Il compito gli era andato bene, mi aveva detto: dopo la nostra
ripassatina…, e ora io ero lì che l’attendevo, come una fidanzatina alla finestra pronta a lucidare il motorino del suo bell’amato; del suo fidanzino. Poi, il suo
prim prim, prima, e il suo
drin drin, dopo, mi fecero le scale scendere velocemente, felice come una pasqua, e gridare a mia madre: –
È per me! – perché stava per aprirgli; poi svelto mi dileguai dirigendomi al garage – avendogli indicato di dirigersi sul retro dalla finestra del salotto –, sotto gli occhi sbalorditi di mia madre per la mia velocità.
– Dai entra! – gli dissi sulla soglia del garage e lui v’irruppe sgasando, infestando tutto l’ambiente coi suoi gas di scarico.
– Cs!… cs!… LucAA!!! – lo rimproverai, e – Scusa… – mi chiese lui con la sua faccina mesta, togliendosi il casco: ma come facevo a rimproverare con un primino così!
– Dai… vieni! – lo traghettai in camera mia, intanto che i gas si dissipassero: – … ‘tanto vienti a cambiare! –.
– Perché? –
– Perché così mi aiuti! – si era infatti vestito “dalla festa”!!
Nel salire le scale, mi gustai già il momento in cui l’avrei rivisto nudo, o seminudo per la precisione: insomma, in mutande! e dentro la mia stanza l’osservai con attenzione, finché il gonfiore del suo intimo non scomparve dietro il tessutone grigiastro del tutame, a mo’ di separé, che però l’evidenziava ugualmente. Per tutto il tempo non l’avevo ascoltato, eccitato com’ero dalla sua nudità e dalla compresenza di mia madre nella casa: i suoi discorsi mi scivolavano sulle orecchie; ma ora, era come se mi avessero riacceso l’apparecchio, e lo sentivo bene! – Bene! andiamo… – m’incitò, e io pronto l’accompagnai, come se mi avessero dato un comando.
***
– Beh, non li laviamo? – domandò/polemizzò quando vide che non mi accingevo a lavarli.
– No, Luca, non ne ho proprio voglia! – inoltre non era stagione per farlo all’aperto, e dentro mio padre avrebbe scuoiato vivo se gli avessi allagato il garage: – Ti pulisco solo dove devo farci, e poi ti ci do un po’ di Polish! – e presi un secchio con dell’acqua e la spugna vecchia, accingendomi a lavargli la carena.
– Uffa! Ma non si vede niente! – brontolai per lo scuro, ma in realtà per fargli capire quanto non era profonda quella graffiatura cui lui voleva mettessi mano.
– Che c’è? –
– Niente… – uff: non aveva capito! – Vammi a prendere la luce! di là in cantina… – e niente «per piacere», perché non se lo meritava! Luca ci andò, ma dopo sentii una vocina provenirne.
– Alleee… –
– Ehhh?! – risposi alquanto scocciato: quel primino doveva servirmi per semplificarmela la vita, non per complicarmela!
– Dov’èèè? – mmmh! ma proprio nulla sapeva fare, quel primino! E te lo credo: la luce era spenta!
– Toh! qua! – gli sbattei sgarbatamente la torcia sul petto, che lui chiuse raccogliendo le braccia. Ma io, quasi quasi, in quel cantinin, ci facevo dell’altro con quel bel priminin..: ma tutta la mia buona predisposizione dell’inizio, l’avevo perduta dopo la sua palese dimostrazione d’imbranataggine e paranoia per quel seghettino; anche per un po’ di sesso.
Luca tornò appollaiandosi sulla sella del suo motorino.
– Sì, ma però fammi luce! – lamentai nuovamente per fargli intendere quanto non fosse “grosso” quello sgraffio, ma Luca non coglieva…
A un certo punto di soppiatto entrò Niki; e Luca corse subito ad accoglierlo; lasciandomi solo al lavoro, sul suo motorino; e la cosa m’indispettì parecchio, perché mentr’io mi facevo il mazzo, lui si divertiva a carezzare il gatto e a farsi strusciare (cosa che quel fetente non manco a me: il suo padrone!); così li richiamai: – Veh, ruffiano! ch’è per colpa tua che ora son qua! –.
– Ma hai detto non è stato lui… – controbatté prontamente Luca.
– Sì, ma è per colpa sua che l’hai scoperto! dunque… Dai, vieni che finiamo! –; e si avvicinò a me dubitando: – Ma se sicuro che funzioni? –.
– Luca, è una crema abrasiva! senti! – speravo che se ne rendesse conto da sé: c’intinse dentro le dita, si strofinò i polpastrelli e in fine mugolò il suo segno d’assenso, con vena sapientina.
– Bene! Fatto! – proclamai la fine dei miei lavori, ma quel primino arrivò torcia-munito a sindacare: – Ma si vede ancora…! – lamentò.
– Sì, …con una torcia contro! – gliela strappai: – una lampadina alogena! e la lente d’ingrandimento! – rimbeccai, e lui rise.
– Bene! Adesso che cosa facciamo? – ricominciò con buonumore.
– Mah…, se vuoi possiamo controllarci le altre cose… –
– Cosa? –
– Le candele…, la batteria…, l’olio… – enumerai: – …hai portato il libretto, vero? –.e poi ci sarebbe stato anche il mio da fare: ma questo problema a lui sembrava non interessare.
– Sì! –
– Bene, allora cominciamo! – ricominciai ovviamente dal suo; e lui ovviamente stava a guardare, e sindacava: – Ma sei sicuro che si faccia così? –.
– Sììì, Luca…: prima il negativo e poi il positivo! – insomma, mio padre me l’aveva bene insegnata qualcosa? E il suo…? – Toh! prendi e mettila là, sul bancone! E non la girare! – lo rimproverai perché stava per rovesciarla: per guardarla.
– Perché? –
– Perché NO! – beh! mah… insomma, ma proprio niente sapeva…! eppoi si permetteva di sindacare!
In quatto e quattr’otto cavai la mia batterai e la misi sul bancale accanto alla sua, sempre accompagnato dallo sguardo controllore del mio primino, manco fosse il mio direttore d’opera.
– E ora… –
– …controlliamo i livelli! Vedi questi qua? Sono i livelli dell’acqua, e devono essere tutti pari, e oltre la linea! –
La sua era a posto (e te credo: era nuova!), anche se per controllare mi dovetti abbassare, perché la plastica biancastra m’impediva di confrontare; e quando gli chiesi dell’acqua perché la mia no, mi ritrovai il suo pacco praticamente in faccia: e porcavacca, se non era grosso!Mi ci sarei tuffato dentro colla faccia, in quella prosperità! Ma mi ripresi tornando su tutto rosso, quando mi passò la boccetta dell’acqua distillata.
– Grazie… – ero imbarazzato per quanto che appena visto e pensato, e il suo tocco mi aveva elettrizzato. Quando mi riabbassai per controllare nuovamente, nel riprendere la boccetta, inavvertitamente sfiorai la sua patta e: – Ops! –, ritirai immediatamente la mano vergognato; ma lui mi esortò.
– Dai, fallo! – mi disse; e allora con tutt’e due le mani mi precipitai sul suo fallo. Già duro ce l’aveva! Con una mano scesi sotto le sue palle e coll’altra fin in cima, nei pressi dell’ombelico, e da questi estremi tirai evidenziandone la forma tubolare: un tubo sembrava che c’avesse sotto quella tuta! Una palpatina veloce per tutta quella sagoma vergale; e poi abbassai, smutandandolo sul davanti soltanto quanto serviva, e presi a masturbarlo; e non me ne fregava niente se in quel momento entrava mia madre! Anzi, già solo il pensiero m’incitava: cosi finalmente l’avrebbe capito! Eppoi, se volevamo continuare, dovevamo pur sfogarci: sfogarlo e sfogarmi; o non ce l’avremmo più fatta ad andare avanti con quella libidine in corpo,
Me lo vedevo proiettato dinnanzi quel lungo pene diritto, e mentre che lo segavo mi faceva l’occhiolino, col suo meato che ritmicamente spariva. L’infilai mezzo in bocca: per calmarmi. Mmm… non potevo far a meno di un bel begone del genere: era per me in po’ come l’erogatore di benzina per il motorino: mi dava la carica, la “miscela” che mi serviva per tirare avanti, e che a me piaceva tanto; solo che adesso era fuori servizio, o meglio, io volevo che fosse fuori servizio, perché ancora non volevo far il pieno.
Leccai, ciucciai quel pistolotto fino in fondo, fino a sfogarmi del tutto, e poi mi alzai; e anche lui vidi bello che soddisfatto, e insieme pronti a ricominciare sul motorino. – Dai, che controlliamo la candela! – mi spronai, e poi non aveva senso controllare la batteria senza pulire la candela, anche se così ci stavamo completamente dimenticando del mio: – Ce n’hai eventualmente una di scorta, vero? –.
– No! – mi guardò come se gli avessi chiesto qualcosa d’alieno in ostrogoto, poi mi ripeté candidamente: – no! – con la sua faccina scontata.
– Per fortuna che n’ho una io! – brontolai: – Filetto lungo o corto? – gli chiesi, ma Luca alzò le mani al cielo in segno di resa: – Lasciam perdere… – probabilmente pensava fosse quello del pisello…, eppoi tralasciai quel «vah!», che ci sarebbe anche stato bene, ma avrebbe saputo troppo di strafottenza.
– Ma me la cambi? – mi chiese.
– No, se posso la pulisco! – e ci mancava anche che ora gli regalavo pure le candele: dopo tutta la sgobbata che mi sarei fatto; anzi, era lui che avrebbe dovuto regalarne una a me!
– Bene! così mi insegni! – ma chi voleva prendere in giro…: lo sapevamo tutti che, d’ora in poi, sarei stato io il suo manutentore ufficiale del motorino.
– Wow! Guarda com’è sporca! –
– Accidenti! e ora come si fa? –
– Cartavetro e spazzola! di ferro… – precisai, e tornammo al bancale. Morsettai la candela, e indi tirai fuori il kit di pulizia dal cassetto “senza fondo” di mio padre. Luca non volle neanche provarci a grattarla: sembrava quasi che avesse paura di rovinare un qualcosa che poi avrebbe dovuto ripagarmi. – Toh, guarda com’è venuta bene! –.
– Dai, mettiamola! –
– Aspetta! Prima voglio controllare una cosa! – e sfilai il calibro elettronico di mio padre dallo stesso cassetto: – voglio controllare l’elettrodo! – in realtà volevo solo fare il figo.
– Ma questo cos’è? – chiese con la sua indole di primino curioso.
– Questo? È un calibro elettronico: serve per misurarti il pisellino! – e gli sbatticchiai il becco semiaperto – a mo’ di misura – contr’al pacco, scherzosamente; ma lui mi prese sul serio: – Dai! – disse tirandolo fuori.
Ero stupito da come l’esibiva sempre con estrema naturalezza: senza vanagloria, ma con somma fierezza; poi ruppi ogn’indugio e presi la sua cappella, misurandolo al centro, tra base e cappella: – Toh, “46,59 mm”! Il mio invece… ‘spetta… …“45,48 mm”! –.
– Aaaah, ce lo più grosso! –.
– Sì! di un millimetro! – gli strizzai per rappresaglia: – ma comunque non sei più lungo! – e li misi alla pari; e lui mi guardò tutto fiero, facendomi intendere che era proprio quel che voleva! Presi a masturbarci insieme, con la stessa mano, entrambi i nostri peni: mi sembrava di stringere due candelotti di dinamite pura, talmente eran duri; e intanto quel piccoletto mi sorrideva: facendomi intendere ch’era proprio quello che voleva. Mi sentivo stregato da quello sguardo sprudintato: avrei voluto baciarlo su quelle due virgole sottili, che mi sorridevano a così pochi centimetri da me; i suoi respiri m’ebriavano, giungendomi dopo avermi accarezzato il volto: non potevo resistere a un primino così spregiudicato! Mollai nostri peni, e presi il suo soltanto, alla radice, per stringerglielo forte: perché in fondo m’infastidiva che lui ce l’avesse più grosso di me, anche se solo di un millimetro, e anche se solo frutto d’un errore di misurazione!
Mi allontani da lui per rompere definitivamente quell’incantesimo, e così m’accorsi dal suo sorriso che lui aveva ottenuto veramente quel che voleva, anche se non capivo cosa. Senz’imbarazzo ripresi a maneggiare attorno al suo motorino, anche se avevo l’impressione che sino a poco tempo prima, ci saremmo ritrovati piuttosto imbarazzati di ritorno da una situazione del genere.
– Su, che rimettiamo la candela! vuoi farlo tu? –
– No, no! fai pure! – disse come se avesse ancora paura di rompere qualche cosa. Gli spiegai che la candela andava dentro il buco…, e che poi ci voleva la pipa per farla andare, e lui ironizzò: – La pippa… – disse maliziosamente.
– No, quella te le fai te! Questa è la pipa, con una P sola! – ma la sua battuta mi fece ugualmente ridere: – Dai, prendi la batteria che guardiamo se va! – finalmente s’allontanò; mammamia, mi sentivo stuprato dall’intensità del suo sguardo.
– Va! – esultò poco dopo avviando il motorino sedutoci sopra.
– Eh, certo che va! – rimproverai la sua poca fede; e poi già che c’ero, mentre sgasava, gli scostai la tuta trovando Gianluca già bello duro: – e anche qua c’è una candela! – stimolai la cappella: – forse ha bisogno di una pippa! – iniziai; e più forte io andavo, lui più sgasava. Ma un bel candelone del genere, non aveva bisogno soltanto di una pippa, bensì d’una pipa, e così ci andai di bocca. Il rombore del motore mi tremava nella testa; e più io ci davo, più lui sgasava contento, fintanto che l’ambiente si stava riempiendo di fumo, ma io non ci potevo far niente: mi piaceva troppo spompinare un primino in sella al suo motorino; era una fantasia che avrei dovuto togliermi da tempo, ma finora non ne avevo mai avuto l’occasione. E se anche in quel momento fosse entrata mia madre mentre spompinavo il mio bel primino: chissenefrega sul serio! così finalmente l’avrebbe capito! Poi smisi, perché stavo scomodo.
– Bene! dai… finiamo di sistemarlo! – dissi, senza però trovare il coraggio di guardarlo in faccia: non so perché ma improvvisamente mi vergognavo di quello che avevo appena fatto: spompinarlo sul suo motorino… mi sembrava di avergli dato un eccesso di dimostrazione del mio coinvolgimento. Ma presto anche quest’imbarazzo sparì, dopo avergli controllato il liquido refrigerante proprio per avere la scusa di non alzare lo sguardo; e questa volta dovetti accettare che fosse lui a metter mano direttamente sul mio motorino, perché su di esso volle esser lui ad agire. Però, mica scemo il ragazzino! prima fare l’esperienza sul motorino d’un altro, così se lo rompeva non era mica il suo quello da riparare… Scherzo: ovviamente mi fidavo…, anche perché volle che fossi comunqu’io a sovrintendergli i lavori.
– Dai, prova! – mi disse quand’ebbe finito, e poi tutto felice mi s’accostò per sgasare anche lui col mio motorino.
– Va bene! – mi complimentai, e allora lui, tutto contento, si voltò verso me e come se volesse un premio da me, mi scostò i pantaloni e si mise a succhiare com’io prima feci con lui. Avevo quel primino chino sulle mie gambe, e mi sentivo mozzare il fiato; il mio primino mi stava succhiando il pene e io gliene ero grato. Non sapevo se accarezzarlo sulla schiena oppure sulla testa; ma a un certo punto mi sentii sollevare la maglietta con la nuca e solleticarmi la pancia. Per il solito solletichìo, mi piegai su di lui, sentendomelo come in grembo: parte di me; parto di me. E in quel momento avrei benedetto il mondo, c’avesse sprofondati cristallizzandoci così per sempre, in quella condizione. Poi tornammo alla realtà.
– Dai… basta, continuiamo su da me! – l’invitai in camera mia.
***
Salimmo contenti e intenti ad andare in camera mia; ma prima, già che c’eravamo (in cucina), c’era qualcos’altro da fare…: andai verso la biscottiera e dissi: – Luca, vuoi un Bacio? – porgendogliene uno; ma glielo chiesi come: «…vuoi un bacio?». E lui: – Sì, grazie! – rispose, mentre mia madre ci guardò male: vidi con la coda dell’occhio; l’avevo fatto apposta!
– Dai Luca, che andiamo in camera! –
– Aspetta! – ci fermò mia madre: – Resti qui a cena? – chiese mielosamente a Luca.
– Eeh… sì! Però devo telefonare! –
– Bene, fai! – risposi io.
– Tutt’a posto! – disse ritornando dalla telefonata – Però mi devi riaccompagnare tu! – m’informò avvicinandosi col suo musetto simpatico, e sembrava quasi chiedermi una carezza, ma non potevo: c’era mia madre.
– Va bene, non c’è problema! – l’avevo già messo in preventivo – Dai, che andiamo in camera! –; ma mia madre ci fermò nuovamente: – Ragazzi! – disse: – Perché non andate a farvi una doccetta, visto che siete stati tutto il tempo in garage? – guardandoci con una faccia da lavandaia che osservava i suoi panni sporchi: e in effetti non aveva tutti i torti!
– Bene! – l’assicurai io: – andiamo! –.
Salimmo le scale e alla fine della rampa Luca mi chiese, davanti l’uscio del bagno: – Ma… adesso ci facciamo la doccia? – con inflessione tremula e sincopata.
– Sì! – risposi serenamente, dirigendomi verso la porta della mia stanza: in effetti l’avevo visto piuttosto teso nel salire le scale, come se ci fosse qualcosa che non riusciva a capire, né a capacitarsene; e forse sapevo cosa…
Dentro la mia stanza, Luca parve farsi come più imbranato e nervoso di prima: incapace perfino di coordinare il pensiero coi movimenti per raccattare i suoi panni, totalmente incapace di localizzarli; tanto che più volte dovetti io indicarglieli: – Toh! prendi anche questi! – gli lanciai i pantaloni; e per fortuna che le mutande ce le aveva indosso, altrimenti si sarebbe dimenticato pure di quelle.
Usciti dalla stanza, la sua ansia si fece ancora più trepidante, quasi vibrante nell’aria; – Allora, facciamo la doccia…? – richiese censurando ancora quell’«insieme».
– Sì, tu qui! Io vado giù! – dissi, sentendomi come uno che gli aveva gettato una secchiata d’acqua gelata addosso.
– Ah…! – fece lui, sembrando darsi dello scemo internamento: – …bene! allora… a dopo! – disse e vergognoso chiuse la porta, celandosi dietro; comunque aveva reagito bene. Che dolce però…: ma veramente sperava/pensava che ci saremmo potuti docciare insieme? secondo lui, con mai madre presente, avremmo potuto chiuderci dentro il bagno assieme?! Che primino…! ma era proprio questa sua, a volte, ingenua malizia a farmi impazzire: la prima m’inteneriva; la seconda mi attizzava; e tutt’e due assieme, mi facevano correre verso il bagno col bisogno irredimibile di stringerlo ed abbracciarlo, come in quel momento.
Corsi subito in bagno, nel mio bagno, smutandandomi e buttandomi sotto la doccia per sedarmi quella fregola di sesso. Non ci potevo credere: Luca era sotto la doccia con me, in quel momento! non nella stessa stanza, ovviamente; ma in mia casa, e con mia madre presente! e con quella stessa acqua ci bagnava entrambi. Io e lui divisi, ma uniti metafisicamente da quell’unico elemento, quell’acqua che scorreva nelle tubature e ci lavava entrambi; anzi, visto che lui stava su, io, idealmente, ero bagnato dalla sua stessa acqua: che dopo aver lavato lui, attraverso lo scarico, giungeva a me, e mi lavava. Io ero lì con lui, e lui lì con me, particella dopo particella; e io lo baciavo, lo lavavo, lo masturbavo; sì, lo masturbavo! perché anche lui, certamente, in quel momento, si stava masturbando pensando a me: si stava spugnettando il suo bel punzone eccitato dall’idea di stare nella stessa doccia con me, dove già c’eravamo lavati.
Ooh… Luca…! io lo menavo, e intanto vedevo quella goccia di rugiada scendere sul suo volto perfetto, e che baciavo…; ma… nooo!!!! venni! pensando al suo orgasmo bagnato, ero venuto del suo umor bianco, che assieme al mio si mescolava all’acqua della vasca e finiva via nello scarico, questa volta per sempre.
Appena uscito, trovai già Luca seduto sulla tavola in cucina, e mia madre davanti: – Oh, ben uscito! – mi rimproverò.
– Eh!! mi sono lavato i capelli!! – mi giustificai: mamma che palle! per appena un po’ che m’ero trattenuto sotto la doccia! ma che colpa ne avevo io, se lui era più veloce nel spararsi le pippe!?
***
– La macedonia non c’è! la vuoi una banana, Luca? – offrì mia madre, e tutt’e due scoppiammo irrimediabilmente a ridere: – Perché? che cos’ho detto? – disse vergognandosi e un po’ seccata dalla nostra risata.
– No, niente! –risposi io: – è che, già due volte, mi ha chiesto da mangiare, e allora io gli ho sempre dato una banana! e lui mi ha chiesto se in casa c’avevamo soltanto banane da mangiare! –.
– Ma, Alle…, – mi richiamò: – lo sai che in casa abbiamo anche le merendine! – disse temendo che io le avessi fatto fare brutta figura, facendogli creder che in casa non c’avessimo nient’altro da mangiare; ma io, al mio primino, volevo dargli soltanto roba genuina!
Per tutto il tempo io e Luca continuammo a riderci in faccia e a farci le boccacce, mentre quella banana finiva progressivamente dentro la sua bocca, boccone dopo boccone; ma non c’era alcuna malizia, infatti i miei non lo coglievano, ero soltanto io che la vedevo assaporandomi già, quello che sarebbe accaduto.
Finita la banana: niente mio caffè di rito! e infatti mia madre ci guardò stralunata quando corremmo in camera mia e Luca chiuse la porta a chiave dietro di sé: – Guardiamo un po’ di porno? – mi disse subito venendo verso me con lo sguardo infoiato.
– Sì…, va be’ – balbettai basito dalla sua schiettezza.
– Dai! – esclamò traendo la sediòla: – Scarichiamo o CD? –
– Ma che ciddì! – sbottai io, indispettito dal suo repentino allupore per dei film – Io li guardo direttamente in rete! non lascio tracce, io! –.
– Beneee! – esclamò: – Così mi insegni: per quando avrò internet! – bene! e allora io speravo che suo padre non gliela regalasse proprio la connessione diretta alla rete: troppo rischiosa per un bel primino così! metti che una qualche priminofila me lo adescasse!
Ero nervoso: non l’avevo mai visto così “incalorato”, e per dei porno poi…; inoltre mi sentivo sotto osservazione, messo alla prova, perché il sito su cui sarei andato mi avrebbe connotato: e io, con lui, non sapevo ancora come connotarmi.
Scelsi un sito misto, di tutto un po’, ma soprattutto di gran pompini eseguiti da attempate quarantenni: quello che era per me ancora materiale franco, anche se non sapevo ormai se li guardavo più per le tette di lei o per cazzo di lui. Selezionai un video, con nell’anteprima un gran cazzon negro, finente nella bocca di lei, che quasi sembrava soffocarne; e partì nel bel mezzo dell’azione. Mi venne immediatamente duro a vederlo, ma non per il filmato, ma per l’eccitazione di essere di fianco a lui guardarlo, perché altrimenti mi ci voleva un bel po’ prima di venire davanti a quei video; invece ora avrei voluto buttarmi sulla cappella rosea di Luca, che invece ne sembrava plagiato. Vedere quel gran cazzone; stringerlo; conficcarselo in bocca: mi fece venir voglia di fare lo stesso con Luca; ma non in quella posizione! così aggiustai la sedia: sterzandola verso lui e mi ci appiccai. Scorrevo sulla sua coscia la mano tentando di richiamarmelo, ma lui guardava quel film soltanto sembrandone rapito; allora andai con ambe le mani ad aprirgli la patta, ma lui non si scomodò di un millimetro. Se ne stava lì fermo, famelico ricurvo su quel video, mentre io trafficavo tra le sue gambe con le braccia allungate; quindi decise finalmente di farsi indietro, permettendomi il lavoro, perché il video era finito. Non capivo perché non mi aiutasse: quel piccolo pornografo era così infregolato da quei video da non curarsi di me, né di quello che mi accingevo a fare con l’in-mezzo delle sue gambe, che avevo finalmente liberato. Finalmente io potevo masturbarlo, e lui darsi alla sua infoiata ricerca; un’altra piccola aggiustatina con la sedia ed eravamo finalmente a posto per le nostre irreciproche attività: io alla sua masturbazione, e lui alla sua matta ricerca. Era veramente bello visto così da vicino: lo era sempre, ma in quel momento, il suo sguardo dolce, il suo rapito profilo, era veramente angelico; e intanto i segni della mia sega si facevano avvertire: ogni tanto si muoveva come spinto da degli spilli sotto il sedere, oppure si affannava per la resistenza alla mia sega, mentre decideva su quale altro film andare a finire.
Finalmente aveva deciso per un altro bel pompino, ma questa volta tutto in bianco; ma vedere per l’ennesima volta una cappella sbaciucchiata: mi fece venir voglia di fare lo stesso con lui. Mi poggiai dapprima alla sua spalluccia in cerca d’una tenera moina, ma poi, vista l’inedia, mi chinai, strusciandomi sulla sua camiciola per fargli una carezzina, verso il suo pene che intanto scappellavo; ma appena mi posai sulla sua cappella insaporita: – Can! guarda che poppe! – mi sentii richiamare nel mondo violento.
– Già…, però sono esagerate! – commentai disperato.
– Già! – confermò anche lui; ma allora perché m’aveva interrotto nel mio bell’uffizio? e per mostrarmi che…: una con due lonze da tre chili l’una? esagerate poi…! Luca, ma perché mi facevi così? che cosa dovevo pensare io? certe volte proprio non riuscivo a capirlo … eppure si faceva masturbare da me! Presi a menare quell’uccello con maggiore frustrazione di prima; poi Luca riattaccò con un’altra osservazione: – Ma sono tutti circoncisi ‘sti qui? –.
– Perché? –
– Perché sono sempre scappellati… –
– Boh! saranno americani! Là, ho letto, è quasi una moda! – ma, forse, poi, non dovevo neanche preoccuparmi così tanto per il mio Luca: perché in fondo tutti i fotogrammi che aveva scelto, eran dei gran pompini, con dei gran begoni!
– Luca, andiamo sul letto? –
Che bello trovarsi un bel primino nel proprio letto, dopo tutta l’ansia di prima, e ripresi a masturbarlo con gran passione, soprattutto perché mi piaceva vederlo ansimare e tenere la sua lunga verga stretta dentro la mia mano; che dopo tutte quelle viste prima, non avevo certo da lamentarmene. Gli abbassai le mutande, quel quanto che serviva per far prendere un po’ d’aria a Leoluca e Pierluca, che come due coglioni se ne stavano sempre allo scuro nelle mutande, e cominciai a massaggiarli. Luca reagì improvvisamente come “tirandosi”, come quando puntava coi piedini, quando godeva… – Luca… dai! che ti faccio venire! –. Mi misi s’una sua gamba, sempre accarezzandogli i testicoli, e mi fermai a soffiare su quel grandioso genitale che tra un po’ avrei fatto eiaculare. Lecchicchiai, bacettai lungo tutta quel verga da sapore masculo, e poi alla fine la rimenai, per vederlo nuovamente ansimare di piacere, prima di farlo godere e gaudere definitivamente. Bene! il mio primino era pronto: un’altra piccola stuzzicatina su quella verghetta adorata e tutto quello che avrei potuto ottenere, sarebbe soltanto stata una sbrodolata peccaminosa della sua manna santa lungo la mano bagnata; ma questa volta no: l’infilai in bocca. Finalmente potevo rimetterlo in bocca (e questa giornata per la terza volta!), e senza temere alcun confronto con nessuna donna: perché in cuor mio sapevo, che lui sapeva, che nessuna donna avrebbe potuto dargli piacere, com’io potevo farlo. Mi ci sarei piccato sopra su quella lunga verga, che proiettavo vigorosamente dentro e fuori dalla mia bocca, e quella cappella protrusa mi sprofondava fino alla mia gola. Lo sentivo gemere, modulare il suo piacere in un mugolio soffuso, proprio per non farci sentire; e poi finalmente il mio primino venne con la sua spuma gioiosa. Lo assaporai per bene quel succo priminico, poi mi coricai con lui, caricandomelo parzialmente sul corpo dosso, con la cavezza poggiata al mio petto e lui a ridosso, per essere più comodo a coccolarlo.
Mmm… avevo proprio voglia di un bel coccolino così: stringerlo, toccarmelo, ciondolarmelo addosso, e piano caricarmelo sempre più, su di me. Mmm… non potevo lasciarlo andare: il suo corpicino lasso m’imponeva di coccolarlo, e praticamente finii per ritrovarmelo quasi tutto quanto addosso. – Mmm… Luca – mi lasciai scappare ad alta voce la mia voglia per lui; e lui: – Che c’è? –.
– No, niente! – nicchia imbarazzato e poi lo feci scendere un po’ da me: perché forse gli stavo dimostrando che troppo avevo voglia di lui.
Dopo di un po’ cominciò a ricamarmi sul petto e poi mi chiese: – Ma stasera non esci? – disse, sembrando convinto che stasera io non sarei usciti per stare con lui.
– No, dopo esco: quando ti ho accompagnato! Telefono ai miei amici e poi ci vediamo; come facciamo sempre! – ma Luca si volse in basso: come solitamente, quando parlavo dei miei amici, con cui lui voleva strenuamente uscire: – Dai Luca… – lo accarezzai: – …piuttosto, sai già cosa farai l’ultimo… –.
– Mah… di solito l’ho sempre passato coi miei… – beh, in fondo fino all’anno scorso aveva solo tredic’anni: – Perché? –.
– Perché… ecco: – lo accarezzai nuovamente – quasi certamente, anche quest’anno, coi miei amici andremo ad una festa che fanno qui, in un capannone nel villaggio artigiano, organizzato dal Centro giovani; e quindi… pensavo anche tu non potresti venire! – gli aggiustai una ciocca dei suoi dolci capelli dietro l’orecchio: – Così… li potrai conoscere… – ripresi – e, magari, dopo fermarti qui a dormire… – avanzai la proposta.
– Beh… devo chiedere… Però non penso che ci saranno problemi! – affermò: – per venire…, non credo; per dormire…, beh! in fondo ci ho già dormito! – insomma, tutto per lui era già praticamente scontato: ora restava solo mia madre, da spiegarle perché Luca sarebbe rimasto qua a dormire. Quindi Luca si alzò, e gattonò fino ai miei pantaloni, e cominciò a segarmi. Il mio leoncino biondo mi sembrava felice col mio uccello in mano: mi ricordava tanto la scena in cui mangiava la banana; poi lo scappellò. Una bella e arrapante leccatina allo scroto e poi su su fino a culminare in un in bocchino: sembrava il premio per quello che gli aveva appena proposto; tirava e succhiava, succhiava e tirava tenendomi il pene alla base, e quasi non lo si vedeva, tra la mano e la bocca, se non per quel pezzettino che ogni tanto compariva quando risaliva. Non godevo però: il pensiero che lo facesse solo per darmi un contentino, mi disturbava; e anche se fossimo lì rimasti per tutta sera, non sarei venuto, neanche se lui mi pregava.
– Dai, Luca lascia! Sono già venuto oggi! – lo dissuasi; ma lui niente: a quelle parole, riprese a succhiare con maggiore vigore di primi, quasi volesse forzarmi col risucchio l’uscita dello sperma.
– Dai, Luca basta! – gli ordina, e visto che lui non s’arrestava, mi trassi indietro col bacino, sottraendogli il mio pene ancora durello.
Luca mi fissò, prima il mio uccello e poi me, chiedendomi implicitamente il «perché?». – Su, che ti accompagno! – dribblai la risposta mi diressi all’armadio.
Luca rimase perplesso, seduto sul mio letto taciturno, interrogandomi ancora con lo sguardo depresso. – Allora…, vediamo che cosa mi metto? Questa o quest’altra? – gli chiesi per stemperare l’atmosfera.
– Quella! – m’indicò, sembrando già un po’ più su di morale.
– Questa? – mi accertai: – Bene! allora quest’altra! – dispettosamente mi si via proprio quella scelta da lui.
Infilai la camicia, ma al primo bottone vidi Luca arrivarmi incontro e abbracciarmi con vigoria, tanto da sentirmi imprigionato, anche se le braccia erano fisicamente fuori, talmente era l’emozione. Poi scese in ginocchio, calandomi le braghe e le mutande, e intraprendete riprese a ciucciarmi. Io, non riuscivo più a muovermi: immobilizzato dal suo muto abbraccio che ancora sentivo avvolgermi; sottomesso alla sua fermezza. Mi spinse contr’al muro, e riabbracciandomi succhiò con maggior risolutezza. Io non sapevo più come rispondere: la determinazione di quel biondino mi aveva sopraffatto; quante volte anch’io avrei voluto buttarmi ai suoi piedi e, senza dir niente, mettermi a succhiarlo; ma non ne trovavo il coraggio. Il mio però non sarebbe stato un atto di sopraffazione, ma di prostrazione; e il mio mite silenzio, un’umile richiesta di poterlo far venire, e assieme godere, introducendo una sì nobile parte di lui in me. Misi una mano sulla sua nuca – come avrei voluto io in segno di benedizione prima di farlo venire –, e spasimando venni.