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Nel buio della notte (racconto di Mario) Non sapevo se fosse il caldo, i rumori della notte di luglio, gli spiacevoli pensieri del lavoro: fatto sta che le gocce di sudore continuavano a scendere incessantemente dalla fronte, dal collo, dal torace, fino al lenzuolo, ormai pressoché fradicio. Insonnia: perché mi prendi soprattutto d’estate? Perché mi fai girare e rigirare nel letto e camminare come uno zombie il mattino dopo? Cosa ho fatto di male per meritarmi questo? Non ce la facevo più. Alla tele: nulla, come il solito. Un libro? Troppo impegnativo. Sentii di aver voglia di una rivista che impegnasse gli occhi, più che il cervello ormai inutilizzabile, così decisi di fare una cosa che non faccio mai: uscire a cercarla. Le mutande, dove cavolo erano finite? Rinunciai a cercarle e infilai i jeans sporchi sulla pelle bagnata, una maglietta qualsiasi: chi mai vuoi incontrare alle tre del mattino di un lunedì notte? Fu solo quando fui in macchina che mi chiesi dove fosse possibile trovare un’edicola aperta a quell’ora assurda. Mente locale, check-up mnemonico; risultato: zero. Ma, improvviso flash: a dire il vero una collega raccontava spesso in ufficio della mamma malata che, nei rari momenti di pseudolucidità, si ostinava ad uscire di casa per andarsi a comprare il quotidiano, all’edicola sotto casa, aperta ventiquattr’ore al giorno. Dunque: casa di Cinzia. Dall’altra parte della città. Decisi comunque di provarci. D’altra parte la notte è sempre meno squallida del giorno: i pazzi escono, le inibizioni cadono. Per quale ragione poi? Niente da fare: cervello troppo spento anche per porsi domande troppo complicate. Non troppo però per non ricordarmi che la vescica aveva bisogno di essere svuotata.Merda: non potevo pensarci prima di uscire? Beh, in ogni caso il tempo non mancava, no? Anzi, meglio usufruirne in quei rari momenti della vita nei quali abbonda. Accostai allora in una piazzetta deserta con qualche albero. Niente meglio di un po’ di natura per far pipì, ci dicevano da bambini. Accostai all’angolo, spensi fari e motore, mi avvicinai all’albero prescelto ed eseguii con calma l’operazione di sbottonarmi la patta ed estrarre l’uccello, assaporando al contempo il suono dell’urina sulla corteccia e la brezza notturna. “Hai una sigaretta?” Se non avessi già concluso l’operazione, dallo spavento mi sarei sicuramente pisciato sui pantaloni. Riuscii comunque a riinfilare il tutto nei jeans prima di girarmi. Lo vedevo poco, ma mi sembrò un tipo sui trentacinque-quaranta, jeans anche lui, camicia con le maniche arricciate aperta su di un torace indiscutibilmente palestrato ma villoso al punto giusto. “Non fumo, mi spiace”, riuscii a proferire con voce tremante. Agitato. Per cosa poi? Non sembrava avesse assolutamente cattive intenzioni: tutt’altro. Voglia di parlare? “Devo averti spaventato, scusa”. Bella voce, bassa bassa. “E’ solo che ti ho visto qui ho pensato di approfittarne.” Mi si avvicinò un poco. “Approfittarne.?” Chissà perché stavo cominciando a tremare. E il mio uccello a pulsare, come fa ogni volta che vedo un bell’uomo, e ad irrigidirsi contro il cotone dei jeans. “Beh, non ho cattive intenzioni. Stai tranquillo.” E mi si avvicinò ancora di più. Era davvero un uomo intrigante. Forse quaranta, più che trentacinque, a vederlo da vicino. Ma intrigante. Intrigante a dir poco: proprio buono. Fisico possente, ma non ipercurato, Diciamo, un tipo alla Buce Willis. Ma coi capelli. Si avvicinò di un altro passo. Ormai eravamo vicinissimi. E lui bellissimo. Io: paralizzato. Il mio uccello cominciò a premere sempre di più. Lui sembrò accorgersene: guardò fra le mie gambe. Poi rialzò lo sguardo e avvicinò il suo viso al mio. Lo prese con quelle che mi parvero grandissime mani. E infilò la lingua nella mia bocca. Dapprima opposi una certa resistenza, ma poi cedetti e iniziai e leccare la sua come lui faceva con la mia. Nel frattempo i nostri corpi si fusero in un abbraccio tremante ma vigoroso che mi mise a contatto con la sua durissima erezione. Non pensai più a nulla: le mie mani da sole cercarono i suoi marmorei glutei mentre le sue si infilarono sotto la mia maglietta cercando con ardore la pelle della mia schiena. Lui si staccò un attimo dal mio viso, mi guardò negli occhi fissamente e le sue dita cominciarono a slacciare la patta. Poi vidi la sua testa scendere lungo il mio busto. Si fermò all’altezza dell’ombelico , sollevò la t-shirt e, mentre cominciava a leccare il mio addome io pensai vagamente che ero con la schiena contro un albero di una piazza a me sconosciuta della mia città, alle tre di notte, ad accoppiarmi con un maschio stupendo. Fu il mio ultimo pensiero, perché quando le labbra di lui arrivarono alla mia cappella, già piuttosto bagnata, semplicemente cominciò l’estasi. La sua lingua leccò dapprima, leggermente, tutto il filetto., poi lui tornò a guardarmi prima di ingoiare il mio cazzo, duro come l’avevo sentito poche volte. Il calore della sua bocca sulla mia cappella in fiamme fu stupendo e io cominciai a gemere. Intanto le sue mani mi strappavano impazientemente i jeans. Liberai i piedi dalle scarpe mentre la sua bocca cominciava, lentamente ed armoniosamente, un pompino da brivido. Non so come facesse, ma lo ingoiava proprio tutto, fino alla base, mentre le mani passavano dalle palle all’interno delle cosce, alle mie chiappe. Sentii che stavo per venire. Lanciai un gemito ma lui non si staccò dal mio cazzo e io sentii i fiotti di sborra che stavo eiettando in quella bocca caldissima. Lui non si spostò e la bevve invece tutta, spremendo il mio uccello dalla base alla cappella per farla uscire totalmente. Non so se urlai o no durante l’orgasmo; ricordo invece il sapore della sua bocca impastata della mia sborra mentre cercava la mia lingua. Incredibilmente, la mia eccitazione non diminuì, e, anzi, assecondai volentieri il suo movimento quando mi sentìi afferrare per i fianchi e girare faccia al tronco. Le sue braccia si strinsero al mio petto mentre sentivo il suo cazzo che cercava il buchetto. Eccitato come un pazzo divaricai le gambe il più possibile per facilitargli la penetrazione. D’altra parte non posso negarlo: dal momento in cui l’avevo visto non aspettavo che quel momento. Praticamente non sentii dolore quando la sua cappella scivolò, lenta, dentro di me, ma solo la sensazione di essere pieno di qualcosa , di qualcuno, che desideravo da tanto tempo. Non emetteva alcun suono mentre il movimento aumentava di intensità, da lentissimo, gradatamente, ad uno stantuffio regolare che mi faceva provare il paradiso. Da quanto tempo non godevo in quel modo? Mi sembrava che dal mio cervello, il piacere, attraverso la colonna vertebrale, fosse un tutt’uno con quel membro che mi martellava, sempre più velocemente, in sintonia con il battito del mio cuore. Il piacere era troppo forte: sentii che stavo per raggiungere un nuovo orgasmo e mi sentii gridare: “Sbattimi più forte: sto venendo!”. Ma non c’era bisogno di dirglielo: il ritmo era ormai frenetico e il suo ansimare ora quello di uno stallone. Sentii l’eiaculazione proprio mentre a lui usciva un grido strozzato e i colpi si facevano, se possibili, ancora più profondi, in corrispondenza del suo, di orgasmo. Rimanemmo avvinghiati nella stessa posizione ancora a lungo, credo. Poi lo senti, a malincuore, che si ritirava. Io mi rigirai e lui mi diede un altro, profondissimo bacio. E si allontanò nell’ombra. Non l’ho più rivisto. Non so come si chiamasse. Non so chi fosse, ne quanti anni avesse ne da dove venisse, né perché fosse lì quella sera e cosa lo ispirò in me. So solo che quella notte non ebbi bisogno della rivista per dormire, profondamente, fino al mattino dopo. FINE
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