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QUELL’ANGOLO DI PARADISO (hard)
Una curva dietro l’altra, la strada si stendeva sinuosa, dispiegandosi lungo il fianco della bassa e arida collina completamente priva di vegetazione, come si trattasse di un enorme serpente nero adagiato ai caldi raggi del sole.
Malgrado i continui saliscendi, con lo scassato e rumoroso motorino (noleggiato dopo un’estenuante trattativa con un greco, tanto simpatico quanto invadente) impiegavamo pochi minuti a percorrere i sei chilometri che separavano la nostra pensione da quel luogo che avevamo definitivamente scelto quale sede ultima per le nostre sedute abbronzanti, decisione che avevamo preso dopo aver girato in lungo e in largo la piccola isola greca nei primissimi giorni di quelle nostre vacanze.
Martina ed io avevamo allora entrambe ventiquattro anni, ed eravamo grandi amiche sin dai tempi della scuola: la nostra era una di quelle amicizie impermeabili a qualunque avvenimento e, malgrado i nostri rispettivi lavori ci lasciassero ben poco tempo libero, l’intesa e la confidenza fra noi erano rimaste intatte esattamente come quando eravamo sedute dietro un banco di scuola.
Quell’anno, poi, eravamo riuscite a combinare le ferie nello stesso periodo, in modo da poterci regalare quella vacanza al mare che sognavamo da sempre: tramite un’agenzia di viaggi, avevamo prenotato in una piccola ed economica pensione su quella remota isola dell’Egeo, scegliendo di viaggiare con mezzi propri (treni e traghetti, perché l’aereo ci sarebbe costato troppo), tutto pur di prolungare il più possibile quel nostro desiderato e sospirato viaggio. Insomma, eravamo partite all’avventura, per goderci una vacanza da sogno, magari senza grandi pretese ed eccessive comodità, ma assolutamente indimenticabile.
Quel giorno di cui vado raccontando, Martina ed io eravamo in piena esaltazione da vacanze, consapevoli del fatto che avevamo davanti ancora ben nove giorni di spensierato divertimento prima dell’inevitabile rientro in Italia, e quindi con il ritorno al lavoro e alla vita di tutti i giorni.
- Manca poco… siamo quasi arrivate… – disse Martina, indicando un gigantesco cespuglio di ibiscus un centinaio di metri davanti a noi, sul limitare dell’ennesima curva.
Quella rigogliosa pianta (quasi un miracolo nel brullo panorama circostante) era diventata il nostro punto di riferimento, il segnale che c’indicava l’inizio del piccolo sentiero che, terribilmente scosceso e polveroso, scendeva a precipizio fino alla minuscola e solitaria baia.
Era stato un vero e proprio colpo di fortuna, tre giorni prima, a farci scoprire quel fantastico angolo di paradiso.
Avevamo trascorso l’intera giornata in giro su quell’asmatico motorino, e nel tardo pomeriggio
c’eravamo ritrovate, sia Martina che io, stanche e accaldate; al mattino avevamo visitato alcune spiagge della costa più orientale dell’isola, e, subito dopo aver ingurgitato un panino e una fetta d’anguria, c’eravamo avventurate per le strette stradine di un caratteristico villaggio di pescatori, affollate all’inverosimile, però, da comitive vocianti di vacanzieri, e da non pochi ragazzi, infoiati come mandrilli e alla disperata ricerca di fanciulle da rimorchiare.
Tutta quella confusione ed il caldo micidiale ci avevano letteralmente stravolte, a tal punto che rifiutammo, e per di più in maniera perentoria e un tantino maleducata, anche le avances fatteci da due ragazzi francesi, decisamente carini e assolutamente gentili.
Ma eravamo troppo stanche anche per quello e, risalite sul motorino, c’eravamo avviate per tornare alla nostra pensione.
La fortuna volle che la strada, in quel punto, tendeva a salire, ed il motorino, gravato del nostro peso, non poteva di certo raggiungere velocità eccessive: così, quando Martina, per evitare un sasso rotolato nel mezzo della strada, perse il controllo del mezzo all’uscita della curva, ci limitammo ad andare dritte e ad infilarci in quel grosso cespuglio, cavandocela con un rovinoso e ridicolo capitombolo, qualche escoriazione di poco conto a braccia e gambe ed una grande spavento.
- Ma che cavolo hai fatto ? Ti eri addormentata per caso… ? – urlai alla mia amica, tirandomi su in piedi e controllando ansiosamente di non avere nulla di rotto.
- Scusa, Viola… non so come sia potuto accadere… ho avuto paura di colpire con la ruota quel sasso… – mi rispose lei, massaggiandosi un gomito sbucciato.
- Come no… è successo perché credi di essere un’esperta guidatrice, ecco perché… quante volte ti ho detto di andare piano e di fare attenzione ? -
- Dai, Viola… non ci siamo fatte nulla di grave, per fortuna… -
Ero ancora arrabbiata con la mia amica quando ci avvicinammo al cespuglio per recuperare il motorino, e, mentre cercavamo di disincastrarlo dai rami della pianta, scorgemmo uno stretto e ripido sentiero che scompariva dopo solo pochi metri, curvando sulla destra, dietro la parete rocciosa quasi a picco sul mare.
Una delle caratteristiche principali del carattere di Martina era proprio la curiosità.
Difficilmente poteva resistere all’ignoto.
Ed un sentiero misterioso rappresentava per lei un richiamo a dir poco irresistibile.
Prima che potessi dire una sola parola, Martina si era già addentrata sul sentiero ed era scomparsa in un attimo dietro la parete di roccia.
- Torna indietro, Martina… dai… ho voglia di una doccia… e sono stanchissima… -
Fu come parlare al vento.
L’esploratrice era entrata in azione.
Rassegnata, attesi che lei tornasse.
Dopo una decina di minuti la vidi sbucare dal sentiero, tutta sudata e con il fiato grosso.
- Finalmente. Andiamo alla pensione, forza, che questa giornata è stata anche troppo lunga… -
- Fantastico ! Semplicemente favoloso ! – disse Martina, mostrandomi di non avere nemmeno sentito le mie parole.
- Di che diavolo stai parlando ? Guarda come ti sei ridotta per fare la pioniera ! -
Martina sbuffava e ansimava, piegata sulle ginocchia, nei suoi occhi una gioia a stento repressa.
- Alla fine sono riuscita a trovarlo… -
- Che cosa ? – le chiesi, per nulla contagiata dalla sua allegria.
- Un vero e proprio angolo di paradiso. Vieni a vedere anche tu. -
Mi prese per mano e mi trascinò giù per il sentiero, malgrado le mie veementi proteste.
Fu così che la seguii, riluttante e infastidita da quel fuori programma, soltanto per porre fine a quella sua improvvisa e infantile esaltazione, sperando che anche lei, alla fine, si decidesse a rientrare alla pensione dopo quella faticosa giornata.
La cosa che maggiormente mi colpì, una volta superata la prima svolta dello scosceso sentiero, fu la fitta e rigogliosa vegetazione: non so se per la particolare direzione dei venti, o per l’umidità trasportata dal mare sottostante, fatto sta che, sul costone di quella scogliera, alberi e cespugli crescevano in quantità, creando un fitto ed inestricabile sottobosco, in netto contrasto con gli aridi e assetati terreni sovrastanti.
Scendendo e scivolando per un centinaio di metri (ero atterrita al solo pensiero della successiva e difficoltosa risalita) giungemmo ad una piccolissima insenatura, incastonata tra le erte pareti di roccia quasi bianca.
La caletta, larga non più di una quindicina di metri, aveva una spiaggia di sabbia finissima, bianca e impalpabile al tatto, neanche fosse stato borotalco; il lato sinistro era chiuso dall’alta scogliera (il proseguimento naturale di quella che avevamo appena discesa), mentre sulla destra enormi massi, franati chissà quando, creavano una barriera di un’altezza di almeno tre o quattro metri, e delimitavano quello che Martina aveva già battezzato come un angolo di paradiso.
Effettivamente il posto era meraviglioso, esposto al sole da mattina a sera, e assolutamente deserto: il mare aveva una tonalità di un verde turchese da cartolina, ed il fondale, contrariamente a quelli di altre spiagge che avevamo visitato quel giorno, era abbastanza basso per una buona decina di metri.
– Allora… – fece Martina, il viso radioso – … avevo ragione o no ? -
La mia amica sembrava una rappresentante di enciclopedie, intenta a decantare i fantastici pregi dei dodici e pesanti volumi che doveva appioppare all’incauto acquirente.
- Sembra proprio di sì… è strano, però, che non ci sia nessuno… -
- E’ troppo nascosta questa insenatura… anche noi, se non avessimo avuto quel piccolo incidente con il motorino, non l’avremmo mai scoperta… -
- Probabilmente è come dici tu… – le risposi.
Ero ancora arrabbiata con lei, e non volevo darle ragione senza fargliela pesare almeno un po’.
Ma Martina era impermeabile a queste sottigliezze.
- Allora… è già deciso… da domani mattina si viene qui. Sole e mare a non finire… ci piazziamo qui e facciamo quello che ci pare… senza rompiscatole tra i piedi… fantastico… assolutamente fantastico… -
Come al solito era inutile farle notare che la vacanza era di entrambe, e che le decisioni avremmo dovuto prenderle insieme: con Martina non c’era mai stato nulla da fare, perché lei partiva in quarta e quello che decideva doveva andare bene a tutti.
Comunque, anch’io mi ero convinta che quella piccola spiaggia fosse il massimo che potessimo trovare.
- E va bene – bofonchiai, il pensiero di una doccia rigenerante sempre più presente nella mia mente.
Tornammo su per il sentiero, i polmoni in fiamme per lo sforzo della salita, e riprendemmo la strada della pensione, il motorino, dopo le acrobazie della mia amica, ancora più ammaccato e rumoroso di prima.
La notte, prima di prendere sonno, sentii Martina sproloquiare sul nostro angolo di paradiso, e stabilire, irrevocabilmente, che stava per iniziare quella che lei definì “la nostra vera vacanza”.
Stava ancora parlando tutta eccitata quando mi addormentai con un sospiro di rassegnazione.
E “la nostra vera vacanza” andava avanti ormai da tre giorni, caratterizzati da meravigliosi bagni di mare, da caldo e sole, da libri e pettegolezzi a non finire.
Tutto questo, languidamente adagiate nel nostro piccolo paradiso personale.
Quella mattina, dunque, dopo aver parcheggiato il motorino dietro il grande cespuglio di ibiscus (al quale, con il nostro incidente, avevamo dato una discreta potata), eravamo scese per l’impervio sentiero fino alla stretta striscia di sabbia.
L’estrema tranquillità di quel luogo, e soprattutto il fatto che, in quei tre giorni, non si fosse vista mai anima viva, ci aveva rese piuttosto intraprendenti: avevamo così deciso d’indossare i costumi che avevamo acquistato in un negozio vicino alla pensione, sostituendo così quelli che c’eravamo portate da casa.
I due costumi nuovi erano a dir poco provocanti e costavano poco, anche perché la quantità di stoffa necessaria a produrli era veramente minima !!
- Se non indossiamo ora costumi così, è molto probabile che non potremo indossarli mai più, non credi ? – aveva osservato Martina, frugando nella montagna di due pezzi alla ricerca del colore che desiderava.
“Pensa alle amiche in palestra… avranno un travaso di bile quando vedranno il segno dell’abbronzatura… – le avevo risposto ridendo, e tenendo ben stretto nella mano il costume che mi ero scelta, onde evitare che potesse cadere nelle grinfie della mia pericolosa amica.
Poggiati gli zaini sulla sabbia e allargati i due grandi teli da mare, Martina ed io ci spogliammo rapidamente delle magliette e dei calzoncini, restando con i nostri minuscoli perizoma “brasiliani”, ed io anche con la parte superiore del costume che, in pratica, era composta da sottili nastri, con soltanto delle stelline di stoffa appena più larghe a coprire i capezzoli.
Io non ho mai avuto un grosso seno da esibire, e quindi, tutto sommato, non ero indecente più di tanto.
Le natiche erano chiaramente scoperte (un tanga non può fare miracoli…), ma l’effetto non era proprio male da osservare: d’altronde eravamo sole sulla spiaggia, e la mia amica conosceva bene ogni parte del mio corpo, forse meglio di me, così come io sapevo tutto del suo.
Eravamo amiche da tanti anni, condividevamo tutto delle nostre vite e non c’erano segreti tra noi.
Ai tempi della scuola, avevamo perfino condiviso il nostro primo amore: anzi, in realtà, io avevo ereditato da Martina un ragazzo molto carino, di qualche anno più grande di noi, che si era messo prima con lei (e non poteva essere diversamente…) e quindi, una volta ottenuto il suo scopo, aveva deciso che anche l’amica non era poi così male (e alla faccia di chi dice beati gli ultimi…).
Il ragazzo in questione aveva chiaramente raggiunto quello che voleva anche con me, ed era poi scomparso nel nulla, volatilizzato, in definitiva neanche tanto rimpianto, anche se, stando ai racconti delle prime esperienze delle nostre compagne di scuola, a noi due non era andata poi tanto male.
Anzi.
Il corpo di Martina, molto più formoso del mio, era decisamente più complicato da contenere all’interno dei nostri azzardati acquisti vacanzieri; e così, il primo giorno che eravamo andate nel nostro angolo di paradiso, dopo un’ora abbondante di disperati tentativi di ricondurre entro i limiti della decenza i suoi straripanti seni, la mia amica aveva deciso che poteva fare a meno, e senza problemi di sorta, della parte superiore di quel benedetto costume.
Di conseguenza, quello era il terzo giorno di tintarella praticamente integrale per entrambe.
Dopo esserci abbondantemente spalmate di olio solare, trascorremmo le successive ore in assoluto relax, alternando freschi bagni in mare (per sfuggire al caldo micidiale di quella piccola insenatura) a brevi pisolini sdraiate sulla sabbia.
E fu proprio in uno di quei momenti, in cui entrambe c’eravamo appisolate, che i due fecero il loro arrivo.
Le mie orecchie avvertirono uno scalpiccio, un rotolare di piccole pietre, e alcune fragorose risate.
Mi risvegliai di soprassalto e, quando aprii gli occhi, loro erano già a pochi metri da me.
Trasalii alla vista del ragazzo e della ragazza, e lanciai quasi un grido, più per la sorpresa che per lo spavento.
Martina sollevò la testa di scatto, anche lei destata dal suo dormiveglia.
- Ma cosa ti sta succedendo ? -
- Nulla… nulla… è che non mi aspettavo l’arrivo di qualcuno… – le risposi, facendomi ombra con la mano per vedere meglio nell’accecante riverbero del sole.
Se fossero sbarcati omini verdi da un’astronave, di sicuro avrei avuto una faccia meno sorpresa.
M’infastidiva, e non poco, il solo pensare che in quel posto, nel “nostro” paradiso, potesse arrivare qualcun altro.
I due nuovi arrivati si guardarono attorno, chiaramente indecisi, poi presero a confabulare tra loro.
Ora ero definitivamente sveglia e li osservai con attenzione.
Il ragazzo doveva essere all’incirca sui trent’anni, la carnagione, di certo in origine molto chiara, era intensamente abbronzata dal sole, ed aveva raggiunto una tonalità che, nella luce delle prime ore del pomeriggio, sembrava rilucere come l’oro.
Le masse muscolari erano ben evidenziate dalla canottiera senza maniche che indossava, esplicita testimonianza di una qualche pratica sportiva da lui praticata: il viso aveva dei tratti somatici inconfondibilmente nordici, una spruzzata di lentiggini sul naso e sulle guance, ed una cascata di capelli biondi lunghi fin sulle spalle, e che incorniciavano i due occhi più azzurri che avessi mai visto.
Sia io che Martina lo fissammo estasiate, forse a bocca aperta, ammirando quell’apparizione simile a qualche sconosciuta divinità dell’Olimpo.
Quando lui, sorridente, ci rivolse la parola, solo in quell’istante noi sembrammo tornare in vita.
Martina si coprì d’istinto i seni con le mani, mentre io cercavo disperatamente di assumere un qualche contegno, rendendomi ancora più ridicola in quello striminzito costume da ninfetta di Copacabana.
Il ragazzo si rivolse a noi in inglese, lingua che però noi parlavamo solo a livello scolastico: lui si accorse immediatamente delle nostre difficoltà, e iniziò a scandire lentamente ogni singola parola.
Mettendoci tutte noi stesse, la mia amica ed io riuscimmo comunque a capire che l’intenzione di quella meraviglia maschile era quella di poter utilizzare la caletta insieme alla ragazza, senza per questo volerci dare troppo fastidio.
Credemmo anche di comprendere che se noi non fossimo state d’accordo, loro si sarebbero ritirati in buon ordine.
La ragazza, nel frattempo, si era allontanata, scalando agilmente le rocce che chiudevano la piccola spiaggia sulla destra, e sparendo quindi alla nostra vista.
Forse fu per non apparire maleducate, più probabilmente perché quello che avevamo davanti era un gran bel ragazzo e ci sarebbe dispiaciuto non approfittare dell’occasione per averlo sotto gli occhi qualche ora, fatto sta che gli facemmo intendere che per noi non era un problema, e che lo spazio, sia pur ristretto, sarebbe stato sufficiente per tutti.
Anzi, fui proprio io a dirglielo, cogliendo di sorpresa Martina, che non era abituata ad essere scavalcata da nessuno in fatto di iniziative e decisioni.
Il ragazzo ci ricompensò della nostra cortesia sfoggiando un meraviglioso e solare sorriso, che evidentemente doveva riservarsi per le occasioni migliori, pronunciò quello che si rivelò essere, ad una successiva e approfondita analisi, un “thank you”, e si voltò verso la parete di rocce, cercando con lo sguardo la sua compagna.
In effetti, lei stava ora tornando dalla sua esplorazione e, dall’alto di uno scoglio ed in una lingua per noi ancor più sconosciuta dell’inglese, gridò un qualcosa al suo ragazzo.
Lui annuì e, accompagnando le parole con i gesti, ci fece capire che si sarebbero andati a sistemare oltre le rocce, probabilmente in una successiva caletta.
E così la privacy di tutti sarebbe stata salva.
Entrambe un pò depresse per quella loro decisione (addio ore passate a rimirare addominali e bicipiti…) lo vedemmo scalare gli scogli e, una volta in cima e raggiunta la sua compagna, farci ciao ciao con la manina.
A questo suo saluto si unì anche la ragazza che, con ogni stramaledetta certezza, aveva l’esclusiva su quegli addominali e su quei bicipiti.
Pur con tutta l’esperienza accumulata negli anni, e cioè la capacità che Martina ed io avevamo nello smontare e criticare tutte le belle donne che ci capitava d’incontrare, in quell’occasione ci dovemmo arrendere all’evidenza.
La donna era davvero bellissima, un viso forse addirittura troppo perfetto e incantevole, con due labbra carnose, un nasino all’insù che era tutto un programma e grandi occhi verdi, il tutto incorniciato da lunghissimi e lisci capelli castani, dalle sfumature quasi ramate sotto i raggi del sole.
E non parliamo poi del resto.
Il suo corpo era una specie di inno nazionale alla bellezza femminile.
Seno generoso, fianchi morbidi, sedere da urlo e gambe lunghe e tornite.
Dura da ammettere, ma per me e la mia amica sarebbe stata una battaglia persa in partenza.
La ragazza indossava solo una mutandina, composta da due minuscoli triangoli di stoffa blu oceano, tenuti insieme da una stringa celeste legata alta sui fianchi.
I seni, sodi e sfrontati, erano scoperti, ed il loro colore, così uniforme all’abbronzatura del resto del corpo, testimoniava la consolidata abitudine della proprietaria ad andarsene lungamente in giro in topless.
Piccoli capezzoli, dalla tonalità leggermente più scura della pelle, guarnivano, come invitanti ciliegine, quelle due meraviglie, sulle quali gli uomini avrebbero potuto discorrere, con aria beata e sognante, per intere settimane.
Dopo un ultimo saluto, i due si allontanarono mano nella mano, scendendo sull’altro lato della parte di scogli, sparendo alla nostra vista e dirigendosi verso il successivo tratto di spiaggia.
- Accidenti – esclamai – mi è venuto quasi un colpo quando li ho sentiti arrivare… -
- Certo che è proprio carino, eh, Viola ? – mi rispose Martina con voce pericolosamente sognante.
- Per la miseria se è carino… ma a me, uno così bello, quando mai mi capiterà ? – dissi a voce alta, pensando a Vittorio, il ragazzo che mi veniva appresso da qualche mese, e neanche lontanamente paragonabile al biondo vichingo.
Ci rimettemmo a prendere il sole, turbate, inutile negarlo, dal sapere così vicino quel ragazzo così bello.
Era ormai pomeriggio inoltrato, quando mi girai sulla schiena per abbronzarmi anche sul davanti, decidendo all’istante di non rimettere il reggiseno (le famose stelline…) del costume.
In definitiva ero l’unica donna nei paraggi ad indossarlo ancora, ed avevo la netta sensazione di essere stranamente fuori luogo.
Continuammo così per un altra mezzora a prendere il sole ed a bagnarci con brevi immersioni in quelle acque meravigliose.
La presenza dei nostri due vicini non era praticamente avvertibile: la scogliera c’impediva di sentirli e di vederli.
Martina rientrò in acqua, iniziando a nuotare e seguendo un percorso ormai divenuto familiare, visto che lo avevamo stabilito sin dal primo giorno: si andava dalla stretta spiaggia fino ad una punta di roccia affiorante sul pelo dell’acqua, dove l’insenatura si apriva sul blu scuro del mare profondo. Una volta che arrivavamo a toccarla, si ritornava indietro, spesso agevolate e sospinte dalle piccole onde. Nelle nuotate dei giorni precedenti avevo stabilito una specie di record personale, e del quale andavo sommamente fiera, anche se nelle nuotate in coppia con Martina lei arrivava regolarmente davanti a me.
Sdraiata sulla spiaggia, seguii con lo sguardo il bagno della mia amica.
La vidi iniziare a muoversi in acqua lentamente, senza aumentare, come era solita fare, la frequenza delle bracciate.
Si spostava silenziosamente, evitando spruzzi e rumori, e non riuscivo a capire cosa stesse facendo, ne il perché di quel suo muoversi con così tanta circospezione.
Ad un tratto, però, tutto mi fu chiaro, e la ragione di quel suo strano comportamento mi apparve nella sua assoluta semplicità.
Invece di toccare la piccola sporgenza affiorante, Martina rallentò ulteriormente il moto delle sue bracciate, superò la roccia, si afferrò saldamente alla stessa sul lato del mare aperto, e si sporse con la testa al di là, guardando con curiosità cosa stessero facendo i nostri vicini di spiaggia.
Rimase circa un paio di minuti a spiare i due così nascosta, poi rapidamente tornò indietro.
Quando arrivò di fronte a me, Martina aveva le guance arrossate.
- Non ci crederai… ha un… cavoli, non ne ho mai visto uno così ! -
- Ma di che cosa stai parlando ? – le chiesi, adesso curiosa anch’io come una scimmia.
- Allora… sentimi bene… sono nudi, tutti e due… e stanno prendendo il sole… -
- E…? -
- E nulla. Prendono solamente il sole… ma lui… lui ha un’erezione da far paura… mai visto un arnese di quella portata… -
- Non che tu ne abbia visti poi molti, diciamolo… – le risposi, cercando di alleviare quell’emozione che le sue parole mi avevano fatto sentire.
- Ma sentila… ha parlato la donna vissuta… – mi canzonò lei.
In effetti avevamo avuto entrambe le nostre brave esperienze sessuali, ma onestamente non erano state poi così numerose come ci piaceva credere: tre o quattro ragazzi per lei, ed un paio per me.
Le mangiatrici di uomini abitavano da un’altra parte.
- Comunque è davvero… davvero… -
Martina cercava la parola adatta.
Poi, d’improvviso, la trovò.
- E’ davvero bello. Bello. Non c’è altro termine per descriverlo -
- Cosa può esserci di così bello, scusa… in fondo è solo un… beh, insomma, mi hai capito, no ? -
Martina non mi rispose nemmeno, e si distese a pancia in giù sul suo asciugamano.
Passarono cinque minuti, durante i quali strani vuoti allo stomaco avevano preso a tormentarmi.
Avevo, ed ho sempre avuto, un normale appetito sessuale, nulla di esagerato, intendiamoci, ed in quel momento iniziai a dare la colpa di quei vuoti allo stomaco al fatto che non avevo avuto più un rapporto completo da molto tempo.
L’ultima volta che avevo accarezzato un ragazzo era stato circa un mese e mezzo prima, un lungo e piacevolissimo petting durante una festa in discoteca.
E, in verità, mi ero anche masturbata un paio di volte da allora.
Poi nulla più.
I vuoti allo stomaco salivano e scendevano, con un ben noto languore che si andava concentrando, sempre più spesso, in quella zona particolare che noi donne abbiamo tra le gambe.
La voce di Martina mi fece sussultare, riportandomi alla realtà.
- Magari ora stanno scopando… – disse con un tono che non era il suo.
Doveva avere anche lei i suoi vuoti allo stomaco.
Mi voltai e la guardai, indecisa su cosa risponderle.
Con un brivido di eccitazione (perché, ormai, mi ero chiaramente eccitata) notai che le natiche di Martina non riuscivano a stare ferme, percorse da un appena accennato e ritmico movimento, come se la mia amica le stringesse e le rilasciasse, premendo con il ventre sulla sabbia.
Non ci voleva un genio a capire che, se Martina fosse stata sola su quella spiaggia, si sarebbe apertamente masturbata.
E la capivo benissimo, perché anch’io avrei voluto fare lo stesso.
L’arrivo della coppia, la descrizione fattami da Martina del pene del ragazzo e la possibilità che i due stessero ora facendo del sesso, tutto questo aveva gettato anche me in uno stato di esaltazione sessuale assolutamente inatteso.
Mi alzai per entrare in acqua e, inutile negarlo, per andare a vedere con i miei occhi quello che la mia amica aveva già visto.
- Viola… andiamo a dare una sbirciatina insieme ? Che ne dici ? -
Martina si era voltata e mi guardava, attendendo una mia reazione.
- Ci siamo ridotte a fare le guardone… proprio una vacanza da andarne fiere… – le risposi, in un patetico tentativo di porre fine a quella difficile situazione venutasi a creare.
- Dai, Viola… o andiamo a dare un’occhiata ai due, oppure leviamo le tende e torniamo alla pensione. E’ inutile far finta di nulla… sei eccitata, esattamente come me… e restare qui, con questo chiodo infilato nella testa sarebbe soltanto una tortura… decidi tu… per me va bene in ogni caso… -
Martina aveva perfettamente ragione.
Era inutile mentire ancora a noi stesse.
- E va bene… entriamo in acqua insieme, facciamo finta di fare il bagno e andiamo a vedere che cosa stanno facendo… – le risposi, sapendo di prendere l’unica decisione che entrambe desideravamo.
- Aspetta Viola… ho un’idea migliore… – mi disse Martina, alzandosi e guardandosi attorno.
- Guarda… se noi risaliamo per un breve tratto il sentiero… c’infiliamo nel sottobosco, a sinistra, per una decina di metri… ci dovremmo trovare esattamente sopra di loro… -
Avevo ormai perfettamente metabolizzato l’idea di andare a spiare la coppia, e la proposta della mia amica mi apparve assolutamente razionale.
- Andiamo, dai… – le dissi, mettendomi le infradito.
E così, completamente nude se non per i minuscoli tanga, ci avviammo su per il sentiero.
Percorremmo soltanto qualche metro dell’impossibile salita: poi, approfittando di un varco nella fitta vegetazione, c’inoltrammo nel sottobosco, tra cespugli in fiore e bassi e frondosi alberi, dai tronchi ritorti dal vento.
Camminando piegate, a volte quasi strisciando, tra mille acrobazie e centomila acuminate spine, cercando disperatamente di non fare alcun rumore, giungemmo, poco dopo, ad una sorta di stretta terrazza naturale, che affacciava direttamente sulla caletta occupata dalla coppia di stranieri.
La fitta vegetazione ricadeva oltre il bordo della terrazza, nascondendoci alla vista di chiunque si fosse trovato sulla minuscola spiaggia.
Martina ed io ci mettemmo in ginocchio, una accanto all’altra, e spingemmo lo sguardo verso il basso.
I due erano a non più di cinque o sei metri sotto di noi, completamente nudi, sdraiati fianco a fianco, in posizione obliqua rispetto al nostro punto di osservazione.
Notai subito come il pezzo di stoffa, che doveva essere la mutandine del costume della ragazza, fosse appallottolato accanto a loro, insieme al pantaloncino multicolore che indossava il ragazzo quando era arrivato dove noi stavamo prendendo il sole.
Erano entrambi sdraiati sulla schiena, e si tenevano per mano, crogiolandosi al sole e con gli occhi sicuramente chiusi.
La respirazione faceva lentamente alzare e abbassare i loro petti.
Seguii con lo sguardo, e per qualche secondo, il movimento dei seni della donna, quindi percorsi con gli occhi il suo ventre piatto, fino ad incontrare il pube perfettamente rasato, le grandi labbra appena visibili tra le cosce dischiuse.
Subito dopo, però, spostai lo sguardo sul corpo del ragazzo.
Non persi tempo, e puntai gli occhi direttamente lì.
Ed era impossibile non farlo.
Ora capivo la straordinaria eccitazione di cui Martina era stata preda.
Quel pene sembrava essere dotato di una sua vita autonoma, quasi costretto a seguire il corpo del ragazzo solo perché unito a lui.
Era… grandioso, quello il termine che mi sembrava meglio si adattasse a quella meraviglia.
Ma anche bello, in fondo, come aveva detto Martina, rendeva bene l’idea.
Lungo, ma non in modo sproporzionato, si ergeva teso dal ventre di quello splendido ragazzo, senza la minima tendenza ad andarsi ad appoggiare sulla pelle della pancia.
Se lo avesse fatto, probabilmente con la punta avrebbe superato, e non di poco, l’ombelico.
Era turgido e magnifico, rigonfio, e la circonferenza si mostrava costante, dalla base all’estremità superiore.
Solo verso la fine tendeva a restringersi, appena sotto il violaceo e splendido glande, parte terminale di quell’asta da favola.
Per tutta la sua lunghezza era percorso dai rigonfiamenti delle vene, alcune piccole, altre decisamente più grandi, che ne disegnavano armoniosamente la splendida linea.
Bello.
Si, a ripensarci bene, forse era proprio quella la parola più adatta a descriverlo.
- Avevo ragione, no ? – mormorò estasiata la mia amica.
- Sì… non hai per nulla esagerato… – le risposi in un roco bisbiglio.
Provai ad immaginare la sensazione che avrei provato nel toccarlo, nell’accarezzarlo, il suo meraviglioso scorrere sotto le mie dita.
Ne percepii quasi il calore, la delicatezza della pelle così tesa su quel turgore da favola.
Lo sognai alle prese con il suo naturale obiettivo, la cappella a scorrere lungo le mie grandi labbra bagnate, a sfiorare il clitoride, a ridiscendere malizioso fino all’ano… e poi, guidato da un istinto naturale e antico come il mondo, a riempire interamente il mio corpo, senza difficoltà, meravigliosamente, fino a strapparmi gemiti e sospiri d’intensa passione…
I vuoti allo stomaco non erano più tali.
Al loro posto si erano andati sostituendo enormi buchi neri, che inghiottivano inesorabilmente tutti quei miei folli pensieri.
Se fossi stata in piedi, le gambe mi avrebbero ceduto, ma in ginocchio, e con Martina vicina a me, mi era più facile mantenere un atteggiamento ancora composto e dignitoso.
Con la coda dell’occhio guardai Martina, e la sua espressione mi confermò che quei miei erotici pensieri erano gli stessi che passavano nella sua mente.
Quelle mie riflessioni furono interrotte dalla donna che disse un qualcosa, in quella sua lingua a me sconosciuta, al ragazzo disteso al suo fianco.
Vidi lui sorriderle.
Lei parlò di nuovo, e lui girò il volto nella sua direzione, guardandola per alcuni istanti.
Quindi annuì con la testa, accompagnando quel movimento con un mormorio.
A quel punto la ragazza si girò sul fianco e si alzò, dirigendosi poi verso l’acqua, e, di conseguenza, allontanandosi dal punto in cui noi li stavamo osservando.
In quegli attimi cercai una qualunque scusa che fosse adatta a giustificare la nostra presenza tra quei cespugli, inevitabilmente non trovandone però nessuna.
La bionda sirena nuotò agilmente verso il mare aperto: quindi, con una perfetta e armoniosa capriola, invertì la direzione e tornò verso riva.
La vidi uscire dall’acqua, nuda e bellissima, e avvicinarsi al suo ragazzo.
Sorridendo, si posizionò su di lui, in piedi e a gambe larghe, iniziando a far scolare l’acqua fredda e salata sul corpo del giovane, utilizzando i lunghi capelli castani come fossero una spugna.
Al contatto con l’acqua, il giovane lanciò un grido, inarcando il corpo, ed il cazzo svettò ancora più imperioso di prima.
Repressi a stento un mugolio d’eccitazione, mentre Martina si mordeva il labbro inferiore, anche lei chiaramente turbata da quei momenti.
La ragazza scavalcò il corpo del compagno e si andò a sistemare in ginocchio dietro di lui, le sue ginocchia a toccargli la testa, offrendo a noi spettatrici la visuale del suo sensuale profilo.
La vedemmo chinare lentamente il capo verso il ventre di lui, ed io mi sorpresi ad aprire inconsapevolmente la bocca, come se avessi dovuto accogliere tra le labbra l’erezione dell’uomo. Malgrado i miei torbidi pensieri, la ragazza non prese in bocca il suo uomo.
Si limitò ad appoggiare la punta dei suoi lunghi capelli sul ventre del ragazzo, ed iniziò a farli scorrere sul quel perfetto corpo maschile, secondo un metodo evidentemente già sperimentato.
La sua testa si muoveva da una parte all’altra, lambendo deliziosamente con i lunghi capelli la pelle del giovane, che dal canto suo rabbrividiva visibilmente, sia per il solletico procuratogli da quel lento sfiorare, sia per la sensazione di freddo dell’acqua del mare.
Il gioco della ragazza ebbe l’effetto di far diventare, se possibile, il pene ancora più grande e fremente.
All’improvviso lei smise di giocare col compagno e gli chiese un qualcosa, ricevendo come risposta un mugolio sommesso.
Allora le mani della donna presero ad accarezzare il petto dell’uomo, scorrendo su di lui come se lo stesse modellando, lievi come piume, delicate come un alito di vento primaverile, ma abili e decise, con movimenti aggraziati e carichi di un erotismo senza confini.
In punta di dita la vedevo disegnare i contorni della muscolatura del petto, e poi accarezzare le spalle, e quindi sfiorare i capezzoli del ragazzo.
Subito dopo si dedicò agli addominali, percorrendoli uno per uno, con una lentezza quasi esasperante.
Io ero ormai fuori di me per l’eccitazione che quello spettacolo mi provocava.
Non capivo letteralmente più nulla, perché non mi era mai capitato di assistere ad una scena così erotica e sensuale.
Mi voltai verso Martina.
I suoi occhi erano fissi sulla coppia, la lingua guizzava ad umettare le labbra ed i capezzoli dei suoi grandi seni erano turgidi e svettanti.
Eravamo entrambe letteralmente divorate dall’eccitazione.
Tornai con lo sguardo alla spiaggia sottostante e, con un gemito quasi di dolore e mordendomi il labbro, vidi che la mano della ragazza aveva abbandonato gli addominali del compagno, per appoggiarsi, senza esitazione, su quel cazzo svettante.
Rimase immobile per qualche secondo, e poi le dita iniziarono a scorrere sull’asta.
Fu quello l’esatto momento in cui smisi di ragionare, abbandonandomi all’istinto e alle impellenti esigenze del mio corpo.
In un attimo di assoluta follia erotica tirai i fiocchi dei laccetti che sorreggevano il tanga, me lo sfilai e, ora completamente nuda anch’io, mi misi seduta per terra, divaricando all’istante le gambe.
Martina era ancora in ginocchio, e con le mani si accarezzava e si stringeva voluttuosamente i seni.
Era fantastico spiare quella ragazza che aveva preso a masturbare il suo uomo, come era stupendo vedere Martina così eccitata: ed anche la mia nudità, in quei momenti, mi appariva stranamente e terribilmente erotica.
La mano destra della bionda scivolava leggera sul cazzo, e la sinistra accarezzava il petto, pizzicava i capezzoli dell’uomo, segnava il contorno della sua bocca.
Mentre anche Martina si sfilava il tanga, mettendosi seduta, anche lei nuda, accanto a me, pensai a quanto mi sarebbe piaciuto trovarmi al posto di quella donna, con quello stupendo cazzo fra le mani, poterlo stringere e sentirlo sussultare sotto le dita per il crescente desiderio.
Senza alcuna esitazione, feci scivolare la mia mano destra sul ventre, e poi ancora più in giù, fino ad incontrare le grandi labbra, già abbondantemente bagnate di umori.
Anche Martina aveva preso a masturbarsi apertamente, premendo con le dita sul clitoride eccitato.
Eravamo state ormai definitivamente travolte da quella folle esperienza.
La destra della ragazza continuava inesorabile in quell’affascinante sega, in un ipnotico e straordinario andirivieni: su e giù, su e giù… lenta, continua, inarrestabile.
Iniziai a respirare affannosamente, quasi seguendo il ritmo che la ragazza imprimeva alla sua erotica mano.
Il ragazzo si muoveva appena sotto il tocco abile della sua donna.
E lei non aveva altro pensiero che il piacere da donare a lui.
Fu un attimo, e di cui ancora oggi non riesco a fissare gli esatti contorni.
Credo, però, che ci voltammo nello stesso preciso istante, leggendoci reciprocamente negli occhi la straripante eccitazione che ci consumava.
Poi la mia bocca e quella di Martina s’incontrarono in un leve sfiorarsi di labbra, dischiudendosi subito dopo alla ricerca delle lingue impazzite.
Ci baciammo con una frenesia sconosciuta, e staccandoci l’una dall’altra solo quando il respiro ci venne a mancare.
Stordite da quanto appena accaduto, la mia guancia appoggiata a quella di Martina, tornammo con gli occhi alla spiaggia e alla coppia al centro delle nostre attenzioni.
La mano della ragazza continuava ad andare nel suo fantastico movimento, ora decisamente più vigoroso e rapido, esponendo ogni volta che scendeva la larga cappella congestionata.
Ad un tratto il suo compagno aprì le gambe, e la mano della ragazza fu veloce nello spostarsi sullo scroto, palpandolo, accarezzandolo, stringendolo con delicatezza.
Poi scivolò ancora più in giù, alla evidente ricerca dell’ano del suo compagno.
Ebbi la certezza di quanto stava accadendo quando, con un gesto deciso, lei infilò un dito in quel corpo adagiato sulla sabbia, penetrandolo a fondo e facendolo sussultare: aveva interrotto quella fantastica sega, e lo stava inculando.
Ora erano immobili, il suo dito infilato nel culo del ragazzo.
Stavo anch’io per penetrarmi con le dita, quando la mano di Martina iniziò ad accarezzarmi fra le gambe, stuzzicandomi meravigliosamente il clitoride: senza un attimo di esitazione, allungai il braccio, trovai la sua fica straordinariamente fradicia e, priva di alcuna incertezza, la penetrai con l’indice ed il medio.
Subito Martina incollò la bocca alla mia, non solo per il desiderio di baciarmi ma, e soprattutto, per evitare di gridare tutto il suo dirompente piacere.
Poi la scena sulla spiaggia riprese vita, come se non si fosse mai interrotta.
La mano della ragazza tornò ad impugnare il cazzo, per riprendere a masturbarlo con crescente velocità.
Su e giù, su e giù…
Anche le dita di Martina mi avevano penetrata, ed ora ci masturbavamo a vicenda con frenesia, gli occhi incollati a quel cazzo vicinissimo al momento di esplodere…
Su e giù, su e giù: il ritmo di quelle dita infernali accelerò ancora…
I nostri respiri ed i nostri sospiri erano l’inequivocabile segnale dei dirompenti orgasmi che squassavano il mio corpo e quello di Martina.
Su e giù, su e giù, ora senza sosta e freneticamente…
Venimmo insieme, io nella mano di Martina, e lei nella mia, le nostre dita inzuppate dei rispettivi liquidi dell’eccitazione…
E all’improvviso, finalmente, accadde.
Il ragazzo venne, eiaculando un lungo e potente getto di sperma, talmente abbondante e violento che raggiunse la ragazza sulla spalla e sui capelli.
Ne seguirono altri due, solo di poco meno grandiosi, per poi tramutarsi in un lento sgorgare sulla mano della sua compagna…
Tutto si era svolto in un silenzio irreale.
Cercai di nuovo le labbra di Martina e la baciai con straordinaria intensità.
Mi separai dalle sue labbra solamente quando vidi la ragazza alzarsi e avvicinarsi all’acqua del mare, per lavarsi via tutto quello sperma che aveva addosso…
In tutta fretta, Martina ed io, ci rimettemmo i tanga e, evitando accuratamente ogni rumore, tornammo alla nostra caletta.
Il sole era ormai quasi tramontato.
Raccogliemmo gli zaini, c’infilammo magliette e pantaloncini, e tornammo alla pensione, ancora scombussolate, ma anche notevolmente eccitate, per quanto accaduto.
Quella sera Martina ed io parlammo a lungo dei sorprendenti eventi della giornata, giungendo alla conclusione che quello che era accaduto tra noi, quel rapporto lesbico nel quale eravamo precipitate, era stato di certo causato solo dall’incontrollabile eccitazione di quei momenti.
E, con ogni probabilità, era assolutamente vero.
Ma l’ossessione per quella coppia di stranieri c’impedì quasi di chiudere occhio, al punto che all’alba avevamo deciso, e in modo del tutto irrazionale, di dare una nuova svolta a quella nostra vacanza.
Avremmo cercato di rintracciare i due per tutta l’isola, convinte che, se li avessimo nuovamente incontrati, questa volta non ci saremmo limitate a spiare le loro effusioni.
E fu così che, il giorno successivo, partimmo in sella al motorino alla ricerca del ragazzo e della sua splendida compagna, dimenticando, di fatto, il nostro angolo di paradiso che tanto avevamo amato.
Ma, come spesso succede, i sorprendenti eventi dei giorni successivi andarono ben oltre le mie aspettative, a tal punto che di quella vacanza mi è rimasto un ricordo struggente e incancellabile.
Un po’di pazienza, e vi racconterò per filo e per segno quello che poi accadde in quegli ultimi giorni di quell’indimenticabile estate greca.
FINE
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QUELL’ANGOLO DI PARADISO (hard)
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Le luci di Ixia (hard)
Adoro laccarmi le unghie dei piedi e delle mani.
Lo faccio di frequente, con grande cura e attenzione.
Trovo le mie mani particolarmente aggraziate e sensuali, i miei piedi diabolicamente erotici, e valorizzare queste parti del mio corpo mi regala un piacere intenso e particolare.
Poi, una volta finito di passare lo smalto, mi piace guardarmi le mani che sfiorano le caviglie, che accarezzano e risalgono lentamente, in punta di dita, la morbida pelle dei polpacci, che lambiscono l’interno delle ginocchia, che scivolano bramose sulle mie cosce, per poi deviare verso l’esterno a toccare i fianchi e quindi risalire adagio verso il seno.
Mi piace lasciare che i capezzoli si inturgidiscano, ma senza neppure sfiorarli, stuzzicare appena la pelle attorno in una danza di dita ed unghie smaltate.
Poi mi accarezzo con gentilezza le guance, mi solletico facendo ricadere i miei lunghi capelli corvini sulle spalle, abbracciandomi e stringendomi forte da sola.
E’ in quegli istanti che mi sento felice: lascio che le emozioni dilaghino nella mia anima e sulla mia pelle, osservando il mio riflesso nel grande specchio, il viso perfetto, la linea sottile delle sopracciglia, l’intensità e la bellezza dei miei occhi azzurri, il disegno armonioso delle mie labbra, che sembrano essere state dipinte per dispensare baci al mondo intero.
E’ questo il mio rito, tutte le sere che esco, prima di prepararmi alle ore di divertimento che mi attendono: allacciarmi il cinturino dei sandali alle caviglie, infilarmi in un vestitino comodo ma che metta in risalto le mie gradevoli forme, lasciare che la mia serica pelle mostri tutta la sua tonicità, senza tutti quegli artifici che usa Melina, senza neanche un filo di rimmel.
Forse potrei apparire ancora più bella con un po’ di trucco, ma non mi interessa più di tanto.
Sono certa di stare bene così.
Soddisfatta dal mio consolidato rito personale, finalmente esco.
Anzi, per essere più precisi, usciamo.
Melina ed io.
Questa sera guida lei.
Sprofondata nei miei pensieri, attendo di conoscere la destinazione della nostra serata.
Con Melina ci si può aspettare di tutto.
Il caldo di questa interminabile estate è particolarmente afoso.
Le decine di locali dell’isola pullulano di gente.
Sarebbe facile fare incontri interessanti.
Ma Melina mi trascina (e quando me ne accorgo è ormai troppo tardi) alla festa di Ixia, un villaggio con più alberghi che case.
- Forse potremmo trovare qualcosa di meglio da fare, no ? – le chiedo quando lei ferma la macchina tra il banco di un venditore ambulante di giocattoli ed il chiosco dei panini con le salsicce.
Melina mi guarda e sorride.
- Non mi dirai che vuoi un panino… – le dico.
- E se anche fosse ? – mi risponde lei con fare beffardo e evasivo.
Biondissima, slanciata, di una bellezza da mozzare il fiato.
Melina è stupenda.
Quando la guardo e mi perdo nel suo fascino mi sento un vuoto alla bocca dello stomaco.
Sono sicura che lei si diverta a provocarmi in modo a dir poco sfacciato.
Tempo fa, complice un bicchiere di troppo, ci siamo baciate.
Ricordo la sua lingua scivolarmi rapida in bocca, esplorarmi denti e gengive, mentre io perdevo quel poco di controllo che ero certa di avere e le accarezzavo beata i capezzoli.
Sono stati solo pochi attimi, in realtà.
Perché poi ci siamo guardate, forse imbarazzate dall’imprevista situazione, prendendo a ridere come due isteriche.
Non abbiamo fatto più parola dell’accaduto.
Melina continua a fissarmi, mentre con il dorso di una mano mi accarezza la guancia.
- Irini… sei favolosa, stasera… -
Non mi torturare, ti prego, vorrei dirle.
Vorrei urlarle di non accostare il fuoco alla benzina.
Ma resto in silenzio, il cuore in gola.
Scendiamo dall’auto e percorriamo qualche decina di metri.
La confusione della festa di strada ci sommerge.
Ci prendiamo per mano per non perderci nel caos.
Odori di spezie, colori sgargianti, musiche e grida… non mi accorgo di nulla.
Ci sono solo i suoi meravigliosi capelli biondi, la linea della sua schiena che si perde nel corto vestito, le sue gambe, nude e slanciate, i suoi piedi, in bilico su sandali dal tacco esagerato…
Ma dove mi stai portando, adesso che stringo la tua mano così forte da sembrare unita a te ?
Arriviamo in una stradina secondaria, lasciandoci alle spalle la confusione della festa.
Ci avviciniamo ad un’anonima porta azzurra, incastonata in un muro di un bianco assoluto.
Melina suona il campanello.
Passano i secondi e nulla accade.
Nessuno risponde.
Si sente solo lo scatto della serratura.
Sono nervosa e faccio l’atto di girarmi per andare via.
Ma lei mi blocca e mi abbraccia, sussurrandomi parole dolci.
Non capisco più nulla.
Non so nemmeno dove mi trovo.
Melina mi prende il viso tra le mani e appoggia le sue labbra alle mie, mi bacia gli occhi e con la lingua asciuga dal mio viso quelle lacrime che la rabbia ed il nervoso mi hanno spremuto.
Quindi la sua lingua torna alle mie labbra, le lecca dolcemente, per tutto il loro contorno: bramosa di lei, apro la bocca e lei mi è subito dentro, languida come un cioccolatino.
Cerco di entrare con la mia lingua nella sua bocca, ma mi sposta di lato.
- Non temere… vieni con me… -
Entriamo e saliamo una rampa di scale buie.
- Non mi piace – mormoro impaurita – sai che odio il buio… -
Lei non mi risponde.
Apre una porta dalla quale filtra una luce dal colore indefinibile.
Melina c’è già stata qui, è evidente: l’invidia per questo suo segreto, ma anche la curiosità di scoprire cosa ci sia dietro quella porta, si mischiano alla paura che ancora mi stringe le viscere.
Docile, la seguo dietro quella porta.
Le pareti sono spoglie, arredate solo da giochi di luce bianca e gialla che le colorano, con lampade che escono dal basso, di lato, dall’alto, in una confusione incredibilmente luminosa e d’effetto: è solamente un corridoio di pochi metri di lunghezza, ma che si apre in un ampio locale illuminato di un blu soffuso, con al centro una colonna rivestita di legno e dalla quale piove un’intensa luce rossa.
Per il resto l’ambiente è completamente vuoto.
- Perché siamo venute qui ? – chiedo nervosamente a Melina
- Per fare quello che hai sempre desiderato… -
Stringo ancora nella mia mano quella di Melina, e mentre mi chiedo cosa lei abbia voluto dire, vedo un’ombra muoversi verso di noi.
Mi aggrappo alla mano della mia amica e l’ombra prende consistenza.
E che consistenza.
E’ decisamente alto, ma non in modo esagerato.
I pettorali sembrano scolpiti, così come gli addominali.
E’ completamente nudo.
Un fondoschiena da lasciarmi tramortita, due gambe dritte, sottili ma forti.
Risalgo con gli occhi lungo quel corpo maschile favoloso.
E quello che vedo mi strappa un sospiro di desiderio.
Il pene non è eretto, dalle dimensioni perfette, ed i testicoli che mostrano di dover essere svuotati urgentemente.
E’ un ragazzo bello anche di viso, sinuoso nei gesti quando si muove.
Con dolcezza stacca la mia mano da quella di Melina, che ora mi guarda con occhi carichi di libidine, la bocca socchiusa, il respiro affannoso.
E’ visibilmente eccitata.
Il ragazzo si porta la mia mano sul petto e con una gamba s’intrufola tra le mie.
Lo cingo con le braccia mentre mi abbasso a misurare la consistenza del suo cazzo.
Gli disegno una scia di saliva, dai capezzoli all’ombelico, con il quale gioco per alcuni istanti; e poi, dall’ombelico sino ai peli del pube.
Infine risalgo quella meraviglia, ora pienamente eretta, con la punta della lingua, fino a trovarmi a scivolare sull’asta avanti e indietro, con una lentezza esasperante.
Melina, nel frattempo, mi spoglia, mentre alla lingua io sostituisco le labbra, non usando le mani.
Deve essere solo un gioco di bocca.
Lo tengo su posandogli le mie labbra sensibile alla base, e poi risalendo, sempre da sotto, con piccoli e ardenti baci.
Melina ci guarda e si accarezza il seno: quindi viene a mettersi di fronte a me, e dal suo pube perfettamente depilato vedo la fica già umida per l’eccitazione.
Siamo nude entrambe.
Gli unici capi di abbigliamento che ancora indossiamo sono i sandali con i tacchi alti.
Il ragazzo si è afferrato il cazzo e si fa scivolare la mano su e giù, lentamente: io gliela stacco con uno sguardo di rimprovero e prendo a girargli attorno, eccitata come poche volte in vita mia.
Mi sento il fuoco tra le gambe.
Non mi tocco, e non mi lascio toccare: qualunque cosa mi sfiorasse la fica ora, in pochi istanti tutto sarebbe finito, ed io starei urlando il mio orgasmo.
No.
Devo assaporare ogni istante, prolungare il piacere fino e oltre il limite del consentito.
Volto il ragazzo di spalle e gli sussurro di non toccarsi.
E di non toccarmi.
Lui accetta quel mio dolce ordine senza battere ciglio.
Lo bacio sotto il collo, sui muscoli delle spalle, a sinistra, a destra, torno verso i capelli, scendo nuovamente.
Melina ha il viso congestionato, soffre, vuole perdere il controllo, ma ha capito quale sia il mio gioco, e rimane seduta, per terra, a gambe spalancate, fissando il ragazzo negli occhi ed eccitandolo umettandosi le labbra con la lingua.
Ora lo sento tremare; per rilassarlo un po’ gli massaggio la schiena, poi scendo ancora e con la lingua gli percorro tutto il filo della spina dorsale, vertebra dopo vertebra.
Ritorno in su, centimetro per centimetro, e poi, con la stessa esasperante lentezza, vado di nuovo verso i suoi magnifici glutei.
Prendo ad accarezzarli e a leccarlo nell’attaccatura in alto.
Melina geme sempre più forte: sta godendo senza nemmeno toccarsi, o magari non ce la fa più a trattenersi.
Sembra quasi piagnucolare, ma ad un mio sguardo supplichevole lei china la testa e poi la tira di scatto all’indietro, facendo volare nell’aria i suoi splendidi capelli biondi.
E’seduta sulla moquette, le gambe oscenamente aperte, ed il ragazzo è ora scosso da brividi per il desiderio animale di possederci entrambe; ma io lo costringo a stare ancora fermo, mentre con due dita inizio a sodomizzarlo.
Melina non si trattiene oltre, e prende a masturbarsi con frenesia, tormentandosi il clitoride e penetrandosi con le dita, fino ad arrivare a contorcersi dal piacere, preda di un orgasmo incontenibile.
E’ in quell’istante che vedo scendere alcune gocce da quel magnifico cazzo e, mentre Melina è stesa in terra, sconvolta dall’orgasmo, infilo di nuovo tre dita nel culo del ragazzo, quasi con sadica violenza, e gli mordicchio un testicolo, bloccando l’eiaculazione che sta per iniziare.
Mi sento capricciosa e lo voglio punire, non so nemmeno io per che cosa.
Melina solleva appena la testa e rimane esterrefatta per quello che si mostra ai suoi occhi: con la punta dei capelli solletico i capezzoli di quel petto virile, scendo, salgo, scendo di nuovo, finché lui non ce la fa più a trattenersi, e capisce che mi sto allagando, che il mio clitoride è duro e teso allo spasimo, che la mia bocca non chiede altro che il suo cazzo e, con astuzia e perfidia, si tira indietro. Io cerco di toccarlo, di accarezzarlo, si sentire sotto le dita la sua pelle, e lui si sposta.
Forse lo fa per riacquistare un minimo di equilibrio, quell’equilibrio che Melina, con la sua straordinaria bellezza e con il suo fantastico spettacolo di autoerotismo, masturbandosi e godendo davanti a lui, gli ha incrinato.
O forse lo fa per punire me, rea di averlo sodomizzato con le dita.
Non so.
Potrebbe essere un insieme di tutto questo.
Tende i pettorali, mi lascia avvicinare ma non si fa toccare.
Anche Melina ora si diverte con me, accarezzandomi la schiena e le natiche con mani leggere e dita delicate.
Vogliono entrambi farmi impazzire di desiderio.
E io sto al loro gioco, e lascio che Melina inizi a percorrere la mia pelle infuocata con la sua sapiente lingua.
Scivola lieve su di me, senza sfiorare neppure i capezzoli turgidi e la fica palpitante, indugiando invece su altri centimetri della mia pelle, strappandomi brividi di pura passione.
Lui, intanto, osserva i nostri corpi nudi e si masturba lentamente, avvicinandomi di tanto in tanto il suo cazzo svettante: ora mi permette di allungare una mano, di afferrarlo e di tirarmelo tra le labbra. Sono felice di poter nuovamente scorrere con la lingua su tutta l’asta congestionata.
Chiudo gli occhi e assaporo la cappella…
D’improvviso esce dalla mia bocca.
Il vuoto.
Solo il suo sapore sulle labbra umide, e che mi passo con la lingua in continuazione.
E’dietro di me.
Sono in ginocchio, preda della sua volontà.
Sento due mani forti che mi afferrano per i fianchi, poi un dolore lancinante quando il suo cazzo mi penetra, sodomizzandomi senza riguardi.
In quel momento potrei svenire, afflosciarmi come una bambola di pezza.
Mi appoggio sui gomiti, e le braccia sembrano cedere.
Lentamente il dolore si trasforma in piacere, e l’orgasmo non tarda ad arrivare, impetuoso e straripante.
E’ una sensazione strana, mai provata con questa intensità, ma mi sento infinitamente felice.
Il ragazzo sta dando sfogo a tutta la sua tensione erotica, così a lungo trattenuta: ma io non voglio farlo venire, anche se non ho i mezzi per impedirglielo.
E’ Melina, che continua ad esplorare il mio corpo con la lingua, ad avvertire la mia esigenza e lo blocca quando vede che i suoi bellissimi lombi stanno aumentando vertiginosamente il ritmo.
Dalla mia bocca escono solo gemiti convulsi.
Sicuramente sono venuta più volte, di certo non nel modo che conosco, ma ogni singola fibra del mio corpo sta godendo come non mai.
Lo sento bloccarsi di colpo, e mi dispiace da morire non sentire più il suo fallo scivolare nel mio culo.
Noto Melina sdraiarsi a terra e farmi segno di salirle sopra.
Lo sento uscire da me.
Mi volto e lo guardo: è sudato, stravolto, il volto arrossato.
E’ bellissimo.
Gli tremano impercettibilmente le labbra.
Sta per esplodere.
Guardo Melina sdraiata che si masturba di nuovo: vuole me, ma di certo vuole anche lui.
Mi volto verso il ragazzo e gli faccio cenno di andare da lei.
Era quello che aspettava.
S’inginocchia, con le mani le allarga ancor di più le gambe, se le porta attorno ai fianchi ed entra nella mia amica che rovescia la testa all’indietro.
I seni si Melina sobbalzano e la bocca le si deforma in mille smorfie di puro piacere.
Mi accosto a quei due corpi uniti e sfilo il sandalo dal piede sinistro della mia amica.
La cavigliera dorata dondola ritmicamente sul collo del piede, ed io prendo a leccarla, metallo e pelle, le sue unghie del piede laccate di rosso nelle mie pupille.
I suoi sospiri diventano mugolii animali.
Poi i mugolii si trasformano in grida d’estasi.
Dalla caviglia risalgo fino al clitoride, ed alterno la mia lingua tra lei e quel cazzo durissimo che la sta scopando.
Melina irrigidisce le gambe, le serra contro i fianchi del ragazzo lucido di sudore.
S’inarca con un paio di colpi del bacino, distende le braccia all’indietro e vola in paradiso, travolta da un altro orgasmo che la lascia senza fiato, i muscoli ancora contratti.
Lui si stacca dalla mia amica ed entra di prepotenza nella mia bocca.
Sono fuori di me, ma non mi permetto di toccarmi.
Continuo a leccare e a succhiare quella mazza fantastica per lunghi minuti, aiutata dalla lingua di Melina, che sembra trasfigurata dal piacere.
E finalmente arrivo al capolinea della sopportazione.
Con una mano lo spingo per terra e gli salgo addosso.
Quando entra in me ha le dimensioni di un palo: sento che ne vorrei ancora, ma non faccio in tempo ad abituarmi a quella meraviglia che lui, con una possente spinta verso l’alto, mi fa vedere tutte le stelle del firmamento.
Sono come impazzita.
Inizio ad agitarmi sui suoi fianchi, sempre più spasmodicamente, e non mi accorgo quasi di Melina che se la fa leccare in ginocchio di fronte a me, continuando a godere senza sosta.
M’impalo sempre di più, sempre con maggiore velocità, insisto, spingo con tutta me stessa, mi arruffo i capelli per il piacere, rallento un attimo cercando un briciolo di lucidità, ma è troppo, non ce la faccio: mi accarezzo il seno, uso la lingua per inumidirmi la punta dell’indice e vado a torturarmi i capezzoli.
Getto la testa all’indietro, in avanti, mi tiro su con il busto appoggiandogli le mani sui pettorali, e godo in modo così travolgente che con le unghie lo faccio sanguinare.
Me ne accorgo e serro i pugni sui suoi polsi, e spingo, spingo così forte da urlare oscenità e frasi sconnesse, spingo senza mai un attimo di pausa, un calore quasi insopportabile che s’irradia dal basso ventre, e mi gira la testa, non capisco più niente, mi accanisco su quel cazzo infinito.
Lo sento ingrossarsi a dismisura e cavalco, cavalco fino a sentire un brivido alla schiena, un’improvvisa esalazione dell’anima, un colpo alla bocca dello stomaco.
Ed urlo.
Impazzita.
Non più collegata alla realtà che mi circonda.
Quando torno in me, dopo un tempo che non so quantificare, mi fermo un attimo.
Riprendo fiato.
Vedo Melina che freme di piacere nella bocca del ragazzo.
Vado nuovamente in estasi e ricomincio, più veloce di prima: sono tutta indolenzita ma continuo nella mia cavalcata, ed esplodo ancora, e poi ancora, e poi di nuovo.
Ma non riesco a staccarmi da lui.
Solo quando sento i miei muscoli cedere capisco che è arrivato il momento.
Mi lascio cadere di lato.
Lui si alza e si allontana di qualche decina di centimetri.
Melina si mette in ginocchio sopra la mia bocca, e mi ritrovo il suo clitoride tra le mie labbra.
La lingua saetta famelica, e lecco le grandi labbra, e bevo quel fiume di piacere che la inzuppa; la penetro con una, due, tre dita, mentre quel palo stupendo va a riempirla da dietro, inculandola poderosamente, strappandole altri orgasmi irrefrenabili.
Ora la fa urlare, muovendo i fianchi instancabili con crescente velocità, finché un suo rantolo, a stento represso, non mi annuncia l’imminente ondata.
Tutto avviene in un attimo.
Esce da una Melina ipnotizzata e sconvolta e schizza il suo seme caldo sul mio viso, sul mio seno, sui miei capelli.
Si siede, esausto, sfinito nel corpo e nella mente.
Melina si accosta a me e mi spalma sul corpo con quel liquido bianco e denso, per poi ripulirmi tutta, leccandolo fino all’ultima goccia.
Sono in trance.
Credo di morire.
Quando ci svegliamo il sole è già alto.
La stanza ora mi appare più piccola della sera prima.
Il ragazzo è sparito.
Vedo Melina, ancora esausta, che mi sorride.
- Ti è piaciuto ? -
- Sì – mormoro in risposta, godendo della sua splendida bellezza e sapendo di amarla.
Sorride.
Si sdraia al mio fianco ed inizia ad accarezzarmi il seno.
Poi la sua mano scivola sul mio ventre.
E’ pronta a ricominciare.
FINE
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Le luci di Ixia (hard)
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Rossella (racconto di occhiverdeoliva)
Si chiamava Rossella. La incontrai un giorno in cui ero di turno per Servizio Clinico. Eravamo entrambe studentesse di medicina, lei al sesto anno, io al primo. Succede molte volte di incontrarsi in sala lettura, nei corridoi o stipate negli ascensori degli ospedali, di scambiarsi qualche normale formula di saluto cortese, ma infondo, non ci si conosce mai abbastanza. Così io non conoscevo Rossella, non la conoscevo nel suo carattere, nei suoi pensieri, nei suoi interessi, ma la conoscevo nel suo corpo. Sapevo delle pagliuzze azzurre nei suoi occhi verde intenso, sapevo del profumo di frutti che emanavano i suoi capelli al mattino. Era alta, snella e aveva il corpo tonico di un’amazzone.
Fu un Venerdì sera alla fine delle lezioni che le nostre strade si incrociarono, sotto un cielo blu notte incastonato in una trama di nuvole grigie, circondate da un vento pungente d’inizio gennaio, io e Rosella diventammo amanti.
Era affacciata sul motore della sua Fiat Croma che evidentemente l’aveva abbandonata. Aveva il viso contratto in un’espressione di disappunto. Per andare alla mia macchina dovevo passarle vicino. Eravamo sole nel parcheggio e la gendarmeria era lontana. Mi avvicinai.
“hai bisogno di una mano?” – le chiesi –
“si, ho la batteria scarica. Contavo di cambiarla domani mattina, ma ha deciso di lasciarmi prima” – rispose sorridendo gonfiando le gote sbiancate dal freddo.
“hai i cavetti?” –aggiunse-
“no mi dispiace, ma ho il numero di un elettrauto. Possiamo chiamarlo e chiedergli di venire” – risposi
Acconsentì. Chiamò l’elettrauto ma non rispondeva nessuno. Guardai l’orologio: erano già le 9 di sera, quando si dice il servizio italiano! Era evidente che non sarebbe venuto nessuno a quell’ora, così le proposi un passaggio.
“dove abiti? Ti do un passaggio fin dove posso”
“Abito ai Parioli” – rispose in tono amichevole, aggiungendo: “I miei mi hanno comprato un piccolo attico quando sono venuta a studiare a Roma”.
M risultò evidente ora perché, così giovane, avesse già una macchina così grande.
“Ma allora abitiamo vicine! Io sono del Nuovo Salario”.
Scoppiammo a ridere insieme. Prese le sue cose e saltammo in macchina.
Nello stesso momento scoppiò un violento temporale, e il vento era talmente forte che gli alberi si piegavano come un giovane virgulto scosso da un’impertinente mano infantile.
“ti dispiace se aspetto 10 minuti prima di partire? La strada è troppo pericolosa con questo tempo”. In effetti le uniche due strade che collegavano la nostra facoltà al resto del mondo erano entrambe di campagna, una con i tornanti, e un’altra senza illuminazione.
Restammo a chiacchierare per diversi minuti, scoprendo come i nostri interessi collimassero alla perfezione, come il mio amore per la danza del ventre completasse il suo per il folklore arabo, come la mia predilezione per il sushi, la sua infarinatura della lingua giapponese. Si creò un bellissimo feeling.
Un tuono caduto a 30 metri da noi ci fece sobbalzare.
Era passata più di mezz’ora d8al nostro incontro e già ci conoscevamo come amiche di sempre.
“non credo che sia il caso di partire. Non accenna a calmarsi, aspettiamo ancora 10 minuti. Intanto, vogliamo passare dietro che così stiamo più comode?” mi disse con uno sguardo talmente profondo che mi sentìi il cuore in gola. Con un’agilità degna di una ginnasta saltò sui sedili posteriori: aveva un sedere bellissimo. Mi sentii bagnata. “Ma non sono lesbica!”pensai. Quando fu il mio turno, notai che nel mentre sbirciò nella scollatura provocante del mio maglione. Li indossavo anche con il brutto tempo, adoravo il modo in cui mi esaltavano il punto vita.
C’era una strana luce, quel tanto che bastava per proiettare sulle nostre figure, le strisce che le gocce d’acqua disegnavano cadendo lungo i finestrini. Queste gocce fantasma scivolavano dal collo, dai capelli, lungo la mani e nell’incavo delle cosce. Ero stranamente agitata e non capivo da cosa.
“Sei fidanzata?” mi chiese Rossella.
“Si ma adesso è un periodo particolare, ci siamo presi una pausa di riflessione. Lui insiste sul fare certe cose che a me non vanno”.
“quali cose?Ti ha chiesto di partecipare a Miss Tette 2007? No perché il mio me lo propose!” Sorrisi e timidamente aggiunsi:”Vuole una prova d’amore, ma io non sono pronta”.
“Fai bene, nessuno ti costringe, sei tu che prima di tutto devi volerlo. Fallo solo se ti senti pronta e se credi che lui ti ami veramente”.
Un secondo fulmine cadde a pochi passi dall’auto:ci spaventammo a morte e in un secondo ci trovammo abbracciate l’una all’altra. Sentivo il suo seno da terza premere contro il mio e il calore delle sue braccia attorno alla mia vita. Era una doccia fredda. Tremavo per l’agitazione. Non so perché, iniziati a tremare e a piangere. Quello spavento aveva smosso tutta l’agitazione che mi portavo dentro come una corazza che piano piano, si stava sciogliendo. Rossella mi avvicinò a me, mi strinse al suo petto e non disse nulla. Sentivo premere sulla guancia il suo capezzolo enorme. Le mie mutandine erano completamente bagnate. Con un gesto delicatissimo, mi prese il viso tra le mani, lo avvicinò al suo e mi baciò. Quasi mi si fermò il cuore. Non dicemmo una parola. Avevo gli occhi pieni di lacrime, le labbra gonfie perché avevo pianto.
Mi guardò e disse: “Sei bellissima”.
Mi fece appoggiare dall’altro lato della macchina, e si sdraiò vicino a me. Infilò la sua mano sotto il maglione e si fece strada verso il reggiseno. Scostò il merletto e graffiò il mio capezzolo con la punta dell’indice laccato di rosa. Mi venne la pelle d’oca. Aveva capito che ero attratta da lei e che quell’odore che impregnava l’aria nell’auto già da diverso tempo, era l’odore del mio sesso che ansimava di venire allo scoperto. Mi alzò il maglione fin sotto il mento e mi slacciò il reggiseno. Affondò il viso nei miei seni, facendo scivolare la sua lingua tra l’incavo delle ascelle e la prominenza delle tette. Sdraiata sopra di me come un predatore sulla sua innocente preda, serrava le sue labbra sopra il mio petto, stringendolo tra le dita e avvicinandolo al viso. Il mio clitoride era gonfio, aspettava solo che la sua amante scendesse a farle visita.
Le misi le mani tra i capelli e le massaggiai la cute, volevo guidarla verso il mio sesso, avevo troppa voglia di lei. Feci scivolare una mano lungo la sinuosità della sua schiena e raggiungi il suo culo. Infilai una mano sotto i jeans ed accarezzai la pelle, strinsi le dita per sentire i suoi muscoli. Presi il filo del perizoma che le correva tra le chiappe e lo tirai verso di me. La stoffa si insinuò tra le labbra della sua micetta e questa volta, percepii il suo odore. Rossella si ritirò lontano da me, abbassò i miei pantaloni ed allargò le labbra del mio sesso. Baciò il clitoride e con la punta della lingua iniziò a farlo saltare su e giù: lo prese in bocca e lo succhiò e lungo, con molta forza. Ebbi un orgasmo e le venni in faccia. Dal mio sesso colava quel nettare che lei adorava, e continuava a leccarlo insinuando la lingua tra le pieghe della mia vagina. Tremavo dal piacere, ansimavo ed accarezzavo la sua testa per tenerla serrata contro il mio sesso.
Poi la tirai verso di me e la baciai: le sue labbra avevano il mio sapore. Mi girò la testa. La feci sdraiare e le infilai due dita dentro, poi tre. Era bollente e molto umida, era un lago di piacere. Succhiai le sue tette con violenza perché volevo possederla, volevo avere un cazzo duro e grosso per aprirla e farla godere, ma avevo solo due mani ed una lingua. Presi tra i denti il clitoride e le riserbai lo stesso suo trattamento che pochi minuti prima mi aveva fatto godere come un puttana. Con un gridolino, mi riempì la bocca di sborra femminile. Assaporavo voracemente la sua fica perché volevo farla venire dieci, cento, mille volte per merito mio.
Adoravo il suo corpo, adoravo la sua fica.
Io e Rossella eravamo amanti.
FINE
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Rossella (racconto di occhiverdeoliva)
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Le voglie di Anna – parte prima (racconto di Paola28)
Questo racconto racchiude la storia realmente vissuta da una coppia di amici. Li ho conosciuti perché si sono messi in contatto con me dopo la lettura dei miei racconti. Mi hanno scritto sinteticamente la loro storia e mi hanno pregata di tirarne fuori qualcosa. Poiché la trama mi ha intrigata mi sono messa al lavoro ed è venuto fuori il racconto: “Le voglie di Anna” che si sviluppa in due puntata.
Loro l’hanno letto e sono rimasti contenti e mi hanno esortata a pubblicarlo. Ho esaudito il loro desiderio e spero che il racconto trovi il favore dei lettori.
È ovvio che questo racconto è dedicato all’amica protagonista e a suo marito.
È la storia di una coppia di coniugi. Lei Anna 48 anni, alta 1,65, una seconda di seno, un bel fisico interessante, un bel sederino che mette in mostra solamente quando indossa abiti molto aderenti.
Lui, Lorenzo 52 anni, alto 1,75, leggermente soprappeso ha una classica pancetta da commendatore.
Sono entrambi docenti in un Liceo della loro città. Lei, pur essendo una donna decisamente affascinante, è arrivata vergine al matrimonio. Lui non ha avuto storie con altre donne prima di sposarsi. In ciò avrà sicuramente influito la preoccupazione di avere un cazzo piccolino. Ha conosciuto Anna nel posto di lavoro. Erano e ancora oggi sono colleghi. Anche lei aveva le sue fisime e, pur avendo voglia di stare con un uomo, faceva di tutto per non farsi notare. Un giorno di pioggia Anna accettò il passaggio in macchina che le offrì Lorenzo e d’allora ebbe iniziò la loro storia. Il fidanzamento fu breve e, pur non essendo più giovanissimi, arrivarono al giorno fatidico entrambi vergini. Infatti il senso di rispetto di lui e la discrezione di lei non li hanno portati oltre allo scambio di qualche bacio.
Fino ad allora l’unico piacere sessuale che entrambi avevano provato era quella che veniva dalle masturbazioni.
Anna, pur non avendo avuta occasione di vedere altri cazzi, nella prima notte di nozze scopre che il fallo di suo marito non è un granché. Inoltre riscontra lui soffre pure di eiaculazione precoce. La prima notte non è un fiasco totale perché, finalmente, dopo la seconda venuta, lui riesce a scopare la moglie. Del suo primo rapporto sessuale Anna ha il ricordo di un leggerissimo fastidio, per la rottura dell’imene, e del cazzo di Lorenzo arrossato dal suo sangue. Cosa sia orgasmo e godimento inutile parlarne.
Lei, dopo la delusione della prima notte, ha fatto l’abitudine ai due difetti del marito e poiché non si vive di solo cazzo, è riuscita a conoscere meglio Lorenzo e a trovare insieme il modo di potere godere lo stesso. La lingua di lui è sempre stata un’alternativa al pene e da buon linguista è riuscito a dare alla compagna quello che il cazzo fallava.
Il loro menage ha vissuto un momento di crisi circa sei anni fa. Essendo entrambi persone intelligenti, sono riusciti a dare una scossa e superare il momento negativo grazie alla scoperta della visione di film hard. Dopo ogni visione sentivano la voglia e il desiderio di fare sesso e in tal modo riuscivano a soddisfare le voglie dei loro sensi.
La loro vita coniugale scorre su questi binari fino a quando non decidono di fare una vacanza a Capo Verde.
Nel meraviglioso arcipelago posto nell’oceano Atlantico, Anna scopre la sua calda natura di donna. Conosce un ragazzo indigeno. Appena lo vede il suo corpo ha un fremito. Percepisce una fitta, a lei fino ad allora sconosciuta, nel basso ventre. Il ragazzo ogni volta che l’incontra la saluta servilmente e le sorride con i suoi meravigliosi denti bianchissimi. Ad ogni suo sguardo Anna rimane sconvolta. Verso quel bel giovane, dal corpo sodo e tutto muscoli, intuisce di avere un debole. Una notte svegliandosi inizia a pensare di trovarsi tra le braccia del ragazzo. Si meraviglia moltissimo che a tale pensiero la sua femminilità inizia a inumidirsi e a prudere. Scopre sensazioni mai provate ma che le risultano molto piacevoli. Allora per la prima volta da quando è sposata si trova a scandagliarsi la passera con le dita. Percepisce il clitoride teso e lentamente inizia a menarselo. Soffoca i suoi gemiti per non farsi sentire dal marito, che le dorme profondamente accanto, e quando soddisfatta e col corpo tutto tremante per il piacere provato viene mette la mano stretta e si tappa la fica per paura che i suoi succhi femminei possano macchiare le lenzuola. Si alza, va in bagno, si lava la fica e poi, col seno ancora palpitante dal piacere provato, si rimette a letto. Si addormenta poco dopo ma nel suo cervello è scattata una molla.
La mattina seguente avrebbero dovuto fare un’escursione. Lei con una scusa resta al villaggio mentre Lorenzo va a farsi la gitarella.
Ormai le sue idee sono chiare. Appena vede il ragazzo di colore invece di scansarlo, come ha fatto fino ad ora, si ferma e gli sorride affabilmente. Lui si avvicina e dice: la signora non è andata in escursione? … Vuole venire a vedere il villaggio con Jamel?
Anna accetta e in breve si trova in una insenatura meravigliosa e solitaria. Indossa un bikini e sopra un trasparente copricostume. Il ragazzo l’invita a fare il bagno. Lei sorridendo si leva il copricostume e entra nel meraviglioso azzurro mare. Jamel l’osserva e levatosi i pantaloncini si tuffa in acqua completamente nudo. Anna rimane abbagliata da quello che vede. Mai, dal vivo, aveva visto cazzi all’infuori di quello piccolino del marito. I cazzi grossi li aveva scoperti nei film hard che aveva visionato insieme a Lorenzo. Il cazzo del ragazzo è di una lunghezza e grossezza che mai avrebbe pensato.
Lui si avvicina e la prende tra le braccia. Percepisce le voglie della donna e insinua le mani sotto il reggiseno. Lei non si oppone. Le piacciono le dita che stuzzicano i capezzoli che al contatto diventano ancora più duri. Ansima e sospira di desiderio. Mai il suo corpo ha vibrato in tal modo. Ora una mano del ragazzo s’intrufola nello slip. Lei, ormai in trance, allarga le cosce e si fa toccare la fica. Il ragazzo sospirando la prende tra le braccia, esce dall’acqua e l’adagia sulla sabbia bianca e sottile. Prima le sgancia il reggiseno e poi le sfila lo slip. Anna lo lascia fare perché orami è decisa a godersi il piacere che sicuramente sarà capace di darle quel meraviglioso membro teso e che le palpita sotto il naso.
Si abbandona alle carezze di Jamel che la mandano in estasi. I suoi gemiti diventano incontrollati e liberi da freno quando lui la penetra con il suo immenso pene. Il cazzo sembra un martello pneumatico che la stantuffa a lungo instancabilmente e la fa venire copiosamente una marea di volte. Il membro le riempie tutta la vagina e lo sente urtare sul collo dell’utero. Ad ogni colpo il suo corpo viene percorso da scariche e vibra tutto. Dopo l’ennesima venuta sente che pure lui è sul punto di scoppiare. La sua preoccupazione è che gli venga dentro la fica. Invece Jamel, che ci sa fare, al momento giusto lo tira fuori e sborra i suoi infiniti fiotti sui peli del pube, sulla pancia, sulle tette e sul viso di Anna che inconsciamente lecca lo sperma che si adagia nelle vicinanze della sua bocca e lo trova di suo gradimento.
Rimessi reggiseno, slip e copricostume rientrano al villaggio. Grande è la sua sorpresa quando scorge Lorenzo che l’aspetta seduto ad un tavolino del bar. Jamel è ancora vicino a lei e la sensazione che suo marito abbia capito tutto si fa strada nella sua testa. Infatti Lorenzo, vedendo lo splendore del suo viso fa una smorfia che lei non riesce a comprendere se di piacere o di fastidio. Ha paura che lui abbia intuito qualcosa di quello che è successo.
Saluta il ragazzo e si dirige verso il marito. Ha paura della sua reazione ma non succede nulla. Apprende che è tardissimo e arriva alla conclusione che quel ragazzo l’ha scopata e sollazzata per quasi 4 ore, cosa mai successa a lei. Il marito non sembra rabbuiato, le propone di prendere un aperitivo e lei accetta senza indugi. Dopo si recano in camera per vestirsi e recarsi al ristorante.
Durante il pranzo si accorge che Lorenzo la guarda con occhi particolari. Non sembra incazzato ma piuttosto sembra desideroso di conoscere quello che lei ha fatto.
Stanno passeggiando in riva al mare quando lui chiede: sei stata con quel ragazzo? Lei annuisce e cerca di bisbigliare qualcosa. Lui sorridendo dice: ti è piaciuto? La sua risposta è affermativa. Allora lui fa: dai! Raccontami cosa avete fatto. Anna, che non si aspettava questa richiesta, rimane un poco imbarazzata ma poi dopo veloce riflessione conclude che è meglio raccontargli tutto.
Mentre parla si accorge che il ricordo le provoca un bel prurito nella femminilità che inizia a inumidirsi e a farle venire la voglia di essere ancora presa dal ragazzo. Lui pende dalle sue labbra e ascoltandola l’osserva sorridendo. Quando lei termina lui tra lo stupore di Anna dice: il tuo viso mi dice che hai voglia di rifarlo, se devi incontrare nuovamente Jamel voglio esserci pure io presente. Oggi sono rientrato anzitempo dall’escursione e il portiere dell’albergo mi ha detto che ti eri allontanata con Jamel. Ti ho vista da lontano mentre lui ti scopava e la cosa mi ha eccitato tantissimo. Anna lo ascolta quasi incredula e poi dice: se a te piace vedermi mentre scopo col ragazzo per me sta bene, l’importante è che io godo come ho goduto questa mattina e tu non ti devi adombrare del mio godimento. Lorenzo sorridendo bofonchia: su questo potrai stare tranquilla. Vederti, anche se da lontano, mi ha data una gran carica erotica.
In camera lui le chiede di farlo. Anna acconsente e si rende conto della grande differenza che c’è tra il cazzetto del marito e il cazzone robusto del ragazzo.
Il pomeriggio scorre normalmente tra un bagno, una bibita al bar e una distensiva passeggiata. Dopo cena nel fare un giro attorno al villaggio s’imbattono nel ragazzo. Anna lasciando indietro il marito si avvicina a Jamel e gli dà appuntamento per l’indomani. Nel vederlo sente una fremito nella fica e chiudendo gli occhi non può trattenere un profondo sospiro.
Ora è nel letto e tarda a prendere sonno. Il lento russare di Lorenzo le fa capire che sta dormendo mentre lei si crogiola rimembrando la sua vera prima scopata. Il ricordo della carnosa bocca che le succhia i capezzoli e che lecca vigorosamente la fica le fa accapponare la pelle mentre un fremito la percorre per tutto il corpo. Sarebbe bello averlo accanto prendergli in mano il grosso e lucido cazzo e leccarlo tutto. Il pensiero la eccita ancora di più. Pensa che mai ha fatto un pompino completo a suo marito. Al ragazzo non solo lo farebbe ma si ciuccerebbe tutto lo sperma che i suoi coglioni generosamente producono. Non riesce più a fermarsi. La sua mano è quasi tutta dentro la fica e lei si titilla vigorosamente piccole labbra e la clitoride. Geme soffocando i suoi lamenti di piacere per non svegliare Lorenzo. Finalmente l’orgasmo liberatorio l’invade e tremando tutta sente gli spruzzi della sua vagina che le imbrattano le cosce e bagnano il lenzuolo. Questa volta non si preoccupa di sporcare le lenzuola e si gode in pieno la venuta. Calmati i sensi il sonno ristoratore la coglie discintamente con le cosce oscenamente divaricate e tutte bagnate dei suoi succhi.
Il giorno seguente si sente decisamente di buon umore. È veramente tranquilla ed allegra. Dopo la colazione risale in camera e si prepara.
Cerca tra i costumi che ha portato quello più eccentrico e che non ha mai voluto mettere perché, essendo molto sgambato, si insinua nel solco del culo lasciandole nude tutte le natiche. Si guarda allo specchio e si rammarica di non avere mai voluto comprare un perizoma. Ora sarebbe stato bellissimo potere mostrare al ragazzo e al marito le sue sode natiche tutte scoperte. Pazienza! Si dice vedendo che lo slip indossato già incomincia a insinuarsi tra le sue chiappe. Il reggiseno non lo mette. Sente le sue piccole mammelle sode e decide di lasciarle libere. Si avvolge in un pareo multicolore e si trova pronta per andare incontro ad un’altra meravigliosa giornata di sesso.
Il ragazzo si fa trovare fuori dell’hotel sopra a un fuoristrada. Vedendoli sorride in modo affabile. Si salutano e lei prende posto davanti, Lorenzo dietro. Anna sedendosi fa in modo che il pareo le scivoli leggermente dalle spalle col risultato che il ragazzo può ammirare le rotondità delle sue tette.
Jamel guida per una diecina di minuti lungo la spiaggia e si ferma davanti ad una capanna costruita con foglie di palma.
Scende e si precipita ad aiutare Anna. Materialmente la prende tra le sue braccia e la conduce proprio davanti l’ingresso della capanna. Lorenzo nel vedere come il ragazzo solleva la sua donna tra le bracca ha un fremito e sente il sesso muoversi. Lei entra, la stanza è bella linda e con due giacigli ben ordinati. Si toglie il pareo e si piazza davanti al ragazzo. Questi la guarda le palpa entrambe le poppe e poi dice: signora tu essere veramente bella! Le sue parole la incitano ad osare e decisamente dice: levati il pantaloncino voglio vedere il tuo meraviglioso cazzo! Lui sorridendo fa scivolare lo short e le mette sotto il naso il cazzo che tende ad alzarsi. Voglio succhiartelo tutto! Esclama Anna nel mentre si sfila lo slip.
Jamel si stende sul giaciglio. Il suo cazzo ora è bello consistente e teso. Lei si avvicina, s’inginocchia e lo stringe tra le mani. Le sue dita non riescono a cingerlo tutto in quanto è veramente grosso. Le mani riescono a coprire solamente poco più della metà di quel cazzo. Tasta i coglioni e li trova belli pieni. Ora le sue mani si muovono lentamente lungo tutta l’asta dura. Parte dai coglioni e arriva fino alla cappella. Mette la punta del suo indice nel buchetto del glande trasmettendo al giovane sensazioni piacevoli. Ora vuole conoscerne il sapore. Abbassa la testa, spalanca al massimo le labbra e finalmente realizza il sogno di averlo dentro la sua bocca infuocata. Lo sente che le arriva nella gola ma si rende conto di averne preso dentro appena un terzo. Percepisce il glande palpitante che le si muove in bocca ed immediatamente viene assalita dal suo primo orgasmo.
Per alcuni secondi si ferma come a voler assaporare il sapore del muscolo che le riempie la bocca, poi inizia a leccarlo per lungo. Dal buchino arriva giù fino ai coglioni, poi risale e con la punta della lingua solletica nuovamente il buchino. Nel frattempo il ragazzo le pastrugna la fica e il buco del culo con le sue dita enormi. Lei ansima e vibra di piacere. Con la coda dell’occhio vede il marito che ha il suo cazzetto in mano e si sta segando. Non gliene fotte niente di Lorenzo. Vuole godere da maiala e allora inizia a succhiare rumorosamente il cazzo che ha in bocca. Leccate, succhiate, pompate, le dita di lui nella fica e nel culo in breve la portano alla soglia del piacere al quale lei si abbandona completamente. In breve il piacere l’invade e gridando gioiosamente viene inondando con i suoi succhi vaginali le mani del ragazzo che non potendone più le scarica in bocca tutta la bianca e densa produzione dei coglioni. Lei ingoia tutto quello che può ma una buona parte le scivola sul mento e poi sulle tette.
Dopo l’orgasmo si sdraia sul giaciglio per riprendere fiato. Nota che il ragazzo, malgrado sia venuto e abbia sborrato a lungo, ha il sesso ancora teso. Qualche gocciolina brilla sulla punta del pene allora, ingordamente, si solleva su un braccio, lecca con la lingua la gocciolina e poi, come a ringraziarlo scocca un sonoro bacio sulla lucida e immensa cappella.
Tutta nuda va a tuffarsi nel mare azzurro. Nuota per alcuni minuti mentre Jamel l’affianca e le sta vicino. Poi, come presa da un pensiero, si avvicina alla riva. Appena sente la sabbia sotto i piedi si solleva e si dirige verso il marito che si trova sulla battigia. Sembra Venere che esce dalla schiuma del mare. Non appena l’acqua le arriva sotto le mammelle percepisce due mani che l’abbrancano per i fianchi e subito dopo sente la punta del cazzo del ragazzo che si adagia nella fessura del suo culo. Ricominciano i brividi mentre la fica inizia nuovamente a palpitare. Il ragazzo la fa mettere in ginocchio la dove l’acqua le arriva a mezza gamba. Nella nuova posizione la sua eccitazione aumenta per due motivi:
1 la risacca del mare le carezza la fica e il culo provocandole nuove e piacevoli sensazioni;
2 le dita del ragazzo le percorrono in lungo lo spacco che dall’ano va all’estrema sommità della fica dove la clitoride si erge fantasticamente tesa.
Le viene il pensiero: per caso me lo vuole mettere nel culo? La riflessione le crea una scarica tra le cosce. È convinta! Vuole provare quel bel cazzo nel suo culo vergine. Sentirà dolore? Sicuramente sì! Poi le sovviene che alla fine pure il dolore porta piacere!
Il ragazzo sembra capire i suoi pensieri ed inizia a insinuare nel buchetto un dito. Capisce che ha il culo intatto e allora la solleva tra le braccia e la conduce nella capanna. Apre lo sportello di un mobile e prende un’ampollina. Bagna il dito con il liquido e poi lo insinua nel buco del culo di Anna. Ora va meglio e il dito scivola lentamente dentro. Il ragazzo ripete l’operazione ed ora sono due le dita che penetrano nel buco. Le ruota a lungo e quando capisce che l’ano si è allargato riunge le dita e questa volta ne ficca tre nel bel culetto di lei che aspetta ansiosa di godere.
Il ragazzo fa scivolare alcune gocce di olio d’argan nel buchetto e poi si unge per benino il cazzo. Il corpo di Anna vibra mentre lei aspetta la nuova esperienza con eccitazione e preoccupazione. Eccitazione perché ormai è convinta di farsi inculare, preoccupazione perché sa che avrà dolore. Sente il glande di lui che poggia sul buco e aspira profondamente aria. Durante l’aspirazione lui ha fatto pressione e il glande si è fatto strada nel buchetto. Si sente squarciare il buchetto ma stringe i denti e sopporta. Una nuova aspirazione e un altro pezzetto di cazzo le entra dentro. Sente dolore ma pure piacere. Anzi il piacere supera il dolore. Altra aspirazione ed ancora un altro pezzetto di cazzo si insinua dentro. In un film porno aveva visto che la protagonista per farsi inculare meglio si sforzava come se volesse evacuare. Allora succede quello che mai si sarebbe sognata. Buona parte di cazzo le entra nel culo e lei si sente come strappare le viscere. Un bruciore l’assale ma nello stesso tempo una sensazione piacevolissima le percorre le membra localizzandosi nella fica, nel culo e nelle tette.
Il ragazzo intuisce che non le può ficcare nel culo tutto il suo cazzo e allora si ferma a metà e comincia lentamente a fare dentro fuori. Anna non ce la fa più ed inizia a gridare e per il dolore ma anche per il piacere che prova. Grida: nooo! … Rimettilo dentro! … Quando lui glielo sfila lentamente. Il dentro fuori del cazzo del ragazzo la porta alla soglia di un sublime godimento anche perché Jamel le stuzzica contemporaneamente la clitoride e i capezzoli. Vede il marito che si mena il cazzetto e gli fa cenno di avvicinarsi. Appena lui le è di fronte gli grida di leccargli la fica. Ora la lingua di Lorenzo le lavora la fica, il cazzo del ragazzo le riempie il culo e lei si strizza i capezzoli. Questo piacere dura alcuni minuti. Poi non ce l’ha fa più e viene gridando come una baccante. Mentre i suoi schizzi femminei imbrattano il viso del marito il cazzo di Jamel scoppia dentro il suo culo. È un attimo. Ha la sensazione che il cazzo le stia squarciando il retto. Subito dopo percepisce i caldi fiotti di sperma che le riempiono il canale e contemporaneamente una scarica per tutto il corpo le fa gridare al mondo tutto il suo godimento di donna.
In sala pranzo fa fatica a stare seduta Il culo le brucia un poco ma si aspettava di peggio. Il fastidio l’ha avuto ma il piacere ha offuscato il dolore.
I rimanenti giorni a Capo Verde sono stati per lei momenti di vera goduria. Non solo per lei però. Anche Lorenzo ha goduto moltissimo nel vedere la moglie tirare pompini al ragazzo, e si crogiolava menandosi quando Jamel la chiamava violentemente e la inculava altrettanto violentemente.
Prima di andare in aeroporto Anna saluta calorosamente Jamel e dicendogli: grazie di tutto, lo bacia nella bocca ficcandogli dentro la lingua.
L’aereo è decollato. Lei finge di leggere ma nella realtà è assorta nelle sue riflessioni. Un pensiero fa continuamente capolino nella sua testa: e ora? Come farò a soddisfare le mie voglie?
Pure Lorenzo finge di leggere ma invece pensa di essere inadeguato per soddisfare la moglie. Si ripromette: appena a casa debbo trovare un rimedio. Non posso lasciarla come ho fatto fino ad ora.
A casa lui gli confessa di essere felice di averla vista godere e che ora cercherà in tutti modi di trovare qualcuno che la possa farla godere cosi come l’ha fatta godere Jamel a Capo Verde.
Lei lo ascolta in silenzio e quelle parole le aprono uno spiraglio nel il suo futuro di donna.
- continua -
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Le voglie di Anna – parte prima (racconto di Paola28)
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Le voglie di Anna – seconda parte (racconto di Paola28)
Lorenzo è di parola. Incomincia a cercare, tramite internet, superdotati per la moglie ma non solo per lei. Il vedere la miriadi di cazzi che gli mandano in foto gli crea eccitazione e più di una volta è costretto a ricorrere alla masturbazione.
Contemporaneamente si rivolge pure ad una agenzia per la ricerca di un maschio di colore da assumere come domestico.
Con l’agenzia è più fortunato poiché dopo pochi giorni lo mettono in contatto con un nigeriano a cui sta scadendo il permesso di soggiorno. La corporatura di questo gli ricorda Jamel. Stessa altezza, stessa muscolatura stessi occhi intelligenti, … speriamo stesso cazzo pensa tra se. Prima di assumerlo però è deciso a controllargli di persona il sesso.
Lo porta a casa quando sua moglie non c’è. Gli fa vedere la casa e la stanza a lui destinata. Rahid dà l’impressione di essere rimasto contento. Vedendogli nel viso un sorriso compiaciuto gli fa la richiesta: mi fai vedere il tuo sesso: Rahid subito dà l’impressione di non avere capito. Lorenzo allora ripete la richiesta e si aiuta con dei gesti. Il ragazzo capisce e sorridendo si abbassa i pantaloni. Lorenzo rimane a bocca aperta nel vedere il gran cazzo che Rahid ha messo in mostra. Vorrebbe prenderlo tra le mani ma si trattiene. Con un sorrisino nervoso dice: ok puoi coprirti, penso che mia moglie sarà contenta di te.
Nel riaccompagnarlo gli fissa un appuntamento per l’indomani mattina. Tramite qualche amico accelera la pratica per la riconferma del soggiorno e lo porta in un ambulatorio di analisi cliniche. Vuole essere certo che Rahid non abbia malattie. Le analisi sono perfette, il permesso di soggiorno sta per essere rinnovato. Lorenzo la sera stessa ne parla con Anna e le racconta tutto.
Sono a letto e lei lo ascolta attentamente. Percepisce un fremito tra le cosce quando lui gli dice del cazzo. Anna sospira e in mancanza d’altro si contenta di fare un pompino al suo maritino che si è fatto in quattro per assicurargli delle splendide scopate.
Controllando tra le foto ricevute con le mail si rende conto che nessuno ha il cazzo come quello del ragazzo. Nondimeno si ripromette periodicamente di controllare la posta nella speranza che qualche bella novità possa uscire fuori.
Rahid assume servizio nel primo pomeriggio di un sabato. Anna sente il cuore in bocca quando Lorenzo apre la porta. Anche se sa quello che vuole, una certa agitazione la possiede. Essendo una calda giornata dei primi giorni di agosto ha addosso solamente una vestaglietta e un minuscolo perizoma. Il leggero tessuto dell’indumento lascia trasparire la rotondità delle tette con i capezzoli scuri già duri per l’eccitazione e la sagoma delle natiche che il perizoma lascia generosamente alla vista.
Dopo le presentazioni Anna accompagna Rahid nella stanza a lui destinata e gli mostra pure il bagno che potrà usare. Rahid dà l’impressione di essere molto educato e ringraziandola dice: ho capito padrona. Il viso della donna s’infervora e lei con calma gli dice che non vuole essere chiamata padrona. Lui l’ascolta è poi dice: allora come la debbo chiamare? Allora sorridendo risponde: o mi chiami Anna oppure, se proprio non ci riesci signora, io preferisco che tu mi chiami Anna!
Rahid è furbo e ricollegando pure la richiesta di Lorenzo di osservargli il cazzo e le analisi fatte fare ha capito che oltre a fare le pulizie dell’appartamento deve gestire la sua padrona.
Dopo cena Anna è inquieta. La sua femminilità prude all’impazzata. È nuda davanti allo specchio e nota che ha i capezzoli durissimi e la fica, oscenamente aperta, lascia vedere la rosata vagina e la clitoride turgida. Non resiste, bofonchiando: lo voglio subito, si dirige nel soggiorno. Rahid sta guardando la tv insieme a Lorenzo. Appena la vede tutta nuda ha un sussulto. Lei si avvicina, lo prende per la mano e gli sussurra: dai! Vieni con me! Aiutami a fare il bagno. Sìììì! … signoraaaa! … Mormora Rahid alzandosi. Anna lo prende per un braccio e lo guida non nel bagno ma bensì nella stanza da letto. Ti voglio subito! Il bagno me lo farai un’altra volta!
È lei che lo denuda completamente. Il cazzo è veramente grosso. Lei l’osserva e pensa: Lorenzo aveva ragione a descrivermelo fantastico. Lo prende tra le mani e inizia a soppesarlo. Ora è tutto teso e il glande ha assunto la forma della testa di un fungo. Mamma mia … quanto è bello! Esclama mentre con la lingua inizia a leccarlo. Lo percorre tutto dal buco del glande fino ai coglioni lasciando sopra la pelle la scia della sua saliva. Stringe le palle nelle mani e sente che sono belli pieni. Ora oltre a leccare inizia a succhiare quel cazzo palpitante. Lo prende tra le labbra e se lo fa arrivare fino in gola. Inizia un pompino e si scalda ancora di più quando le mani del ragazzo iniziano a scandagliarle la fica. Rahid non si limita e ficcarle dentro la fica due dita ma dopo avere raccolto parte degli umori che colano dalla sua vagina le infila pure un dito dentro il culo.
Lorenzo li osserva e sorride. Pure lui si è denudato completamente e osservandoli si sega il cazzetto.
Anna ansima di piacere ed emette mugolii che lasciano intuire la sua eccitazione. Alla sua fica non bastano più le due dita, allora lei si stacca da Rahid, si stende sul letto, allarga le cosce più che può incurante di mettere in mostra la fica, oscenamente divaricata, che lascia vedere il rosso bagliore dell’interno.
Ora è Rahid che gestisce le operazioni. Indirizza il cazzo nella fessura palpitante e lentamente inizia a farlo penetrare dentro. Anna sobbalza e malgrado ha la fica che cola di umori femminei si sente allargare il suo canale di donna. Il cazzo è decisamente grosso e le procura piacere immenso nel farsi strada nell’antro bollente. Grida di piacere e goduria nel percepire che quel membro enorme le sta dilatando la vagina al limite della sua elasticità. Sente ora che il cazzo fa pressione nel collo dell’utero e chiede con voce sommessa: molto ne manca per averlo ficcato tutto dentro? Qualche centimetro è la risposta che all’unisono danno sia Rahid che Lorenzo. Ficcamelo tutto dentro! Dai! Non preoccuparti! Sfondami! Al colpo secco ha la sensazione che il cazzo le debba uscire dalla bocca. La pressione sull’utero è aumentata ma le gioia di percepire i coglioni che ballano sul suo culo la manda in estasi.
Rahid inizia a fare dentro e fuori. Ogni entrata ed uscita ad Anna procura brividi enormi. Il ragazzo sembra instancabile. Continua per molto nel suo movimento di dentro fuori che producono in lei una infinità di orgasmi che si susseguono in continuazione. Ansima, grida, borbotta, dice parole incomprensibili mentre il suo corpo trema, vibra e sobbalza per l’intensità del piacere. L’ennesimo orgasmo la prende nel momento stesso che Rahid le esce il cazzo dalla fica ed inizia a riversarle su tutto il corpo la calda produzione dei suoi coglioni. I fiotti che il cazzo del ragazzo emette sembrano non terminare mai. Anna ha la prontezza di prendere quel cazzo che si impenna nella sua bocca avida e potere cosi conoscere il sapore dello sperma del suo nuovo amante.
Proprio così. Rahid più che un domestico è l’amante di Anna. Lei se lo coccola e si gode le gioie sessuali che lui le sa dare. Lei, anche se Rahid era reticente temendo di farle del male, ha voluto provare a farselo mettere nel culo. Le è entrato dentro e con molta fatica, pur usando molta vaselina, solamente il glande. Il dolore è stato intenso e da allora è entrata nella determinazione di godersi quel meraviglioso esemplare di cazzo la dove le da piacere e gioia.
Lorenzo nel frattempo continua ad eccitarsi con la visione delle scopate e dei pompini della moglie con Rahid ma anche con i cazzi che ancora gli arrivano in foto per mail. Un giorno riceve una foto veramente interessante. Un bel cazzo impennato che si erge quasi a toccare l’ombellico del possessore. In tale posizione ne aveva visto qualcuno nei film hard. Lo fa vedere alla moglie che rimane entusiasta. Anna egoisticamente pensa che potrebbe avere trovato il cazzo da prendere nel culo mentre Rahid le scopa la fica.
Rahid stando in quella casa da quasi venti giorni ha capito tutto. È arrivato alla determinazione che il padrone gode nel sentirsi umiliato allora decide di dare pure a Lorenzo il godimento che non ha il coraggio di chiedere.
È a casa con Lorenzo. Sa che Anna rientrerà da li a poco ed allora si avvicina al “suo padrone” ed inizia a toccargli il culo e il cazzo. Lorenzo ci sta. Si spoglia completamente e chiede ad Rahid di fare altrettanto. Ora i due maschi completamente nudi sono l’uno di fronte all’altro. Il cazzo di Lorenzo al confronto di quello di Rahid sembra un piccolo modellino. Rahid inizia a palpargli il culo mentre mette il suo cazzo nelle mani dell’altro. Lorenzo geme ed allora il ragazzo gli dice: prendilo in bocca e fammi un pompino! Lorenzo s’inginocchia, prende tra le mani il cazzo che inizia ad indurirsi e lentamente se lo mette in bocca. Fa scorrere la lingua come ha visto fare alla moglie. Poi lo prende in bocca e incomincia a pomparlo. Rahid sente la porta che si apre ed allora dice: dai schiavetto succhia con più forza! … Così! … Bravo! … Sempre più forte! … Ma sai che mi sembri proprio una vera puttana! … Sei brava! … sai tirare dei bei pompini! … Anna sente Rahid e capisce che il godimento del marito è al massimo in quanto ha raggiunto il vertice della sua umiliazione.
Le umiliazioni sono cominciate a Capo Verde godendo nel vedere la moglie mentre viene scopata da Jamel. Sono continuate a casa osservando attentamente tutto quello che lei ha fatto con Rahid. Ora è lui che gode nel sentirsi chiamare puttana e pompinara. Il culmine arriva quando il ragazzo gli viene in bocca e gli fa ingoiare i succhi dei coglioni. Lorenzo beve e manifesta tutto il suo godimento nel menarsi mentre lo sperma dell’altro gli si riversa nella gola.
Le umiliazioni subite piacciono a Lorenzo il quale fa capire ai due amanti che mentre loro godono scopando desidera che lui venga umiliato con parolacce di qualsiasi genere.
Anna in un primo momento cerca di dissuaderlo ma poi vista l’insistenza del marito si ci mette pure lei di buzzo buono ad apostrofarlo in modo adeguato.
La situazione nella casa è a questo punto quando Lorenzo riceve la mail con il cazzo che l’entusiasma.
Dopo l’assenso di Anna lui si premura a rispondere alla mail. La risposta dell’altro è immediata. Si presenta come Marco, ha 33 anni e si scopre che abita nella stessa città. Appena Anna lo sente va in sollucchero e dice: ma allora possiamo organizzare un incontro a tempo breve! Si stabilisce per un sabato, cosi non c’è l’assillo per l’indomani poiché la giornata non è lavorativa.
Essendo alla fine di agosto i condomini iniziano a rientrare nelle rispettive abitazioni. Poiché loro non voglio crearsi impacci decidono di recarsi nella casetta di campagna che possiedono e cosi essere liberi di fare i loro comodi lontani da occhi indiscreti. Anna e Rahid danno l’ultima sistematina alla casa mentre Lorenzo si reca all’appuntamento fissato per incontrare Marco e fargli conosce il posto.
Anna sente il rumore delle due auto che arrivano ed esce per accogliere il nuovo ospite. Nel vederlo ha un sussulto. È un suo ex alunno! Un poco di buono che andava dietro a tutte le gonnelle in movimento. Pure lui la riconosce e dopo un primo momento di sbalordimento si avvicina alla donna dicendo: che piacere incontrare la mia ex professoressa!
Il viso di Anna è di brace. Marco sa perché si trova la e lei ora teme che quel fottuto di alunno la sputtani con tutti. Rahid, che era stato informato di quello che dovevano fare, s’avvede del malumore della sua amante e le si avvicina. Pure Lorenzo intuisce che c’è qualcosa che non è andata per il verso giusto ma riesce a capacitarsi quando sente Marco dire: che piacere incontrare la mia ex professoressa!
Il grave silenzio viene rotto da Marco che dice: Professoressa Anna stia tranquilla! In passato sono stato uno scavezzacollo e ancora lo sono. Nessuno saprà mai quello che faremo tra noi. Sono sposato e non mi va che mia moglie venga a sapere che mi diletto facendo sesso con altri. Quindi se lei vuole possiamo portare avanti il rapporto che ancora deve iniziare, caso contrario io vado via e le garantisco che mai nessuno saprà nulla dalla mia bocca.
Queste parole tranquillizzano alquanto Anna che ora sentendosi più rilassata chiede alcune notizie al suo ex allievo.
Iniziano a discutere sul passato e le parole più per ricordare servono a rasserenare l’ambiente. Anna ora è tranquilla e sente che deve essere lei a rompere il ghiaccio. Infatti sedendosi su un divanetto scompostamente e mettendo volutamente le cosce in mostra dice a Marco: poiché sai del perché ci stiamo incontrando mostraci il tuo capitale.
Marco non si fa pregare, si alza, sfibbia la cintura, e in un colpo solo si sfila pantaloni e mutande. Il suo cazzo bianco risalta con la parte del corpo totalmente abbronzata. Ha un cazzo decisamente intraprendente perché appena sente la libertà inizia a vibrare mettendosi ad alzare la cresta. Contemporaneamente lei si sfila il leggero vestitino e rimane completamente nuda non avendo indossato nulla sotto. Si avvicina a Marco, gli prende il cazzo nella mani e nota che già è bello e scappucciato. Ora il cazzo è come nella foto. Tutto alto e con il glande che tocca quasi l’ombellico. Lorenzo si lecca le labbra e lentamente si spoglia. Rahid aspetta un cenno della donna per iniziare a recitare la sua parte. Lei si delizia nel menare lentamente il pene del suo ex alunno. Lo sega e gli stringe i coglioni. È un bel cazzo e le darà delle soddisfazioni. Si porta nella stanza da letto e si mette a pecorina. Lui le tocca la fica, si accorge che è tutta bagnata e senza pensarci due volte dirige il suo attrezzo nella fenditura palpitante. Marco ci sa fare. Mentre col cazzo le scopa la fica con movimenti decisi, portandola in breve alla soglia del godimento, con le mani le stuzzica i capezzoli e la clitoride. Lei ansima ed inizia a gridare. Grida senza ritegno sapendo che non la potrà sentire nessuno e riempie con i suoi succhi le mani del maschio che la cinge a se e le lavora la fica ardente in un modo fantastico. Anna si ritrae e contemporaneamente fa un cenno al sua amante. Rahid allora si stende sul letto. Lei si mette in ginocchio e s’impala nel mastodontico cazzo del suo stallone che suscita l’ammirazione del nuovo venuto. Marco capisce che a lui tocca il culo e prendendo i succhi che colano dalla fica della sua ex professoressa, unge per bene il buco del culo della donna e il suo cazzo e poi lo poggia nel buco del culo. Lei sospira e lui inizia a pressare. Il cazzo dapprima fatica a entrare dentro il retto visto l’enorme sesso che guazza dentro la fica ma poi Marco, quasi con cattiveria, fa pressione e appena la cappella si fa strada, nell’ano caldo, la sodomizza senza farsi tanti scrupoli.
Lorenzo tutto nudo si mena l’uccellino e si mette un dito dentro il culo. lei grida come una pazza. Gode come una vacca. Di dietro Marco le da gran colpi di cazzo e ad ogni colpo le grida: godi puttana! … Godi troia! … Grida il tuo piacere grandissima vacca e puttanona! … Godi pompinara! … Mai nessuno l’aveva apostrofata in tal modo. Il sentirsi rivolgere queste parole aumenta la sua libidine e il suo corpo continua a richiedere sempre di più. Vede il marito che si mena il cazzetto e gli fa cenno di avvicinarsi. Se lo fa mettere in bocca ed inizia a tirargli un bel pompino. Lui geme e poiché già è venuto riesce a godersi il pompino che la moglie generosamente gli elargisce.
Il piacere di Anna raggiunge il vertice del sublime quando i due maschi gli riempiono di sborra contemporaneamente la fica e il culo. Pure il marito fa il suo dovere e nel suo piccolo immette nella bocca della moglie le sue goccette di sperma.
La serata è andata come Anna l’aveva sognata e il suo godimento è durato a lungo. Si è fermato quando sia lei che i suoi maschietti hanno esaurito le proprie forze.
Dopo più di un anno Rahid è ancora alle dipendenze di Anna e del marito. Marco passa quasi tutti i fine settimana con loro e a lei il piacere è assicurato costantemente. È riuscita nel tempo a prendere nel culo poco più della metà del grosso cazzo di Rahid. Pure Lorenzo ha i suoi momenti di piacere perché oltre ad umiliarsi nel fare pompini ai due maschi, amanti di sua moglie, è riuscito a farsi inculare da Marco. Col cazzo di Rahid non ha voluto provarci perché, sentendo le grida della moglie quando se lo prende nel secondo canale, ha il timore che quello il culo glielo spacca per sempre.
Il desiderio di Anna è quello di ritornare a Capo Verde e ringraziare “carnalmente” il suo primo amante temporaneo: Jamel.
FINE
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Le voglie di Anna – seconda parte (racconto di Paola28)
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Luca e la Signora (racconto di Boccadoro2000)
Era ormai un anno che viveva nell’appartamento messo a disposizione da suo zio Gino. Era proprio vicino alla facoltà che aveva deciso di frequentare. In questo modo Luca non aveva bisogno di svegliarsi troppo presto la mattina. Poteva alzarsi con calma, preparare la colazione e…spiare da dietro le tende la sua dirimpettaia intenta nelle faccende domestiche mattutine.
Luca non conosceva il suo nome…la Signora la chiamava. Si trattava infatti di una donna di circa 50 anni , casalinga, madre e moglie magari irreprensibile. Non era particolarmente bella, non molto alta, mora, riccia, con due abbondanti seni, sempre strizzati in una vestaglietta da casa o in una canotta aderente, ma agli occhi Luca incredibilmente femmina. La Signora riusciva ad accenderlo di passione come Franca, la sua ragazza di allora, non sarebbe mai riuscita a fare. D’altronde Luca era ormai cosciente della sua passione per le donne mature. Non mancava infatti di fantasticare anche su Rossella, la mamma di Franca. In lei avvertiva tutta la carica erotica che la figlia non sembrava possedere e che lui tanto desiderava nella sua amante. Ma questa è un’altra storia.
Tutte le mattine la Signora alzava gli avvolgibili della camera da letto. La famiglia doveva essere uscita e lei aveva finalmente tutta la casa a sua disposizione. Cominciava sollevandola di non più di metro, in modo da lasciar uscire la pesante aria della notte. Luca rimaneva imbambolato a guardare il bordo della sua camicia da notte che le copriva a stento le ginocchia, le gambe bianchissime, le caviglie sottili e i suoi piedi nudi, inguainati da quelle pantofole di raso con il tacco e con una grossa piuma bianca sul dorso, che lasciavano intravedere dall’asola le sue unghie smaltate di rosso. In quelle occasioni Luca non poteva non immaginarsela mentre seduta sul letto con le ginocchia al mento si prendeva cura di se, forse fantasticando chissà quali avventure d’amore, di sesso e passione e cercando di dimenticare un marito che ormai la ignorava. Eh si…non ci voleva molto a capire che il marito e la Signora erano travolti dall’abitudine e dalla noia e ormai vivevano da separati in casa. Che la Signora avesse un amante?
Dopo aver rassettato il letto ecco che il resto dell’avvolgibile veniva sollevato. Luca aguzzava lo sguardo. Era quello uno dei suoi momenti preferiti, che al di là di tutti i pensieri e le frustrazioni, era in grado di risollevargli la giornata e fargli esclamare dopo aver emesso un gran sospiro: “Che bella…la vita!”. Infatti puntualmente la Signora indossava una vestaglia di seta trasparente sulla camicia da notte e si faceva strada sul balcone fino a sporgersi dalla ringhiera come a scrutare qualcosa o qualcuno nella strada sottostante. In quest’atto i suoi grossi seni sembravano voler scivolare via dalla vestaglia obbedendo alla forza di gravità.
Luca non riusciva a capire come quei trenta secondi potessero scuoterlo così nel profondo e scatenargli portentose erezioni, che a volte, se gli impegni lo consentivano, trovavano sfogo in piacevoli seghe, fantasticando su quei grossi e accoglienti seni.
A questo punto Luca e la Signora riprendevano la propria giornata. Luca si preparava per uscire, mentre la Signora si organizzava per le sue quotidiane faccende domestiche. Per quelle indossava un vestitino da casa a fiori, di quelle che si chiudono sul davanti con una laccetto e che le strizzava i seni e i fianchi mettendone in risalto le grandi forme. Una ultima occhiata al balcone della Signora, Luca non mancava mai di darlo. Se era fortunato la trovava a spazzolare energicamente il terrazzo dimenando lascivamente il suo grosso culo. Era pazzo di lei…senza alcun dubbio, ma era troppo timido per dichiararsi con una donna così più grande di lui, una moglie, una mamma con dei figli che erano quasi suoi coetanei: non poteva. E così continuava la sua banale storia d’”amore” con la sua Franca, senza troppa convinzione. Intanto i suoi ormoni lo conducevano altrove.
A volte, tuttavia, capita che i propri più insperati e reconditi desideri trovino realizzazione in un modo inatteso e quanto mai insperato.
Era finalmente arrivata la primavera. Da un po’ di giorni Luca non vedeva più il marito della Signora. Pensò addirittura avessero divorziato! Quella mattina si era svegliato più tardi del solito. Franca aveva voluto essere scopata fino alle tre la sera prima, nel solito parcheggio in cui andavano a fare l’amore. La serata si era conclusa con un piacevole pompino durante il quale Luca aveva chiuso gli occhi e immaginato la calda lingua di Rossella alle prese con la sua rossa sugosa cappella. Ancora assonnato, dopo aver ingurgitato un caffè senza zucchero, uscì di corsa dal portone dell’edificio in cui abitava, dirigendosi frettolosamente verso la facoltà. Mentre procedeva a grandi passi per la sua strada scorse una figura familiare venirgli incontro. Era la Signora: indossava un completo bianco e dei sandali infradito ed era bellissima. La sua bocca era delineata da un rossetto rosso vermiglio che le faceva risaltare il nero degli occhi e dei capelli. Sopra il labbro superiore, da un lato, un neo che la rendeva ancora più sexy. Si stava avvicinando. Sentiva il suo odore fruttato e un fremito nel profondo del ventre lo fece trasalire. Chiuse gli occhi per fissarlo nella mente. E quando li riaprì lei era lì ad un passo…lo guardava e gli stava sorridendo. Anche Luca abbozzò un sorriso…non sapeva cosa pensare. Si fermò imbambolato. La Signora, dopo averlo superato, si voltò e gli disse: “Tu devi essere Luca…io sono Giovanna, piacere. Ho saputo dalla proprietaria del Bar in fondo alla strada che dai ripetizioni di Latino ai ragazzi delle scuole medie superiori..” Luca visibilmente emozionato, finalmente spiccicò parola: “ Bhè, sì è vero…prendo 30 euro l’ora”. E Giovanna: “Perfetto. Sei disponibile da domani a seguire mio figlio Paolo fino alla fine dell’anno scolastico?…ha bisogno d’aiuto…rischia di ripetere l’anno…”.
“Certo Signora Giovanna, non c’è problema…mi dica a che ora possiamo cominciare…”.
“Per te va bene domani pomeriggio alle 17?”
“Certo! Nessun problema”.
“Perfetto Luca…allora ti aspetto domani alle 17 a casa mia…abito in questo edificio al 5° piano…int.16”.
“A domani, allora…Buona giornata!”
“Buona giornata a te…”.
E così Luca sapeva finalmente il suo nome Giovanna…la Signora Giovanna.
Il giorno successivo con il cuore in gola Luca si presentò all’appuntamento con il dizionario sotto il braccio. Suonò il campanello e dopo alcuni secondi Giovanna si presentò alla porta. Era uno splendore: dalla camicetta di seta rosa si coglieva distintamente l’attaccatura delle sue grosse poppe. Indossava poi una gonnellina leggera e un paio di sandali bianchi che mettevano in mostra i suoi piedini ben curati. Non ci credeva di poterla vedere così da vicino. Era un sogno.
“Ciao Luca accomodati…Paolo ti aspetta in soggiorno… posso offrirti un caffè?.” disse Giovanna facendogli strada.
“Buongiorno Signora Giovanna..grazie lo prendo volentieri”.
E così la prima lezione si stava svolgendo tranquillamente.
Giovanna era in soggiorno con loro. Seduta in poltrona leggeva con attenzione un libro di Camilleri “La pensione Eva”, inforcando un paio di occhiali dalla montatura d’argento che le davano un aspetto da vera puttana. Luca aveva letto quel libro e conosceva il suo argomento scabroso. Si chiedeva come doveva interpretare quella situazione. Di tanto in tanto alzava gli occhi per scrutarne le caviglie, i piedi, le mani dalle lunga dita affusolate e nodose, che non nascondevano la sua età. In un paio di occasioni l’aveva colta nel sensualissimo gesto di succhiare la stanghetta degli occhiali e ciò gli aveva provocato una tale e portentosa erezione che aveva dovuto nascondere la patta con un libro sul tavolo. Le rughe del viso, in quell’esplicito atto di suzione, la rendevano ai suoi occhi ancora più desiderabile: avrebbe desiderato che ci fosse stato il suo cazzo al posto di quegli occhiali.
Paolo era un ragazzo un po’ svogliato, ma molto intelligente e Luca non ci mise molto a conquistarsi la sua fiducia e quella della Signora Giovanna. I risultati non tardarono ad arrivare e l’anno scolastico era ormai salvo.
Nel corso delle lezioni successive Luca colse l’occasione per osservare meglio quella casa che aveva avuto modo di scrutare solo da dietro le tende della sua abitazione. Con la scusa di dover andare in bagno aveva sbirciato dalla porta semiaperta la camera da letto di Giovanna. Su una seggiola aveva visto adagiata la vestaglia da notte e ai piedi di questa quelle fantastiche pantofole di raso bianco. Nel bagno spiò nel suo mobile scarpiera: c’erano scarpe, sandali e zoccoli che avrebbero scatenato la fantasia di un impotente. Non poté fare a meno di prendere tra le mani un paio di zoccoli di legno con il tacco dodici chiusi sul davanti da una fascetta nera lucida. Li portò al naso, tirò fuori l’uccello e con un paio di smanacciate si produsse in una copiosa sborrata. Li rimise a posto con cura, chiuse la scarpiera e mentre stava per uscire il suo occhio cadde sul cesto della biancheria riposto nel box doccia. Faceva bella mostra di sè un tanga bianco di pizzo. Luca si sentì svenire…lo prese e avidamente lo strofino sul viso: sentiva l’odore della sua fica…era proprio quell’odore fruttato che aveva sentito per la strada quel giorno in cui si era presentata a lui: era l’odore della sua fica. Luca tornò in sé…appallottolò il tanga e se lo mise in tasca prima di tornare al tavolo di Paolo: stava impazzendo.
L’estate non tardò ad arrivare e gli sforzi di Paolo sotto la sapiente guida di Luca tramutarono una insufficienza in un bel sette: l’obbiettivo era stato raggiunto.
Nei giorni successivi Giovanna chiamò Luca per ricordargli di passare da lei in modo che avesse la possibilità di saldare il suo debito e di ringraziarlo. Si misero d’accordo per l’indomani mattina.
Luca non poté fare a meno di fantasticare su quella situazione. Si rendeva conto che erano solo fantasie, ma gli odori e i sapori di Giovanna di cui si era “indebitamente” appropriato gli permettevano di farle sembrare quasi reali. Attaccato il telefono infatti, aprì il cassetto, e portò al naso il tanga accarezzandosi dolcemente fino all’orgasmo.
L’indomani mattina si presentò puntuale all’appuntamento e proprio mentre stava per suonare si sentì chiamare per nome:
“Luca!”. Si voltò e vide Giovanna che si avvicinava al portone con due enormi sporte della spesa…”Capiti a proposito…” aggiunse. Purtroppo l’ascensore è rotto e devo portare a casa la spesa: mi daresti una mano?”. “Certo signora…” e prontamente le tolse dalle mani le pesanti sporte. Giovanna si sentì sollevata, cercò le chiavi nella borsetta e apri il cancello dell’edificio. Quindi, percorso l’androne cominciò ad arrampicarsi per le scale, facendo strada al ragazzo e ondeggiando il suo grosso culo, inguainato da una gonna elastica, ad un palmo dal viso del ragazzo, che ad intervalli regolari annusava l’aria con la speranza di carpire il sottile afrore della sua fica. Giovanna indossava proprio quegli zoccoletti di legno con il tacco in cui Luca felice aveva infilato il naso qualche tempo prima. Questi con il con il loro ritmico ticchettio scandivano quell’amplesso mancato che si stava consumando. Ad un certo punto i loro sguardi si incrociarono all’altezza del pianerottolo. Giovanna sorrise e Luca capì che stava accadendo sul serio…tutto quello era per lui, forse lo era sempre stato. Arrivarono all’appartamento di Giovanna. Lei aprì la porta ed entrarono. Luca aveva ancora le sporte in mano, quando nel buio dell’ingresso sentì contemporaneamente una mano afferrargli e massaggiargli la patta e la lingua umida di Giovanna che gli frugava nella bocca.
Lasciò cadere le sporte e, senza dire una parola, come un lupo affamato si gettò sull’oggetto del suo desiderio con una passione feroce e scomposta. Le strappò quasi la camicetta facendo uscire i suoi grossi seni bianchi. Una vena azzurra si intravedeva sotto il grosso capezzolo scuro a cui Luca si attacco ciucciandolo come un neonato affamato mentre le titillava l’altro con la punta delle dita.
Dopo qualche minuto di quel tormento Giovanna mugolava affannosamente; un mugolio roco e profondo che sembrava le salisse direttamente dalla fica. Staccò il ragazzo dalle sue poppe e lo condusse in salotto dove lo fece sedere su una poltroncina. A quel punto guardandolo negli occhi gli sbottonò la cerniera e il suo cazzo svettò fuori in una poderosa erezione. Lo prese in mano accarezzandolo qualche secondo, quindi cominciò a coprirlo con una serie di piccoli e preziosi baci lungo tutta l’asta, fino ad arrivare alla punta. Luca era in estasi e si sentì svenire quando Giovanna avvolse la sua cappella con la sua lingua morbida e bagnata e se lo cacciò in bocca.
Giovanna cominciò un lungo e sapiente pompino, fatto di leccate, succhiate e carezze sui testicoli che in qualche minuto condussero Luca ad un passo dall’orgasmo.
Lui glielo disse: “Sto per venire..”. “Non ora” rispose lei e si alzo in piedi. Fece due passi indietro e sempre guardandolo negli occhi alzò la gonna e afferrò i bordi del tanga che indossava e lo sfilò sorridendo in modo assai femminile. Quando lo ebbe in mano, con delicatezza e ironia lo lanciò verso Luca che lo prese al volo. “Questo è per te…riportami l’altro però, per favore…”. Luca sorrise e se lo portò al naso. Lei allora si avvicinò di nuovo al ragazzo e al suo cazzo ritto e gli salì a cavalcioni impalandosi con estrema facilità. Giovanna cominciò una furiosa cavalcata su quel giovane cazzo, offrendo al contempo a Luca le sue tette da leccare. Dopo qualche minuto Luca le afferrò le grosse natiche e stringendole con tutta la forza che aveva diete gli ultimi due poderosi colpi prima di scaricare nella fica di Giovanna almeno un litro di sborra. Anche lei, sentendo quegli schizzi caldi che le salivano nel ventre raggiunse un poderoso orgasmo e nello stesso istante piantò le unghie laccate di rosso nella schiena di Luca. Erano sudati, stanchi e soddisfatti. Rimasero in quella posizione per qualche minuto accarezzandosi teneramente fino a quando Giovanna gli disse: “ E’ tanto tempo che lo desideravo. Sentirmi spiata da te mi faceva sentire così viva…così desiderata, così troia. Ora scopami di nuovo, ti prego. Ho bisogno di sentirmi viva…trattami come una puttana…la tua puttana. Fa di me ciò che vuoi”.
Luca non se lo fece ripetere due volte. La fece girare e dopo averle sfilato la gonna, ancora con gli zoccoli ai piedi, la fece appoggiare al muro, le fece alzare leggermente la gamba e riprese a stantuffarla da dietro nella fica, accarezzandolo con l’altra mano il clitoride e le tette ballonzolanti.
Giovanna era tutta rossa in viso e mugolava intensamente; sembrava quasi piangesse. Ad un certo punto gli disse: “erano anni che quello stronzo di mio marito non mi scopava così…sei divino…continua ti prego!”. Luca non si risparmiò e quando stava per prodursi in una seconda poderosa sborrata, volle prendersi un’altra soddisfazione. Mise un cuscino del divano a terra e ci fece inginocchiare sopra Giovanna, quindi dopo aver bagnato due dita, cominciò a prepararla per il rapporto anale. Giovanna non protestò, anzi sembrava non vedesse l’ora. Dopo averla lavorata per bene con le dita Luca appoggio il suo cazzo sul fiorellino di Giovanna e questo in un attimo fu risucchiato dentro. “Ne deve aver presi tanti di cazzi nel culo la Signora…” pensò divertito Luca. Cominciò quindi a pomparla con foga. Ad ogni schiocco sul suo culo, Giovanna emetteva piccoli urletti di piacere che eccitavano sempre di più Luca, deciso a svuotare i coglioni nel culo della sua bella Signora. L’orgasmo non tardò ad arrivare e Luca rimase nel caldo culo di Giovanna fino a che l’ultima goccia di sperma non ebbe trovato la sua strada. Quando lo tirò fuori Giovanna si voltò e lo abbraccio baciandolo, quindi si chinò a leccare il suo cazzo, quasi a ringraziarlo della fantastica mattinata.
Dopo essersi rivestita la Signora andò in camera da letto e tornò da Luca con il denaro che gli doveva: “Tieni disse, questi sono tuoi…e se saprai essere discreto ci saranno ancora tante mattine come queste…dipende tutto da te…ricordati che io ho una reputazione da difendere…disse con aria non troppo convinta, altrimenti cosa direbbero i vicini a quel cornuto di mio marito in quei pochi mesi che non è imbarcato?”.
Luca sorrise…aveva appena scopato selvaggiamente la mogli annoiata di un vecchio lupo di mare, realizzando in una mattinata il suo sogno erotico più profondo.
La cosa in fondo lo divertiva e sperava avrebbe continuato a divertirlo in futuro.
FINE
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Luca e la Signora (racconto di Boccadoro2000)
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Il primo tradimento fu con Francesco – parte seconda (racconto di Mary)
….. Sono letteralmente in sua balia. Mi poggia lentamente le sue labbra e la sua lingua sul clitoride e comincia a sollecitarmelo con linguate rapidissime. Con le mani tiene costantemente divaricate le grandi labbra, e con la lingua esplora tutto l’interno. E’ incredibile quello che mi sta facendo provare!….,di fronte a ciò, inarco la schiena e spalanco completamente le gambe e le cosce…… comincio ad avere sussulti con il ventre … emetto gemiti di godimento, mi contorco come un serpente ed inizio ad ansimare……Appoggio entrambe le mie mani sul suo capo e comincio a spingerlo con forza verso la mia figa per fargli capire che deve andare sempre più in profondità. Lui mi capisce immediatamente e lo spinge con forza sempre più dentro. Ho un gemito lunghissimo di piacere “uuuhh ……oooooohhh”, ……. dalla espressione dei miei occhi capisce che lo sto’ ora supplicando di infilarmi il suo membro nella mia vagina. Lo fa subito dopo con la facilità di un coltello che affonda lentamente nel burro tiepido. Sento il suo cazzo nella mia figa che affonda sempre più per effetto dei suoi colpi violenti e decisi. Per penetrarmi meglio mi prende dai fianchi e mi tira verso di sé facendomi scivolare sul cuscino del divano. Sono sempre più incredula e meravigliata!…… Mi trovo sostanzialmente con le gambe divaricate al massimo, la figa ed il mio culetto aperti e protesi verso l’alto. In quella posizione mi può praticamente penetrare completamente. Cosa che puntualmente fa con grande energia. Emetto un grido ed un gemito di piacere. Mi tolgo velocemente anche la camicetta per offrirgli il mio corpo oramai nudo. Dopo circa dieci minuti passati a scopare in quella posizione, mi abbandono completamente rilassandomi un po’…… sento il suo cazzo durissimo che con l’aiuto della mio liquido vaginale mi è oramai entrato fino all’utero e continua a stantuffarmi ancora,…… vengo altre due volte……. poi mi abbandono definitivamente sul divano esausta. Rifletto un po’ sull’esperienza appena conclusa e sulle sensazioni meravigliose che Francesco mi aveva fatto provare,….anche io volevo adesso fargli provare sensazioni piacevoli in segno di riconoscenza nei suoi confronti. Ci riposiamo un po’ e dopo qualche minuto mi alzo lentamente, lo prendo per mano ed insieme andiamo verso la cucina. Mi cinge il fianco con un braccio e mi dà un bacio dolcissimo, io gli sorrido e così camminiamo fino alla cucina, le mie cosce nude con i miei fianchi urtano i suoi durante il cammino, e ciò mi eccita ancora. Gli offro una coca che beve subito con gradimento mentre io mi allontano un attimo per andare al bagno. Ritorno poco dopo e mi avvicino a lui,.. mi seggo su di una sedia e lo faccio avvicinare a me. Prendo il suo pene nelle mie mani e guardandolo negli occhi lo comincio a baciare e a dargli rapide leccate sulla cappella che subito diviene turgida e dura. Lui mi sorride apprezzando molto l’iniziativa, ma ora con gemiti e con espressioni di intenso piacere comincia a muovere rapidamente i suoi fianchi scopandomi in bocca. La mia bocca non regge i colpi violenti del suo cazzo, sono infatti costretta ad estrarlo frequentemente, leccarlo fino ai testicoli per poi riprendermelo in bocca. Questa volta è lui che va in estasi senza capire più niente…… . la sorpresa però gli e l’ho riservata alla fine. Mi tolgo dalla bocca il suo membro eretto e gli spalmo su un bel quantitativo di detergente intimo liquido. Francesco mi guarda con aria interrogativa, poi comincio a spalmarmelo anche sul mio culetto, quindi dopo uno sguardo invitante mi distendo a pancia in giù sul tavolo del soggiorno con le gambe per terra divaricate e mi apro con le mani le mie natiche fino a mettere a nudo completamente il buco del mio culetto. Lui capisce immediatamente cosa gli sto offrendo e con un sorriso di riconoscenza appoggia subito la punta turgida del suo pene sul mio sedere; non indugia un secondo e comincia immediatamente a spingerlo dentro. Lo prego di farlo delicatamente per non arrecarmi dolore, lui annuisce ma, preso dalla forte eccitazione, comincia a premere prepotentemente con il suo bastone sul buco del mio culetto, sento all’inizio un po’ di fastidio poi dolcemente lo sento penetrare sempre di più. Questa volta è lui che comincia ad ansimare sempre più freneticamente, i suoi colpi si fanno sempre più intensi e veloci, sento le viscere che si allargano sempre più ed il suo cazzo che mi penetra con potenza crescente. Con un ritmo oramai frenetico mi sta inculando meravigliosamente,.. con le mani appoggiate sulle mie natiche tiene aperto quanto più possibile il buco dell’ano, io non reagisco più ormai…., é un insieme di godimento e dolore…., comincio ad urlare per il piacere, questo eccita il ragazzo ancora di più fino a quando non sento un gettito di sborra calda che entra nel mio corpo, poi un secondo, …un terzo, …… ed è allora che avverto tutta la potenza del suo bastone che, agevolato dalla sborra, mi scivola ora tutto dentro le mie viscere fino a farmi sentire le sue palle sbattere freneticamente sulle mie cosce. Quando estrae il suo pene dal mio culetto io mi adagio sulla poltrona li vicina, sono piena di sperma….. mi sdraio con le gambe aperte e gli occhi chiusi. Il giovane, accarezzandomi dolcemente la figa, mi bacia sulle labbra e rivestendosi mi chiede se in seguito ci potevamo continuare a vedere. “Certo !!” gli rispondo, “sono felicissima di aver avuto questa avventura con te!….. e non voglio che resti l’unica volta!”…… acqua in bocca con tutti però!!
FINE
Per commenti: anno1954m@libero.it
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Il primo tradimento fu con Francesco – parte seconda (racconto di Mary)
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Il primo tradimento fu con Francesco – parte prima (racconto di anno1954m)
Mi chiamo Mary, ….sono una bella donna di 48 anni felicemente sposata ma con un marito spesso in viaggio per lavoro.
Mi piace avere la casa sempre in ordine, ed è appunto per questo che mi ero sempre ripromessa di riporre nella scaffalatura della libreria della sala da pranzo, quei libri e volumi pesanti sparsi un pò per tutta la casa.
Non potevo farlo da sola, e quindi lo avevo sempre rimandato.
Una mattina esco di casa per le solite faccende ed al ritorno trovo nel portone il figlio del nostro portiere, “Francesco”… Gli chiedo: “cosa ci fai tu qui ?”,.. “non dovresti essere al lavoro?”… Lui è infermiere professionista presso la ASL…. “signora non ci sono andato perché non mi sentivo tanto bene stamattina e quindi ho preso un giorno di malattia ”. “Bene !” gli dico, “allora… puoi venire su a casa con me?”……. vorrei un aiuto per sistemare alcuni libri pesanti in libreria !…. da sola non ci riesco”……tu stai comunque abbastanza bene per darmi una mano?” “Certo signora”,…..mi risponde “è stato solo un lieve malessere,… ma… adesso va molto meglio!” Dopo qualche minuto Francesco suona alla porta ed io lo faccio entrare.
“Sto preparando il caffé”, gli dico,… “tu intanto prendi la scala dal ripostiglio!” Francesco mi raggiunge in cucina per prendere un caffé con me , mi guarda la camicetta scollata e non riesce a staccare la vista dal mio seno semiscoperto. “Bene”, penso tra me,.. “significa che nonostante la mia non più giovane età, sono ancora attraente,.. anche per un giovane di 24-25 anni!. Cominciamo quindi a collocare insieme i libri negli scaffali della libreria; Francesco me li porge, ed io salendo sulla scala li depongo sulle mensole. Mentre depongo il primo libro, stando sull’ultimo gradino in alto della scala, mi accorgo dello spettacolo che sicuramente stavo dando al giovanotto che dai piedi della scala, vedeva tutto quello che c’era sotto la mia gonna: le mie gambe coperte solo con calze e reggicalze, le mie cosce e le mie natiche coperte (si fa per dire) da un microscopico slip. Ero un po’ preoccupata ed imbarazzata perché Francesco era una persona conosciuta nel palazzo e conosceva benissimo anche mio marito. “Che faccio?”….penso tra di me…….”mi copro le gambe?”…… “scendo immediatamente dalla scala?”…….. gli dico di andarsene?” …….ma….. oramai era fatta!: Aveva già visto tutto sotto la mia gonna!……. decido quindi di continuare così a deporre i libri negli scaffali senza dare molta importanza a quello che oramai lui aveva visto e poteva continuare a vedere. E così salgo e scendo dalla scala con il primo, il secondo, il terzo libro,…….ecc. ecc. Ogni volta però che scendevo dalla scala, notavo in lui un evidente pallore sul viso e la fronte imperlata da gocce di sudore; lo guardo negli occhi e gli faccio un mezzo sorriso di circostanza. Continuo quindi così fino a quando, prima di scendere nuovamente dalla scala…. mi sento le sue mani che mi sfiorano le gambe salendo fino alle mie cosce e terminando il loro cammino con carezze ritmiche sui miei glutei. Resto impietrita sulla scala……. non so che fare… se mostrarmi contrariata ed arrabbiata con lui, ….. metterlo energicamente alla porta….. se minacciarlo infine di dire tutto a suo padre ……..nel frattempo però le sue mani avevano ora delicatamente cominciato a scostare il mio slip rimuovendolo dalla fessura che separa le mie natiche, mettendo quindi completamente allo scoperto il mio sedere. Sento il suo viso che preme sui miei glutei,…. la sua bocca che comincia a baciare teneramente le mie cosce…. Resto ancora ferma…….penso a mio marito verso il quale sono stata sempre fedele! ………. ma comincio a sentire dei brividi lungo la schiena e sulle cosce,…. i miei seni diventano turgidi, ed avverto che la mia fighetta comincia ad inumidirsi. Nessuno di noi due dice una parola…… Mi contorco con movimenti lenti agitando il mio bacino e spingendo il mio posteriore sul suo viso. Non riesco a fermare i miei movimenti,…..nella mia testa ora regna un pensiero martellante: togliermi immediatamente le mutandine per assecondare i desideri di Francesco, e forse…. anche miei. Fantastico !!….come se avesse captato il mio pensiero , lui comincia infatti a sfilarmi ed ad abbassarmi gli slip fino al ginocchio, mettendo così a nudo completamente il mio culetto. Comincio a fremere,… ed un brivido mi attraversa tutto il corpo,… sento che mi prende dai fianchi e posa il suo viso in mezzo alle mie cosce. Sona assalita dal rimorso per quello che gli sto permettendo di fare,…. ho un sentimento di vergogna misto a preoccupazione,……ora mi alza la gonna, ed allargandomi le gambe, comincia ad aprire le mie natiche in modo da scoprire di più la mia figa lì davanti che nel frattempo si era tutta già bagnata. Quindi inizia a leccarmela lentamente e meravigliosamente. Non sapevo che fare!….ero immobile…… pensavo di nuovo a mio marito ed a quello che di lì a poco sarebbe accaduto…… mi stavo però eccitando….. e lui lo aveva capito dal movimento convulso del mio bacino che era in perfetta armonia con la sua lingua. Sono bastati pochi minuti per farmi raggiungere l’orgasmo terminato con un gemito strozzato. “Uuuuhhh, …..mmmhhh,….ooohhh …..Francesco se ne accorge e con grande tenerezza mi bacia le cosce,… poi, prendendomi per i fianchi, mi aiuta a scendere dalla scala. Sento che sto vivendo una esperienza stranissima,… non mi rendo conto se è un sogno o una realtà,… una volta giunta a terra pero lui mi fa capire che non si tratta di un sogno in quanto pian piano mi sfila completamente gli slip, lo lascio fare, mi cinge il corpo con le sue braccia ponendo le sue mani sul mio seno turgido ed accarezzando dolcemente i miei capezzoli. Questa volta sento il mio posteriore premere sul suo bacino, e avverto tra le mie cosce il suo membro già eretto che, attraversando le mie natiche, si stava appoggiando sulla mia figa bagnatissima. Ero incapace di prendere qualsiasi decisione, ero come ipnotizzata da un piacere immenso. Francesco ora mi preme leggermente sulle spalle per farmi capire che dovevo curvarmi in avanti e appoggiarmi alla scala sollevando il bacino verso di lui. Appena lo faccio sento immediatamente il suo pene che si infila prepotentemente da dietro tra le mie cosce e penetra decisamente la mia figa. non capisco più niente! Resto così ancora ferma sotto i suoi colpi di bacino dolcissimi ma decisi, mi sta chiavando in un modo impietoso, comincio anche io a muovermi tra mille fremiti e sussulti assecondando quei colpi. Dopo qualche minuto, con qualche altro gemito raggiungo un altro orgasmo. “uuuuhh,…uuuuuhhh, ……aaaahhh,… Lui se ne accorge ancora, e, come per compiacersi, mi gira verso di lui e comincia a mettermi la lingua in bocca esplorando tutti i punti più nascosti della mia bocca. E’ successo tutto così in fretta!….e francamente non avrei mai immaginato di avere un rapporto sessuale al di fuori della mia vita coniugale, soprattutto con una persona che dimorasse nel mio stesso palazzo!… Mi chiedo per un attimo se quello che sto facendo mi potrà lasciare rimorsi… Ora ci guardiamo e stiamo di fronte l’uno con l’altro,… mi prende le braccia e se le butta al collo mentre sento questa volta il mio ventre che preme sul suo membro rigidissimo. Stiamo così per un po’ di tempo fino a quando comincia a spingermi delicatamente contro il mobile del soggiorno togliendomi la gonna. Sono rimasta oramai solo con la mia camicetta, il reggicalze e le mie calze. Provo un po’ di vergogna,….. Francesco nel contempo mi alza con un braccio la gamba sinistra divaricandola dall’altra, mi preme contro il mobile e mi infila il suo cazzo impietosamente nella figa che oramai grondava succhi vaginali. Lancio un urlo di piacere e stupore…i suoi colpi di reni mi fanno sbattere contro il mobile, ed ad ogni urto sento il tintinnio dei bicchieri nella vetrinetta che portano il ritmo della nostra scopata. Ho gli occhi chiusi e godo intensamente quando, teneramente mi prende la mano baciandola e mi conduce verso il divano. Per timidezza o vergogna, pur essendo oramai quasi nuda, mi siedo con le gambe chiuse e piegate verso di me. Lui però si inginocchia davanti a me e con tenerezza me le apre lentamente. Mi sento tra le nuvole…., oramai in estasi,….. ricomincio a fremere…….., lui con le mani comincia ad accarezzarmi i foltissimi peli neri che coprono il mio basso ventre,… li scosta sapientemente e quindi scopre la mia figa che ora é completamente aperta e lascia intravedere il colore rosa del suo interno.
- continua -
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Il primo tradimento fu con Francesco – parte prima (racconto di anno1954m)
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Avvocati e ingegneri (racconto di Paola C.)
Era buio, erano in un parcheggio sotterraneo. Martina era appoggiata contro il cofano di una macchina e lui era dietro di lei, dentro di lei e si muoveva ondeggiando, facendola gemere piano, estasiata. “Sì, ancora, sì…”
Dio, era meraviglioso. Ed era da tanto tempo che non provava qualcosa di simile. Il piacere le cresceva dentro sempre più immenso e insostenibile. Non smettere ti prego, no…
E mentre stava per venire si svegliò. Spalancò gli occhioni nel buio e non c’era proprio niente da fare: era in camera sua, nel suo letto, non c’erano né parcheggio né misterioso amante al buio. Come aveva potuto lasciarla a metà così? Lei ne voleva ancora…
Si infilò delicatamente una mano tra le gambe, dentro gli slip. Era completamente bagnata. Allungò l’indice sul clitoride, che era già gonfio e palpitante. Lo accarezzò delicatamente col polpastrello e sentì già il respiro venirle meno. Spinse e sfregò piano, spostando il bacino lentamente avanti e indietro, verso quella fonte di piacere, scivolandoci contro e cominciando a mugolare sommessamente, senza riuscire a trattenersi. Continuò ad accarezzarsi ritmicamente, fino a che non sentì l’estasi scoppiarle dentro, allora accelerò i movimenti, sia della mano che del bacino, fino a che i muscoli di tutto il suo corpo si contrassero autonomamente nell’orgasmo pieno che si era provocata. Anche allora Martina non smise di accarezzarsi, ma continuò a godersi quel piacere e mentre stava per calmarsi si inserì direttamente il dito dentro le pareti scivolose della vagina, a percepire le ultime contrazioni muscolari, a rafforzare l’orgasmo che non ne voleva sapere di spegnersi.
Quando finalmente la tempesta si fu esaurita Martina se ne rimase immobile, senza ancora spostare la mano, a fissare nel buio. Solo lei sapeva quanto ne aveva avuto bisogno. Da quando usciva con Paolo, l’avvocato, non aveva più avuto un vero orgasmo.
Lui era così metodico, serio e organizzato!
Per carità, era carino con lei. Le regalava fiori, la portava a cena in ristoranti romantici e di classe, aveva una bella macchina e una bella casa ordinata. Guadagnava bene. Aveva trentadue anni. Martina sapeva che se si fosse “comportata bene”, da brava bambina giudiziosa, dopo che si fosse laureata avrebbe potuto sperare in un “buon matrimonio”. Del resto uscivano insieme solo da due mesi, ma lui sembrava animato dalle migliori intenzioni. Era un bel ragazzo, si vestiva bene, non aveva difetti insopportabili. Non aveva alle sue spalle ex fidanzate gelose che avrebbero potuto infilargli il coniglio nella pentola, aveva avuto una lunga storia chiusa ormai da un paio d’anni, era insomma il classico buon partito.
Ma, a prescindere dal fatto che a ventitré anni Martina non era ancora alla ricerca del classico buon partito, cominciava a chiedersi quanto a lungo sarebbe riuscita a sopportare una relazione anorgasmica. Una come lei!
Adesso, non che Martina fosse la ninfomane dell’università. Però le piaceva farlo. E le piaceva farlo bene. Aveva avuto degli amanti validi in passato e non si adattava facilmente ad un amante mediocre. Anche se quest’ultimo aveva un sacco di altre qualità. Del resto non poteva mica arrangiarsi da sola tutte le volte! Si girò a guardare l’ora, la sveglia luminosa segnava le tre del mattino. Martina si girò su un fianco e si addormentò placidamente, finalmente placata nei desideri più urgenti.
“Certo che se hai problemi di insoddisfazione sessuale già dopo due mesi la cosa è grave”, le stava dicendo il suo vicino di casa Michele. Avevano tutti e due dato un esame da poco e si stavano godendo la meritata settimana di riposo. Il che, nella fattispecie, consisteva nel bersi il caffelatte alle undici del mattino, ancora avvolti nel pigiama a quadretti.
Michele era per Martina il telefono amico della situazione. Gli riversava addosso senza pietà tutti i crucci di ogni genere, dalla smagliatura nelle calze (”Erano nuove! Quindicimila lire al paio!”) alle ansie frustranti del “cosafaròdagrande”, ovvero dopo la laurea. E lui ascoltava pazientemente e a volte dispensava consigli, che venivano puntualmente ignorati da quella testaccia dura avvolta nei riccioli rossi.
Uno dei pochi uomini al mondo che non provava attrazione fisica per lei. La considerava una simpatica bambola di plastica, ma non una donna vera, di carne, con la quale avere rapporti fisici. Certo che le voleva bene. Era una delle sue migliori amiche. Forse era per quello. Lui non andava a letto con le sue amiche. Soprattutto quelle di pizzo nero.
Martina gli era grata di questo: se fosse andata a letto con lui, poi a chi l’avrebbe raccontato?
“Tu allora dici che devo lasciarlo?”
La solita drastica. E il fatto era che la risposta esatta sarebbe stata: “Conoscendoti, sì.” Ma Michele non se la sentiva di essere così avventato.
“Be’, no, perché non provi a proporgli qualcosa di alternativo, nel tuo stile? Che ne so, prova a fartelo in ascensore!”
“Lascia stare. Avrebbe paura che lo spettino.”
Perché Martina non era una che tradiva. Quindi l’ipotesi di continuare con l’avvocato e di tanto in tanto farsi uno “stallone” non si prendeva neanche in considerazione. Oltretutto era assolutamente sicura che dopo aver fatto sesso con un sopraccitato stallone, l’avvocato non l’avrebbe più voluto nemmeno sentire al telefono. E lui era uno che la chiamava tre volte al giorno!
Appunto.
“Ciao. Va bene, vediamoci a pranzo. Sì, vengo io dalle parti del tribunale. Ma certo, una e mezza, ciao, ciao. Sì, anch’io.”
E poi rivolta a Michele: “Lo vedo a pranzo, cosa mi metto?”
“Sei la solita.”
Mentre era fuori a pranzo con l’avvocato la chiamò la sua amica Silvia. Era per proporle un aperitivo con alcuni amici. Naturalmente l’avvocato non ce l’avrebbe fatta a raggiungerli: lui a quell’ora lavorava ancora come un matto, ma Martina ci sarebbe andata volentieri da sola. Anche perché, da quando era fidanzata con l’avvocato, non faceva più niente con gli amici.
Oh, sì, moriva dalla voglia di uscire con Silvia.
Così si preparò con gran cura, scegliendo un abitino corto, nero, con un’ampia scollatura sul seno e per sicurezza si portò via anche un golfino grigio chiaro, perché era maggio e si stava bene la sera, ma magari rimanevano fuori fino a tardi e avrebbe avuto bisogno di coprirsi. Si mise le scarpe col tacco più alto: era quasi più entusiasta di quando andava al primo appuntamento con un uomo!
C’è quindi da capire la sua delusione quando arrivò sul luogo d’incontro e si rese conto che non era una vera uscita tra amici, con lei, Silvia e alcuni compagni d’università. Era piuttosto un’uscita a quattro, nella quale l’avvocato assente era stato sostituito da un amico del fidanzato di Silvia!
Ora, Martina lo sapeva che mentre lei frequentava l’avvocato Silvia non se ne era stata con le mani in mano. Si era trovata un fidanzato del Politecnico, un promettente futuro ingegnere, del quale le aveva parlato per telefono e in rari incontri nei corridoi dell’università. Ma invece di presentarglielo così a tradimento, poteva almeno avvisarla! Anche perché lei si era prospettata una seratina di pettegolezzi, civetterie con gli abbordatori del locale, risate e insomma, cose da donna.
Invece adesso si ritrovava lì, presa in trappola da un’uscita a quattro con annesso appuntamento al buio non programmato (altrimenti sta’ pur sicura che non si sarebbe infighettata a quel modo), in compagnia della sua amica e di ben due futuri promettenti ingegneri informatici, che, come tutti sanno, sono la specie peggiore, perché per loro il lavoro è praticamente un divertimento, quindi ne parlano in continuazione anche nel tempo libero.
Non bastasse, Silvia e il suo fidanzato Francesco erano proprio carini, tutti picci picci, bacini sul naso e carezzine, si chiamavano rispettivamente Fragolina e Orsetto e a Martina stava per venire un attacco di bile e/o di vomito. Per il nervoso era pronta a divorarsi tutto l’ampio buffet a disposizione.
Per fortuna il “quarto uomo” era carino e gradevole. Si chiamava Mauro, aveva un bel paio di occhi chiari, i capelli corti e un fisico proporzionato. Era vestito bene, come un promettente ingegnere alla moda, non troppo appariscente e aveva un bel sorriso da denti perfetti. Le aveva pagato da bere, atto peraltro superfluo e si era gentilmente adattato a parlare di banalità mentre gli altri due si isolavano come due cuoricini di zucchero sul divanetto.
E così, mentre conversavano amabilmente del nulla, Martina si rese conto che l’ingegnere aveva una bocca interessante, lei l’avrebbe quasi definita appetitosa e mentre sorseggiava il suo secondo Screwdriver si rendeva conto che non le sarebbe dispiaciuto un assaggio. Ma lei era già fidanzata, anche se infelicemente. Per non dire del fatto che probabilmente Mauro era stato “tirato in mezzo” più o meno come lei e quindi non era interessato ad approfondire la conoscenza.
In fondo anche l’avvocato era sembrato interessante al primo incontro e solo in seguito si era rivelato un noioso scaldaletto.
Forse alla fine sono tutti solo dei noiosi scaldaletto, constatò pessimisticamente Martina fissando il ghiaccio nel bicchiere.
Erano ormai quasi le nove e gli argomenti inutili si stavano esaurendo, mentre Fragolina e Orsetto continuavano a guardarsi teneramente negli occhi, dimentichi del mondo attorno a loro.
Vorrei proprio sapere perché hanno fatto venire anche noi due, se poi non ci considerano nemmeno, pensò Martina e c’era da scommettere che anche Mauro la pensava più o meno allo stesso modo.
“Sentite, io a questo punto me ne andrei” suggerì, cercando di non dare l’impressione di quella che vuole tagliare la corda al più presto.
“Be’, ma che ore sono?” s’informò Silvia. “Perché non venite a mangiare qualcosa da me? Vi tiro fuori due spaghetti, un risotto, non so…”
Martina non era per niente per la quale. Se ne voleva andare a casa il più in fretta possibile e porre fine a quello strazio in men che non si dica. Invece alla fine la tirarono in mezzo, non capiva mai come facevano a convincerla tutte le volte a trascinarla in quelle situazioni pacco clamorose, nelle quali si annoiava a morte e si malediceva per essere stata così cretina. Oltretutto, mentre erano già in macchina, la chiamò l’avvocato, che stava per uscire dallo studio.
“No, senti, sto andando a casa di Silvia, non posso, ci vediamo un’altra volta. Sì, magari domani, ciao. Sì, anch’io, ciao.”
Non bastando, Silvia era famosa per essere totalmente incapace anche solo di avvicinarsi ai fornelli. I suoi spaghetti crudi in sugo acquoso e la sua colla di riso erano rinomati in tutta l’università. Martina si sentiva già male.
Questa è la punizione per tutte le volte che sono stata cattiva, la sto pagando anche per le mie sette vite precedenti, pensò, camminando dietro ai due zuccherosi innamorati verso la casa di Silvia, mentre Mauro cercava parcheggio nella zona.
Invece fu fortunata. Mentre Fragolina e Orsetto continuavano a guardarsi teneramente negli occhi fingendo pietosamente di apparecchiare la tavola, Mauro si impadronì dell’angolo cottura e con i residui non scaduti di ciò che riuscì a rinvenire nel frigorifero improvvisò un delizioso sugo alle verdure per gli spaghetti, la cui cottura fu attentamente monitorata da Martina stessa.
Mentre Mauro si dava da fare tra le pentole, Martina poté inoltre osservargli comodamente la rotondità perfetta del sedere, cosa che le provocò un languore profondo allo stomaco che non aveva proprio niente a che fare con la fame. O sì?
Fortunatamente quando riuscirono a sedersi a tavola la conversazione prese una piega interessante e i due riuscirono a parlarsi normalmente e piacevolmente, mentre, come il lettore avrà già intuito, Fragolina e Orsetto continuavano a guardarsi teneramente negli occhi.
Martina si era accorta che Mauro le aveva sbirciato la scollatura. Si era accorta anche che le aveva sbirciato le gambe. Naturalmente non si era potuta accorgere che le aveva sbirciato anche il sedere, ma si accontentava. E mentre il vino bianco gelato le entrava in circolo, considerava che in fondo la fedeltà non è poi una virtù fondamentale alle soglie del nuovo millennio e che ci sono altri valori e storie del genere e quando si offrì di lavare i piatti era già pronta ad una nuova esperienza.
Dopo aver lavato i piatti, Mauro le propose di accompagnarla a casa. Del resto non aveva senso stare lì, di fronte a Fragolina e Orsetto che continuavano a guardarsi teneramente negli occhi: li faceva sentire semplicemente di troppo. Oltretutto erano sicuri che anche loro non ne potevano più di guardarsi semplicemente negli occhi e volevano passare a qualcosa di più concreto.
“Ciao Fragolina, ci sentiamo domani”, salutò Martina uscendo e ringraziando il Cielo perché finalmente la serata era conclusa.
Ma non appena le porte dell’ascensore si furono richiuse dietro di lei, Mauro la prese tra le braccia e la baciò. Fu un bacio tenero e possessivo insieme: un morbido intreccio di lingue dentro un abbraccio serrato. Quando arrivarono al pian terreno fu normale premere nuovamente il pulsante di salita, verso il settimo piano. Si fermarono a baciarsi per un po’ dentro l’ascensore, poi Mauro trascinò Martina verso le scale, dove con buona probabilità potevano starsene da soli. La fece appoggiare contro il muro e cominciò ad accarezzarle un seno, mentre la baciava sul collo. Martina rimase per un attimo senza fiato, quasi stupita dalla piacevolezza di quel tocco, alla cui maestria non era più abituata. Il vino la faceva sentire leggera e incorporea, per contro amplificava le sensazioni sulla pelle e gliele rimbombava dentro, come se le scorressero nel sangue.
Si lasciò toccare per un attimo senza reagire, poi cominciò ad accarezzare la schiena di Mauro, infilandogli le mani sotto il maglione e premendolo contro di sé. Un attimo dopo gli stava tirando la camicia fuori dai pantaloni, in modo da passargli direttamente le mani sulla pelle. Come per un segnale, anche Mauro le infilò le mani nella scollatura, per toccarle il seno nudo con i capezzoli eretti e duri. Il vestito era talmente scollato che Mauro riuscì a farne uscire un seno e prese a leccarlo e succhiarlo con impeto, mentre Martina gli premeva contro la testa e respirava affannosamente.
Continuando a succhiarle un capezzolo, Mauro le infilò una mano sotto il vestito, le accarezzò il sedere sodo e libero per via delle ridotte dimensioni dello slip. Martina si sentiva sempre più persa e bagnata, mentre la sconvolgevano emozioni quasi dimenticate. Anche lei gli infilò una mano nei pantaloni, ad accarezzargli il sedere avvolto nei boxer, ma subito la ritrasse, per cominciare ad armeggiare con la cintura e la cerniera. Lo liberò quel tanto che bastava da potergli prendere in mano il membro eretto, duro come marmo, liscio e caldo. Lo accarezzò dapprima delicatamente, poi lo prese saldamente in mano e cominciò a scivolare su e giù a ritmo costante. Allo stesso tempo Mauro le aveva infilato un dito tra le cosce bagnate e scivolose, poi due, dentro di lei, a ricercare le profondità recondite del suo piacere. Martina piegò le ginocchia appena appena, per permettere alle dita di Mauro di entrare ancor meglio dentro di lei, tutto questo senza smettere di tenergli il membro tra le mani.
Al contempo Mauro continuava a succhiare un capezzolo di Martina, che per contro stringeva il ragazzo verso di sé con la mano libera. I movimenti si rincorsero tra di loro sempre più veloci e affannosi, come i loro respiri, che ormai non riuscivano più a controllare e che si erano trasformati in gemiti sommessi. Entrambi sapevano di non poter fare troppo rumore, per non destare i sospetti dei vicini di Silvia-Fragolina, ma facevano fatica a trattenersi. Così si baciarono convulsamente mentre l’orgasmo esplodeva tra le reciproche mani, lasciando entrambi senza fiato.
Oh mio Dio, pensò Martina ritraendo delicatamente la mano impiastricciata. Immagino che questo equivalga ad un tradimento. Povero Paolo…
L’ingegnere la stava baciando sul collo con aria soddisfatta e lei lo lasciò fare per un po’, poi accennò a prendere un fazzolettino dalla borsetta per pulirsi la mano.
“Andiamo?” propose lui con un sorriso e Martina non poté far altro che annuire, piena di riconoscenza.
Così si incamminarono per strada abbracciati, ridendo di Fragolina e Orsetto.
Mauro aveva lasciato la macchina in un parcheggio custodito sotterraneo. Era quasi mezzanotte e il parcheggio era terribilmente buio.
Martina stava per dirigersi verso la portiera dell’auto, ma Mauro la bloccò trattenendola per un polso e ricominciò a baciarla, spingendola verso il cofano. Martina vi si adagiò agevolmente, lasciandosi trascinare da Mauro e dal turbine di emozioni che si ridestavano in lei.
Le mani di Mauro le scorrevano lungo tutto il corpo, dal seno ai fianchi, alle gambe, mentre lui continuava a baciarla, sulle labbra e sul collo, senza che lei potesse in qualche modo reagire. Lui si era infilato tra le sue gambe divaricate e Martina sentiva già premere contro di sé il membro indurito dentro la stoffa dei pantaloni. Voleva chinarsi a prenderglielo in bocca fino a riempirsi, ma era immobilizzata contro il cofano. Arrivava a malapena a toccargli il sedere con i polpastrelli.
“Sei bellissima”, le sussurrò lui tra un sospiro e l’altro, provocando l’effetto di schiacciarla abbandonata ancora di più contro il cofano bombato. Poi le infilò una mano dentro gli slip, accarezzando delicatamente. A Martina sfuggì un gemito sommesso di piacere. In questo modo aveva più spazio, riuscì allora ad avvicinarsi alla cintura di Mauro per slacciargliela, anche se con una mano sola. Anche lui aveva il fiato corto adesso e i baci erano sempre più brevi.
“Ti prego”, sussurrò lei quasi senza sapere come, “voglio prendertelo in bocca…”
Mauro la lasciò andare e Martina si chinò davanti a lui, in ginocchio, a slacciargli la cintura. Gli abbassò i pantaloni e i boxer e gli si avvicinò con le labbra dischiuse.
Cominciò dapprima a posargli dei baci leggeri sulla punta e a passargli appena la lingua intorno, come una piuma. Mauro era incerto, stordito dal piacere e dal desiderio non riusciva nemmeno a muoversi.
La lingua di Martina si faceva sempre più decisa e presente, finché infine non aprì del tutto la bocca e vi fece sparire il membro intero, quasi volesse inghiottirlo. Mauro si sentì quasi mancare per la sensazione di morbidezza e calore intenso. Martina rimase immobile per alcuni interminabili secondi, poi cominciò a muovere le labbra lentamente con ritmo sicuro.
“Ti prego, fermati…”, implorò Mauro dopo che alcune potenti ondate di piacere lo avevano invaso. Martina non accennava a smettere, le piaceva sentire i ragazzi che la pregavano. Allora lui le prese il viso tra le mani per fermarla e la attirò a sé: “Ti prego, voglio venirti dentro…” E la baciò con forza, intrecciando la propria lingua alla sua.
Mentre la baciava riuscì ad appoggiarle le mani sui fianchi, sotto il vestito e a sfilarle le mutandine leggere. Giocherellò con il clitoride bagnato con dita di piuma e a Martina mancava il respiro sotto quelle carezze e quel bacio ossessivo, le veniva da mordere, ansimare, le pareva di impazzire.
Quando Mauro capì che era pronta chiuse il bacio e le sollevò il vestito. Con le mani salde sui suoi fianchi la appoggiò a sedere sul cofano ed entrò dentro di lei.
Sconvolta da tanta pienezza Martina intrecciò le gambe intorno ai fianchi di Mauro per permettergli di entrare completamente dentro di lei.
Oddio… era tutto così piacevolmente perfetto… una completezza di cui aveva perso il ricordo… ma non l’istinto. “Scopami”, incitò, mentre Mauro le affondava dentro ritmicamente, appoggiandosi contro di lei.
E Mauro se la scopò, fino a portarla sull’orlo dell’orgasmo, fino a farle perdere coscienza del mondo, di tutto, tranne che di loro due impazziti, e mentre la sentiva gemere le sussurrò all’orecchio: “Vuoi venire? Vuoi che ti faccia venire?”
“Dio, sì, ti prego, fammi venire, fammi quello che vuoi…”
Allora lui uscì da lei lentamente, provocandole un immenso doloroso senso di perdita, ma fu solo un attimo.
La prese e la voltò, facendola appoggiare con le mani sul cofano ed entrò in lei da dietro. Sulle prime questo ingresso violento e inaspettato le tolse il respiro dal dolore, ma Mauro rimase immobile dentro di lei per non farle troppo male, mentre con le mani la toccava davanti, sfiorandole il clitoride e penetrandola con le dita, fino a che il piacere si sostituì al dolore.
Cominciarono a muoversi insieme, l’uno contro l’altra: Mauro spingeva sempre più forte e Martina gli andava incontro contraendosi di piacere, fino a venire in un orgasmo esplosivo, sconvolgente e totale che la fece gridare.
Anche Mauro venne allora, dentro di lei, tenendosela stretta per non perdere nessun movimento, nessuna deliziosa contrazione dei muscoli.
Ci volle tempo prima che entrambi riaffiorassero alla coscienza di ciò che li circondava e riprendessero a respirare normalmente.
E solo allora Martina spalancò gli occhi nel rendersene conto.
Mio Dio, il sogno! Era il suo sogno della notte precedente, che si era avverato nel modo più meraviglioso e inaspettato possibile. Fin troppo bello per essere vero.
Mai più avvocati, pensò Martina voltandosi per baciare Mauro piena di riconoscenza. Era ora di aprirsi alle nuove opportunità offerte dall’ingegneria informatica.
FINE
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Avvocati e ingegneri (racconto di Paola C.)
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Sera d’estate (racconto di Mrs Robinson)
Una sera come tante: la solita mangiata all’aperto con i vicini di tenda… si ride, si scherza … lasciandosi andare all’allegria, complice forse la spensieratezza delle vacanze ed un bicchiere di rosso in più.
Come sempre accade sono io a tenere banco, osservando, in apparenza distratta, le occhiate dei vari mariti allo spettacolo generosamente offerto del mio decolleté.
La pelle colorita dall’abbronzatura risplende sotto il top bianco, che copre appena i seni abbondanti e sodi. La brezza serale indurisce i capezzoli, che ora spuntano senza ritegno, sobbalzando ad ogni mio movimento. Un pareo sottile annodato di lato, fascia il bacino scendendo morbido lungo le gambe.
Durante la mia animata conversazione con i commensali accavallo le gambe, godendo degli sguardi che seguono il pareo scivolare dolcemente di lato, lasciando scoperte le gambe fino alle cosce… adoro la libertà dell’estate… un piccolo top ed un pareo sono il mio abbigliamento…la sensazione del cotone leggero sulla pelle nuda… sui glutei… l’idea di non indossare l’intimo… e leggere negli occhi del mio vicino la consapevolezza di essersene accorto.
Ma questa sera c’è qualcuno che anima la serata con me… una signora, piacente e ben vestita, mi osserva dall’altra parte della tavolata… rispondendo ad ogni mia provocazione, senza alcun apparente imbarazzo… la vedo osservarmi i seni… chinare leggermente la testa di lato, socchiudere gli occhi, mentre mi alzo… ed osservarmi ancora mentre mi avvicino a lei… volutamente mi scruta… quasi a voler trapassare quel lieve velo che separa le mie nudità dai suoi occhi desiderosi….
È un’intesa immediata… con una scusa abbandoniamo la tavola, immergendoci nel buio del campeggio. Lontano dagli sguardi della gente sento la sua mano posarsi sui miei glutei, impugnarli stretti e stringerli fino a farmi male… le sue mani corrono lungo i miei fianchi come se fossi nuda… sui seni già turgidi e desiderosi del tocco delle sue mani… li stringe… forte… fino a farmi riempire gli occhi di lacrime… il desiderio sale in me incontrollabile… mi guida alla sua tenda…
Siamo dentro… siamo sole… non so cosa mi accade… ma non riesco a fermarla quando avvicina la bocca alla mia, sfiorandomi con un bacio dolcissimo… sento il calore delle sue labbra, la morbidezza della sua bocca… mi sorprendo a stringerla, desiderando che quell’istante non finisca mai… schiudo leggermente le labbra invitandola ad entrare… mi cerca… la sua lingua scivola dentro di me… esplora la mia bocca… con dolcezza mi succhia le labbra… ci passa la lingua… e poi ancora la sua lingua incollata alla mia… sento i brividi invadere il corpo… sento i suoi seni premere sui miei… il desiderio esplode incontrollabile… con le mani ci tocchiamo… provo piacere nel toccarle il sedere… la schiena… le bacio il collo… tutto mi viene così naturale… godo nel sentirla leccarmi l’orecchio… entrarci con la lingua… scendere lungo la gola e rituffarsi nella mia bocca aperta ad aspettarla…
Le sue mani frugano sotto il mio pareo… mi trovano già pronta… desiderosa di sentire la mano di una donna entrare dentro di me… voglio essere sua… guido il suo viso tra le mia gambe… offrendo ad una donna per la prima volta il mio frutto più nascosto… la sua lingua sfiora il clitoride, facendomi sussultare di desiderio… le labbra lo avvolgono nel calore della sua bocca… lo succhia piano… poi sempre di più… i miei umori di donna si mischiano alla sua saliva… la sua bocca beve la mia voglia… le dita penetrano sempre più a fondo… non ho più riserve… sento i brividi possedermi completamente… lei mi guida con forza verso il centro del piacere… io e lei… la cerco… voglio leccare anch’io il suo desiderio… tutto mi viene così naturale… siamo avvinghiate in un rapporto violento… ci lecchiamo entrambe affondando nel mare del nostro piacere… assaporo il gusto della sua intimità, provando un piacere infinito… con la lingua entro ed esco dai suoi buchetti… fino al più nascosto… la sento gemere del mio gioco… la sento spingere con il bacino contro il mio viso… per farmi entrare di più… ancora di più… mentre la sua lingua calda viola ogni mia lieve resistenza… sono dentro di lei… lei è dentro di me… é un orgasmo continuo…
FINE
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Sera d’estate (racconto di Mrs Robinson)
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