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Sera d’estate (racconto di Mrs Robinson)
Una sera come tante: la solita mangiata all’aperto con i vicini di tenda… si ride, si scherza … lasciandosi andare all’allegria, complice forse la spensieratezza delle vacanze ed un bicchiere di rosso in più.
Come sempre accade sono io a tenere banco, osservando, in apparenza distratta, le occhiate dei vari mariti allo spettacolo generosamente offerto del mio decolleté.
La pelle colorita dall’abbronzatura risplende sotto il top bianco, che copre appena i seni abbondanti e sodi. La brezza serale indurisce i capezzoli, che ora spuntano senza ritegno, sobbalzando ad ogni mio movimento. Un pareo sottile annodato di lato, fascia il bacino scendendo morbido lungo le gambe.
Durante la mia animata conversazione con i commensali accavallo le gambe, godendo degli sguardi che seguono il pareo scivolare dolcemente di lato, lasciando scoperte le gambe fino alle cosce… adoro la libertà dell’estate… un piccolo top ed un pareo sono il mio abbigliamento…la sensazione del cotone leggero sulla pelle nuda… sui glutei… l’idea di non indossare l’intimo… e leggere negli occhi del mio vicino la consapevolezza di essersene accorto.
Ma questa sera c’è qualcuno che anima la serata con me… una signora, piacente e ben vestita, mi osserva dall’altra parte della tavolata… rispondendo ad ogni mia provocazione, senza alcun apparente imbarazzo… la vedo osservarmi i seni… chinare leggermente la testa di lato, socchiudere gli occhi, mentre mi alzo… ed osservarmi ancora mentre mi avvicino a lei… volutamente mi scruta… quasi a voler trapassare quel lieve velo che separa le mie nudità dai suoi occhi desiderosi….
È un’intesa immediata… con una scusa abbandoniamo la tavola, immergendoci nel buio del campeggio. Lontano dagli sguardi della gente sento la sua mano posarsi sui miei glutei, impugnarli stretti e stringerli fino a farmi male… le sue mani corrono lungo i miei fianchi come se fossi nuda… sui seni già turgidi e desiderosi del tocco delle sue mani… li stringe… forte… fino a farmi riempire gli occhi di lacrime… il desiderio sale in me incontrollabile… mi guida alla sua tenda…
Siamo dentro… siamo sole… non so cosa mi accade… ma non riesco a fermarla quando avvicina la bocca alla mia, sfiorandomi con un bacio dolcissimo… sento il calore delle sue labbra, la morbidezza della sua bocca… mi sorprendo a stringerla, desiderando che quell’istante non finisca mai… schiudo leggermente le labbra invitandola ad entrare… mi cerca… la sua lingua scivola dentro di me… esplora la mia bocca… con dolcezza mi succhia le labbra… ci passa la lingua… e poi ancora la sua lingua incollata alla mia… sento i brividi invadere il corpo… sento i suoi seni premere sui miei… il desiderio esplode incontrollabile… con le mani ci tocchiamo… provo piacere nel toccarle il sedere… la schiena… le bacio il collo… tutto mi viene così naturale… godo nel sentirla leccarmi l’orecchio… entrarci con la lingua… scendere lungo la gola e rituffarsi nella mia bocca aperta ad aspettarla…
Le sue mani frugano sotto il mio pareo… mi trovano già pronta… desiderosa di sentire la mano di una donna entrare dentro di me… voglio essere sua… guido il suo viso tra le mia gambe… offrendo ad una donna per la prima volta il mio frutto più nascosto… la sua lingua sfiora il clitoride, facendomi sussultare di desiderio… le labbra lo avvolgono nel calore della sua bocca… lo succhia piano… poi sempre di più… i miei umori di donna si mischiano alla sua saliva… la sua bocca beve la mia voglia… le dita penetrano sempre più a fondo… non ho più riserve… sento i brividi possedermi completamente… lei mi guida con forza verso il centro del piacere… io e lei… la cerco… voglio leccare anch’io il suo desiderio… tutto mi viene così naturale… siamo avvinghiate in un rapporto violento… ci lecchiamo entrambe affondando nel mare del nostro piacere… assaporo il gusto della sua intimità, provando un piacere infinito… con la lingua entro ed esco dai suoi buchetti… fino al più nascosto… la sento gemere del mio gioco… la sento spingere con il bacino contro il mio viso… per farmi entrare di più… ancora di più… mentre la sua lingua calda viola ogni mia lieve resistenza… sono dentro di lei… lei è dentro di me… é un orgasmo continuo…
FINE
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Sera d’estate (racconto di Mrs Robinson)
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Nel buio della notte (racconto di Mario)
Non sapevo se fosse il caldo, i rumori della notte di luglio, gli spiacevoli pensieri del lavoro: fatto sta che le gocce di sudore continuavano a scendere incessantemente dalla fronte, dal collo, dal torace, fino al lenzuolo, ormai pressoché fradicio.
Insonnia: perché mi prendi soprattutto d’estate? Perché mi fai girare e rigirare nel letto e camminare come uno zombie il mattino dopo? Cosa ho fatto di male per meritarmi questo?
Non ce la facevo più. Alla tele: nulla, come il solito. Un libro? Troppo impegnativo. Sentii di aver voglia di una rivista che impegnasse gli occhi, più che il cervello ormai inutilizzabile, così decisi di fare una cosa che non faccio mai: uscire a cercarla.
Le mutande, dove cavolo erano finite? Rinunciai a cercarle e infilai i jeans sporchi sulla pelle bagnata, una maglietta qualsiasi: chi mai vuoi incontrare alle tre del mattino di un lunedì notte? Fu solo quando fui in macchina che mi chiesi dove fosse possibile trovare un’edicola aperta a quell’ora assurda. Mente locale, check-up mnemonico; risultato: zero. Ma, improvviso flash: a dire il vero una collega raccontava spesso in ufficio della mamma malata che, nei rari momenti di pseudolucidità, si ostinava ad uscire di casa per andarsi a comprare il quotidiano, all’edicola sotto casa, aperta ventiquattr’ore al giorno. Dunque: casa di Cinzia. Dall’altra parte della città. Decisi comunque di provarci. D’altra parte la notte è sempre meno squallida del giorno: i pazzi escono, le inibizioni cadono. Per quale ragione poi? Niente da fare: cervello troppo spento anche per porsi domande troppo complicate.
Non troppo però per non ricordarmi che la vescica aveva bisogno di essere svuotata.Merda: non potevo pensarci prima di uscire? Beh, in ogni caso il tempo non mancava, no? Anzi, meglio usufruirne in quei rari momenti della vita nei quali abbonda.
Accostai allora in una piazzetta deserta con qualche albero. Niente meglio di un po’ di natura per far pipì, ci dicevano da bambini. Accostai all’angolo, spensi fari e motore, mi avvicinai all’albero prescelto ed eseguii con calma l’operazione di sbottonarmi la patta ed estrarre l’uccello, assaporando al contempo il suono dell’urina sulla corteccia e la brezza notturna.
“Hai una sigaretta?” Se non avessi già concluso l’operazione, dallo spavento mi sarei sicuramente pisciato sui pantaloni. Riuscii comunque a riinfilare il tutto nei jeans prima di girarmi. Lo vedevo poco, ma mi sembrò un tipo sui trentacinque-quaranta, jeans anche lui, camicia con le maniche arricciate aperta su di un torace indiscutibilmente palestrato ma villoso al punto giusto.
“Non fumo, mi spiace”, riuscii a proferire con voce tremante. Agitato. Per cosa poi? Non sembrava avesse assolutamente cattive intenzioni: tutt’altro. Voglia di parlare?
“Devo averti spaventato, scusa”. Bella voce, bassa bassa. “E’ solo che ti ho visto qui ho pensato di approfittarne.” Mi si avvicinò un poco. “Approfittarne.?” Chissà perché stavo cominciando a tremare. E il mio uccello a pulsare, come fa ogni volta che vedo un bell’uomo, e ad irrigidirsi contro il cotone dei jeans.
“Beh, non ho cattive intenzioni. Stai tranquillo.” E mi si avvicinò ancora di più. Era davvero un uomo intrigante. Forse quaranta, più che trentacinque, a vederlo da vicino. Ma intrigante. Intrigante a dir poco: proprio buono. Fisico possente, ma non ipercurato, Diciamo, un tipo alla Buce Willis. Ma coi capelli.
Si avvicinò di un altro passo. Ormai eravamo vicinissimi. E lui bellissimo. Io: paralizzato. Il mio uccello cominciò a premere sempre di più. Lui sembrò accorgersene: guardò fra le mie gambe. Poi rialzò lo sguardo e avvicinò il suo viso al mio. Lo prese con quelle che mi parvero grandissime mani. E infilò la lingua nella mia bocca. Dapprima opposi una certa resistenza, ma poi cedetti e iniziai e leccare la sua come lui faceva con la mia. Nel frattempo i nostri corpi si fusero in un abbraccio tremante ma vigoroso che mi mise a contatto con la sua durissima erezione. Non pensai più a nulla: le mie mani da sole cercarono i suoi marmorei glutei mentre le sue si infilarono sotto la mia maglietta cercando con ardore la pelle della mia schiena. Lui si staccò un attimo dal mio viso, mi guardò negli occhi fissamente e le sue dita cominciarono a slacciare la patta. Poi vidi la sua testa scendere lungo il mio busto.
Si fermò all’altezza dell’ombelico , sollevò la t-shirt e, mentre cominciava a leccare il mio addome io pensai vagamente che ero con la schiena contro un albero di una piazza a me sconosciuta della mia città, alle tre di notte, ad accoppiarmi con un maschio stupendo. Fu il mio ultimo pensiero, perché quando le labbra di lui arrivarono alla mia cappella, già piuttosto bagnata, semplicemente cominciò l’estasi.
La sua lingua leccò dapprima, leggermente, tutto il filetto., poi lui tornò a guardarmi prima di ingoiare il mio cazzo, duro come l’avevo sentito poche volte. Il calore della sua bocca sulla mia cappella in fiamme fu stupendo e io cominciai a gemere. Intanto le sue mani mi strappavano impazientemente i jeans. Liberai i piedi dalle scarpe mentre la sua bocca cominciava, lentamente ed armoniosamente, un pompino da brivido. Non so come facesse, ma lo ingoiava proprio tutto, fino alla base, mentre le mani passavano dalle palle all’interno delle cosce, alle mie chiappe. Sentii che stavo per venire. Lanciai un gemito ma lui non si staccò dal mio cazzo e io sentii i fiotti di sborra che stavo eiettando in quella bocca caldissima. Lui non si spostò e la bevve invece tutta, spremendo il mio uccello dalla base alla cappella per farla uscire totalmente.
Non so se urlai o no durante l’orgasmo; ricordo invece il sapore della sua bocca impastata della mia sborra mentre cercava la mia lingua. Incredibilmente, la mia eccitazione non diminuì, e, anzi, assecondai volentieri il suo movimento quando mi sentìi afferrare per i fianchi e girare faccia al tronco. Le sue braccia si strinsero al mio petto mentre sentivo il suo cazzo che cercava il buchetto. Eccitato come un pazzo divaricai le gambe il più possibile per facilitargli la penetrazione. D’altra parte non posso negarlo: dal momento in cui l’avevo visto non aspettavo che quel momento. Praticamente non sentii dolore quando la sua cappella scivolò, lenta, dentro di me, ma solo la sensazione di essere pieno di qualcosa , di qualcuno, che desideravo da tanto tempo. Non emetteva alcun suono mentre il movimento aumentava di intensità, da lentissimo, gradatamente, ad uno stantuffio regolare che mi faceva provare il paradiso. Da quanto tempo non godevo in quel modo? Mi sembrava che dal mio cervello, il piacere, attraverso la colonna vertebrale, fosse un tutt’uno con quel membro che mi martellava, sempre più velocemente, in sintonia con il battito del mio cuore. Il piacere era troppo forte: sentii che stavo per raggiungere un nuovo orgasmo e mi sentii gridare: “Sbattimi più forte: sto venendo!”. Ma non c’era bisogno di dirglielo: il ritmo era ormai frenetico e il suo ansimare ora quello di uno stallone. Sentii l’eiaculazione proprio mentre a lui usciva un grido strozzato e i colpi si facevano, se possibili, ancora più profondi, in corrispondenza del suo, di orgasmo.
Rimanemmo avvinghiati nella stessa posizione ancora a lungo, credo. Poi lo senti, a malincuore, che si ritirava. Io mi rigirai e lui mi diede un altro, profondissimo bacio. E si allontanò nell’ombra.
Non l’ho più rivisto. Non so come si chiamasse. Non so chi fosse, ne quanti anni avesse ne da dove venisse, né perché fosse lì quella sera e cosa lo ispirò in me.
So solo che quella notte non ebbi bisogno della rivista per dormire, profondamente, fino al mattino dopo.
FINE
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Nel buio della notte (racconto di Mario)
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Il Biglietto nella Scarpa (racconto di Merlino)
Ilario è un ragazzo di quattordici anni, alto e magro, con un ciuffo di capelli biondi che porta pettinato su un occhio in onore dei cartoni animati giapponesi di cui è un fan. Controvoglia si trova al mare in una pensione a conduzione familiare dove lo hanno condotto i genitori che ancora non gli permettono di fare le vacanze da solo, come lui vorrebbe. Per giunta la pensione è lontana dal paese. “Che meraviglia la campagna – ha dichiarato il padre – silenzio e pace ovunque”. Ma Ilario non è d’accordo, non sul fatto che non ci sia pace e silenzio, ma sul fatto che tutto ciò sia meraviglioso. E poi neppure la spiaggia è vicina e occorre la macchina per recarsi a fare il bagno. Per questo la pensione è dotata di piscina – una bella piscina dove, grazie al sole, l’acqua è sempre calda – come subito hanno fatto notare i proprietari del piccolo albergo.
Dopo un paio di giorni Ilario si è già disperatamente annoiato. Gli ospiti della pensione sono tutti anziani o famiglie con bambini piccoli e lui non ha nessuno con cui stringere amicizia. I suoi lo hanno portato sulla spiaggia più vicina – venti minuti di macchina – ma anche lì non ha trovato nessuno di suo gusto ed è rimasto vicino alla madre, sdraiato a prendere il sole e a leggere un romanzo di Camilleri.
Un pomeriggio, mentre i suoi genitori sono in camera per il riposino pomeridiano, Ilario, sempre più annoiato, apre la finestra della sua stanza e lascia entrare l’aria caldissima che gli soffia in faccia come se avesse un asciugacapelli di fronte. Guarda annoiato verso il basso e scorge il bel figlio dei proprietari che si sta avvicinando alla piscina. E’ un ragazzo di vent’anni dal fisico robusto che, naturalmente, Ilario aveva già notato e apprezzato. Si muove con passo elastico, dondolandosi lentamente e tenendo le braccia lievemente scostate dal corpo. Arrivato sul bordo della piscina comincia a togliersi le scarpe da ginnastica chinandosi e allungando la mano mentre saltella in precario equilibrio.
Si spoglia? Vuol fare il bagno. Meno male che ho guardato fuori. Dai dai spogliati ecco così sfila la maglietta che fisico! E che bella abbronzatura! L’ho sempre osservato vestito da cameriere ci serve durante il pranzo sempre imbronciato senza sorridere. Oh, si sta carezzando il petto che libidine. Ora i jeans, sì ecco che se li sfila. Attento cadi! No ha un buon equilibrio. Li scuote li ripiega ordinato il tipo! Ha anche un bel sedere. Peccato che porti già il costume e meno male che è molto piccolo …. Ha ha ha vorrei sfilarglielo permetti Ermo? Ha anche un bel nome. Penso sia un’abbreviazione di Ermete che era un dio delle acque, ma anche il bello, l’amante … sì mi sembra di ricordare. Ecco si tuffa in quel brodo che è l’acqua della piscina.
Il bell’Ermo nuota avanti e indietro nell’acqua e Ilario si sforza di osservarlo, ma spesso il nuotatore è fuori dalla visuale e allora Ilario decide di scendere in giardino. Richiude la finestra ed esce dalla stanza. Scende le scale saltando i gradini due a due e poco dopo si trova sul bordo della piscina. Porta una sedia di tela fin lì e finge di essere interessato soltanto ad abbronzarsi la faccia. Socchiude gli occhi ma li mantiene abbastanza aperti da non perdere un attimo di vista il nuotatore che pare quasi di essere impegnato in una gara, tanto forza le bracciate. Dopo un po’ Ermo rallenta e si ferma, si allunga nell’acqua mettendosi sdraiato, galleggiando, languidamente in mostra e Ilario non può fare a meno di alzare la testa per osservarlo meglio.
Come sei bello! Guarda i pettorali, proprio come piacciono a me possenti e con le areole piccole e scure. Baciargli i capezzoli! Sentirli eretti sotto la lingua preludio a … Ora che il mio sguardo scende verso il basso verso il basso verso il basso il piccolo costume lascia intravedere i peli un’esile lancia di peli indica il posto segreto si insinua sotto al costume … guarda, il calore del sole deve aver risvegliato qualcosa al bell’Ermete. Ops, anche a me è successo lo stesso come faccio? Lo tocco o no? La mano scivola …. Ma dov’è finito il nuotatore? Non lo vedo più. Basta distrarsi un attimo che le visioni svaniscono.
«Che fai solo solo? Ti stai facendo una sega?»
Ermo compare con le braccia poggiate al bordo della piscina, poi si tira su e l’acqua gli scorre via dal corpo raccogliendosi in una pozza ai suoi piedi. Scuote la testa mandando alcune gocce addosso al ragazzo che resta muto, con gli occhi spalancati per la sorpresa. Poi Ilario fa scivolare via la mano che teneva stretta all’inguine e riesce a mormorare, imbarazzato: « Stavo quasi addormentandomi qui sotto al sole … – poi con maggiore vivacità – Sai che nuoti proprio bene?».
«Lo so, partecipo anche ai campionati provinciali. Vuoi tuffarti? Io torno in acqua» dice Ermo mentre si strizza il costume agguantandosi stoffa e palle facendo ruscellare a terra una piccola cascata. Il gesto fa balzare in piedi Ilario che è arrossito in volto. «No, no, non posso …. Devo tornare in camera, grazie comunque, ma non nuoto poi molto bene. E non ho il costume, ero sceso a prendere un po’ d’aria, ma forse …» Ermo non lo sta a sentire e già si è tuffato e riprende a nuotare vigorosamente.
Avrei dovuto andare? Stavo per farlo, lui non ha aspettato. Ma non ho il costume, come facevo? Per di più ho il coso ritto. Come si fa? Mi ha parlato, come è bello! Non ho mai visto un ragazzo così bello, affascinante affascinante affascinante.
Si volta di malavoglia dopo aver lanciato un altro sguardo verso Ermo e si incammina lentamente verso la pensione. Arrivato in camera si toglie la maglietta che indossa, si sfila i pantaloncini e gli slip e si sdraia con un sospiro. E’ ancora in erezione. Ammira per un momento il cazzo che mostra già alcune gocce di desiderio, poi lo agguanta con entrambe le mani e comincia a masturbarsi con violenza. La testa si piega all’indietro forzando sul cuscino, il suo ciuffo biondo si allarga coprendogli buona parte del volto, un lieve rantolare esce dalla bocca socchiusa. Ben presto si levano dei lunghi spruzzi che in parte gli arrivano sul volto e sui capelli. Si distende rilassato e dopo qualche minuto si addormenta.
Quando si sveglia resta un momento confuso, si stira, si passa una mano sui capelli e li trova tutti incollati dal suo sperma. Si ricorda all’improvviso e scende dal letto precipitandosi alla finestra per cercare l’atletica figura di Ermo. Non lo vede, la piscina ora è affollata, vede molti ospiti della pensione, ragazzini che si tuffano producendo grandi schizzi, li sente gridare allegri, ma lui se n’è andato. Si infila i pantaloni e corre in bagno dove cerca di eliminare le tracce di sperma che denunciano le sue azioni “impure”, si sciacqua senza molta convinzione, poi torna in camera dove indossa anche una maglietta pulita. Tra non molto qualcuno dei suoi verrà a cercarlo e lui deve trovare una scusa per non accompagnarli al mare. Dirà che ha mal di testa e che non vuole prendere ancora del sole. Dirà che vuole sedersi all’ombra nel giardino, a leggere …. Qualcosa dirà, ma ora vuole trovare un espediente per avere un incontro con Ermo. Non sarà facile, ma deve avere il suo primo incontro d’amore. A pensare alla parola amore sente un brivido corrergli per la schiena e una mano corre a toccare il cazzo già sveglio e pronto. Ma che può fare? E’ anche timido, non riuscirà mai a dichiararsi. Si siede al tavolino sopra il quale tiene dei libri e un blocchetto su cui inizia a fare degli scarabocchi. La mano corre quasi da sola e dopo un po’ sta scrivendo delle parole. Tu non sai chi sono e non devi saperlo. Se stanotte alle due verrai nel capanno degli attrezzi e mi aspetterai bendato, io ti procurerò il più grande piacere che tu abbia mai provato. Allarga le gambe e lasciami fare. La mia bocca è dolce e saprà addolcirti la notte. Un ammiratore segreto. Vieni!
Ilario rilegge quanto ha scritto. E’ una stupidaggine? Ma lui deve pur fare qualcosa. Riflette sulla firma che ha messo: “un ammiratore segreto”. Capisce che così Ermo saprà che lui è un maschio, ma non vuole sostituire “ammiratore” con “ammiratrice”. Riflette a lungo sul problema e alla fine si firma: “Chi ti ammira in segreto”. Soddisfatto della scappatoia trovata, ricopia con cura il biglietto, lo piega in quattro e se lo mette in una tasca. E ora? Come fare a consegnarlo? Va a bussare alla porta dei genitori e li informa che resterà alla pensione a leggere. Emozionato, scende di nuovo in giardino e si avvicina alle persone che attorniano la piscina. Scova una sedia a sdraio dimenticata sotto a una palma rinsecchita, la trascina verso la piscina – non troppo vicino né tanto lontano da non potersi accorgere dell’arrivo del bell’Ermete.
No, lui non c’è, ci sono soltanto panzoni e ragazzini indiavolati. Ma chissà che non venga, deve venire, io sto qui ad aspettarlo. Guarda, pensare a lui me lo fa rizzare di nuovo. Ci pianto sopra il libro non vorrei destare scandalo ma poi che faccio se non posso neppure leggere? Mi annoio mi annoierò devo restare devo restare.
Dopo poco, però, l’attenzione di Ilario cala drasticamente, addirittura lui si appisola. E’ un pallone che gli cade addosso a risvegliarlo e lui arrabbiato si alza borbottando e lo scalcia lontano destando le proteste di un gruppo di ragazzini . Il pomeriggio trascorre lentamente e man mano che il tempo passa le piscina si svuota. Ormai restano poche persone e a un tratto Ilario lo vede: Il bel giovane è uscito da una porta usata solo dalla servitù, ha un asciugamano sul braccio , indossa dei pantaloncini corti e una maglietta di cotone molto attillata che mette in luce i suoi pettorali. Cammina con scioltezza e a testa alta, come un dio che passa attraverso una folla di fedeli. Ilario è quasi tentato di alzarsi in piedi per tributargli il rispetto che il dio merita, ma poi resta immobile e lo segue con lo sguardo.
Si avvicina mi passerà accanto che cosce possenti intravedo i capezzoli che premono sulla maglietta ecco è qui hai! Allora mi ha riconosciuto, mi ha colpito con l’asciugamano e si è volto verso di me ha sorriso? Un po’, mi ha anche sorriso!
Il ragazzo osserva affascinato il suo idolo. Lo vede togliersi le scarpe da ginnastica, sfilarsi la maglietta e i pantaloncini e deporre i suoi indumenti in disparte, sull’erba, poi correre verso l’acqua e tuffarsi. Nuota veloce e i ragazzini rimasti in piscina si fermano per guardarlo. Un paio applaudono. Ilario, cercando di dimostrare indifferenza, si incammina verso gli abiti di Ermo. Si ferma guardandosi attorno, nessuno bada a lui. Rapido si china e infila il suo biglietto dentro a una scarpa. Non potrà non vederlo. Si allontana con le gambe che gli tremano dal luogo dell’audace misfatto. E’ sudato, sente il sudore sotto le ascelle, il suo cuore batte all’impazzata ma si sente vivo come non mai. L’ha fatto! Ora Ermo leggerà il suo biglietto. E poi? Poi quello che deve essere sarà. E’ eccitato ed emozionato. Corre in camera dove si fa una doccia.
Dopo aver cenato assieme ai suoi torna subito in camera rifiutando di accompagnare i genitori nella solita noiosa camminata. Ha altro da pensare lui! Cerca di leggere ma è distratto, volta pagina ma non ricorda niente di quanto ha letto, torna indietro, ma poi abbandona il libro. E’ nervoso, forse impaurito. Andrà all’appuntamento? Ma il problema è se ci andrà Ermo. Avrà sul serio gli occhi bendati? Difficile pensarlo. Prova a immaginarsi diverse scene relative a diversi possibili atteggiamenti di Ermo e arriva anche a quella in cui lui viene preso a pugni per averlo fatto venire nel ripostiglio alle due di notte. Certo che se non trova chi si aspettava …
Dunque ricapitoliamo: Ci sono soltanto un paio di ragazze qui nella pensione. Non so se erano in piscina oggi. Io c’ero e mi ha visto mi ha colpito pure con l’asciugamano. Allora si immaginerà che il biglietto sia il mio? Se sì e viene all’appuntamento sono al sicuro e potrò affondare le mani la bocca la lingua sul suo … lo leccherei tutto. Guarda lì sono già eccitato è duro come un piolo che faccio? A pensare quello che stasera potrebbe capitare non riesco a tenere le mani lontane dal cazzo. Già che ci sono che c’è di male? Sono a letto in camera mia eccitato e nervoso …. Mi farà bene.
Dopo, rilassato, Ilario si addormenta e dome come un angioletto, resta tra i suoi sogni (poco angelici) fino all’una quando si sveglia di soprassalto e guarda immediatamente l’orologio. Si è svegliato in tempo, per fortuna. Senza pensare ad altro va in bagno a lavarsi la faccia, si pettina con cura e si sistema il ciuffo con un po’ di gel finché non è soddisfatto della sua immagine. Si veste con attenzione, indossando la maglietta che più gli piace, dei bermuda e un paio di scarpe di corda. Si è anche messo un paio di mutande quasi nuove che ritiene gli mettano bene in evidenza gli attributi. Davanti allo specchio si è rammaricato per le natiche un po’ magre che a confronto alle rotondità “barocche” di Ermo fanno davvero una misera figura. Alla fine scende le scale con cautela sperando di non essere sorpreso da qualcuno, esce dall’edificio e attraversa il giardino. Il ripostiglio degli attrezzi è là, addossato al muro di cinta oltre il quale c’è la strada. Arriva davanti alla porta del ripostiglio che ha sempre la chiave infilata nella toppa, visto che all’interno ci sono soltanto sedie di plastica e qualche attrezzo per la pulizia della piscina ed entra con il cuore in gola.
Tranquillo, ancora non può essere arrivato, è presto. Be’, mica tanto presto. Dentro è buio, ma è meglio non accendere la luce. Chissà poi se c’è una lampada qui. Lascio la porta spalancata così lui vedrà che sono già qui e un po’ di luce entra dentro anche. No non c’è nessuno. Mi siedo e l’aspetto. Ecco sistemiamo una sedia qui dove poi dovrà mettersi lui mentre io sarò inginocchiato tra le sue gambe occupato sì impegnato a dargli piacere. Gli farò sfilare i pantaloni e gli carezzerò le cosce che meraviglia le sue cosce muscolose coperte di un’erotica peluria le leccherei salendo poi mi dedicherei alle palle e lui rovescerebbe la testa gemendo chissà che sapore hanno ho letto in un libro che sanno di muffa no di muschio ma scommetto che sono saporite la natura le condisce per renderle attraenti ma non ce la faccio più giù i bermuda giù le mutande oh, eccolo qui agitiamolo un po’ oddio la porta è aperta se passa qualcuno mi vede e se arriva lui? Chissà che ore sono è presto non c’è nessuno avanti con una mano mi strizzo le palle con l’altra su e giù su e giù … e se provassi a infilare un dito nel buchino? Entra sì ma è difficile ci vorrebbe qualche unguento …
Ilario si masturba tre volte prima di convincersi che il bel giovane che aspetta non verrà. Quando finalmente esce dal ripostiglio un po’ barcollante è quasi contento che la sua attesa sia stata vana. In realtà è soddisfatto così. Ha inventato un nuovo gioco a cui si dedica totalmente. Nei giorni seguenti mette altre tre volte un biglietto nella scarpa di Ermo ripetendo poi tutta la scena dell’appuntamento notturno durante la quale si masturba con passione.
L’ultimo giorno di permanenza nella pensione si reca ancora una volta in piscina nell’ora in cui è probabile incontrarvi l’oggetto della sua passione. Ormai sa che nelle prime ore del pomeriggio, quando quasi nessuno è in acqua, Ermo si allena con potenti bracciate. Infatti eccolo lì. Che spettacolo! Anche Ermo lo vede e, per la prima volta, lo saluta con la mano e gli grida: «Le mie scarpe sono là, sotto la palma». E poi riprende a nuotare come se niente fosse.
Allora sa che ero io lo sa ma non è venuto va bene lo stesso c’è stato un contatto avrà pensato qualche volta cosa volevo fargli non è arrabbiato anzi è spiritoso ma se viene fuori dall’acqua mi vergogno non so che dire.
Ilario corre verso l’edificio e sale precipitosamente le scale. Sta sorridendo e continuerà a lungo a tenersi il sorriso stampato in faccia.
FINE
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Il Biglietto nella Scarpa (racconto di Merlino)
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Regalo di compleanno 4 (racconto di Diabolik1)
Erano trascorsi solo pochi giorni da quando avevo accompagnato Sam alla stazione, e mi sembrava di sentire ancora il suo profumo. Sam si era rivelata una donna di una solarità e di una sensualità uniche.
Per me era difficile dimenticarla, anche perché, a dire il vero, ero io che non volevo assolutamente dimenticarmi di lei.
Laura e Olga erano state delle amanti fenomenali, certo, ma dopo qualche giorno ero riuscito a superare il fatto che ero stato lasciato, o, per meglio dire, che il tempo a nostra disposizione era terminato: con Sam le cose erano molto diverse, perchè il suo ricordo ed il suo profumo erano dentro di me.
All’epoca di questi avvenimenti io avevo ventitre anni e, come avevo raccontato anche nella storia precedente, non attraversavo un bel momento; Sam mi aveva allietato nei tre giorni in cui ci eravamo frequentati, ma poi la tristezza si era impadronita di nuovo del mio animo e forse ancora con maggior intensità.
Quello che desideravo era avere una storia normale, innamorarmi e magari poi essere lasciato, ma non ce la facevo proprio più ad avere solo pochi giorni per andare a letto con una donna che, inevitabilmente, non avrebbe mai provato nulla di particolare per me, se non quella irresistibile attrazione fisica che porta due sconosciuti, che non hanno niente altro in comune, a fare del sesso, sicuramente del magnifico sesso, ma pur sempre solo sesso.
Solamente la storia d’amore tra Laura e Olga era proseguita oltre la notte di sesso di cui vi ho già narrato: lo venni a saperei solo nel momento in cui Laura mi telefonò per farmi conoscere la protagonista di questa storia.
Laura e Olga avevano vissuto per un certo periodo insieme, ma poi avevano scelto di fingere di essere eterosessuali, per non sfidare le convenzioni: questo aveva reso il loro rapporto più complicato, e Laura, quando poteva, desiderava solo stare con la sua amata.
Come vi avevo già detto in passato, io non rividi mai più Laura.
Lei, però, mi telefonò a casa e, come sempre, portò nella mia vita una nuova ventata di sesso e di allegria.
Quando si trattava di Laura lo scompiglio era inevitabile.
La mia amica non passava di certo inosservata, nemmeno nei momenti in cui non era sua intenzione farsi notare; figuratevi voi quando invece il suo scopo principale era proprio quello di gettare tutti quanti nel panico più totale!!!
E con me ci riusciva benissimo.
Penso che lei avesse capito quanto per me fosse importante l’aspetto del coinvolgimento cerebrale: la donna che io desideravo al mio fianco mi doveva coinvolgere totalmente, fin dal primo istante, in modo tale che la mia voglia di sesso e di conquista fosse ad un livello così elevato da permettermi di sedurre donne molto più esperte di me, e di riuscire ad irretirle nei miei giochi, e non solo in quelli erotici.
Laura mi chiese scusa di essere sparita per l’ennesima volta, ma la sua attuale vita sentimentale (con Olga e, da quello che mi parve di capire, non solo con lei) non le permetteva di avere tempo libero da dedicare ai suoi vecchi passatempi preferiti, tra cui c’ere naturalmente anche il sottoscritto.
Per porre rimedio, e ricordandosi della mia passione per le donne sulla quarantina, pensò bene di farmi conoscere una donna della mia stessa città, una persona alla cui amicizia Laura teneva moltissimo.
Sulle prime credetti che lei stesse scherzando, ma poi mi resi conto che la sua era una proposta reale.
Pensai per un attimo di rifiutare, ma poi la curiosità mi spinse ad accettare l’ennesima proposta indecente che mi proveniva da quella donna che tanto aveva influito non solamente sulla mia educazione sessuale, ma anche sul mio umore di quei giorni.
L’accordo con Laura prevedeva che io incontrassi come per caso Elisabetta (anche se lei era a conoscenza del fatto che un giovane sarebbe entrato in qualche modo nella sua vita) , soprattutto perché la donna temeva che si potesse pensare che lei, a causa della disperazione più totale in cui era caduta dopo la fine del suo matrimonio, avesse contattato un gigolò per dimostrare a tutti che lei avesse superato il suo dolore.
Laura non volle, per nessun motivo al mondo, raccontarmi di lei e del suo passato, se non che la sua amica era una donna triste, e che aveva bisogno di una storia d’amore che la facesse rivivere le gioie dell’innamoramento, e non soltanto del sesso puro e semplice.
Queste prospettive mi convincevano sempre di più ad accettare.
Ma l’informazione per me fondamentale fu che non mi venivano dati dei giorni e delle settimane per fare la sua conoscenza; insomma, potevo avere tutto il tempo necessario per innamorami di lei, e farla innamorare di me.
Poi la storia sarebbe anche potuta finire, magari quando tra di noi le cose non avessero più funzionato, esattamente come nelle storie di tutti i giorni.
Ormai il mio coinvolgimento era totale e non vedevo l’ora di fare la conoscenza di Elisabetta, di vedere come era fisicamente e caratterialmente; il mio io più profondo non riusciva più a fare a meno dell’idea di questa donna.
Elisabetta era rientrata nella sua città natale da poco tempo, dopo aver vissuto molti anni negli Stati Uniti.
Era sposata e, al rientro in Italia, suo marito, come vi avevo già accennato, decise di chiedere il divorzio: ovviamente questa situazione l’aveva gettata in uno stato di prostrazione da cui non riusciva a venirne fuori ed io avrei dovuto, diciamo così, tirarla su di morale (o almeno queste erano le intenzioni di Laura).
In quei giorni non mi sentivo proprio la persona più adatta per tirare su di morale qualcuno, ma come sempre risposi puntualmente e in modo affermativo a quanto richiesto da colei a cui tutto dovevo in campo sessuale.
L’appuntamento con Elisabetta sarebbe stato a mezzogiorno di un primaverile sabato in un famoso bar del centro della mia città: per riconoscerci, avremmo dovuto portare degli oggetti convenzionali, ma di uso comune, nulla che potesse far pensare a qualcosa di precostituito.
Infatti scegliemmo due telefoni cellulari e, inoltre, io dovevo portare un fazzolettino blu notte nel taschino della giacca e lei una particolare borsa appoggiata sul tavolino del bar.
Arrivai all’appuntamento con Elisabetta vestito in modo sportivo, ma alla moda: indossavo una camicia bianca botton down, una giacca blu con l’immancabile fazzolettino blu, e un paio di jeans sapientemente invecchiati.
Ai piedi calzavo un paio di scarpe inglesi allacciate.
Il mio fisico alto e slanciato, ma con una buona dose di muscoli scolpiti con anni di nuoto e di palestra, lo sguardo dagli occhi neri e molto penetranti (così mi hanno detto alcune donne che ho frequentato) e i capelli nero corvino completavano il ritratto di un giovane che certamente non passava inosservato quando passeggiava per la strada.
Quel giorno ero emozionato come quando uscii per la prima volta con una ragazza:
Mi ero cambiato i vestiti almeno 3 volte, perchè volevo fare una bella impressione, e speravo che il tutto si potesse rivelare una storia importante, anche perchè le condizioni in cui mi trovavo erano assolutamente ideali.
E poi la vidi, i miei occhi si posarono su Elisabetta, e devo dire che, almeno da parte mia, fu subito amore.
Elisabetta era una donna sicuramente alta ma perfettamente proporzionata: i capelli erano lunghi fino alla vita, leggermente mossi e rossi, con sfumature tendenti al biondo.
Gli occhi erano di un verde intenso e la carnagione incredibilmente abbronzata data la stagione non propriamente avanzata e il colore dei capelli che faceva pensare ad una pelle più chiara: aveva delle labbra carnose, ma non volgari, e il seno era prosperoso ma non eccessivo.
Il naso non era particolarmente piccolo, ma dritto ed elegante.
Elisabetta era perfettamente truccata: i suoi punti forza erano gli occhi e le labbra, e quindi il trucco puntava a mettere in evidenza gli occhi con i colori che andavano dalla terra rossa al verde, mentre il colore delle labbra ricordava quello dei capelli.
I denti erano un qualcosa di magnifico, bianchi e regolarii.
Le mani erano eleganti, dalle dita lunghe ed affusolate, e le unghie erano smaltate di bianco, in contrasto con la carnagione così scura: la straordinaria bellezza delle sue mani era impreziosita da alcuni anelli, che sembrava fossero stati scelti con cura per mettere in risalto le dita.
Quel giorno del nostro primo incontro Elisabetta era vestita in modo sportivo ma assolutamente ricercato ed elegante; indossava una giacca nera con taglio da equitazione e sotto la giacca portava una maglia con il collo a v con una scollatura abbastanza pronunciata e che evidenziava l’arco superiore del suo avvenente seno.
Al collo aveva una semplicissima collana d’oro bianco con un brillantino che dava luce alla sua magnifica pelle.
I pantaloni erano attillati ed elasticizzati e sembravano fatti a posta per mettere in evidenza sia le forme perfette del sedere, sodo e a mandolino, sia delle cosce, lunghe e snelle L’immagine di questa splendida donna era completata da un paio di stivali neri, come nero era il colore sia della maglia che dei pantaloni, con un tacco dorato di una decina di centimetri.
Per quello che si vede in giro in un certo tipo di bar del centro, devo dire che nessuno dei due aveva scelto un abbigliamento da rimorchio: eravamo vestiti alla moda, in modo sportivo, ma elegante e con nessun indumento eccessivamente sexy e aggressivo.
Scoprii, nei mesi successivi, e con profondo piacere, che Elisabetta non era una di quelle donne che studiano il loro look fin nei minimi particolari: era elegante di natura, e dai suoi occhi saettavano lampi di luce che potevano far volare noi maschietti nel paradiso della gioia e del piacere, oppure mandarci all’inferno dell’infelicità.
Con lei non c’erano mezze misure, era chiaro.
Con Elisabetta sarebbero state vere e proprie montagne russe, in tutto quello che avremmo fatto.
Io ed Eilisabetta ci salutammo come fossimo due vecchi amici, con profusione di baci ed abbracci, e nessuno avrebbe mai sospettato che c’eravamo conosciuti in quel momento; devo ammettere che nel preciso istante in cui posai i miei occhi su di lei sentii di averla conosciuta da sempre.
Ci sedemmo al bar e cominciammo a fare conversazione e a parlare del più e del meno, cercando di fare amicizia e capire se effettivamente avevamo qualcosa in comune.
Quindi decidemmo di fare una passeggiata per il centro della città.
Ad un certo momento le cinsi le spalle con un braccio, e lei rispose mettendo il suo intorno alla mia vita e appoggiando la testa sulla mia spalla, ringraziandomi perché stavo rendendo il nostro incontro estremamente piacevole: poi accennò un bacio sulla guancia, ma anche io le volevo darle un bacio e fu così che le nostre labbra s’incontrarono, e i baci divennero tanti e sempre più appassionati fino a che le nostre lingue si avvilupparono, in un intreccio che rivelò tutta la passione di cui potevamo essere capaci.
Elisabetta si staccò a fatica da me e mi accarezzò una guancia, chiedendomi di non correre troppo, e che anche lei sentiva molto trasporto nei miei confronti, ma voleva che le cose accadessero con calma. Io le chiesi scusa della mia irruenza e le promisi che avrei rispettato i suoi tempi.
Il resto del pomeriggio lo passammo così, da veri amici, ma il desiderio di fare l’amore era ogni istante sempre più forte in me. Quella sera l’accompagnai a casa abbastanza presto e ci demmo un bacio sulle labbra, ma nulla più, perchè ogni promessa è un debito.
Prima di lasciarci ci scambiammo i numeri di telefono e tornato a casa ebbi l’irrefrenabile desiderio di chiamarla, di sentire la sua voce, ma venni anticipato.
Elisabetta voleva sapere se fossi tornato a casa, e quando le risposi subito al telefono, lei mi disse che le mancavo e che mi voleva rivedere il giorno seguente.
L’appuntamento era fissato per la mattina sul presto, per prendere la macchina e andare a passare il nostro primo fine settimana in Toscana.
Quando arrivai sotto casa sua lei, al citofono, mi chiese di salire e, con un filo di voce, mi disse che aveva sentito la mia mancanza. Io le avevo comprato un mazzo di fiori e quando lei aprì la porta mi abbracciò teneramente, dicendomi che non avevo bisogno di fare certe carinerie perché lei si era già innamorata di me.
E fu così che per la seconda volta baciai Elisabetta.
E questa volta non ci fermammo al bacio.
Lei mi sussurrò se facevamo in tempo a fare l’amore prima di partire, perché lei non poteva più resistere:
Non persi tempo e la spogliai, la presi in braccio e l’adagiai sul letto: e fu lì che lei mi spogliò, e quando fui completamente nudo anche io, Elisabetta mi abbracciò mentre iniziavamo ad accarezzarci.
Lei prese in mano il mio cazzo e cominciò un lento massaggio, forse la sega più arrapante e più romantica che mi sia capitato di ricevere. Io, invece, cominciai a baciarla sul collo e a leccarle i capezzoli, che al solo contatto con la mia lingua divennero subito turgidi, e con la mano cominciai a toccarle la fica rasata di fresco; poi ci mettemmo in posizione per un fenomenale sessantanove.
Leccarle la fica fu come entrare in un negozio di essenze.
Il suo sapore mi penetrò nelle narici naso e non mi lasciò per molto tempo; cominciai con leccarle i lati della fica, per poi iniziare un lento e calmo massaggio delle grandi labbra, e più lei ansimava e più io mi andavo accentrando, cercando di darle delle passate sempre più lunghe e profonde.
Nel frattempo lei mi prese in bocca il cazzo, già duro e teso allo spasimo, e mentre io la leccavo lei cominciò un lento e potentissimo pompino.
I colpi della mia lingua ormai la scuotevano dentro, e ogni colpo rappresentava un urletto di piacere soffocato dalla presenza del mio uccello trattenuto fra le sue labbra.
Elisabetta era prossima all’orgasmo e fu solo in quel momento che smise di succhiarmi il cazzo, esplodendo in un violentissimo orgasmo.
Non appena le fu passata la foga di aver goduto, riprese in bocca il mio arnese e lo leccò con estrema abilità: quindi se lo sfilò dalla bocca e ricominciò a farmi la sega precedentemente interrotta.
C’è da dire che se prima lei era stata magnifica, dopo aver goduto la sua maestria arrivò al punto che la supplicai di porre fine a quella lenta ed erotica tortura, facendo venire anche me.
Ed Elisabetta non se lo fece ripetere due volte: atteggiò le labbra a cuoricino e si fece entrare in bocca il mio membro e con solamente tre colpi mi fece venire con violenza, lasciandomi al contempo una sensazione di grande dolcezza e di amore infinito.
Passata l’eccitazione ci vestimmo, e fu allora che Elisabetta mi fece la prima gradita sorpresa.
Mi confessò che ormai per lei quella non era più casa sua, che quello era un luogo che non le apparteneva più in alcun modo; era stato fra quelle mura che il marito le aveva annunciato che avrebbe chiesto il divorzio, e per lei era stato importante esorcizzare quel luogo di dolore, facendoci l’amore con me.
A quel punto, mi disse, si sentiva pronta per iniziare una nuova vita con l’uomo che amava, e mi chiese se poteva venire a vivere a casa mia.
Io, da parte mia, trovai la cosa assolutamente fantastica e le dissi subito di sì.
Durante la notte lei aveva già fatto tutte le valigie e le aveva nascoste in una cabina armadio in camera da letto: prima di tirarle fuori voleva essere sicura che anche io fossi felice di vivere con lei e soprattutto fossi disposto ad ospitarla a casa mia.
Le caricammo in macchina e partimmo alla volta del nostro primo weekend romantico.
Arrivati alla nostra destinazione trovammo un albergo ed Elisabetta salì nella stanza assegnataci con le borse per il nostro weekend, mentre io parcheggiavo nel garage la macchina con dentro il carico delle sue valigie.
L’aspettai giù alla reception e quando lei scese ce ne andammo in giro per la città.
Fu sufficiente che io le dessi un bacio sul collo per riscatenare in noi il più profondo desiderio.
Come ho già avuto modo di raccontare, io ho avuto un’intensa vita sessuale da quando Laura m’insegnò tutto quello che sapeva sul sesso e sul modo di sedurre le donne, ma non provai, e non ho più provato, una passione così travolgente per una donna.
Mi sono innamorato ancora dopo Elisabetta, ma devo riconoscere che l’eccitazione che mi proveniva dal contatto con la sua pelle rappresenta ancora oggi un qualcosa di unico, e che nonostante tutti gli anni che sono passati non sono più riuscito a provare per nessuna altra donna simili sensazioni. Elisabetta rappresentava per me una sorta di angelo e di oggetto del desiderio: nulla in lei avrebbe mai potuto lasciar pensare alla lascivia e alla più sfrenata libidine:
Lei era così.
Quando eravamo per strada, in mezzo alla gente, era la persona più candida del mondo: ma quando poi ci ritiravamo in casa, i suoi occhi cambiavano, diventando di brace, e in lei si leggeva ardere solo il fuoco del desiderio, il desiderio di essere posseduta dal suo uomo e di possederlo a sua volta.
Non dico che con le donne che ho avuto dopo di lei non ho provato più passione e desiderio sessuale, ma è stato tutto diverso, diverso, ma ugualmente intenso, e forse in un caso anche più intenso, ma decisamente diverso.
Rientrati in albergo non feci in tempo a chiudere la porta della camera che già le mie mani si erano protese per spogliarla di quegli abiti che m’impedivano di godere della magnifica ed erotica vista del suo splendido corpo nudo.
Elisabetta, dopo aver fatto l’amore, mi confessò di non aver mai perso il contatto con la realtà, di non essere mai riuscita a perdere il controllo di se e a scatenarsi fino in fondo, di non essersi, quindi, mai trovata in un mondo di sfrenata libidine, quella che ti fa fare cose che tu abitualmente non faresti mai.
La sua razionalità non l’aveva mai abbandonata.
Lei pensava che forse il suo matrimonio fosse fallito anche per questo, ma, in tutta onestà, io a questa storia non ci ho mai creduto, e le feci capire che la colpa non era sua, ma di chi aveva fallito non riuscendo a farla godere come si deve.
Il nostro weekend toscano proseguì felicemente all’insegna del buon cibo, del vino e del sesso, quello fatto da due persone innamorate l’una dell’altra, ma io avevo già in mente il nostro rientro a casa: un rientro fatto dei fuochi artificiali della passione e del desiderio, i fuochi artificiali che l’avrebbero gettata in un universo di sensualità e perversione da cui speravo non volesse più uscire. A quel punto il mio unico desiderio era di renderla felice, e avevo capito che lei sarebbe stata totalmente mia solo se fossi riuscito a farle perdere il controllo del suo corpo e, di conseguenza, delle sue emozioni.
Volevo che per lei fare l’amore con me non si riducesse ad una semplice scopata, magari una fenomenale scopata, ma niente altro; volevo che ogni volta che io e lei fossimo entrati in contatto fisico, per lei iniziasse una specie di viaggio tra le stelle, in un universo in cui la percezione del proprio corpo era diversa, un mondo in cui non c’è più razionalità, in cui tutto quello che la tua immaginazione crea si può e si deve trasformare in realtà. E nei momenti in cui avessimo finito di fare l’amore, il suo cervello risultasse completamente sgombro dai pensieri, che per lei ci fosse solo la felicità che ti provoca il sesso fatto con una persona che conduce il partner nel paradiso del piacere e della libidine.
Quella sera, al rientro in città, la portai a casa mia e le dissi di preparare un bagno caldo e di non preoccuparsi d’altro, perché a tutto il resto ci avei pensato io.
Infatti uscii e mi recai in un noto ristorante di pesce del centro, dove comprai quaranta ostriche e due aragoste, che mi feci preparare, e del caviale di tipo beluga, nonchè sei bottiglie di Cristal.
Quando arrivai a casa non le dissi nulla: volli solo che andasse a fare un bagno caldo e che usasse un certo bagno schiuma al muschio bianco, dal forte odore per me afrodisiaco, e che accendesse tutte che candele che avevo in casa: io la raggiunsi dopo alcuni minuti, già nudo e con tutta la cena preparata.
Cenammo nell’acqua, e ad ogni mio contatto il suo corpo fremeva sempre di più.
Quando le dissi che volevo bere lo champagne direttamente dal suo seno, lei mi fece un segno di assenso e io iniziai a versare lo champagne sulle sue tette, leccando avidamente i suoi capezzoli incredibilmente duri: quindi le chiesi se anche a lei veniva in mente un modo sensuale per bere quel nettare degli dei.
Lei mi fece immergere il cazzo nel calice colmo di champagne, e poi cominciò anche lei a leccarmi e succhiarmi l’uccello, provocandomi quasi del dolore da quanto era eccitata, così incredibilmente sexy.
La feci piegare e le misi del caviale nel solco tra le natiche, e poi cominciai a leccarlo, cercando di inumidirle al meglio il buco del culo.
Ero pronto a smettere non appena lei me lo avesse chiesto, ma, sarà stata l’atmosfera, lo champagne o il cibo altamente afrodisiaco, Elisabetta arrivò a perdere il controllo di se stessa, e anche io, ad un certo punto, non capivo più quello che stavo facendo, stravolto dalla mia e dalla sua eccitazione.
Volevo che anche lei scoprisse quanto fosse fantastico perdersi totalmente nel corpo dell’altro, là dove finisce il mondo della razionalità ed inizia quello dell’amore, dell’eros e del piacere senza confini; volevo iniziare il mio viaggio nella libidine con la donna amata e speravo che anche lei non aspettasse altro.
Mentre la leccavo, Elisabetta non faceva altro che contorcesi e mugolare sempre di più: era evidente che quelle mie attenzioni la stavano portando ad un punto in cui l’unica realtà effettivamente percepita era la mia lingua, o comunque la parte del mio corpo votata a darle piacere.
Quando percepii che il suo corpo era pronto, cominciai ad accostare un dito al buchetto del suo sedere.
Nel momento in cui lei lo sentì, reagì esattamente come io mi immaginavo: si rilassò ancora di più, proprio come un tacito assenso a che io entrassi in lei da quello stretto orifizio.
Sicuramente quando la penetrai il dolore che lei avvertì fu intenso, ma di pari intensità fu la scossa di piacere che le pervase tutto il corpo.
E infatti, dopo l’urlo iniziale che le sfuggì dalle labbra, mi pregò di andare avanti e di farla godere.
Dopo un attimo di attesa per fare si che il suo corpo si abituasse a quel dolce e malizioso intruso, iniziai a muovere il dito in quello splendido culo; poi introdussi anche il secondo dito, ma a quel punto il suo corpo era pronto e non ebbi più alcun tipo di problema e le mie dita presero ad affondare come un coltello dentro un pane di burro.
Fu Elisabetta a sorprendermi, chiedendomi di incularla e che voleva sentirmi dentro, voleva il cazzo nel suo culo ormai fradicio di ogni possibile sua libidine.
Io l’accontentai senza indugio: la presi per i capelli e poi con delicatezza, ma con molta decisione, la penetrai con il mio uccello, e lei si sciolse in un continuo orgasmo, aiutata anche dal fatto che con la mano destra cominciai a massaggiarle il clitoride, duro ed infuocato. Le mie attenzioni sempre più pressanti ed a tratti anche impetuose culminarono in una scarica incredibilmente violenta di piacere, che squassò Elisabetta proprio nel momento in cui anche io stavo per venire: le chiesi se voleva che uscissi, ma lei non volle sentire ragione e mi supplicò di esplodere tutto il mio piacere dentro il suo magnifico culo.
Alla fine di quella fantastica serata crollammo esausti l’uno di fianco all’altra, scambiandoci sguardi e baci di gratitudine, totalmente privi di desiderio, ma pieni di amore; poi ci addormentammo, stravolti ma totalmente appagati e felici per aver sconfinato nel mondo della libidine più sconvolgente.
Credo di poter affermare senza alcuna paura di essere smentito che fu in quel momento, in quella magica notte che Elisabetta ed io ci legammo in modo profondo, che nulla fu più come prima.
Ogni volta che facevamo l’amore per noi iniziava quasi un’esperienza extra sensoriale, in cui i nostri corpi si fondevano l’un con l’altro.
La nostra storia durò circa cinque anni.
Poi, una mattina, c’incontrammo in centro al termine di un suo colloquio di lavoro in cui le avevano proposto di diventare socia di un importante studio legale: questo, però, avrebbe comportato che lei sarebbe dovuta andare a vivere a Bruxelles.
All’inizio Elisabetta non voleva accettare, ma io insistetti perchè lei andasse, anche se questo poteva solo voler dire che per noi sarebbe tutto finito lì.
Elisabetta partì per il Belgio circa un mese dopo.
Nei primi tempi continuammo a vederci, ma sempre con minore frequenza; poi, un giorno, dopo circa sei mesi che non ci sentivamo più, lei mi disse che si stava per sposare e che aveva trovato un uomo che la sapeva rendere felice: con lui non aveva mai perso il controllo, come invece accadeva sempre con me, ma Jean (questo il suo nome) le dava sicurezza e affidabilità.
Si sposarono il 20 luglio a Nizza, e io andai al loro matrimonio e mi sentii felice per donna che avevo tanto amato.
E forse anche questo è amore.
FINE
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Dopo avervi narrato del mio incontro con Laura, permettetemi di raccontarvi dei giorni trascorsi in compagnia di Olga.
Come vi avevo già detto, Laura sparì dalla mia vita quel lunedì mattina, e per circa due anni non ebbi più notizia alcuna di lei.
E’ necessario fare un veloce passo indietro.
Quando Laura mi salutò, di fronte alla scuola, aveva detto alle mie compagne di classe di quanto io mi fossi rivelato un amante a dir poco fantastico, e di come loro fossero fortunate a potermi avere a disposizione tutti i giorni, mentre lei aveva dovuto concentrare tutto in poco più di quarantotto ore di sesso sfrenato con il sottoscritto.
Quelle parole, dette da una donna assolutamente affascinante, ebbero la piacevole conseguenza di assicurarmi un’intensa e gratificante vita sessuale: e, una volta terminata la scuola, anche all’università non ebbi di certo grandi problemi a fare sesso con le ragazze che più mi piacevano.
Tutto questo fino al giorno in cui, un paio di anni dopo quell’indimenticabile fine settimana con Laura, proprio all’inizio della primavera, mi vidi arrivare, per posta, una busta con un biglietto: riconobbi all’istante la calligrafia, ed avvertii un’improvvisa e forte emozione che mi fece tremare le gambe ed accelerare i battiti del cuore.
Non mi aspettavo più di ricevere notizie da quella fantastica donna che aveva sconvolto la mia vita di adolescente.
Il biglietto di Laura recitava così:
“Ciao tesoro mio,
ti ricordi ancora di me? Avrei piacere di farti conoscere una mia cara amica: è sulla quarantina, e ti posso garantire che non ti lascerà insoddisfatto. Se vuoi ci vediamo mercoledì a mezzogiorno, in aeroporto, di fronte all’entrata delle partenze internazionali.”
Può apparire incredibile, in effetti, ma Laura sembrava conoscere, e alla perfezione, gli esatti movimenti dei miei genitori: infatti, proprio quel mercoledì, i miei partirono per un weekend lungo a Parigi, lasciandomi libero da impegni familiari per il mio incontro con l’amica di Laura.
Non abitavo più con i miei, ma, di fatto, ero spessissimo da loro.
Fu così che accompagnai i miei genitori all’aeroporto, aspettai una buona oretta, e poi mi misi in attesa delle due donne.
Ormai mezzogiorno era passato da un pezzo, e iniziavo a temere che Laura e l’amica non si sarebbero presentate all’appuntamento, quando mi avvicinò una cortesissima hostess che, una volta accertato che io fossi la persona giusta, mi consegnò una busta.
L’aprii, decisamente sorpreso dagli sviluppi della situazione, e lessi le poche righe che erano state scritte sullo stretto biglietto: Laura mi diceva di raggiungerle al mare, presso un noto ristorante della zona che conoscevo da tempo.
Quando partii dall’aeroporto, con il cellulare feci una rapida ricerca del numero telefonico e chiamai il ristorante verso il quale ero diretto: mi confermarono subito che le due donne erano effettivamente da loro, e che in quel momento si trovavano al mare. Prima di chiudere la comunicazione chiesi di tenermi in fresco una bottiglia di vino bianco e una di champagne.
Le avrei portate io stesso sulla spiaggia.
L’immagine che mi si presentò quando arrivai sulla spiaggia, praticamente deserta vista la stagione ancora agli inizi, fu a dir poco sensazionale: due corpi slanciati ed elegantemente vestiti, seduti su un pedalò ancora in disarmo, strettamente abbracciati e che si scambiavano tenerezze, e forse anche qualcosa di più.
Quella che chiaramente era una donna, perché indossava una stretta gonna di pelle e una camicetta bianca, non appena mi vide, si alzò venendomi incontro correndo e mi baciò sulla bocca: era la mia Laura, ed il cazzo mi divenne subito duro nello stesso istante in cui la vidi e non appena le sue labbra si posarono sulle mie.
Poi, dopo i convenevoli di rito, insieme ci dirigemmo verso la sua amica.
Al contrario di Laura, la donna indossava dei pantaloni di pelle molto attillati (e quei pantaloni mi avevano fatto pensare, inizialmente, che si trattasse di un uomo), con degli stivaletti dal tacco di almeno una decina di centimetri; anche lei, come Laura, indossava una camicetta bianca che a stento tratteneva gli splendidi seni, mentre i capelli, di un magnifico biondo naturale, erano tagliati corti a coprirle il collo, e pettinati tutti all’indietro con abbondanza di gel.
La donna aveva gli occhi verdi, e le morbide labbra, impreziosite dal rossetto, erano di un voluttuoso color rosso acceso, come, del resto, anche le unghie delle mani.
Così mi apparve Olga per la prima volta.
Andando verso di lei, Laura mi aveva subito detto che Olga attraversava un difficile momento, ed era appena uscita da una relazione che sembrava aver compromesso il suo rapporto con gli uomini; anzi, Laura mi disse che la sua amica aveva cercato in lei l’affetto ed il sesso, coinvolgendola in un torrido rapporto saffico.
Laura era però convinta che Olga dovesse, e al più presto, recuperare il piacere di stare con un uomo, di concedersi a lui senza timori e di farci del sano e arrapatissimo sesso.
Ed io ero la persona prescelta per questo.
Appena arrivati accanto ad Olga, Laura mi presentò all’amica, descrivendole con dovizia di particolari le mie doti amatorie, e quindi le comunicò che la lasciava in mia compagnia, perchè se non si fosse affrettata avrebbe perso l’aereo, e che questo non sarebbe potuto assolutamente accadere per sconosciuti e misteriosi suoi motivi di lavoro.
Olga non sembrava per niente contenta della situazione venutasi a creare: mi guardava con aria interrogativa, e chiaramente avrebbe preferito continuare ad accarezzare Laura, evidentemente appagata da quell’interludio lesbico.
Ma Laura era di tutt’altra opinione.
Io, e solo io, mi sarei dovuto occupare di Olga.
Laura guardò un’ultima volta l’orologio, e poi ci disse che sarebbe partita alla volta di una non meglio identificata località d’Europa e che ci saremmo rivisti non prima di domenica sera.
Olga ed io, entrambi imbarazzati, la guardammo andar via.
Durante il pranzo, Olga cominciò a sentirsi più a suo agio e ad accettare la possibilità di stare da sola con me.
Finito di pranzare la portai di nuovo sulla spiaggia: sarà stata l’atmosfera, sarà stato la brezza carica di salsedine di quel pomeriggio, fatto sta che, per la prima volta, abbracciai Olga e percepii il suo fantastico profumo.
La sua pelle, così eroticamente abbronzata e pervasa di una fragranza che mi faceva girare la testa, rappresentava per me un’incredibile attrazione.
Tornati al ristorante, prendemmo la sua valigia, salimmo in macchina e ci dirigemmo verso casa mia; come vi dicevo non abitavo più fuori città con i miei, e la casa, sia pure più piccolina di quella dei miei genitori, era però soltanto mia.
Una volta entrati in casa, Olga non disse una parola per alcuni lunghi secondi: poi, all’improvviso, mi chiese dove si poteva fare una doccia per rinfrescarsi.
Io, già discretamente eccitato, le mostrai il bagno, le diedi un accappatoio e degli asciugamani, e feci per uscire e andare ad aspettarla nel piccolo salone.
Ma lei, tenendo i suoi occhi fissi nei miei, prese immediatamente a spogliarsi.
Fu così che vidi Olga nuda per la prima volta.
Il suo corpo era splendido, e tutto quello che avevo solamente intravisto attraverso i vestiti mi si confermava in pieno: i seni di quella fantastica donna erano grandi e sodi, e i capezzoli perfettamente proporzionati alla grandezza delle tette.
La fica era perfettamente depilata, e il culetto prometteva un intero mondo di lussuria e passione.
Una volta che si fu completamente svestita, Olga entrò sotto la doccia, e subito per tutta casa si avvertì un intenso profumo di muschio bianco che mi apparve subito erotico in maniera incredibile. Più sentivo quel profumo e più i miei sensi si andavano eccitando; resistetti per circa cinque minuti (e furono minuti dolorosamente lunghi), ma poi mi spogliai ed entrai nella doccia con lei.
Avevo il cazzo in piena erezione.
Olga non si scompose minimamente: anzi, potrei giurare che mi stesse aspettando.
Mi osservò per un istante e poi prese a strusciarsi addosso a me, con l’aria di chi aveva atteso quel momento anche troppo a lungo.
Prendemmo ad accarezzarci sempre con maggiore sensualità: le mie mani indugiavano sempre di più sui suoi capezzoli incredibilmente turgidi.
Con le mani mi dedicai a massaggiarle e ad accarezzarle sia le natiche che la fica, mentre per le tette ci sarebbero state le mie labbra e la mia lingua.
Olga non faceva altro che ansimare e mugolare con sempre maggiore intensità, divorata da un’eccitazione incontrollabile: fu allora che la donna s’inginocchiò e, senza dire una parola, mi prese il cazzo in bocca, cominciando un fantastico pompino.
Mi sembrava di morire: Olga era incredibilmente dolce, ma, allo stesso tempo, diabolicamente decisa ed esperta. Con consumata abilità lambiva con la lingua l’intera asta, scavando nel piacere e facendomi rabbrividire: poi, sempre con la bocca, mi scappellò con forza, leccando e succhiando con intensità crescente.
Non resistevo più a quella deliziosa tortura: le mormorai, sconvolto dal desiderio, che volevo entrare in lei.
Olga non mi fece attendere: mi lasciò il cazzo e, appoggiandosi alla parete della doccia, mi salì praticamente in braccio, facendosi penetrare a fondo nella fica.
Quando lei iniziò a muoversi su di me, sentii che l’orgasmo era prossimo, e la sua incredibile carica erotica mi stava facendo diventare letteralmente matto; venimmo quasi in contemporanea, e allora lei mi abbracciò ancora più stretto, e poi mi disse che aveva ancora voglia del mio cazzo.
Non ci asciugammo nemmeno.
Bagnati, andammo a sdraiarci sul letto, sicuri che ci saremmo ben presto asciugati col calore della passione dei nostri corpi frementi.
Olga mi chiese, anzi quasi mi supplicò, di baciarle il seno e di accarezzarla tutta.
E io obbedii subito a quell’erotico comando, e mi dedicai ai suoi seni, mentre con le mani le accarezzavo il ventre incredibilmente teso, e poi scendevo sul suo pube, sfiorandole appena la parte superiore di quell’eccitante parte del suo corpo.
Fu Olga a implorarmi di masturbarla: ormai aveva perso il controllo di se stessa.
Mi disse che la dovevo far urlare dal piacere e che voleva essere penetrata: la baciai sulle labbra e, malgrado volessi essere delicato, lo giuro, quando le mie labbra si posarono sulle sue e le nostre lingue s’intrecciarono in un lungo e appassionato bacio non riuscii più a controllarmi.
Il desiderio di possedere ancora quella fantastica donna ebbe la meglio sui miei buoni propositi: le allargai le cosce e senza alcuna esitazione la penetrai con un solo colpo.
Olga esplose in un urlo di piacere, ed io iniziai a scoparla con una frenesia fino ad allora sconosciuta.
Lei mi strinse tra le sue cosce e assecondò il mio ritmo, rabbrividendo e sussultando sotto le mie spinte.
Dopo qualche minuto di quella ginnastica uscii da lei e la feci voltare, mettendola a pecora: la volevo penetrare da dietro, prenderla in quel modo e godere della sua pelle e del suo corpo.
Fu fantastico quando il mio pene entrò in lei: Olga cominciò ad ansimare sempre con maggiore frequenza e proruppe in un primo orgasmo, al quale poi ne seguirono molti altri, fino a quando anche io venni gridando.
L’avevo avvertita che stavo per esplodere, ma lei non volle sentire ragioni: Olga desiderava sentire il mio sperma caldo dentro il suo corpo.
Placato quel primo momento di pazzia sessuale, ci sdraiammo uno di fianco all’altra, e cominciammo a baciarci teneramente.
Mi chiese scusa per l’inizio un pò imbarazzante del nostro rapporto, poche ore prima sulla spiaggia.
Ben presto, però, riprendemmo ad accarezzarci, ora senza più desiderio, ma solo con la dolcezza che segue la grande passione appena consumata.
La sera uscimmo, proprio per ricaricare le pile, ma almeno per me fu un lungo supplizio, Olga era vestita in maniera a dir poco sensuale: indossava una minigonna di pelle color prugna e sopra portava un piccolo corpetto di pelle nera. Data la stagione ormai primaverile, ai piedi calzava sandali con il tacco altissimo, alla schiava, e non aveva messo le mutandine.
Era un attentato per le mie coronarie, naturalmente, ma avevo ricevuto ordine di non toccarla fino al momento di tornare a casa ed io, ubbidiente, avevo eseguito gli ordini che la donna mi aveva dato.
Passammo tutta la sera a parlare del più e del meno, sempre senza fare alcun accenno alla nostra attrazione fisica.
Ad un certo momento Olga mi disse che aveva bisogno di sentire le mie mani sul suo corpo e visto che suonavano dei lenti, ed in quel locale si poteva ballare, andammo sulla pista da ballo.
La sua pelle.
Il ricordo più vivido che ho di Olga è la sua pelle, liscia e perfetta: quella sera profumava ancora di muschio bianco, e quando iniziammo a ballare mi persi in quel suo profumo, iniziando a baciarla delicatamente sul collo.
Dopo pochi minuti Olga mi disse che non resisteva più e che voleva essere posseduta da me, e che voleva che lo facessimo lì, in pubblico.
La sua idea mi stuzzicò moltissimo: cercammo un angolo del locale appartato, il più distante e buio, e la feci sedere su di me, tirando subito fuori il mio cazzo che era già in completa erezione.
Non appena il mio cazzo s’insinuò tra le morbide pareti della fica di Olga divenne come di marmo: la penetrai con desiderio crescente e negli occhi della donna vidi la felicità assoluta. Furono momenti indimenticabili con Olga che si muoveva su di me in modo ritmico e sinuoso: l’orgasmo arrivò prepotente e quasi liberatorio, ma ad Olga questo non poteva di certo bastare.
Lei voleva avere di più da me e quando tornammo a casa lo ottenne.
Ormai la mia storia d’amore con Olga stava per giungere alla fine: era il sabato pomeriggio e l’indomani avrei dovuto riaccompagnarla all’aeroporto dove avrei rivisto anche Laura.
Mentre stavo pensando a cosa poter fare per quel sabato sera sentii suonare alla porta e quando aprii c’era Laura con in dosso un trench e in mano champagne, caviale e ostriche: il sabato sera sarebbe stato perfetto.
Quando Olga vide la sua amica ebbe paura di dover andare via, ma Laura si tolse il trench e rimase in biancheria intima, come aveva fatto già due anni prima, e le sue prime attenzioni, invece di essere rivolte a me, furono tutte per Olga.
Le si avvicinò e, con sguardo dolce e sognante, le accarezzò una guancia e poi la baciò sulle labbra, dicendole che le era mancata molto in quei giorni; poi, vedendomi sempre più perplesso, mi abbracciò, mi prese una mano e se la portò su un seno, per poi baciarmi sulle labbra.
Olga allora si alzò in piedi e disse a Laura che io meritavo un trattamento migliore, essendomi io dedicato a darle il piacere più assoluto e totale.
Allora Laura, sorridendo, tirò fuori la lingua e l’ avvicinò alla mia: a quel punto anche Olga unì la sua lingua alle nostre, e da quel momento, fra noi, fu solo sesso, per la prima volta fu sesso a tre.
Mi sentivo come in paradiso:
Ci sedemmo sul divano e chiesi a Laura e Olga di baciarsi davanti a me.
Le loro lingue si muovevano e s’intrecciavano, ed io pensai che fosse lo spettacolo più erotico a cui avevo mai assistito in vita mia.
Laura vide la mia potente erezione e volle che Olga mi scopasse davanti a lei:
E così avvenne.
Quando Olga ebbe goduto, fra gemiti e sospiri, fu il momento di Laura di avvolgermi il cazzo con la sua fica bollente e grondante del più intenso piacere.
Verso mezzanotte Laura disse che voleva andare in centro in un locale dove ci saremmo potuti divertire, un locale dove saremmo stati liberi di continuare nei nostri giochi erotici.
Tornati a casa a notte fonda, Laura chiese ad Olga di lasciarci soli e si venne a sdraiare vicino a me e facemmo di nuovo l’amore.
Il giorno dopo le mie due amanti non c’erano più.
In bagno trovai le loro due mutandine e un foglio sul quale era scritto che era stato tutto magnifico, ma che non sarebbero mai più tornate da me.
Lessi che, dopo che io mi ero addormentato, le due donne avevano fatto sesso e che avevano definitivamente capito quale fosse il loro reale desiderio.
Olga e Laura.
Due splendide dee del sesso.
Forse lesbiche.
O forse no.
FINE
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Regalo di compleanno/2 (racconto di Diabolik1)
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Regalo di Compleanno/3 (racconto di Diabolik1)
La mia è una città assolutamente fantastica, dove si vive in maniera divina.
Dopo la mia parentesi di sesso con Olga, per alcuni anni ebbi le normali relazioni sentimentali e sessuali tipiche dei ragazzi della mia età.
Fino a quando…
Un giorno di gennaio ero andato in centro per farmi una passeggiata, anche per vincere la noia di quel periodo; camminavo per le strade da solo, e il vedere tutte quelle coppiette che amoreggiavano mi metteva una certa tristezza.
Dopo che la mia breve storia con Olga era finita, devo ammettere che non m’impegnai troppo nella ricerca di una ragazza con la quale costruire una relazione stabile: e così, ben presto, la classica scopata e via mi aveva decisamente stancato.
Di Laura, ovviamente, più nessuna traccia: dopo quei giorni non l’ho mai più vista.
Credo che lei ed Olga siano andate a vivere insieme da qualche parte, probabilmente o a Parigi o a Londra, godendosi quel loro straordinario ed intenso rapporto saffico.
Visto che non avevo nessuno che mi aspettasse e che l’idea di tornare a casa mia, così tristemente vuota, mi metteva malinconia, pensai di andarmi a prendere un aperitivo in un elegante locale del centro, dove in genere si assiste sempre a siparietti molto carini tra dongiovanni di vario genere e donne in cerca di facili avventure.
Ma quella sera sembrava che tutto dovesse essere monotono e vagamente triste.
Il locale, seppur discretamente affollato, era pervaso da una calma irreale.
Stavo per andarmene, rassegnato a rientrare a casa, quando dalla porta principale fece la sua comparsa un vero e proprio ciclone mulatto. Samantha (ma lei voleva essere chiamata solamente Sam) era alta circa un metro e settantacinque, portava lunghi e curatissimi capelli lisci e neri su un corpo statuario, definito da ore e ore di palestra: la ragazza aveva due glutei perfetti, fasciati e modellati da un paio di jeans così stretti che definire attillati era a dir poco un eufemismo.
E anche il resto del suo corpo non era da meno.
Sotto il giubbetto di pelliccia, Sam indossava un maglioncino nero, di quelli abbottonati sotto il seno, e una camicetta bianca generosamente aperta che evidenziava due tette a dir poco magnifiche, trattenute da un delizioso reggiseno di pizzo nero che faceva maliziosamente capolino dalla scollatura della camicetta.
Il viso era dolce, ma determinato, e i lineamenti regolari erano esaltati dalle labbra carnose e da un nasino piccolo e perfetto; gli occhi della ragazza erano di un azzurro intenso e carichi di una luce irresistibile e misteriosa.
Perfettamente e sapientemente truccata, la donna si era applicata sulle labbra un rossetto marrone scuro.
Le mani erano perfette, dalle dita lunghe e sottili, e le unghie erano laccate di un intenso color prugna.
Il quadro di quella straordinaria bellezza si chiudeva con un paio di stivali neri, dal tacco a spillo di almeno una decina centimetri.
Il suo incedere era deciso e flessuoso, e chiaramente era conscia alla perfezione dell’effetto che faceva su noi maschietti, perché non sembrava minimamente infastidita dagli sguardi, il più delle volte lascivi, di alcuni dei presenti.
Sam, insomma, era una splendida donna, consapevole del suo straripante fascino.
Gli occhi di tutti gli uomini vennero calamitati da questo ciclone, e anche io non rimasi indifferente a quella meraviglia.
In pochi istanti almeno cinque uomini cominciarono ad andarle dietro e a farle la corte, mentre lei li sopportava tra il divertito e l’annoiato: io, per mia scelta, decisi di non avvicinarmi a lei, ma di seguire i suoi movimenti solo con lo sguardo.
Non volevo confondermi con tutti gli altri, e non volevo che credesse che anche io non cadessi subito ai suoi piedi: e poi pensavo che magari mi avrebbe notato di più se, alzando gli occhi, avesse visto un ragazzo seduto al banco e non a farle la corte.
Le mie supposizioni si rivelarono corrette.
Lasciando tutti con un palmo di naso Sam si alzò di scatto e, esibendo il suo più dolce sorriso, venne verso di me e mi disse: “ Tesoro, sei arrivato ! Scusami se non ti ho visto prima… “
Io, di rimando, le risposi prontamente e con un tono divertito: “ Amore… certo che non mi hai visto… con tutte queste persone attorno non ti potevi accorgere del mio arrivo… ” Sam mi fece un grande sorriso pieno di ringraziamento perché finalmente lo stuolo di maschi arrapati si era dissolto nel nulla dopo il mio miracoloso intervento.
Dissi subito alla ragazza che, non appena lei lo avesse voluto, io me ne sarei andato, perché non era mia intenzione infastidirla come avevano fatto tutti gli altri avventori.
Ma lei, tutta allegra, mi rispose che per il momento non aveva nessuna intenzione di liberarsi di me.
Ci prendemmo dunque il nostro aperitivo e poi, come se nulla fosse, ci alzammo dagli sgabelli: quando feci l’atto di salutarla Sam mi chiese il motivo per il quale io mi volessi liberare così presto di lei, e io le risposi che avevo pensato che la sua fosse stata soltanto una scusa per liberarsi da tutti coloro che l’avevano importunata.
Sam, al contrario, mi disse che era da tre giorni a Roma e che era stata avvicinata solo da personaggi improponibili e che ora che aveva finalmente trovato un bel ragazzo non aveva più la minima intenzione di lasciarselo scappare: quindi, a meno che io non avessi impegni per il resto della serata, a lei avrebbe fatto piacere restare in mia compagnia.
Io non me lo feci ripetere due volte, naturalmente, la invitai subito a cena.
La condussi in un locale rinomato per il pesce, dove mangiammo aragoste e ostriche bevendo un ottimo vino bianco ghiacciato, e trascorremmo quelle ore in allegria e con la voglia di continuare a godere della reciproca compagnia.
Arrivati intorno alla mezzanotte, lei si fece riaccompagnare in albergo: Sam mi diede un bacio sulla guancia e mi salutò, restando però d’intesa che ci saremmo rivisti l’indomani mattina verso le dieci.
Devo ammettere, in tutta onestà, che ci rimasi male: speravo di chiudere la serata in altro modo.
Il giorno dopo, all’ora stabilita, mi presentai nell’elegantissimo albergo in cui soggiornava la mia amica, e quando chiesi di Sam alla reception mi consegnarono una copia della chiave della sua camera, dicendomi che lei mi stava aspettando.
Emozionato da quell’inatteso sviluppo, salii al piano dove si trovava la sua camera ed entrai: pensavo di trovarla ancora semiaddormentata ma il letto era quasi intatto.
Indeciso sul da farsi, mi giunse però la sua voce dal bagno: Sam che mi disse di mettermi comodo e che lei sarebbe arrivata prestissimo per la colazione.
Obbedii e mi sedetti in una poltroncina: dopo pochi minuti lei apparve, completamente nuda, con in mano un flacone d’olio per il corpo.
A quella vista restai letteralmente senza fiato.
Guardandomi maliziosamente, Sam mi chiese perché non mi fossi messo comodo e se lei mi piacesse: a quelle parole mi alzai di scatto e le mostrai tutta la mia eccitazione, sempre più evidente sotto i pantaloni; subito mi spogliai anch’io, e quando lei vide il mio uccello completamente eretto, un sorriso distese le sue labbra, dicendomi che sarebbe stata una colazione veramente gustosa.
Dal tavolino apparecchiato per la prima colazione, lei afferrò una bomboletta di panna e mi chiese di iniziare io a fare la colazione, visto che gli ospiti si devono servire per primi. Afferrai dalla sua mano la bomboletta, agitai la panna montata e la sparai su un seno di Sam: la guardai e le dissi sorridendo che adoravo lo zuccotto alla panna e quindi le sparai altra panna sulla fica, cominciando poi a leccarla tutta.
Sam era perdutamente eccitata: volle ricoprire il cazzo di panna e poi iniziò a leccarlo, regalandomi un pompino da urlo. Quando le venni in bocca, riempiendola del mio seme, con aria compiaciuta lei mi disse che solo i cannoli migliori alla fine tirano fuori lo strato di crema calda che hanno al loro interno.
Sam mi disse che le avrebbe fatto piacere andare in giro per la città con me e andò in bagno. Al suo ritorno si era fatta un’affascinante coda di cavallo e si era perfettamente truccata: sceglieva sempre dei colori che esaltassero i suoi occhi blu e che mettessero in evidenza il colore della sua pelle, così scuro da sembrare perennemente abbronzata. Mancavano solo il rossetto e lo smalto alle unghie: Sam mi chiese quali colori mi avrebbero eccitato di più, e allora per le mani scelsi uno sconvolgente blu, mentre per le labbra le dissi di applicare un rossetto rosso che, a suo dire. avrebbe anche risvegliato i morti. Mi disse anche che voleva che tutti m’invidiassero e così indossò una minigonna nera e un corpetto di pelle rossa lucida e un bolerino anch’esso nero, sopra una specie di spolverino rosso: mi disse che il rosso rappresentava il suo grado di passione per me e il colore nero il grado di depravazione in cui l’avevo gettata.
Andammo in giro tutta la mattina, e appena potevamo ci accarezzavamo, e una volta le chiesi di andare in un bagno di un bar, perché volevo da lei un pompino: Sam fu ben felice di accontentarmi e fu semplicemente fantastico.
Nel primo pomeriggio Sam ricevette una telefonata ed il suo umore cambiò repentinamente.
Seppi in seguito che il marito, da cui lei era scappata, aveva scoperto dove si era andata a rifugiare e aveva preso un aereo alle quattordici da Londra per venirsi a riprendere la moglie: allora lei mi supplicò di portarla via, ovunque fosse, ma lontano dall’albergo in cui alloggiava.
Fu così che le proposi subito il mio appartamento: lei accettò senza alcuna esitazione, non so se più contenta dell’idea di venire a casa mia o se più terrorizzata dal pensiero che il marito la trovasse.
Tornammo di corsa all’albergo e lei pagò in contanti, fece rapidamente la valigia e, con la mia macchina, partimmo alla volta di casa mia.
Mentre mi allontanavo dal marciapiede, Sam vide il marito scendere da un taxi: per evitare che lui la vedesse lei si abbassò su di me: lo confesso, a quel contatto mi eccitai all’istante.
Sam mi disse con aria falsamente sorpresa che ce lo avevo duro, e con sguardo sognante cominciò ad accarezzarmi; le comunicai che c’eravamo allontanati e che il marito non ci poteva più vedere, ma lei rimase su di me, mi sbottonò i pantaloni e prese il cazzo in bocca, facendomi un pompino mentre guidavo la macchina.
All’improvviso si tirò su e proseguì con una sega: arrivati sotto casa non volle aspettare e mi venne sopra e lo facemmo lì in macchina. Senza pudore, Sam aveva deciso di ringraziarmi perché, senza chiederle nulla, le avevo proposto di venire a stare da me.
Lei voleva stare in città solo tre giorni e poi trasferirsi da qualche altra parte, ma io la convinsi a stare da me ancora per un giorno e che poi l’avrei accompagnata alla stazione per farla andare verso Parigi.
Quando entrammo nel portone di casa lei mi superò e salì le scale prima di me: ad ogni gradino la sua gonna saliva un pochino, rivelandomi panorami strepitosi.
Giunti al mio appartamento le diedi le chiavi e lei si piegò per aprire la porta, offrendo ai miei occhi e alle mi mani il suo fenomenale culo.
Non ebbi un attimo d’esitazione: le afferrai le natiche, quasi schiaffeggiandole e poi mi tirai fuori il cazzo e glielo appoggiai sullo spacco. Allora Sam si sbrigò ad aprire la porta di casa, e quando entrammo lei si andò a sistemare su un divano, offrendomi in maniera ancora più provocante il suo culo.
Mentre la scopavo alla pecorina, con le dita le massaggiavo il buchetto del culo, e devo dire che non mi ci volle troppo per renderlo disponibile ad essere penetrato.
Quando ormai era tutto pronto, lei mi disse, con l’aria più eroticamente sognante che si possa immaginare: “ dai tesoro… inculami… “.
Non me lo feci ripetere due volte e la penetrai con un solo colpo: lei cacciò un urlo, ma quando le chiesi se voleva che uscissi mi disse di no, e che anzi desiderava che io cominciassi a muovermi.
Incularla fu una cosa assolutamente fantastica: le dissi che, però, volevo venirle ancora una volta nella fica, e lei mi rispose che era anche quello il suo desiderio e che potevo uscire dal suo culo per rientrare nel suo corpo a pochi centimetri di distanza.
Dopo pochi minuti dall’averle affondato il cazzo nella fica le venni dentro in modo copioso, come uno che non scopa da mesi e che ha le palle rigonfie di sborra pronta ad esplodere.
Dopo essere venuto la presi in braccio e la portai in camera da letto e le dissi che quello era il suo regno incantato dove nessuno le avrebbe potuto fare del male: le dissi anche che quello era il regno del piacere e del sesso, fatto e goduto nei modi più strani, perversi, se così a lei andava, e nello stesso tempo dolci, come la regina del sesso poteva desiderare.
Il pomeriggio lo passammo a letto, a parlare del suo passato, di suo marito e della voglia che aveva di scappare da quell’uomo. Più tardi le proposi di andare a fare l’amore al mare, non in una casa ma proprio sulla spiaggia: lei mi rispose che ero un pazzo, ma poi accettò, dicendomi che voleva prima farsi una doccia bollente e solitaria, e poi prepararsi in modo adeguato.
Nel frattempo, io dovevo scegliere lo smalto per le unghie delle mani e dei piedi e il rossetto, e l’abbigliamento che la ragazza avrebbe dovuto indossare.
Per la serata che ci si prospettava scelsi il colore rosso scuro, perchè lo trovavo tremendamente erotico: quindi uscii di casa e andai a comprarle in una erboristeria una crema profumata al biancospino, e in un altro negozio acquistai degli stivali di vernice nera che arrivavano fino all’inguine, un reggiseno di pizzo nero push up, un tanga nero e delle calze autoreggenti, sempre nere, e che arrivassero all’altezza degli stivali.
Quando rientrai in casa lo spettacolo che mi si parò davanti fu sublime: Sam aveva acceso tutte le candele che avevo in casa e ed era già truccata. Volle che mi andassi a fare una doccia e che mi vestissi come lei aveva deciso per me; sul letto c’erano un paio di boxer, calze, un paio di jeans strappati, una camicia da sera e sopra mi dovevo mettere un giubbetto di pelle.
In bagno trovai il gel che anche la mia Sam si era messa nei capelli per acconciarseli in quel modo così sensuale.
Quando uscii dalla camera da letto Sam era lì ad aspettarmi, bella più che mai: indossava le cose che le avevo comprato. Sopra la biancheria intima si era messa un abitino di maglia nero e cortissimo, che le copriva solo il sedere: mi chiese di aiutarla ad indossare lo spolverino e così fummo pronti ad uscire di casa.
Non dicemmo una parola per tutto il viaggio.
La tensione erotica che ci avvolgeva non ci permise di dire assolutamente nulla. Aspettavamo solo di poter sfogare tutto il desiderio che avevamo l’uno nei confronti dell’altra.
Arrivati al mare, Sam ed io prenotammo un tavolo nel più romantico dei ristoranti e poi andammo a farci una prima passeggiata sulla spiaggia.
Ad un certo punto le dissi che avevo la mano destra fredda e che me la volevo riscaldare: prima l’appoggiai sotto lo spolverino e poi lentamente, molto lentamente, scesi fino al suo sedere, quindi tirai su il vestitino e cominciai ad accarezzarle le natiche; poi spostai il filo delle mutandine, e iniziai a titillarle il buchetto del culo.
Sam era come impazzita dal desiderio: lì vicino, ma non troppo al ristorante, si trovava un capanno di pescatori; entrammo, e lei volle che io la inculassi, e questa volta pretese che le venissi nel culo.
Prima lei mi regalò uno dei suoi mitici pompini, in modo che io avessi il cazzo duro e umido per penetrarla senza difficoltà: appena dentro di lei, presi anche a masturbarle la fica, e Sam perse completamente il controllo di se e iniziò ad avere continui orgasmi sempre più forti e dirompenti.
Il suo corpo era come impazzito dal desiderio, stravolto dalle mie attenzioni sempre più pressanti.
Quando le venni dentro i suoi orgasmi non si contavano più e una luce nuova le pervadeva lo sguardo sempre più luminoso e carico d’erotismo.
La sera al ristorante fu una sola e continua allusione al sesso e a quanto fosse bello scoparci.
Ad un certo momento le dissi che non ce la facevo più e che avevo un bisogno immediato di fare sesso: Sam mi disse che anche per lei valeva la stessa cosa e che sarebbe stato meglio pagare il conto, perché lei quel vestito di maglina non lo sopportava più e che lo voleva gettare via.
Usciti dal ristorante ci andammo a nascondere sotto una barca e lì le sfilai il vestitino di maglia e le strappai di dosso le mutandine, e quindi fu lei a spogliarmi: a quel punto iniziai a leccarle la fica fino a farla mugolare, poi le chiesi di farmi un pompino per agevolare la penetrazione del mio cazzo ormai teso e duro fino all’inverosimile.
Il cazzo, infatti, la penetrò senza difficoltà: una volta dentro cominciammo a muoverci e a godere di quei momenti così belli ed intensi.
Sam era un diavolo assatanato di sesso: completamente nuda uscì da sotto la barca e corse verso il capanno.
Io la raggiunsi, anche io nudo, e lì rifacemmo l’amore senza vergogna e senza pudore. Sam volle che la inculassi ancora, ed io la penetrai nel culo, con una dolcezza mai provata in quei due giorni in cui la libidine aveva raggiunto livelli inimmaginabili. Le venni dentro e lei ebbe vari violentissimi orgasmi, accentuati dal fatto che io le masturbavo di continuo la fica.
Più tardi l’accompagnai a casa e aspettai di sotto mentre lei infilava nel borsone le quattro cose che si era portata via quando era fuggita dal marito; poi l’accompagnai alla stazione, la portai al suo treno e con un grande sforzo me ne andai.
Non le dissi quanto i miei sentimenti per lei stessero diventando profondi e sinceri, non mi pareva il caso.
Sam mi disse che se mai fosse passata per la mia città mi sarebbe venuta a trovare per farci una rimpatriata, ma come sapevamo tutti e due non ci saremmo mai più rivisti.
Ma da lì a pochi giorni ricevetti una telefonata che risvegliò in me vecchie e nuove emozioni, e di cui appena possibile vi narrerò.
FINE
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IL VOYEUR (hard)
L’avevo adocchiata nella tenue penombra della sera incipiente, in quella magica ora in cui gli ultimi raggi del sole estivo sono spariti da un pezzo ed i lampioni stradali restano ancora spenti.
Seduto su una panchina del lungomare di Loutsa, mentre osservavo con sguardo distratto i turisti a passeggio, gli occhi mi erano scivolati improvvisamente su di lei.
I lunghi e lisci capelli neri, gli occhi incredibilmente azzurri, il viso cesellato e così attraente, una spessa catena di bigiotteria a circondarle il collo, un corto e attillato top nero a lasciarle scoperte parti della schiena e della pancia, pantaloncini di jeans ad evidenziarle le lunghe e tornite gambe nude, i sandali dal tacco alto a slanciarle meravigliosamente la figura.
Ventidue, ventitrè anni.
Non di più.
Bella e affascinante. A dir poco.
Forse una straniera.
Di certo una puttana alla ricerca del prossimo cliente.
Ero rimasto a guardarla con insistenza, studiandone le fattezze, cercando un qualunque difetto che potesse farmela apparire meno bella: l’avevo scrutata così a lungo che lei si era ovviamente accorta del mio sguardo, ricambiandomelo e valutandomi come un potenziale cliente.
La ragazza, però, non lo poteva sapere.
Ma con me sarebbe caduta male.
Erano ben altre le emozioni che stavo cercando in quel momento.
Era soltanto questione di attendere gli sviluppi di quella serata che, grazie a lei, si era fatta di colpo molto promettente.
Considerata la sua straordinaria bellezza, ero sicuro che l’attesa sarebbe stata breve.
E non mi sbagliavo, perché avevo dovuto aspettare solo pochi minuti.
I due, sulla trentina, elegantemente vestiti e di bell’aspetto, arrivavano con passo annoiato, lentamente, guardandosi attorno, alla evidente ricerca di quello che la ragazza poteva offrire loro.
E, infatti, giunti alla sua altezza, si erano fermati, rivolgendole subito la parola e intessendo con lei la trattativa sul prezzo della prestazione.
Dai sorrisi dei tre, avevo ben presto intuito come l’accordo tra loro fosse stato rapidamente raggiunto.
Alzandomi dalla panchina, mi ero dunque diretto verso la mia auto, parcheggiata poche decine di metri più indietro.
Quindi, seduto al volante, avevo atteso le loro successive mosse.
Erano passati solo un paio di minuti, quando i tre si erano avviati sul marciapiede del lungomare, la ragazza in mezzo ai due uomini: misi in moto e lentamente presi a seguirli, gli occhi sul fondoschiena ancheggiante e provocante della donna.
Nel momento in cui, finalmente, li vidi salire sull’auto dei due uomini, capii all’istante che la meta più probabile sarebbe stata la vicina pineta di Klepa, un luogo di certo isolato a quell’ora della sera per quello che i tre avevano in animo di fare, e perfetto per quello che, invece, avevo in mente io.
Lasciai che un paio d’auto s’interponessero tra la mia e la loro, e presi a seguirli.
La pineta di Klepa era a solo due chilometri di distanza dal lungomare, ed in pochi minuti eravamo già arrivati. Li osservai parcheggiare in uno spiazzo, scendere dalla macchina e quindi inoltrarsi nel bosco, fino a scomparire nella fitta vegetazione.
Superai la loro auto ferma e, duecento metri dopo, accostai sul margine della strada, inoltrandomi di qualche metro tra i pini, e celando così quasi completamente la mia macchina agli sguardi dei passanti: scesi, chiusi le portiere, e m’infilai tra i cespugli, tornando silenziosamente indietro.
La luce del giorno era ormai scarsa e, nel bosco, le ombre si allungavano ogni istante di più, ma conoscevo la zona come le mie tasche, vista la mia assidua frequentazione di quei luoghi, e non avevo alcuna difficoltà a muovermi e ad orientarmi.
Facendo estrema attenzione mi avvicinai furtivamente alla zona in cui presumevo i tre si fossero diretti; e, infatti, ben presto la voce di uno dei due uomini, anche se solamente per un attimo, mi giunse in modo chiaro alle orecchie.
Ora sapevo esattamente dove dirigermi.
Raddoppiando le precauzioni, e cercando di evitare qualsiasi rumore che potesse metterli in allarme, giunsi alla fine a vederli, in tempo per godermi lo spettacolo che stava per andare in scena.
I due uomini e la ragazza si erano appartati in una piccola radura, circondata quasi su ogni lato da fittissimi cespugli spinosi; muovendomi con circospezione, mi appostai, a loro insaputa, a non più di cinque metri dalla donna e dai suoi due clienti.
Anche se la luce non era delle migliori, quella posizione mi consentiva di vedere più che a sufficienza il gioco che i tre avevano preso a fare.
I due uomini si trovavano in piedi, i pantaloni abbassati alle caviglie, i cazzi in erezione e protesi verso la donna: lei, in ginocchio tra loro, il top nero rialzato a scoprirle i seni abbondanti e dai larghi capezzoli rosa, impugnava le due verghe, carezzandole e lisciandole con le dita dalle lunghe unghie senza smalto.
Tra il frinire dei grilli, mi giungevano i primi sospiri e gemiti di piacere dei suoi due clienti.
Le mani della ragazza scivolavano esperte ed erotiche sulle erezioni, solleticando le cappelle con delicatezza e sfiorando i testicoli rigonfi, in un andirivieni tremendamente sensuale e lussurioso.
Silenziosamente mi aprii i pantaloni, liberai il pene, duro e fremente per la crescente eccitazione, e presi a masturbarmi, gli occhi incollati a quelle dita fatate al lavoro su quei due cazzi.
I secondi che passavano mi sembravano interminabili, nella spasmodica attesa che la ragazza si spingesse più oltre.
Finalmente, e quando la mia eiaculazione già premeva impetuosa per esplodere, la vidi accostare le labbra ad uno dei due cazzi, sfiorarne la cappella con la punta della lingua, sempre impugnando saldamente i due membri tesi allo spasimo.
Quando avevo visto la ragazza per la prima volta sul lungomare, naturalmente avevo sperato di assistere ad un qualcosa d’eccitante, ma quello che i miei occhi vedevano in quel momento andava oltre la più rosea delle speranze.
Le labbra circondarono la cappella, ed una buona metà del cazzo dell’uomo sparì nella bocca della ragazza.
La vidi iniziare a succhiare abilmente quel palo di carne che le scivolava tra le labbra, strappando intensi mugolii di piacere all’uomo che riceveva quelle splendide attenzioni, mentre l’altro, anch’esso eccitato al parossismo, si accontentava ancora del caldo contatto con la mano della donna.
Il pompino non durò a lungo: sfilandosi il pene dalla bocca, la donna voltò il viso verso la sua sinistra e, con un unico e fluido movimento, ingoiò il secondo cazzo, riservandogli da subito le stesse cure elargite al primo.
Accelerando il ritmo della sega, schizzai violentemente sugli aghi di pino che ricoprivano il terreno, godendo in maniera straordinariamente intensa.
Con il petto ansante rimasi ad osservare quella fantastica bocca al lavoro.
Ora la ragazza passava di continuo da un cazzo all’altro, riempiendosi completamente la bocca di quelle carni frementi, e conducendo, in modo inesorabile, i due uomini verso l’orgasmo.
Ad un tratto la vidi accostare entrambe le cappelle alle sue labbra, per poi leccarle contemporaneamente, le mani strette a pugno sulle aste sensibili.
Sollecitati da quella favolosa bocca, i due uomini vennero quasi contemporaneamente, gridando senza ritegno il loro piacere, e inondandole il viso con i loro getti densi e bollenti.
Nella quasi totale oscurità della sera, lo sperma bianco, che colava dalle labbra e sulle guance della ragazza, aveva assunto una tonalità così chiara da apparire quasi fosforescente, rendendo indimenticabile quell’erotica immagine ai miei attenti occhi.
Con estrema cautela mi allontanai dal mio posto d’osservazione, tornando silenziosamente alla mia auto.
Mentre tornavo verso casa, mi congratulai con me stesso per l’ottima scelta che avevo fatto: alla fine si era rivelata essere una serata eccezionale, una di quelle serate da incorniciare nel personalissimo album di ricordi della mia vita da voyeur.
FINE
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IL VOYEUR (hard)
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SEXY DREAMS – 4th (hard)
Quando, solamente tre ore fa, sono arrivato con la macchina al parcheggio del motel, lei si era appena registrata alla reception, e, tenendo in mano le chiavi della camera che le era stata assegnata, era passata davanti a me.
Io l’avevo guardata con interesse, e anche lei non mi aveva di certo ignorato, ricambiando il mio sguardo senza alcun imbarazzo.
Con passo sicuro e andatura elegante, un nero borsone da viaggio nella destra, la coda di capelli biondi ondeggiante sulla schiena, la donna si era diretta alla porta della camera a lei riservata, aprendola rapidamente e sparendovi in un attimo all’interno.
Una donna veramente attraente, avevo subito pensato, mentre anch’io mi registravo per la notte, ancora ignaro degli straordinari sviluppi di quell’insolita serata.
La mia camera era tre porte dopo la sua.
Il tempo di una rapida doccia ed un altrettanto veloce cambio d’abiti, ed ero uscito alla ricerca di qualcosa da mettere sotto i denti.
Cento metri dopo il motel, lungo la grande strada statale, l’insegna illuminata di una rosticceria mi aveva immediatamente attirato: esattamente come una farfalla notturna è attratta dalla luce di un lampione.
Avevo aperto la porta del locale e…
E lei era lì, in un tavolo d’angolo, nell’attesa di essere servita.
Per la seconda volta in quella serata i nostri sguardi si erano incrociati all’istante, gli occhi dell’uno magneticamente attratti da quelli dell’altra.
Il locale era in pratica deserto, a parte un paio di tavoli occupati da camionisti di passaggio e diretti verso l’ancora lontana Salonicco.
Senza alcun’incertezza, mi ero diretto verso il tavolo occupato della donna, scostando la sedia e sedendomi di fronte a lei.
In silenzio c’eravamo guardati per lunghi istanti, e nei suoi occhi avevo letto la mia stessa curiosità ed il mio stesso desiderio.
Un’attrazione reciproca.
Di questo si trattava, dunque.
Un’attrazione fisica improvvisa, tanto irrazionale quanto irrefrenabile.
Avevamo quindi mangiato, quasi in assoluto silenzio, le poche frasi intessute di banalità: ma gli occhi… i nostri occhi non si erano lasciati un attimo soltanto, iniziando loro a fare l’amore prima dei nostri corpi frementi.
Dopo la cena, lei era venuta direttamente in camera mia, come si trattasse della cosa più logica e scontata.
Avevo chiuso a chiave la porta della camera, l’avevo baciata inebriandomi del suo profumo, e l’avevo lentamente spogliata, scoprendo un corpo di una grazia e di un’armonia assolutamente fuori del comune.
Quindi l’avevo accarezzata a lungo, riempiendomi le mani della sua pelle liscia e vellutata.
Alla fine era stata lei stessa a togliermi gli abiti, restituendomi tutte le carezze che io le avevo appena regalato.
Completamente nudi, eravamo crollati sul letto, travolti dalla passione e dal desiderio: in un attimo ero entrato in lei, penetrandola e riempiendola della mia eccitazione e della mia voglia di sesso.
Avevamo scopato a lungo, in una girandola di sensazioni e di posizioni, in un’esplosione continua d’orgasmi senza fine.
Ora, seduto su questo consunto e vetusto divano, dall’improponibile color aragosta, la schiena comodamente appoggiata alla spalliera e le gambe divaricate, la osservo con compiacimento, meravigliandomi ancora una volta del suo splendido corpo.
Siamo entrambi ancora completamente nudi.
Lei è sdraiata accanto a me, distesa sull’altra seduta del divano, le gambe appoggiate di traverso sulle mie: la bottiglia di vino gelato che avevo comprato prima di uscire dalla rosticceria è quasi vuota, ed i bicchieri sono appoggiati sul pavimento.
Nuda, rilassata, e così abbandonata dopo il sesso appena consumato, lei è semplicemente stupenda.
E la sola vista del suo sensuale corpo mi accende ancora una volta il desiderio.
Ho il cazzo nuovamente in erezione, così duro e pulsante come non mi succedeva da troppo tempo.
Sento ancora un’incontenibile voglia di lei, di sdraiarmi e di perdermi su quel corpo invitante che sembra solo aspettarmi.
Faccio scorrere gli occhi su di lei, gettando altra benzina sul fuoco ardente del desiderio.
I biondi capelli, ora sciolti, le incorniciano il volto dai tratti regolari, quasi cesellati dalla mano di un artista: gli occhi, grigi e profondi, le labbra, piene e sensuali, a circondare denti piccoli e così meravigliosamente candidi.
I lunghi orecchini dorati che terminano in un ciondolo azzurro, lo stesso ciondolo della collana che lei indossa: sembra essere quasi una pallina azzurra, che ora è appoggiata nell’incavo tra i generosi seni.
La sua mano sinistra è abbandonata sul divano: una mano elegante, dalle dita snelle e dalle lunghe unghie laccate di rosso molto scuro.
La destra, invece, circonda delicatamente un seno, mentre le dita pizzicano in modo malizioso il capezzolo eretto.
Scendo con lo sguardo lungo il suo corpo, sul ventre e sulla fica, appena velata da una rada peluria chiara: per un attimo penso di masturbarmi di fronte a lei, eccitandomi al solo guardarla.
Godrei intensamente, affascinato e turbato dalla sua bellezza.
Ma è il pensiero di un solo istante.
Perché è lei che vuole continuare a donarmi il piacere.
La vedo muovere le gambe: le sue cosce si allargano, mostrandomi il sesso aperto e grondante d’umori, mentre, dalle ginocchia in giù, le gambe si piegano e tornano ad avvicinarsi, fino a che i suoi piedi mi abbracciano il cazzo, in una stretta leggera e di un erotismo sconvolgente.
Ora la sua mano ha lasciato il seno, è scesa al sesso che sembra offrirsi ancora più invitante di prima, e l’indice ha preso a premere sul clitoride, con delicatezza ma senza esitazione.
Immediatamente il suo respiro torna a farsi affannoso, carico di desiderio e di libidine.
I suoi piedi sono bellissimi: affascinanti e seducenti, mi accarezzano, e quello smalto rosso così scuro, lo stesso che ha sulle unghie delle mani, e che contrasta meravigliosamente con il rosa della pelle del mio cazzo, è l’ultimo tocco che mi proietta verso il delirio finale.
Volto il viso e inizio a leccarle il ginocchio, e con la mano le accarezzo il seno.
Mentre lei si masturba, i suoi piedi scivolano esperti sul mio pene fremente, scappellandomelo sempre più a fondo, gli alluci a strofinarmi la pelle sensibile della punta.
La vedo sussultare all’intima carezza della sua mano sulla fica, preda dell’ennesimo orgasmo di quell’incredibile notte.
I piedi hanno aumentato il ritmo, masturbandomi deliziosamente: provo a resistere, ma ben presto capitolo di fronte a quel dolce supplizio.
Dalla punta del mio cazzo esplode tutta la mia eccitazione, in un fiotto di sperma, denso, bianco e bollente, e che cola eroticamente sulle dita e sulle unghie di quei due piedi da favola.
Senza fiato, svuotato d’ogni energia, resto immobile ad osservare le sue fantastiche estremità, ancora strette attorno al mio cazzo.
Mi porto un suo piede alla bocca e inizio a leccarle le dita, lentamente, accuratamente, ripulendo del mio sperma le sue unghie laccate; e, solo in quel momento di folle passione, mi accorgo di non conoscere nemmeno il nome di questa splendida creatura, meravigliosa ed unica amante di una notte qualunque.
FINE
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SEXY DREAMS – 4th (hard)
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SEXY DREAMS – 5th (hard)
Fino a quel momento la festa si era rivelata mortalmente noiosa, e non avevo più alcuna speranza che la serata potesse cambiare in meglio.
Gli invitati, quasi tutti colleghi dell’ufficio dove da anni io lavoravo, avevano fatto a gara per renderla la più classica ed ammorbante delle feste aziendali, non smettendo un solo minuto di parlare del lavoro o di spettegolare sul collega che, povero disgraziato, proprio in quell’istante si era allontanato per andare a prendersi da bere, o magari della collega che si era andata a chiudere nel bagno per rifarsi il trucco.
Malignità e maldicenze, battute pesanti e di pessimo gusto, cattiverie in quantità industriale, e quel falso senso d’allegria che in quelle occasioni sembrava non poter mai mancare.
Insomma, mi ero pentito quasi subito dall’aver accettato l’invito a quella riunione di emeriti cazzari e di idiote segretarie tirate a lucido, neanche fosse quello il ballo delle debuttanti.
D’altronde, a Patrasso c’illudiamo di essere cittadini evoluti e smaliziati, ma, in realtà, siamo più gretti e ignoranti dei contadini che vivono nel più sperduto paese del Peloponneso.
Quell’invito, però, non avevo potuto proprio evitarlo: la festa era stata organizzata dal mio collega di stanza, che voleva festeggiare (udite ! udite !) nientemeno che i dieci anni di matrimonio con quell’arpia segaligna e antipatica della moglie.
Ma questi erano affari suoi: se l’era sposata e ora se la teneva, volente o nolente.
Contento lui…
Di certo, però, si sarebbe offeso se proprio io avessi declinato quell’invito.
E la pacifica convivenza, in un ufficio, è alla base della stessa sopravvivenza impiegatizia.
- Una gran noia, vero ? -
Agnes era la segretaria personale di uno dei direttori più importanti dell’area tecnica.
Era pur vero che entrambi lavoravamo da tempo nella stessa azienda, operando, però, in settori completamente diversi: di conseguenza non avevo molta familiarità con la donna che mi stava rivolgendo la parola.
Le rarissime volte che c’era capitato di mangiare insieme alla mensa, allo stesso tavolo, la nostra conversazione era rimasta sempre a livelli di estrema formalità, non addentrandosi mai in confidenze particolarmente intime.
Insomma, fra noi non vi era una particolare conoscenza.
- Già… una vera e propria serata a dir poco ammorbante… – le risposi, azzannando l’ennesima tartina al salmone.
Agnes era sicuramente oltre la quarantina, dunque non più giovanissima, anche se bisognava riconoscere che la donna portava magnificamente la sua età.
Sposata con un pilota dell’Olympic, Agnes lavorava nell’azienda da moltissimi anni, e da sei era diventata segretaria personale di quell’alto dirigente di cui vi accennavo prima.
Malgrado lei avesse almeno una decina d’anni più di me, da un punto di vista fisico la donna non mi era di certo indifferente: notevolmente più alta della media, aveva un corpo slanciato e dalle forme decisamente provocanti, permeato di un fascino latente, quell’erotismo che solo le belle donne di una certa età possono irradiare.
L’unica parte di lei che non mi faceva impazzire, e che consideravo non proprio all’altezza del resto, era il suo viso, dalla forma un pò troppo allungata e dalla bocca eccessivamente grande.
I lunghi e lisci capelli castani le ricadevano sulle spalle, accentuando, se possibile, le caratteristiche così particolari del suo volto.
Nel complesso, però, la donna non passava di certo inosservata, e considerandone anche l’età, non era difficile ammettere che desse dei punti a molte delle più giovani e intraprendenti colleghe.
Fu così che rimasi ad osservarla, forse per la prima volta con maggiore attenzione, mentre sorseggiava il bicchiere pieno di succo d’arancia che teneva nella mano, una mano dalle dita ornate di anelli e dalle lunghe unghie smaltate di un rosso scurissimo.
- Non partecipi anche tu alla fiera del pettegolezzo ? – le chiesi, guardando la confusione che ci circondava.
- No… grazie… sopporto già a fatica tutti quelli che girano in ufficio tutto il giorno… adesso, poi… che sono quasi tutti ubriachi… -.
- Già… in effetti potresti anche togliere il quasi… tra poco vedremo qualcuno addormentarsi su un divano… -.
- Senti… ti va di fare un giro in giardino ? Ho le orecchie che mi dolgono per tutto questo vociare senza senso… -.
- Perché no ? – le risposi, contento di potermi allontanare per qualche minuto dal vuoto pneumatico di quella festa.
Uscimmo da una delle grandi portefinestre che davano sull’ampia veranda della casa del mio collega
Ci trovavamo in un quartiere periferico di Patrasso, e le ville, anche se non particolarmente grandi, erano però circondate da un ampio giardino.
Agnes camminava davanti a me, e le forme del suo corpo calamitavano in modo indiscutibile tutta la mia attenzione.
La donna indossava un pantalone blu di cotone leggero ed un top bianco, che le lasciava interamente scoperte le spalle: sandali neri dal tacco alto ne slanciavano divinamente la sensuale figura.
Forse, in altre occasioni, non mi sarei attardato a guardarla con così grande interesse, anche in considerazione del fatto che lei era notevolmente più grande di me, e molto di rado mi era successo di provare un qualche interesse per donne che avessero superato la quarantina.
Ma quella sera, complice la monotonia di quella dannata festa, i miei occhi erano magneticamente attratti da quella seducente signora.
Scendemmo i gradini della veranda e c’inoltrammo nel grande giardino: mi ricordai che qualcuno mi aveva detto che si estendeva per oltre duemila metri quadrati attorno alla casa.
Appassionati di giardinaggio, il mio collega e la moglie avevano creato un vero e proprio parco, con tratti di prato verdissimo, cespugli di fiori colorati e alberi d’alto fusto.
Era un giardino da vivere di giorno, perché a quell’ora della sera risultava essere troppo buio, a parte la zona circostante la casa, che veniva illuminata dalle luci della stessa e da alcuni bassi lampioncini.
Mi affiancai ad Agnes, e ci avviammo sul prato, l’aria fresca della sera a stemperare il caldo dell’interno della casa, raggiungendo, dopo poche decine di metri, i primi alberi di quello che voleva essere un piccolo boschetto.
Mi accesi una sigaretta, rischiarando così la fitta oscurità che in quel momento ci circondava.
- Quanto pensi che andrà avanti ancora la festa ? – mi chiese Agnes, inoltrandosi sotto gli alberi e tra i rigogliosi cespugli di sempreverdi.
- Sicuramente ancora troppo per i miei gusti – le dissi, soffiando via il fumo e la nicotina.
Adesso ci trovavamo ad una settantina di metri dalla casa, ed i rumori ci giungevano finalmente più attutiti, sostituiti, in gran parte, dal debole fruscio delle foglie, agitate da una lieve brezza notturna.
Dietro un fitto cespuglio di rose, in un angolo, intravidi la forma di una panchina in legno.
- Vieni… mettiamoci seduti un istante… – le proposi, avviandomi in quella direzione.
Lei mi seguì senza parlare, i suoi sandali che facevano scricchiolare le foglie cadute in terra.
Il buio che ci circondava era pressoché assoluto.
Schiacciai il mozzicone sotto la suola della scarpa e… improvvisamente mi accorsi della vicinanza di Agnes.
Potrà apparire curioso, ma fino a quel momento non avevo avvertito come la situazione si fosse fatta, d’un tratto, notevolmente imbarazzante.
Da soli, al buio, seduti su quella panchina nascosta, Agnes ed io sembravamo proprio una coppietta alla ricerca di un posto dove…
Sentii la mano di Agnes sfiorarmi una coscia.
Sorpreso da quella sua iniziativa, mi voltai a guardarla.
I miei occhi si erano finalmente abituati all’oscurità, e quello che mi era sembrato come un buio impenetrabile fino a poco prima, ora mi appariva come una gradevole e complice penombra.
- Agnes, io… -.
Le mie parole furono interrotte dal contatto delle sue morbide labbra, che mi baciarono, dapprima esitanti, poi con sempre maggior trasporto.
Quella che avevo al mio fianco era una donna non più giovane, certo, ma ancora bellissima e affascinante, e la mia reazione a quella sua chiara proposta fu immediata: ricambiai, e senza indugi, il suo inatteso bacio.
Quando le nostre labbra alla fine si staccarono, senza la necessità di dire una sola parola, ci alzammo dalla panchina e, rapidamente, io le abbassai il top, scoprendole le tette, grandi e dai larghi capezzoli, e ancora sicuramente toniche per la sua non più giovane età.
Le accarezzai per alcuni lunghi secondi, indugiando sensualmente con le mani sulla sua pelle, fino a quando i capezzoli si inturgidirono, mostrandomi, se mai ce ne fosse stato bisogno, lo stato di estrema eccitazione di Agnes.
Mentre i rumori della festa mi giungevano sempre più lontani e indistinti, mi appoggiai con la schiena al tronco di una quercia che si trovava lì accanto.
Cercai di attirare a me la donna, afferrandola per la vita, con l’intenzione di riprendere a baciarla e di godere del contatto con quelle sue morbide e sensuali labbra.
Ma Agnes era di tutt’altro avviso: inginocchiandosi di fronte a me, iniziò ad allentarmi la cinta dei pantaloni, fissandomi in volto con sguardo torbido e occhi maliziosi.
Nella poca luce, che debolmente rischiarava quella parvenza di bosco nella quale ci trovavamo, riuscivo però a vedere i movimenti delle sue mani, belle ed eleganti, dalle dita snelle e dalle lunghe unghie laccate di quella scura tonalità di smalto rosso che, a causa della scarsa illuminazione, mi dava l’impressione di essere quasi nero.
Con gesti abili e decisi, Agnes mi sbottonò i pantaloni, facendomeli scivolare, insieme ai boxer, all’altezza delle ginocchia: quindi, sospirando eccitata, lasciò vagare le mani sulla mia erezione, spasmodicamente protesa verso di lei, lisciandomi la verga e palpandomi i testicoli.
Il solo contatto delle sue dita mi aveva fatto rabbrividire e sussultare di piacere: socchiusi gli occhi, godendomi le sue meravigliose e delicate carezze.
Agnes iniziò a masturbarmi, in maniera lenta ed esasperante: sapeva usare le mani in modo fantastico, sfiorando abilmente i punti più sensibili del mio cazzo, dimostrandomi quanto lei fosse una donna esperta e smaliziata.
Ripensai a quello che si diceva di lei in ufficio, di quanto Agnes apparisse schiva ed estremamente seria agli occhi dei colleghi, di come si mormorasse che nessuno ci avesse mai provato veramente proprio per quel suo carattere freddo e un pò scontroso: sotto quella parvenza di distacco, però, ardeva intenso il fuoco della passione, come la situazione in cui mi ero venuto a trovare ampiamente dimostrava.
Tutti quei miei pensieri vennero spazzati via nel momento stesso in cui la bocca della donna s’impossessò della mia cappella.
Sentii le sue soffici labbra schiudersi e scivolare bollenti sulla mia carne, prendendo a succhiarmi l’asta in maniera divina.
Una mano posata sui miei testicoli, la bocca di Agnes iniziò quello che poi si sarebbe rivelato il miglior pompino che una donna mi avesse mai fatto.
Di tanto in tanto la vedevo sfilarselo dalla bocca, per farselo scorrere lungo la pelle delle guance, alternando questo erotico trattamento con sapienti carezze della lingua, e con torride leccate della cappella, strappandomi ansiti e sospiri sempre crescenti.
Le labbra di Agnes mi trascinarono in paradiso, istante dopo istante, scatenando in me un vero e proprio delirio dei sensi.
Tutto si era verificato in maniera così rapida e inaspettata che le mie deboli difese ne risultarono travolte: sentii l’orgasmo salire irrefrenabile, mentre gli occhi di Agnes si fissavano nei miei, quasi a non voler perdere un solo istante della mia esplosiva eccitazione.
L’ultimo e fugace pensiero che mi attraversò la mente, prima di abbandonarmi definitivamente alla sua bocca ed alle sue mani, fu d’assoluta meraviglia per quanto lei fosse erotica ed affascinante in quel momento, in ginocchio davanti a me, il mio cazzo nella sua bocca, la pelle chiara del suo seno che debolmente risaltava nell’oscurità.
Nel momento in cui schizzai tutto il mio orgasmo, Agnes si sfilò il pene dalla bocca, lasciandovi però le labbra posate sensualmente sulla cappella: con la mano mi strinse il pene e accelerò il movimento, masturbandomi divinamente.
Esplosi la mia eiaculazione in lunghi e bianchi schizzi, inondandole le labbra ed il mento: lo sperma, denso e caldo, iniziò a colarle sui seni ed Agnes, preda di un’eccitazione senza confini, con le sue erotiche mani se lo spalmò sulla pelle, regalandomi un’ultima e straordinariamente eccitante immagine di quella serata indimenticabile…
Sono tre anni che Agnes ed io, all’insaputa di tutti i colleghi dell’azienda, e ovviamente anche del marito di lei, spesso assente per qualche volo all’altro capo del mondo, siamo diventati amanti.
Il nostro rapporto si basa esclusivamente sul sesso, che ci regaliamo senza inibizioni e in assoluta complicità; il fatto che Agnes si avvii verso i cinquanta contribuisce, ai miei occhi, ad accrescere ancor di più il mio desiderio di lei.
E, a volerla dire tutta fino in fondo, è stata Agnes a farmi conoscere i più remoti luoghi della lussuria, i giochi erotici più intriganti e coinvolgenti, e le fantasie sessuali più estreme ed appaganti.
Credo proprio che a questo punto della mia vita, io non potrei fare a meno di lei, e tanto meno della sua dirompente ed eccezionale carica erotica.
FINE
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SEXY DREAMS – 5th (hard)
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I FREDDI RAGGI DEL SOLE – capitolo 03
Monastero di Clusy (Alpi francesi) – 24 ottobre 1981
Questa notte è caduta la prima neve dell’inverno.
Sento il vento ululare all’esterno, e spifferi di aria gelida s’insinuano in questa piccola stanzetta che i frati mi hanno concesso di occupare sin da quei giorni in cui arrivai al convento.
Quando giunsi qui con l’ancora sfavillante Mercedes, ultimo ricordo che avevo portato con me di quella vita scellerata, sedici anni or sono, era mia intenzione fermarmi per qualche settimana, al massimo qualche mese, per cercare di superare, nel silenzio di queste montagne, la terribile crisi esistenziale che stavo vivendo.
I frati mi accolsero benevolmente nella loro comunità, chiedendomi solamente di adeguarmi e di rispettare le loro regole e le loro abitudini, e di non turbare, con la mia presenza, la loro vita di meditazione dedicata interamente al Signore.
Ogni giorno che trascorreva mi dicevo che era giunto il momento di partire, di non approfittare oltre dell’ospitalità che mi era stata così caritatevolmente concessa: io, un peccatore, e che peccatore, tra quei santi e venerabili uomini, ecco come mi sentivo in quei lontani giorni.
Ma poi, ogni mattina rinviavo la mia partenza, anche per le cortesi insistenze a rimanere di quella piccola comunità che mi stava ospitando, ma soprattutto perché non sapevo proprio dove altro sarei potuto andare.
E così i giorni divennero settimane, poi mesi, e infine si trasformarono in anni.
Pur non essendo io un frate, di fatto sono diventato uno di loro: lavoro per il monastero, partecipo a tutte le funzioni religiose a cui, da laico, mi è concesso di presenziare, e vivo la mia vita rispettando gli orari e le consuetudini dell’intero convento.
Frate Liborio, uomo gioviale e d’animo straordinariamente caritatevole, mi ha soprannominato “quasifrate Aris”.
Questo simpatico soprannome mi fa sentire ancor più parte di questa comunità.
Ormai dal Monastero di Clusy non andrò più via.
Solo la morte mi strapperà a queste mura sperdute tra le vette alpine.
Ho trovato qui il mio rifugio terreno.
Atene (Grecia) – 26 settembre 1965
Erano ormai sette anni, precisamente dal 1958, anno in cui avevo inciso il mio primo quarantacinque giri, che dominavo le classifiche di vendita dei dischi, e per un ex-impiegato di banca, nemmeno troppo brillante sul lavoro, e che un tempo cantava solo per divertimento nelle serate trascorse con gli amici, era stato un bel passo in avanti.
Potrei raccontarvi che come cantante ero bravissimo, che la mia prestanza fisica era decisamente superiore alla media, che il mio fascino di uomo tenebroso ammaliava la quasi totalità delle donne, che la mia voce era unica ed indimenticabile: e sarebbe tutto vero, assolutamente vero, e non starei certo mentendo su alcuna cosa, perché quella era la sacrosanta verità.
Quello era Aris Theopulos, il grande cantante.
Un uomo che si era fatto dal nulla, passando dall’anonimato di una vita da travet alla notorietà del personaggio da copertina, da una condizione economica tranquilla e modesta ad una ricchezza ai più sconosciuta, da una vita regolare e spesso monotona ad un’esistenza sregolata e piena di eccessi.
Potrei dirvi che mi ero conquistato la celebrità e la fama solo con il lavoro e lo spirito di sacrificio, dedicando tutto me stesso al raggiungimento di quel traguardo finale che mi ero prefisso: il successo.
Potrei raccontarvi mille altre cose per sottolineare le mie straordinarie capacità.
E sarebbe tutto assolutamente vero.
Ma in realtà, scavando al di sotto della superficie, ero stato anche molto fortunato.
Il mondo è sempre stato affollato, oggi come allora, di persone dotate di abilità eccezionali, fuori della norma, indiscutibilmente versate nel campo artistico, e in quello canoro in modo particolare.
Ma per raggiungere il successo, quello vero, quello che ti cambia la vita in modo definitivo, non sono di certo sufficienti soltanto il talento e l’abilità: occorre anche una buona dose di fortuna, e che il destino ti sia favorevole e benevolo, come il trovarsi al posto giusto nel momento giusto o incontrare le persone che ti guideranno per mano verso l’apice della notorietà, che ti insegnino, passo dopo passo, a scalare il successo, persone il cui conto in banca si accrescerà a dismisura solamente se riusciranno a fare di te una perfetta e oliata macchina da soldi.
E, nel mio caso, nella mia impetuosa crescita artistica, il concorso casuale e fortuito di tutti questi fattori messi insieme aveva contribuito in maniera decisiva alla nascita e all’affermazione del fenomeno musicale che era divenuto, in quegli anni, Aris Theopulos.
Quando, nel corso della nostra esistenza, ci accade qualche avvenimento improvviso e assolutamente inaspettato, molto di frequente si tratta di un evento traumatico, doloroso, un qualcosa che trasforma, in maniera radicale ed irreversibile, il tranquillo scorrere della vita in un qualcosa di certamente peggiore.
Può trattarsi di un incidente. O magari di una malattia. O ancora di un lutto in famiglia.
E’ raro, molto raro, che ci accada un qualcosa di così incredibilmente sconvolgente da rivoluzionare, ma in positivo, il nostro futuro.
Certo, a qualcuno di noi capita pure di vincere alla lotteria, di diventare miliardario e di risolvere tutti i problemi quotidiani della vita: ma la nostra esistenza tende a riservare, per lo più, sgradite sorprese.
Ma ad Aris Theopulos era accaduto di vincere una lotteria molto particolare, quella con i premi più ricchi ed ambiti: Aris Theopulos, con le sue canzoni, aveva letteralmente sbancato la lotteria del successo, della fama e della ricchezza.
Il biglietto vincente di quella lotteria lo avevo staccato ad una festa organizzata in onore della figlia di uno dei più alti dirigenti della banca presso la quale lavoravo da alcuni anni, festa nel corso della quale la ragazza avrebbe annunciato il suo prossimo matrimonio: al padre della futura sposa serviva un cantante dilettante che intrattenesse gli ospiti, sia durante che dopo la cena.
In ufficio tutti erano a conoscenza della mia passione per la musica e per il canto, a tal punto che un collega, a mia insaputa, aveva fatto giungere il mio nome a quell’alto dirigente che doveva organizzare quella serata per lui così importante.
Per farla breve, questo intraprendente collega mi fece una tale pubblicità che il giorno stesso fui convocato nell’ufficio del dirigente, dove mi fu chiesto se avessi voluto esibirmi in quella particolare circostanza; anche se assolutamente sbalordito per quella inattesa proposta, accettai però prontamente di cantare a quella festa, rifiutando per di più qualsiasi compenso in denaro, che pure mi fu generosamente offerto a più riprese.
Potrà sembrare strano, ma ero talmente contento ed eccitato all’idea di cantare in pubblico, anche se solamente di fronte ad un centinaio di persone, che quel giorno non avrei accettato soldi per nessun motivo al mondo.
La musica è sempre stata parte integrante della mia vita.
Sin da bambino, le note musicali erano state la mia più grande passione: alle lezioni a scuola e ai compiti a casa preferivo, e di gran lunga, perdermi per ore tra gli spartiti, con comprensibile preoccupazione da parte dei miei genitori, che si ritrovavano a rigirarsi tra le mani, anno dopo anno, pagelle con votazioni drammaticamente scarse.
Malgrado i disperati tentativi di mio padre e di mia madre, tra lusinghe e minacce, io continuai ad assecondare quella mia passione, dedicando sempre più tempo alla musica, e trascurando alla grande la geografia e la matematica.
Alla fine i miei genitori se ne fecero una ragione, e, sia pure a malincuore, si rassegnarono ad un figlio perso nel suo mondo di svolazzanti note musicali.
In conseguenza a tutto ciò, nei giorni di cui vado narrando, visti i miei trascorsi, e malgrado lavorassi a tempo pieno in un ufficio e di tempo libero ne avessi ben poco, suonavo perfettamente chitarra e pianoforte, cantavo, per me e per pochi amici, e scrivevo musica e testi di canzoni che mai e poi mai avrei pensato in futuro potessero riscuotere un così grande successo.
Ero convintissimo che il tutto restasse per sempre una mia passione, un hobby come tanti altri ve ne sono e nient’altro.
Per cui, quel giorno che doveva a posteriori rappresentare la svolta della mia vita, accettai di cantare a quella festa perché l’idea mi divertiva e solleticava il mio ego, ma anche perché il compiacere uno dei miei diretti superiori mi sarebbe potuto tornare utile in futuro, magari in un avanzamento di carriera all’interno della banca stessa.
Una motivazione come un’altra, in effetti, anche se non propriamente nobile e disinteressata.
Ovviamente, abituato a cantare e suonare da solo o per qualche compagnia ristretta di conoscenti, ricordo perfettamente che la sera della festa m’impegnai in modo particolare, cercando di mettercela tutta per dare il meglio di me stesso, per evitare critiche e brutte figure, e ciò contribuì in modo decisivo a fare la mia fortuna.
Fra i tanti invitati a quella serata, tutte persone di quella parte di Atene ricca e alla moda, vi era anche Mavros Logotethis, il più importante produttore discografico della Grecia di allora.
Dopo aver suonato e cantato tutte le canzoni internazionali che furoreggiavano in quegli anni, creando la colonna sonora ideale per far ballare e divertire tutti gli ospiti, mi feci coraggio e iniziai a proporre i testi e le musiche che avevo scritto io nel corso degli anni, e che nessuno, di fatto, aveva mai ascoltato.
Emozionato, dopo la prima canzone ne cantai una seconda, e quindi una terza in rapida successione.
Visto che nessuno protestava per questo cambio di genere (dal rock internazionale al melodico greco), invece di ritornare alle canzoni più conosciute, con una buona dose d’incoscienza, continuai a cantare le mie.
Non tornai più, di fatto, alle musiche ed ai testi scritti da altri: conclusi la serata sfoggiando, con sempre maggior sicurezza e disinvoltura, l’intero mio repertorio.
Per farla breve, Mavros Logotethis mi ascoltò attentamente cantare e, una settimana dopo quella fortunata serata, avevo già firmato il mio primo contratto con la sua società.
E sei mesi dopo quel giorno avevo già scalato le classifiche dei quarantacinque giri con il mio primo successo, “Kalì epitichìa”.
E così, da allora, non mi ero più fermato, incidendo dischi uno dietro l’altro, con sempre maggior consenso di pubblico e di critica.
Vista la nuova carriera che avevo intrapreso, e lo straordinario successo che me ne derivava, mi licenziai dalla banca, tra gli sguardi di ammirazione e d’invidia di molti colleghi e quelli di aperto scetticismo di pochi altri.
La relazione sentimentale che avevo iniziato, sia pure da pochi mesi, con una segretaria che lavorava nel mio stesso ufficio, fu da me ben presto dimenticata, travolto ed eccitato dagli incredibili avvenimenti che si susseguivano in un crescendo a dir poco parossistico.
Passare dalle carte di una scrivania ad una sala d’incisione… bè… il passo non era stato certo breve: quella nuova vita iniziava a farmi girare la testa, e più i mesi passavano, più mi sentivo diverso, proiettato in una dimensione nemmeno mai immaginata.
E fu così che iniziai a vivere quella mia nuova vita, gettandomi rapidamente alle spalle il passato e scrutando con sempre maggiore ambizione e desiderio il radioso futuro che mi si prospettava.
Un futuro fatto di sale d’incisione, di concerti, di tournee, d’interviste, di vita notturna, di lussi e di stravizi, di feste mondane e di donne.
E di dracme.
Di una vera e propria montagna di dracme che mi arrivavano da ogni parte, e che per quanto spendessi a piene mani, sembravano non dover finire mai.
Comprai interi guardaroba di vestiti firmati, valanghe di scarpe e accessori vari: guidavo auto lussuose e sempre nuove, e acquistai una casa più spaziosa e in un quartiere altamente esclusivo di Atene.
Mi sembrava incredibile tutto quello che mi stava capitando, ed ero stato catturato da una sorta di frenesia, di smania incontrollabile, di ansia ingestibile, come se quello che mi era accaduto potesse finire da un momento all’altro, senza alcun preavviso, riportandomi alla vita di quando ero un semplice ed onesto impiegato dal futuro quantomeno incerto.
Era un vortice senza fine, una centrifuga che mi risucchiava sempre più velocemente, una giostra incantata dalla quale non volevo più scendere per nessuna ragione, una giostra che non volevo si fermasse mai, ma che, anzi, continuasse a girare e girare, in modo ancora più frenetico, ancora più vorticoso e convulso.
E poi, oltre a tutto il benessere materiale di cui mi circondavo a profusione, c’erano le donne.
Ero sempre stato particolarmente sensibile al fascino femminile, e il più che piacevole aspetto fisico, che la natura mi aveva così generosamente regalato, mi aveva senza alcun dubbio agevolato nell’avere sempre successo con le donne.
Non avevo faticato mai molto per trovare una compagnia femminile, e la mia vita sessuale non era stata certo avara di soddisfazioni.
Ma poi, raggiunta così d’improvviso la notorietà e la popolarità, le rappresentanti del gentil sesso erano arrivate al punto da cadermi letteralmente tra le braccia: me ne ritrovavo sempre una nuova nel letto, senza fare neppure lo sforzo di cercarla e, tanto meno, di corteggiarla.
Dopo i concerti, alle trasmissioni televisive o radiofoniche, alle feste di questo o di quello, feste che si svolgevano senza soluzione di continuità nell’Atene gaudente e scellerata di quegli anni, le ragazze facevano a gara per farsi notare dal sottoscritto, per avere un’avventura, anche solo per una notte, con il celeberrimo, desiderato ed affascinante Aris Theopulos.
Ed io ne approfittavo alla grande di questa loro generosa disponibilità, non lasciandomi sfuggire nessuna delle più belle donne che frequentavano gli ambienti mondani e notturni della capitale greca.
Le donne e la bella vita, le amicizie importanti e altolocate, la fama e la notorietà, ed i soldi, i tanti soldi che guadagnavo (e che guadagnavo cantando, per di più, la cosa che maggiormente mi piaceva fare nella vita) fecero si che il vecchio Aris, un uomo disponibile e gioviale, sempre cordiale e generoso, alla fine scomparve, lentamente ma inesorabilmente, sostituito da un nuovo Aris, egoista, cinico, calcolatore ed arrivista.
Lo straordinario successo e la popolarità erano diventate le mie droghe quotidiane, e tutto quello che nella mia vita di anonimo impiegato di banca mi era apparso grottesco ed eccessivo, in quel momento aveva iniziato ad apparirmi del tutto normale e scontato, quasi si trattasse di un tributo che mi spettasse di diritto per la nuova posizione sociale che credevo di aver conquistato.
Sempre alla ricerca di nuove sensazioni e di nuove avventure, e sempre pronto ad andare oltre il limite della morale e della decenza, mi gettai alle spalle tutto quello in cui avevo fermamente creduto fino ad allora, trasformandomi, senza quasi accorgermene, o facendo finta di non accorgermene, nell’esatto contrario di me stesso.
L’incredibile successo che avevo raggiunto, la notorietà, i soldi, le donne, le nottate folli e dissolute… tutto questo mi aveva dato definitivamente alla testa, e l’intera mia esistenza venne ad esserne rivoluzionata, travolta da quel fiume in piena che era il benessere, cancellata in maniera irreversibile dal richiamo suadente e accattivante di quelle maledette sirene che sono la fama e la celebrità.
Quello era diventato Aris Theopulos in quell’afoso giorno di settembre del 1965.
E ancora oggi, a distanza di tutti questi anni, mi vergogno al solo ricordarlo.
A volte, nei giorni peggiori, nelle ore in cui il buio della disperazione mi assale senza che io vi possa porre argine alcuno, quando il rimorso mi stringe il cuore nella sua terribile morsa, e l’angoscia mi tormenta l’anima, mi sembra impossibile che quell’uomo gretto e superficiale fossi proprio io; è come se mi guardassi in uno di quegli specchi che distorcono le immagini, che ti fanno apparire buffo o sgraziato, che alterano le proporzioni e le dimensioni del tuo corpo.
Ma in uno specchio puoi decidere di non guardarti, puoi passare oltre senza fermarti, mentre con il tuo passato non puoi fare altrettanto: rimane lì, immobile, nella tua memoria, irraggiungibile ed immodificabile, a rammentarti, se mai ce ne fosse bisogno, le tue colpe e i tuoi peccati, e a rinvigorire, e questo è ancora più orribile, le tue pene e il tuo strazio.
Non so se, come si è soliti dire, il tempo sia galantuomo.
Di certo, non è un bugiardo.
- continua -
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I FREDDI RAGGI DEL SOLE – capitolo 03
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