato sera sarebbe stato perfetto.
Quando Olga vide la sua amica ebbe paura di dover andare via, ma Laura si tolse il trench e rimase in biancheria intima, come aveva fatto già due anni prima, e le sue prime attenzioni, invece di essere rivolte a me, furono tutte per Olga.
Le si avvicinò e, con sguardo dolce e sognante, le accarezzò una guancia e poi la baciò sulle labbra, dicendole che le era mancata molto in quei giorni; poi, vedendomi sempre più perplesso, mi abbracciò, mi prese una mano e se la portò su un seno, per poi baciarmi sulle labbra.
Olga allora si alzò in piedi e disse a Laura che io meritavo un trattamento migliore, essendomi io dedicato a darle il piacere più assoluto e totale.
Allora Laura, sorridendo, tirò fuori la lingua e l’ avvicinò alla mia: a quel punto anche Olga unì la sua lingua alle nostre, e da quel momento, fra noi, fu solo , per la prima volta fu a tre.
Mi sentivo come in paradiso:
Ci sedemmo sul divano e chiesi a Laura e Olga di baciarsi davanti a me.
Le loro lingue si muovevano e s’intrecciavano, ed io pensai che fosse lo spettacolo più erotico a cui avevo mai assistito in vita mia.
Laura vide la mia potente erezione e volle che Olga mi scopasse davanti a lei:
E così avvenne.
Quando Olga ebbe goduto, fra gemiti e sospiri, fu il momento di Laura di avvolgermi il cazzo con la sua bollente e grondante del più intenso piacere.

Verso mezzanotte Laura disse che voleva andare in centro in un locale dove ci saremmo potuti divertire, un locale dove saremmo stati liberi di continuare nei nostri giochi erotici.

Tornati a casa a notte fonda, Laura chiese ad Olga di lasciarci soli e si venne a sdraiare vicino a me e facemmo di nuovo l’.

Il giorno dopo le mie due amanti non c’erano più.
In bagno trovai le loro due mutandine e un foglio sul quale era scritto che era stato tutto magnifico, ma che non sarebbero mai più tornate da me.
Lessi che, dopo che io mi ero addormentato, le due donne avevano fatto e che avevano definitivamente capito quale fosse il loro reale desiderio.
Olga e Laura.
Due splendide dee del .
Forse lesbiche.
O forse no.

FINE

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Regalo di Compleanno/3 (racconto di Diabolik1)

La mia è una città assolutamente fantastica, dove si vive in maniera divina.
Dopo la mia parentesi di sesso con Olga, per alcuni anni ebbi le normali relazioni sentimentali e sessuali tipiche dei ragazzi della mia età.
Fino a quando…

Un giorno di gennaio ero andato in centro per farmi una passeggiata, anche per vincere la noia di quel periodo; camminavo per le strade da solo, e il vedere tutte quelle coppiette che amoreggiavano mi metteva una certa tristezza.
Dopo che la mia breve storia con Olga era finita, devo ammettere che non m’impegnai troppo nella ricerca di una ragazza con la quale costruire una relazione stabile: e così, ben presto, la classica scopata e via mi aveva decisamente stancato.
Di Laura, ovviamente, più nessuna traccia: dopo quei giorni non l’ho mai più vista.
Credo che lei ed Olga siano andate a vivere insieme da qualche parte, probabilmente o a Parigi o a Londra, godendosi quel loro straordinario ed intenso rapporto saffico.

Visto che non avevo nessuno che mi aspettasse e che l’idea di tornare a casa mia, così tristemente vuota, mi metteva malinconia, pensai di andarmi a prendere un aperitivo in un elegante locale del centro, dove in genere si assiste sempre a siparietti molto carini tra dongiovanni di vario genere e donne in cerca di facili avventure.
Ma quella sera sembrava che tutto dovesse essere monotono e vagamente triste.
Il locale, seppur discretamente affollato, era pervaso da una calma irreale.
Stavo per andarmene, rassegnato a rientrare a casa, quando dalla porta principale fece la sua comparsa un vero e proprio ciclone mulatto. Samantha (ma lei voleva essere chiamata solamente Sam) era alta circa un metro e settantacinque, portava lunghi e curatissimi capelli lisci e neri su un corpo statuario, definito da ore e ore di palestra: la ragazza aveva due glutei perfetti, fasciati e modellati da un paio di jeans così stretti che definire attillati era a dir poco un eufemismo.
E anche il resto del suo corpo non era da meno.
Sotto il giubbetto di pelliccia, Sam indossava un maglioncino nero, di quelli abbottonati sotto il seno, e una camicetta bianca generosamente aperta che evidenziava due tette a dir poco magnifiche, trattenute da un delizioso reggiseno di pizzo nero che faceva maliziosamente capolino dalla scollatura della camicetta.
Il viso era dolce, ma determinato, e i lineamenti regolari erano esaltati dalle labbra carnose e da un nasino piccolo e perfetto; gli occhi della ragazza erano di un azzurro intenso e carichi di una luce irresistibile e misteriosa.
Perfettamente e sapientemente truccata, la donna si era applicata sulle labbra un rossetto marrone scuro.
Le erano perfette, dalle dita lunghe e sottili, e le unghie erano laccate di un intenso color prugna.
Il quadro di quella straordinaria bellezza si chiudeva con un paio di stivali neri, dal tacco a spillo di almeno una decina centimetri.
Il suo incedere era deciso e flessuoso, e chiaramente era conscia alla perfezione dell’effetto che faceva su noi maschietti, perché non sembrava minimamente infastidita dagli sguardi, il più delle volte lascivi, di alcuni dei presenti.
Sam, insomma, era una splendida donna, consapevole del suo straripante fascino.

Gli occhi di tutti gli uomini vennero calamitati da questo ciclone, e anche io non rimasi indifferente a quella meraviglia.
In pochi istanti almeno cinque uomini cominciarono ad andarle dietro e a farle la corte, mentre lei li sopportava tra il divertito e l’annoiato: io, per mia scelta, decisi di non avvicinarmi a lei, ma di seguire i suoi movimenti solo con lo sguardo.
Non volevo confondermi con tutti gli altri, e non volevo che credesse che anche io non cadessi subito ai suoi piedi: e poi pensavo che magari mi avrebbe notato di più se, alzando gli occhi, avesse visto un ragazzo seduto al banco e non a farle la corte.
Le mie supposizioni si rivelarono corrette.
Lasciando tutti con un palmo di naso Sam si alzò di scatto e, esibendo il suo più dolce sorriso, venne verso di me e mi disse: “ Tesoro, sei arrivato ! Scusami se non ti ho visto prima… “
Io, di rimando, le risposi prontamente e con un tono divertito: “ Amore… certo che non mi hai visto… con tutte queste persone attorno non ti potevi accorgere del mio arrivo… ” Sam mi fece un grande sorriso pieno di ringraziamento perché finalmente lo stuolo di maschi arrapati si era dissolto nel nulla dopo il mio miracoloso intervento.
Dissi subito alla ragazza che, non appena lei lo avesse voluto, io me ne sarei andato, perché non era mia intenzione infastidirla come avevano fatto tutti gli altri avventori.
Ma lei, tutta allegra, mi rispose che per il momento non aveva nessuna intenzione di liberarsi di me.
Ci prendemmo dunque il nostro aperitivo e poi, come se nulla fosse, ci alzammo dagli sgabelli: quando feci l’atto di salutarla Sam mi chiese il motivo per il quale io mi volessi liberare così presto di lei, e io le risposi che avevo pensato che la sua fosse stata soltanto una scusa per liberarsi da tutti coloro che l’avevano importunata.
Sam, al contrario, mi disse che era da tre giorni a Roma e che era stata avvicinata solo da personaggi improponibili e che ora che aveva finalmente trovato un bel ragazzo non aveva più la minima intenzione di lasciarselo scappare: quindi, a meno che io non avessi impegni per il resto della serata, a lei avrebbe fatto restare in mia compagnia.
Io non me lo feci ripetere due volte, naturalmente, la invitai subito a cena.
La condussi in un locale rinomato per il pesce, dove mangiammo aragoste e ostriche bevendo un ottimo vino bianco ghiacciato, e trascorremmo quelle ore in allegria e con la voglia di continuare a godere della reciproca compagnia.

Arrivati intorno alla mezzanotte, lei si fece riaccompagnare in albergo: Sam mi diede un bacio sulla guancia e mi salutò, restando però d’intesa che ci saremmo rivisti l’indomani mattina verso le dieci.
Devo ammettere, in tutta onestà, che ci rimasi male: speravo di chiudere la serata in altro modo.

Il giorno dopo, all’ora stabilita, mi presentai nell’elegantissimo albergo in cui soggiornava la mia amica, e quando chiesi di Sam alla reception mi consegnarono una copia della chiave della sua camera, dicendomi che lei mi stava aspettando.
Emozionato da quell’inatteso sviluppo, salii al piano dove si trovava la sua camera ed entrai: pensavo di trovarla ancora semiaddormentata ma il letto era quasi intatto.
Indeciso sul da farsi, mi giunse però la sua voce dal bagno: Sam che mi disse di mettermi comodo e che lei sarebbe arrivata prestissimo per la colazione.
Obbedii e mi sedetti in una poltroncina: dopo pochi minuti lei apparve, completamente nuda, con in mano un flacone d’olio per il corpo.
A quella vista restai letteralmente senza fiato.
Guardandomi maliziosamente, Sam mi chiese perché non mi fossi messo comodo e se lei mi piacesse: a quelle parole mi alzai di scatto e le mostrai tutta la mia eccitazione, sempre più evidente sotto i pantaloni; subito mi spogliai anch’io, e quando lei vide il mio uccello completamente eretto, un sorriso distese le sue labbra, dicendomi che sarebbe stata una colazione veramente gustosa.
Dal tavolino apparecchiato per la prima colazione, lei afferrò una bomboletta di panna e mi chiese di iniziare io a fare la colazione, visto che gli ospiti si devono servire per primi. Afferrai dalla sua mano la bomboletta, agitai la panna montata e la sparai su un seno di Sam: la guardai e le dissi sorridendo che adoravo lo zuccotto alla panna e quindi le sparai altra panna sulla fica, cominciando poi a leccarla tutta.
Sam era perdutamente eccitata: volle ricoprire il cazzo di panna e poi iniziò a leccarlo, regalandomi un pompino da urlo. Quando le venni in bocca, riempiendola del mio seme, con aria compiaciuta lei mi disse che solo i cannoli migliori alla fine tirano fuori lo strato di crema calda che hanno al loro interno.

Sam mi disse che le avrebbe fatto andare in giro per la città con me e andò in bagno. Al suo ritorno si era fatta un’affascinante coda di cavallo e si era perfettamente truccata: sceglieva sempre dei colori che esaltassero i suoi occhi blu e che mettessero in evidenza il colore della sua pelle, così scuro da sembrare perennemente abbronzata. Mancavano solo il rossetto e lo smalto alle unghie: Sam mi chiese quali colori mi avrebbero eccitato di più, e allora per le scelsi uno sconvolgente blu, mentre per le labbra le dissi di applicare un rossetto rosso che, a suo dire. avrebbe anche risvegliato i morti. Mi disse anche che voleva che tutti m’invidiassero e così indossò una minigonna nera e un corpetto di pelle rossa lucida e un bolerino anch’esso nero, sopra una specie di spolverino rosso: mi disse che il rosso rappresentava il suo grado di passione per me e il colore nero il grado di depravazione in cui l’avevo gettata.
Andammo in giro tutta la mattina, e appena potevamo ci accarezzavamo, e una volta le chiesi di andare in un bagno di un bar, perché volevo da lei un pompino: Sam fu ben felice di accontentarmi e fu semplicemente fantastico.

Nel primo pomeriggio Sam ricevette una telefonata ed il suo umore cambiò repentinamente.
Seppi in seguito che il marito, da cui lei era scappata, aveva scoperto dove si era andata a rifugiare e aveva preso un aereo alle quattordici da Londra per venirsi a riprendere la moglie: allora lei mi supplicò di portarla via, ovunque fosse, ma lontano dall’albergo in cui alloggiava.
Fu così che le proposi subito il mio appartamento: lei accettò senza alcuna esitazione, non so se più contenta dell’idea di venire a casa mia o se più terrorizzata dal pensiero che il marito la trovasse.
Tornammo di corsa all’albergo e lei pagò in contanti, fece rapidamente la valigia e, con la mia macchina, partimmo alla volta di casa mia.
Mentre mi allontanavo dal marciapiede, Sam vide il marito scendere da un taxi: per evitare che lui la vedesse lei si abbassò su di me: lo confesso, a quel contatto mi eccitai all’istante.
Sam mi disse con aria falsamente sorpresa che ce lo avevo , e con sguardo sognante cominciò ad accarezzarmi; le comunicai che c’eravamo allontanati e che il marito non ci poteva più vedere, ma lei rimase su di me, mi sbottonò i pantaloni e prese il cazzo in bocca, facendomi un pompino mentre guidavo la macchina.
All’improvviso si tirò su e proseguì con una sega: arrivati sotto casa non volle aspettare e mi venne sopra e lo facemmo lì in macchina. Senza pudore, Sam aveva deciso di ringraziarmi perché, senza chiederle nulla, le avevo proposto di venire a stare da me.
Lei voleva stare in città solo tre giorni e poi trasferirsi da qualche altra parte, ma io la convinsi a stare da me ancora per un giorno e che poi l’avrei accompagnata alla stazione per farla andare verso Parigi.

Quando entrammo nel portone di casa lei mi superò e salì le scale prima di me: ad ogni gradino la sua gonna saliva un pochino, rivelandomi panorami strepitosi.
Giunti al mio appartamento le diedi le chiavi e lei si piegò per aprire la porta, offrendo ai miei occhi e alle mi il suo fenomenale culo.
Non ebbi un attimo d’esitazione: le afferrai le natiche, quasi schiaffeggiandole e poi mi tirai fuori il cazzo e glielo appoggiai sullo spacco. Allora Sam si sbrigò ad aprire la porta di casa, e quando entrammo lei si andò a sistemare su un divano, offrendomi in maniera ancora più provocante il suo culo.
Mentre la scopavo alla pecorina, con le dita le massaggiavo il buchetto del culo, e devo dire che non mi ci volle troppo per renderlo disponibile ad essere penetrato.
Quando ormai era tutto pronto, lei mi disse, con l’aria più eroticamente sognante che si possa immaginare: “ dai tesoro… inculami… “.
Non me lo feci ripetere due volte e la penetrai con un solo colpo: lei cacciò un urlo, ma quando le chiesi se voleva che uscissi mi disse di no, e che anzi desiderava che io cominciassi a muovermi.
Incularla fu una cosa assolutamente fantastica: le dissi che, però, volevo venirle ancora una volta nella fica, e lei mi rispose che era anche quello il suo desiderio e che potevo uscire dal suo culo per rientrare nel suo corpo a pochi centimetri di distanza.
Dopo pochi minuti dall’averle affondato il cazzo nella fica le venni dentro in modo copioso, come uno che non scopa da mesi e che ha le palle rigonfie di sborra pronta ad esplodere.
Dopo essere venuto la presi in braccio e la portai in camera da letto e le dissi che quello era il suo regno incantato dove nessuno le avrebbe potuto fare del male: le dissi anche che quello era il regno del e del sesso, fatto e goduto nei modi più strani, perversi, se così a lei andava, e nello stesso tempo dolci, come la regina del sesso poteva desiderare.

Il pomeriggio lo passammo a letto, a parlare del suo passato, di suo marito e della voglia che aveva di scappare da quell’uomo. Più tardi le proposi di andare a fare l’amore al mare, non in una casa ma proprio sulla spiaggia: lei mi rispose che ero un pazzo, ma poi accettò, dicendomi che voleva prima farsi una doccia bollente e solitaria, e poi prepararsi in modo adeguato.
Nel frattempo, io dovevo scegliere lo smalto per le unghie delle e dei piedi e il rossetto, e l’abbigliamento che la ragazza avrebbe dovuto indossare.
Per la serata che ci si prospettava scelsi il colore rosso scuro, perchè lo trovavo tremendamente erotico: quindi uscii di casa e andai a comprarle in una erboristeria una crema profumata al biancospino, e in un altro negozio acquistai degli stivali di vernice nera che arrivavano fino all’inguine, un reggiseno di pizzo nero push up, un tanga nero e delle calze autoreggenti, sempre nere, e che arrivassero all’altezza degli stivali.
Quando rientrai in casa lo spettacolo che mi si parò davanti fu sublime: Sam aveva acceso tutte le candele che avevo in casa e ed era già truccata. Volle che mi andassi a fare una doccia e che mi vestissi come lei aveva deciso per me; sul letto c’erano un paio di boxer, calze, un paio di jeans strappati, una camicia da sera e sopra mi dovevo mettere un giubbetto di pelle.
In bagno trovai il gel che anche la mia Sam si era messa nei capelli per acconciarseli in quel modo così sensuale.
Quando uscii dalla camera da letto Sam era lì ad aspettarmi, bella più che mai: indossava le cose che le avevo comprato. Sopra la biancheria intima si era messa un abitino di maglia nero e cortissimo, che le copriva solo il sedere: mi chiese di aiutarla ad indossare lo spolverino e così fummo pronti ad uscire di casa.
Non dicemmo una parola per tutto il viaggio.
La tensione erotica che ci avvolgeva non ci permise di dire assolutamente nulla. Aspettavamo solo di poter sfogare tutto il desiderio che avevamo l’uno nei confronti dell’altra.

Arrivati al mare, Sam ed io prenotammo un tavolo nel più romantico dei ristoranti e poi andammo a farci una prima passeggiata sulla spiaggia.
Ad un certo punto le dissi che avevo la mano destra fredda e che me la volevo riscaldare: prima l’appoggiai sotto lo spolverino e poi lentamente, molto lentamente, scesi fino al suo sedere, quindi tirai su il vestitino e cominciai ad accarezzarle le natiche; poi spostai il filo delle mutandine, e iniziai a titillarle il buchetto del culo.
Sam era come impazzita dal desiderio: lì vicino, ma non troppo al ristorante, si trovava un capanno di pescatori; entrammo, e lei volle che io la inculassi, e questa volta pretese che le venissi nel culo.
Prima lei mi regalò uno dei suoi mitici pompini, in modo che io avessi il cazzo e umido per penetrarla senza difficoltà: appena dentro di lei, presi anche a masturbarle la fica, e Sam perse completamente il controllo di se e iniziò ad avere continui orgasmi sempre più forti e dirompenti.
Il suo corpo era come impazzito dal desiderio, stravolto dalle mie attenzioni sempre più pressanti.
Quando le venni dentro i suoi orgasmi non si contavano più e una luce nuova le pervadeva lo sguardo sempre più luminoso e carico d’.
La sera al ristorante fu una sola e continua allusione al sesso e a quanto fosse bello scoparci.
Ad un certo momento le dissi che non ce la facevo più e che avevo un bisogno immediato di fare sesso: Sam mi disse che anche per lei valeva la stessa cosa e che sarebbe stato meglio pagare il conto, perché lei quel vestito di maglina non lo sopportava più e che lo voleva gettare via.

Usciti dal ristorante ci andammo a nascondere sotto una barca e lì le sfilai il vestitino di maglia e le strappai di dosso le mutandine, e quindi fu lei a spogliarmi: a quel punto iniziai a leccarle la fica fino a farla mugolare, poi le chiesi di farmi un pompino per agevolare la penetrazione del mio cazzo ormai teso e fino all’inverosimile.
Il cazzo, infatti, la penetrò senza difficoltà: una volta dentro cominciammo a muoverci e a godere di quei momenti così belli ed intensi.

Sam era un diavolo assatanato di sesso: completamente nuda uscì da sotto la barca e corse verso il capanno.
Io la raggiunsi, anche io nudo, e lì rifacemmo l’amore senza vergogna e senza pudore. Sam volle che la inculassi ancora, ed io la penetrai nel culo, con una dolcezza mai provata in quei due giorni in cui la libidine aveva raggiunto livelli inimmaginabili. Le venni dentro e lei ebbe vari violentissimi orgasmi, accentuati dal fatto che io le masturbavo di continuo la fica.

Più tardi l’accompagnai a casa e aspettai di sotto mentre lei infilava nel borsone le quattro cose che si era portata via quando era fuggita dal marito; poi l’accompagnai alla stazione, la portai al suo treno e con un grande sforzo me ne andai.
Non le dissi quanto i miei sentimenti per lei stessero diventando profondi e sinceri, non mi pareva il caso.
Sam mi disse che se mai fosse passata per la mia città mi sarebbe venuta a trovare per farci una rimpatriata, ma come sapevamo tutti e due non ci saremmo mai più rivisti.

Ma da lì a pochi giorni ricevetti una telefonata che risvegliò in me vecchie e nuove emozioni, e di cui appena possibile vi narrerò.

FINE

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IL VOYEUR (hard)

L’avevo adocchiata nella tenue penombra della sera incipiente, in quella magica ora in cui gli ultimi raggi del sole estivo sono spariti da un pezzo ed i lampioni stradali restano ancora spenti.

Seduto su una panchina del lungomare di Loutsa, mentre osservavo con sguardo distratto i turisti a passeggio, gli occhi mi erano scivolati improvvisamente su di lei.
I lunghi e lisci capelli neri, gli occhi incredibilmente azzurri, il viso cesellato e così attraente, una spessa catena di bigiotteria a circondarle il collo, un corto e attillato top nero a lasciarle scoperte parti della schiena e della pancia, pantaloncini di jeans ad evidenziarle le lunghe e tornite gambe nude, i sandali dal tacco alto a slanciarle meravigliosamente la figura.
Ventidue, ventitrè anni.
Non di più.
Bella e affascinante. A dir poco.
Forse una straniera.
Di certo una puttana alla ricerca del prossimo cliente.

Ero rimasto a guardarla con insistenza, studiandone le fattezze, cercando un qualunque difetto che potesse farmela apparire meno bella: l’avevo scrutata così a lungo che lei si era ovviamente accorta del mio sguardo, ricambiandomelo e valutandomi come un potenziale cliente.
La ragazza, però, non lo poteva sapere.
Ma con me sarebbe caduta male.
Erano ben altre le emozioni che stavo cercando in quel momento.
Era soltanto questione di attendere gli sviluppi di quella serata che, grazie a lei, si era fatta di colpo molto promettente.
Considerata la sua straordinaria bellezza, ero sicuro che l’attesa sarebbe stata breve.
E non mi sbagliavo, perché avevo dovuto aspettare solo pochi minuti.

I due, sulla trentina, elegantemente vestiti e di bell’aspetto, arrivavano con passo annoiato, lentamente, guardandosi attorno, alla evidente ricerca di quello che la ragazza poteva offrire loro.
E, infatti, giunti alla sua altezza, si erano fermati, rivolgendole subito la parola e intessendo con lei la trattativa sul prezzo della prestazione.
Dai sorrisi dei tre, avevo ben presto intuito come l’accordo tra loro fosse stato rapidamente raggiunto.

Alzandomi dalla panchina, mi ero dunque diretto verso la mia auto, parcheggiata poche decine di metri più indietro.
Quindi, seduto al volante, avevo atteso le loro successive mosse.
Erano passati solo un paio di minuti, quando i tre si erano avviati sul marciapiede del lungomare, la ragazza in mezzo ai due uomini: misi in moto e lentamente presi a seguirli, gli occhi sul fondoschiena ancheggiante e provocante della donna.

Nel momento in cui, finalmente, li vidi salire sull’auto dei due uomini, capii all’istante che la meta più probabile sarebbe stata la vicina pineta di Klepa, un luogo di certo isolato a quell’ora della sera per quello che i tre avevano in animo di fare, e perfetto per quello che, invece, avevo in mente io.
Lasciai che un paio d’auto s’interponessero tra la mia e la loro, e presi a seguirli.

La pineta di Klepa era a solo due chilometri di distanza dal lungomare, ed in pochi minuti eravamo già arrivati. Li osservai parcheggiare in uno spiazzo, scendere dalla macchina e quindi inoltrarsi nel bosco, fino a scomparire nella fitta vegetazione.
Superai la loro auto ferma e, duecento metri dopo, accostai sul margine della strada, inoltrandomi di qualche metro tra i pini, e celando così quasi completamente la mia macchina agli sguardi dei passanti: scesi, chiusi le portiere, e m’infilai tra i cespugli, tornando silenziosamente indietro.

La luce del giorno era ormai scarsa e, nel bosco, le ombre si allungavano ogni istante di più, ma conoscevo la zona come le mie tasche, vista la mia assidua frequentazione di quei luoghi, e non avevo alcuna difficoltà a muovermi e ad orientarmi.

Facendo estrema attenzione mi avvicinai furtivamente alla zona in cui presumevo i tre si fossero diretti; e, infatti, ben presto la voce di uno dei due uomini, anche se solamente per un attimo, mi giunse in modo chiaro alle orecchie.
Ora sapevo esattamente dove dirigermi.
Raddoppiando le precauzioni, e cercando di evitare qualsiasi rumore che potesse metterli in allarme, giunsi alla fine a vederli, in tempo per godermi lo spettacolo che stava per andare in scena.

I due uomini e la ragazza si erano appartati in una piccola radura, circondata quasi su ogni lato da fittissimi cespugli spinosi; muovendomi con circospezione, mi appostai, a loro insaputa, a non più di cinque metri dalla donna e dai suoi due clienti.
Anche se la luce non era delle migliori, quella posizione mi consentiva di vedere più che a sufficienza il gioco che i tre avevano preso a fare.

I due uomini si trovavano in piedi, i pantaloni abbassati alle caviglie, i cazzi in erezione e protesi verso la donna: lei, in ginocchio tra loro, il top nero rialzato a scoprirle i seni abbondanti e dai larghi capezzoli rosa, impugnava le due verghe, carezzandole e lisciandole con le dita dalle lunghe unghie senza smalto.
Tra il frinire dei grilli, mi giungevano i primi sospiri e gemiti di piacere dei suoi due clienti.

Le mani della ragazza scivolavano esperte ed erotiche sulle erezioni, solleticando le cappelle con delicatezza e sfiorando i testicoli rigonfi, in un andirivieni tremendamente sensuale e lussurioso.
Silenziosamente mi aprii i pantaloni, liberai il pene, duro e fremente per la crescente eccitazione, e presi a masturbarmi, gli occhi incollati a quelle dita fatate al lavoro su quei due cazzi.
I secondi che passavano mi sembravano interminabili, nella spasmodica attesa che la ragazza si spingesse più oltre.

Finalmente, e quando la mia eiaculazione già premeva impetuosa per esplodere, la vidi accostare le labbra ad uno dei due cazzi, sfiorarne la cappella con la punta della lingua, sempre impugnando saldamente i due membri tesi allo spasimo.
Quando avevo visto la ragazza per la prima volta sul lungomare, naturalmente avevo sperato di assistere ad un qualcosa d’eccitante, ma quello che i miei occhi vedevano in quel momento andava oltre la più rosea delle speranze.

Le labbra circondarono la cappella, ed una buona metà del dell’uomo sparì nella bocca della ragazza.
La vidi iniziare a succhiare abilmente quel palo di carne che le scivolava tra le labbra, strappando intensi mugolii di piacere all’uomo che riceveva quelle splendide attenzioni, mentre l’altro, anch’esso eccitato al parossismo, si accontentava ancora del caldo contatto con la mano della donna.
Il non durò a lungo: sfilandosi il pene dalla bocca, la donna voltò il viso verso la sua sinistra e, con un unico e fluido movimento, ingoiò il secondo , riservandogli da subito le stesse cure elargite al primo.
Accelerando il ritmo della sega, schizzai violentemente sugli aghi di pino che ricoprivano il terreno, godendo in maniera straordinariamente intensa.
Con il petto ansante rimasi ad osservare quella fantastica bocca al lavoro.

Ora la ragazza passava di continuo da un all’altro, riempiendosi completamente la bocca di quelle carni frementi, e conducendo, in modo inesorabile, i due uomini verso l’orgasmo.
Ad un tratto la vidi accostare entrambe le cappelle alle sue labbra, per poi leccarle contemporaneamente, le mani strette a pugno sulle aste sensibili.
Sollecitati da quella favolosa bocca, i due uomini vennero quasi contemporaneamente, gridando senza ritegno il loro piacere, e inondandole il viso con i loro getti densi e bollenti.
Nella quasi totale oscurità della sera, lo sperma bianco, che colava dalle labbra e sulle guance della ragazza, aveva assunto una tonalità così chiara da apparire quasi fosforescente, rendendo indimenticabile quell’erotica immagine ai miei attenti occhi.

Con estrema cautela mi allontanai dal mio posto d’osservazione, tornando silenziosamente alla mia auto.
Mentre tornavo verso casa, mi congratulai con me stesso per l’ottima scelta che avevo fatto: alla fine si era rivelata essere una serata eccezionale, una di quelle serate da incorniciare nel personalissimo album di ricordi della mia vita da voyeur.

FINE

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SEXY DREAMS – 5th (hard)

Fino a quel momento la si era rivelata mortalmente noiosa, e non avevo più alcuna speranza che la serata potesse cambiare in meglio.
Gli invitati, quasi tutti colleghi dell’ufficio dove da anni io lavoravo, avevano fatto a gara per renderla la più classica ed ammorbante delle feste aziendali, non smettendo un solo minuto di parlare del lavoro o di spettegolare sul collega che, povero disgraziato, proprio in quell’istante si era allontanato per andare a prendersi da bere, o magari della collega che si era andata a chiudere nel bagno per rifarsi il trucco.
Malignità e maldicenze, battute pesanti e di pessimo gusto, cattiverie in quantità industriale, e quel falso senso d’allegria che in quelle occasioni sembrava non poter mai mancare.
Insomma, mi ero pentito quasi subito dall’aver accettato l’invito a quella riunione di emeriti cazzari e di idiote segretarie tirate a lucido, neanche fosse quello il ballo delle debuttanti.
D’altronde, a Patrasso c’illudiamo di essere cittadini evoluti e smaliziati, ma, in realtà, siamo più gretti e ignoranti dei contadini che vivono nel più sperduto paese del Peloponneso.
Quell’invito, però, non avevo potuto proprio evitarlo: la era stata organizzata dal mio collega di stanza, che voleva festeggiare (udite ! udite !) nientemeno che i dieci anni di matrimonio con quell’arpia segaligna e antipatica della moglie.
Ma questi erano affari suoi: se l’era sposata e ora se la teneva, volente o nolente.
Contento lui…
Di certo, però, si sarebbe offeso se proprio io avessi declinato quell’invito.
E la pacifica convivenza, in un ufficio, è alla base della stessa sopravvivenza impiegatizia.

- Una gran noia, vero ? -
Agnes era la segretaria personale di uno dei direttori più importanti dell’area tecnica.
Era pur vero che entrambi lavoravamo da tempo nella stessa azienda, operando, però, in settori completamente diversi: di conseguenza non avevo molta familiarità con la donna che mi stava rivolgendo la parola.
Le rarissime volte che c’era capitato di mangiare insieme alla mensa, allo stesso tavolo, la nostra conversazione era rimasta sempre a livelli di estrema formalità, non addentrandosi mai in confidenze particolarmente intime.
Insomma, fra noi non vi era una particolare conoscenza.
- Già… una vera e propria serata a dir poco ammorbante… – le risposi, azzannando l’ennesima tartina al salmone.

Agnes era sicuramente oltre la quarantina, dunque non più giovanissima, anche se bisognava riconoscere che la donna portava magnificamente la sua età.
Sposata con un pilota dell’Olympic, Agnes lavorava nell’azienda da moltissimi anni, e da sei era diventata segretaria personale di quell’alto dirigente di cui vi accennavo prima.
Malgrado lei avesse almeno una decina d’anni più di me, da un punto di vista fisico la donna non mi era di certo indifferente: notevolmente più alta della media, aveva un corpo slanciato e dalle forme decisamente provocanti, permeato di un fascino latente, quell’erotismo che solo le belle donne di una certa età possono irradiare.
L’unica parte di lei che non mi faceva impazzire, e che consideravo non proprio all’altezza del resto, era il suo viso, dalla forma un pò troppo allungata e dalla bocca eccessivamente grande.
I lunghi e lisci capelli castani le ricadevano sulle spalle, accentuando, se possibile, le caratteristiche così particolari del suo volto.
Nel complesso, però, la donna non passava di certo inosservata, e considerandone anche l’età, non era difficile ammettere che desse dei punti a molte delle più giovani e intraprendenti colleghe.
Fu così che rimasi ad osservarla, forse per la con maggiore attenzione, mentre sorseggiava il bicchiere pieno di succo d’arancia che teneva nella mano, una mano dalle dita ornate di anelli e dalle lunghe unghie smaltate di un rosso scurissimo.

- Non partecipi anche tu alla fiera del pettegolezzo ? – le chiesi, guardando la confusione che ci circondava.
- No… grazie… sopporto già a fatica tutti quelli che girano in ufficio tutto il giorno… adesso, poi… che sono quasi tutti ubriachi… -.
- Già… in effetti potresti anche togliere il quasi… tra poco vedremo qualcuno addormentarsi su un divano… -.
- Senti… ti va di fare un giro in giardino ? Ho le orecchie che mi dolgono per tutto questo vociare senza senso… -.
- Perché no ? – le risposi, contento di potermi allontanare per qualche minuto dal vuoto pneumatico di quella .

Uscimmo da una delle grandi portefinestre che davano sull’ampia veranda della casa del mio collega
Ci trovavamo in un quartiere periferico di Patrasso, e le ville, anche se non particolarmente grandi, erano però circondate da un ampio giardino.
Agnes camminava davanti a me, e le forme del suo corpo calamitavano in modo indiscutibile tutta la mia attenzione.
La donna indossava un pantalone blu di cotone leggero ed un top bianco, che le lasciava interamente scoperte le spalle: sandali neri dal tacco alto ne slanciavano divinamente la sensuale figura.
Forse, in altre occasioni, non mi sarei attardato a guardarla con così grande interesse, anche in considerazione del fatto che lei era notevolmente più grande di me, e molto di rado mi era successo di provare un qualche interesse per donne che avessero superato la quarantina.
Ma quella sera, complice la monotonia di quella dannata , i miei occhi erano magneticamente attratti da quella seducente signora.

Scendemmo i gradini della veranda e c’inoltrammo nel grande giardino: mi ricordai che qualcuno mi aveva detto che si estendeva per oltre duemila metri quadrati attorno alla casa.
Appassionati di giardinaggio, il mio collega e la moglie avevano creato un vero e proprio parco, con tratti di prato verdissimo, cespugli di fiori colorati e alberi d’alto fusto.
Era un giardino da vivere di giorno, perché a quell’ora della sera risultava essere troppo buio, a parte la zona circostante la casa, che veniva illuminata dalle luci della stessa e da alcuni bassi lampioncini.

Mi affiancai ad Agnes, e ci avviammo sul prato, l’aria fresca della sera a stemperare il caldo dell’interno della casa, raggiungendo, dopo poche decine di metri, i primi alberi di quello che voleva essere un piccolo boschetto.
Mi accesi una sigaretta, rischiarando così la fitta oscurità che in quel momento ci circondava.
- Quanto pensi che andrà avanti ancora la ? – mi chiese Agnes, inoltrandosi sotto gli alberi e tra i rigogliosi cespugli di sempreverdi.
- Sicuramente ancora troppo per i miei gusti – le dissi, soffiando via il fumo e la nicotina.

Adesso ci trovavamo ad una settantina di metri dalla casa, ed i rumori ci giungevano finalmente più attutiti, sostituiti, in gran parte, dal debole fruscio delle foglie, agitate da una lieve brezza notturna.
Dietro un fitto cespuglio di rose, in un angolo, intravidi la forma di una panchina in legno.
- Vieni… mettiamoci seduti un istante… – le proposi, avviandomi in quella direzione.
Lei mi seguì senza parlare, i suoi sandali che facevano scricchiolare le foglie cadute in terra.

Il buio che ci circondava era pressoché assoluto.
Schiacciai il mozzicone sotto la suola della scarpa e… improvvisamente mi accorsi della vicinanza di Agnes.
Potrà apparire curioso, ma fino a quel momento non avevo avvertito come la situazione si fosse fatta, d’un tratto, notevolmente imbarazzante.
Da soli, al buio, seduti su quella panchina nascosta, Agnes ed io sembravamo proprio una coppietta alla ricerca di un posto dove…

Sentii la mano di Agnes sfiorarmi una coscia.
Sorpreso da quella sua iniziativa, mi voltai a guardarla.
I miei occhi si erano finalmente abituati all’oscurità, e quello che mi era sembrato come un buio impenetrabile fino a poco prima, ora mi appariva come una gradevole e complice penombra.
- Agnes, io… -.
Le mie parole furono interrotte dal contatto delle sue morbide labbra, che mi baciarono, dapprima esitanti, poi con sempre maggior trasporto.
Quella che avevo al mio fianco era una donna non più giovane, certo, ma ancora bellissima e affascinante, e la mia reazione a quella sua chiara proposta fu immediata: ricambiai, e senza indugi, il suo inatteso bacio.

Quando le nostre labbra alla fine si staccarono, senza la necessità di dire una sola parola, ci alzammo dalla panchina e, rapidamente, io le abbassai il top, scoprendole le tette, grandi e dai larghi capezzoli, e ancora sicuramente toniche per la sua non più giovane età.
Le accarezzai per alcuni lunghi secondi, indugiando sensualmente con le mani sulla sua pelle, fino a quando i capezzoli si inturgidirono, mostrandomi, se mai ce ne fosse stato bisogno, lo stato di estrema eccitazione di Agnes.
Mentre i rumori della mi giungevano sempre più lontani e indistinti, mi appoggiai con la schiena al tronco di una quercia che si trovava lì accanto.
Cercai di attirare a me la donna, afferrandola per la vita, con l’intenzione di riprendere a baciarla e di godere del contatto con quelle sue morbide e sensuali labbra.
Ma Agnes era di tutt’altro avviso: inginocchiandosi di fronte a me, iniziò ad allentarmi la cinta dei pantaloni, fissandomi in volto con sguardo torbido e occhi maliziosi.

Nella poca luce, che debolmente rischiarava quella parvenza di bosco nella quale ci trovavamo, riuscivo però a vedere i movimenti delle sue mani, belle ed eleganti, dalle dita snelle e dalle lunghe unghie laccate di quella scura tonalità di smalto rosso che, a causa della scarsa illuminazione, mi dava l’impressione di essere quasi nero.
Con gesti abili e decisi, Agnes mi sbottonò i pantaloni, facendomeli scivolare, insieme ai boxer, all’altezza delle ginocchia: quindi, sospirando eccitata, lasciò vagare le mani sulla mia erezione, spasmodicamente protesa verso di lei, lisciandomi la verga e palpandomi i testicoli.
Il solo contatto delle sue dita mi aveva fatto rabbrividire e sussultare di : socchiusi gli occhi, godendomi le sue meravigliose e delicate carezze.

Agnes iniziò a masturbarmi, in maniera lenta ed esasperante: sapeva usare le mani in modo fantastico, sfiorando abilmente i punti più sensibili del mio cazzo, dimostrandomi quanto lei fosse una donna esperta e smaliziata.
Ripensai a quello che si diceva di lei in ufficio, di quanto Agnes apparisse schiva ed estremamente seria agli occhi dei colleghi, di come si mormorasse che nessuno ci avesse mai provato veramente proprio per quel suo carattere freddo e un pò scontroso: sotto quella parvenza di distacco, però, ardeva intenso il fuoco della passione, come la situazione in cui mi ero venuto a trovare ampiamente dimostrava.
Tutti quei miei pensieri vennero spazzati via nel momento stesso in cui la bocca della donna s’impossessò della mia cappella.

Sentii le sue soffici labbra schiudersi e scivolare bollenti sulla mia carne, prendendo a succhiarmi l’asta in maniera divina.
Una mano posata sui miei testicoli, la bocca di Agnes iniziò quello che poi si sarebbe rivelato il miglior pompino che una donna mi avesse mai fatto.

Di tanto in tanto la vedevo sfilarselo dalla bocca, per farselo scorrere lungo la pelle delle guance, alternando questo erotico trattamento con sapienti carezze della lingua, e con torride leccate della cappella, strappandomi ansiti e sospiri sempre crescenti.
Le labbra di Agnes mi trascinarono in paradiso, istante dopo istante, scatenando in me un vero e proprio delirio dei sensi.
Tutto si era verificato in maniera così rapida e inaspettata che le mie deboli difese ne risultarono travolte: sentii l’orgasmo salire irrefrenabile, mentre gli occhi di Agnes si fissavano nei miei, quasi a non voler perdere un solo istante della mia esplosiva eccitazione.

L’ultimo e fugace pensiero che mi attraversò la mente, prima di abbandonarmi definitivamente alla sua bocca ed alle sue mani, fu d’assoluta meraviglia per quanto lei fosse erotica ed affascinante in quel momento, in ginocchio davanti a me, il mio cazzo nella sua bocca, la pelle chiara del suo seno che debolmente risaltava nell’oscurità.

Nel momento in cui schizzai tutto il mio orgasmo, Agnes si sfilò il pene dalla bocca, lasciandovi però le labbra posate sensualmente sulla cappella: con la mano mi strinse il pene e accelerò il movimento, masturbandomi divinamente.
Esplosi la mia eiaculazione in lunghi e bianchi schizzi, inondandole le labbra ed il mento: lo , denso e caldo, iniziò a colarle sui seni ed Agnes, preda di un’eccitazione senza confini, con le sue erotiche mani se lo spalmò sulla pelle, regalandomi un’ultima e straordinariamente eccitante immagine di quella serata indimenticabile…

Sono tre anni che Agnes ed io, all’insaputa di tutti i colleghi dell’azienda, e ovviamente anche del marito di lei, spesso assente per qualche volo all’altro capo del mondo, siamo diventati amanti.
Il nostro rapporto si basa esclusivamente sul sesso, che ci regaliamo senza inibizioni e in assoluta complicità; il fatto che Agnes si avvii verso i cinquanta contribuisce, ai miei occhi, ad accrescere ancor di più il mio desiderio di lei.
E, a volerla dire tutta fino in fondo, è stata Agnes a farmi conoscere i più remoti luoghi della lussuria, i più intriganti e coinvolgenti, e le fantasie sessuali più estreme ed appaganti.
Credo proprio che a questo punto della mia vita, io non potrei fare a meno di lei, e tanto meno della sua dirompente ed eccezionale carica erotica.

FINE

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SEXY DREAMS – 5th (hard)

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Alle, ma si può sapere che cos’hai oggi? – brontolò mia madre nel vedermi girare avanti e indietro per la casa ansiosamente, perché lei non sopportava di vedermi gironzolare il pomeriggio quando sfaccendava – cosa che difficilmente io e mio padre contribuivamo a fare ;-P –, ma io avevo Luca d’aspettare.
Sto aspettando Luca… – risposi, affacciandomi alla finestra.
Luca…?
Sì, per lavare Niki!
Alle…, ma il gatto non è un giocattolo! – lamentò mia madre, ma in quel momento arrivò Luca in motorino.
Sì… sì… c’è Luca! – scappai letteralmente via.
Beh, io non pulisco, lo pulite poi voi il bagno! – decretò la mia punizione, mentre fuggivo; chissà come l’aveva presa questa mia fuga entusiasta per l’arrivo di Luca: manco fossi stata una ragazzina entusiasta per l’arrivo del fidanzatino…

Oggi, non so perché, ma mi sentivo un’agitazione incredibile in corpo: da quando l’avevo lasciato, nel suo abitacolo, avevo iniziato a maturare un’aspettativa tale, nella sua attesa, da non riuscirmi più a controllare, tanto che, appena parcheggiò, mi avvicinai a lui per toccarlo e scaricare così su di lui tutta la mia tensione:– Ciao… – dissi.
Ciao – mi salutò sospettoso, guardando con diffidenza a questo mio caloroso saluto, quasi temesse, dietro, una vendetta per ieri, ma io l’avevo già del tutto perdonato, e come si faceva a non perdonare un faccino così!
Dai, che andiamo… – incalzati, e salimmo le scale.
Ma Niki dov’è? – domandò appena entrato in cucina.
È in bagno! L’ho chiuso in bagno! – sennò col cacchio che lo beccavi, poi! Stranamente mia madre non era in cucina…, forse si era allontanata apposta per non doverci riprendere e farci quella sua solita faccia da biasmo, che poi io le avrei rinfacciato.
Luca si liberò del giubbotto e poi entrammo in bagno; Niki quando ci vide fece subito due occhi sgranati da civetta, anticipando già da lì a poco quello che gli sarebbe capitato. Mmm…, due maschi chiusi dentro il mio bagno…, se non ci fosse stato anche il gatto, dopo avrei avuto qualcosa di cui giustificarmi; intanto Luca si guardava intorno incerto: – Allora…, cosa facciamo? –.
Niente! ci mettiamo qui, in ginocchio… – e m’inginocchiai davanti alla vasca per mostrargli, ma quando Luca tentò, si fermò a mezz’aria rendendosi conto di avere indosso i pantaloni buoni, e balbettò:– Eehh… –.
Già…, vero! – serviva qualcosa da mettergli addosso: – Vieni! –.
Uscimmo dal bagno e incontrammo mia madre che aveva ripreso dominio in cucina: – Ciao Luca… – disse.
Mamma, hai qualcosa da fargli mettere ché sennò si sporca!
Sì, c’è una vecchia tuta tua in camera tua: nel secondo cassetto a destra… gli starà un pochino larga… – spiegò, ma anche questa volta scappai via prima che finisse, trascinandomi Luca.

Toh, prendi! – buttai la mia vecchia tuta grigia sul letto, riconoscendo in quella non certamente quella che indossavo quando avevo quattordic’anni, quindi gli sarebbe stata di sicuro larga. Aspettai che si cambiasse con intento assolutamente non erotico, ma mi godetti ugualmente la vista del suo fisichino asciutto in canottiera e quelle mutandine pingui, che scomparivano dentro il tessuto morbido della mia tuta; poi scendemmo. Mia madre ci guardò come se avesse appena scorto una tribù d’indiani in assetto di guerra in salotto, poi guardò lui, gli sorrise, e ci fece una faccia accondiscendente, come se avesse appena approvato quello che stavamo andando a fare: che rabbia quando esercitava il suo ascendente magnetico su mia madre!
Finalmente ci trovammo tête-à-tête col gatto, che indietreggiava sulla difensiva:– Che dobbiamo fare, allora? –.
Niente…, tu ti metti lì, che io lo prendo! – Luca s’inginocchiò, quasi fiero finalmente di poterlo fare, e io presi il gatto per riporlo, rigido come un mattone, dentro la vasca miagolante:– Mau… mau-mau-mauu! – lo presi in giro.
Adesso…
Adesso passami la cornetta… – davanti a Niki mescetti l’acqua fredda con la calda, mentre Luca già se la rideva; poi, pronto, m’incantai a guardarlo.
Beh, che c’è?
Niente… – mi ero incantato per la sua bellezza: – Ehm…, – mi cadde l’occhio sul suo pube:– Gianluca come sta? – chiesi per rompere l’imbarazzo.
Adesso va meglio, però non sento ancora niente… – lo sfilò fuori puntandomelo contro per mostrandomi il rossore sul suo glande scappellato. Io avevo una paura matta ch’entrasse mia madre, e lui invece se ne stava lì tranquillamente con estrema naturalità; quasi automaticamente mi chinai verso quella cappella, che attirò le mie labbra, poi lecchicchiai. Per una decina di secondi mi sentii in paradiso, poi per paura di mia madre mi staccai:– Eh, già…! – dissi salendo, mentre Luca mi guardava come un bambino a cui avevo appena dato un bacino sulla bua. Incominciammo a lavare Niki e tra schizzi e schiamazzi il buonumore tornò per la stanza, scacciando via quella cappa turbida che prima vi aleggiava: bastava il miagolio d’un micio bagnato per farlo sorridere.
Finito il risciacquo, il volume di Niki era la metà di quello fiero che di solito gli donava un aspetto altezzoso: – Sì, mauuuu… – lo ripresi in giro: – Dai, Luca, stendi l’asciugamano! –.
Perché?
Perché adesso l’asciughiamo!
Pronto! – disse tutto orgoglioso del suo operato.
Bene! allora…. ecco che arriva il micio volante! – e con un movimento roteante lo portai sull’asciugamano, pronto per essere avvolto tra sette panni di carezze:– Tu asciugalo, che io intanto pulisco! – o mia madre dopo mi avrebbe fatto il mazzo.
Dai… Niki sta’ fermo! – lo sentii tribolare col gatto.
Ora arrivo… – ma appena mi voltai, mi prese come un moto di tenerezza nel vederlo così goffamente trattare con quel fagotto ribelle e, invece d’aiutarlo, lo brancai.
Dai…! – mi sgridò, perché l’avevo sbilanciato nel mio avvinghio, rendendolo ancora più ingoffito, ma cosa ci potevo fare se sentivo il bisogno d’abbracciarlo! Invece di coadiuvarlo, affettuosamente mi strusciavo – e chissene… s’entrava mia madre! – grato per essere venuto anche oggi nonostante l’accaduto di ieri, ma Luca mi disse: – Ora che si fa? – per dissuadermi dal mio abbraccio.
Ora lo foniamo! – e Luca si sedette sul bordo vasca col gatto in braccio, infagottato come un bambino, anche se Niki sembrava di più un re col fon in faccia che gli soffiava il vento caldo e Luca che l’accarezzava.

Finito! Dai, mollalo! – e subito il gatto andò a grattare la porta per voler uscire, e mentre noi ridevamo, mi resi conto che Luca si era completamente bagnato dalla felpa in giù, infatti mia madre ci rimproverò appena usciti, mandandoci subito a cambiare.
Per la seconda volta noi due chiusi dentro la stessa stanza con lui che si cambiava…, mi sentivo un tantino agitato, però, con mia madre in casa, anche se in fondo era stata lei a dirci di andarci a cambiare e anche se quella volta era stata lei a spingermi a cambiarmi con Luca dentro lo stesso spogliatoio: quindi, in teoria, lei non doveva avere nulla in contrario al fatto che due maschi si cambiassero dentro la stessa stanza e a vista, ma chissà perché avevo l’impressione che non l’avrebbe presa così bene se ci avesse beccati col suo pene dentro la mia bocca: ma allora perché due maschi potevano cambiarsi insieme e fare no? Mah…, le madri…!
Che facciamo? – mi chiese visto che avevamo ancora gran parte del pomeriggio davanti.
Boh, non so… chiudi la porta… – ci tentai, e Luca colse subito l’invio, mentre io mi distendevo sul letto e lui corse poi tra le mie braccia. Su mio invito si adagiò con la guancia sul mio letto, e poi si fece ancora più stretto, cosicché io potessi stringerlo, ma questa volta c’era qualcosa di differente dalle altre volte e non solo perché il suo pene era tecnicamente fuori uso, ma anche perché nell’aria c’era proprio una voglia di tenerezze da parte di entrambi. Passammo parecchi minuti sonnecchiando, mentre io mi divertivo a carezzargli la capigliatura, che scorgevo come un’indistinta massa bionda; però ora mi sentivo anche un sottofondo di senso di colpa, che mi avrebbe spinto a baciarlo sulla nuca, ma potendo scomodarlo, lo strinsi più forte. A un certo punto mi sentii una mano scorrermi lungo la vita e poi infilarsi sotto: Luca mi stava palpeggiando il pacco, e poi il suo palpeggio si fece una sega vera e propria, man mano che il mio soldatino prendeva vita, anche se avevo il giogo delle mutande. – Aspetta, che mi libero! – mi calai i pantaloni, così che fosse bello libero di masturbarmi: non capitava molto spesso che fosse Luca a volermi segare, solitamente ero io, com’era anche giusto che fosse, essendo io quello più grande e anche quello più predisposto a dare e lui a ricevere piacere, eppoi lui il mio primino! Sfortunatamente usava la mancina, però, forse non voleva solo segarmi, perché di tanto in tanto lo stringeva: lo teneva e rimirava, tirandolo verso l’alto, come io facevo quando guardavo il suo lungo; oppure lo prendeva alla radice e stringeva, come se volesse provare piacere di sentire la resistenza del pene allo stringimento: si vede che gli piaceva! poi riprese a segarmi, ma dopo tutto quello stringere, mi era venuta anche voglia di sentirmelo scappellare. – Scappellamelo…– gli dissi: – se vuoi… – ma Luca mi guardò subito strano: si vede che a lui non tornava la mia richiesta di sentirmi la cappella snudata, visto che a lui dava fastidio, ma a me piaceva sentirmi la pellicina scorrermi lungo il glande, sentirmelo aprire – mi dava l’idea che il pene s’ossigenasse – , ma lo scoprì ugualmente, soffermandosi a guardalo, poi capì per farmi sentire qualcosa doveva anche toccarmelo, e allora iniziò a stuzzicarmelo.
A un certo punto ricevetti un messaggio: «Stas da me alle 9».
I tuoi amici? – chiese.
Mh! Per l’appuntamento di stasera… – ma Luca s’intristì come se non facesse parte pienamente della mia vita: – Dai, una volta vedrò d’organizzare qualcosa… – recuperai, solo che io avevo delle serie remore a presentarlo ai miei amici del sera, non mi sembravano adatti per lui: lui era abituato ai miei compagni di scuola, ma quelli erano quelli del paese, quelli delle medie, con cui uscivo la sera, e ultimamente mi sembra di non riconoscerli più neanche a me. Luca si alzò allora gattoni e scese portandosi sulla verticale del mio pene con l’evidente intenzione di succhiarlo: – Non ce ne bisogno… – tentai di fermarlo.
Lo faccio lo stesso! – disse quasi con indifferenza alzando le spallucce, e iniziò. non capivo bene perché lo faceva, c’era qualcosa di diverso però: non era alimentato dalla sacra passione come al suo solito, aveva quasi un che di redentorio; subito pensai che lo facesse per attestarsi ai miei occhi come di un amico di cui non potevo fare a meno, per convincermi a farlo uscire con noi il sera, un incentivo insomma, ma poi mi resi contro che c’era un qualcosa di più consolatorio, quasi volesse definitivamente farsi perdonare per l’altro giorno. Mi sentivo strano però: non era pompino gioioso come al solito e mi veniva difficile venire, anche se per accontentare il mio amico dovevo farlo, visto che serviva per renderlo conscio de mio perdono; allora mi misi con le mani sopra la sua dolce testolina e iniziai a pensate a tutti i bei momenti erotici ch’avevamo passato insieme, e tutte quelle eiaculate che lui aveva fatto dentro la mia bocca e da lì a poco venni, mentre lui lungamente mi continuava a succhiare quasi non fosse ancora sazio, né pago del mio perdono.

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Lavaggio di Niki

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Da qualche minuto vedevo Luca decisamente smanioso, continuava a puntarmi incessantemente come se avesse qualcosa d’impellente da dirmi, e poi finalmente trovò il coraggio: – Alle, – mi chiamò: – ma, secondo te…, io sono bello? – mi disse a bruciapelo.– Cs…! cs…! – la sua uscita mi fece andare di traverso un cracker che stavo sgranocchiando: – ma che domande mi fai! mrrw… cs! – a momenti stramazzavo, certamente ero paonazzo, ma non per il singhiozzo asfissia, ma per l’imbarazzo.
Vabbè, ma puoi rispondermi, anche se siamo maschi… – anche se…!?
Behhh… insomma… – tergiversavo nell’attesa di trovare una scusa: – …certamente non posso dire che sei brutto, …ecco! – ma Luca mi guardava come se, in realtà, avesse capito le parole che veramente stavano dietro quella litote, e tentasse di cavarmele di bocca: – …altrimenti, cosa dovrebbero dire di me…? – la buttai sul ridere per stemperare la tensione e rompere quell’incantesimo creato dai suoi occhi che altrimenti mi avrebbe costretto a confessare la verità: la verità che lui era un figo pazzesco, ma non di quelli truzzetti e griffati come piacciono tanto alle ragazzine, ma di quelli autentici, veri, che ti stregano al primo sguardo con la loro ammaliante magneticità, che ti sanno muovere un moto interno verso di loro, per cui gli fioccheresti tre metri di lingua in bocca, prima di buttarti ai loro piedi e supplicarli di lasciarti fargli un pompino.
Beh… sì, in effetti… – rispose scherzoso, ma io la presi male ugualmente, perché per me ogni suo commento era prezioso.
Ah… grazie!
Dai, che sto scherzando… sei bello anche tu, su! – mi disse con tono concessivo, come a darmi una pacca sulla spalla, di quelle che non ci credi neanche tu; poi si girò con la seggiola e si appoggiò al tavolo di schiena, come fosse al bancone di un bar: – Hai finito? –.
No, mi manca ancora un po’! – allorché Luca allungò la sua mano infilandola dentro la mia tuta.
Che fai…
– …tanto tu finisci! – disse con sicumera iniziandomi un seghino, come per dirmi «tanto qui ci penso io!»; lo adoravo quanto faceva così: un primino spavaldo e sicuro, che mi diceva di farmi gli affari miei, mentre prendeva possesso del mio corpo.

Chiusi i libri e Luca mi chiese: – Finito? –.

Allora andiamo a farmi una sega? – ah! a fargli
Vabbè… andiamo!
Luca mi mollò l’uccello, ma io avrei voluto tanto essere traghettato da lui, per quello, fino al divano per sentirmi totalmente in suo possesso, e invece no; durante il tragitto m’immaginai anche di cadergli addosso, di svenire aggrappandomi ai suoi vestiti per sentirmi finalmente trattenuto da lui, almeno una volta… ma invece niente. Questa volta Luca era veramente in vena di rivolgimenti: volle a tutti i costi mettersi con la testa sul bracciolo e io seduto tra le sue gambe chiudentemi a forbice, una sulle cosce e l’altra dietro la schiena: – Beh… puoi almeno tirarlo fuori, ! – dissi, volendo che anche lui facesse qualcosa, per non sentirmi totalmente il suo servetto; ma lui no: – Fallo tu! – mi disse, come se fossi stato io a volere tutto quello. Gli slacciai delicatamente la cintura, come avessi avuto per le mani un antico reperto, e intanto gli accarezzavo il fagotto, poi aprii la patta come se stessi sconfezionando un pacchetto-dono, e in fine eccola: la cosa meravigliosa! là, lunga, in tutta la sua rosea bellezza: veniva voglia di baciarla; mi abbassai per sfiorarla, ma lui: – No, la sega! – eccheccazzo! manco un attimo di poesia, che subito voleva la sega … il signorino!
Toh! allora… – incominciai a smanazzarglielo rudemente, ma lui si lamentò ancora.
No, più giù!
E che cosa vuoi ancora! – dissi mezzo irritato: che palle d’un primino rompicazzo, ma non riuscivo a dirgli «arrangiati!».
Non voglio venire adesso…, prendilo più in basso!
Toh… contento adesso! – lo ripresi sotto la cappella così da non farlo “venire adesso”…, intanto quel primino si era impadronito anche del telecomando e stava dirigendo pure la televisione adesso, e invece a me non restava altro che quel fallo da sferzare, per non impazzire. Era incredibile come la mia salute mentale fosse legata a quel randello da masturbare, ma in fondo era rilassante farlo: presto quel ritmico gesto divenne solo un monotono riflesso, che partiva non appena avvertivo qualcosa di tumido e caldo in mano, e quel piccichìo di marletta un ipnotico rumore che andava confondendosi col sottofondo ciancioso del televisore. Ogni tanto guardavo il suo volto, che non mi degnava di uno sguardo, ma era così simpatico il suo profilo, che non riuscivo ad arrabbiarmi con lui; andai con la mano sotto il risvolto del pantalone a solleticargli la caviglia, e Luca mi sorrise complicemente: in fondo era solo un corto quattordicenne, di poco più d’un metro e mezzo, con un lungo fallo; il mio primino tutto pene…; poi Luca mosse il piede per scansare il mio solletichio.
Mi sta venendo male al braccio… – dissi.
Cambia! – rispose lui molto pragmaticamente; io l’avevo preso per un suo via libera a iniziargli un pompino, così lo scappellai, ma Luca mi fermò.
E cosa devo fare allora!?
Boh, inventa… – disse facendo spallucce, scaricando tutta l’incombenza su di me; allora ne approfittai per inumidirmi tre dita e parlargliele sulla scappellatura, ma Luca mi contestò: – Lo sai che non mi piace! – contraendo le spalle, come se gli facesse schermira, come un graffio d’unghie sulla lavagna.
Strano, vuol dire che sei ancora molto sensibile! – eppure gliene avevo fatti di pompini: – Comunque ti piace questo? –.
Mmm… sìì… – assentì con sufficienza: gli stavo facendo il … praticamente glielo prendevo alla base e poi salivo con la mano ben aderente per tutta la lunghezza dell’organo, così che sentisse il moto della mano, poi giunto alla fine partivo con l’altra in modo da dagli un senso di continuità per tutto il tempo della manipolazione, proprio come dentro a un , appunto! e lui, invece, con quella sufficienza aveva sminuito la mia così grande genialata!
Veh, che ti chiamo la tua Pamela – dissi canzonandolo, ma Luca mi prese in contropiede sul serio.
Magari…! così me le fa lei le seghe! – sembrava che gli avessi fatto chissà quale grande offerta, così con un misto d’orgoglio ferito e gelosia reagii prontamente scotendo la testa, in segno di commiserazione: – Perché…? – mi disse come se gli avessi fatto avere sentore di aver detto un’immane cazzata.
Che non lo sai che le ragazze sono negate per questo!
E tu che ne sai? – polemizzò
È risaputo! – antica saggezza popolare! – e poi, pensaci bene, è logico: che ne sanno le ragazze come gode un uomo?
E quando ci vai a letto…
Ma che c’entra! lì è praticamente tutto automatico! – lo dicevo così tanto convincentemente, che glielo leggevo negli occhi che mi stava credendo sul serio: – quel che senti, è praticamente quel che sentivi quando ti passavo le dita! – era praticamente venuto il momento di smontarli il sesso con le ragazze, se volevo conservarmelo bello verginello ancora un po’! o alla fine, con tutte quelle troiette in giro, l’avrebbe fatto veramente prima me! – Adesso scendo, che sennò mi s’indolenzisce il braccio! – e tutto questo per uno che mi rispondeva «magari» alla proposta una sega fatta da una racchia incapace!
M’inginocchiai sul tappeto davanti al suo pube, quella oramai era diventata la mia postazione di lavoro, e ricominciai. – Aiutami a tirarti giù un po’ i pantaloni! –; oh… finalmente, a disposizione, i suoi bei maroni! li massaggiai, e poi furtivamente baciai la sua verga avvenente, prima di riprendere a segarla, intanto che Luca meditava sulle mie parole…; su come poteva una primina far godere al meglio un ragazzetto come lui…, una che, semmai, non sapeva neanche com’era fatto…: mancava senz’altro d’esperienza! e poi, come poteva trovare la giusta motivazione una per cui il fallo era soltanto uno strumento per procurarsi piacere; un ninnolo tappabuchi per turarsi in mezzo alle gambe e godere? non sapeva certamente dargli il suo gusto valore, né tantomeno al suo, che era così lungo…, non potendo sapere l’orgoglio d’avercelo in mezzo le gambe o trovarselo davanti! per loro, l’erezione era soltanto una questione di volgare idraulica alzabandiera, non sapendo tutto il meraviglioso meccanismo che ci stava dietro: se gliel’avessero menato, lo avrebbero certamente fatto con sufficienza; se glielo avessero succhiato, lo avrebbero certamente fatto con schifo, o, comunque, senza la dovuta devozione che serve dinnanzi a un fallo del genere! Ma dopotutto, cosa ne potevano sapere coloro che ti dicono «…che non conta è la lunghezza della mazza, ma il saperlo usare…»? come poteva debitamente adorarlo, o strusciarlo a sé, con timor reverenziale, come stavo facendo io in quel momento, contro le gote? che ne sapevano loro, per cui il pene era solo un’appendice tra le gambe di un altro da usare per il loro egoistico piacimento? – Luca, senti questo! – gli dissi prendendolo tra le mani e iniziando a fregarlo come si farebbe con due legnetti per accendere un fuoco: – Si chiama svibraduro! – e Luca incominciò subito a godere sguaiatamente; non avevo mai visto nulla del genere: gridava e si dimenava come un indemoniato; pensai quasi che stesse male, ma appena feci per rallentare il suo «Continua! Continua!», vociato tra un gemito e l’altro, m’impose subito di continuare. Sembrava d’assistere a un porno amatoriale talmente godeva smodatamente a ogni torsione del pene, era arrivato anche a cercare il mio da masturbare talmente era elettrizzato; inizialmente il suo smodato godimento stava iniziando a divertirmi, ma poi incominciò a crearmi un po’ di frustrazione, perché io ci mettevo sempre tutto il mio impegno per farlo godere, e ora, con quel semplice divertissement, tutto sembrava vanificato.
O Luca se vuoi smetto per sempre di farti dell’altro… – intendevo i pompini e tutto il resto…
Ma no, dai… – disse capendo il mio tono, ma continuò gridando. A un certo punto non ce la feci più a sopportare quella situazione, e lo misi direttamente in bocca; non ci fu praticamente discontinuità trai suoi gridi: io mi diedi subito da fare per farlo venire, e dopo pochi minuti Luca mi venne. Gli afferrai i testicoli e cominciai allora a succhiarlo forte a ogni sgorgata, e poi a ciucciarlo profondamente per allungargli quella sensazione d’orgasmo; mi chiedevo quale primina l’avrebbe mai fatto per lui? Quale avrebbe mai colto il suo succo verginale e prolungati il suo orgasmo con tanto entusiasmo? quale ragazzina l’avrebbe trovato gustoso, o ingoiato per non sputarlo, capendo qual gran dono fosse in realtà? Nessuna! perché nessuna avrebbe capito che cosa significava il suo orgasmo nel mondo; ma io sì!
Quel primino poi mi guardò, mentre gli accarezzavo il suo tumido fallo, e mi sorrise, con quel sorriso che significava tutto per me.

Adesso faccio io! – disse alzandosi per prendermi il posto: io intanto mi coricai in direzione opposta alla sua e lui scese. Luca incominciò a masturbarmi, mentre presi il suo pene, e poi davvero inaspettatamente mi chiese: – Alle, ma è vero che le ragazze hanno due buchi? –.
Inizialmente non afferrai gli estremi del suo discorso, anche perché mi ero come appena risvegliato scosso dal suo improvviso interesse per l’anatomia femminile: – Dove? – chiesi preoccupato.
Davanti!
Ah… Sì! – finalmente avevo focalizzato le coordinate del suo interrogativo.
E perché? Cioè perché due… –
Beh… uno è la figa, dove lo metti dentro! – il “buco” insomma: – l’altro è per la pipì! –.
E sono vicini?
Beh, sono tutti e due lì!
Ma come fai allora?
Allora cosa…
A sapere quello giusto!
Beh… uno è sopra e l’altro è sotto!
Sì, ma al buio…
Oh…, te ne accorgi! – e che ne sapevo io, che manco ne avevo vista una nella mia via! tutto quello che sapevo, era solo per sentito dire…
E se prendi quello sbagliato…
Oh… lì in fondo c’è la vescica! quindi se la stimoli… – era venuto il momento di fare un po’ terrorismo psicologico su quel primino, così almeno per qualche mese ci sarebbe stato lontano da quelle tentazioni…, tanto, prima o poi, ci avrebbero pensato l’educazione sessuale e l’ormone a fargli tornate grilli per la testa!
Se la stimoli…? – aveva capito cosa intendevo, ma era meglio esplicitarglielo.
…potrebbe fartela addosso!
Che schifo! – esclamò con lo sguardo disgustato; ma meglio così! più cose negative vi avrebbe associato, più ci sarebbe stato lontano… e se avessi potuto dirgli che la figa aveva i denti, gliel’avrei pure quello, ma non m’avrebbe creduto. Luca mi bloccò il pene tra le mani e poi mi disse: –…adesso ti faccio vedere io! – e m’iniziò a rollare il pene. – Sembra di fare la salciccia! – disse ridendo, ma era tremendo! ora capivo perché di prima il suo piacere sguaiato: a ogni torsione, a ogni girata di cappella avvertivo come una stilettata di piacere scorrermi nel pene, una frazione d’orgasmo che andava e veniva, e a ognuna non riuscivo a trattenermi dal gridare e dal segare il suo membro. Man mano che strillavo, Luca cominciò a rotearmelo sempre più velocemente, finché la percezione di quelle piccole frazioni d’orgasmo non divenne continua, allora gridai: – Luca! sto venendo… sto venendo… – e quel piccoletto s’apprestò ad accogliere il mio seme.
Portai subito le mani sulla testa di quel biondino e pigiai: normalmente non mi sarei mai permesso di farlo, ma l’eccitazione di quel momento era così alta, che una dispensa poteva anche concedermela; e così Luca mi stette chino con le mie mani sulla sua testa per tutto il pompino. In fine mi sgusciò, secondo il solito copione, sopra la pancia e, prima di poggiarsi per il nostro solito coccolino, mi chiese: – Alle, ma quanto è che non vieni? –.
Boh… un po’! – 5 giorni! solo che se non era lui ad offrirsi, io non avevo il coraggio di chiedergli di essere soddisfatto: mi sembrava troppo nobile perché potesse diventare lui attore di un mio sollievo, ero io che dovevo essere oggetto del suo capriccio! e poi ora avevo il privilegio di stringerlo, che cosa potevo chiedere di più dalla vita…

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Le ragazze…

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Terz’ora in palestra: ora di supplenza; mancava solo da due giorni il nostro prof di mate e le teste d’uovo della presidenza avranno pensato che quest’oggi saremmo stati più quieti sotto gli occhi vigili di un insegnate di nostra conoscenza, piuttosto che del solito sconosciuto: sì, perché col passaggio al triennio avevamo cambiato tutti i professori, tranne quello di ginnastica. Ci accingemmo ad entrare dagli spalti (della nostra palestrina che aveva due belle gradinate, capaci d’ospitare una discreta platea), ma io, a differenza di tutti gli altri, sapevo già cosa ci attendeva… ed infatti, eccolo là: il mio piccolo Luca con la casacca arancione, la sua chioma bionda e i pantaloncini rossi, giocare a pallone. La classe di Luca aveva, infatti, l’ora prima della nostra a ridosso dell’intervallo, così che non c’incontravamo mai nello spogliatoio, anche se le nostre ore erano virtualmente contigue; ma meglio così! perché non mi sarei mai abituato all’idea di vederlo, sempre passivamente, mentre si cambiava nella stessa stanza con tutti gli altri lo guardavano, seppur con le mutande indosso.
Mi sedetti abbastanza in disparte per non farmi notare, ma poterlo ugualmente vedere di nascosto mentre si divertiva assieme ai suoi amici; i miei, invece, erano andati in palestra, in sala pesi, a pomparsi un pochettino, come si usa fare a sedic’anni un po’ per vantarsi, un po’ per pavoneggiarsi poi davanti alle ragazze; io invece no! io sarei restato lì con lui, a guardarlo divertirsi assieme alla sua classe, altrimenti sarei andato con loro. Lo vedevo scorazzare avanti e indietro a centrocampo e ogni tanto azzardarsi anche in attacco: sospettavo gli piacesse pure quel ruolo, a un leader naturale come lui…, ma la cosa che più mi appassionava era il suo entusiasmo nel correre sempre con la palla attaccata al piede, e se avesse fatto goal, sarei volentieri sceso in campo, facendo invasione di campo, per correre ad abbracciarlo e festeggiare con lui il suo gollonzo. Mi piaceva troppo vederlo correre nella sua esilità: i suoi pantaloncini rossi e le gambette sottili, mi davano tutti il senso della sua priminità; anche se notavo, tra tutta quella torma, dei primini che sembravano tutto fuorché tali: alti, forse, più di me e grossi anche il doppio di lui. Ma quelli non erano primini! un primino doveva essere carino, piccolino e minutino: insomma facile da sopraffare e tenero da coccolare; che all’occorrenza te lo potevi mettere comodamente in valigia e potartelo in vacanza da spupazzare; quelli erano primini! non quegli energumeni là; come il mio Luca insomma! A un certo punto lo vidi scattare: dribblare un avversario, scartare un’imbranata ed entrare in area di rigore, poi imbattersi inesorabilmente contro uno di quei colossi, e patapunfete… il mio Luca a terra, mentre quell’altro continuava la partita.
Un triplice fischio fermò il gioco e un crocchio di quattordicenni s’adunò attorno al mio Luca, che da quel momento non vidi più; mi alzai per vedere oltre quelle teste e anche gli altri dagli spalti, incuriositi da quel trambusto, si alzarono, ma poi tornarono tutti quanti ordinatamente al loro posto, io invece rimasi in piedi col cuore palpitante ancora in gola. Poi vidi da uno spiraglio Luca trattenersi il ginocchio, e in disparte quello scemo, che gli aveva cagionato il danno, starsene fermo con l’aria colpevole a fissare il gruppo: sarei sceso in campo a corcarlo di botte, fino a donargli un’estetica facciale migliore di quella che non gli aveva donato sua madre alla nascita! Quindi il gruppo si aprì e vidi Luca uscirne zoppicante, accompagnato verso gli spalti, e tutta la rabbia scemò in mesta preoccupazione.
Per tutto il tempo ero rimasto celato, ma finalmente presi coraggio e m’incamminai andare a conformarlo; quando mi fermai poi, vedendo una primina dall’aria melensa – quella stessa imbranata di prima – avvicinarsi porgendogli un sacchetto di ghiaccio, così che mi sedetti a una manciata di metri dal mio Luca. La vidi sedersi vicino, praticamente appiccicata, e poi tutt’e due chini sulla medesima busta a confabulare: quindi lei cercò di pigiare il sacchetto sdraiandolo sul gradino, e poi Luca lo sbatté con violenza contro lo spigolo vivo: ma niente… qualcosa sembrava non funzionare… ed erano vicini, troppo vivici, per che io lo potessi accettare!
Pst! Luca… – lo chiamai: – Ohh… Luca! – ma niente: il mio richiamo sembrava non giungere a destinazione; e intanto quel primino stava prendendo a pugni strizzo quel sacchetto, brandito a mezz’aria: – Ehi! Luca! – finalmente si girò: – Hai bisogno? –.
Sì… – scesi subito invitato da un suo cenno.
Cosa c’è?
Eh… questo, non fa freddo! C’è scritto di schiacciare qui, vedi, ma non fa niente!
Rilessi le istruzioni e poi tirai un pugno secco al centro – nel punto contrassegnato dal “premere qui” –, e finalmente il freddo ebbe inizio: – Tieni! –. Che bello stare accanto al mio primino! se non gli fosse stata quella, lo avrei perfino abbracciato per dargli il mio caloroso e terapeutico effetto.
Che ci fai qui? – chiese.
Eh… il prof di mate manca… – ma il nostro discorso venne interrotto da quella primina, che gli chieda inopportunamente come stava; ma come ti permetti! ma pussa via…, vah, che sei pure cessa! l’hai fatta la tua parte? che vi fai ancora qua? Tornatene dai tuoi amichetti, là in campo…, che qui non c’hai più nulla da fare! ma niente: lei continuava a stare lì, e per giunta attaccata a lui. Mi poggiai all’indietro, seccato, coi gomiti sul gradone alle mie spalle, fingendo di godermi la partita, ma in realtà li tenevo d’occhio, perché insospettito dal loro stare troppo chini e troppo vicini; era incredibile delle volte vedere come delle ragazzine, tanto banalotte, ci potessero provare così spudoratamente con dei ragazzini, tanto carini, come il mio Luca – e delle volte perfino riuscendo a starci! –, benché fossero manifestamente ben oltre le loro realistiche possibilità! Mi buttai, poi, in avanti per ascoltare le sue avance, e la vidi poggiargli una mano sopra la gamba, come per instaurare subdolamente un rapporto di condivisione del dolore; non ci vidi più: ma cazzo vuoi primina di merda! leva subito quella manaccia, o te l’avrei torta! Per fortuna che la gamba dolorante era dalla mia parte, o gli si sarebbe certamente proposta di praticargli un bel massaggio rilassante, magari con l’intento, non recondito, di scivolargli con la mano verso quel promontorio di lussuria scarlatto: ti avevo visto come glielo sbirciavi! Già il rosso esaltava la sua naturale abbondanza, poi quella posizione aumentava la sua pubica prominenza; ti sarebbe piaciuto, eh…, allungare la tua laida mano verso quel pacco mostruoso, eh? ma lui no! Luca era mio, e gli avrei tirato giù perfino le braghe per mostrarglielo, e gridatole: «La vedi questa nerchia! ti piacerebbe menargliela così, vero? ma questa è mia! mia! e soltanto mia!» e le avrei pure sborrato in faccia la sua pioggia di ; no, quella no! perché se la sarebbe certamente legata come una Cicciolina, e invece io non potevo permettere che il suo prezioso succo venisse goduto da una racozza del genere; allora me lo sarei ciucciato tutto io per dimostrarle, ancora una volta, che era tutto mio! ma poi il prof fortunatamente la richiamò in campo: – Pamela, su…, vieni! –.
Pamela? Strano…, perché c’aveva la fisionomia da Samira! con quella faccia schiacciata, non grossa, ma chiatta; le lentiggini e quel taglio alla cretinetta da simil-Cleopatra, che non avevo mai visto state peggio su una ragazza. Ma quando fu abbastanza lontana per non sentire, Luca mi disse: – Oh, visto…– facendomi l’occhiolino: – secondo me mi viene dietro! Che ne pensi? – chiese tutto sorridente…
Boh! – non potevo certo dirgli che era brutta, o sarei sembrato geloso; ma era la pura verità! Comunque con quelle sue parole caddi in depressione e cercai di cambiare discorso: – Ma la gamba? –.
Mah… – sollevò il sacchetto: – secondo me si sta gonfiando! –.
No dai… che adesso tutto passa! – strofinai confortante la mano sul ginocchio come se avessi un tocco scaccia malanni.
Dici…! – rispose Luca con una faccia dubbiosa: – Secondo me, invece, mi porti sfiga! –.
Perché?
Perché quando ci sei tu, mi faccio sempre male: una volta testa, questa la gamba… – ma ora mi dava pure del portasfiga? Avevo una voglia di piangere internamente che non aveva confini, e poi m’immaginavo quella smorfiosa che in classe ne approfittava per importunare il mio Luca… mi salvò da questo genere di tristi pensieri la richiesta del prof di andargli a prendere dei cerchi e la palla medica. Gli attrezzi stavano in un magazzino, che era poi semplicemente il vano sotto le gradinate, a cui si accedeva attraverso un corridoio, da dietro, come stavamo percorrendo noi in quel momento; avrei voluto tanto accelerare il mio passo: affiancarmi al mio Luca, ma proprio non ce la facevo a stare al suo pari; era come se una soprannaturale forza mi riconducesse al mio posto naturale dietro di lui, a contemplarlo mirando il profilo delle sue spalle magno. Comunque dovevo arrendermi all’evidenza… presto Luca l’avrebbe fatto: avrebbe fatto sesso con una ragazza e prima di me! mi avrebbe battuto sia sull’età che sul tempo; ma dopotutto era inevitabile: con tutte quelle smorfiose, in giro, pronte a darla ai tipini carini come lui… era inevitabile! E io non potevo far altro che aspettarlo, attendere sulla soglia che tornasse da me, per dargli quelle coccole che solo io sapevo darli! Entrando nell’oscuro della nuova stanza, lo persi per un attimo di vista, e poi lo sfiorai sulla nuca col dorso delle dita, come per dirgli: «ti sono vicino», e Luca repentinamente mi abbracciò, buttandomi contro l’interruttore, che già stavo cercando.
Ma come… prima mi parlava di ragazze e ora mi stava abbracciando? ma come faceva, quel primino, a sapere sempre di cosa avevo bisogno? quasi quasi me lo sarei fatto lì sopra quella vecchia cattedra che avevo davanti…; ma no, no! ma cosa mi passava per la testa!? a scuola no! avevamo giurato di no: troppo rischioso! e poi, a momenti, sarebbero venuti a cercarci, se non ci avessero visto tornare indietro immediatamente: – Dai, Luca, continuiamo questo pomeriggio! – così tornammo dal prof con tutte le attrezzature.

Era la prima volta che ci cambiavamo contemporaneamente nello spogliatoio della scuola: suonata la campanella, i miei amici avevano deciso di andarsi a cambiare immediatamente, avendo in pratica già fatto la ricreazione, e io mi accodai a loro per tener d’occhio il mio Luca. Presi posto davanti a lui sulla panchina antistante dall’altro lato della stanza; per fortuna che quelli di prima erano meno ingombranti di noi del terzo, o almeno avendo meno confidenza con l’ambiente, stavano meno sparpagliati e quindi tutti sulla medesima panchina: in fondo non erano neppure poi così tanti, forse una decina, e potevo vederli tutti quanti.
Luca si era già tolto i pantaloncini, così potevo vedergli, tra le sue gambette sottili, gli slippini da primino puntinato fantasia, anche se da quella distanza parevano quasi bianchi; a dir la verità ne avevo adocchiati un paio veramente bianchi tra quella biancheria, e un paio era proprio indossato da quel roscio che gli si stava avvicinando. Luca si era accorto del mio sbirciare, ma stranamente non mi guardava con malizia, anzi sembrava che l’aspettativa del pomeriggio lo tenesse temporaneamente sedato; io invece mi ero già dato a un pazzo safari di mutande priminiche, e ne avevo già individuato un paio, di suoi tìpotipi, che mi sconfinferavano particolarmente…: uno era proprio quel pel di carota vicino a lui. – mi pareva – si chiamasse: era appena più altino di Luca, segaligno, ma più sportivo a vedere dal polpaccino, specie quando indossava quel completino arancino di prima; aveva però un atteggiamento antipatico, da ganassetta alla giostra dell’autoscontro con quel cipiglio da capetto altezzoso, ma parlava, però, con lui da pari, non riusciva a fargli abbassare lo sguardo, e forse subiva la sua naturale magnificenza. L’altro, invece, era quel moretto, laggiù in fondo, taciturno, che guardava basso: aveva un che d’intrinsecamente tenero e mite, ma al contempo malinconico; era più bassino di lui – avevo notato in campo – e con l’occhio azzurrino, ma che mi ricordava ugualmente Robertino, muovendomi a un sentimento compassionevole.
Luca si era alzato, e ora, senza essersi chiuso la patta, parlava con , facendomi intravedere dalla zip semiaperta la mutanda: se fossimo stati solo noi in quella stanza, io e loro, me li sarei fatti tutti quanti. Il primo sarebbe stato proprio quel Rosso Malpelo, che all’inizio si sarebbe dimenato, ma poi l’avrei costretto al muro a subire un mio pompino: gli avrei prima scoperto quel fulvo ciuffetto e poi la sua giusta verghetta; mmm… quanto ce l’avrà avuto lungo? Poco non direi, a vedere da quella bozzetta, ma neanche come il mio Luca! 17, toh! sì, un numero sfigato… e poi il 7 mi è sempre stato un numero antipatico…. Poi sarebbe venuto il turno di quel docile moretto, su quella panchina blu; neanche lui ce l’aveva corto… 16 o 18, per non essere uguale a quell’altro… 16 toh! tanto per non stare troppo vicini al mio Luca! e poi sarebbe venuto il suo turno. Avrei mostrato loro la sua splendida ventina (che tanto avrebbe suscitato in loro invidia e rispetto…) e come godeva; quindi Luca mi salutò, uscendo dalla stanza, lasciandomi solo con la sensazione del suo fallo da stringere nella mano.

***


Per tutto il tempo non avevo fatto cenno ad alcunché di erotico, ma Luca sembrava decisamente intenzionato a cominciare, quando, facendosi indietro con la sedia, mi chiamò aprendo le gambe e assumendo una posa decisamente provocatoria, che attirò la mia attenzione. – Ma perché mi guardi sempre il pacco? – disse provocatoriamente.
Ma va… vah! – in suo tono mi aveva fortemente indispettito.
Ma è vero…!
Ma se mi chiami, è logico che ti guardo!
Sì! ma il pacco… – insistette.
Ma se ti devo guardare, quanto ti guardo: ti guardo tutto… – poi mi girai perché capii che era inutile giustificarmi con primino provocatore; e poi… di che avrei dovuto giustificarmi!
Alle… – mi richiamò, e questa volta fu il suo vistoso ravanare a catturare il mio sguardo sulla sua parte bassa: – visto! – mi disse come se avesse avuto la riprova della sua tesi.
Ma se ti stai toccando!
Sì, ma tu hai guardato!
Toh, allora… – risposi prendendolo fuori: – visto che anche tu me lo guardi! – adesso l’avrebbe finita di fare questo gioco al massacro a chi doveva sentirsi più finocchio, soltanto perché guardava il pacco dell’altro!
Sì, ma tu ce l’hai ! – lo disse come se per lui fosse una giustificazione.
Sff! Luca! – gli soffiai contro con tono minaccioso e facendomi avanti come per avventarmi, ma afferrandogli, in realtà, soltanto il ginocchio.
Ahia! – gridò con un vero grido di dolore.
Oh, scusa! È questa la gamba…?
Sìì…! – disse prendendosela, ma io lo accarezzai.
Dai, scusa! Ma da stamattina…?
Sì! – e cominciò a trattenersi tragicamente il ginocchio: – è ancora gonfio!
Ancora…! Mi fai vedere, per piacere? – annuì: – Ma non qui, su divano! – lo accompagnai e l’aiutai a calarsi i pantaloni; mammamia che libidine calare la zip a un primino dolorante…
In effetti, è ancora gonfio… – gli tastai il ginocchio, poiché s’era già seduto; poi lo baciai, come si fa con la bua dei bambini: – Dai, che adesso ti passa! –; e poi, già che c’ero, ne approfittai per sbirciare il bozzetto tra le sue gambe e inevitabilmente allungai la mano: – È gonfio! Ti fa male? –.
No! – disse; ma no! doveva dire… testa d’un primino!
e qui è , invece… – salii lungo la sua verga: – è come l’altra volta! –.
Sì, ma a me fa male qua! – indicò il ginocchio.
Eh, ma è tutta una questione riflessologia: ti fa male lì, ma la causa è sempre qui!
e si può fare qualcosa?
Certo! La cosa migliore sarebbe tagliare, ma siccome so già che sei contrario, allora passiamo pure alle cure palliative… – e con un solo gesto gli sfilai le mutandine, aiutato da un saltino del suo sedere, per portargliele fino alle caviglie, assieme ai pantaloni. Ora, sì che avevo più spazio per manovrare! afferrai quell’amena verga e la scappellai per mirarla nella sua forma più godibile, così come se la sarebbe voluta infilare stamattina, certamente, quella primina in vagina, e infine aprii la bocca; quello sì che era il suo astuccio naturale! e poi scivolai con le mani dietro la sua schiena, a intrecciare appena sopra il sedere, per poterlo spingere verso me mentre succhiavo: questa volta gli avrei fatto un pompino solo di bocca. Luca intanto incominciava a godere, mentre il suo pene penetrava dentro la mia bocca come un lungo pugnale senza ferire: segno che quella era come la guaina originale; e poi, a un certo punto, mi resi conto che si stava ricappellando, così presi fiato e lo succhiai più forte riscappellarglielo, facendolo gemere. Sentivo quel membro virile, di lui che quasi si era steso sotto di me, scivolando con le gambe per la distensione e premermi con le ginocchia contro il mio cazzo , vibrarmi dentro la bocca, finché non venne; mammamia quanto venne! non ce la feci a trattenere tutto il suo nella bocca e quindi, un filo misto a saliva, mi scivolò lungo la sua infinita verga, che recuperai finito di succhiare.
Sei venuto, eh? – mi congratulai, ancora ansimando, tenendo la sua verga, e poi mi poggiai, a braccia conserte e la testa sopra le sue ginocchia, a riposare. Non potevo chiedere di meglio che riposare sopra le ginocchia del mio primino e intanto pensare se fosse stato il mio Sire…: io sarei stato il suo Scappellano di Corte o, meglio, il suo Glande Succhiatore; ma in quel caso il mio compito sarebbe stato soltanto quello di stuzzicargli la reale cappella, e per toccarlo, anche solo con un dito, o prenderne in bocca un centimetro in più, avrei dovuto chiedergli permesso: sincerarmi se Sua Maestà gradiva… e poi mi sentii carezzare sulla nuca. Luca mi guardava languido, e io con la mano andai a masturbare la sua tumida verga e con l’altra a saggiare il suo ginocchio dolorante: – Ti fa ancora male? – chiesi e al suo cenno rimisi di nuovo tutto quanto nella bocca; ma questa l’avrei tenuto ben saldo con la mano anche, perché sentire la sensazione della sua manualità e dell’oralità del pene contemporaneamente, era più bello! Luca continuava a tenermi le mani sulla testa, e mannaggia s’era bello fellare uno più piccolo di me, seduto mio divano, mentre io mi prostravo e lui con la mano mi dava il giusto ritmo: il mio piccolo sire! Certamente a Luca sarà piaciuto vedermi così prostrato, senza un briciolo di dignità! o Luca…! Fu veramente lunga quella seconda fellatio: Luca sembrava non giungere mai…, finché m’accorsi che era venuto, pero senza venire…, dall’improvviso decontrarsi del suo corpo e dallo smettere d’ansimare. – Guardiamo la tv, adesso, eh? –. Non conoscevo ancora approfonditamente le abitudini masturbatorie del mio Luca e credevo fosse abituato a farsi due marlette dietro fila – io ci riuscivo! –, e pensavo dunque non avesse avuto problemi a venire una seconda volta in così poco tempo, avendo anche due anni in meno di me! e invece mi sembrava di aver appena terminato una lunga maratona; poi lo ricoprii col panno, e quindi mi sedetti accanto a abbracciarlo e masturbarlo, perché proprio non riuscivo a farne a meno di lui quel giorno. Lo stringevo e intanto lo segavo, il mio primino… vacca s’era bello! lo volevo stringere a più non posso, finché – Ahia! – mi disse.
Oh, scusami! – lo baciai sulla fronte per farmi perdonare: ma proprio non ce la facevo a sapermi regolare; poi mi ricordai che dovevo ancora finire i compiti: ma come fare con lui ch’era così bello… e Gianluca che sembrava ancora una volta da sfogare? e poi ne avevo soltanto esauditi due dei tre pompini sognati stamattina, e mi mancava proprio quello dedicato a lui!
Come va il ginocchio adesso? – m’interessa pretestuosamente con l’intento di succhiarglielo una terza volta.
Va bene! – uffa! ma io volevo ancora rifarglielo il pompino…
A me pare ancora gonfio! – e ci scivolai tra le sue gambe a leccargli quella lunga canna, poi lo guardai.
Ti piace, eh… – mi disse con un fare sfrontato: aveva lo stesso sguardo che avrebbe potuto quel suo amico Malpelo se fosse stato nei suoi panni; ma a me non fregava più niente, e iniziai l’ultimo pompino per il nostro duplice piacere.

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Il è stato considerato un tabù in gran parte delle nazioni occidentali sin dall’inizio del Medio Evo, in particolare a causa dello stretto ed esclusivo nesso fra sessualità e procreazione, imposto dal cristianesimo di quell’epoca. In funzione di questa connessione, ogni altro tipo di sessualità, non collegata alla riproduzione, risultava quindi impura e perciò severamente proibita. Prima di allora, entro certi limiti, la pratica del era generalmente accettata in quelle culture che praticavano regolarmente e socialmente la balneazione (terme, bagni pubblici). Anche in questi casi vi erano dei notevoli tabù: nell’antica Roma precristiana le attività sessuali di tipo orale erano generalmente viste in un’ottica di sottomissione e controllo. Ciò è evidenziato da due parole latine che descrivono l’atto: irrumare (penetrare oralmente) e fellare (essere penetrati oralmente).

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Vorrei averti qui con me
vorrei che mi riempissi con il tuo piacere

 


inondandomi…

Vorrei sentirti fino in
e sempre più giù
in .

Ho bisogno di sentirti
sempre più in fondo

e di godere
di provare piacere
piacere e piacere.

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