Venerdì prima di Natale. Come al solito da noi si respirava aria leggiera di , ben prima che il calendario ne segnasse l’inizio ufficiale, e avendo anche quest’anno raggiunto, per la seconda volta consecutiva, il monte-ore prestabilito, avevamo diritto a un’altra giornata “d’autonomia”, che però la presidenza aveva deciso di trasformare in un’altra occasione culturale, anche sta volta vista l’imminenza delle vacanze.

Ci stavamo recando al teatro comunale, quando notai tra la scolaresca un gruppuscolo di primini, e tra loro la bionda cavezza di Luca, che spiccava per la flavizie tra l’altre cucuzze circostanti: delle vere e proprie teste di primo, ma che a volte sapevan esser così buffe e tondeggianti che mi veniva voglia d’abbracciarli tutti quanti.
Allungai il passo, allontanandomi dai miei amici, per avvicinarmi a quel gruppo di primini, poi rallentai, per non essere avvistato: non volevo fargli pesare troppo la mia ingombrante presenza, o meglio non volevo sentirmi addosso tutte le loro saette oculari, che mi trafiggevan ogni volta che mi avvicinavo a uno di loro con la mia più alta figura: Luca, quasi fossi una minaccia per la loro cerchia. Luca nel frattempo si era portato all’esterno del gruppo, e ora camminava a non più d’uno o due passi davanti a me: – Pss…! Ciao! –bisbigliai.
Oh, ciao! – disse come chissà da quan tempo non mi vedeva.
Allora… – interloquii…: com’era bello ciacolare del più e del meno così, in sua compagnia, per il semplice di stare vicini. Erano quelli, infatti, i momenti più belli di tutta mattinata: quando dop’esserci separati, trovavamo dei semplici pretesti per stare assieme, anche zitti, guardandoci l’un l’altro e ridendo come du’ amici d’antichissima data; erano quelli i momenti in cui covavo la più secreta di stare assieme a lui, di stringerlo ed abbracciarlo, anche in mezzo ad una folla, anche in mezzo a quella fiumana umana. Mi sarei fermato volentieri ad abbracciarlo, interrompendo il flusso di quella disordinata folla e destando pubblico scandalo; ma venne poi dall’esterno una flebil voce ad irrompere nel nostro irrealistico sogno ad occhi aperti: – Lucaa… – disse con tono da benevola predicanza: – …fai a modo, eh… – come se si riferisse a una natural birba.
Chi è? – pronunciai contrariato per quell’intrusione nella nostra sfera d’intimità.
È… è la sorella d’un mio amico! – si giustificò subito per quella conoscenza femminile, che doveva essere una di quinta a giudicar dalla faccia, verso cui provai un’immediata gelosia.

Giungemmo al teatro, dove venne quindi il momento di separarci almeno per entrare, o i professori altrimenti si sarebbero anche parecchio arrabbiati nel vedersi sfaldare le classi ancor prima d’entrare: destino inevitabile una volta varcata quella soglia.
In platea, la scolaresca si partì naturalmente per ciascheduno dei tre settori che sentivano per età d’elezione: da destra a sinistra, dai più piccoli ai più grandi. I primini e quelli di seconda, per loro natura più avvezzi a stare uniti, a destra coi professori, che al solito preferivano custodire i più piccini; noi di terza e le quarte nel settore centrale, già più diradati; e i nonni disseminati per le poltrone di sinistra, tutte per loro, col lor maggiore carico di responsabilità che comporta l’anzianità e la maturità.
Mi sedetti coi miei soliti quattro al centro, in una fila tutta per noi, e a destra, poco più avanti, vedevo la nuchetta di Luca, capofila d’un gruppetto di primini, seduto a una poltrona dal corridoio centrale che ci divideva. Oh, come avrei voluto averlo lì con lui! di fianco tutto da coccolare e da accarezzare nel semibuio della stanza, mentre andava in onda quelle pantomima teatrale di cui presto nessuno si sarebbe più curato. Difatti, tosto, il chiacchiericcio coprì il silenzio della stanza, e delle quattro voci dei teatranti non si potea più coglier che qualche sillaba frammentata nei momenti di distrazione dal gioco o dalla confabulazione privata; ma il mio unico pensiero fisso era sempre a lui.
I più piccoli di solito eran sempre anche quelli più pacati, almeno all’inizio: quando non si concedevano più di qualche scherzetto composto per passarsi il tempo o sussurro all’orecchio; ma quando apprendevano da noi più grandi che non c’era per forza bisogno di stare tutto il tempo seduti per far passare quelle quattr’ore, incominciava un brulicare di piccole figure ai bordi del teatro, un brulichìo di fantasmini d’ombra che passavo perfino sott’al palco, impudenti come non mai. E i professori lasciavano correre: perché in fondo sapevano che non si può tenere troppo tempo fermi una mandria di naturalmente scalmanati.
Al contrario, noi più grandi giravamo di meno ma con maggiore disinteresse manifesto: vagando qua e là, di fila in fila, per passare di chiacchiera in chiacchiera in quell’immenso gioco del telefono senza fili che è la vita, oppure giocavamo a carte al lume di cellulare. Ma la noia presto sopravanzava sempre, e prima o poi neanche più quelle solite minchiate bastavano per fare passare il tempo, e i secondi trascorrevano lenti sul quadrante dell’orologio; allora ci si alzava, o ci s’imboscava, o si andava a prendere qualche merendina al distributore dell’hall, così come fecero gli amici di Luca lasciandolo solo lì a capofila d’una fila che non c’era più: come un generale solitario perché quei felloni dei suoi uomini se n’erano andati.
Io vado! – dissi, intenzionato a non tornare più.

Posso? – m’affacciai alla fila di Luca, indicandogli la giacca che ingombrava la prima seduta.
Oh, sì! sì! – mi rispose, e la spostò immediatamente. Io intanto non potevo smettere di guardarlo, affascinato com’ero dalla sua solitaria bellezza nell’atmosfera buia del teatro; poi il mio sguardo cadde sulla sua patta, così trasbordante tra le sue coscette sottili e quella semiluce che n’esaltava le forme; Luca se ne accorse, ma non aggiunse niente.
Allora… com’è? – gli chiesi della commedia per riallacciar bottone.
Boff… – sbuffò, poi m’imitò lui che dormiva con un chiassoso – Crrr…!!! –per rendermi l’idea della sua noia, perché una suo gesto valeva più di centomila parole!
Lo sai che qua si può anche dormire? – svelai, e mi stravaccai anch’io ancor più di lui per mostrargli come si poteva dormire su quel comode poltrone, allungandomi colle ginocchia fino alla poltrona successiva. Anche Luca s’allungò, e così in quelle morbide nicchie porpora ci rimettemmo a ciacolare come stamattina, come prima che quella scassa maroni irrompesse nella nostra intimità.
Incredibile com’ora il tempo trascorresse con suprema levità: or che i minuti e i secondi si riempivano del nostro ciacolar leggero frammezzo da lunghe pause e da silenzi, durante i quali fissavamo il palco, sopra l’orizzonte dei sedili, ove le immagini s’alternavano mute come s’uno schermo d’un cinema d’antan. Ridiscese su di noi quell’insolita intimità che ci isolava dal mondo, che ci eradicava dall’ambiente circostanze ma che al contempo ce lo rendeva anche più familiare; e preso in quel ritrovato senso d’informalità, ricomincia a scherzare: – Oh, te lo ricordi il film! – iniziai a mimarmi una sega sotto l’egida di quel buio protettore; poi passai a lui: – Cl… cl… cl… –: scandivo il su e giù sulla verticale sul suo nobile pacco; finché ridiscendendo inavvertitamente non lo sfiorai.
Subito Luca si ritirò composto sulla poltrona, e io ritirai da lui la mano arciconvinto che qualcuno c’avesse visto; poi si ricoprì colla giacca sopra le ginocchia e cominciò ad armicolarci sotto. Evidentemente gli avevo procurato un’erezione involontaria, e ora faticava a domarla! ma dopo il troppo che c’impiegava, incuriosito buttai l’occhio, e Luca vedendo il mio interesse scostò di poco la giacca: nel nero più nero intravidi come una lunga canula rosina che da lui usciva per annidarsi più sotto la giacca. Ingenuamente ficcai la mano, su suo invito, per accertarmi di quel che il mio conscio si rifiutava d’affettare, ma che il mio inconscio ben conosceva; poi ratto la ritirai avendo inforcato quel tondo tubolo, riconoscendone dalla sodezza tipica della carne rigida.
Dai! – mi fece lui silenziosamente, invitandomi a continuare.
Ma sei matto – gl’indicai i professori alle nostre spalle qualche fila addietro.
Ma sai…, non ci notano! – disse convincentemente, segnalandomi la giacca era lì apposta per quello, e insavio rinfilai la mano riprendendo contatto con quella maliarda verga. Sarà stata l’eccitazione, vuoi la tensione, ma pur tutte le volte che l’avevo toccato, mi sembrava tutto più nuovo: più ; più grosso; perfin più lungo, se era possibile! Profondai col braccio in quella cavità posticcia seguendolo a mo’ di guida, fino a tintillarne il prezioso prepuzio, che geloso il tutto ben custodiva. Provai come un perverso brivido di : adrenalina pura! quindi tornai a perderlo ben saldo alla radice, quel membro, e strizzai! Parte di me avrebbe voluto punirlo per quello che mi stava costringendo a fare, ma l’altra smagnava per continuare minimizzandone il rischi. Acclimatatomi a quella nuova tensione, cominciai a scorrendolo impacciatamente e poi prenderne viemaggiore dimestichezza e per non farcene beccare con qualche gesto un po’ troppo sospetto. Io, …io che gli avevo detto «mai a scuola!», nel caso un giorno gli fosse venuta voglia di tentarmi con una sega nei bagni della scuola, ora ero lì che menavo in mezzo a millanta occhi potenzialmente delatori, in mezzo a una platea: luogo ben più rischioso dei bagni della scuola dove, perlomeno, avevamo le porte; ma il torbido brivido d’infrangere il proibito ormai mi comandava. Luca chiuse gli occhi gaudentesi la mia sega collo sguardo fisso al cielo, demandando a me ogn’impegno di salvaguardia del nostro onore.
Vigili, i miei sensi sondavano quell’oscura immensità, oltr’a cogliere ogni frammento di quell’inedita frenesia; ma quando m’accorsi, dall’altra parte, d’una figura che stava infilandosi nella fila dietro, d’istinto tolsi la man, lasciando incustodita quell’immane belva.
Lai… – disse venendo verso di noi: – vieni a vedere cos’ha trovato Giovi! – poi mi guardo sospetto, anche s’ero il “cugino”.
No…! dai…– rispose lui tenendosi una mano sulla giacca per evitare che la verga s’alzasse.
Dai, vieni a vedere! – lo tirò per l’altra mano facendogli quasi cadere la giacca.
Noo! T’ho detto no! – resistette per non essere alzato, trattenendosi quella giacca sopra le ginocchia.
Simoni! – venne una voce da dietro in nostro soccorso – Lasci stare Leoni! – sgridò. Era lei…, era lei…: la nostra prof d’italiano del biennio, che quando s’arrabbiava ci chiamava sempre per cognome per aumentare il valore della strigliata – Vieni qua! a sedere! – e il primino se n’andò mesto a sedersi di fianco alla prof.
Pfiu! pericolo scampato…, ma io già me l’ero vista brutta: m’ero già visto lui semimpiedi col bigolo di fuori e la giacca a terra, e la faccia sbigottita di ‘sto qui; ma Luca invece, quasi metaforicamente, si passò la man sulla fronte sospirando, e si risistemò sulla poltrona. Io lo guardavo non capendo come stare così calmo e controllato, quasi il rischio non ci fosse stato; poi scostò la giacca, rinvitandomi a cominciare.
Ma sei scemo!
Ma dai è là! – disse come se fosse una cosa nel tempo lontana, ma la cosa più assurda è che fui ancora così insavio rinfilarvi la mano.
Ma perché Lai? – chiesi intanto che avevo ricominciato la sega.
Eh… – non capì.
Prima,… – annuì – …ti ha chiamato Lai? –.
Sì!
Eh, perché?
Mi chiamano così! – fece spallucce come se fosse la cosa più intuibile del mondo, poi spiegò: – Lai > Lion > Leoni! – scandì.
Ch’! Ma vai a girare, va’! – ripresi intanto a manovrar per bene quel pene.
Ecco! era questa la sua capacità di farsi scivolare tutt’addosso che m’affascinava, tanto che (oltre a quello che tenevo in mano…) non riuscivo mai a dir di no. Col tempo incominciai come ad avvertire uno strano senso di protezione addosso, come se gli schienali ora ci proteggessero dagli sguardi intrusivi dei professori (e di quel piccolo) alle nostre spalle, che finora m’ero sentito penetranti come spade di mille lame affilate; Luca addirittura si era completamente ri-rilassato, quasi che nulla fosse affatto accaduto,e stava godendosi la mia bella sega, con il faccino che sorrideva e di cui stavo ammirando di profilo.
Non so perché, ma non riuscivo a mollarla quella bega magliarda: la tenevo, l’avrei voluto strizzare, ma continuavo a menarla; finché nol vidi collo sguardo pronto per venire, e allora mi fermai prima che impiastricciasse la sua giacca.
Dai che andiamo… – dissi dopo avergli dato una bella ultima stretta a quella cosa favoloso.

Luca cominciò a girare come il trottolino per il teatro, e io dietro, come un fesso, a far da cagnolino a un quattordicenne in foga esploratrice da novello Indiana Jones. Di su, di giù (cominciava a girarmi la testa), di qua, di là (cominciava a venirmi pure la nausea) per le scale, i corridoi, i loggiati, di cui voleva scoprire una porta che s’aprire: “per veder com’erano fatti dentro”, era la scusa ufficiale… Ogni tanto s’affacciava dal finestrone sopra l’ingresso, per poi sparire lesto e non essere visto; e intanto la nostra ricerca continuava. Giunti all’ultimo piano cominciai a lamentarmi: – Dai, Luca ce ne andiamo?
Un attimo! – esclamò cercando d’aprire un’altra maniglia – e poi dove andiamo?
A casa!
Adesso!? – esordì con una nota di stupore
Certo! Veh, che non è mica che ci controllano quando usciamo; non dobbiamo neanche tornare a scuola: secondo te perché c’abbiamo le cartelle dietro?
Ma mia mamma viene a prenderci la!
E la chiami! – uffa, che palle quando doveva fare il bravo bambino! – e le dici che siamo usciti prima e che siamo da me; tanto ci saresti venuto ugualmente! –.
Finalmente riuscii a portarlo ai piani bassi del teatro dove già giravano altri ragazzi liberamente; ma appena tentai di fargli imboccare la via per la platea, s’infilò in un altro buco: questa in un corridoi di servizio: – Aspetta! Così ci fai beccare! –.
Ma dai che non succede niente! – continuò. – Oh, oh! – disse poi accorgendosi che dietro una tenda passava un figuro, e c’infilammo in un anfratto: un piccolo spicchio di retropalco delimitato da tende, in cui c’erano arredi e strumenti di scena.
Visto! – lo sgridai, ma avrei voluto picchiarlo.
Ma non è successo niente! –mi mandò a quel paese, come la vecchia zia petulante che porta scarogna.
Controllai che non arrivasse nessuno, poi ordinai: – Dai che ce ne andiamo! –, ma Luca non si mosse: – Beh…? –.
Ehm…– fece Luca; mi avvicinai. – Mi finisci? – fece segno della sega.
Qua!? – enfatizzai.
Eh!– affermò. Poi quell’ormonico omettino si diresse dritto a una tenda, armeggiando per aprirsi i pantaloni; e io lo seguii dopo essermi assicurato che non ci fosse veramente nessuno. La tentazione era tanta, ma anche la paura era altrettanta; ma quando giunsi a quella sua verga perfetta: dura, pront’armata per sborrare: non resistetti. Tutte le inibizioni crollarono, e disinvolto afferrai con rinnovato coraggio per cominciare le sega e coll’altra su un suo fianco per stringerlo bene. Il mio primino era lì, tutto caldo e caliente, colla bega di fuori, che chiedeva soltanto d’essere sborrato; e io non mi tiravo di certo indietro. Poi capii perché l’avesse voluto fare in quel posto: la paura, l’eccitazione, il rischio, era tutto quanto in un mix perfetto che già sentivi brividi dietro la schiena, ch’altrimenti non avresti potuto sentire; e venire in quelle condizioni doveva essere fantastico, se già lo era masturbarlo. Mammamia quant’era bello! e poi non aveva eguali masturbarlo vedendo la sua lunga bega, e non a spippettarlo nascosto sott’una giacca in platea. Presto ricominciai anche a riavere quel senso di protezione alle spalle, come se ora la sua bega emanasse un’aura protettrice. Guardai Luca in faccia: veniva voglia di baciarlo; poi ansimò. Un forte respiro; un altro un poco ancora più profondo. Il suo fisico tremolante. E dal suo glande vidi due o tre schizzi uscirne fiottanti, imbrattando tutta la tenda rossa che c’era innanzi; Luca ebbe un attimo di cedimento, poi si riebbe; e dopo essermi riguardato intorno, feci per ripulirmi sulla tenda, ma preso da un improvviso moto di coraggio mi leccai la mano, e quindi scesi a ripulirlo con la mia avida di lussuria.
Dop’un po’ di sucamento ce ne andammo, guardando con invidia alle chiazze di sperma lasciate sulla tenda, pensando a quanto sarebbero state fortunate quelle inservienti che un dì l’avrebbero cambiandola, toccandola proprio lì: inconsapevoli dell’onore di toccare il sacro sperma di Luca col quale aveva battezzato il teatro.

Via libera! l’odore fresco libertà ci riempiva i polmoni, e un primino telefonava alla mamma dalle gradinate del teatro per avvertirla dell’infrazione appena commessa e riceverne il benestare.
Hai telefonato alla mamma… – gli dissi con una certa malignità, che però non colse.
Sì, andiamo! – sembrava più leggero – Ma come facciamo? –.
Col bus!
Arrivati alla fermata, chiese: – Ma il biglietto? –.
Ma che biglietto …e biglietto, si va via alla portoghese!
Non voglio rischiare! – criticò, come se finora non avessimo rischiato nulla.
Luca io sono anni che ci vado… –e di un controllore non ne avevo mai visto l’ombra: anzi era praticamente un essere mitologico! tanto che chi anche avesse avuto la (s)fortuna d’incontrarlo, si sarebbe fatto fare apposta la multa, per mostrarla con orgoglio agli amici come l’autografo di un VIP o la foto prova provante dell’esistenza d’un Big foot.
Intimorito, il primino salì sull’autobus andandosi a nascondere subito nei sedili in fondo, come se in quel loco remoto fosse più difficile che un improbabilissimo controllore arrivasse a controllargli il biglietto
Luca stai calmo! – dissi vedendolo seduto sugli spilli: fors’era persino la che viaggiava sull’autobus senza mamma e papà: – Non sale! – e vedendolo sempre più nervoso a ogni fermata che l’autobus non saltava, comincia a commentare le scritte sui retri dei sedili vicino a noi, e finalmente si distrasse contando i “W la figa” e i cazzi graffittati intorno a noi.

*****

Luca entrò strisciando lo zaino a terra e cristallizzandosi in una posa plastica da rock star in assolo: ero elettrizzato da questo suo brio ritrovato e mi avvicinai facendo per afferragli gioiosamente il pacco, ma…
Op! – mi scacciò via la mano.
Beh…?
Pagamelo, se lo vuoi! – mi disse inaspettatamente.
Eh…!?
Diec’euro a centimetro… – mise la mano in posa di richiedere denaro.
Luca… sei decisamente troppo caro… – temporeggiai.
Va be’, allora uno a centimetro!
Va bene! –volevo proprio vedere dove andava a parete.
Grazie! – disse svelto rendendomi la banconota, e facendo per infilarsela nel portafogli con nonchalance.
No! No! hai capito male tu! – mi arrabbiai perché mi sentii il naso bagnato da un quattordicenne: – …a parte il fatto che mi dovresti quasi un euro indietro …
Esagerato! …un euro: al massimo un qualche centesimo…
Sì, va be’! Ma intanto ridammi i miei ! – mi ripresi il maltolto e svelto me ne andai; e poi perché mai avrei dovuto pagare per qualcosa che potevo avere gratis, scusa! e specialmente poi quand’era lui, semmai, che avrebbe dovuto pagarmi! Mi allontanai in cucina, ma Luca mi raggiunse riallancciandosi immediatamente, capendo di avermi fatto arrabbiare
Ma scusa… ma i tuoi quanto di danno di paghetta?
Luca, io non ho la “paghetta”! – mica ero un moccioso! e col tono glielo feci capire: – quando mi servono li chiedo! Perché i tuoi quanto ti danno?
Ma neanch’io ce l’ho! – tagliò corto, quindi secondo me mentiva – Però adesso quanti ne hai? –.
Luca c’avrò quaranta euro… a volte anche cinquanta!
EH!!
Scusa…: ma fai benzina…, vai a mangiare cogli amici una sera…, ti ci vanno, minimo minimo, venti euro in una settimana… poi mettici qualcosa di extra che ti vuoi comprare: il conto è bell’e che fatto! Ma perché, tu quanto c’hai dietro?
Dieci, boh… quindici euro!? – come se a lui nella vita servisse solo quello; ma certo: tanto lui ci pensavano mamma e papa! poi mi guardò col classico musino tristo di quanto parlavo dei miei amici e delle uscita il sabato sera…
Uffa, Luca! lo sai che l’ultimo vieni con noi! Piuttosto, l’hai chiesto hai tuoi?
Sì!,mi han detto che va bene! – bene! adesso toccava solo a me trovare il coraggio di chiedere a mia madre se poteva rimanere la notte da noi a dormire.

***

Buono! Cosa c’è ora?
Niente!– Luca mi guardò sconcertato: – Luca io mangio così quando torno da scuola – o un primo o un secondo, non di più.
Ma perché non vieni da me a mangiare, allora? – dal suo tono intuii che gli facevo pena per il mio pranzare al ritorno da scuola.
No! meglio di no! – o chissà cosa altro mia madre mi avrebbe costretto a fare per ripagare, se già gli doveva dare un aiuto di cui bisogno affatto non aveva; e poi sarei praticamente diventato schiavetto del suo uccello: sempre dietro a menarlo tutt’i dì! – Mi aiuti a pulire! – in quel frangente giunse il quadrupede miagolando: – Eh meeeooo un corno! Chissà perché tu arrivi sempre quando c’è il tonno, eh? Dai, dagli i piatti da berleccare, ché li pulisce lui! –. Scherzai, ma il felino alla fine si beccò tutt’e due i nostri piatti (doppia razione!) e perdipiù le coccole da Luca, mentre io sparecchiavo.
Luca vuoi anche imboccarlo!? – polemizzai.
Ma dai! vieni a fargli le carezze!
No!!
Perché?!
Perché non se le merita! Lui… lui si merita soltanto le botte! come i primini! – specie quando mi chiedevano venti euro per fargli la seghe!
È tutto matto! il tuo padrone è tutto matto…, vero? – disse facendogli segno ch’ero svitato; ma intanto io ero il padrone…, loro due gli ospiti…, e solo io lavoravo!

Dai, Luca vin a fêr i compit! –.
Io! Tu li avrai da fare: io non ho niente per domani! – e te pareva!
Dai, vieni a farmi compagnia…
Sì, ma prima… – mi tirò la maglietta.
– Che c’è? –
…mi fai… – fece segno eloquente d’un’altra sega.
Adesso! – ma come facevo a dire di no?
Luca subito si fiondò sul divano slacciandosi i pantaloni, ma quanto arrivai eran ancora da abbassare: evidentemente eroticità d’un’espoliazione era troppa anche per lui, per potersela perdere. M’inginocchiai alla mia postazione davanti al suo pube; subito passai sopra la zona genitale e con l’altra accarezzai il suo petto: era tale l’ardore che sprigionava che ne sentivo la possanza, di quella cosa dura, anche da sotto i jeans, e me lo fece subito indurire; Luca se ne accorse, e me l’andò subito a tampinare. Aprii i labbri della cerniera e vi scivolai dentro, stendendo la mano a mo’ di misura su quel fallo immenso, poi scivolai sotto anche con l’altra a massaggiare tutto quel pacco genitale di cui Luca fiero andava. Mi rispostai quindi con una sul suo petto: perché volevo sentirne il contatto diretto, per cui mezz’addome spogliai; e con l’altra m’infilai sotto le sue mutande, seguendo la traccia che quella cosa mezz’uscita già aveva tracciato e spostando man mano i suoi slip sempre più in basso.
A quell’immagine d’un fallo slanciato, non resistetti e mi tuffai colla faccia sulla sua pancia, a strusciarmela contr’esso e contro la sua cappella turgida: Luca godeva, godeva e ansimava; e io le sue palle intanto tenevo e con l’altra strusciavo il suo sterno. Poi succhiai un attimo la cappella, e quindi discesi lungo la verga succhiandola su quel nerbo che normalmente la ergeva, e in fine presi a masturbalo.
Ti piace eh! – dissi vedendolo stragodere.
Dai! – m’implorò di farlo venire.
Eh no! adesso lo sistemiamo per bene… – aveva voluto farmi cominciare proprio adesso, e adesso io conducevo…, ma gli concessi magnanimamente il mio uccello in dono. Luca l’afferrò prendendo a masturbarlo, e intanto io il suo a svibradurarlo: con quella tecnica che sembra d’avere tra le un legnetto con cui appiccicare un focherello, ma il suo incendio era già divampato!
Luca urlò, menò, si dimenò: sembrava un vero indemoniato: ma di godimento! un demone che lascia ben poche speranze al suo impossessato, se non attraverso un esorcismo potente…: un , succhiandone fuori sin all’ultima di stilla dello spirto “maligno”.
Luca s’agitava e in fretta il mio pene sfregava dandomi dolore, ma io resistevo; finché non giunse il momento di farlo godere: buttandomi colla su quell’alabarda dell’amore per toglier da lui quel fluido infame. Me lo sentivo fino in gola, e dopo pochi secondi anche la sua spuma dolce, a irrorarmi il cavo. Succiai fino in fondo, fino all’ultima stilla, fin a che quel pene non ebbe più nerbo, poi lo mollai; ma Luca cercò immediatamente da me un po’ coccole tendo le , ma io non avevo tempo e poi quel primino meritava d’essere punito.

***

Alle… allora vieni? – mi chiese per l’ennesima volta, ma questa venendomi ad abbracciare da dietro: mi si accostò colla nuca contro la mia, e poi scese con le dentro le mutande, mentr’ero seduto al tavolo, per arruffianarmisi con un po’ di sega.
Ho capito! – gli dissi sbaciucchiandolo sulla guancia e facendogli una carezzina sul capo: bastava solo lasciarlo una volta senza il suo coccolino e ti veniva in cerca come un tenero un cagnolino.
Luca attese che fossi io il primo a coricarmi, poi lui venne tra le mie braccia. Non so se era ancora lui a comandarmi o se questa volta ero io ad avere le redini della situazione, ma comunque mi piaceva assecondarlo: mi piaceva servirlo come un fedele servitore, perché lo sentivo come un diletto. Incominciai a sentire di nuovo quel certo senso di calore alla schiena, come un senso di protezione alle spalle, e l’abbracciai per trasmetterglielo. Luca s’avvinghiò al mio braccio, e teneramente ripensai al modo dolce in cui mi era venuto a chiamare, e mugolai tenero il suo nome strusciandomi a lui. Luca allora si voltò guardandomi con lo sguardo innamorato: temevo quasi mi baciasse, ma m’abbracciò stretto stretto con una carica che mi voltai supino per sentirmelo tutt’addosso e contenerlo. L’abbracciai forte, più forte che potei senza fargli del male, per comunicargli quel senso di fraternità che sentivo per lui in quel momento; ma chissà cosa frullava per la mente di quel primino? Stette, non so, un mezzoretta su di me a pisolare, poi si mossi, soprattutto col bacino, e si sollevò.
Luca mi guardò dritto negli occhi con uno sguardo dolcissimo, ma mi chiese: – Ce l’hai ? –.
Sì! – balbettai, ma in realtà m’era venuto nel momento stesso in cui me l’aveva chiesto. Quindi si sollevò anche bacino e andò con una mano a tastarmi mi maroni: – Mmh! – disse sentendolo tosto e quindi s’infilo nelle mie mutande prendendomelo in uno strano modo e mi sorrise. Non so cosa fosse ma mi sentivo immobilizzato; poi col braccio d’appoggio s’infilò sotto il mio collo, che me lo ritrovai a pochi centimetri da me: temevo che mi volesse veramente baciare, ma poi rise ed intanto ritmicamente mi masturbava ma senza farmi una sega. Non so cosa ci fosse di più malizioso di tutto quello, ma cominciò a massaggiarmi la cappella e io gli ansimai in faccia; Luca allora sorrise ancora di più; io stavo quasi per supplicarglielo un bacio, ma s’alzò accoccolandosi sulle mie ginocchia. Prese il mio pene con ambe le e cominciò sussultandosi a scorrerlo su e giù prima soltanto toccandolo, poi facendomi una sega e infine scappellandomelo ad ogni ripresa; io gridavo perché avrei voluto essere stuprato e lui si compiaceva. Quindi si fermò tenendomelo scappellato, e si umettò le dita per poi passarmele sulla cappella tumida.
Ahhhh… – gridai, allora scese mettendosi in quasi mezzo mio pene. Lo succhiò profondamente e con le mi accarezzò lì intorno; colle mie andai sulla sua testa a carezzarlo e a incitare il suo sucamento. Non stava bene lo so, non verso lui, non verso il mio padroncino, ma tenere la sua crapa bionda mentre mi succhiava, era per me come tenere il più bel trofeo. Poi mollò un attimo la presa, sbuffò per la fatica di farmi venire, e quindi riprese menando e spompinando assieme.
Ahhh… Ahhh… Ahhhhhh… Lucaaa…! Lucaaaaa! – gridai, e gradando il suo nome venni, venni stringendo la sua crapa che ancora mi succhiava.
Luca si rialzò sorridente e mi disse: – Ti è piaciuto! eh… – facendomi l’occhiolino.
Ma io, come prima lui, lo invocai a me colle braccia tesa; e lui invece d’abbandonarmi mi disse: – Sì, arrivò! –: com’era buono il mio padroncino.

Luca si lasciò spupazzare come io prima non mi concessi, poi convenne insieme a me che per lui era momento di andare, perché io dovevo finire di studiare.
Hai chiamato la mamma? – dissi quando venne a risedersi dopo averle telefonato.
Sì!tra venti minuti è qui! – si sedette altezzoso come un damerino, in risposta alla mia ironia.
Ma come si poteva resistere a un primino così: l’afferrai con una mano dietro e una sul petto per la frenesia, ma poi mi ritrovai a smanare il suo poderoso pacco. Andai subito a prenderglielo, a manipolarglielo, ma non mi bastava: il mio ardore si era di nuovo acceso e con complice intesa andavo ancora a soddisfarlo. Mi buttai in ginocchio tra le sue gambe, e mentre lo slacciavo pensai a quanto provocatoriamente mi aveva chiesto del denaro per farlo, aumentando la mia eccitazione; così quanto mi trovai di fronte al mio idolo adorato, lo leccai immediatamente. Di’ che oggi ne avevo fatta di scorpacciata di , e che ! poi ammirai la sua cappella nuda.
Fissai un attimo Luca negli occhi per vedere se stava godendo, ma provocatoriamente mi chiese: – Ti piace, eh? – come a dirmi: «ti piace il mio , eh?», e in tutta risposta non riuscii a far altro che ficcarmelo in . Ma chi a volevo darla a bere: io per il suo avrei pure pagato, e pagato molto più di quanto non m’avesse chiesto!




Alle… Alle…
EEH! – me ne stavo tranquillo sul divano a guardarmi i programmi e lui mi rompeva.
Oh, sta calmo! – disse mio padre con il cordless in mano: – Tieni! è per te –.
…e chi è?
È Roberto… –
…e che vuole?
Dai, cerca di essere un pochino gentile! – e me lo riporse dopo averlo tolto per la mia precedente esternazione.
Pronto!
Ciao… – sentii un salutino ruffiano dall’altra parte: – allora domenica ci vediamo… – incominciamo bene! già percepivo un suo sorrisino malizioso, ma dentro di me sentivo tutto lo spermino di Luca che di rabbia ribolliva.
Indicesegnalazione errori.

Per contattarmi: erox06@gmail.com (e-mail e ) o qui anonimamente.

Read the original post:
Venerdì prima di Natale

Tags: , , ,

Post correlati



Oggi gli avevo detto che non avevo tempo: che dovevo studiare e che io non ero come lui… (così intelligente, insomma – da “ottimo, naturalmente!” in uscita dalle Medie –: per cui mi bastavano due lette, per poter poi spararmi le marlette tutto il giorno e sapere la lezione); e che, anche, la terza non era come la prima…, ma implicitamente, tra quelle parole, c’era anche che tutto quello che non avremmo fatto quel giorno lo avremmo recuperato la prossima, e con gli interessi per giunta, salatissimi interessi… Ma Luca, finito di studiare, cominciò subito a giocherellare con tutto ciò che gli capitava a tiro, manifestando irreprimibilmente la sua cinnica1 impazienza; poi prese un compasso, lo divaricò al massimo, e se lo confrontò con l’apertura delle dita, quindi se lo portò tra le gambe enunciandomi: – Mmh! ci siamo… –.
Io lo guardai con benevolenza: mi faceva tenerezza quando faceva così per attirare la mia attenzione con quegli stratagemmi che denotavano il suo chiodo fisso; poi tornai ai miei compiti, ma davanti agli occhi avevo ancora quella stanghetta brillante e lui lo sapeva…: mi portò a tradimento il compasso fra le gambe, e io agitato replicai: – Ma sei scemo! –.
Tranquillo, non c’è la punta… – sdrammatizzò.
E ci mancherebbe altro! – tanto non era il suo… dovevo immaginarmelo che, prima o poi, la sua anima pestifera e segaiola sarebbe saltata fuori.

Passarono venti minuti e Luca mi propose un massaggio; – Mmm? – io avevo capito “messaggio”.
Un massaggio! – mi fece segno con le : ricordavo quant’era bravo coi massaggi quando al mare mi passò la lozione solare.
Sì! – e quel primino prese posto dietro me, attaccando, però, subito un discorso su quanto fossi teso nella zona dietro le spalle, e di quanto lui la sapesse lunga in tema, visto che da piccolino (sic!) faceva i massaggi a sua madre e lei a lui; il “cocco di mamma” mi venne subito in mente, ma dovetti tenermi per me quella battutaccia o si sarebbe scatenato un putiferio, finché, poi, non si zittì da solo per mancanza di un contr’oratore, lasciandomi finalmente studiare.
Col tempo i suoi massaggi si fecero tenere carezze sulla mia schiena curva, ma io al suo posto non sarei stato così buono con lui: gli avrei subito fatto del solletico, e invece lui niente, non sgarrava mica; poi smise di massaggiarmi e disse: – Indovina che cosa scrivo? –.
Ma devo studiare…
Ma puoi farlo anche se studi! – e incominciò a scrivermi contro la schiena: «A», «L», «E», «S»…
ALES-sandro
Bravo! Adesso è più difficile: è una frase intera; incomincio! – «L», «U»…
LU-ca
Poi… – «E’».
È – «U» «N» – UN. «Luca è un…»… –.
“Un”…? – «C».
C-inno! «Luca è un cinno»! Giusto? – mi divertivo troppo a prenderlo in giro.
Noo! Gi… – «G» rimarcò.
Vabbè, «Luca è un g…»? – continuò: «R», «A», «N» – …GRAN. «Luca è un gran cinnazzo»! Vabbè, ma non cambia poi molto… –.
Mmm! – pestò anche i piedi per terra dandomi una dolorosa pacca sulla schiena, come per mandarmi a quel paese.
Dai, continua…
Effe! …i! …gi! …o! – scrisse a grandi lettere sulla mia schiena sottolineandole tre volte, come volesse imprimermele a fuoco, poi riprese a massaggiarmi ma più scazzatamente.
Luca è un gran figo: …e bella scoperta, lo sapevo già! ma probabilmente lui voleva sentirselo dire dalla voce di uno che (forse) stimava, sentirselo sancire da un terzo, perché, se anche “verba volant e scripta manent”, una confermazione esterna è sempre meglio di un’auto-illusione, e poi sulla mia schiena c’era pur sempre bene incisa quella scripta che manent nella mia memoria della percezione.Dopo di un po’ lo sentii poggiarsi con la testa sulla mia schiena, come un ercolino a riposo dalle sue dodici fatiche, e pareva quasi essersi sopito, ma, purtroppo per lui, io avevo quasi finito i miei compiti, così provocatoriamente lo rimproverai: – Allora, hai finito di farmi il koala! – lo scossi dalla mia schiena.
Ma perché… – si destò.
Perché quando fai così, mi sembri appiccicato come un koala!
E allora cosa devo fare? – mi chiese come per dire «se voglio un coccolino, cosa devo fare?».
Vieni qua davanti… – Luca capì subito cosa intendevo e infatti mi strinse fortemente, prima di sedersi a cavallo delle mie ginocchia. Che bel biondino…, mi sembrava quasi un bambino appena sveglio dalla sua pennichella, e incominciai a toccarlo sul davanti come per instaurare un contatto con quella roba bella, ma lui mi abbracciò inaspettatamente; mmm… che bello averlo fra le braccia: lo sentivo materializzarsi come un mio bisogno d’affetto, e mi rilassava come quando ci si ridesta da una lunga dormita.
Dopo un po’ d’abbracci, Luca si rifece indietro nuovamente e mi guardò con uno sguardo voglioso.
…e come sta? – gli portai una mano sulla patta.
Sta bene! – e te lo credo: lo sentivo già ! Scattai in piedi, e Luca si alzò poggiandosi alla tavola sotto la mia guida, mentre ci scambiavamo sguardi concupiscenti; gli slacciai la cinta, ed eccola, finalmente, quella roba dura! la tenevo come un’Excalibur pronta da estrarre dalla roccia più dura, e senza averla ancora guardata la masturbavo, perché troppo attratto da quel volto biondo. Mi abbassai, sempre tenendo gli occhi su quel volto, e poi…: mamma che sventola! comparve davanti ai miei occhi: una torre di carne sovrana in tutta la sua grandezza; andai cogli occhi su quel compasso lì a fianco, e la lunghezza ci stava tutta! poi l’infilai direttamente in .
Ahh! – Luca gemette per il mio primo risucchio di scappellamento e intanto io mi davo a quella che mi sembrava una gran scena porno: lui in piedi contro il mio tavolo e io seduto a fellarlo. Dopo di un po’, mi passò quella scarica d’adrenalina che mi teneva assoggettato al suo tumido e tornai su da lui a masturbarlo; Luca era così bello, e oggi ancora di più, come un raggio di nella mia sala da pranzo, anzi il stesso, poi guardai l’orologio.
Arrivano i tuoi… – mi chiese dolcemente come per consigliarmi di non rischiare, ma io volevo farlo ugualmente: sgombrai la tavola dietro di lui e lo feci distendere: – Ops…! – trovò un vaso dietro la sua testa.
Dammi! Com’è ora? – intendevo il tavolo.
È ! – lamentò, ma con la stessa cosa poteva dirsi anche al suo durissimo ! Lo strinsi e poi gli passai un libro da porre sotto il capo per cuscinetto, e iniziai a masturbarlo di gran lena. Mamma che lungo quell’uccello nella mia mano… e che bello quel primino disteso sul mio tavolo… di certo stava scomodo perché lo vedevo muoversi con dolenza, ma l’eccitazione di quel momento lo ricompensava abbondantemente. Luca godeva e io non potevo far altro che masturbarlo appassionatamente, poi gli riprovai anche uno svibraduro, per il solo di vederlo dimenarsi su quel tavolo e quindi mi ributtai avidamente sulla sua turgida cappella. Luca godeva, e io ero giunto al momento di voler farlo venire a ogni costo, anche a costo di essere beccato dai miei, e dopo tre secondi mi venne: non molto per la verità, ma abbastanza da farmi sentire il suo acre e spronarmi a continuare fino in fondo nella speranza di risentire un altro po’.

Guardai quel primino svigorito sul mio tavolo con l’uccello ancora al vento, e lo lasciai rinvenire un paio di minuti, giocando col suo gioiello nel frattempo: da mollo non era di poco più corto di un’asta del compasso; poi lo spronai: – Dai Luca che è ora di andare! –.
Mmm – mugugnò per farsi aiutare a essere alzato.
No! fai da te… – lo avevo già viziato troppo per oggi, e poi se avessi iniziato ancora con le coccole, non se ne sarebbe più andato via, dunque mi voltai, ma appena feci un passo sentii un fracasso di vetro alle mie spalle; guardai Luca: mi guardava terrorizzato… e il vaso…? No, il vaso di zia Cristina! quel mangiapolvere inusato cui mia madre, però, ci teneva tanto: – Ma come hai fatto? –.
Eh…! – mi mostrò il gesto col polso, da cui capii che, mentre si alzava, colpì inavvertitamente il vaso: – Dai, te lo ripago… – disse amareggiato; ma ancora con questa fola dei ! Io noi non avevamo bisogno dei suoi , o della sua paghetta!
Su, Luca, è meglio che vai…
Ma tu come fai?
Tu non ti preoccupare: ci penso io, come la volta scorsa! – ora avevo soltanto fretta che se ne andasse, tanto la colpa me la sarei presa io, o meglio, alla fine se la prese, anche se mia madre ci credette poco alla storia del gatto che saliva sul tavolo buttando giù il vaso, visto che non era solito farlo, ma quella verità era pur sempre meglio di quello che ci avevamo fatto veramente io e lui su quel tavolo.

1 Da cinno

Per segnalarmi eventuali errori, usare l’apposito modulo.

Consulta l’Indice per l’elenco cronologico dei .
Segnalarmi gentilmente gli errori a questo modulo.
Per contattarmi erox06@gmail.com (e-mail e ) o ponimi domande qui anonimamente.

Original post:
Il koala

Tags: , , , , , , , , , , , , , ,

Post correlati



Da qualche minuto vedevo Luca decisamente smanioso, continuava a puntarmi incessantemente come se avesse qualcosa d’impellente da dirmi, e poi finalmente trovò il coraggio: – Alle, – mi chiamò: – ma, secondo te…, io sono bello? – mi disse a bruciapelo.– Cs…! cs…! – la sua uscita mi fece andare di traverso un cracker che stavo sgranocchiando: – ma che domande mi fai! mrrw… cs! – a momenti stramazzavo, certamente ero paonazzo, ma non per il singhiozzo asfissia, ma per l’imbarazzo.
Vabbè, ma puoi rispondermi, anche se siamo maschi… – anche se…!?
Behhh… insomma… – tergiversavo nell’attesa di trovare una scusa: – …certamente non posso dire che sei brutto, …ecco! – ma Luca mi guardava come se, in realtà, avesse capito le parole che veramente stavano dietro quella litote, e tentasse di cavarmele di : – …altrimenti, cosa dovrebbero dire di me…? – la buttai sul ridere per stemperare la tensione e rompere quell’incantesimo creato dai suoi occhi che altrimenti mi avrebbe costretto a confessare la verità: la verità che lui era un figo pazzesco, ma non di quelli truzzetti e griffati come piacciono tanto alle ragazzine, ma di quelli autentici, veri, che ti stregano al primo sguardo con la loro ammaliante magneticità, che ti sanno muovere un moto interno verso di loro, per cui gli fioccheresti tre metri di lingua in , prima di buttarti ai loro piedi e supplicarli di lasciarti fargli un .
Beh… sì, in effetti… – rispose scherzoso, ma io la presi male ugualmente, perché per me ogni suo commento era prezioso.
Ah… grazie!
Dai, che sto scherzando… sei bello anche tu, su! – mi disse con tono concessivo, come a darmi una pacca sulla spalla, di quelle che non ci credi neanche tu; poi si girò con la seggiola e si appoggiò al tavolo di schiena, come fosse al bancone di un bar: – Hai finito? –.
No, mi manca ancora un po’! – allorché Luca allungò la sua mano infilandola dentro la mia tuta.
Che fai…
– …tanto tu finisci! – disse con sicumera iniziandomi un seghino, come per dirmi «tanto qui ci penso io!»; lo adoravo quanto faceva così: un primino spavaldo e sicuro, che mi diceva di farmi gli affari miei, mentre prendeva possesso del mio corpo.

Chiusi i libri e Luca mi chiese: – Finito? –.

Allora andiamo a farmi una sega? – ah! a fargli
Vabbè… andiamo!
Luca mi mollò l’uccello, ma io avrei voluto tanto essere traghettato da lui, per quello, fino al divano per sentirmi totalmente in suo possesso, e invece no; durante il tragitto m’immaginai anche di cadergli addosso, di svenire aggrappandomi ai suoi vestiti per sentirmi finalmente trattenuto da lui, almeno una volta… ma invece niente. Questa volta Luca era veramente in vena di rivolgimenti: volle a tutti i costi mettersi con la testa sul bracciolo e io seduto tra le sue gambe chiudentemi a forbice, una sulle cosce e l’altra dietro la schiena: – Beh… puoi almeno tirarlo fuori, ! – dissi, volendo che anche lui facesse qualcosa, per non sentirmi totalmente il suo servetto; ma lui no: – Fallo tu! – mi disse, come se fossi stato io a volere tutto quello. Gli slacciai delicatamente la cintura, come avessi avuto per le un antico reperto, e intanto gli accarezzavo il fagotto, poi aprii la patta come se stessi sconfezionando un pacchetto-dono, e in fine eccola: la cosa meravigliosa! là, lunga, in tutta la sua rosea bellezza: veniva voglia di baciarla; mi abbassai per sfiorarla, ma lui: – No, la sega! – eccheccazzo! manco un attimo di poesia, che subito voleva la sega … il signorino!
Toh! allora… – incominciai a smanazzarglielo rudemente, ma lui si lamentò ancora.
No, più giù!
E che cosa vuoi ancora! – dissi mezzo irritato: che palle d’un primino rompicazzo, ma non riuscivo a dirgli «arrangiati!».
Non voglio venire adesso…, prendilo più in basso!
Toh… contento adesso! – lo ripresi sotto la cappella così da non farlo “venire adesso”…, intanto quel primino si era impadronito anche del telecomando e stava dirigendo pure la televisione adesso, e invece a me non restava altro che quel fallo da sferzare, per non impazzire. Era incredibile come la mia salute mentale fosse legata a quel randello da masturbare, ma in fondo era rilassante farlo: presto quel ritmico gesto divenne solo un monotono riflesso, che partiva non appena avvertivo qualcosa di tumido e caldo in mano, e quel piccichìo di marletta un ipnotico rumore che andava confondendosi col sottofondo ciancioso del televisore. Ogni tanto guardavo il suo volto, che non mi degnava di uno sguardo, ma era così simpatico il suo profilo, che non riuscivo ad arrabbiarmi con lui; andai con la mano sotto il risvolto del pantalone a solleticargli la caviglia, e Luca mi sorrise complicemente: in fondo era solo un corto quattordicenne, di poco più d’un metro e mezzo, con un lungo fallo; il mio primino tutto pene…; poi Luca mosse il piede per scansare il mio solletichio.
Mi sta venendo male al braccio… – dissi.
Cambia! – rispose lui molto pragmaticamente; io l’avevo preso per un suo via libera a iniziargli un , così lo scappellai, ma Luca mi fermò.
E cosa devo fare allora!?
Boh, inventa… – disse facendo spallucce, scaricando tutta l’incombenza su di me; allora ne approfittai per inumidirmi tre dita e parlargliele sulla scappellatura, ma Luca mi contestò: – Lo sai che non mi piace! – contraendo le spalle, come se gli facesse schermira, come un graffio d’unghie sulla lavagna.
Strano, vuol dire che sei ancora molto sensibile! – eppure gliene avevo fatti di pompini: – Comunque ti piace questo? –.
Mmm… sìì… – assentì con sufficienza: gli stavo facendo il tunnel… praticamente glielo prendevo alla base e poi salivo con la mano ben aderente per tutta la lunghezza dell’organo, così che sentisse il moto della mano, poi giunto alla fine partivo con l’altra in modo da dagli un senso di continuità per tutto il tempo della manipolazione, proprio come dentro a un tunnel, appunto! e lui, invece, con quella sufficienza aveva sminuito la mia così grande genialata!
Veh, che ti chiamo la tua Pamela – dissi canzonandolo, ma Luca mi prese in contropiede sul serio.
Magari…! così me le fa lei le seghe! – sembrava che gli avessi fatto chissà quale grande offerta, così con un misto d’orgoglio ferito e gelosia reagii prontamente scotendo la testa, in segno di commiserazione: – Perché…? – mi disse come se gli avessi fatto avere sentore di aver detto un’immane cazzata.
Che non lo sai che le ragazze sono negate per questo!
E tu che ne sai? – polemizzò
È risaputo! – antica saggezza popolare! – e poi, pensaci bene, è logico: che ne sanno le ragazze come gode un uomo?
E quando ci vai a letto…
Ma che c’entra! lì è praticamente tutto automatico! – lo dicevo così tanto convincentemente, che glielo leggevo negli occhi che mi stava credendo sul serio: – quel che senti, è praticamente quel che sentivi quando ti passavo le dita! – era praticamente venuto il momento di smontarli il con le ragazze, se volevo conservarmelo bello verginello ancora un po’! o alla fine, con tutte quelle troiette in giro, l’avrebbe fatto veramente prima me! – Adesso scendo, che sennò mi s’indolenzisce il braccio! – e tutto questo per uno che mi rispondeva «magari» alla proposta una sega fatta da una racchia incapace!
M’inginocchiai sul tappeto davanti al suo pube, quella oramai era diventata la mia postazione di lavoro, e ricominciai. – Aiutami a tirarti giù un po’ i pantaloni! –; oh… finalmente, a disposizione, i suoi bei maroni! li massaggiai, e poi furtivamente baciai la sua verga avvenente, prima di riprendere a segarla, intanto che Luca meditava sulle mie parole…; su come poteva una primina far godere al meglio un ragazzetto come lui…, una che, semmai, non sapeva neanche com’era fatto…: mancava senz’altro d’esperienza! e poi, come poteva trovare la giusta motivazione una per cui il fallo era soltanto uno strumento per procurarsi ; un ninnolo tappabuchi per turarsi in mezzo alle gambe e godere? non sapeva certamente dargli il suo gusto valore, né tantomeno al suo, che era così lungo…, non potendo sapere l’orgoglio d’avercelo in mezzo le gambe o trovarselo davanti! per loro, l’erezione era soltanto una questione di volgare idraulica alzabandiera, non sapendo tutto il meraviglioso meccanismo che ci stava dietro: se gliel’avessero menato, lo avrebbero certamente fatto con sufficienza; se glielo avessero succhiato, lo avrebbero certamente fatto con schifo, o, comunque, senza la dovuta devozione che serve dinnanzi a un fallo del genere! Ma dopotutto, cosa ne potevano sapere coloro che ti dicono «…che non conta è la lunghezza della mazza, ma il saperlo usare…»? come poteva debitamente adorarlo, o strusciarlo a sé, con timor reverenziale, come stavo facendo io in quel momento, contro le gote? che ne sapevano loro, per cui il pene era solo un’appendice tra le gambe di un altro da usare per il loro egoistico piacimento? – Luca, senti questo! – gli dissi prendendolo tra le e iniziando a fregarlo come si farebbe con due legnetti per accendere un fuoco: – Si chiama svibraduro! – e Luca incominciò subito a godere sguaiatamente; non avevo mai visto nulla del genere: gridava e si dimenava come un indemoniato; pensai quasi che stesse male, ma appena feci per rallentare il suo «Continua! Continua!», vociato tra un gemito e l’altro, m’impose subito di continuare. Sembrava d’assistere a un porno amatoriale talmente godeva smodatamente a ogni torsione del pene, era arrivato anche a cercare il mio da masturbare talmente era elettrizzato; inizialmente il suo smodato godimento stava iniziando a divertirmi, ma poi incominciò a crearmi un po’ di frustrazione, perché io ci mettevo sempre tutto il mio impegno per farlo godere, e ora, con quel semplice divertissement, tutto sembrava vanificato.
O Luca se vuoi smetto per sempre di farti dell’altro… – intendevo i pompini e tutto il resto…
Ma no, dai… – disse capendo il mio tono, ma continuò gridando. A un certo punto non ce la feci più a sopportare quella situazione, e lo misi direttamente in ; non ci fu praticamente discontinuità trai suoi gridi: io mi diedi subito da fare per farlo venire, e dopo pochi minuti Luca mi venne. Gli afferrai i testicoli e cominciai allora a succhiarlo forte a ogni sgorgata, e poi a ciucciarlo profondamente per allungargli quella sensazione d’orgasmo; mi chiedevo quale primina l’avrebbe mai fatto per lui? Quale avrebbe mai colto il suo succo verginale e prolungati il suo orgasmo con tanto entusiasmo? quale ragazzina l’avrebbe trovato gustoso, o ingoiato per non sputarlo, capendo qual gran dono fosse in realtà? Nessuna! perché nessuna avrebbe capito che cosa significava il suo orgasmo nel mondo; ma io sì!
Quel primino poi mi guardò, mentre gli accarezzavo il suo tumido fallo, e mi sorrise, con quel sorriso che significava tutto per me.

Adesso faccio io! – disse alzandosi per prendermi il posto: io intanto mi coricai in direzione opposta alla sua e lui scese. Luca incominciò a masturbarmi, mentre presi il suo pene, e poi davvero inaspettatamente mi chiese: – Alle, ma è vero che le ragazze hanno due buchi? –.
Inizialmente non afferrai gli estremi del suo discorso, anche perché mi ero come appena risvegliato scosso dal suo improvviso interesse per l’anatomia femminile: – Dove? – chiesi preoccupato.
Davanti!
Ah… Sì! – finalmente avevo focalizzato le coordinate del suo interrogativo.
E perché? Cioè perché due… –
Beh… uno è la figa, dove lo metti dentro! – il “buco” insomma: – l’altro è per la pipì! –.
E sono vicini?
Beh, sono tutti e due lì!
Ma come fai allora?
Allora cosa…
A sapere quello giusto!
Beh… uno è sopra e l’altro è sotto!
Sì, ma al buio…
Oh…, te ne accorgi! – e che ne sapevo io, che manco ne avevo vista una nella mia via! tutto quello che sapevo, era solo per sentito dire…
E se prendi quello sbagliato…
Oh… lì in fondo c’è la vescica! quindi se la stimoli… – era venuto il momento di fare un po’ terrorismo psicologico su quel primino, così almeno per qualche mese ci sarebbe stato lontano da quelle tentazioni…, tanto, prima o poi, ci avrebbero pensato l’educazione sessuale e l’ormone a fargli tornate grilli per la testa!
Se la stimoli…? – aveva capito cosa intendevo, ma era meglio esplicitarglielo.
…potrebbe fartela addosso!
Che schifo! – esclamò con lo sguardo disgustato; ma meglio così! più cose negative vi avrebbe associato, più ci sarebbe stato lontano… e se avessi potuto dirgli che la figa aveva i denti, gliel’avrei pure quello, ma non m’avrebbe creduto. Luca mi bloccò il pene tra le e poi mi disse: –…adesso ti faccio vedere io! – e m’iniziò a rollare il pene. – Sembra di fare la salciccia! – disse ridendo, ma era tremendo! ora capivo perché di prima il suo sguaiato: a ogni torsione, a ogni girata di cappella avvertivo come una stilettata di scorrermi nel pene, una frazione d’orgasmo che andava e veniva, e a ognuna non riuscivo a trattenermi dal gridare e dal segare il suo membro. Man mano che strillavo, Luca cominciò a rotearmelo sempre più velocemente, finché la percezione di quelle piccole frazioni d’orgasmo non divenne continua, allora gridai: – Luca! sto venendo… sto venendo… – e quel piccoletto s’apprestò ad accogliere il mio seme.
Portai subito le sulla testa di quel biondino e pigiai: normalmente non mi sarei mai permesso di farlo, ma l’eccitazione di quel momento era così alta, che una dispensa poteva anche concedermela; e così Luca mi stette chino con le mie sulla sua testa per tutto il . In fine mi sgusciò, secondo il solito copione, sopra la pancia e, prima di poggiarsi per il nostro solito coccolino, mi chiese: – Alle, ma quanto è che non vieni? –.
Boh… un po’! – 5 giorni! solo che se non era lui ad offrirsi, io non avevo il coraggio di chiedergli di essere soddisfatto: mi sembrava troppo nobile perché potesse diventare lui attore di un mio sollievo, ero io che dovevo essere oggetto del suo capriccio! e poi ora avevo il privilegio di stringerlo, che cosa potevo chiedere di più dalla vita…

Per segnalarmi eventuali errori, usare l’apposito modulo.

Consulta l’Indice per l’elenco cronologico dei .
Segnalarmi gentilmente gli errori a questo modulo.
Per contattarmi erox06@gmail.com (e-mail e ) o ponimi domande qui anonimamente.

Read this article:
Le ragazze…

Tags: , , , , , , , , , , , , , , , , ,

Post correlati