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QUELL’ANGOLO DI PARADISO (hard)
Una curva dietro l’altra, la strada si stendeva sinuosa, dispiegandosi lungo il fianco della bassa e arida collina completamente priva di vegetazione, come si trattasse di un enorme serpente nero adagiato ai caldi raggi del sole.
Malgrado i continui saliscendi, con lo scassato e rumoroso motorino (noleggiato dopo un’estenuante trattativa con un greco, tanto simpatico quanto invadente) impiegavamo pochi minuti a percorrere i sei chilometri che separavano la nostra pensione da quel luogo che avevamo definitivamente scelto quale sede ultima per le nostre sedute abbronzanti, decisione che avevamo preso dopo aver girato in lungo e in largo la piccola isola greca nei primissimi giorni di quelle nostre vacanze.
Martina ed io avevamo allora entrambe ventiquattro anni, ed eravamo grandi amiche sin dai tempi della scuola: la nostra era una di quelle amicizie impermeabili a qualunque avvenimento e, malgrado i nostri rispettivi lavori ci lasciassero ben poco tempo libero, l’intesa e la confidenza fra noi erano rimaste intatte esattamente come quando eravamo sedute dietro un banco di scuola.
Quell’anno, poi, eravamo riuscite a combinare le ferie nello stesso periodo, in modo da poterci regalare quella vacanza al mare che sognavamo da sempre: tramite un’agenzia di viaggi, avevamo prenotato in una piccola ed economica pensione su quella remota isola dell’Egeo, scegliendo di viaggiare con mezzi propri (treni e traghetti, perché l’aereo ci sarebbe costato troppo), tutto pur di prolungare il più possibile quel nostro desiderato e sospirato viaggio. Insomma, eravamo partite all’avventura, per goderci una vacanza da sogno, magari senza grandi pretese ed eccessive comodità, ma assolutamente indimenticabile.
Quel giorno di cui vado raccontando, Martina ed io eravamo in piena esaltazione da vacanze, consapevoli del fatto che avevamo davanti ancora ben nove giorni di spensierato divertimento prima dell’inevitabile rientro in Italia, e quindi con il ritorno al lavoro e alla vita di tutti i giorni.
- Manca poco… siamo quasi arrivate… – disse Martina, indicando un gigantesco cespuglio di ibiscus un centinaio di metri davanti a noi, sul limitare dell’ennesima curva.
Quella rigogliosa pianta (quasi un miracolo nel brullo panorama circostante) era diventata il nostro punto di riferimento, il segnale che c’indicava l’inizio del piccolo sentiero che, terribilmente scosceso e polveroso, scendeva a precipizio fino alla minuscola e solitaria baia.
Era stato un vero e proprio colpo di fortuna, tre giorni prima, a farci scoprire quel fantastico angolo di paradiso.
Avevamo trascorso l’intera giornata in giro su quell’asmatico motorino, e nel tardo pomeriggio
c’eravamo ritrovate, sia Martina che io, stanche e accaldate; al mattino avevamo visitato alcune spiagge della costa più orientale dell’isola, e, subito dopo aver ingurgitato un panino e una fetta d’anguria, c’eravamo avventurate per le strette stradine di un caratteristico villaggio di pescatori, affollate all’inverosimile, però, da comitive vocianti di vacanzieri, e da non pochi ragazzi, infoiati come mandrilli e alla disperata ricerca di fanciulle da rimorchiare.
Tutta quella confusione ed il caldo micidiale ci avevano letteralmente stravolte, a tal punto che rifiutammo, e per di più in maniera perentoria e un tantino maleducata, anche le avances fatteci da due ragazzi francesi, decisamente carini e assolutamente gentili.
Ma eravamo troppo stanche anche per quello e, risalite sul motorino, c’eravamo avviate per tornare alla nostra pensione.
La fortuna volle che la strada, in quel punto, tendeva a salire, ed il motorino, gravato del nostro peso, non poteva di certo raggiungere velocità eccessive: così, quando Martina, per evitare un sasso rotolato nel mezzo della strada, perse il controllo del mezzo all’uscita della curva, ci limitammo ad andare dritte e ad infilarci in quel grosso cespuglio, cavandocela con un rovinoso e ridicolo capitombolo, qualche escoriazione di poco conto a braccia e gambe ed una grande spavento.
- Ma che cavolo hai fatto ? Ti eri addormentata per caso… ? – urlai alla mia amica, tirandomi su in piedi e controllando ansiosamente di non avere nulla di rotto.
- Scusa, Viola… non so come sia potuto accadere… ho avuto paura di colpire con la ruota quel sasso… – mi rispose lei, massaggiandosi un gomito sbucciato.
- Come no… è successo perché credi di essere un’esperta guidatrice, ecco perché… quante volte ti ho detto di andare piano e di fare attenzione ? -
- Dai, Viola… non ci siamo fatte nulla di grave, per fortuna… -
Ero ancora arrabbiata con la mia amica quando ci avvicinammo al cespuglio per recuperare il motorino, e, mentre cercavamo di disincastrarlo dai rami della pianta, scorgemmo uno stretto e ripido sentiero che scompariva dopo solo pochi metri, curvando sulla destra, dietro la parete rocciosa quasi a picco sul mare.
Una delle caratteristiche principali del carattere di Martina era proprio la curiosità.
Difficilmente poteva resistere all’ignoto.
Ed un sentiero misterioso rappresentava per lei un richiamo a dir poco irresistibile.
Prima che potessi dire una sola parola, Martina si era già addentrata sul sentiero ed era scomparsa in un attimo dietro la parete di roccia.
- Torna indietro, Martina… dai… ho voglia di una doccia… e sono stanchissima… -
Fu come parlare al vento.
L’esploratrice era entrata in azione.
Rassegnata, attesi che lei tornasse.
Dopo una decina di minuti la vidi sbucare dal sentiero, tutta sudata e con il fiato grosso.
- Finalmente. Andiamo alla pensione, forza, che questa giornata è stata anche troppo lunga… -
- Fantastico ! Semplicemente favoloso ! – disse Martina, mostrandomi di non avere nemmeno sentito le mie parole.
- Di che diavolo stai parlando ? Guarda come ti sei ridotta per fare la pioniera ! -
Martina sbuffava e ansimava, piegata sulle ginocchia, nei suoi occhi una gioia a stento repressa.
- Alla fine sono riuscita a trovarlo… -
- Che cosa ? – le chiesi, per nulla contagiata dalla sua allegria.
- Un vero e proprio angolo di paradiso. Vieni a vedere anche tu. -
Mi prese per mano e mi trascinò giù per il sentiero, malgrado le mie veementi proteste.
Fu così che la seguii, riluttante e infastidita da quel fuori programma, soltanto per porre fine a quella sua improvvisa e infantile esaltazione, sperando che anche lei, alla fine, si decidesse a rientrare alla pensione dopo quella faticosa giornata.
La cosa che maggiormente mi colpì, una volta superata la prima svolta dello scosceso sentiero, fu la fitta e rigogliosa vegetazione: non so se per la particolare direzione dei venti, o per l’umidità trasportata dal mare sottostante, fatto sta che, sul costone di quella scogliera, alberi e cespugli crescevano in quantità, creando un fitto ed inestricabile sottobosco, in netto contrasto con gli aridi e assetati terreni sovrastanti.
Scendendo e scivolando per un centinaio di metri (ero atterrita al solo pensiero della successiva e difficoltosa risalita) giungemmo ad una piccolissima insenatura, incastonata tra le erte pareti di roccia quasi bianca.
La caletta, larga non più di una quindicina di metri, aveva una spiaggia di sabbia finissima, bianca e impalpabile al tatto, neanche fosse stato borotalco; il lato sinistro era chiuso dall’alta scogliera (il proseguimento naturale di quella che avevamo appena discesa), mentre sulla destra enormi massi, franati chissà quando, creavano una barriera di un’altezza di almeno tre o quattro metri, e delimitavano quello che Martina aveva già battezzato come un angolo di paradiso.
Effettivamente il posto era meraviglioso, esposto al sole da mattina a sera, e assolutamente deserto: il mare aveva una tonalità di un verde turchese da cartolina, ed il fondale, contrariamente a quelli di altre spiagge che avevamo visitato quel giorno, era abbastanza basso per una buona decina di metri.
– Allora… – fece Martina, il viso radioso – … avevo ragione o no ? -
La mia amica sembrava una rappresentante di enciclopedie, intenta a decantare i fantastici pregi dei dodici e pesanti volumi che doveva appioppare all’incauto acquirente.
- Sembra proprio di sì… è strano, però, che non ci sia nessuno… -
- E’ troppo nascosta questa insenatura… anche noi, se non avessimo avuto quel piccolo incidente con il motorino, non l’avremmo mai scoperta… -
- Probabilmente è come dici tu… – le risposi.
Ero ancora arrabbiata con lei, e non volevo darle ragione senza fargliela pesare almeno un po’.
Ma Martina era impermeabile a queste sottigliezze.
- Allora… è già deciso… da domani mattina si viene qui. Sole e mare a non finire… ci piazziamo qui e facciamo quello che ci pare… senza rompiscatole tra i piedi… fantastico… assolutamente fantastico… -
Come al solito era inutile farle notare che la vacanza era di entrambe, e che le decisioni avremmo dovuto prenderle insieme: con Martina non c’era mai stato nulla da fare, perché lei partiva in quarta e quello che decideva doveva andare bene a tutti.
Comunque, anch’io mi ero convinta che quella piccola spiaggia fosse il massimo che potessimo trovare.
- E va bene – bofonchiai, il pensiero di una doccia rigenerante sempre più presente nella mia mente.
Tornammo su per il sentiero, i polmoni in fiamme per lo sforzo della salita, e riprendemmo la strada della pensione, il motorino, dopo le acrobazie della mia amica, ancora più ammaccato e rumoroso di prima.
La notte, prima di prendere sonno, sentii Martina sproloquiare sul nostro angolo di paradiso, e stabilire, irrevocabilmente, che stava per iniziare quella che lei definì “la nostra vera vacanza”.
Stava ancora parlando tutta eccitata quando mi addormentai con un sospiro di rassegnazione.
E “la nostra vera vacanza” andava avanti ormai da tre giorni, caratterizzati da meravigliosi bagni di mare, da caldo e sole, da libri e pettegolezzi a non finire.
Tutto questo, languidamente adagiate nel nostro piccolo paradiso personale.
Quella mattina, dunque, dopo aver parcheggiato il motorino dietro il grande cespuglio di ibiscus (al quale, con il nostro incidente, avevamo dato una discreta potata), eravamo scese per l’impervio sentiero fino alla stretta striscia di sabbia.
L’estrema tranquillità di quel luogo, e soprattutto il fatto che, in quei tre giorni, non si fosse vista mai anima viva, ci aveva rese piuttosto intraprendenti: avevamo così deciso d’indossare i costumi che avevamo acquistato in un negozio vicino alla pensione, sostituendo così quelli che c’eravamo portate da casa.
I due costumi nuovi erano a dir poco provocanti e costavano poco, anche perché la quantità di stoffa necessaria a produrli era veramente minima !!
- Se non indossiamo ora costumi così, è molto probabile che non potremo indossarli mai più, non credi ? – aveva osservato Martina, frugando nella montagna di due pezzi alla ricerca del colore che desiderava.
“Pensa alle amiche in palestra… avranno un travaso di bile quando vedranno il segno dell’abbronzatura… – le avevo risposto ridendo, e tenendo ben stretto nella mano il costume che mi ero scelta, onde evitare che potesse cadere nelle grinfie della mia pericolosa amica.
Poggiati gli zaini sulla sabbia e allargati i due grandi teli da mare, Martina ed io ci spogliammo rapidamente delle magliette e dei calzoncini, restando con i nostri minuscoli perizoma “brasiliani”, ed io anche con la parte superiore del costume che, in pratica, era composta da sottili nastri, con soltanto delle stelline di stoffa appena più larghe a coprire i capezzoli.
Io non ho mai avuto un grosso seno da esibire, e quindi, tutto sommato, non ero indecente più di tanto.
Le natiche erano chiaramente scoperte (un tanga non può fare miracoli…), ma l’effetto non era proprio male da osservare: d’altronde eravamo sole sulla spiaggia, e la mia amica conosceva bene ogni parte del mio corpo, forse meglio di me, così come io sapevo tutto del suo.
Eravamo amiche da tanti anni, condividevamo tutto delle nostre vite e non c’erano segreti tra noi.
Ai tempi della scuola, avevamo perfino condiviso il nostro primo amore: anzi, in realtà, io avevo ereditato da Martina un ragazzo molto carino, di qualche anno più grande di noi, che si era messo prima con lei (e non poteva essere diversamente…) e quindi, una volta ottenuto il suo scopo, aveva deciso che anche l’amica non era poi così male (e alla faccia di chi dice beati gli ultimi…).
Il ragazzo in questione aveva chiaramente raggiunto quello che voleva anche con me, ed era poi scomparso nel nulla, volatilizzato, in definitiva neanche tanto rimpianto, anche se, stando ai racconti delle prime esperienze delle nostre compagne di scuola, a noi due non era andata poi tanto male.
Anzi.
Il corpo di Martina, molto più formoso del mio, era decisamente più complicato da contenere all’interno dei nostri azzardati acquisti vacanzieri; e così, il primo giorno che eravamo andate nel nostro angolo di paradiso, dopo un’ora abbondante di disperati tentativi di ricondurre entro i limiti della decenza i suoi straripanti seni, la mia amica aveva deciso che poteva fare a meno, e senza problemi di sorta, della parte superiore di quel benedetto costume.
Di conseguenza, quello era il terzo giorno di tintarella praticamente integrale per entrambe.
Dopo esserci abbondantemente spalmate di olio solare, trascorremmo le successive ore in assoluto relax, alternando freschi bagni in mare (per sfuggire al caldo micidiale di quella piccola insenatura) a brevi pisolini sdraiate sulla sabbia.
E fu proprio in uno di quei momenti, in cui entrambe c’eravamo appisolate, che i due fecero il loro arrivo.
Le mie orecchie avvertirono uno scalpiccio, un rotolare di piccole pietre, e alcune fragorose risate.
Mi risvegliai di soprassalto e, quando aprii gli occhi, loro erano già a pochi metri da me.
Trasalii alla vista del ragazzo e della ragazza, e lanciai quasi un grido, più per la sorpresa che per lo spavento.
Martina sollevò la testa di scatto, anche lei destata dal suo dormiveglia.
- Ma cosa ti sta succedendo ? -
- Nulla… nulla… è che non mi aspettavo l’arrivo di qualcuno… – le risposi, facendomi ombra con la mano per vedere meglio nell’accecante riverbero del sole.
Se fossero sbarcati omini verdi da un’astronave, di sicuro avrei avuto una faccia meno sorpresa.
M’infastidiva, e non poco, il solo pensare che in quel posto, nel “nostro” paradiso, potesse arrivare qualcun altro.
I due nuovi arrivati si guardarono attorno, chiaramente indecisi, poi presero a confabulare tra loro.
Ora ero definitivamente sveglia e li osservai con attenzione.
Il ragazzo doveva essere all’incirca sui trent’anni, la carnagione, di certo in origine molto chiara, era intensamente abbronzata dal sole, ed aveva raggiunto una tonalità che, nella luce delle prime ore del pomeriggio, sembrava rilucere come l’oro.
Le masse muscolari erano ben evidenziate dalla canottiera senza maniche che indossava, esplicita testimonianza di una qualche pratica sportiva da lui praticata: il viso aveva dei tratti somatici inconfondibilmente nordici, una spruzzata di lentiggini sul naso e sulle guance, ed una cascata di capelli biondi lunghi fin sulle spalle, e che incorniciavano i due occhi più azzurri che avessi mai visto.
Sia io che Martina lo fissammo estasiate, forse a bocca aperta, ammirando quell’apparizione simile a qualche sconosciuta divinità dell’Olimpo.
Quando lui, sorridente, ci rivolse la parola, solo in quell’istante noi sembrammo tornare in vita.
Martina si coprì d’istinto i seni con le mani, mentre io cercavo disperatamente di assumere un qualche contegno, rendendomi ancora più ridicola in quello striminzito costume da ninfetta di Copacabana.
Il ragazzo si rivolse a noi in inglese, lingua che però noi parlavamo solo a livello scolastico: lui si accorse immediatamente delle nostre difficoltà, e iniziò a scandire lentamente ogni singola parola.
Mettendoci tutte noi stesse, la mia amica ed io riuscimmo comunque a capire che l’intenzione di quella meraviglia maschile era quella di poter utilizzare la caletta insieme alla ragazza, senza per questo volerci dare troppo fastidio.
Credemmo anche di comprendere che se noi non fossimo state d’accordo, loro si sarebbero ritirati in buon ordine.
La ragazza, nel frattempo, si era allontanata, scalando agilmente le rocce che chiudevano la piccola spiaggia sulla destra, e sparendo quindi alla nostra vista.
Forse fu per non apparire maleducate, più probabilmente perché quello che avevamo davanti era un gran bel ragazzo e ci sarebbe dispiaciuto non approfittare dell’occasione per averlo sotto gli occhi qualche ora, fatto sta che gli facemmo intendere che per noi non era un problema, e che lo spazio, sia pur ristretto, sarebbe stato sufficiente per tutti.
Anzi, fui proprio io a dirglielo, cogliendo di sorpresa Martina, che non era abituata ad essere scavalcata da nessuno in fatto di iniziative e decisioni.
Il ragazzo ci ricompensò della nostra cortesia sfoggiando un meraviglioso e solare sorriso, che evidentemente doveva riservarsi per le occasioni migliori, pronunciò quello che si rivelò essere, ad una successiva e approfondita analisi, un “thank you”, e si voltò verso la parete di rocce, cercando con lo sguardo la sua compagna.
In effetti, lei stava ora tornando dalla sua esplorazione e, dall’alto di uno scoglio ed in una lingua per noi ancor più sconosciuta dell’inglese, gridò un qualcosa al suo ragazzo.
Lui annuì e, accompagnando le parole con i gesti, ci fece capire che si sarebbero andati a sistemare oltre le rocce, probabilmente in una successiva caletta.
E così la privacy di tutti sarebbe stata salva.
Entrambe un pò depresse per quella loro decisione (addio ore passate a rimirare addominali e bicipiti…) lo vedemmo scalare gli scogli e, una volta in cima e raggiunta la sua compagna, farci ciao ciao con la manina.
A questo suo saluto si unì anche la ragazza che, con ogni stramaledetta certezza, aveva l’esclusiva su quegli addominali e su quei bicipiti.
Pur con tutta l’esperienza accumulata negli anni, e cioè la capacità che Martina ed io avevamo nello smontare e criticare tutte le belle donne che ci capitava d’incontrare, in quell’occasione ci dovemmo arrendere all’evidenza.
La donna era davvero bellissima, un viso forse addirittura troppo perfetto e incantevole, con due labbra carnose, un nasino all’insù che era tutto un programma e grandi occhi verdi, il tutto incorniciato da lunghissimi e lisci capelli castani, dalle sfumature quasi ramate sotto i raggi del sole.
E non parliamo poi del resto.
Il suo corpo era una specie di inno nazionale alla bellezza femminile.
Seno generoso, fianchi morbidi, sedere da urlo e gambe lunghe e tornite.
Dura da ammettere, ma per me e la mia amica sarebbe stata una battaglia persa in partenza.
La ragazza indossava solo una mutandina, composta da due minuscoli triangoli di stoffa blu oceano, tenuti insieme da una stringa celeste legata alta sui fianchi.
I seni, sodi e sfrontati, erano scoperti, ed il loro colore, così uniforme all’abbronzatura del resto del corpo, testimoniava la consolidata abitudine della proprietaria ad andarsene lungamente in giro in topless.
Piccoli capezzoli, dalla tonalità leggermente più scura della pelle, guarnivano, come invitanti ciliegine, quelle due meraviglie, sulle quali gli uomini avrebbero potuto discorrere, con aria beata e sognante, per intere settimane.
Dopo un ultimo saluto, i due si allontanarono mano nella mano, scendendo sull’altro lato della parte di scogli, sparendo alla nostra vista e dirigendosi verso il successivo tratto di spiaggia.
- Accidenti – esclamai – mi è venuto quasi un colpo quando li ho sentiti arrivare… -
- Certo che è proprio carino, eh, Viola ? – mi rispose Martina con voce pericolosamente sognante.
- Per la miseria se è carino… ma a me, uno così bello, quando mai mi capiterà ? – dissi a voce alta, pensando a Vittorio, il ragazzo che mi veniva appresso da qualche mese, e neanche lontanamente paragonabile al biondo vichingo.
Ci rimettemmo a prendere il sole, turbate, inutile negarlo, dal sapere così vicino quel ragazzo così bello.
Era ormai pomeriggio inoltrato, quando mi girai sulla schiena per abbronzarmi anche sul davanti, decidendo all’istante di non rimettere il reggiseno (le famose stelline…) del costume.
In definitiva ero l’unica donna nei paraggi ad indossarlo ancora, ed avevo la netta sensazione di essere stranamente fuori luogo.
Continuammo così per un altra mezzora a prendere il sole ed a bagnarci con brevi immersioni in quelle acque meravigliose.
La presenza dei nostri due vicini non era praticamente avvertibile: la scogliera c’impediva di sentirli e di vederli.
Martina rientrò in acqua, iniziando a nuotare e seguendo un percorso ormai divenuto familiare, visto che lo avevamo stabilito sin dal primo giorno: si andava dalla stretta spiaggia fino ad una punta di roccia affiorante sul pelo dell’acqua, dove l’insenatura si apriva sul blu scuro del mare profondo. Una volta che arrivavamo a toccarla, si ritornava indietro, spesso agevolate e sospinte dalle piccole onde. Nelle nuotate dei giorni precedenti avevo stabilito una specie di record personale, e del quale andavo sommamente fiera, anche se nelle nuotate in coppia con Martina lei arrivava regolarmente davanti a me.
Sdraiata sulla spiaggia, seguii con lo sguardo il bagno della mia amica.
La vidi iniziare a muoversi in acqua lentamente, senza aumentare, come era solita fare, la frequenza delle bracciate.
Si spostava silenziosamente, evitando spruzzi e rumori, e non riuscivo a capire cosa stesse facendo, ne il perché di quel suo muoversi con così tanta circospezione.
Ad un tratto, però, tutto mi fu chiaro, e la ragione di quel suo strano comportamento mi apparve nella sua assoluta semplicità.
Invece di toccare la piccola sporgenza affiorante, Martina rallentò ulteriormente il moto delle sue bracciate, superò la roccia, si afferrò saldamente alla stessa sul lato del mare aperto, e si sporse con la testa al di là, guardando con curiosità cosa stessero facendo i nostri vicini di spiaggia.
Rimase circa un paio di minuti a spiare i due così nascosta, poi rapidamente tornò indietro.
Quando arrivò di fronte a me, Martina aveva le guance arrossate.
- Non ci crederai… ha un… cavoli, non ne ho mai visto uno così ! -
- Ma di che cosa stai parlando ? – le chiesi, adesso curiosa anch’io come una scimmia.
- Allora… sentimi bene… sono nudi, tutti e due… e stanno prendendo il sole… -
- E…? -
- E nulla. Prendono solamente il sole… ma lui… lui ha un’erezione da far paura… mai visto un arnese di quella portata… -
- Non che tu ne abbia visti poi molti, diciamolo… – le risposi, cercando di alleviare quell’emozione che le sue parole mi avevano fatto sentire.
- Ma sentila… ha parlato la donna vissuta… – mi canzonò lei.
In effetti avevamo avuto entrambe le nostre brave esperienze sessuali, ma onestamente non erano state poi così numerose come ci piaceva credere: tre o quattro ragazzi per lei, ed un paio per me.
Le mangiatrici di uomini abitavano da un’altra parte.
- Comunque è davvero… davvero… -
Martina cercava la parola adatta.
Poi, d’improvviso, la trovò.
- E’ davvero bello. Bello. Non c’è altro termine per descriverlo -
- Cosa può esserci di così bello, scusa… in fondo è solo un… beh, insomma, mi hai capito, no ? -
Martina non mi rispose nemmeno, e si distese a pancia in giù sul suo asciugamano.
Passarono cinque minuti, durante i quali strani vuoti allo stomaco avevano preso a tormentarmi.
Avevo, ed ho sempre avuto, un normale appetito sessuale, nulla di esagerato, intendiamoci, ed in quel momento iniziai a dare la colpa di quei vuoti allo stomaco al fatto che non avevo avuto più un rapporto completo da molto tempo.
L’ultima volta che avevo accarezzato un ragazzo era stato circa un mese e mezzo prima, un lungo e piacevolissimo petting durante una festa in discoteca.
E, in verità, mi ero anche masturbata un paio di volte da allora.
Poi nulla più.
I vuoti allo stomaco salivano e scendevano, con un ben noto languore che si andava concentrando, sempre più spesso, in quella zona particolare che noi donne abbiamo tra le gambe.
La voce di Martina mi fece sussultare, riportandomi alla realtà.
- Magari ora stanno scopando… – disse con un tono che non era il suo.
Doveva avere anche lei i suoi vuoti allo stomaco.
Mi voltai e la guardai, indecisa su cosa risponderle.
Con un brivido di eccitazione (perché, ormai, mi ero chiaramente eccitata) notai che le natiche di Martina non riuscivano a stare ferme, percorse da un appena accennato e ritmico movimento, come se la mia amica le stringesse e le rilasciasse, premendo con il ventre sulla sabbia.
Non ci voleva un genio a capire che, se Martina fosse stata sola su quella spiaggia, si sarebbe apertamente masturbata.
E la capivo benissimo, perché anch’io avrei voluto fare lo stesso.
L’arrivo della coppia, la descrizione fattami da Martina del pene del ragazzo e la possibilità che i due stessero ora facendo del sesso, tutto questo aveva gettato anche me in uno stato di esaltazione sessuale assolutamente inatteso.
Mi alzai per entrare in acqua e, inutile negarlo, per andare a vedere con i miei occhi quello che la mia amica aveva già visto.
- Viola… andiamo a dare una sbirciatina insieme ? Che ne dici ? -
Martina si era voltata e mi guardava, attendendo una mia reazione.
- Ci siamo ridotte a fare le guardone… proprio una vacanza da andarne fiere… – le risposi, in un patetico tentativo di porre fine a quella difficile situazione venutasi a creare.
- Dai, Viola… o andiamo a dare un’occhiata ai due, oppure leviamo le tende e torniamo alla pensione. E’ inutile far finta di nulla… sei eccitata, esattamente come me… e restare qui, con questo chiodo infilato nella testa sarebbe soltanto una tortura… decidi tu… per me va bene in ogni caso… -
Martina aveva perfettamente ragione.
Era inutile mentire ancora a noi stesse.
- E va bene… entriamo in acqua insieme, facciamo finta di fare il bagno e andiamo a vedere che cosa stanno facendo… – le risposi, sapendo di prendere l’unica decisione che entrambe desideravamo.
- Aspetta Viola… ho un’idea migliore… – mi disse Martina, alzandosi e guardandosi attorno.
- Guarda… se noi risaliamo per un breve tratto il sentiero… c’infiliamo nel sottobosco, a sinistra, per una decina di metri… ci dovremmo trovare esattamente sopra di loro… -
Avevo ormai perfettamente metabolizzato l’idea di andare a spiare la coppia, e la proposta della mia amica mi apparve assolutamente razionale.
- Andiamo, dai… – le dissi, mettendomi le infradito.
E così, completamente nude se non per i minuscoli tanga, ci avviammo su per il sentiero.
Percorremmo soltanto qualche metro dell’impossibile salita: poi, approfittando di un varco nella fitta vegetazione, c’inoltrammo nel sottobosco, tra cespugli in fiore e bassi e frondosi alberi, dai tronchi ritorti dal vento.
Camminando piegate, a volte quasi strisciando, tra mille acrobazie e centomila acuminate spine, cercando disperatamente di non fare alcun rumore, giungemmo, poco dopo, ad una sorta di stretta terrazza naturale, che affacciava direttamente sulla caletta occupata dalla coppia di stranieri.
La fitta vegetazione ricadeva oltre il bordo della terrazza, nascondendoci alla vista di chiunque si fosse trovato sulla minuscola spiaggia.
Martina ed io ci mettemmo in ginocchio, una accanto all’altra, e spingemmo lo sguardo verso il basso.
I due erano a non più di cinque o sei metri sotto di noi, completamente nudi, sdraiati fianco a fianco, in posizione obliqua rispetto al nostro punto di osservazione.
Notai subito come il pezzo di stoffa, che doveva essere la mutandine del costume della ragazza, fosse appallottolato accanto a loro, insieme al pantaloncino multicolore che indossava il ragazzo quando era arrivato dove noi stavamo prendendo il sole.
Erano entrambi sdraiati sulla schiena, e si tenevano per mano, crogiolandosi al sole e con gli occhi sicuramente chiusi.
La respirazione faceva lentamente alzare e abbassare i loro petti.
Seguii con lo sguardo, e per qualche secondo, il movimento dei seni della donna, quindi percorsi con gli occhi il suo ventre piatto, fino ad incontrare il pube perfettamente rasato, le grandi labbra appena visibili tra le cosce dischiuse.
Subito dopo, però, spostai lo sguardo sul corpo del ragazzo.
Non persi tempo, e puntai gli occhi direttamente lì.
Ed era impossibile non farlo.
Ora capivo la straordinaria eccitazione di cui Martina era stata preda.
Quel pene sembrava essere dotato di una sua vita autonoma, quasi costretto a seguire il corpo del ragazzo solo perché unito a lui.
Era… grandioso, quello il termine che mi sembrava meglio si adattasse a quella meraviglia.
Ma anche bello, in fondo, come aveva detto Martina, rendeva bene l’idea.
Lungo, ma non in modo sproporzionato, si ergeva teso dal ventre di quello splendido ragazzo, senza la minima tendenza ad andarsi ad appoggiare sulla pelle della pancia.
Se lo avesse fatto, probabilmente con la punta avrebbe superato, e non di poco, l’ombelico.
Era turgido e magnifico, rigonfio, e la circonferenza si mostrava costante, dalla base all’estremità superiore.
Solo verso la fine tendeva a restringersi, appena sotto il violaceo e splendido glande, parte terminale di quell’asta da favola.
Per tutta la sua lunghezza era percorso dai rigonfiamenti delle vene, alcune piccole, altre decisamente più grandi, che ne disegnavano armoniosamente la splendida linea.
Bello.
Si, a ripensarci bene, forse era proprio quella la parola più adatta a descriverlo.
- Avevo ragione, no ? – mormorò estasiata la mia amica.
- Sì… non hai per nulla esagerato… – le risposi in un roco bisbiglio.
Provai ad immaginare la sensazione che avrei provato nel toccarlo, nell’accarezzarlo, il suo meraviglioso scorrere sotto le mie dita.
Ne percepii quasi il calore, la delicatezza della pelle così tesa su quel turgore da favola.
Lo sognai alle prese con il suo naturale obiettivo, la cappella a scorrere lungo le mie grandi labbra bagnate, a sfiorare il clitoride, a ridiscendere malizioso fino all’ano… e poi, guidato da un istinto naturale e antico come il mondo, a riempire interamente il mio corpo, senza difficoltà, meravigliosamente, fino a strapparmi gemiti e sospiri d’intensa passione…
I vuoti allo stomaco non erano più tali.
Al loro posto si erano andati sostituendo enormi buchi neri, che inghiottivano inesorabilmente tutti quei miei folli pensieri.
Se fossi stata in piedi, le gambe mi avrebbero ceduto, ma in ginocchio, e con Martina vicina a me, mi era più facile mantenere un atteggiamento ancora composto e dignitoso.
Con la coda dell’occhio guardai Martina, e la sua espressione mi confermò che quei miei erotici pensieri erano gli stessi che passavano nella sua mente.
Quelle mie riflessioni furono interrotte dalla donna che disse un qualcosa, in quella sua lingua a me sconosciuta, al ragazzo disteso al suo fianco.
Vidi lui sorriderle.
Lei parlò di nuovo, e lui girò il volto nella sua direzione, guardandola per alcuni istanti.
Quindi annuì con la testa, accompagnando quel movimento con un mormorio.
A quel punto la ragazza si girò sul fianco e si alzò, dirigendosi poi verso l’acqua, e, di conseguenza, allontanandosi dal punto in cui noi li stavamo osservando.
In quegli attimi cercai una qualunque scusa che fosse adatta a giustificare la nostra presenza tra quei cespugli, inevitabilmente non trovandone però nessuna.
La bionda sirena nuotò agilmente verso il mare aperto: quindi, con una perfetta e armoniosa capriola, invertì la direzione e tornò verso riva.
La vidi uscire dall’acqua, nuda e bellissima, e avvicinarsi al suo ragazzo.
Sorridendo, si posizionò su di lui, in piedi e a gambe larghe, iniziando a far scolare l’acqua fredda e salata sul corpo del giovane, utilizzando i lunghi capelli castani come fossero una spugna.
Al contatto con l’acqua, il giovane lanciò un grido, inarcando il corpo, ed il cazzo svettò ancora più imperioso di prima.
Repressi a stento un mugolio d’eccitazione, mentre Martina si mordeva il labbro inferiore, anche lei chiaramente turbata da quei momenti.
La ragazza scavalcò il corpo del compagno e si andò a sistemare in ginocchio dietro di lui, le sue ginocchia a toccargli la testa, offrendo a noi spettatrici la visuale del suo sensuale profilo.
La vedemmo chinare lentamente il capo verso il ventre di lui, ed io mi sorpresi ad aprire inconsapevolmente la bocca, come se avessi dovuto accogliere tra le labbra l’erezione dell’uomo. Malgrado i miei torbidi pensieri, la ragazza non prese in bocca il suo uomo.
Si limitò ad appoggiare la punta dei suoi lunghi capelli sul ventre del ragazzo, ed iniziò a farli scorrere sul quel perfetto corpo maschile, secondo un metodo evidentemente già sperimentato.
La sua testa si muoveva da una parte all’altra, lambendo deliziosamente con i lunghi capelli la pelle del giovane, che dal canto suo rabbrividiva visibilmente, sia per il solletico procuratogli da quel lento sfiorare, sia per la sensazione di freddo dell’acqua del mare.
Il gioco della ragazza ebbe l’effetto di far diventare, se possibile, il pene ancora più grande e fremente.
All’improvviso lei smise di giocare col compagno e gli chiese un qualcosa, ricevendo come risposta un mugolio sommesso.
Allora le mani della donna presero ad accarezzare il petto dell’uomo, scorrendo su di lui come se lo stesse modellando, lievi come piume, delicate come un alito di vento primaverile, ma abili e decise, con movimenti aggraziati e carichi di un erotismo senza confini.
In punta di dita la vedevo disegnare i contorni della muscolatura del petto, e poi accarezzare le spalle, e quindi sfiorare i capezzoli del ragazzo.
Subito dopo si dedicò agli addominali, percorrendoli uno per uno, con una lentezza quasi esasperante.
Io ero ormai fuori di me per l’eccitazione che quello spettacolo mi provocava.
Non capivo letteralmente più nulla, perché non mi era mai capitato di assistere ad una scena così erotica e sensuale.
Mi voltai verso Martina.
I suoi occhi erano fissi sulla coppia, la lingua guizzava ad umettare le labbra ed i capezzoli dei suoi grandi seni erano turgidi e svettanti.
Eravamo entrambe letteralmente divorate dall’eccitazione.
Tornai con lo sguardo alla spiaggia sottostante e, con un gemito quasi di dolore e mordendomi il labbro, vidi che la mano della ragazza aveva abbandonato gli addominali del compagno, per appoggiarsi, senza esitazione, su quel cazzo svettante.
Rimase immobile per qualche secondo, e poi le dita iniziarono a scorrere sull’asta.
Fu quello l’esatto momento in cui smisi di ragionare, abbandonandomi all’istinto e alle impellenti esigenze del mio corpo.
In un attimo di assoluta follia erotica tirai i fiocchi dei laccetti che sorreggevano il tanga, me lo sfilai e, ora completamente nuda anch’io, mi misi seduta per terra, divaricando all’istante le gambe.
Martina era ancora in ginocchio, e con le mani si accarezzava e si stringeva voluttuosamente i seni.
Era fantastico spiare quella ragazza che aveva preso a masturbare il suo uomo, come era stupendo vedere Martina così eccitata: ed anche la mia nudità, in quei momenti, mi appariva stranamente e terribilmente erotica.
La mano destra della bionda scivolava leggera sul cazzo, e la sinistra accarezzava il petto, pizzicava i capezzoli dell’uomo, segnava il contorno della sua bocca.
Mentre anche Martina si sfilava il tanga, mettendosi seduta, anche lei nuda, accanto a me, pensai a quanto mi sarebbe piaciuto trovarmi al posto di quella donna, con quello stupendo cazzo fra le mani, poterlo stringere e sentirlo sussultare sotto le dita per il crescente desiderio.
Senza alcuna esitazione, feci scivolare la mia mano destra sul ventre, e poi ancora più in giù, fino ad incontrare le grandi labbra, già abbondantemente bagnate di umori.
Anche Martina aveva preso a masturbarsi apertamente, premendo con le dita sul clitoride eccitato.
Eravamo state ormai definitivamente travolte da quella folle esperienza.
La destra della ragazza continuava inesorabile in quell’affascinante sega, in un ipnotico e straordinario andirivieni: su e giù, su e giù… lenta, continua, inarrestabile.
Iniziai a respirare affannosamente, quasi seguendo il ritmo che la ragazza imprimeva alla sua erotica mano.
Il ragazzo si muoveva appena sotto il tocco abile della sua donna.
E lei non aveva altro pensiero che il piacere da donare a lui.
Fu un attimo, e di cui ancora oggi non riesco a fissare gli esatti contorni.
Credo, però, che ci voltammo nello stesso preciso istante, leggendoci reciprocamente negli occhi la straripante eccitazione che ci consumava.
Poi la mia bocca e quella di Martina s’incontrarono in un leve sfiorarsi di labbra, dischiudendosi subito dopo alla ricerca delle lingue impazzite.
Ci baciammo con una frenesia sconosciuta, e staccandoci l’una dall’altra solo quando il respiro ci venne a mancare.
Stordite da quanto appena accaduto, la mia guancia appoggiata a quella di Martina, tornammo con gli occhi alla spiaggia e alla coppia al centro delle nostre attenzioni.
La mano della ragazza continuava ad andare nel suo fantastico movimento, ora decisamente più vigoroso e rapido, esponendo ogni volta che scendeva la larga cappella congestionata.
Ad un tratto il suo compagno aprì le gambe, e la mano della ragazza fu veloce nello spostarsi sullo scroto, palpandolo, accarezzandolo, stringendolo con delicatezza.
Poi scivolò ancora più in giù, alla evidente ricerca dell’ano del suo compagno.
Ebbi la certezza di quanto stava accadendo quando, con un gesto deciso, lei infilò un dito in quel corpo adagiato sulla sabbia, penetrandolo a fondo e facendolo sussultare: aveva interrotto quella fantastica sega, e lo stava inculando.
Ora erano immobili, il suo dito infilato nel culo del ragazzo.
Stavo anch’io per penetrarmi con le dita, quando la mano di Martina iniziò ad accarezzarmi fra le gambe, stuzzicandomi meravigliosamente il clitoride: senza un attimo di esitazione, allungai il braccio, trovai la sua fica straordinariamente fradicia e, priva di alcuna incertezza, la penetrai con l’indice ed il medio.
Subito Martina incollò la bocca alla mia, non solo per il desiderio di baciarmi ma, e soprattutto, per evitare di gridare tutto il suo dirompente piacere.
Poi la scena sulla spiaggia riprese vita, come se non si fosse mai interrotta.
La mano della ragazza tornò ad impugnare il cazzo, per riprendere a masturbarlo con crescente velocità.
Su e giù, su e giù…
Anche le dita di Martina mi avevano penetrata, ed ora ci masturbavamo a vicenda con frenesia, gli occhi incollati a quel cazzo vicinissimo al momento di esplodere…
Su e giù, su e giù: il ritmo di quelle dita infernali accelerò ancora…
I nostri respiri ed i nostri sospiri erano l’inequivocabile segnale dei dirompenti orgasmi che squassavano il mio corpo e quello di Martina.
Su e giù, su e giù, ora senza sosta e freneticamente…
Venimmo insieme, io nella mano di Martina, e lei nella mia, le nostre dita inzuppate dei rispettivi liquidi dell’eccitazione…
E all’improvviso, finalmente, accadde.
Il ragazzo venne, eiaculando un lungo e potente getto di sperma, talmente abbondante e violento che raggiunse la ragazza sulla spalla e sui capelli.
Ne seguirono altri due, solo di poco meno grandiosi, per poi tramutarsi in un lento sgorgare sulla mano della sua compagna…
Tutto si era svolto in un silenzio irreale.
Cercai di nuovo le labbra di Martina e la baciai con straordinaria intensità.
Mi separai dalle sue labbra solamente quando vidi la ragazza alzarsi e avvicinarsi all’acqua del mare, per lavarsi via tutto quello sperma che aveva addosso…
In tutta fretta, Martina ed io, ci rimettemmo i tanga e, evitando accuratamente ogni rumore, tornammo alla nostra caletta.
Il sole era ormai quasi tramontato.
Raccogliemmo gli zaini, c’infilammo magliette e pantaloncini, e tornammo alla pensione, ancora scombussolate, ma anche notevolmente eccitate, per quanto accaduto.
Quella sera Martina ed io parlammo a lungo dei sorprendenti eventi della giornata, giungendo alla conclusione che quello che era accaduto tra noi, quel rapporto lesbico nel quale eravamo precipitate, era stato di certo causato solo dall’incontrollabile eccitazione di quei momenti.
E, con ogni probabilità, era assolutamente vero.
Ma l’ossessione per quella coppia di stranieri c’impedì quasi di chiudere occhio, al punto che all’alba avevamo deciso, e in modo del tutto irrazionale, di dare una nuova svolta a quella nostra vacanza.
Avremmo cercato di rintracciare i due per tutta l’isola, convinte che, se li avessimo nuovamente incontrati, questa volta non ci saremmo limitate a spiare le loro effusioni.
E fu così che, il giorno successivo, partimmo in sella al motorino alla ricerca del ragazzo e della sua splendida compagna, dimenticando, di fatto, il nostro angolo di paradiso che tanto avevamo amato.
Ma, come spesso succede, i sorprendenti eventi dei giorni successivi andarono ben oltre le mie aspettative, a tal punto che di quella vacanza mi è rimasto un ricordo struggente e incancellabile.
Un po’di pazienza, e vi racconterò per filo e per segno quello che poi accadde in quegli ultimi giorni di quell’indimenticabile estate greca.
FINE
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QUELL’ANGOLO DI PARADISO (hard)
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Frammenti di erotismo/1 (hard)
Era ormai da un po’ di tempo che quell’idea ci solleticava la mente.
Era una di quelle fantasie che ci eccitava quando facevamo l’amore, ma che non avevamo mai avuto il coraggio di metterla in pratica.
Decisi così di prendere io l’iniziativa, e organizzai la festa del suo compleanno.
Fu una ricerca attenta e minuziosa ma finalmente, tramite internet, trovai il locale che cercavo: elegante, raffinato, molto discreto, dove era specificato che si poteva anche solo andare a bere qualcosa e, per capirci, il resto a discrezione.
Prenotai per il venerdì sera, la serata che solitamente dedicavamo al cinema: a lui non dissi dove saremmo andati a festeggiare, ma gli consigliai di vestirsi in modo elegante.
Ed io feci altrettanto, mettendo la massima cura nell’abbigliamento e nel trucco.
Quando arrivammo al locale, lui capì immediatamente di che ambiente si trattasse: per stare al gioco, fece finta di essere un po’ imbarazzato ed incerto, ma io sapevo perfettamente che la cosa cominciava già ad intrigarlo, e che la sua fantasia aveva preso a galoppare.
Entrammo, non senza una certa agitazione considerato il passo che stavamo per intraprendere.
Ci sedemmo al tavolo a noi riservato e ordinammo da bere, iniziando a guardarci in giro decisamente incuriositi.
L’atmosfera del locale era tranquilla e serena, anche se ci sentivamo un po’ osservati, in quanto era abbastanza evidente che i presenti erano quasi tutti abituali frequentatori del locale.
Sorseggiammo così le nostre bevande e, come da programma, attorno alle undici, le luci si fecero ancora più soffuse e, su uno schermo così grande da occupare quasi per intero una parete, iniziò la proiezione di un film hard.
Mentre guardavamo le immagini, estremamente erotiche e sensuali, i nostri corpi e le nostre menti presero ad andare su di giri, e l’eccitazione cresceva in maniera esponenziale.
Ad un tratto avvertii uno sguardo penetrante e insistente scivolarmi addosso, come se quegli occhi fissi su di me volessero spogliarmi: incuriosita mi guardai attorno e notai la coppia che, senza che me ne accorgessi, si era seduta alla nostra destra, di fatto allo stesso nostro tavolo.
Lo sguardo della donna era fisso sul mio corpo, uno sguardo insistente e per nulla celato, così intenso da farmi sentire un alito ardente sulla pelle, un fuoco che si propagava veloce e inarrestabile, accendendo di passione ogni mia più remota terminazione nervosa.
Non avevo mai avuto rapporti con una donna in passato, ma in quel momento l’unica cosa che desideravo era vedere la sua chioma corvina e lucente fra le mie cosce aperte.
E fu così che iniziò il gioco di quella straordinaria serata: il mio partner, eccitato all’idea che la sua più erotica fantasia potesse finalmente prendere vita, con la mano mi divaricò dolcemente le gambe e scostò le mutandine, facendo intravedere alla mia nuova spasimante l’oggetto nascosto del suo desiderio: quindi prese lentamente ad accarezzarmi quel lago di umori che era la mia fica bollente, leccandosi poi le dita con voluttà, provocando in modo fantastico la sconosciuta che ci osservava.
E lei ci guardava, travolta dall’eccitazione, mentre con una mano aveva iniziato a masturbarsi con delicatezza e con l’altra accarezzava la stoffa del pantalone che ricopriva il cazzo del suo compagno, anche lui chiaramente eccitato dal gioco.
Nel locale, ormai, erano rimasti in pochi a guardare il film porno.
Nella penombra delle tenui luci corpi maschili e femminili, seminudi, si accarezzavano e si baciavano, si leccavano e si penetravano, in una fantastica e stimolante confusione erotica.
Allentai la cintura dei pantaloni del mio uomo e, una volta fatta scorrere la cerniera lampo, mi ritrovai in mano la sua verga pulsante.
Presi a leccare piano quel cazzo turgido che ben conoscevo, perfettamente conscia di come la bella sconosciuta desiderasse la mia lingua sul suo corpo: e mentre io leccavo e succhiavo, le sue dita s’infilavano nella fica, sempre più a fondo e velocemente, cercando di placare in qualche modo la sua irrefrenabile voglia, quasi supplicandomi in una muta preghiera.
Ma il suo desiderio era anche il mio.
Mi voltai completamente verso di lei.
Eravamo ora una di fronte all’altra.
Mi sfilai le mutandine lasciandole vedere il minuscolo triangolino di peli che spiccava sul mio sesso rasato e cominciai ad accarezzarmi, mentre accanto a noi i nostri uomini si masturbavano, travolti ed eccitati dalla quella esibizione.
Ci guardavamo fisse negli occhi, ansimando e sospirando, in spasmodica attesa ognuna di una mossa dell’altra: sentivo che per quella prima volta mai sarei riuscita a fare quello che lei desiderava così intensamente, ma speravo con tutta me stessa che fosse lei a cedere e a venire da me, che fosse lei ad infilarmi la sua lingua in mezzo alle gambe, liberandomi finalmente da quella tortura.
Probabilmente la sconosciuta intuì la mia indecisione.
Perchè fu lei a chinarsi tra le mie cosce, cominciando a leccarmi, a mordermi e a succhiarmi il clitoride, quasi come se stesse succhiando il cazzo del suo uomo, mentre con le dita continuava a penetrarsi; era stato così intenso il desiderio e così irrefrenabile l’eccitazione che non riuscii a trattenermi a lungo:
Le venni in bocca, spingendola contro le mie labbra che grondavano il miele dell’orgasmo, mentre lei si dibatteva in preda al suo piacere.
Ancora sconvolta da quel delirio di sensazioni, mi girai verso il mio uomo che attendeva solo di vedermi godere per riempirmi la bocca con tutto il suo caldo sperma e, mentre anche la bella sconosciuta si dedicava al cazzo del suo compagno, in un altro pompino da favola.
Le labbra macchiate dal bianco dello sperma, avvicinammo poi le nostre bocche e ci baciammo lungamente, assaporando quella commistione di saliva e seme.
Poi, d’improvviso, lei si alzò, e senza dire una parola sparì dietro una porta sul fondo del locale, seguita dal suo compagno.
Non abbiamo mai saputo i loro nomi e non abbiamo più rivisto i nostri complici di quella notte di follia.
FINE
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TRAMONTO A ZAKROS (hard)
I raggi del sole al tramonto coloravano di un tenue arancione i nostri corpi completamente nudi, quasi un pittore si fosse divertito a far scorrere il suo pennello sulla nostra pelle abbronzata.
L’ora del tramonto, qui a Zakros, è sempre stata un momento di pura magia, in cui l’aria stessa sembra cambiare colore di minuto in minuto, passando attraverso sfumature cromatiche impossibili a descriversi, e stemperandosi, dall’accecante bagliore del pieno giorno, prima nell’oro e arancio del sole calante, poi nell’impalpabile viola del crepuscolo, e quindi nel blu della notte incipiente.
Ed anche quel giorno l’incantata luce del tramonto si rifletteva sulla nostra pelle sudata, fremente e sensibile in quegli attimi di sesso e passione ormai incontrollabili.
L’avevamo incontrata così, per caso, quella stessa mattina, sulla spiaggia che si apre poco fuori il villaggio.
Sdraiata su un telo bianco, la donna prendeva il sole, immobile, forse assopita, il seno scoperto ed un minuscolo costumino giallo a coprirle deliziosamente le parti intime.
Anastasios ed io eravamo scesi al mare per un bagno, un rapido tuffo tra le onde per sfuggire al caldo opprimente di quella giornata, ma i nostri sguardi erano stati subito catturati da quella splendida e solitaria figura distesa sulla sabbia, così abbronzata ed affascinante da eccitarci in un solo battere di ciglia.
E così c’eravamo immersi nell’acqua fresca e cristallina, ma i nostri occhi erano stati inesorabilmente calamitati da quel corpo da favola, tanto che il bagno si era ridotto a qualche rapida bracciata a stile libero, desiderosi com’eravamo di fare la conoscenza di quella misteriosa e bellissima forestiera.
Una volta che eravamo usciti dall’acqua, non avevamo perciò perso tempo.
Con una banalissima scusa avevamo attaccato abilmente discorso con lei, e la donna si era subito dimostrata ben lieta di avere un pò di compagnia.
Iris, questo il suo nome, era certamente più grande di noi.
Non si chiede mai l’età ad una signora, e quindi, ovviamente, non lo avevamo fatto, ma la donna doveva essere abbondantemente oltre i quaranta, almeno una ventina d’anni in più di noi due.
Ma la sua età anagrafica, ai nostri sguardi, nulla poteva contare in quel momento.
Anzi.
Erotica e sensuale, e per nulla imbarazzata della sua quasi completa nudità, Iris aveva chiacchierato con noi per ore, e, insieme con lei, Anastasios ed io avevamo fatto più volte il bagno, scherzando e ridendo come fossimo già vecchi amici.
E più le ore di quella giornata trascorrevano, più noi ce la mangiavamo letteralmente con gli occhi.
E non poteva essere in altro modo.
La pelle liscia e resa scurissima dalla lunga esposizione al sole, senza la minima imperfezione, il seno abbondante e dai grandi capezzoli, il ventre ancora piatto ed elastico, le natiche flessuose, armoniose e senza smagliature, le gambe affusolate e che aspettavano solo di essere accarezzate: il corpo di Iris era una continua tentazione per i nostri giovanili ormoni in subbuglio.
Ed anche il viso della donna non era certo da meno: capelli castani e lunghi, sciolti sulle spalle, occhi grigi e maliziosi, denti bianchissimi e perfetti in una bocca dalle labbra generose e sensuali.
Una donna splendida, insomma, a cui gli anni donavano un fascino ancora maggiore ed intenso, rendendola incredibilmente sexy ed ambigua, attraente e misteriosa.
E poi, nel tardo pomeriggio, quell’invito improvviso e assolutamente inaspettato, a bere una bibita da lei, in quella casa poco lontano lungo la costa, casa che Iris aveva affittato per due settimane di vacanza: un invito che non poteva di certo essere frainteso, perché era più che lampante cosa la donna volesse da noi, vista l’atmosfera sempre più torrida ed infuocata che si era andata creando in quelle ore; sguardi espliciti, battute solo apparentemente casuali, un rapido sfiorarsi delle mani… era stato un crescendo continuo, fino a far giungere la tensione erotica fra noi a livelli di guardia.
E i desideri e le voglie più recondite di Iris coincidevano alla perfezione con quello a cui anche noi anelavamo, perché era da ore che Anastasios ed io, anche se convinti di non avere speranza alcuna, sognavamo di fare sesso con lei.
Avevamo lasciato dunque la spiaggia, in quell’ora in cui il sole ancora dardeggia incontrastato nel cielo, ma che, a breve, inizierà la sua discesa verso il tramonto incipiente.
La casa, ad un piano, in posizione solitaria e circondata da una fitta vegetazione mediterranea, si apriva, sul lato posteriore, opposto a quello affacciato sulla strada costiera, su una larga terrazza in porfido, arredata con un tavolo e alcune sedie di ferro battuto, e un largo ombrellone bianco circondato da poltroncine di vimini con cuscini colorati.
Tra le fronde degli alberi, mosse dalla brezza marina, e che, di fatto, schermavano e ombreggiavano la terrazza, s’intravedeva l’azzurro intenso dell’Egeo.
In un angolo, una rudimentale doccia, costituita da un semplice tubo di metallo ed una griglia di scarico nel pavimento, permetteva di lavarsi via la sabbia ed il sale di dosso al momento di entrare in casa.
Ed era proprio sotto il getto tiepido di quella doccia che Iris, non appena arrivati, si era subito diretta: Anastasios ed io eravamo rimasti a guardarla imbambolati, mentre lei si spogliava del pareo e del costume, come fosse completamente sola, mostrandoci il suo corpo interamente nudo, così eccitante e desiderabile alla nostra vista.
Iris sapeva bene di essere uno splendore, e si lasciava maliziosamente divorare dai nostri sguardi carichi di giovanile e straripante eccitazione.
L’acqua le scorreva sulla pelle, impreziosendola ed esaltandone la straordinaria perfezione, mentre le sue mani si accarezzavano voluttuosamente il corpo, senza un attimo di sosta: quella di Iris era un’esibizione di un erotismo che mi toglieva letteralmente il fiato, uno spettacolo che non era di certo una sorpresa, perchè la sua offerta di accompagnarla a casa era stata così esplicita da non lasciar alcun dubbio su quello che lei realmente aveva in mente di fare con noi.
Restammo così a guardarla per alcuni minuti, mentre il nostro desiderio di lei cresceva in modo esponenziale.
Finalmente, e con un sorriso che era al tempo stesso una promessa e un impegno, la donna ci invitò ad unirci a lei, sotto il getto dell’acqua, e a dare così inizio a quell’orgia di sesso che i nostri sensi reclamavano con sempre maggiore forza.
Anastasios ed io c’eravamo subito sfilati i costumi, accostandoci quindi a lei e mostrandole le nostre prepotenti erezioni, stringendola tra i nostri corpi frementi nello stretto spazio della doccia.
Le avevamo spalmato il bagnoschiuma sulla serica pelle, sfiorandola ed accarezzandola a quattro mani, esplorando le più nascoste e sensibili zone del suo corpo, e facendo crescere la sua e la nostra eccitazione sempre di più, istante dopo istante, carezza dopo carezza.
Le mani di Iris, dalle unghie lunghe e laccate di un rosso scuro, avevano preso a scorrere impazienti sulle nostre aste turgide, che quasi sembravano sfidarla ad andare oltre: un cazzo stretto in ogni mano, Iris si abbandonava ad occhi chiusi al piacere, saggiando la durezza dei nostri membri, scoprendo le cappelle bollenti, palpando i testicoli rigonfi…
Iris si era rivelata una donna così diabolicamente esperta che le sue mani, con pochi ed abili movimenti, ci avevano condotto pericolosamente vicino all’orgasmo, anche perché le sue carezze iniziali si erano presto trasformate in due seghe semplicemente divine.
Giunti al limite massimo di sopportazione, e non volendo in alcun modo venirle tra le dita, Anastasios aveva preso l’iniziativa chiudendo l’acqua della doccia, mentre io mi affrettavo a stendere, sul pavimento della terrazza, una larga stuoia che avevo visto arrotolata vicino al tavolo, e sulla quale, con Iris, c’eravamo immediatamente andati a sdraiare tutti e tre.
Stretta fra noi, i corpi bagnati ed incredibilmente eccitati, Iris divenne subito preda delle nostre bocche e delle nostre mani: prendemmo a baciarla, a leccare ed a mordere con delicatezza i suoi capezzoli, a sfiorare in punta di dita la sua pelle e a stordire i nostri sensi con quel contatto magico, a strofinare, lungo l’esterno delle sue cosce, i nostri cazzi mai così duri ed eretti.
Iris gemeva, travolta da quell’assalto appassionato, passandoci le mani tra i capelli e carezzando le nostre schiene, le sue unghie quasi a graffiarci, mai sazia di quelle nostre erotiche attenzioni.
Insieme con Anastasios le leccammo la fica, bevendo i suoi umori ed inebriandoci del suo fantastico profumo.
Ma l’esaltazione di quei momenti non poteva permetterci di prolungare troppo a lungo quel gioco erotico con il corpo di Iris: Anastasios ed io volevamo entrare in lei, affondare i nostri cazzi in quella carne rovente, ed anche la donna, a quel punto, non chiedeva altro che di essere scopata.
Iris si alzò rapidamente dalla stuoia, divincolandosi a fatica e controvoglia dalle nostre bocche, e sparì dentro casa, per tornare da noi però quasi immediatamente, tenendo nel palmo di una mano due profilattici: subito
s’inginocchiò tra noi, aprì una delle confezioni e, tenendo il preservativo in mano, piegò la testa, ingoiando per intero il cazzo del mio amico, stringendolo e succhiandolo con le labbra, stimolandolo favolosamente davanti ai miei occhi.
A quell’improvviso contatto, Anastasios aveva preso a sospirare, impazzito dal desiderio, abbracciato da quella bocca così fantastica e straordinaria.
Il pompino di Iris s’interruppe nel momento in cui la sua mano applicò il profilattico sull’asta palpitante che aveva davanti: poi, salendo a cavalcioni su Anastasios, la donna si fece scivolare in corpo quel cazzo in piena erezione, iniziando a muovere sinuosamente il bacino con movimenti lenti e circolari, e impalandosi fino in fondo.
Le gambe che mi tremavano per l’eccitazione, in piedi di fronte a lei, le accostai il cazzo alle labbra: Iris prontamente le socchiuse e se lo fece sparire in bocca, riservandomi lo stesso delizioso trattamento fatto poco prima al mio amico.
Sentivo la sua lingua scivolarmi sulla cappella, i denti sfiorarla, le labbra abbracciarmi l’asta rigonfia, le sue dita stringermi i testicoli: brividi d’erotismo dilagavano in me, e la mia eccitazione era ancor più sollecitata dai mugolii di piacere della donna, soffocati dal mio cazzo che le riempiva interamente la bocca.
Poi, com’era già accaduto ad Anastasios, le labbra della donna mi abbandonarono, e quelle erotiche dita delle sue mani infilarono abilmente un profilattico anche sul mio cazzo.
Mentre il mio amico continuava a scoparla, tenendola per i fianchi e guidandola nella penetrazione, sollevandola e facendola ridiscendere sul cazzo che la riempiva, io mi appoggiai alla schiena di Iris, facendo aderire i miei pettorali alla sua pelle e, contemporaneamente, abbracciandola e stringendole i seni nelle mie mani, sovrapponendole di fatto alle sue che già si stavano pizzicando i capezzoli, così eccezionalmente duri e sporgenti.
Poi, spingendola gentilmente verso Anastasios, l’afferrai per le natiche, allargandole, ed esponendo alla mia vista l’orifizio posteriore della donna.
Iris era scesa con il busto sul petto di Anastasios e le loro bocche si erano unite in un bacio senza respiro.
Davanti ai miei occhi, il culo di Iris era un invito terribilmente irresistibile: v’infilai un dito, umettandolo prima negli abbondanti umori che fluivano incessanti dalla fica della donna, trovando le sue carni già pronte alla penetrazione.
Con la mente in fiamme, travolto da un desiderio quasi animale, accostai la punta del cazzo a quel buco che doveva regalarmi il primo orgasmo di quel pomeriggio, spinsi con forza, privo di qualsiasi riguardo, ed entrai profondamente in lei, senza incontrare ostacolo alcuno, segno inequivocabile di come quella strada del corpo di Iris, in passato, non fosse di certo rimasta inviolata.
Anastasios la scopava ed io l’inculavo, i due cazzi che si sfioravano nel suo corpo, mentre le urla dell’orgasmo di Iris dilagavano per tutta la terrazza, nel momento in cui i raggi del sole al tramonto iniziavano a colorare i nostri corpi sudati di un tenue arancione.
Quando a Zakros scese la notte, furono i raggi della luna ad illuminare con il loro chiarore il corpo di Iris, ad accarezzare con la loro pallida luce la pelle di quella splendida dea del sesso.
FINE
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TRAMONTO A ZAKROS (hard)
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LE CANDELE DI SAFFO (hard)
Il pensiero mi era passato subito per la mente, ben prima che giungesse il momento di uscire di casa: sapevo con assoluta certezza che non avrei dovuto seguirla in quel locale per sole donne, situato in un quartiere un pò malfamato e vicino al centro di Atene.
Quando mi aveva fatto la sua proposta, durante la pausa pranzo, davanti ad un panino e ad un caffè, Xeni era stata molto convincente, ed il suo eterno e affascinante sorriso, così diabolicamente candido e al tempo stesso terribilmente ambiguo, prometteva tutto ed il contrario di tutto: una serata diversa, così mi aveva detto lei, per fare una nuova esperienza e passare una notte meno noiosa di tante altre.
Forse era solo quello che lei voleva.
O, probabilmente, era molto di più quello che Xeni si aspettava che accadesse: fatto sta che io mi ero lasciata attirare in quella sua rete, solleticata dal gusto eccitante del proibito, e una volta entrata in quel locale ero rimasta coinvolta all’istante dall’atmosfera così carica di erotismo e sensualità.
Un bar, un pub, una discoteca.
Uno di quei locali che sono tutto e sono niente, e che in Grecia si trovano molto di rado, quasi nascosti e per nulla pubblicizzati, dove tutti sanno quello che accade, ma, per finto moralismo e ipocrisia, fanno finta di non saperlo: e, malgrado fossi mentalmente preparata, non mi aspettavo proprio di ritrovarmi d’un tratto di fronte a certe immagini.
Nulla di trascendentale, almeno nella sala principale, ma le due donne sulla trentina che si abbracciano e si baciano in quell’angolo più buio, le lingue intrecciate a comunicarsi una passione bruciante, mi rimescolano l’anima ed il corpo, gettandomi in uno stato di languida agitazione, e il brivido che avverto scendere rapido lungo la mia pelle, d’improvviso calda e sensibile, mi si va ad annidare proprio tra le cosce.
Xeni mi ha preso per mano, consapevole della mia sempre più eccitata perplessità, e mi trascina nei passaggi interni ancora più oscuri, oltre porte rivestite di stoffa rossa, tra salottini appartati, appena velati da spesse tende multicolori: ed io cerco d’intuire cosa stia effettivamente accadendo dietro quelle impalpabili barriere, dove voci rarefatte e risate argentine si fondono con il tintinnio dei bicchieri, quasi a voler nascondere e attutire i frequenti gemiti di passione ed i continui sospiri di piacere.
Vaghiamo per alcuni minuti e finalmente, scostando una tenda, entriamo in uno di quei salottini: tre candele, racchiuse in una piccola lanterna appoggiata su un tavolino, diffondono una luce discreta, tenue ma calda, e che riflette le spirali di fumo delle sigarette.
Due ragazze, abbracciate e quasi sdraiate su un basso divanetto, per un attimo ci osservano incuriosite.
Forse abbiamo disturbato le loro effusioni, ed io sarei pronta a scusarmi e a lasciarle alla loro intimità: ma Xeni, che conosce bene quel posto, non si fa alcuno scrupolo, e mi trascina verso un secondo divanetto, vicino a quello delle due ragazze, miracolosamente ancora vuoto considerata la quantità di donne che affolla il locale.
Seduta, guardo imbarazzata le due ragazze.
Ma loro si sono già dimenticate di noi e della nostra presenza: ora si baciano teneramente, e la mano di una si è subito infilata sotto la camicetta dell’altra.
Il corpo di Xeni è vicinissimo al mio, troppo vicino, ed il sensuale calore della sua straordinaria fisicità mi eccita e mi stordisce.
Molte volte abbiamo parlato delle nostre preferenze sessuali, confidandoci i nostri desideri saffici.
Molte volte abbiamo fantasticato sulla forte attrazione che proviamo per le donne, ed in particolare per quella nostra collega del piano inferiore, di quanto entrambe ci sentiamo affascinate da quello statuario e perfetto corpo femminile.
Tra noi due, fra Xeni e me, però, ancora nulla è accaduto.
Ma in quel salottino, soffuso di quella luce tremolante e discreta, so per certo essere inevitabile questo nostro primo contatto, mai così desiderato come in questi istanti
E le mie mutandine, già abbondantemente umide, ne sono la testimonianza più viva.
Sento gli occhi di Xeni fissi su di me.
Mi volto anch’io a guardarla.
E’ sufficiente quel rapido sguardo.
L’eccitazione rende i nostri respiri affannosi, ci divora le viscere, ed il fuoco del desiderio divampa, ravvivato dal luogo in cui ci troviamo, stimolato da quella magica atmosfera così torbida e ambigua, sollecitato dalla presenza delle altre due ragazze, ormai perse nel delirio del loro sogno erotico: le camicette si sono aperte ed i seni si mostrano in tutto il loro splendore, accarezzati e blanditi da mani eleganti e curate, da dita snelle ed esperte, da smalti scuri e seducenti.
Le labbra di Xeni ora si avvicinano alle mie, le sfiorano in un bacio che è un soffio, dolce come il miele.
Pochi istanti e quel timido soffio diventa vorticosa tempesta.
Le nostre lingue s’incontrano, accarezzano i denti, si aggrovigliano e s’intrecciano nella frenesia di un desiderio ormai straripante.
Ed io mi abbandono a quel bacio, mentre la mano di Xeni si posa sulla mia coscia, facendo risalire lentamente la corta gonna che indosso.
Non ho più difese, travolta dalla lussuria di quei folli istanti.
Ho solo voglia di godere e di sfogare tutta l’insostenibile tensione erotica che divora il mio corpo.
La bocca di Xeni mi lascia, strappandomi quasi un ansito di delusione, ed io allora riapro gli occhi.
Accanto alla mia amica si è andata a sedere una delle due ragazze: si è tolta la camicetta e offre i seni ed i capezzoli eretti alle cure delle labbra e della lingua di Xeni.
A quella vista provo quasi una fitta di gelosia.
Ma è solo un istante.
Perché davanti a me, in ginocchio, l’altra ragazza mi sorride invitante, lo sguardo velato dall’eccitazione: è praticamente nuda, solo il perizoma resiste malizioso al suo posto, ad evidenziare le sue provocanti forme.
Mi accorgo di desiderare, con tutta me stessa, proprio quello che sta per accadere.
Voglio la sue mani su di me, le sue dita dentro il mio corpo, la sua lingua sul clitoride.
E questo sarà il mio paradiso.
Mi sfilo rapidamente le mutandine e mi accorgo che, se prima ero solo umida, ora sono letteralmente allagata dagli umori della mia eccitazione.
Allargo le cosce al limite massimo e protendo la fica dischiusa verso la mia nuova amante, così bionda, bella e terribilmente sexy.
Le sue labbra si appoggiano delicate al clitoride, mentre le mani, dalle lunghe unghie laccate di rosso scuro, mi accarezzano l’interno delle cosce, bagnandosi al contatto di quel dolce lago di piacere.
Sospiro impazzita al tocco di quella bocca fatata, rabbrividendo ed attirandola sempre più su di me.
Vedo la sua lingua che mi scorre sulle grandi labbra, mi solletica il clitoride sporgente, mi accarezza e mi tortura implacabile.
Due dita s’infilano in me, penetrandomi a fondo e gettandomi in un vortice erotico fino ad allora sconosciuto.
Con la coda dell’occhio osservo Xeni leccare abilmente le tette all’altra ragazza, massaggiarle la fica e farla sciogliere in un orgasmo dirompente.
E anche il mio orgasmo sale impetuoso, onda irrefrenabile e travolgente, e vengo, sciogliendomi in quella bocca che mi lecca e su quella mano che mi masturba…
Quando usciamo dal salottino ho le gambe che ancora mi tremano, ed una delle candele si è ormai spenta, la cera completamente disciolta.
La ragazza con la quale ho appena fatto l’amore mi accarezza una guancia, mi sorride, mi sfiora le labbra con un ultimo bacio e poi scompare nella penombra del locale.
FINE
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LE CANDELE DI SAFFO (hard)
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