Dopo avervi narrato del mio incontro con Laura, permettetemi di raccontarvi dei giorni trascorsi in compagnia di Olga.
Come vi avevo già detto, Laura sparì dalla mia vita quel lunedì mattina, e per circa due anni non ebbi più notizia alcuna di lei.
E’ necessario fare un veloce passo indietro.
Quando Laura mi salutò, di fronte alla scuola, aveva detto alle mie compagne di classe di quanto io mi fossi rivelato un amante a dir poco fantastico, e di come loro fossero fortunate a potermi avere a disposizione tutti i giorni, mentre lei aveva dovuto concentrare tutto in poco più di quarantotto ore di sesso sfrenato con il sottoscritto.
Quelle parole, dette da una donna assolutamente affascinante, ebbero la piacevole conseguenza di assicurarmi un’intensa e gratificante vita sessuale: e, una volta terminata la scuola, anche all’università non ebbi di certo grandi problemi a fare sesso con le ragazze che più mi piacevano.
Tutto questo fino al giorno in cui, un paio di anni dopo quell’indimenticabile fine settimana con Laura, proprio all’inizio della primavera, mi vidi arrivare, per posta, una busta con un biglietto: riconobbi all’istante la calligrafia, ed avvertii un’improvvisa e forte emozione che mi fece tremare le gambe ed accelerare i battiti del cuore.
Non mi aspettavo più di ricevere notizie da quella fantastica donna che aveva sconvolto la mia vita di adolescente.
Il biglietto di Laura recitava così:
“Ciao tesoro mio,
ti ricordi ancora di me? Avrei piacere di farti conoscere una mia cara amica: è sulla quarantina, e ti posso garantire che non ti lascerà insoddisfatto. Se vuoi ci vediamo mercoledì a mezzogiorno, in aeroporto, di fronte all’entrata delle partenze internazionali.”
Può apparire incredibile, in effetti, ma Laura sembrava conoscere, e alla perfezione, gli esatti movimenti dei miei genitori: infatti, proprio quel mercoledì, i miei partirono per un weekend lungo a Parigi, lasciandomi libero da impegni familiari per il mio incontro con l’amica di Laura.
Non abitavo più con i miei, ma, di fatto, ero spessissimo da loro.
Fu così che accompagnai i miei genitori all’aeroporto, aspettai una buona oretta, e poi mi misi in attesa delle due donne.
Ormai mezzogiorno era passato da un pezzo, e iniziavo a temere che Laura e l’amica non si sarebbero presentate all’appuntamento, quando mi avvicinò una cortesissima hostess che, una volta accertato che io fossi la persona giusta, mi consegnò una busta.
L’aprii, decisamente sorpreso dagli sviluppi della situazione, e lessi le poche righe che erano state scritte sullo stretto biglietto: Laura mi diceva di raggiungerle al mare, presso un noto ristorante della zona che conoscevo da tempo.
Quando partii dall’aeroporto, con il cellulare feci una rapida ricerca del numero telefonico e chiamai il ristorante verso il quale ero diretto: mi confermarono subito che le due donne erano effettivamente da loro, e che in quel momento si trovavano al mare. Prima di chiudere la comunicazione chiesi di tenermi in fresco una bottiglia di vino bianco e una di champagne.
Le avrei portate io stesso sulla spiaggia.
L’immagine che mi si presentò quando arrivai sulla spiaggia, praticamente deserta vista la stagione ancora agli inizi, fu a dir poco sensazionale: due corpi slanciati ed elegantemente vestiti, seduti su un pedalò ancora in disarmo, strettamente abbracciati e che si scambiavano tenerezze, e forse anche qualcosa di più.
Quella che chiaramente era una donna, perché indossava una stretta gonna di pelle e una camicetta bianca, non appena mi vide, si alzò venendomi incontro correndo e mi baciò sulla bocca: era la mia Laura, ed il cazzo mi divenne subito duro nello stesso istante in cui la vidi e non appena le sue labbra si posarono sulle mie.
Poi, dopo i convenevoli di rito, insieme ci dirigemmo verso la sua amica.
Al contrario di Laura, la donna indossava dei pantaloni di pelle molto attillati (e quei pantaloni mi avevano fatto pensare, inizialmente, che si trattasse di un uomo), con degli stivaletti dal tacco di almeno una decina di centimetri; anche lei, come Laura, indossava una camicetta bianca che a stento tratteneva gli splendidi seni, mentre i capelli, di un magnifico biondo naturale, erano tagliati corti a coprirle il collo, e pettinati tutti all’indietro con abbondanza di gel.
La donna aveva gli occhi verdi, e le morbide labbra, impreziosite dal rossetto, erano di un voluttuoso color rosso acceso, come, del resto, anche le unghie delle mani.
Così mi apparve Olga per la prima volta.
Andando verso di lei, Laura mi aveva subito detto che Olga attraversava un difficile momento, ed era appena uscita da una relazione che sembrava aver compromesso il suo rapporto con gli uomini; anzi, Laura mi disse che la sua amica aveva cercato in lei l’affetto ed il sesso, coinvolgendola in un torrido rapporto saffico.
Laura era però convinta che Olga dovesse, e al più presto, recuperare il piacere di stare con un uomo, di concedersi a lui senza timori e di farci del sano e arrapatissimo sesso.
Ed io ero la persona prescelta per questo.
Appena arrivati accanto ad Olga, Laura mi presentò all’amica, descrivendole con dovizia di particolari le mie doti amatorie, e quindi le comunicò che la lasciava in mia compagnia, perchè se non si fosse affrettata avrebbe perso l’aereo, e che questo non sarebbe potuto assolutamente accadere per sconosciuti e misteriosi suoi motivi di lavoro.
Olga non sembrava per niente contenta della situazione venutasi a creare: mi guardava con aria interrogativa, e chiaramente avrebbe preferito continuare ad accarezzare Laura, evidentemente appagata da quell’interludio lesbico.
Ma Laura era di tutt’altra opinione.
Io, e solo io, mi sarei dovuto occupare di Olga.
Laura guardò un’ultima volta l’orologio, e poi ci disse che sarebbe partita alla volta di una non meglio identificata località d’Europa e che ci saremmo rivisti non prima di domenica sera.
Olga ed io, entrambi imbarazzati, la guardammo andar via.
Durante il pranzo, Olga cominciò a sentirsi più a suo agio e ad accettare la possibilità di stare da sola con me.
Finito di pranzare la portai di nuovo sulla spiaggia: sarà stata l’atmosfera, sarà stato la brezza carica di salsedine di quel pomeriggio, fatto sta che, per la prima volta, abbracciai Olga e percepii il suo fantastico profumo.
La sua pelle, così eroticamente abbronzata e pervasa di una fragranza che mi faceva girare la testa, rappresentava per me un’incredibile attrazione.
Tornati al ristorante, prendemmo la sua valigia, salimmo in macchina e ci dirigemmo verso casa mia; come vi dicevo non abitavo più fuori città con i miei, e la casa, sia pure più piccolina di quella dei miei genitori, era però soltanto mia.
Una volta entrati in casa, Olga non disse una parola per alcuni lunghi secondi: poi, all’improvviso, mi chiese dove si poteva fare una doccia per rinfrescarsi.
Io, già discretamente eccitato, le mostrai il bagno, le diedi un accappatoio e degli asciugamani, e feci per uscire e andare ad aspettarla nel piccolo salone.
Ma lei, tenendo i suoi occhi fissi nei miei, prese immediatamente a spogliarsi.
Fu così che vidi Olga nuda per la prima volta.
Il suo corpo era splendido, e tutto quello che avevo solamente intravisto attraverso i vestiti mi si confermava in pieno: i seni di quella fantastica donna erano grandi e sodi, e i capezzoli perfettamente proporzionati alla grandezza delle tette.
La fica era perfettamente depilata, e il culetto prometteva un intero mondo di lussuria e passione.
Una volta che si fu completamente svestita, Olga entrò sotto la doccia, e subito per tutta casa si avvertì un intenso profumo di muschio bianco che mi apparve subito erotico in maniera incredibile. Più sentivo quel profumo e più i miei sensi si andavano eccitando; resistetti per circa cinque minuti (e furono minuti dolorosamente lunghi), ma poi mi spogliai ed entrai nella doccia con lei.
Avevo il cazzo in piena erezione.
Olga non si scompose minimamente: anzi, potrei giurare che mi stesse aspettando.
Mi osservò per un istante e poi prese a strusciarsi addosso a me, con l’aria di chi aveva atteso quel momento anche troppo a lungo.
Prendemmo ad accarezzarci sempre con maggiore sensualità: le mie mani indugiavano sempre di più sui suoi capezzoli incredibilmente turgidi.
Con le mani mi dedicai a massaggiarle e ad accarezzarle sia le natiche che la fica, mentre per le tette ci sarebbero state le mie labbra e la mia lingua.
Olga non faceva altro che ansimare e mugolare con sempre maggiore intensità, divorata da un’eccitazione incontrollabile: fu allora che la donna s’inginocchiò e, senza dire una parola, mi prese il cazzo in bocca, cominciando un fantastico pompino.
Mi sembrava di morire: Olga era incredibilmente dolce, ma, allo stesso tempo, diabolicamente decisa ed esperta. Con consumata abilità lambiva con la lingua l’intera asta, scavando nel piacere e facendomi rabbrividire: poi, sempre con la bocca, mi scappellò con forza, leccando e succhiando con intensità crescente.
Non resistevo più a quella deliziosa tortura: le mormorai, sconvolto dal desiderio, che volevo entrare in lei.
Olga non mi fece attendere: mi lasciò il cazzo e, appoggiandosi alla parete della doccia, mi salì praticamente in braccio, facendosi penetrare a fondo nella fica.
Quando lei iniziò a muoversi su di me, sentii che l’orgasmo era prossimo, e la sua incredibile carica erotica mi stava facendo diventare letteralmente matto; venimmo quasi in contemporanea, e allora lei mi abbracciò ancora più stretto, e poi mi disse che aveva ancora voglia del mio cazzo.
Non ci asciugammo nemmeno.
Bagnati, andammo a sdraiarci sul letto, sicuri che ci saremmo ben presto asciugati col calore della passione dei nostri corpi frementi.
Olga mi chiese, anzi quasi mi supplicò, di baciarle il seno e di accarezzarla tutta.
E io obbedii subito a quell’erotico comando, e mi dedicai ai suoi seni, mentre con le mani le accarezzavo il ventre incredibilmente teso, e poi scendevo sul suo pube, sfiorandole appena la parte superiore di quell’eccitante parte del suo corpo.
Fu Olga a implorarmi di masturbarla: ormai aveva perso il controllo di se stessa.
Mi disse che la dovevo far urlare dal piacere e che voleva essere penetrata: la baciai sulle labbra e, malgrado volessi essere delicato, lo giuro, quando le mie labbra si posarono sulle sue e le nostre lingue s’intrecciarono in un lungo e appassionato bacio non riuscii più a controllarmi.
Il desiderio di possedere ancora quella fantastica donna ebbe la meglio sui miei buoni propositi: le allargai le cosce e senza alcuna esitazione la penetrai con un solo colpo.
Olga esplose in un urlo di piacere, ed io iniziai a scoparla con una frenesia fino ad allora sconosciuta.
Lei mi strinse tra le sue cosce e assecondò il mio ritmo, rabbrividendo e sussultando sotto le mie spinte.
Dopo qualche minuto di quella ginnastica uscii da lei e la feci voltare, mettendola a pecora: la volevo penetrare da dietro, prenderla in quel modo e godere della sua pelle e del suo corpo.
Fu fantastico quando il mio pene entrò in lei: Olga cominciò ad ansimare sempre con maggiore frequenza e proruppe in un primo orgasmo, al quale poi ne seguirono molti altri, fino a quando anche io venni gridando.
L’avevo avvertita che stavo per esplodere, ma lei non volle sentire ragioni: Olga desiderava sentire il mio sperma caldo dentro il suo corpo.
Placato quel primo momento di pazzia sessuale, ci sdraiammo uno di fianco all’altra, e cominciammo a baciarci teneramente.
Mi chiese scusa per l’inizio un pò imbarazzante del nostro rapporto, poche ore prima sulla spiaggia.
Ben presto, però, riprendemmo ad accarezzarci, ora senza più desiderio, ma solo con la dolcezza che segue la grande passione appena consumata.
La sera uscimmo, proprio per ricaricare le pile, ma almeno per me fu un lungo supplizio, Olga era vestita in maniera a dir poco sensuale: indossava una minigonna di pelle color prugna e sopra portava un piccolo corpetto di pelle nera. Data la stagione ormai primaverile, ai piedi calzava sandali con il tacco altissimo, alla schiava, e non aveva messo le mutandine.
Era un attentato per le mie coronarie, naturalmente, ma avevo ricevuto ordine di non toccarla fino al momento di tornare a casa ed io, ubbidiente, avevo eseguito gli ordini che la donna mi aveva dato.
Passammo tutta la sera a parlare del più e del meno, sempre senza fare alcun accenno alla nostra attrazione fisica.
Ad un certo momento Olga mi disse che aveva bisogno di sentire le mie mani sul suo corpo e visto che suonavano dei lenti, ed in quel locale si poteva ballare, andammo sulla pista da ballo.
La sua pelle.
Il ricordo più vivido che ho di Olga è la sua pelle, liscia e perfetta: quella sera profumava ancora di muschio bianco, e quando iniziammo a ballare mi persi in quel suo profumo, iniziando a baciarla delicatamente sul collo.
Dopo pochi minuti Olga mi disse che non resisteva più e che voleva essere posseduta da me, e che voleva che lo facessimo lì, in pubblico.
La sua idea mi stuzzicò moltissimo: cercammo un angolo del locale appartato, il più distante e buio, e la feci sedere su di me, tirando subito fuori il mio cazzo che era già in completa erezione.
Non appena il mio cazzo s’insinuò tra le morbide pareti della fica di Olga divenne come di marmo: la penetrai con desiderio crescente e negli occhi della donna vidi la felicità assoluta. Furono momenti indimenticabili con Olga che si muoveva su di me in modo ritmico e sinuoso: l’orgasmo arrivò prepotente e quasi liberatorio, ma ad Olga questo non poteva di certo bastare.
Lei voleva avere di più da me e quando tornammo a casa lo ottenne.
Ormai la mia storia d’amore con Olga stava per giungere alla fine: era il sabato pomeriggio e l’indomani avrei dovuto riaccompagnarla all’aeroporto dove avrei rivisto anche Laura.
Mentre stavo pensando a cosa poter fare per quel sabato sera sentii suonare alla porta e quando aprii c’era Laura con in dosso un trench e in mano champagne, caviale e ostriche: il sabato sera sarebbe stato perfetto.
Quando Olga vide la sua amica ebbe paura di dover andare via, ma Laura si tolse il trench e rimase in biancheria intima, come aveva fatto già due anni prima, e le sue prime attenzioni, invece di essere rivolte a me, furono tutte per Olga.
Le si avvicinò e, con sguardo dolce e sognante, le accarezzò una guancia e poi la baciò sulle labbra, dicendole che le era mancata molto in quei giorni; poi, vedendomi sempre più perplesso, mi abbracciò, mi prese una mano e se la portò su un seno, per poi baciarmi sulle labbra.
Olga allora si alzò in piedi e disse a Laura che io meritavo un trattamento migliore, essendomi io dedicato a darle il piacere più assoluto e totale.
Allora Laura, sorridendo, tirò fuori la lingua e l’ avvicinò alla mia: a quel punto anche Olga unì la sua lingua alle nostre, e da quel momento, fra noi, fu solo sesso, per la prima volta fu sesso a tre.
Mi sentivo come in paradiso:
Ci sedemmo sul divano e chiesi a Laura e Olga di baciarsi davanti a me.
Le loro lingue si muovevano e s’intrecciavano, ed io pensai che fosse lo spettacolo più erotico a cui avevo mai assistito in vita mia.
Laura vide la mia potente erezione e volle che Olga mi scopasse davanti a lei:
E così avvenne.
Quando Olga ebbe goduto, fra gemiti e sospiri, fu il momento di Laura di avvolgermi il cazzo con la sua fica bollente e grondante del più intenso piacere.
Verso mezzanotte Laura disse che voleva andare in centro in un locale dove ci saremmo potuti divertire, un locale dove saremmo stati liberi di continuare nei nostri giochi erotici.
Tornati a casa a notte fonda, Laura chiese ad Olga di lasciarci soli e si venne a sdraiare vicino a me e facemmo di nuovo l’amore.
Il giorno dopo le mie due amanti non c’erano più.
In bagno trovai le loro due mutandine e un foglio sul quale era scritto che era stato tutto magnifico, ma che non sarebbero mai più tornate da me.
Lessi che, dopo che io mi ero addormentato, le due donne avevano fatto sesso e che avevano definitivamente capito quale fosse il loro reale desiderio.
Olga e Laura.
Due splendide dee del sesso.
Forse lesbiche.
O forse no.
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– Alle, ma si può sapere che cos’hai oggi? – brontolò mia madre nel vedermi girare avanti e indietro per la casa ansiosamente, perché lei non sopportava di vedermi gironzolare il sabato pomeriggio quando sfaccendava – cosa che difficilmente io e mio padre contribuivamo a fare ;-P –, ma io avevo Luca d’aspettare. – Sto aspettando Luca… – risposi, affacciandomi alla finestra. – Luca…? – – Sì, per lavare Niki! – – Alle…, ma il gatto non è un giocattolo! – lamentò mia madre, ma in quel momento arrivò Luca in motorino. – Sì… sì… c’è Luca! – scappai letteralmente via. – Beh, io non pulisco, lo pulite poi voi il bagno! – decretò la mia punizione, mentre fuggivo; chissà come l’aveva presa questa mia fuga entusiasta per l’arrivo di Luca: manco fossi stata una ragazzina entusiasta per l’arrivo del fidanzatino…
Oggi, non so perché, ma mi sentivo un’agitazione incredibile in corpo: da quando l’avevo lasciato, nel suo abitacolo, avevo iniziato a maturare un’aspettativa tale, nella sua attesa, da non riuscirmi più a controllare, tanto che, appena parcheggiò, mi avvicinai a lui per toccarlo e scaricare così su di lui tutta la mia tensione:– Ciao… – dissi. – Ciao – mi salutò sospettoso, guardando con diffidenza a questo mio caloroso saluto, quasi temesse, dietro, una vendetta per ieri, ma io l’avevo già del tutto perdonato, e come si faceva a non perdonare un faccino così! – Dai, che andiamo… – incalzati, e salimmo le scale. – Ma Niki dov’è? – domandò appena entrato in cucina. – È in bagno! L’ho chiuso in bagno! – sennò col cacchio che lo beccavi, poi! Stranamente mia madre non era in cucina…, forse si era allontanata apposta per non doverci riprendere e farci quella sua solita faccia da biasmo, che poi io le avrei rinfacciato. Luca si liberò del giubbotto e poi entrammo in bagno; Niki quando ci vide fece subito due occhi sgranati da civetta, anticipando già da lì a poco quello che gli sarebbe capitato. Mmm…, due maschi chiusi dentro il mio bagno…, se non ci fosse stato anche il gatto, dopo avrei avuto qualcosa di cui giustificarmi; intanto Luca si guardava intorno incerto: – Allora…, cosa facciamo? –. – Niente! ci mettiamo qui, in ginocchio… – e m’inginocchiai davanti alla vasca per mostrargli, ma quando Luca tentò, si fermò a mezz’aria rendendosi conto di avere indosso i pantaloni buoni, e balbettò:– Eehh… –. – Già…, vero! – serviva qualcosa da mettergli addosso: – Vieni! –. Uscimmo dal bagno e incontrammo mia madre che aveva ripreso dominio in cucina: – Ciao Luca… – disse. – Mamma, hai qualcosa da fargli mettere ché sennò si sporca! – – Sì, c’è una vecchia tuta tua in camera tua: nel secondo cassetto a destra… gli starà un pochino larga… – spiegò, ma anche questa volta scappai via prima che finisse, trascinandomi Luca.
– Toh, prendi! – buttai la mia vecchia tuta grigia sul letto, riconoscendo in quella non certamente quella che indossavo quando avevo quattordic’anni, quindi gli sarebbe stata di sicuro larga. Aspettai che si cambiasse con intento assolutamente non erotico, ma mi godetti ugualmente la vista del suo fisichino asciutto in canottiera e quelle mutandine pingui, che scomparivano dentro il tessuto morbido della mia tuta; poi scendemmo. Mia madre ci guardò come se avesse appena scorto una tribù d’indiani in assetto di guerra in salotto, poi guardò lui, gli sorrise, e ci fece una faccia accondiscendente, come se avesse appena approvato quello che stavamo andando a fare: che rabbia quando esercitava il suo ascendente magnetico su mia madre! Finalmente ci trovammo tête-à-tête col gatto, che indietreggiava sulla difensiva:– Che dobbiamo fare, allora? –. – Niente…, tu ti metti lì, che io lo prendo! – Luca s’inginocchiò, quasi fiero finalmente di poterlo fare, e io presi il gatto per riporlo, rigido come un mattone, dentro la vasca miagolante:– Mau… mau-mau-mauu! – lo presi in giro. – Adesso… – – Adesso passami la cornetta… – davanti a Niki mescetti l’acqua fredda con la calda, mentre Luca già se la rideva; poi, pronto, m’incantai a guardarlo. – Beh, che c’è? – – Niente… – mi ero incantato per la sua bellezza: – Ehm…, – mi cadde l’occhio sul suo pube:– Gianluca come sta? – chiesi per rompere l’imbarazzo. – Adesso va meglio, però non sento ancora niente… – lo sfilò fuori puntandomelo contro per mostrandomi il rossore sul suo glande scappellato. Io avevo una paura matta ch’entrasse mia madre, e lui invece se ne stava lì tranquillamente con estrema naturalità; quasi automaticamente mi chinai verso quella cappella, che attirò le mie labbra, poi lecchicchiai. Per una decina di secondi mi sentii in paradiso, poi per paura di mia madre mi staccai:– Eh, già…! – dissi salendo, mentre Luca mi guardava come un bambino a cui avevo appena dato un bacino sulla bua. Incominciammo a lavare Niki e tra schizzi e schiamazzi il buonumore tornò per la stanza, scacciando via quella cappa turbida che prima vi aleggiava: bastava il miagolio d’un micio bagnato per farlo sorridere. Finito il risciacquo, il volume di Niki era la metà di quello fiero che di solito gli donava un aspetto altezzoso: – Sì, mauuuu… – lo ripresi in giro: – Dai, Luca, stendi l’asciugamano! –. – Perché? – – Perché adesso l’asciughiamo! – – Pronto! – disse tutto orgoglioso del suo operato. – Bene! allora…. ecco che arriva il micio volante! – e con un movimento roteante lo portai sull’asciugamano, pronto per essere avvolto tra sette panni di carezze:– Tu asciugalo, che io intanto pulisco! – o mia madre dopo mi avrebbe fatto il mazzo. – Dai… Niki sta’ fermo! – lo sentii tribolare col gatto. – Ora arrivo… – ma appena mi voltai, mi prese come un moto di tenerezza nel vederlo così goffamente trattare con quel fagotto ribelle e, invece d’aiutarlo, lo brancai. – Dai…! – mi sgridò, perché l’avevo sbilanciato nel mio avvinghio, rendendolo ancora più ingoffito, ma cosa ci potevo fare se sentivo il bisogno d’abbracciarlo! Invece di coadiuvarlo, affettuosamente mi strusciavo – e chissene… s’entrava mia madre! – grato per essere venuto anche oggi nonostante l’accaduto di ieri, ma Luca mi disse: – Ora che si fa? – per dissuadermi dal mio abbraccio. – Ora lo foniamo! – e Luca si sedette sul bordo vasca col gatto in braccio, infagottato come un bambino, anche se Niki sembrava di più un re col fon in faccia che gli soffiava il vento caldo e Luca che l’accarezzava.
– Finito! Dai, mollalo! – e subito il gatto andò a grattare la porta per voler uscire, e mentre noi ridevamo, mi resi conto che Luca si era completamente bagnato dalla felpa in giù, infatti mia madre ci rimproverò appena usciti, mandandoci subito a cambiare. Per la seconda volta noi due chiusi dentro la stessa stanza con lui che si cambiava…, mi sentivo un tantino agitato, però, con mia madre in casa, anche se in fondo era stata lei a dirci di andarci a cambiare e anche se quella volta era stata lei a spingermi a cambiarmi con Luca dentro lo stesso spogliatoio: quindi, in teoria, lei non doveva avere nulla in contrario al fatto che due maschi si cambiassero dentro la stessa stanza e a vista, ma chissà perché avevo l’impressione che non l’avrebbe presa così bene se ci avesse beccati col suo pene dentro la mia bocca: ma allora perché due maschi potevano cambiarsi insieme e fare sesso no? Mah…, le madri…! – Che facciamo? – mi chiese visto che avevamo ancora gran parte del pomeriggio davanti. – Boh, non so… chiudi la porta… – ci tentai, e Luca colse subito l’invio, mentre io mi distendevo sul letto e lui corse poi tra le mie braccia. Su mio invito si adagiò con la guancia sul mio letto, e poi si fece ancora più stretto, cosicché io potessi stringerlo, ma questa volta c’era qualcosa di differente dalle altre volte e non solo perché il suo pene era tecnicamente fuori uso, ma anche perché nell’aria c’era proprio una voglia di tenerezze da parte di entrambi. Passammo parecchi minuti sonnecchiando, mentre io mi divertivo a carezzargli la capigliatura, che scorgevo come un’indistinta massa bionda; però ora mi sentivo anche un sottofondo di senso di colpa, che mi avrebbe spinto a baciarlo sulla nuca, ma potendo scomodarlo, lo strinsi più forte. A un certo punto mi sentii una mano scorrermi lungo la vita e poi infilarsi sotto: Luca mi stava palpeggiando il pacco, e poi il suo palpeggio si fece una sega vera e propria, man mano che il mio soldatino prendeva vita, anche se avevo il giogo delle mutande. – Aspetta, che mi libero! – mi calai i pantaloni, così che fosse bello libero di masturbarmi: non capitava molto spesso che fosse Luca a volermi segare, solitamente ero io, com’era anche giusto che fosse, essendo io quello più grande e anche quello più predisposto a dare e lui a ricevere piacere, eppoi lui il mio primino! Sfortunatamente usava la mancina, però, forse non voleva solo segarmi, perché di tanto in tanto lo stringeva: lo teneva e rimirava, tirandolo verso l’alto, come io facevo quando guardavo il suo lungo; oppure lo prendeva alla radice e stringeva, come se volesse provare piacere di sentire la resistenza del pene allo stringimento: si vede che gli piaceva! poi riprese a segarmi, ma dopo tutto quello stringere, mi era venuta anche voglia di sentirmelo scappellare. – Scappellamelo…– gli dissi: – se vuoi… – ma Luca mi guardò subito strano: si vede che a lui non tornava la mia richiesta di sentirmi la cappella snudata, visto che a lui dava fastidio, ma a me piaceva sentirmi la pellicina scorrermi lungo il glande, sentirmelo aprire – mi dava l’idea che il pene s’ossigenasse – , ma lo scoprì ugualmente, soffermandosi a guardalo, poi capì per farmi sentire qualcosa doveva anche toccarmelo, e allora iniziò a stuzzicarmelo. A un certo punto ricevetti un messaggio: «Stas da me alle 9». – I tuoi amici? – chiese. – Mh! Per l’appuntamento di stasera… – ma Luca s’intristì come se non facesse parte pienamente della mia vita: – Dai, una volta vedrò d’organizzare qualcosa… – recuperai, solo che io avevo delle serie remore a presentarlo ai miei amici del sabato sera, non mi sembravano adatti per lui: lui era abituato ai miei compagni di scuola, ma quelli erano quelli del paese, quelli delle medie, con cui uscivo la sera, e ultimamente mi sembra di non riconoscerli più neanche a me. Luca si alzò allora gattoni e scese portandosi sulla verticale del mio pene con l’evidente intenzione di succhiarlo: – Non ce ne bisogno… – tentai di fermarlo. – Lo faccio lo stesso! – disse quasi con indifferenza alzando le spallucce, e iniziò. non capivo bene perché lo faceva, c’era qualcosa di diverso però: non era alimentato dalla sacra passione come al suo solito, aveva quasi un che di redentorio; subito pensai che lo facesse per attestarsi ai miei occhi come di un amico di cui non potevo fare a meno, per convincermi a farlo uscire con noi il sabato sera, un incentivo insomma, ma poi mi resi contro che c’era un qualcosa di più consolatorio, quasi volesse definitivamente farsi perdonare per l’altro giorno. Mi sentivo strano però: non era pompino gioioso come al solito e mi veniva difficile venire, anche se per accontentare il mio amico dovevo farlo, visto che serviva per renderlo conscio de mio perdono; allora mi misi con le mani sopra la sua dolce testolina e iniziai a pensate a tutti i bei momenti erotici ch’avevamo passato insieme, e tutte quelle eiaculate che lui aveva fatto dentro la mia bocca e da lì a poco venni, mentre lui lungamente mi continuava a succhiare quasi non fosse ancora sazio, né pago del mio perdono.
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Zora la vampira originariamente era la protagonista di una serie di fumetti degli anni settanta, edita da Renzo Barbieri…. fumetti erotici ovviamente, altrimenti non sarei qui a parlarvene.
Zora mi è piaciuta sin da subito, con i suoi glutei, le sue forme, le sue labbra che invitano al bacio, un bacio pericoloso, estremamente pericoloso. Le sue labbra sono erotismo e morte insieme perché si sa eros e thanatos sono amiche per la pelle.
Un contributo a Zora in questo sabato sera stranamente caldo…
A Luca squillò lungamente il telefonino: era sua madre per il report della giornata; e pensare che io ai miei avevo detto di non telefonare nemmeno o me ne sarai andato di casa, se non si fidavano di me per un week-end almeno… lui invece non ne sembrava minimamente infastidito, neanche mentre gli toccavo il pacco durante la telefonata: segno evidente del suo essere cinno perverso. – Tieni! – mi disse. – Perché? – – Ti vuole parlare prima di metter giù… – – Pronto… – che strano dover rassicurare sua madre che tutto andava bene: mi sembrava di essere investito di un incarico più grande della mia età; poi finimmo la conversazione con una gran risata, che a Luca non andò giù! – Che ha detto? – disse infastidito. – Niente… mi ha detto di non viziarti! – poi gli diedi una scapigliatura alla sua capa e mi voltai; ma mi sentii trattenere alla spalla e un tinnio da dietro. – Adesso ti metto questo! – mi disse mostrandomi il collarino di Niki lasciato ieri sul tavolo: – …così non mi fai più gli scherzi come ieri sera! – dichiarò. – E dove me lo vuoi mettere? – chiesi provocatoriamente. – Te lo voglio mettere qui! – mi afferrò improvvisamente il pacco. – Sì… e io, secondo te, sto tutto il giorno con l’uccello di fuori per farmi sentire da te! Da’ qua! –presi il collarino e me lo legai al polso: – Toh… va bene così? –. – Mm! – assentì soddisfatto, ma che primino impertinente che era oggi!
***
Prima di pranzare decidemmo di farci il bagno: – Giù o su? – chiese. – Su… su… qui abbiamo soltanto la vasca! – – Idro…? – – E tsé… secondo te ci abbiamo l’idromassaggio! – non avevamo mica tutti quei soldi! – Io ce l’ho… – disse altero. – …e com’è? – – Bellissimo, è rilassantissimo… ti rilassa un casino! – – E quante volte lo fai? – visto che sembrava un habitué! – L’ho fatto due volte:… – (-_-’) – …una quando abbiamo messo su la vasca… l’altra quando sono andato all’Aquafan; sai dopo mia mamma a casa vuole che pulisca la vasca… –. – All’Aquafan…! – – Sì… c’hanno dei getti potentissimi! ci sono andato con dei miei amici l’anno scorso … – mmm… come l’odiavo quando faceva il primino di mondo e raccontava fatti in cui non c’ero: se solo fossi tornato indietro, avrei passato con lui tutta la mia vita! – …a loro gli si gonfiava tutto il costume… – evidentemente avevano il boxer… – …e a me a momenti me lo strappava! –. – Eeeh… – – Giuro, una ragazza quasi me lo vedeva! – se continuava così… finiva che lo picchiavo: già mi dava fastidio che parlasse di “altri” – che non ero io – in termini di amici, se poi pensavo a quella…! – Dai che andiamo! – Luca portò in bagno il suo cambio, poi chiese a me di portargli le mutande, che lui stranamente si era dimenticato…; così frugai tra la sua roba: non appena le vidi, m’immaginai in quella conchiglia peniena il suo malloppo genitale e iniziai a masturbarmi, anche a costo di parirgli un maniaco con quelle mutande in mano qualora fosse entrato beccandomi sul fatto.
Sistemato il box, mi ritrovai quel primino titubante alle spalle: – Ehm… – esitò: – lo facciamo insieme? – mi chiese; ma che domande… – Certo! – secondo lui mi facevo scappare l’occasione di un bel primino sotto la doccia, come lui: – Dai spogliati! –. – Aspetta! – mi disse con lo sguardo da proposta indecente: – assieme… – voleva che ci spogliassimo reciprocamente. – Ma va’, dai… – mi sembrava troppo persino per lui, e mi levai le mutande davanti a lui mostrandogli il mio pene che lo puntava come una bacchetta da rabdomante.
Finalmente nudi, un’altra volta l’un davanti all’altro come le nostre genitrici ci avevano fatto: quel primino stava lì, con la sua ventina diritta e le braccia conserte per darsi calore; intenerito da quella scena, lo abbracciai sentendo tutta la sua minuta fisicità e quella massa dura premermi contro il bacino: gli massaggiai la cappella, poi lo portai dentro la doccia menandolo per l’uccello. Mi girai per regolare il flusso e quel primino intirizzito mi si strinse contro, in cerca del mio calore, facendomi sentire anche la sua verga robusta come una striscia bollente tra le natiche: fu una sensazione imbarazzante, ma scommetto non voluta; finché fu l’acqua a riscaldarci. Riabbracciai Luca così da insaponargli la schiena: era così bello stringerlo nudo e poterlo accarezzare…, poi fu lui a insaponarmi mentre i nostri peni si cozzavano; per tutto il tempo nessuno dei due era sceso sotto la linea ideale della cinta, quasi per non risvegliare i nostri istinti ma ora era giungo il momento di scatenarli, visto che avevo la sua verga in mano. Lo accarezzai lungo quella colonna di carne che stava sotto l’ombelico, poi discesi e dissi: – Ora, però, ci occupiamo del grillo! – allungandogli lo shampoo; intanto che lui si occupava della sua nuca, io mi sarei occupato di Gianluca, ma preferì la mia. Mentre contemplavo, dal basso, quella maestà pubica, Luca mi frizionava i capelli, facendomi venire in mente quelle immagini di lui all’Aquafan, e subito mi buttai con la faccia contro quella verga, figurandomi d’essere, ad una ad una, tutte quelle mille bollicine kamikaze, che gli si scagliavano contro modellandone sul costume la sagoma del pene. Che rabbia! e che voglia di farlo venire, per via di quei racconti; non appena il balsamo schiumò, glielo scappellai con forza infilandolo in bocca per punirlo di quella ragazza che «quasi [glie]lo vedeva»! Luca non doveva raccontarmi certe cose, specie se i soggetti erano femmine; perché lui era mio! …mio! …e soltanto mio! e quel pene, che ormai era perfettamente pulito, non poteva essere d’altri, se non soltanto mio. Tornai da lui tirandogli qualche ultimo colpo di sega, mentre con la faccia mi guardava grato; poi Luca s’accovacciò guardandomi con un ghigno vago e approssimandosi ai miei maroni: avevo capito… non potevo sottrarmi, perché lui era il mio principe, primino e padrone, e, se voleva, io dovevo starci! Chiusi gli occhi e, implorando al cielo, mi prepara a quel supplizio del marone con cui lui si sarebbe dilettato, ma mi sentii leccare lo scroto: la sua lingua mi salì tutta la verga. – Credevi… eh? – mi disse e poi mi masturbò; quel magnifico primino che scherzi mi faceva… poi presi una manciata di shampoo e gli insaponai la testa; lo accarezzavo, lo coccolavo e intanto lui mi ciucciava la bega: – Luca, dai… – gli dissi: – continuiamo stasera… – e riaccompagnai su per lavargli il capo. Incorniciai quella faccia d’aureola tra i miei avambracci; poi l’afferrai tra le mani e m’avvicinai a lui con lo sguardo ringhioso: Luca non poteva neanche immaginare, certe volte, la violenza delle emozioni che mi produceva! e non avrebbe mai potuto…
– Dai, Luca, scrollati l’acqua di dosso! – gli dissi chiudendo il rubinetto: di acqua ne avevamo sprecata già troppa! – Perché? – – Perché ci dobbiamo asciugare! – – Appunto… – mi disse, come per dire «che lo facciamo a fare…». – Sì, ma dopo m’inzuppi l’asciugamano! Su… – e mi scrollai l’acqua di dosso per dargli l’esempio, ma lui stava fermo, così feci io anche su di lui. Che bello passargli la mano su quel petto minuto, mentre il palpo ben aderente gli scivolava sulla pelle bagnata levandogli quelle goccioline che per una sorta d’affetto non gli si volevano levare di dosso; ma non potevo passare così troppo tempo lontano da quella turgida tentazione, che ogni passata del suo corpo tornito mi ricordava al tatto e alla vista: – Tu aspetta qui! – gli dissi, uscendo dalla doccia. – Brrrrrr… sbrigati! – e quando tornai con l’accappatoio indosso: – …e l’asciugamano? –. – Ma che asciugamano! tu vieni qua! – gli aprii l’accappatoio davanti e lo accolsi con un abbraccio nel mio manto azzurro: lo tamponai per bene e lo strinsi contro il mio corpo; volevo sentirmelo tutto il suo coso e lui abbracciato a me. – Tutto bene? – gli chiesi e un «sì» uscì dal mio petto, che per me era quasi fare l’amore con lui; – Allora seguirmi! – e a passetti brevi ci dirigemmo alla specchiera: lui era il mio piccolo scaldotto personale, e io il suo. – Va ancora bene? – gli liberai finalmente la sua faccetta felice, che mi guardava vicina al mio petto. – Sì! – – Allora ti asciugo, voltati! e tieni ben chiuso! – – Va bene… – ma com’era mansueto adesso, era come asciugare un biondo pulcino bagnato. Presi l’asciugamano e inizia a scompigliargli i capelli: mi piaceva troppo tenergli la testa tra le mani; mi dava la quasi sensazione di possederlo… – Cos’è? – chiese, indicando un insolito oggetto sull’armadietto accanto. – É un coso per massaggiare la testa! – e finito d’asciugarlo glielo passai come prova, mentre si scioglieva in un brodo di giuggiole; ma io avrei voluto fargli ben altro: massaggiarlo total – body col solo ausilio del mio pene turgido e dappertutto con quella mia appendice intima. – Mmm… – lo abbracciai per placare la mia scarica d’adrenalina che m’aveva appena istillato in corpo: – …adesso ti fono! –. – E tu non t’asciughi? – – No, io faccio così… – al naturale…, io i capelli non me li asciugavo mai; poi iniziai a pettinare suoi e a fonarglieli; per lui pure chauffeur ero… e sua madre che mi aveva detto di non viziarlo…: – Eh… aula! Finito! –. – E Gianluca? – chiese. – Ah, già vero… apri! – gli dissi riaccendendo il fon e finalmente anche il terzo inquilino rivide la luce. Luca abbassò il suo pene, così che incominciai a pettinargli anche la sua crespa capigliatura e a massaggiarlo con la punta della spazzola; era la prima volta che lo vedevo esattamente dalla sua stessa prospettiva: ma come faceva a sembrargli piccolo? visto che pure ora se lo confrontava nascostamente con la dimensione della spazzola… che testa di primino!
Mentre ci rivestivamo, Luca mi chiese di infilargli le mutande: – Ma va’ là, dai… – gli dissi: sia infilargliele che sfilargliele, mi sembrava ridicolo; poi scappai in cucina a porzionare le lasagne da mettere nel microonde. Lasciai a Luca l’onere di risistemare il bagno e quando ebbe finito mi raggiunse, ma lo trovai inspiegabilmente soddisfatto. – Ma che hai? – gli chiesi mentre fischiettava ponendo i piatti in tavola. – Le mutande… – – Eh! cosa… – – e… non ce le ho! – – Come non le hai! – – Senti…! – mi buttò in avanti il suo bacino; afferrai un’incredibile massa pastosa nelle sue braghe. – Naaaaaa…– non riuscivo a smettere di tastarlo: – Ma dove le hai? –. – In camera! – affermò come un Pierino fiero della sua bravata. – Dai, vattele a mettere! – io però non mollavo – No, vieni anche tu! – mi disse, così dovetti salire per controllare che se le mettesse; non appena le prese fuori dal mucchio dei pigiami disse: – Mettimele! – e me le tirò. – Dai infilatele! – – No, mettimele tu! – e si abbassò i pantaloni sedendosi a culo nudo sul mio letto; certo che Luca quando voleva qualcosa, sapeva sempre come ottenerla: in questo caso il farsi infilare le mutande da me! Mi accovacciai tra le gambe trovandomi il suo pene davanti; gli infilai il primo occhiello, poi il secondo, ma quando giunsi in prossimità delle cosce, non ce la feci più: presi quel coso ritto che mi sventolava davanti, e lo smanettai con veemenza. Luca godeva come un matto: quel primino sembrava fatto apposta per godere alle mie seghe; ma le lasagne ci attendevano nel forno: – Certo che a te ti basta mai…– gli dissi, poi lo scappellai e m’infilai in bocca il suo pene per dargli una rapita ripulita dai suoi fluidi corporali, di cui già sentivo l’aroma, e quindi scappai in cucina, lasciandogli le mutande a mezza coscia da tirarsi su da solo.
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– Caffè? – gli dissi prima di chiudere il pranzo lanciandogli una provocazione. – Caffè… – ripeté esitante. – Sì, caffè: liquido caldo, nero; intendi… Io lo prendendo, tu? – – Va be’! – disse accompagnando con un cenno del capo, come se lo aiutasse a convincersi; gli portai la tazzina fumante che iniziò guardarci dentro, nel suo fondo nero; probabilmente si stava guardando, mentre bevevo, in quel riflesso negro che rivelava la sua metà oscura, cagione ora dell’azione che gli stava facendo in contravvenzione del divieto materno. – Dai… – l’esorta e Luca si bagnò le labbra facendo poi una ghigna schifata. – Bleh! Ma come fai…?– – Cosa? – – A berlo, è amarissimo! – – E mettici dello zucchero, no… furbo! – Luca vi versò dentro una palata di zucchero: – Veh, che è caffè con zucchero, non zucchero con caffè… –. – Uffa… eh! – mi rimbrottò… – Su… dammi una mano a sparecchiare! – in due avremmo fatto prima e poi, se non mi sbagliavo, era il secondo pasto che si faceva a sbafo. Tutto andò liscio fino al primo piatto: lui passava e io lavavo, ma quanto tocco al secondo, sentii un tonfo tremendo di ceramica contro il pavimento; mi voltai e vidi un primino mesto dalla faccia colpevole e dei frantumi ai piedi. Lo guardai con condiscendenza: – Lascia stare, vah… – si stava abbassando per prendere i cocci. – Ma… – – Tu siediti, che per oggi hai già fatti fin troppi danni! – avevo pure una paura matta che raccogliendoli si fosse tagliato, rovinandomi ulteriormente la giornata. – Dai, te lo ripago… – mi disse conciliando. – Ma va’…! – non perché mi sentivo quasi offeso dalla sua, seppur, generosa proposta… – Ma i tuoi poi … – – I miei cosa…? – l’incalzai. – …dopo daranno la colpa a te! – …lo disse come se un piatto rotto fosse chissà quel gran danno. – e allora… che c’è? una volta mi avrebbero cinghiato, ma ora… – feci spallucce; volevo sconvolgerlo, prenderlo in giro per la sua tragicomica espressione, ma Luca mi prese in parola, quando mi alza lo vidi con la faccia turbata. – Ma… i tuoi ti picchiavano? – mi disse con la voce preoccupata e un tono di terrore. – Ma secondo te… – buttai vai i cocci: – Oh rinvieni… – mi guardava ancora con la faccia angosciata: – ma ci credi veramente? – che primino! gli avrei voluto dare un lungo abbraccio, talmente era tenero; ma mi sentivo troppo sdolcinato e corressi tutto con un bel fiammifero sulla sua testa a nocche nude. Portai il mio primino turbato in salotto e mi accostai palpandolo nella “mia” sua zona anatomica preferita; mi venne in mente quella sensazione di prima: di quando lo palpeggiai senza altro sotto: – Luca… – gli dissi. – Mm… – – Mi faresti vedere mentre ti diventa duro? – era una fantasia che covavo da tempo. – Sì… – mi disse senza obiettare: – … però siediti! – e mi spiegò che per farlo si doveva concentrare (?). Mi sedetti, e Luca mi si pose davanti, a gambe aperte e con le braghe abbassate ma con la maglietta che ancora copriva bene il suo genitale, e mi spiegò che per farlo abbassare si doveva concentrare, quindi avrei dovuto alzarla soltanto quando lui mi avesse dato il segnale; s’immobilizzò a occhi chiusi, come in una sorta di training autogeno, a respirare: segno di quant’era dura, anche per lui, dominare la belva, poi mi fece il segno. Alzai la felpa, e così vidi finalmente il suo membro grazioso, che volendo stava all’intero della conca della mia mano, con quell’aspetto così impeccabile anche da mollo, con quel prepuzio che ricopriva perfettamente il glande e continuava anche dopo, abbondantemente oltre la linea dei maroni; lo toccai e subito s’allungò. In pochi secondi, vidi il suo pene completamente erigersi e, volendo, stare su anche perfettamente da solo, se solo non l’avessi masturbato; così mi alzai, e lo presi tra medio e indice e feci segno: – Taglia… taglia… taglia… tagliamo? – gli dissi. – Ma perché me lo vuoi sempre tagliare? – – Perché tanto non lo usi! – – Ma lo usi tu! – touché… e senza neanche toccarmi; infastidito dalla sua arguzia, gli dissi di metterlo pur via, ma quando si voltò, eccitato da quella situazione, lo presi alle spalle e gli battei una goliardica pacca sulle palle: – Ma che bel pisellone! – gli dissi strizzando, e Luca gridò: – Ahia! – scappando dalla mia morsa: – C’ho le palle qui, io! – riprese incazzato e dolorante. – Anch’io… – mica c’aveva il monopolio! – Ma tu c’hai il cazzo davanti! – e mi tirò per ripicca un colpo verso il pube che per fortuna schivai; però… in effetti, l’impatto del colpo mi risultava piuttosto attutito, rispetto a quanto mi sarei aspettato senza “il cazzo davanti”… – Oh, Luca scusa… scusa… – lo riabbracciai rammaricato da quella nuova consapevolezza in cuore, ma Luca ora se ne stava davvero approfittando; lo feci distendere sul divano per farmi perdonare, e accarezzandolo, laddove gli faceva male, gli dissi: – Ti fa male qui? – e lui «scì!» pronunciò con la voce di un bambino… boia d’un primino! – Oh, povero…! – mi prostrai a baciargli le sue sferoncine doloranti, poi lo masturbai lungo quella prolunga di carne già dura come il cemento; ora mi chiedo: ma se lui se lo teneva verso il basso, quel coso, ben ripiegato sul davanti, tutto quel bendiddio, non si sarebbe forse evitato quel “trauma”? – Luca… –gli chiesi, dopo un buon quarto d’ora di segheggiamento: – ma perché non te lo tieni sul davanti? –. – Cioè? – – Come faccio io! – – E… ma non ci sta! – mi disse in fretta; ma quello lo vedevo già da me: dallo sforzo che facevo per tenerlo verso l’alto mentre lo masturbavo… – Ma da molleintendo… – – Sì, ma non ci sta comunque, torna su da solo… – da solo…! – Strano…! – – Sì! e poi non voglio che mi vada verso il basso… – e fece un accenno al mio. – Perché? – – Perché poi mi diventa come il tuo… – – …e allora! – il suo tono mi stava infastidendo! – Beh… in su è meglio! – e quando mai lui non era nel meglio? – Gianluca è felice! – il che faceva del mio, per contrasto, un cazzo ontologicamente “triste”; ma perché continuavo a menarglielo? perché stavo lì a masturbarlo e per giunta con un senso di colpa per una cosa che, in fondo, non gli avevo fatto! Lasciai quel pene cadere sulla pancia, e subito sentii il suo paf all’impatto con l’addome: o che bel suono di carne contro carne…; lo ricaricai e rilasciai subito andare, per poi rifarlo di nuovo: mi stavo divertendo con la sua catapulta personale, finché Luca mi disse: – Ma ti diverti!? –. Mi sentivo come con mio padre quando mi beccava intento a divertirmi con gioco cretino: ero frustato perché ripreso da un primino… – Guardiamo un po’ di tivù? –. – Sì… – – Allora mi stendo dietro di te! – ricomposi i suoi pantaloni per ritrovare un po’ della mia dignità, perduta tra le sue pudenda, e mi distesi dietro lui, che subito presi a coccolare. Stavo coccolando quel quattordicenne snello, quando con una carezza troppo maldestra scoprii il suo fianco, proprio dov’era l’infossamento della vita, e lì incominciai a carezzarlo; che bello digitarlo su quel tratto di carne nuda, che sotto percepivi in tutta la sua sostanziosa carnosità, quasi tosta direi, poi Luca prese la mia mano e se la portò sul capo. Lo accarezzai un poco intorno all’orecchio, tra quei fili sottili, poi scivolai sulla spalla, sul braccio, e in fine di nuovo sul suo fianco, a coccolarlo; ma Luca mi riprese la mano e se la ripose sulla testa: – Mm! – ribadì con fermezza, che poi voleva dire «qui!». – Beh…, non ho capito!? – – Accarezzami qui! – ordinò. – Ma io voglio coccolarti qui! – riportai la mano sul suo fianco. – e io voglio qui! – – Ma io no… – – Affari tuoi! mia mamma ti ha detto di non viziarmi! – e mi riportò la mano sul capo. – No! Coccole! –rifiutati. – Carezze! – – Coccole! – – Carezze! – si stava persino alzando per il nostro battibecco. – A sì… – me lo caricai di peso sul mio corpo e sistemai sul petto, ribadendo: – coccole! – e adesso volevo vedere come faceva ad avanzare le sue pretese! ma Luca si adagiò buono con la testa sul mio petto a riposare. Mammamia quant’era bello: lo accarezza completamente sulla schiena con entrambe le mani; Luca era per me tutte e sette le meraviglie del mondo rinchiuse in una, più un’ottava indefinibile e incredibile, da cui prendeva spunto la sua magnifica personalità; sarei stato per ore immobile a coccolarlo, ma Luca mi chiese con tono gentile: – Alle… –. – Sì… – – Mi accarezzi per piacere sulla testa? – – Ma certo! – come potevo dir di no se me lo chiedeva così…: delle volte mi veniva quasi da piangere a pensare che, per una diversa serie di coincidenze, avrei potuto mai incontrarlo in tutta la mia vita, e allora un gran magone mi prendeva, che solo un suo abbraccio mi poteva placare…
***
Drinnn…! drinnn…! ma chi è? Oddio… mia zia! – Luca, presto, svegliati! – lo scossi dal petto. – Ma che c’è? – disse disorientato. – Mia zia! – – Tua zia… – – Sì, beh… non proprio, te lo spiego. Su, alzati! – lo mandai in camera mia con l’ordine di non scendere giù, finché non fosse andata via; i miei non dovevano assolutissimamente sapere che lui era venuto da me! Sì, mi avevano detto di poter ospitare qualcuno a dormire, anzi era proprio stata la scusa per rimanere a casa da solo, ma tra le clausole non scritte c’era implicito che chiunque si fosse fermato a dormire, avrebbe dovuto avere almeno sedic’anni; e poi non mi andava di far sapere a loro, che proprio lui si era fermato… Aprii a zia Cristina… che a dire il vero non era proprio una “zia”, anzi non c’era nemmeno parentela tra di noi, ma era comunque diventata la Zia per la sua costanza durante la mia infanzia, oltre che per essere la mia madrina, nonché migliore amica di mia madre… forse tutto questo per la sua impossibilità di avere una maternità tutta sua; ma in quel momento la cara zia, era soltanto un’emissaria dei miei, una spia al soldo del controllo genitoriale, l’unico modo per essere esentato dal ricevere loro telefonate.
Terminata la visita, feci ridiscendere il mio piccolo esule dal suo breve esilio che subito mi costò il suo rimbrotto; Luca non poteva assolutamente accettare di essere censurato nella mia vita pubblica: dopotutto come poteva una piccola stella come lui accettare di essere eclissato? Ma per fortuna ci pensò l’intervento di gatto matto a salvarmi dalla sua querimonia; Niki entrò dalla porta con passo felpato e corse in contro, andando poi a intanarsi dietro il divano: – Ma che ha? – mi chiese. – Che ha…, vuole giocare! – – Davvero! – gli s’illuminarono gli occhi: – Pch…pch… Niki… – incominciò a chiamarlo. – Devi prendere qualcosa per farlo giocare… Tieni! – gli lanciai un nastro che ultimamente usavo per farlo giocare, e incominciò la corrida: Niki si nascondeva dietro un mobile e poi andava verso il nastro, lo toccava e poi si nascondeva di nuovo dietro un altro mobile o le sedie nel salotto; Luca non l’avevo mai visto così divertito: non sapevo se da quello stupido gioco fosse più diverto lui o il gatto, ma io mi stavo annoiando. – Accendo la Play! – gli dissi, ma nono mi degnò d’uno sguardo… poi quando l’accesi, lo vidi arrivare di fianco sedendosi sul divano con la faccia in vena di scuse: – Non vuole giocare più… –. – È normale, dopo un po’ si stufa! – non era mica più un gattino, giovane sì, ma un micino no! Luca stette zitto qualche secondo e dopo mi propose un doppio: – No, adesso gioco io! – aveva preferito il gatto a me, e ora se ne sarebbe stato con le mani in mano; …anzi! Presi la sua tenera manina e me la infilai nelle mutande a massaggiandomi il genitale; ah, che goduria farsi massaggiare forzatamente da qualcun altro, poi con Luca mi pareva anche di esercitare un innocuo sopruso, che mi ripagava di prima; poi prese a farmelo di sua sponte: – Ecco, bravo! – almeno adesso avevo tutte e due le mani libere, e intanto che mi calavo i pantaloni per stare più comodo. – Mi ricordi mio cugino, sai? – disse Luca dopo d’un po’. – Perché? – un accostamento così sgradevole… – Perché anche lui mi faceva segarlo, mentre giocava! – oh… poverino, non volevo assolutamente ricordargli dei momenti così turpi con quel prepotente. – Toh, allora… – gli diedi il joypad. – E tu? – – Io gioco attraverso te! – melo presi in mezzo alle gambe: – sei il mio servo-gioco! – lo sguardo di Luca si fece subito torvo, perché probabilmente male interpretò quel “servo-” per “schiavo”, e non per “ausilio”, come io intendevo! – dai… – lo accarezzai sul fianco cercando d’ingraziarmelo, ma Luca prese a giocare senza dir niente. Oh, che splendida sensazione toccare quel primino stizzito, che sembrava così fragile, ma che qualche volte si comportava così gagliardamente da parere invincibile; poi lo tamburellai sul retro: – Senti come suona vuoto! – . – Sarai vuoto tu! – mi rispose scontroso. – Ma non è un’offesa! Senti… Anzi devono suonare così! – – Davvero? – – Certo!vuol dire che sono sani! – quindi presi in mano la sua dura canna: – Allora, posso giocare? –. – e come? – – Attraverso di te: ti do i comandi… – e gli mossi Gianluca come un joystick per fargli intendere il paragone; Luca accettò subito divertito, ma più che giocare ero intento a masturbarlo, e secondo la nostra convenzione quello voleva dire «accelera!», quindi eravamo sempre fuori pista. – Uffa, ma sei una sega! – gli dissi, facendo come faceva lui quando m’incolpava di cose, sapendo benissimo che la colpa in realtà era sua; ma Luca non beccò: – Mmm… sì, sì! piuttosto vammi a prendere qualcosa da mangiare? – – Ancora! – – Ma io cresco… – – Anche io, ma non vengo mica a scroccare a casa tua! Comunque ci sono delle banane, se vuoi… – – Ma da te c’hai solo banane… – polemizzò… – Oh, senti, ci sono quelle! – – Sì… sì… va be’… vai! – mi sentivo pure mandato a cagare, ma in realtà voleva solo rimanere solo a giocare. Tornai da lui con una banana già aperta, e intanto io mi sedetti mangiandomi una merendina: – Bastardo! – mi disse. – Hai voluto quella… e quella è! – finito di magiare, ripresi il gioco e incominciai giocare, ma non appena Luca finì, mi disse: – C’ho fame! –. – A moh! e cosa vuoi ora? Veh, che sono finite! – – Ma io voglio la tua! – e mi zompò addosso tirandomelo fuori: – Visto! – e me lo succhiò. Mi sdraiai con quel primino vorace in mezzo alle gambe e mi rilassai e godendomi la sua fellatio, mentre un gigantesco GAME OVER lampeggiava rossastro sullo schermo crashato; Ma che mi fregava? ero lì, inerme, con quel primino che mi continuava a segare, poi me lo scappellò: – Ma il filetto ce l’hai anche tu… – costatò con un filo di stupore. – E… certo! – perché non avrei dovuto… – Quasi, quasi… te lo rompo! – – Oh… oh! – mi tirai indietro, ma lui non mollava la presa. – Tranquillo: sto scherzando… – già… ma chissà perché di lui non mi fidavo…. – Dicono che sia la parte più sensibile! – gli giustificai il non farmelo rompere. – Davvero? – e Luca andò con la lingua a stimolarmelo, ma non sentivo niente: – Ma tuoi amici quando li chiami? –. Già, loro…: – Dopo, di solito li chiamo sempre verso le 7:00! – solo che io non avevo molta voglia di chiamarli, ma gliel’avevo promesso che sta seta l’avremmo passata in loro compagnia.
***
– Birra? – gli chiesi mentre mangiavamo le nostre due pizze portate vie dal “Berno”, siccome già da un quarto d’ora me la fissava: io per lui avevo messo in tavola acqua e cola, ma forse si sentiva in vena di trasgredire ancora… – Birra… – ripeté con fare incerto – Sì o no? – – Sì! – rispose con un motto d’orgoglio battendo il bicchiere sul tavolo per ribadire la sua intenzione, e allora ecco gliela! Luca stette un attimo a guardare quella bionda schiumarsi nel bicchiere finché non lo spronai; – Bleah… ma come fai a berla? – fece una smorfia schifata; io scossi la testa rassegnato: – Non sono un cinnazzo! – disse; ma come faceva a saperlo…. era diventato telepate? – No… – versai il suo bicchiere nel mio. – No! – – E allora, sentiamo: quanto bevi? – – Beh, non bevo… – – E allora… – – Cioè sì, a capodanno… e alle feste… – soggiunse. – A beh… allora… – dunque Luca si riversò la birra nel bicchiere, e quinti bevve; così lo volevo quel primino: grintoso! a bere birra come un vero uomo; poi continuammo la conversazione con reciproche confidenze alcoliche. – Vieni qua! – mi disse: – …però non dirlo a nessuno… – e abbassò la voce come se anche i muri avessero le orecchie in casa mia: – …una volta, a casa di un’amica di mia mamma,… –. – Eh… – – …mi sono fatto fuori 12 cioccolatini, di quelli al liquore, in un’ora! – ma che evento! – COSA! Ma sei un alcolizzato! – gridai ad alta voce scandalizzato. – Sss…! ma non dirlo a nessuno! – e che cosa andavo a dire: che conoscevo un primino boeromane? Quei dodici cioccolatini, però, dovevano dargli ancora da fare, visto che da allora si comportò come un vero brillo, finché non andammo in camera mia a cambiarci; erano oramai le nove e mezza, ed era ormai chiaro che non avremmo chiamato nessuno né per uscire e né per stare in casa; ma meglio così! non avevo nessuna voglia d’uscire stasera, né di vedere altri. – Che facciamo? – m’incalzò Luca mentre si stava levando i jeans, che mi avevano fatto venire voglia in pizzeria, con quel bel fagotto, di toccargli, d’infilargli dentro le mani davanti a tutti. – Boh, non saprei… possiamo vedere un film! però mettiti il pigiama! – così stasera avremmo fatto prima…. – Va be’! – e con fretta priminica si cambiò, facendomi venire in mente che l’altra sera non m’aveva fatto dormire col suo moto notturno: – che pensi? – mi chiese il mio piccolo duca. – Niente…, sull’opportunità di farti dormire stasera sul divano! – – Perché? – disse quasi scandalizzato. – Perché ieri sera non m’hai fatto dormire, e questa sera è l’ultima! – – No, dai, ti prego… ti prego… ti prego… – disse giungendo le mani e buttandosi perfino in ginocchio con fare d’attore: – me ne sto qua buono, in fondo, giuro! – m’indicò la sponda del letto; e immaginandomelo tutto rannicchiato, come un gatto, in fondo al letto, pur di non dormire la notte tutto solo nel salotto, mi fece sorridere e accondiscesi; ma pensavo che fosse ormai già abbastanza chiaro, che se proprio qualcuno avesse dormito sul divano, quello sarei stato io, lasciando a lui il mio letto, poi aprii un cassetto. – Ma sono film! – – Sì, ogni tanto ne registro uno… – era un mio vezzo, poi Luca mi chiese un parere e la trama d’ognuno. – e questo… – prese Maléne. – È la storia di uno che si fa troppe seghe, come te! – – Ha… ha… ha – mi disse col suo sorrisino sarcastico: in effetti, non era credibile come sunto, ma era proprio quello. – Giuro: è la storia di uno, della tua età, che si fa le seghe tutto il giorno pensando alla Bellucci! – – Beh, ora vediamo…! – mi disse col tono minaccioso, come se in caso contrario mi avesse fatto chissacché…
Mi sedetti sul divano con lui accanto, ma lo distesi subito per averlo con la testa poggiata su di me e tutto a portata di mano. Dopo le prime scene torride del film, Luca mi chiese che razza di film palloccoloso fosse quello; e, in effetti, non aveva tutti i torti: con tutti e soli quei toni afosi nel film! me l’ero chiesto anch’io la prima volta che l’avevo visto: perché non l’avessi cancellato subito riregistrandoci sopra; ma qualcosa in quel film mi aveva turbato, qualcosa che solo ora capivo, con lui vicino; infatti, tutto cambiò quando alla prima scena di tutti quei cinni allupati, seduti sul muretto, vedemmo quell’accenno di erezione gonfiarsi nei pantaloni del protagonista. Luca lo sentii muoversi e subito andai a controllare nei suoi pantaloni; non so perché, ma mi veniva spontanea una certa consonanza tra lui e il protagonista, non somatica ma fisica: nei modi e nella costituzione; probabilmente fu quello a far scattare in lui quella sorta di meta-simbiosi, per cui si stava sempre più coinvolgendo nel film, tanto che alla scena della conta dei pollici esclamò: – Così poco! –. – Che cosa pretendi… è più piccolo di te! – e poi, semmai, era lui a essere “eccezionale”… – Ma hai detto che ha la mia età! – – Si fa per dire… – – Comunque è poco! – asserì. – Contiamo i tuoi…? – iniziai a contare: – Uno, due, tre… –. – No, lascia stare! – si rifiutò di misurarlo coprendosi col panno, ma intanto io avevo conquistato il suo fallo nella mia mano. Iniziarono finalmente le scene hot del film: quelle allucinate di fedele descrizione morbosa di fantasie aliena di un pubescente in iena adolescenziale, le pruderie dissennate, i subbugli ormonali; e intanto io lo masturbavo, così come continuamente si masturbava il suo l’omologo nel film, e di gran gusto…! se io solo mi fossi segato così nel letto, avrei tinteggiato dappertutto, ma di più mi chiedevo come facesse Luca a resistere ancora. Sentivo il suo affanno, lo controllavo periodicamente sull’apice dello stato d’umidità, e insieme cercavamo, tra le scene di seminudo, qualche fotogramma con uno stralcio di mutanda, per capire veramente le reali dimensioni del protagonista. Al cinematografo, Luca non capì che cosa ci facesse quella signorina procace vicino ai ragazzini; e quando gli spiegai che era lì per segarli, Luca me lo prese subito e incominciò a segarmi assatanatamente. Oramai non ce ne fregava più niente del film, se mai ce ne fosse fregato: prendevamo soltanto quel che ci serviva per nostre seghe compulsive; ma il clou arrivò quando il padre lo accompagnò al postribolo: la peripatetica lo spogliò, e io subito m’immaginai di essere lei e di spogliare Luca in quell’atmosfera d’erotica tensione…; poi Luca mi chiese se per me il protagonista fosse realmente nudo, visto che era minorenne, ma io non sapevo cosa rispondere e allora lui mi fellò alla prima scena di orgasmo verginale. Io lo masturbavo e lui mi fellava, era irresistibile per me pene tinto dalla televisione nella mia mano: – Luca… andiamo a letto…? –.
M’infilai nel letto riabbracciando Luca; incredibile: solo pochi secondi lontano da lui e già mi sentivo in astinenza per la sua corporeità! Lo abbracciai forte, lo strinsi al petto per placare la mia sete di lui: volevo sentirmelo in corpo, compenetrato nel petto per essere una sol cosa eternamente io e lui… ma ci ritrovammo ben presto a toccarci alla rinfusa senza una meta direttrice che non fosse il nostro turgido sesso. Vi arrivai, l’afferrai: vacca s’ero grosso! lo pigiai forte e presi a masturbarlo fuori dai vestiti; Luca già mi ansima, ma no, no… non così in fretta! non potevo sprecare tutto così e subito, e soprattutto con così poca fantasia! – Luca… fermati! – gli dissi –…calmiamoci! – e ci stringemmo in abbraccio affettuoso, a sedare la nostro smania carnale. Lo caricai su di me, volevo sentirmelo tutto addosso; non doveva avere alcun altro contatto col mondo all’infuori di me: io dovevo essere il suo unico punto d’appoggio! poi presi a strusciarlo; ma Luca si alzò, dapprima col solo busto, poi sedendosi sul mio bacino, a carezzarmi. Era così tenero quando mi elargiva le sue premure, che veniva quasi voglia di mangiarlo; poi gli tolsi il primo strato di sovrappelle: quella maglietta di pigiama che m’impediva di toccarlo sulle sue nudità. Era più eccitante adesso, accarezzarlo sulla pelle nuda, seppur tra gli spazi lasciati spogli dalla canottiera; poi m’infilai sotto e piano gliela sollevai tastandolo sul petto, finché la levai perché m’impacciava. Ora sì, che il mio Luca era come si doveva…: a dorso nudo e tutto per me! ma a me non mi bastava soltanto quello, non in quel buio: io volevo vederlo! – Luca accendi la luce, per piacere! –. – Perché? – – Perché voglio vedere! è lì sul comodino… – ed ecco il mio bel primino apparire seminudo in tutta la sua adolescenziale freschezza e con quelle due areole sottili che ora sembravano due occhietti strizzati su un torso minuto. Era così strano accarezzarlo ora, in quell’insolita luce che definiva così bene il suo petto, più di quanto non fosse in realtà definito, così gli scivolai verso il basso…; lì sì, che era veramente ben sviluppato. – Senti che roba! – gli dissi, ed entrando strinsi, poi Luca mi fece intendere che le mutande gli stavano strette, così gliele levai assieme ai pantaloni: – Butto di qua, dove c’è la luce! – non volevo poi fare la fine della notte scorsa. Il mio primino stava lì, col suo turgido fallo ancora seduto su di me: sembrava un cucciolino in attesa di una mia carezzina; così lo sfiorai suoi testicoli, e secondo me non aspettava altro che quello, perché sembrava un micino in fusa per i grattini. Presi a masturbarlo e man mano che godeva lo avvicinai alla mia testa, fino ad avere le sue ginocchia contro le mie spalle; era fantastico: tutto quel biondino e il suo fallo a portata della mia bocca! Incominciai a carezzarlo, poi me lo misi in bocca per sentire il suo sapore inebriarmi le papille. Lo spingevo contro me, col pretesto di accarezzarlo sulla schiena, per averlo più dentro; e se solo non avessi avuto la luce accesa, mi sarei perso quello spettacolo davanti: il suo pelo biondo che mi fremeva e sotto quella lunga cannula che mi congiungeva a lui; per me il paradiso era un biondo primino col suo lungo uccello dentro la mia bocca! ma Luca lo sfilò. Fu come estrarmi un organo vitale, privarmi di quel pezzo di lui… poi disse: – Lo facciamo doppio? – e mi si piroettò sopra. Mi sembrava d’avere un’astronave dalla fallica forma su di me, di quelle che si vedono nei documentari degli UFO; poi quel lungo dotto scendere, staccandosi dal ventre della nave-madre, con l’ultimo blocco aprirsi: era Luca che mi ricordava di darmi da fare, perché lui stava già succhiando da un pezzo, così iniziai anch’io il mio incontro fallico del 3° tipo.
Erano passati circa un paio di mesi dall’ultima volta che l’avevamo rifatto “doppio”, e quasi m’ero dimentico la piacevolezza dell’essere succhiati e succhiare insieme, ma io non volevo venire così! – Luca, dai… ora vieni un po’ sotto tu! –. – Va be’, però ti spoglio! – mi disse e mi sfilò i vestiti, così come io l’ultima parte del suo corredo notturno; finalmente eravamo completamente nudi, e quel bocconcino sotto di me! Gli leccai la verga e, salendo poi, la continuai idealmente baccettando lungo la mezzeria del suo corpo, mentre quel primino tratteneva il fiato; giunsi così alla sua faccia: al mento… e continuai diritto sul naso, la fronte, per poi intrattenermi; avrei voluto baciarlo, ma la tensione era troppa, non ce la facevo: avevo paura che in fondo avrebbe pensato che ero…, mentre io di lui ancora non l’avevo capito che cosa pensava! Tornai sulla sua bega scappellandogli il glande, e finalmente ritrovai quel filetto, che lui oggi voleva rompermi, segno evidente della sua ancora ufficiosa castità; gli girai intorno con la lingua per il solco balanico, ma Luca dopo un simil orgasmi mi disse: – No, fermati! Voglio farti venire primo io! – ma che gentile… però sapevo che lui, in realtà, voleva solo venire per secondo, per godersi meglio poi il suo periodo di riposo post-orgasmico tra le mie braccia.
…mi ritrovai un primino erto su di me col suo fallo eretto: era come stare tra le gambe d’un’opera scultorea d’infinita bellezza, un David di Michelangelo in forgia carnale, e allora mi alzai a baciargli le palle in segno di rispetto: gli leccai lo scroto, e poi tornai tra le sue gambe, nel mio alveolo, iniziando a menarglielo l’uccello. Avrei voluto ciucciarglielo, ma non potevo abbassarlo ulteriormente – oltre i novanta gradi verso il basso – o gli avrei fatto male…; progressivamente poi Luca si adagiò. Mi sentii il suo sedere contro il mio uccello, e poi lui farsi indietro come attratto da un piacere carnale, che già conoscevo… ma no, io con lui non potevo: mi vennero subito in mente quei ricordi, e lo schifo provato con Robertino. – No, Luca! No! – gli dissi col tono fermo trattenendolo sul fianco; Luca allora mi guardò quasi lieto e si avvicinò. Luca mi guardava con lo sguardo innamorato e poi mi sentii le sue labbra sulle mie, mentre mi masturbava: il suo calore, il suo respiro, quasi mi pareva di ricevere; ma io per la tensione serrai le labbra. Mi sentivo a disagio, nervoso, non me lo sarei ancora aspettato, poi sentii la mia bocca aprirsi sotto la spinta della sua che calcava; mi cercò con la lingua: ci fu una lieve scossetta e poi un primo bacio alquanto impacciato. Chiusi gli occhi e finalmente mi lasciai andare, iniziò allora un bacio disinibito, inclinando perfino le nostre teste per cercare la posizione migliore in cui combaciarci meglio, e Luca continuava a segarmi. Arrivò il momento che ormai non ce la facevo più a baciarlo dal fiatone, così Luca mi guardò soddisfatto e scivolò verso il basso; mi sentii la cappella avvolta da una mantella umida, e poi quell’impellente bisogno di venire, gridando forte il suo nome, come un mantra da far giungere in paradiso. «Luca… Luca…» gridai, ponendogli le mani sopra la testi, e finalmente venni, mentre lui continuava a ciucciarmi e io a carezzarlo come fosse quella chioma la cosa più morbida del mondo. Aveva finito: mi sentii le sue ultime leccate sulla cappella, e poi ricomparve con la sua faccia bionda: un volto angelico ma dallo sguardo malandrino, che di nuovo mi baciò impensato; sentii il sapore del mio sperma, il mio sapore, e continuò a limonarmi in punta di lingua; però! non era mica poi tanto male: era diverso dal suo, ma capivo perché anche a lui ci tenesse tanto a succhiarmi; poi si ripoggiò affettuoso con la testa sul mio petto.– Ti è piaciuto? – mi chiese dopo un po’ che ci facevamo le coccole. – Sì, perché… – – Niente…, mi avevi detto di inventare qualcosa di speciale… – mi lasciò intendere, anche se io non capivo bene che cosa fosse quel «qualcosa di speciale»: se il suo tentativo di farsi deflorare, il nostro secondo bacio, oppure il bacio al sapore del mio sperma…
Mi stavo quasi addormentando, ma il pungolo di farlo venire mi teneva sveglio; così, senza dir niente, lo sdraiai piano sul mio letto e mi misi a contemplarlo. Era così bello lui nudo, che non potevi fare a meno di carezzarlo su quel fisico minuto, e avvicinarti piano a Gianluca; ma quando lo sfiorai, mi chiese di spegnere la luce. – Va bene… – e nel buio tornai carponi su di lui, poi iniziando a solcarlo lungo la verga con la punta del mio pene, che tanto puntava verso il basso, e quel primino di già godeva. Incominciai a masturbarlo, e in poco tempo era già lì che gemeva, così mi avvicinai intenzionato a baciarlo, ma finii di nuovo sul suo naso e poi lievemente a mordicchiarlo sul labbro: non so perché, ma non ancora non ce la facevo a iniziare a baciarlo; però gli scivolai a mordicchiarlo sul lobo, e allora il suo tono crebbe. – Adesso ti do io qualcosa di speciale! – gli sussurrai nell’orecchio; discesi a bacettarlo: trovai il suo capezzolo e allora Luca emise un grido, che sembrava dovesse farlo sentire fino in paradiso; – Oh… calmati! – gli dissi: avevo paura che i vicini ci avessero sentito. Era incredibile quella scossetta che anch’io sentivo, quando gli limonavo l’areola: era la stessa di quando lo baciavo; poi cambiati capezzolo, ritrovando quel bottoncino piatto in mezzo, che quando stimolavo, lo faceva stava letteralmente impazzire; e probabilmente lui non s’aspettava che io conoscessi altre sue zone erogene per farlo godere oltre il pisello… Era giunto il momento: sentivo il suo odore, e la vertigine che mi dava il suo sapore pre-spermale, ma dopo quello c’era immediatamente il piacere di sentirlo tutto grosso in bocca, ed era quella, in fondo, una delle sensazioni migliori di succhiare un primino dall’uccello grosso, che poi arrivò. Il suo seme per la mia bocca…, avrei voluto non avesse finito mai quella fontanella, e pensare che già oggi aveva gorgogliato. Continuai per due minuti interi a succhiare quel liquido piacere, e poi il mio Luca si sciolse da tutte le tensioni del giorno, piombando quasi in un sonno lieve, ma quando apprestai a raccoglierlo tra le mie braccia… – No, fermati – mi disse: – vieni un po’ tu su di me… – propose. La proposta in parte mi allettava, perché anche io, una volta tanto, avrei voluto provare che cosa significasse abbandonarsi tra le braccia e sul petto di qualcun altro che ti accarezza; ma se il piccolo sul grande sta a anche bene, il grande sul piccolo mi sembrava alquanto ridicolo: – No, dai… poi ti faccio male ! – e dopo un bacio sulla fronte, lo caricai tutto nudo su di me, mentre il suo corpicino lasso si adagiava piano piano abbandonando ogni resistenza.
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Una soffusa luminanza fendeva l’opaca penombra della stanza dagli stretti spiragli della serranda, dando a tutto un vago sapore d’eterno e diffondendo tra le sagome e i contorni in toni bigi l’irreale chiaritudine di un mattino novembrino intorno al mio letto; ma dal suo centro un perfuso tepore mi annunciava l’inizio di una grandiosa giornata. Pian piano i miei occhi si abituarono a quella ritrovata luminanza dissolvendo la grigia nebbiolina di prima, che tutto avvolgeva, lasciando il posto a una variegata tavolozza di colori, arricchita da una spiccata nota d’oro. Che bello svegliarsi la mattina con qualcuno vicino: ti dà un senso di accoglienza nel mondo ridesto, che dell’estate non sentivo; ma ora quel biondino era lì con me. Finalmente distinguevo i lineamenti morbidi di quell’emivolto pubere, emergente dal cuscino, e i sinuosi contorni di quel corpicino, sotto le lenzuola, che, pur non toccando, percepivo in tutta la sua grandiosità, quasi una gravità intensa esercitata dalla sua metafisica mole. Mi attirava, m’intrigava quel profilo pubescente dalla nobiltà infusa: un sogno perfetto…, un’opera perfetta che non toccavo per paura di destarmi; i sentivo bene: mossi il braccio per poggiarglielo sulla spalla e un’emozione violenta mi percosse l’anima. No, non era un sogno! quella corporeità tangibile era reale, non un’illusione d’un demone crudele; quel primino che dormiva tra le mie braccia era reale, concreto, come me! Scivolai con la mano sul suo capo… tra le mie dita oro finissimo: un vello morbidissimo tra le cose più preziose al mondo; e poi sulla guancia liscia come la sabbia, lontana dall’avere ancora il primo accenno di barba, poi Luca aprì gli occhi. Una pupilla dolcissima mi guardava, che per simpatia un: – Good morning Sir! – mi fece uscire dalla bocca per omaggiargli alla sua intrinseca nobiltà. Luca incominciò a stendersi, a stiracchiarsi dolcemente, abbracciandomi il collo, e: – È stata la notte più bella della mia vita! – mi disse affettuosamente, stringendosi al mio petto. – Davvero… – gli dissi retoricamente, ma intanto non potei fare a meno di pensare a quante notti, in realtà, avesse potuto vivere nella sua giovane vita per designare quella come la più bella, con così tanta certezza. – …sai a cosa ho pensato? – aggiunse. – No… – – Che sarebbe bello rifarlo in gita! – ma come correva! – Beh, la vedo un po’ dura… – – Perché? – – Insomma: trova i professori… –che erano diversi! – …; metti d’accordo le classi, scegli il luogo e la data in comune… – era praticamente impossibile, oltre che averne io poco entusiasmo per la sua idea… e poi la mia classe avrebbe deciso diversamente: l’ultimo anno avevamo quasi rischiato di saltare la gita per le diserzione di alcuni all’ultimo momento. – Beh, che problema c’è… io sono capoclasse! – lo disse come fosse un titolo onorifico. – …e te pareva! – mi scappò sovrappensiero: un bel tipino come lui, non avrà mica avuto difficoltà a diventare capoclasse; chissà quante primine che l’avranno votato… – Eh…? – – No… niente! – di certo, nella mia idea, lui non era adatto per quel ruolo: non che non avesse le capacità o il carisma necessario, anzi…! solo che, secondo me, l’incarico richiedeva determinate attitudini che lui non aveva, come una predisposizione a farsi naturalmente carico della problematiche degli altri; mentre lui era, insomma, più portato a ricevere che a dare, come accadeva con me d’altro canto. – Va be’, ma se ci diamo da fare … – ecco che pensava a usare per lui l’incarico… – Luca lascia perdere… dai! – – Ma perché? – – Ma perché forse non ti è venuto in mente che le terze vanno con le quarte, massimo le quinte… e le prime con le seconde! Poi, in tutti i modi, sarei io a non venire in camera con te! – – Perché, scusa? – c’era rimasto male. – Ma perché, secondo te… che cosa penserebbero… – mi stupiva che non ci avesse pensato da solo. – Va be’, ma non vuol dire niente… – – A no…? secondo te uno di prima che va in camera con uno di terza, è tutto normale! – – Ma allora adesso… – – Che c’entra? – – Eh! Se è sbagliato, perché noi adesso siamo qua? – – Ma che c’entra l’essere sbagliato! Io non voglio solamente che altri sappiano, perché non voglio essere giudicato da chi non sa! …e poi, in fin dei conti, con chi faccio sesso è affar mio! – – Sesso?! – Luca mi guardò come se avesse ascoltato qualcosa che l’aveva piacevolmente sconvolto. – Sì, perché tu come lo chiameresti …? – se aveva un termine migliore… Luca improvvisamente cominciò ad assumere un tono serio: – Ma allora dobbiamo stare attenti! – – Cioè… – – e… – sembrava non avere ben in mente, nemmeno lui, che cosa volesse dire: – usare il… – e con le dita mi fece segno del profilattico. – e perché… scusa, tu mica rischi di rimanermi incinto…! – gli dissi col sorriso sulle labbra. – Ma no… le malattie… – non ho capito, fino a poco prima non gli passava nemmeno per l’anticamera del cervello e adesso, solo perché lo chiamavamo “sesso”, dovevamo preoccuparci! – e di che cosca dovremmo preoccuparci, scusa… tu hai quattordici anni… io con le ragazze non ci sono ancora stato! – e va be’, c’era poi la parentesi di Robertino… ma anche lui era verginello.
Luca sembrava aver esaurito gli argomenti per ciarlare, e si appoggiò sul cuscino a guardare il soffitto trasognato: – Wow sesso! – bisbigliò. La sua espressione m’incitò: sembrava aver raggiunto l’illuminazione karmica, talmente era estasiato; e lo tampinai subito al pacco, dicendo: – Oh, che c’hai… le visioni? –. – Ma dunque io non sarei più vergine! – dichiarò. Uhh… ma come faceva ad usare quella parola? Io già solo a sentirla mi sentivo infastidito, come a sentire graffiare la lavagna: quando mia madre la pronunciava o andava sull’argomento, oppure in tv se ne parlava, io facevo sempre in modo di non essere nella stanza – avevo come un sesto sento che mi preannunciava che se ne sarebbe parlato –; lui invece la pronunciava come nulla fosse, parendomi un alieno. – Cioè… – – E… se dici che quello che facciamo è sesso, allora io non sono più vergine! – sentenziò. – Uhh, Luca… qui è un po’ difficile risponderti! – proprio non sapevo che cosa pensare, e gli levai la mano dal genitale. – Perché? – – E… dipende da cosa intendi! – – Come da cosa intendi… se è, è! – sembrava in tutti i modi deciso a confermare la sua “sverginità” – Insomma Luca, è un po’ più complicato di così! – – E come… – – Ma… bisogna vedere, innanzitutto, che senso ha parlarne per un ragazzo! – proprio non mi convinceva… – per una ragazza ha più senso… insomma lo puoi anche vedere fisicamente; ma per un uomo… non ha senso! –. – Come non ha senso!? – – Insomma, Luca, le parole hanno un significato ben preciso…; noi le possiamo anche usare in un modo diverso, ma poi bisogna vedere se è corretto! – – E allora come facciamo a saperlo? – – …e –mi grattai il capo– guadiamo sul dizionario! – mi alzai. – Sul dizionario…! – Luca mi squadrò come se avessi detto un’eresia. – Ma perché tu come fai quando non sai il significato di una parola, la usi senza saperlo… – insomma, le parole sono importanti! Presi il vecchio dizionario che avevo in camera mia; quello nuovo mio padre me l’aveva “regalato” all’inizio delle superiori, come spesa extra “suggerita” nella lista dei libri, tanto per non sforare i limiti imposti! Era un po’ datato, ma serviva al suo scopo: in fondo il senso della parola non era cambiato negli ultimi due anni. Appoggiai il dizionario sul lato di Luca, inginocchiandomi sullo scendiletto per consultarlo: – Allora…– mi disse il biondino. – Siediti intanto… – mi dava fastidio vederlo ancora letto! e si sedetteapparendo con tutto il suo pigiamino azzurro: – Toh, qua.: ‘persona che non ha ancora perso la verginità’ … e, comunque, in una accezione più ristretta, ‘donna con imene ancora integro’; come ti dicevo prima, per una ragazza ha più un senso! –. – e nel nostro caso? – – e… adesso vediamo…‘verginità: condizione di chi non ha ancora avuto rapporti sessuali’… – – Dunque? – chiese a me le conclusioni. – Dunque, se per te facciamo sesso… hai ragione! – non riuscivo proprio a dirgli: «non sei più vergine!». Luca tutto soddisfatto mi guardò quasi impettito: – …comunque, vedi che per le ragazze a più senso… anche perché da loro lo puoi sapere con certezza! –. – e da noi? – – Beh, in teoria ci sarebbe anche da noi modo di saperlo … – – Quale? – Non so se lo facesse apposta per assecondarmi, comunque stava andando nella mia direzione: – Ecco… – gli allungai le mani ai pantaloni: – …ci sarebbe il filetto, o il frenulo, per meglio dire! – portai le braghe alle sue caviglie e poi vi sbirciai in mezzo, intravedendo, appena sotto il limitare della sua maglietta, uno stralcio delle sue mutande bello colmo dei maroni: – dicono che durante le prime volte si dovrebbe rompe… – abbassai anche le mutande, dopo una breve tastatina, come al solito mi aveva aiutato con un sussulto del suo sederino: – quindi, ecco, quello dovrebbe essere il segno se uno è vergine o meno… – finalmente portai in primo piano il suo splendido cazzo: – e il tuo è ancora intatto! –; quindi non poteva propriamente dirsi “svergine”! Fissai quel cazzo turgido sullo sfondo azzurrognolo, era una scultura perfetta: lungo, diritto, all’insù; un’armonia in tensione tutta tesa (asta, cappella, filetto – persino quello) verso l’alto, verso l’estasi… Senza neanche chiedere, lo presi in bocca e iniziai a succiare ma di vero gran gusto; non poteva esserci custodia migliore della bocca, per quel gustoso monile. Luca pose le mani sul mio capo; era tanto che sognavo di farlo: prostrarmi ai suoi piedi inginocchiato a succhiarlo, mentre lui mi benediva, ma avevo sempre evitato perché avevo paura che, davanti a un mio gesto così devoto, lui si sarebbe gasato e poi se ne sarebbe approfittato… ma ora no! il mio Luca era buono… e desiderava essere succhiato, e io desideravo la sua crema, che presto arrivò. Sognavo da mesi di bermi il suo sperma la mattina presto, qual migliore nutritivo per iniziale la giornata: se fossimo stati da soli su un’isola deserta, l’avrei eletto a nostro unico alimento in un’autarchia seminal-alimentare di coppia. Terminai dopo avergli fatto veramente un bel pompino, talmente era felice, e quel flotto mi gorgogliava ancora in gola, segno che l’altra sera non l’avevo scaricato abbastanza. – Andiamo a mangiare… – mi disse. – Andiamo! – ***
Non mi mollava un secondo; mi seguì anche in bagno: – Perché lo spazzolino? – gli chiesi. – Beh, tu non ti lavi i denti di mattina… – – Sì, ma dopo! – o che senso aveva… – e io adesso! – mi contraddisse. Lo lasciai a lavarsi i dentini, anche se facevo fatica a separarmi da lui anche solo per quei pochi metri che mi separavano dal water; ma appena lo tirai fuori, Luca mi sbucò di fianco: – Te lo tengo? – che peste! – Dai vattene, lo sai che non riesco se mi guardi! – – Ma lo devi superare questo blocco… – e già, adesso mi faceva pure da psicanalista: il “blocco disfunzionale urinario da presenza” come nuova patologia… – Luca fatti i cazzi tuoi… e vatti a lavare! – mannaggia, prima ero così sereno, dopo il pompino che gli avevo fatto, da riuscire a farla pure con lui dentro la stanza, e adesso, dopo il suo intervento, non mi usciva più! Quando finii, gli diedi il cambio. – Me lo tieni? – mi chiese lui adesso avendocelo già duro in mano; ma come faceva ad avere quella sempre bestia in tiratura continua? – No! – era bello averlo in casa con me, ma mi dava l’esaurimento la sua pressante e continua richiesta di interessamento sessuale.
Quando mi asciugai la faccia, me lo ritrovai di fianco che mi porgeva la verga già bella scappellata sul lavabo: – Me lo lavi! –, mi disse con un’inflessione maliziosa. – Ma certo… – lo presi alla base stringendolo bene, quel meraviglioso pezzo di carne! e gli strofinai la cappella nel palmo, mentre lui emetteva versetti di dolore e godimento; poi una bella passata nell’asciugamano ruvido, sentendolo dolere: – ora è bello asciutto! – gli dissi guardando quella cappella violacea da bacio.
***
Entrai in cucina con quel bel primino sottobraccio; ero io ora a non riuscirgli a levare gli occhi di dosso e specialmente a non toccarlo: era più forte di me, avevo bisogno di un contatto fisico con lui: – Allora cosa vuoi? –. – Cosa c’è? – mi chiese timidamente. – Quello che vuoi: latte… yogurt… – – Il latte non mi piace tanto da solo… – – Beh, allora dimmi cosa vuoi, che te lo preparo! – mi sarei trasformato pure nel Genio di Aladino, – Qualsiasi cosa? – – Qualsiasi cosa…! – insistetti. Luca stette zitto due secondi mordicchiandosi il labbro, quasi avesse vergogna di farmi la sua richiesta, e poi mi disse: – Cioccolata…! – velocemente con la scansione da bambino.
Luca si mise a tavola: era un amore vederlo biondino e azzurrino dietro il tavolo in trepidante attesa; se non fossi stato indaffarato, a prepararci la mia cioccolata, l’avrei riempito di abbracci! Dopo avergli servito la cioccolata: – Biscotti…? –. – Sì! – mica potevo fare mancare i suoi biscottini! e poi una volta sedutomi al suo fianco iniziai a toccarlo, a vezzeggiarlo, a riempirlo le moine sulla morbida peluria dietro il coppino; me lo toccavo tutto quanto, finché lui mi disse: – Allora la smetti! – con finta ritrosia. Non ce la feci più a quella provocazione: – Oh! Ma tu sei mio! Hai capito… Mio! – e gliel’avrei ripetuto fino alla fine dei tempi, trascinandomelo sulle mie gambe; poi iniziai a tampinarlo dappertutto. Luca imperterrito si bevve d’un sorso la rimanete cioccolata, poi mi fece un gran – Mmm! – con soddisfazione, e lì persi definitivamente la testa: sgusciati sotto la sua canotta a solleticarlo lungo tutto quel corpo longilineo. Mammamia com’era bello! avrei fatto con lui un’altra volta già sesso su quella tavola, ma intanto ero già finito per masturbarlo; Luca intanto si tese all’indietro, mentre io lo reggevo con la mano sulla schiena: era a tratti uno sforzo incredibile, ma per lui questo ed altro… poi m’accorsi che stendeva le gambe, sentendo l’intralcio dei suoi piedi puntati. – Punti i piedi eh! – – e se no come faccio! – giusto, se no era difficile godere… ma ora basta, ci dovevamo calmare; ci ritrovammo entrambi a guardare il suo uccello nella mia mano, e gli terminai la sega con due massaggini alla cappella; poi basta veramente o mi sarei ritrovato a spompinarlo un’altra volta nel giro di un’ora. a convincersene: forse perché per lui poteva ancora rappresentare una sorta di primato in una classe di primini… io invece ero quasi sicuro di essere oramai uno degli ultimi della mia classe a non averlo ancora fatto o a non aver ricevuto un pompino da una ragazza. pur di realizzare qualsiasi suo desiderio.
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Un sabato da matti: un sabato pomeriggio da passare con mammà al nuovo centro commerciale appena aperto; nuovissimo, fichissimo, alla moda e perfino un po’ chic; per giorni interi i media locali ne avevano parlato: due piani zeppi di roba, negozi, supermercato e perfino boutique; non ci avevano fatto mancare nulla insomma: migliaia di metri quadri per lo spending e lo spanding, come ironizzavano i miei, e la mia disperazione… mia madre infatti né approfittò per costringermi a sé forte della festività d’ognissanti e della scusa di rimpolparmi il guardaroba autunnale. Appena arrivavi, c’eravamo già persi nei meandri del parcheggio sotterraneo, che con un’autista claustrofobica non è certo il massimo per perdersi tra sensi unici insensati e vie d’uscita sempre distanti migliaia di pilastri e dare la precedenza nascosti; per fortuna che il teatrino finì non appena avvistai un posto libero vicino l’uscita.
– È inutile che ridi… sono propria curiosa di vedere tu quando prenderai la parente! –
– Sì, ma’… dai che andiamo! di qui! La scala è di qui! – perdersi nei parcheggi era il suo hobby preferito.
– Volevo vedere il numero! G… 8… ricordati, siamo al G8! –
– Eh, scacco matto! Dai, basta ricordare il pittore… – avevo fretta d’entrare per uscirne il prima possibile.
– Pittore…? –
– Gi – otto…, Gi – otto… –
– Ah, ma che furbo il mio ragazzo – mi spettinò i capelli
– MA dai! – ci sarebbe scappato anche un bel vaffa!, lo sapeva che odiavo essere toccato sui capelli.
– Eh, neanche ti avessi fatto brutto… Su… sei più figo! …tanto non va di moda essere spettinati oggi? – volevo cacciare cragnate dalla disperazione contro il primo pilone che incontravo, per vedere se quella giornata non fosse passata più in fretta.
Eran tre quarti d’ora cha giravamo alla ricerca di una mecca dell’abbigliamento e non ne potevo più: non era tanto il girare che mi stufava, quanto dover il provare ogni volta ogni roba che aveva la vaga intenzione di comprarmi; era un continuo togli e metti, vestire e svestire, spogliarmi e riabbigliarmi per ogni vano proposito d’acquisto… ma le taglie che ci stavano a fa’? e poi alla fine non comprava mai niente; stavo impazzendo.
– È già un’ora che giriamo! –
– Alle… eh! – mi fece gesto d’evidente mal sopportazione delle mie lamentele – uh… una jeanseria… dai ch’entriamo! –
“MondoJeans” recava l’insegna e di fatti di jeans ce n’erano a consolare il cliente dalla poca fantasia del nome; jeans dappertutto: sugli scaffali, in vetrina, sui manichini, impilati ai bancali, appesi alle crucce nei posti più impensati, e il tutto facente parte di un’ardita scenografia, che all’occhio poteva anche fare il certo effetto, ma che non mancava, per l’eccesso, di scadere nel più tristo del kitsch, come in quel cartonato alla parete raffigurante ovviamente un jeans con la patta sbottonata e dietro la mutanda suggerita dalla lieve ombreggiatura che io fissavo con insistenza nel vano tentativo di capire se fosse una texture sovraimposta oppure il segno inequivocabile dell’essere stato indossato da un modello in carne ed ossa dalla dotazione inconcepibile…
Ci addentrammo nel negozio insolitamente lungo e tortuoso con spazi nascosti ad arte da pareti artificiali e specchi creati per ingannarne profondità e prospettive; ci fermammo alle prime ceste sotto l’esplosiva scritta di “SCONTO”, li apposta per attirare mamme e parsimonia: – Mh, belli!, ci sono due cose che vorrei farti provare, ma andiamo avanti! – era già la quinta volta che me lo sentivo dire, e come un’ombra non potevo far altro che seguire e tacere, tanto non avevo voce in capitolo: se qualcosa non mi piaceva, non avevo semplicemente buongusto come tutti i ragazzi e toccava a lei porvi rimedio, e se qualcosa invece mi piaceva, era oggettivamente orripilante e toccava sempre a lei vestirmi decentemente. Girammo l’angolo e con incredulità incrociai lo sguardo sbalordito di Luca che sostava immobilizzato in mezzo al corridoio e la mamma di fianco, mentre una commessa, d’altro lato china, le diceva: – …ha cavallo, vede! – afferrandolo proprio in mezzo alle gambe. AAAAAAAAAAH!!!!!! Ma come osava quella sciagurata! Le sarei saltato addosso tirandole un calco in bocca a quell’immonda donnaccia, quell’impura… come osava toccarlo proprio lì! ti piaceva, eh, tutto piccolo, carino e biondino, e con quella gran nerchia in mezzo alle gambe, eh! Ma vatti a trovar bega da un’altra parte, invece di molestarmi Luca, commessa megera! lungi da lì! lungi da lui! lungi da quel luogo! soltanto io potevo osar tanto, avventarmi tra quelle pieghe inscurite che montavano quella gran sagoma mostruosa e pretendevo che le fosse mozzata la mano, mentre il mio Luca, poverino, arrossiva dalla vergogna, invocandomi in estremo richiamo d’aiuto.
– Luca… ciao!che ci fai qui? – tentai di togliere l’imbarazzo, mentre le due madri si conobbero e la commessa scappò da un altro cliente; ma nessuna di quelle sembrava essersi resa dell’oltraggio appena subito; poverino… l’avrei riempito di coccole.
– Guarda che bel modello, Alle! – interruppe mia madre guardando Luca che e in effetti era davvero un bel modello, anche se lei si riferiva all’indossato – …quasi, quasi li proviamo, no? – sorrise perfida!
– Anch’io glieli sto facendo provare! – intervenne sua madre – lui non vuole… ma, se non vuole andare in giro nudo, lo deve fare, eh! – intanto anche nudo era bello lo stesso, anzi meglio! solo che non poteva, perché quello era soltanto un mio privilegio vederlo nudo. – Dai, Luca provati gli altri! – e ubbidiente si recò nello spogliatoio; avrei tanto voluto seguirlo…
– Toh, Alle! vatti a provare anche tu! …dovrebbero essere della tua taglia…– perché, non sapeva manco quella? – intanto io vado a trovare gli altri… –; tristo destino ci attendeva quel giorno, ma nonostante al mal comune non sorgeva alcun mezzo gaudio.
Lo spogliatoio era piccolo: un lungo budello a lato della stanza, diviso da questa da una parete in cartongesso e dentro tre stanzini con le porte tutte danti sullo stesso corridoio, ricavato nello spazio in eccesso, come i gabinetti e proprio come i bagni pubblici erano tutti e tre immancabilmente occupati: uno da Luca, l’ultimo forse adibito a sgabuzzino, e il primo chissà…
Mia madre tornò con un altro paio di pantaloni in mano: – Eh, che aspetti! –
– Sono occupati! – dissi seccato: me l’aveva detto come se fossi un imbranato.
– Ma chiedi a Luca, no? siete entrambi maschi, non avrete mica vergogna… – e la porta si aprì; io non sarei mai entrato di mia iniziativa, ne l’avrei mai proposto per la paura dei sospetti, ma visto che era lei a proporlo, chi diceva di no…
– Ciao! – esortò appena entrato; era come stare dentro una doccia, solo un po’ più larga, ma l’effetto era quello. Non sapevo che dire, gli mostrai i pantaloni e ci mettemmo entrambi a sorridere; ora sì, che il mal comune sortiva un mezzo gaudio.
Quante volte c’eravamo trovati nella stessa situazione, molto più ardita anzi, solo che ora c’era qualcosa di diverso nel ripetere gli stessi avvezzi gesti in un luogo come quello: ci sentivamo più impacciati, meno intimi, io personalmente più pudico nello spogliarmi in un luogo pubblico; inconsciamente mi guardai intorno alla ricerca di una telecamera: era una mia fissa da sempre quella di essere osservato dentro uno spogliatoio mentre mi cambiavo, non so se per paranoia o per un secreto desiderio di essere morbosamente oggetto di voyeurismo. Mi ero infilato i pantaloni, ed era l’ora d’uscire in passerella; aprii la porta e iniziò la sfilata d’alta jeanseria davanti a mia madre: – mm, vanno bene… stai bene anche tu Luca! – ringraziò inorgoglito – Dai provati anche gli altri, io vado a vedere se riesco a trovarti delle taglie… e incredibile! sono tutte larghissime… – e si allontanò delirando altri teoremi.
Luca richiuse la porta e ancora una volta ci trovammo ritratti nello specchio; era incredibile come pur nel chiuso d’uno spogliatoio ci sentissimo più parati a cambiarci spalle alla porta, come se dietro quella ci fosse uno capace d’osservarci attraverso i legni e i vestiti. Fermato da Luca ci rispecchiammo tutt’e due con le braghe abbassate: le nostre gambe si riflettevano scarne e tutto il resto coperto dalle pesanti camicie fin sotto l’inguine, poi Luca si alzò allora la sua camicia e incominciò a specchiarsi il pacco, poi, vedendo che io non lo seguivo, alzò pure la mia e comincio il truffaldino raffronto. Si divertiva a osservare come il suo, proverbialmente all’in su, risultasse più abbondante poiché risaltato dalla posizione, mentre il mio, risaputamente verso il basso, non beneficiava dalla medesima illusione; presi poi io il mio lembo di camicia così lui con la mano finalmente libera tentò di toccarmi: – biiiip! – fece anche infantilmente. Gli schiaffeggiai la mano; incredibile a sedici e quattordic’anni, star lì, come due bambini a farci i dispetti sui pisellini, … noi, che eravamo abituati ben ad altro!. – ….ha cavallo! – gli disse imitando la commessa, anche col gesto, per ricordargli l’imbarazzo, ma lui preso da un moto d’orgoglio si abbassò le mutande specchiandosi l’arnese. Lo fissavo in tutta la sua bellezza: lungo, diritto e per di più ora anche doppio, veniva voglia proprio di toccarlo; poi mi fece segno di seguirlo per specchiarci contemporaneamente i sessi. Avevo già le mutande gonfie, mi bastò abbassarle un poco per far scattare la naturale catapulta e Luca se ne uscì con un lieve risolino enfatizzando con la mia solita caducità. Iniziò poi un pudico raffronto, invece di toccarcelo a vicenda, ognuno manovrava il suo: di lato, di su, di giù, dovemmo specchiarci quelle verghe duplicate un paio di volte, poi, non pago, incomincio il raffronto diretto; prese le mie misure con la mano e le riporto sul suo; ma ci aveva ancora quel primino ben dotato da essere così timoroso? Eran inutili tutte quelle verifiche; e poi perché io lo stavo a seguire? Forse era il fatto che allo specchio sembrasse più grosso… o almeno io me lo vedevo così nel mio alterego rispetto che a guardarmelo indosso… comunque stavamo perdendo troppo tempo: – Allora, non vi siete ancora cambiati! – ci ripresero le nostre matriarche.
Usciti dalla bottega, riuscimmo ad ottener licenza per distaccarci da loro, da ragazzi e in due non potevamo stare troppo a lungo attaccati a loro, stretti a quei guinzagli matrigni dello shopping; e finalmente liberi e soli, potevamo trascorrere per la prima volta del tempo insieme al di fuori delle mura domestiche, cosa che Luca, avevo l’impressione, ritenesse una tappa importante della nostra amicizia. Tornammo sui nostri passi, in quei negozi che prima avevamo dovuto saltare per colpa non nostra: di elettronica, videogiochi, sportivi, per scuriosare in fino all’ultimo angolo; Luca correva e io lo seguivo per condividere opinioni, interessi e passioni, per conoscerci meglio, ma poi quella boria di libertà finì e tra le fila di CD ci ritrovammo noi due da soli, ma con l’entusiasmo dell’essere insieme e liberi! Finimmo in un canto deserto del centro commerciale, dove il grande atrio centrale andava riducendosi solitamente dove stanno i servizi nascosti al grande pubblico: istintivamente cercavamo i luoghi appartati, più intimi, per parlare meglio, lontani dal fragore della folla che ci disturbava; ma dietro quell’angolo ci attendeva anche il più grande paesaggio che quel posto aveva da offrirci. Una grande vetrata si apriva dinanzi ai noi, dietro l’angolo che occultava i gabinetti, dividendoci dal grande emiciclo balaustrato a parapetti in ferro alternati a siepi e panchine, prima di affacciarsi su un magnifico tramonto col sole che calava tingendo di rosso le nubi e gli altri profili della bassa.
– Che bello… – disse Luca correndo fuori a vedere – andiamo a vedere! – e tutto il freddo di quella stagione mi venne in contro.
Raggiunsi Luca in ginocchioni sulla panchina per sporgersi meglio; era quello uno dei più classici paesaggi della pianura per me, nulla di eccezionale ma in sua compagnia sentivo che acquisiva una valenza del tutto speciale: – Bello davvero! Però che freddo! – tentai di convincerlo ad entrare, ma senza sortire effetto.
– Già! – rispose, e poi stette fermo a mirare il tramonto in mia compagnia col mento poggiato sopra il braccio mentre il vento gli carezzava i capelli; mammamia com’era bello! Un profilo stupendo: tenero e sicuro, dolce e magnetico; sicuramente lo guardavo trasognato invece completare con lui quel quadro romantico guardando assieme lo stesso tramonto noi due soli, poi uno squillo interruppe sul più bello.
– Chi è? – mi chiese.
– Niente, un amico… –
– Ah, siete poi usciti ieri sera? –
– No, alla fine nessuno ha organizzato qualcosa e sono rimasto a casa… –
– Ah! – mi fece con quel vago sentore di «te l‘avevo detto», ma tanto avremmo combinato alcunché lo stesso io e lui da soli per Halloween…! Poi tacque e vedendomi messaggiare ritornò sull’argomento…
– Vi state mettendo d’accordo per stasera? – era inutile che insisteva, tanto era troppo presto per farlo uscire con noi e poi i miei amici lo avrebbero trovato troppo piccolo e limitante: doveva tornare a casa presto, non aveva la nostra autonomia, né i soldi, beh forse quelli né aveva, volendo, più di noi; e comunque io ero troppo geloso di lui, geloso in entrambi i sensi: che lo trovassero migliore di me, e di condividerlo con loro, perché lui era soltanto mio! e in tutti i modi preferivo tenere distinte le due amicizie per ora: quella puramente amicale, e la nostra sempre più coinvolgente.
– No, li sento dopo… tanto per il sabato ci mettiamo d’accordo all’ultimo! –
– Beh, almeno voi uscite… – mi lanciò la frecciatina.
– Luca te l’ho detto, dai…! Adesso, … ti prometto, che una volta ti farò uscire con noi, però non ti assicuro che ti diverti… –
– “ti prometto, che una volta ti farò uscire con noi”… ma tiratela meno va’! – m’interruppe, poi una coppia entrò sul terrazzo distraendoci; era una coppia di ventenni, poco più grande di noi, che cominciarono a limonarsi poco distanti dall’entrata.
Io e Luca ci guardammo immediatamente sentendoci un po’ a disagio: le loro effusioni ci ricordavano le nostre, anche se meno carnali, solo che le loro erano tra uomo e donna e così ci defilammo col favore delle tenebre. Il ritorno a quell’aria più viziata mi rintronò fortemente, vuoi per il calore eccessivo o per il minor apporto d’ossigeno, mi sentivo intorpidito, tutto mi sembrava straniato: improvvisamente notavo tutta quella moltitudine di ragazzi della nostra età, forse della sua un po’ meno, ma comunque in gruppi misti di ragazzi e ragazze assieme, mentre noi eravamo due soli e maschi. Cercai di defilarci ai margini di quell’atrio, muovendoci ai limiti di quella zona calda al centro, dove i gruppi si addensavano maggiormente, perché a passarci in mezzo mi sentivo osservato da solo con lui, e inoltre mi montava una gran rabbia a guardare quei ragazzini, in gran parte delle medie, attergarsi a bulletti, sicuri e fighetti, spacconcelli con quelle amichette decisamente più mature di loro; li vedevo scherzare, toccarsi e rincorrersi, e li odiavo: io alla loro età non avevo tutta quella confidenza con l’altro sesso, e anche ora avevo bisogno di qualche incentivo…. Scorrevamo vicino alle vetrine e ad ogni mi voltavo verso quello per non farci riconoscere di faccia, specialmente da qualche suo amico che non conoscevo, e ad un tratto mi trovai dinnanzi a un negozio con tante foto di altri pupetti, come lui, in vetrina, a fare da testimonial alle griffe e notavo come pure lui avrebbe potuto in fondo trovarsi tra loro come modellino e ringraziavo il destino.
Squillò il telefonino: orario di rendez-vous! Le due madri nel frattempo si saran già fin troppo conosciute bene e parlato di noi, e chissà quant’altre avrebbero fatto meglio a tacere…
– Ciao –
– Ciao –
– Ciao –
– Ciao – il walzer di saluti era finito.
– Allora andiamo…? – disse la mamma di Luca passandogli una mano sulla schiena.
– Mamma, Alle può venire con noi così gli faccio vede le foto dell’Egitto sta sera? –
– Ma sì, che può… – si rivolse poi a me.
Mi sentivo già trafitto dalle occhiate di mia madre alle spalle che m’accusava d’averlo manipolato… era vero, delle volte manipolavo la gente, ma quella volta non c’entravo niente io, era tutta farina del suo sacco; ero stato incastrato, lo giuro! io per la sera avevo ben altro in mente… Mi sentivo il cuore battere in gola, davanti quel quadretto sereno di lor due calmi e pacifici e dietro gli occhi accusatori di mia madre: già giudicato e condannato; in quel momento avrei voluto teneramente stringere il collo sottile di quel giovane biondino, ma mi voltai.
– Dai, va’…! – mi rispose fatalista mia madre; cosa aveva detto? …però non ero scampato alla sentenza: «come al solito ce l’hai fatta…» era il messaggio sottinteso di quello sguardo. Abbassai gli occhi e, dopo aver preso accordi per il mio riaccompagno, mi allontanai con quell’altra famiglia da cui avrei voluto essere adottato per non rincrociare più quello sguardo di biasimo.
***
Appena arrivati, Luca corse in camera sua a cambiarsi, avrei voluto tanto seguirlo ma mi sembrava troppo, e poi ridiscese vestito di una grigia tutina da salotto; era dal mare che non lo vedevo in abiti “morbidi” che mettevano in risalto la sua naturale abbondanza, mentre scendeva, restando unico punto fisso in tutto quel svolazzare di voluttuosa stoffa; che bello… sembrava ancora più piccino in quell’ambito domestico, una voglia di coccolarlo come un caldo orsacchiotto avevo.
– Le foto… – chiesi.
– No, quelle dopo! se no che facciamo …– io un’idea ce l’avevo… –…intanto giochiamo! – e mi sventolo sotto il naso una cartuccia della playstation.
Dopo mezzora lo chiamò sua madre: – Luca vieni ad apparecchiare… –
– Sì… vado,‘tanto metto in pausa! –
– No… mettimi one player! continuo io, scusa! – egli sfiorai la mano non volendo che se ne andasse… già mi fingevo di succhiarglielo mentre giocava a gambe conserte sul divano e sua madre preparava in cucina…
– Va beh! – e scappò.
Mi stufai presto di star da solo, ci stavo male in quella casa senza di lui, non avevo confidenza con quel luogo e inoltre lui era la mia batteria: non potevo starne troppo senza! così andai a cercarlo mentre in ogni canto vedevo un posto buono in cui masturbarlo in una nostra scorribanda per la casa.
– Luca, ma dov’è tuo nonno? – lo raggiunsi in cucina.
– È di là in casa sua, non mangiamo assieme… – mi fece una gran tristezza quello che aveva detto, sarà che io di nonni in vita non ne avevo, o almeno quell’unica ancora viva non potevo, per mia madre, frequentarla – vecchi affari di famiglia – ma sicuramente l’avrei fatto, se quelli di mio padre lo fossero ancora stati.
– Dai, che torniamo in là! – mi prese per un braccio, adoravo essere menato da lui per luoghi, molto più che stare al guinzaglio di mia madre; quando entrò dall’uscio un’alta figura.
– Papà… –
– Ciao Luca… – lo guardò, poi fissò me e chiuse la porta, in quel momento mi sentii in sudditanza davanti a quel distinto signore.
– Papa, lui è Alessandro! Ma lo devi chiamare “Alle”! – stavo diventando piccolo piccolo dopo quel “devi” che gli aveva detto, come se il mio suonasse di pretesa.
– Ahhh… così sei tu! – mi strinse la mano, ma lo disse come se io fossi ormai un’entità risaputa in quella casa, e poi guardai il malandrino.
– Piacere! – Che strana sensazione: mi sentivo nervoso, come fossi alla prima presentazione ufficiale al padre della mia ragazza… Alto, moro, di bell’aspetto, occhi scuri e fisico asciutto, molto elegante nei suoi vestiti e dal volto giovanile, nonostante il velo di barba ricresciuta. Molte caratteristiche Luca le aveva prese dal padre, alcune dalla madre, fra queste i capelli e la dolcezza di lineamenti e il carattere solare; ma la fattura: il marchio di fabbrica, quel senso di blasone, pareva direttamente discendere dal padre; gli occhi, però, proprio non capivo da dove li avessi presi, ma forse quelli eran due stelle dal cielo rapite. Il padre però aveva un che di unico in quella famiglia che mi induceva rispetto, non mi sentivo a mio agio, avevo paura di guardarlo in faccia quasi mi attendesse un inevitabile giudizio, però dentro sentivo di doverlo ringraziare per avermelo fatto così bello! Poi fui dimenticato un attimo da parte, giustamente estraneo, a quel quadretto di vita famigliare quando la madre di Luca arrivò, dove Luca però spiccava come la luce più bella; provai quasi un senso d’invidia nei loro confronti: per quello che avevano, per quello che erano, per Luca che non avevo come fratello…
– In tavola… – poi mi gridò risvegliandomi dal mio imbambolamento.
Sotto certi aspetti quella tavola mi ricordava la cena a casa mia: Luca che parlava, io che stavo zitto, mio/suo padre che lo ascoltava e mia/sua madre che dirigeva tutto, si lamentava, e metteva tutti in riga; però c’era qualcosa di diverso in suo padre che mi lasciava inibito: una figura alta, distinta, ma di fatto né algida, né arida, che però mi dava una sensazione di freddo o distacco come se io mi trovassi al di là di un vetro a osservare la scena. Non riuscivo a relazionarmici, come se non ne fossi all’altezza e ogni volta che mi chiamava scattavo interiormente sugli attenti; poi con l’avanzare della conversazione iniziò a pormi delle domande: su mio padre, sul suo lavoro, su di me e la famiglia; scherzava, sorrideva pure, e non in miniera finta o opportuna, ma in tutti i modi non riuscivo a calmarmi; ero teso, come sottoposto a un perenne giudizio, anche se non avevo le prove per dirlo.
Giunti alla frutta praticamente monopolizzavo l’attenzione e Luca cominciava, dall’altro capo, a scalpitare, a batter di coscia come siamo soliti noi ragazzi fare; poi la madre gli mise una mano sulla testa e lui incominciò a tremare allora, come scosso da un martello pneumatico: – Allora Luca ti calmi! – poi mi chiese se prendevo il caffè, ma vicina scaturì dall’altra parte del tavolo timida: – Anch’io…–.
– Luca lo sai… – lo riprese la madre, si vede che ancora non volevano i suoi che assumesse caffeina.
– Sì, lo prendo! – diss’io.
– Bene, allora ne faccio tre! –
Stavo iniziando anch’io a rompermi di quel conversare tra adulti, ero venuto lì per Luca e non per parlare di me, ma dopo il rituale caffè fummo liberi di andarcene: – Andiamo su? – gli feci l’invito ad appartarci in camera sua, ma lui nicchiò: – No, prima guardiamo questi, siediti! – e prese un album da uno scaffale.
– Prima ti faccio vedere queste: sono le più belle, che abbiamo fatto stampare, poi quelle sul DVD… – DVD? Ma quante ne aveva… non avrà mica voluto mostrarmi tutta la rassegna della sua vita! che per quanto interessante in quel momento non poteva certo interessarmi. In quel album c’erano soltanto le sue fotografie, quelle, cioè, in cui lui appariva in primo piano a partir in fin dalla copertina, dove compariva un Luca bel bambino, ma incominciò dall’Egitto; era tutto un dire: «qua, sono io a … , qua, sono invece a…, qui sono a… », insomma c’era praticamente lui e tutto il mondo intorno a fargli da paesaggio, non di certo didattico e piuttosto decisamente lucacentrico, e in dieci minuti finì. Giunto all’ultima pagina, essendo partito dalla fine, lo scenario cambiò, ma prima che potessi accorgermene chiuse l’album, quasi a volermi censurare quella parte della sua vita.
– Va beh, qua son finite! …Ma’ dove sono le altre, quelle su CD? –
– Lo sai, sono in camera tua! – e ci raggiunse in sala.
– Dove? –
– Ah, quello lo sai tu… sei tu che devi sapere dove metti la roba! –
– Okei… vado a vedere! – e sgattaiolò via; sua madre intanto restò lì, io non sapevo come atteggiarmi, ma poi prese le foto e si sedette accanto sfogliandole con vena nostalgica.
– Te le ha fatte vedere? –
– Mhmm, solo quelle dell’estate… – chissà se lei mi mostrava il resto? Poi raggiunse al punto: – qui? –
– Sì! – e dopo averle un po’ riguardate cominciò a parlare, mentre io mi avvicinai mostrandole vivo interesse: – Queste sono le foto dell’ultima recita… l’ha fatta qua al teatro comunale, sai… – bene, non sapevo questo suo passato da “attore”, ma man mano che quelle le pagine si sfogliavano ci calammo in una vera time machinedella vita di Luca: dopo le prime foto di lui sul palco, comparirono quelle dei compleanni e delle altre feste e dei sacramenti; e man mano il tempo si allontanava, le foto diventavano sempre più rade e con maggiori salti temporali, ma sempre una cosa rimaneva costante in tutta quella giostra di immagini: la bellezza di Luca, immutabile come una verità eterna! – ah… ah… ah… – scattò poi a un certo punto, facendomi fare soprassalto: – queste me l’ero proprio dimenticate! – c’erano tre foto di un bel biondino in mutande per il giardino: – qui aveva sette anni, sì! L’anno prima che tornassimo… C’era una piscinetta qui in giardino, e Luca andava sempre dentro e fuori bagnando dappertutto… che disperazione! – ecco le cose che una madre dovrebbe non dire né mai mostrare, specialmente se c’ero io! Quelle foto e le stavo proprio gustando: Luca da piccolo era un amore, tutto da mangiare… in una sgambettava per il cortile, nell’altra sostava a cavalcioni sul bordo della piscina gonfiabile come su un cavalluccio a dondolo e nell’ultima si nascondeva timidamente dietro le gambe della madre, rimaneva sempre in evidenza lo slippino con un bel bozzetto di riempimento tutto sottolineato dalle lineette azzurrognole del disegno, era incredibile come già precocemente mostrasse così la sua vera dote o forse era una mia deformazione professionale vederglielo grosso dappertutto?
Comparve dalle scale, sentendoci ridere si avvicinò curioso, poi, appena fu abbastanza vicino da capire, scattò subito: – Ma mamma! – strillò scandalizzato, strappandole l’album di mano.
– Ma Lucasono foto…–
– No, Mamma… no! – disse categorico, come per farle capite che era una cosa che non doveva fare e intanto io me la ridevo. Indispettito inserì il DVD, sedendole accanto con quell’album stretto tra le mani quasi volesse essere un lucchetto per custodirlo, e lei l’abbracciò; in quel momento avrei voluto tanto essere io ad abbracciarlo e consolarlo interessandomi di quel posto cui già da piccolo testimoniava tanta abbondanza.
Finita quell’interminabile sfilza, fortunatamente commentata da sua madre che la contestualizzava un pochino, lei se ne andò, e rimanemmo soli io e lui con lui visibilmente incacchiato: e che sarà mai? l’avevo visto sette anni prima in mutande, manco non l’avessi mai visto nudo, toccato, o addirittura masturbato… avrei capito in quel caso, ma dopo quello che avevamo fatto…! Continuavo a divertirmi per il suo sguardo trucido, ma per rompere quella tensione mi serviva un pretesto: – Sono belle le foto, che macchina avete usato? –
– Ce l’ho in camera mia, vieni! – bene! Prese il DVD e l’album, e salimmo. Finalmente l’avrei vista… io me le immaginavo un qualcosa di grandioso la stanza di Luca: tutta confusa e piena di roba e colori, un qualcosa che ricordasse la sua briosa personalità, con poster alle pareti, vestiti alla rinfusa, segni d’infanzia ovunque; praticamente un campo minato in cui non ti potevi muovere senza imbatterti ad ogni passo in un ricordo della sua infanzia: giocattoli dappertutto, libri misti di scuola e lettura, giornaletti, insomma una camera da perfetto adolescente. Aprì la porta, e il buio occultatore ancora alimentava le mie aspettative, ma entrando la luce disilluse tutto: poster sì, ma due, quello di Dragon Ball famoso e un altro che pareva di una squadra di calcio, ma di bambini quella forse dove aveva giocato; giocattolo sì, ma giochini della Kinder e in fila sulle mensole assieme ad altra oggettistica minuta da collezioncine; dietro la porta pure la cesta della biancheria sporca, e il letto e il mobilio in tinte pastello, tutto insomma nella più classica normalità, ma seguiva anche un innato feng shuj, forse più della madre, che suo… spiccava solo, unico esempio di modernità, la postazione del computer sita dinanzi a noi.
– Tieni è questa! – mi mostrò la macchina. La guardai, la studiai: mi sembrava un oggetto decisamente interessante, ma complicato: – Ma è difficile…? –
– No, si accende così… – e mi presentò tutte le funzioni che conosceva, compreso qualche scatto di prova fatto all’istante.
– Bella, mi sa che me la farò regalare! –
– Regalare… –
– Sì, per Natale! –
– Per Natale…? – mi guardò come se avessi detto una cosa d’alieno.
– Non mi manca nulla, me ne faccio regalare una, come questa! ce l’hai anche tu… –
– In realtà è di mio papà! io l’ho solo perché mi serviva per scuola …e comunque mi farei regalare altro… – me lo disse come per dirmi di farmi più furbo; ma per chi mi aveva preso: io non ero mica un marmocchio come lui, io avevo dei gusti più maturi dei suoi, mica le sue pipate da ragazzino…
– Ho visto che c’erano delle foto di una recita… –
– Ah…! – disse piuttosto con disappunto.
– Che c’è? –
– No niente, pensavo! …era l’ultima delle medie, fortuna che non le devo più fare! –
– Perché… –
– L’hanno scorso abbiamo fatto Peter Pan e l’ho dovuto fare in calzamaglia verde! – Calzamaglia! Wow…! se ben mi ricordavo il suo effetto evidenziatore, Luca in calzamaglia doveva essere qualcosa di terribile: tutto quel pacco in bella evidenza! Mammamia, il mio Luca davanti a tutta quella gente… già l’invidiavo e maledivo, ad uno ad uno, tutti quelli della platea per avermi battuto e ammirato prima di me, ma ora non potevo perdermelo!
– Me lo… ehm… le fai vedere? –
– Sì! – accese il computer passandomi con la testa vicino le gambe, in quel momento gliel’avrei ficcato a forza in bocca e goduto guardandomele al monitor.
Avvicinò le sedie, e finalmente partirono le foto, Luca mi spiegava, mi raccontava aneddoti, ma io ero più interessato a cercarne una dove il suo pacco risaltasse, mi folgorasse quasi attraverso quello schermo, e invece tutte erano o lontane, perché lui si vedesse bene, o troppo vicine dove veniva visualizzato soltanto a metà busto; poi finalmente, quando ormai disperavo, dietro le quinte, la foto perfetta! L’atmosfera era quella di chi è in procinto di andare, di lasciare il teatro, e Luca appariva in piedi stenografato da un tendaggio di scena raffazzonato, con le luci, da destra e dal basso, che illuminavano lui e l’ombra sagomata del suo pacco: un Peter Pan perfetto e con quel valore aggiunto… ma come avevano fatto a lavorarci insieme, io su quel palco l’avrei violentato! ma Luca scorse le foto in fretta sottraendomela dalla vista, volevo pero gustarmela meglio: – Ma ce l’hai ancora il costume? – non mi sarebbe affatto dispiaciuto farlo con lui con quel costume indosso…
– Ma va! –
– Invece ti stava bene veh… eri un Peter Pan perfetto, torna indietro! –
Tornò indietro, ma oltrepassando quella foto: – dammi un attimo! – finalmente m’impadronii del mouse: – Guarda! – il biondino delle mie meraviglie…
– Insomma… – commento Luca con sufficienza, ma quella foto era stupenda come poteva non notarla.
– Beh, guarda! – gli zumai sul suo pacco fino a riempirne lo schermo al limite dalla sgranatura.
Luca deglutì fissando lo schermo, poi: – Chiudo la porta! – disse alzandosi in piedi senza incrociare il mio sguardo. Finalmente tornò soffermandosi con quel cavallo di fianco a me; lo fissai, volevo guardarlo in faccia ma non riuscivo ad alzare lo sguardo da quel suo cavallo, da quell’ansa morbida in mezzo alle sue gambe; attentai alla sua virilità con la mano, come la commessa: – ha cavallo! – dissi anche per sconquassarlo, ma mi accorsi che nel palmo non avevo nulla, soltanto stoffa! Presi allora quel pantalone sfilandolo fino alle ginocchia, ed ecco l’arcano: il genitale non riempiva la parte verso il basso delle mutande, il pene tirava tutto verso l’alto, cosicché quella sciagurata non avrebbe mai potuto prendere nulla nemmeno affondando; però notai con divertimento la somiglianza di quell’intimo con gli slippini di allora, e sfogliando l’album dissi: – beh! Vedo che in sette anni non è cambiato nulla, sono sempre le stesse… –
Volevo sfotterlo, ma Luca rispose: – Beh proprio nulla non direi! – e si tirò su la felpa mostrandomi la sua belva diritta fuoriuscire dalle mutande; e in effetti per quanto precoce quella roba non poteva avercela allora! Gli abbassai le mutande per vedere per intero quella bega pulsante e quei testicoli da monumento; l’afferrai, la masturbai, spingendolo contro il banco, mentre nel monitor appariva l’alterego della sua allora tredicenne: – …e rispetto a qua è cambiato? – gli chiesi ridendo.
– Devo vedere, comunque è cambiato! –
– Come devi vedere? –
– Sì, perché sono due anni che per il comple me lo sono misuro – disse ansimante.
– … e lo segni? –
– Sì! – ma che bravo bambino.
– Dov’è? –
– Devo cercare… –
– Sì, ma non adesso! – glielo scappellai e l’infilai tutto in bocca, avevo troppo foga di saggiare quei venti oggi visti doppi perfino allo specchio. Fintamente glielo succhiavo in casa sua, in quella cameretta: ennesimo tempio d’infanzia violato per ribadire il rito di passaggio: all’emancipazione del sesso, all’età adulta, con una bella eiaculata nella mia gola profonda che in poco mi fece.
Sbocchinavo ancora gustandomi quel pene, non volevo lasciandolo uscire anche se non più tumescente, e Luca mi chiese: – Finito… –; dovevo lasciarlo, anche se ancora volevo limonarlo quel pene. Mi misi a osservarlo con le braghe abbassate, così sensuale, mentre mi guardava maliziosamente soddisfatto, però i rintocchi di fuori segnavano le undici di notte: – Mi sa che devo andare! – dissi recandomi alla porta, ma Luca mi spinse sopra il letto. Mi lasciai pacificamente cadere, poi salì sopra slacciandomi la cintura e tirandomelo fuori.
La sua manina mi stava per masturbare: – Dai, Luca è tardi! – .
– Non ho capito, l’hai fatto prima tu! –
– …e che non c’è più tempo… –
– Aspetta! – aprii la porta e gridò – Mamma, Alle quanto può restare? –
– e insomma, ricorda che a mezzanotte vai a letto! – mezzanotte… ma che si trasformava in zucchina!
– C’è tempo! – disse richiudendo la porta.
– Ma non l’hai chiusa prima! – non ci potevo credere: gli avevo fatto un bocchino senza che la camera fosse chiusa …
– Ma è chiusa…! –
– Con la chiave! –
– Ma non ce l’ho la chiave! – rispose Luca.
– Come non ce l’hai…? –
– Non ne ho bisogno, tanto non entrano! Non preoccuparti… – parlava bene lui…
– No, no! non mi fido…! – ricominciai a riallacciarmi.
– NO! Tu ora ci stai! – mi rivenne incontro buttandomi giù di prepotenza, e me lo riprese fuori; ero basito.
– Ma tu sei matto! – feci di nuovo per alzarmi.
– NO! Tu adesso ci stai e mi fai finire! l’hai fatto prima tu e ora lo faccio io! – e invece di masturbarmi prese subito a fellarmi.
Voleva “finire”, voleva farmi venire… voleva bermi! E intanto lo osservavo biondino, chino sul mio cazzo, scomparendone in bocca la più parte, e succhiando nervosamente; dopotutto era ragionevole la sua reazione: erano quindici giorni che non lo faceva… e io al posto suo sarei andato in crisi d’astinenza. Cercai di buttarmi giù, di rilassarmi per affrettargli i tempi, ma dopo pochi secondi udii dei passi veloci passare vicino la porta.
– Luca, i tuoi… – gli dissi preoccupato.
– Uffa! – smise di fellare – Non ti devi preoccupare… – i passi si allontanarono.
– Ma i tuoi… –
– T’ho detto che non entrano! Rispettano la mia privacy… – non credevo a quello che avevo sentito, e i passi ripassarono – ti vuoi rilassare, che dopo dici che non riesci a venire! – e riprese a succhiare. “Rispettano la mia privacy” quella frase continuava a ronzarmi per la mente, e a parirmi assurda: come poteva così sicuro stare a succhiarmi con la porta aperta? E ad avere una cieca fiducia che non sarebbero entrati? io addirittura dei miei avevo fatto in modo di liberarmi per… ma cribbio non gliel’avevo ancora detto!
– Luca… – non si fermava – Pss! Pss! – non mi dava ancora retta – Luca, devo dirti una cosa! –
– Cosa? – smise finalmente.
– Ascoltami, che è importante!Non questo, ma quello dopo, insomma tra due sabati …c’è l’assemblea… –
– Che…? –
– L’assemblea d’istituto, ma non sapete proprio niente voi di prima! –
– Eh… allora? – riprese a masturbarmi
– Aspetta! – che frettoloso – e allora, se uno vuole può anche starsene a casa… –
– Mia mamma, non me lo permette! –
– Ma se non c’è lezione! –
– Eh, e fatta così… –
– Va, beh… ascolta, comunque… mi sa che ti conviene parlarle! –
– Perché? –
– EH, ascolta! Io ho convinto i miei, finalmente, ad andare via da soli, e a lasciami a casa da solo… –
– Beato te! –
– E mi hanno anche dato il permesso di chiamare, se voglio, degli amici a dormire … –
– Mhmm… – sembrava non arrivarci.
– Ma non ci arrivi! Puoi venire a dormire da me! –
– E va be’, ma per il sabato non ci sono mica problemi, possiamo anche fare il prossimo se vuoi! –
– Allora non hai capito! io ho convinto i miei ad andare via, via… hai capito? e a lasciami solo per l’intero weekend! e se ti fai furbo, puoi restare a dormire da me anche il venerdì, visto che la mattina, insomma, non c’è scuola! –
– Sì, ho capito… ma ti ho detto che per me anche venerdì è difficile! –
– …eh datti una mossa a convincerli! –
– eh… ho bisogno del tuo aiuto allora… –
– non ci sono problemi… ti do una mano! –
– Bene! – e con più entusiasmo di prima riprese a succhiar, mentre io mi abbandonai sul letto tentando di venire o quella notte non sarebbe finita mai, e la mezzanotte si stava avvicinando.
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Stavamo tutt’e due supini a fissare il cielo della stanza, in quel letto che per tante notti c’aveva visti protagonisti di performànze inebrianti, ma ora così impacciati anche solo a cominciare con il primo approccio. Io lo volevo, non mi sarei tirato indietro! non questa sera, che era l’ultima sera! anche a costo di violentarlo, come la prima sera! E così avanzai con la mano verso lui lentamente: già lo strofinamento del palmo contro il lenzuolo si riempiva di tensione e aspettativa, poi, quando giunsi al suo soglio, pizzicai leggermente il tessuto che lo avvolgeva, ed era proprio quello leggerino dei suoi boxerini; chissà, forse era un suo modo discreto per dirmi il “via libera”? Così risalii la tondità della sua gamba nell’apatia più totale, soffermandomi sulla patta, palpeggiandola un pochino. Niente: Robertino non si smuoveva! ma intanto lo sentivo rigido come un tronco d’alt’alpe, quasi volesse sopraffare l’eccitazione che gli provoca, o forse era proprio quella? comunque entrai. Agguantai il suo penietto, bello flessuoso tra le anse delle dita, e mentre s’inturgidiva scivolai sulle sue sferette preziose, a carezzarle dolcemente; intanto mi sentii una mano farsi largo nelle mie mutande e prendermi il pene, poi iniziammo a masturbarci reciprocamente. Ahhh, che bello masturbare un altro pene: la parte proibita d’un altro maschio! stringerla, carezzarla, menarla, ma soprattutto, dargli piacere! Ogni tanto scendevo ad occuparmi delle sue sferette, che da sole sembravano contenere tutto il segreto della sua erezione; e poi su…, su…, per quell’asta, fino alla sua sommità! poi basta: non ce la feci più! Mi fiondai con la destra a masturbarlo come si doveva: volevo sentirlo come fosse il mio. Ecco, lo sentivo ansimare: altri cinque o sei colpi e poi mi sarebbe venuto in un lago di sementa, inondando sé stesso e tutto l’intorno – me compreso –, in una chiazza che s’allargava e che nemmeno entro domattina non sarebbe sparita; così mi fermai e riprendemmo a segarci reciprocamente, e io di mancina.
Roberto guardava i nostri peni: il mio più lungo, il suo più corto, con sommessa rassegnazione; allorché, mosso da uno spirto pietoso, mi voltai verso di lui e con tenue affetto abbracciandolo gli dissi: – Non ti preoccupare…: crescerà! – stagliando il suo nello scuro con la sua forma fungina: – …anch’io alla tua età ero come te! – e poi ripresi a menarlo, terminando il tutto con un lieve bacino sulla guancina per augurio. Finalmente gliel’avevo detto: il segreto che m’ero tenuto per tante notti per tenerlo al mio giogo con la fascinazione di un traguardo che doveva sembrargli irrimediabilmente irraggiungibile, era svelato; e ora chissà? Vidi un sorrisetto sul suo volto da pupetto, e allora preso dall’eccitazione gli salii sul tronco cavalcioni, assumendo la mia “posizione del dominatore”. La notte buia: il suo torso mi pareva incredibilmente scolpito, più di quanto nol fosse in realtà: asciutto ma tornito, tonico ma robusto, piazzato il giusto, ma pur sempre inferiormente a me, con quelle spalline da tredicenne. Insomma, mi stavo infatuando della sua fasulla fisicità: tanto da cercar riparo tra le sue braccia, per trovare quel senso di protezione e d’abbandono, che tanto mi mancava; ma mentre mi chinavo, sentendomi il suo glande premermi contro il sedere, attraverso il pigiama, rinvenni, e da lì capii ch’era giunto il momento di ristabilire la naturale gerarchia: quella basata su chi ce l’aveva più lungo, sbandierandoglielo in faccia! Risalii infin sul suo torace, emergendo la mia cappella lucida per gli umori della preiaculazione; pronta per essere infilata nella sua boccuccia famelica, che già aperta l’attendeva. Ahhh… che goduria! anche lui si voleva nutrire di me: lo sentivo che mi (ri)succhiava! avanzai un poco per conficcarglielo meglio nella gola, e inarcarmi all’indietro per prendere il suo bel peniaccio. Ahh, sì…, quello sì ch’era un bel peniaccio veramente: duro! grosso! lungo! no, quello ancora no, ma presto lo sarebbe diventato! Iniziai a tirare con ambe le mani, come se dovessi estrargli una spada da sfasciargli sul quel zuccone; e più tiravo, più lui mi risucchiava: era come dovesse compensare, centimetri per centimetro, quel ch’io mi fingevo di estrargli; e quando mi sembrò d’essere completamente dentro lui, il suo mi parve quasi lungo come ‘l mio. Ero in estasi, e come un cavallerizzo, a cavallo del mio cinnazzo cazzuto affamato di me; ah!!! se solo avessi potuto inarcarmi ancora; fino a prendergli il cazzo in bocca, chiudendo il cerchio: avrei assunto una posiziona erotica da far invidia a qualsiasi contorsionista circense. Ma basta: ora dovevo ciucciarglielo! ripresi controllo di me, e dopo l’estrazione di me da lui, con un gesto quasi atletico mi misi parallelo al suo corpo, infilando il mio uccello nella fessura della sua patta, e cominciando a scoparlo. Robertino chiuse le gambe, e cominciai a strofinarmi anche contro il suo sesso, per regalargli un momento di godimento: era bello vederlo, così, sorridere e gaudere, quasi compiaciuto dell’essere scopato da me, il suo dominatore; e ansimante contro il mio petto. – Ti piace, eh! – gli dissi con ghigno ironico, e aumentai il ritmo. Sentivo il mio uccello strofinarsi contro le sue cosce e scappellarsi a poco a poco, finché la cappella non fu completamente nuda e cominciai a sentire un puntire tutto intorno: era fastidioso: volevo smettere; ma quel prudore mi costringeva a continuare: un po’ come quando fui dentro al suo sedere; eppoi lui godeva! A quel punto pensai a se entrato mio padre: che figura imbarazzante! essere beccato a mimare di scopare un altro ragazzo come fosse una donna… ma forse quella era la cosa più normale che avevamo fatto in tutti quei giorni. Ora però, veramente, basta: il mio palato reclamava l’incontro con il suo pene! scattai in ginocchio, faccia a faccia con la sua verghetta buffa, e ne misi in mostra i testicoli: ben sopra le frangette della fessura, che m’ero appena scopato; e mi fermai a mirarla. Il fallo; il genitale maschile in fase d’erezione era una cosa veramente magnifica: che da sola sapeva trasmettere l’intero senso di maschietà perfino di un ragazzino; e allora mi buttai a mordicchiargli, tra le gonadi, quel principio d’asta nervigno. L’odore, il sapore, il suo gemere: tutto maschile…! e allora il marone: tutto d’un colpo nella mia bocca; mmmh…, la mia passione di quel cinno cazzuto! Eran così grossi da sembrar du’ uova, di piccione; e quelle due gonadi, due caramelle di testosteron puro; da succhiare con cura. Ma ora basta anche con la mia scrotofagia! salii leccando quell’asta turgida, su su fino a quella cappella tumida, e via incastonandola, a meraviglia, nella mia cavità orale: ciucciarla, per me, era come completarmi un orifizio di cui finora avevo sconosciuto la reale funzione e il perché fosse cavo. Mi sembrava di essere un giunto ad incastro: di quelli con sede semisferica (la mia bocca) e un maschio a sfera (il suo glande), per permettermi la maggiore mobilità possibile, a trecentosessanta gradi; così com’io muovevo in quel momento la mia testa circolarmente, e, indi, il suo pene. Quel piccoletto stava godendo, e godeva come un pazzo; e io ne andavo fiero! il suo pene mi compiaceva, mi riempiva e tra un po’ mi avrebbe anche alimentato: sentivo che montava…, che cresceva! Robertino s’irrigidì, improvvisamente, come un fascio di nervi sotto le mie dita; e poi un gemito; un trattener di respiro; e poi rilassatezza, mentre la sua broda sgorgava nella mia bocca con l’impeto d’un fluido traboccante. Incredibile! Robertino era veramente straordinario: anche solo dopo una giornata appena, riusciva ad eguagliar me dopo almeno tre giorni d’astinenza; e io intanto continuavo a godermi quel saporino di sperma, che oramai, assieme ai protettivi e alla salsedine, era divenuto per me uno degli aromi che sapeva sapermi di mare e di vacanza: e peccato solo che, dopo quella parentesi, avrei dovuto dirgli addio; al massimo…: soltanto il mio.
Tornai a fianco di Robertino con un braccio sotto al suo collo e l’altra infilata nei suoi pantaloncini, a carezzare quella parte di lui che ancora non riuscivo a lasciare. – Ti è piaciuto, eh? – gli bisbigliai all’orecchio, e lui mi confermò con la testolina; non so perché: ma saper d’averlo fatto godere mi faceva star bene, però poi pretendevo ugualmente il contraccambio.
***
Quando sentii il suo fisichino riprendersi dal profondo stato d’intorpidimento del doporgasmo, cominciai a smuoverlo con lievi colpetti dietro il capo per spronarlo a farmi un pompino; poi finalmente capì. Anche perché in fondo stavamo pur sempre preparandoci per la vagina, ancóra: quindi ora toccava a me essere allenato per la figa. Robertino si abbarbicò nei pressi il mio pube e subito sfilò il mio pene ricurvo guardandolo con ammirazione: forse s’immaginava quando anche lui ce l‘avrà avuto lungo come il mio, ma solo il tempo sapeva se avrei avuto ragione, oppure se gli avevo dato soltanto una pia illusione; poi fece per metterlo in bocca, ma io lo fermai. – No! – Roberto mi guardò come se non avesse capito – menamelo prima! – lo corressi e allora mi accontentò, ma svogliatamente. Nonostante il suo menare disinteressato, cominciò a comparirmi davanti quel biondino che mi aveva menato appassionatamente: bastava il semplice tocco del mio pene, per rievocarmi quella scena meravigliosa. Ahhh sì! quella sì, che fu una vera sega strepitosa! poi… – Dai! Dai! – gridai a bassa voce, poiché stavo per venire; ma in quell’attimo di avvicendamento, tra la sua mano e la sua bocca, tornai indietro. Si vede, però, che il succhiare di Roberto mi piaceva… perché in quattr’e quattr’otto fui subito sui binari dell’organo! Misi le mani sul suo capo, e cominciai a premere ritmicamente, fingendomi d’avere la cavezza di quel biondo tra le mani; ma intanto era quel moretto che spompinava avidamente: scendeva su e giù lentamente, aspirando con forza di un vuoto pneumatico nel ritorno. O che bello, quel cinnino spompinone! si capiva proprio che succhiare gli piaceva: ecco perché prima era così demotivato nel segare; poi iniziò a ciucciarmi sulla cappella solamente, quasi fosse una tettarella, e allora lo accontentai con il mio “latte”, anche se mi figuravo di sfamare quel biondino, in realtà. Roberto continuò; continuò a lungo, più quanto non potessi desiderare, anche quanto il mio pene fu completamente collabito. Io ero entusiasta, ma la mia vena erotica non si era ancora esaurita, così quando Robertino tornò gli infilai la mano nei boxer a giocargli coi testicoli: ma non mi bastava solo quello; quello era l’ultimo giorno, quella era l’ultima che mi sarei potuto spupazzare bel un maschietto, e il suo genitale, in tutta tranquillità: così ci riprovai! – Robby,… – dissi un pochino imbarazzato, ed era la prima volta che lo chiavavo così: – …questa è l’ultima sera… – – Mh!… – fece lui, come se avesse capito dove stavo andando a parare. – …quindi, forse, ci conviene approfittarne… – e lui rispose di sì. – …ci conviene darci dentro! – e lui mi rispose un’altra volta di sì. – Allora…, dai, che facciamo un bel sessantanove! – e mi precipitai tra le sue cosce. L’avremmo fatto come ieri: fianco a fianco, poggiati l’un sulla coscia dell’altro; ma questa volta io lo volevo nudo: come mamma l’aveva fatto, anche se non l’avevo fatto di certo per quello…! Gli sfilai i boxer, mentre lui si accapigliava con le mie mutande, e io incominciai subito a fellargli quel grilletto ben eretto, su cui m’avventai. Lo infilai tutto quanto in bocca – o almeno quanto mi era possibile –, quasi a farne a gara con lui, per prima, a chi ne infilasse di più in bocca, e poi mi sentii finalmente anche la sua bocca lavorare sul mio, ma subito si fermò; – Ma quanti ne vuoi fare? – mi chiese… – Eh?… – – Quanti ne vuoi fare? – “di boccini” intendeva; mi fece segno con la mano. Eh… giusto; quanti ne volevo fare? – T…u quanti anni hai?… – gli dissi la prima cosa che mi veniva in mente. – Tredici! – – E a…llora te ne faccio tredici! – chiosai: uno per ogni suo (comple)anno. – E io sedici, allora! – rispose lui galvanizzato dalla gran cifra con cui intendeva riempirsi la bocca: in tutti i sensi…; e chi lo avrebbe mai detto all’inizio? e poi ricominciò a succhiare. Mamma, che grand’impegno m’ero preso! ma il suo era ben più gravoso del mio; eppoi io, in quel momento, ci credevo. Cominciai a succhiare con gran voga, ed essendo quella anche una delle ultime volte, iniziai a registrarmi cosa significasse tenere quella struttura anatomica infilata in gola: ogni sensazione, ogni emozione che comportava, tenere quel paletto liscio e glabro serrato tra le labbra: il caldo, il duro, la cappella a fungo; eppoi il sapore; l’odore, agro e pungente tra le sue gambe; e il suo gran testone tra le mie. Sì, il suo gran testone – che poi non era così grande, ma strinto tra le gambe sembrava immenso, come averci un grand’uccellone! –: mi piaceva tenerlo attanagliato come fossi una piovra, per non lasciarlo scappare sul più bello dello sbocchinamento, e anche poi; e lui stringeva me. Mmm, che bello…, la pressione delle sue cosce sulle mie orecchie! per aumentare l’eccitamento, passai la mano dietro le sue gambe a prendergli le palle, e in quel momento Robertino cominciò col turbo. Intanto io ripassavo nella mia mente la tabella di marcia di quei tredici di pompini: uno era già andato e il secondo stava andando: anzi era già andato (-11), sentii al più presto; e presto anche lui fu “solo” a meno quattordici. – Robby basta! – gli dissi di smettere anche quando avevo già smesso: evidente non si era accorto… ma io, dopotutto, non ero come lui… – Dai, ora dormiamo… – gli dissi riveste domi, e poi sotto le coperte chiarii: – Domani ci svegliamo per tempo: così continuiamo… – ; e lui: – Va bene! – assentì immediatamente, quasi diventata oramai la missione quella maratona di pompini.
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Smarlettavo Robertino beatamente, in quel dì di sabato mattina, col suo costume appena abbassato e nell’acque turbide dell’Adriatico, ben ancorati al materassino e godendomi la sua turgida quindicina. – È dura, eh? – diss’io riferendomi alla sua lungaggine nel venire. – Mh! – commentò lui, probabilmente riferendosi alla sua turgidezza, che la salsedine sembrava avergli favorito. Incredibile com’omai toccarci il pene a vicenda fosse diventata una cosa normalissima, quasi banale direi, tanto da sembrar risibile il non averci pensato prima, soprattutto in mare, dov’eravamo spesso; poi Roberto proferì fatalisticamente, come dovesse essere la sua memorabile frase di chiusa teatrale: – Oggi è l’ultimo giorno… –, sospirando lungamente. Ma cos’era tutta quella tetrezza da film hollywoodiano, con lo sguardo rivolto verso l’orizzonte che sembrava sovrimporsi ai suoi ricordi che gli passavano davanti per finire là, in quell’azzurro lontano, dove mare e cielo si toccano e confondono in un mescersi confuso? – C’è anche domani – precisai. – Ma domani partiamo! – rispose acidamente come se gli avessi distrutto il suo più epico momento di struggimento melodrammatico. Il suo essere cinno fetuso non l’aveva ancora perduto! così si meritava una bella strizzatina di gonadi, poi ripresi: – Conoscendo mio padre, …e credimi: lo conosco! – a meno che non volesse mettere in discussione pure quello per il solo fatto d’aver passato con lui un pomeriggio da solo: – …partiremo sul tardi, quindi avremo tutta la giornata davanti! – aumentai il ritmo della sega per fargli capire cosa… – Davvero? – s’illuminò immediatamente (infatti, ricordavo che lui era solito partire la mattina sul tardi, così che noi avevamo tutto l’ultimo pomeriggio davanti per prenderlo in giro e prenderci, alle sue spalle, quelle rivincite che altrimenti, davanti a lui, non avremmo potuto riprenderci, ma ai suoi fantasmi, sì). – Sì, come minimo partiremo dopo cena… e posso dirti anche, approssimativamente, all’ora cui arriveremo da te: circa verso le undici; e a casa mia a mezzanotte! – – Bene! – esclamò, e siccome aveva la smorfietta di uno che stava per venire, lo scappellai. – NO! – gridò, intendo «In mare no!», attirando l’attenzione di tutti coloro che ci stavano intorno; fortuna ch’eravamo lontani dalla spiaggia! – Ma dai che non brucia! È solo una leggenda metropolitana! – e l’iniziai a stimolare sulla cappella per aggradargli la situazione, e dopo mi diede pure ragione; ma perché quel tredicenne non se ne stava zitto, e si fidava ciecamente di me!? non gli avevo forse dimostrato che la mia nuova missione non era più farlo soffrire? che non eravamo più nemici per la pelle…, ma, semmai, amici per le palle? fratelli di seme; concubini carnali alla ricerca di un sempre maggior piacere? eppoi com’era divertente stuzzicalo su quella cappella liscia in mezzo al mare, a tutta quella gente ignara che due ragazzi si stavano masturbano in mezzo a loro!
– È tardi, andiamo? – dissi, facendogli capire di metter via il pene, ché mio padre ci stava certamente aspettando. Quella mattina non ci aveva lasciato neanche un attimo di pace, neppure per un fugace pompino prima di colazione; ma noi due sapevamo comunque come ritagliarci i nostri spazi di divertimento. Usciti dall’acqua, lo feci immediatamente correre simulando una gara, non volendo che la gente lo vedesse col costume bagnato e soprattutto col suo bell’amico bellamente in tiro. Per tutti quei giorni fu un’impresa non farlo notare a mio padre: mi frapponevo sempre fra loro quando uscivamo dall’acqua, e poi sempre a menarlo per la spiaggia in attesa che quella pezza bagnata s’asciugasse: insomma da baby-sitter mi era toccato fargli per tutti quei giorni.
***
Il pomeriggio fu un autentico tormento: il nostro orgone – causa il mancato sfogo mattutino – aveva iniziato a prendere sopravvento sulle nostre povere menti già dopo la prima portata; io già lo vedevo anch’egli sopito, annoiato e accaldato agognare da me un tocco proibito anche s’elargito da sotto il tavolino: se gli avessi anche solo tintinnato i testicoli col piedino dall’altra parte del tavolo, me ne sarebbe stato grato; ma non potevo. Dopo pranzo fu anche peggio: la canicola pomeridiana sembrava aver acuito la nostra erotomania, e io già mi vedevo buttato sull’ottomana con lui che me lo succhiava mentre mio padre se n’andava a dormire; ma quel pomeriggio non volle concederci neppure il momento del suo riposino per farci fare un pompino, che subito ci coscrisse a sé per l’intera giornata: cominciavo a sospettare seriamente che avesse a mangiato la foglia, visto che non ci lasciava più un attimo soli. Arrivati in spiaggia, tra il caldo torrido e il sol battente, mio padre si buttò sul lettino com’un’iguana pigra, e io e Robertino sull’altro accontentandoci di quel poco d’ombra pia che il sole prepotente ci concedeva sotto l’ombrellone, mentre la sabbia intorno coceva. Scottava, solo a guardarla l’aréna scottava, e l’arsura e il calore e il sudore rappresentavan per noi un potente afrodisiaco ch’incalzava il nostro desiderio erotico; ahh… se solo avessi potuto toccarlo! se solo avessi potuto strusciarmi su’ suoi lembi di pelle nuda! poi Robertino mi chiese di passargli la crema, ma: – Aspetta… – gli feci io; gliel’avrei spalmata io! Quell’abbronzatura…, quegli unguenti ungenti…: la sua pelle più lucida del solito, e più bruna (Robertino doveva avere naturalmente una carnagione più scura della mia!) eppoi il suo fisichino…: ancora tredicenne, eppure così tonico e robusto; più di quel biondino! oltre a spalmargli la schiena, gli sarei scivolato davanti, da dietro, abbracciandolo, e poi sarei finito nei suoi pantaloni a menargli il grillo, già duro, come il mio. L’odoravo, e quello, almeno apparentemente, non doveva destare sospetti a mio padre, perché in fondo ci stavano spalmando; poi volle essere lui a spalmare me, anche se il suo tocco non aveva la stessa delicatezza e sensualità di Luca. Comunque si vedeva che anche lui cercava un contatto erotico con me, attraverso le nostre epidermidi, e che solo a quel modo poteva sembrare “lecito” e soprattutto giustificabile. Per tutto il tempo non femmo altro che cozzarci contro, a vicenda: schiena contro schiena, spalla contro spalla, testa contro testa; spossatamente, svogliatamente; sotto l’ombrellone, il solleone, sulla medesima sdraio, e di là mio padre che dormiva; alla ricerca d’un qualche tocco erotico che, come prima, fosse in grado di darci un qualche sollievo al nostro tormento. Venne poi il momento d’entrare in acqua, quando il sole si fé men prepotente, e a Robertino s’illuminarono gli occhi, subito spentesi all’annuncio di mio padre d’entrare in acqua con noi: evento rarissimo. Basta! ormai era conclamato: causa il suo stramaledetto costume, mio padre ci aveva scoperti! Lui e quel suo stramaledetto costume, e quel coso che c’aveva frammezzo le zampe; gliel’avrei strappato, a morsi! Ero così nervoso, che neanche in acqua, mentre mio padre e lui si divertivano a schizzarsi, non riuscivo a distrarmi; quel maledetto scippa-padri non lo sopportavo più! cominciava a ristarmi sul cazzo, notevolmente; e mentre correva tra l’onde a(v)vrei voluto affogarvelo, anche se quel costume, ora, mi pareva men trasparente. Usciti dall’acqua, fu come se quel bagno c’avesse mondati d’ogni traccia del nostro coinvolgimento erotico, e ora, pur vedendolo tutto di gocce grondante, non aveva più alcuna sensualità per me: era solo il moccioso che era, col sembiante tredicenne che aveva; ma meglio così: perché, se come temevo, ormai, mio padre ci aveva scoperti, stasera mi avrebbe chiesto certamente di dormire con lui, onde separarmi da quella tentazione di nome Robertino. Non vedevo però, in tutti i modi, l’ora che quella settimana finisse; di ritornare dai miei amici, della mia età; di non pensare più a tutta quella situazione: era solo stato un errore, un errare, una svista passeggera, una sbandata vacanziera senza più alcuna implicazione, un’occorrenza che senza più evidenza del ripetersi, … ; e il prossimo anno, al destino compiacendo, sarei finalmente andato in vacanza coi miei amici.
***
Oggi, mio padre, non voleva proprio svestire i panni del superpapa – sarà stato da quando avevo ott’anni che non lo vedevo così presso –: dopo cena c’offrì pure una supercoppa di gelato: di quelle in coppette di cristallo, con tanto di cialde, cinque o sei gusti a scelta, più cioccolato, zuccherini e, volendo, anche panna montata; insomma una di quelle cose che si addicono solo a grand’addii reali. Ma la cosa che più mi compiaceva, è che guardando Robertino non provavo più alcuna attrazione erotica per lui, e la nostra situazione sentimentale era limpidamente algida e chiara come quella coppetta di gelato che di tanto in tanto tintinnava col cucchiaino; poi, guardando il sedere d’un ragazzino a pochi metri da noi davanti al banco frigo in calzoncini bianchi, mi rivenne in mente il posteriore di Luca, e improvvisamente anche Robertino ricominciò ad apparirmi bello e sensualmente più di prima! – Bene, ragazzi, allora io vado! – disse mio padre alzandosi in piedi: – Mi raccomando, non fate tardi che domani è l’ultimo giorno… – e dopo i saluti altrettanto figlieschi di lui, se ne andò. Mannaggia, che fare? io ora qualcosa, con lui, la volevo veramente fare: che so? una toccatina, una spompatina…; ma intanto, tornado a casa, avevo veramente paura che mio padre mi mettesse a dormire con sé, quindi mi toccava fare qualcosa ora, se ci volevo provare; ma prima mi toccava risvegliarlo, visto che sembrava completamente desensualizzato. – Dai, vieni che andiamo! – lasciai lì le cialde per la fretta. L’erezione mi tirava nelle braghe e m’impediva di camminare, così mi sedetti su una panca a rifletter un quarto d’ora: ogni minuto che passavo con lui mi accresceva la mia voglia di masturbarlo, ma lui non mi cagava; chissà, forse avrei potuto dargli crucco e violentarlo poi sulla spiaggia, ma da svenuto non gli sarebbe venuto dure, e io era quello che volevo! Non sapevo che fare: dove portarlo per risvegliare la sua sopita libido; forse al sexy shop? naaa…, troppo lontano! eppoi vicino non c’erano posti isolati; oppure alla spiaggia, dove avevamo fatto la prima volta pipì…! chissà, forse quel luogo avrebbe potuto svegliarlo? Poi, gironzolando, capitammo nei pressi di quel parchetto vicino la marina, che m’aveva visto la prima volta sbirciare le mutande di Luca e prender conoscenza co’ suoi fianchi: allora mi venne in mente di riprovarci. – Facciamo a gara? – dissi arrampicandomi per la scaletta che giungeva le due torrette orizzontalmente, lanciandogli così un’implicita sfida. Speravo che giunto a certo un punto, come Luca, non ce la facesse più, così mi avrebbe chiesto d’aiutarlo; ma invece arrivò tranquillamente sino in fondo, e da lì poi scese usando la reticella che l’accompagnava comodamente fino a terra; da cui il sospetto che Luca, quella volta, l’avesse fatto apposta! Ma ora non m’importava: m’interessava solo risvegliare la bestia erotica che stava dentro quel nanetto moccioso; provai così con la pisciatina, dietro un albero, con auspicio che mi seguisse; e lo fece. Anche lui, a un metro da me, con il grillo di fuori e le gambe diverte, in vera posa da uomo, e l’urina che man mano finiva; ma nonostante che ci provassi a metterlo in mostra, col cazzo che s’intravedeva con le luci dell’insegne della città, Robertino non mi degnava. Niente, non mi dava retta…: non mi restava altro che tornarmene a casa, e sfogarmi da solo nel bagno con mio padre che, nel frattempo, preparava i letti per tutti e tre, ma il mio col suo; e così, dopo una settimana di sesso sfrenato, non mi restava alto ch’archiviare il tutto con una sega mesta e l’effimero ricordo di quella scappellata in mare con la sua cappella liscia nella mia mano, per dimenticare poi tutto.
***
Rincasammo sul tardi, trovando il letto già fatto e mio padre di là coi ghiri a dormire. – Sss…, fa piano! – gli dissi: non volevo si svegliasse e magari mi chiamasse con lui a dormire. Roberto si defilò subito il bagno e n’usci così v’era entrato; evidentemente si voleva cambiare da solo: chissà se avrebbe indossato quei boxerini che a me piacevano tanto…, ma tanto, ormai, non ci contavo molto. In bagno mi venne una crisi di coscienza in quel riflesso di me, che il me stesso d’una settimana prima non avrebbe mai riconosciuto come sé stesso: ma che mi stava succedendo!? ma io, però, un’ultima scalippatina gliela volevo dare… solo quella, giuro! e poi basta sul serio: in fondo Robertino quando mai l’avrei rivisto? e poi, al destino compiacendo, il prossimo anno sarei andato in vacanza coi miei amici; ma adesso…?
Scivolai nel letto che Roberto s’era già rincalzato sotto le coperte in quella che sembrava una roccaforte per evitare che io lo raggiungessi; – È molla un po’! – gli brontolai strattonando, finché non mi concedette un quarto di coperta, poi, tirando di nuovo, guadagnai l’intera metà volgendolo supino.
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